sabato 12 ottobre 2013

Il Canto degli Italiani, Fratelli d'Italia è inno nazionale da 67 anni

Il Mattino


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ROMA - Era il 12 ottobre 1946 quando "Il Canto degli Italiani", noto anche come "Fratelli d'Italia", scritto 99 anni prima dal giovanissimo Goffredo Mameli, fu considerato per la prima volta inno nazionale.

VIDEO : Fratelli D'Italia (completo + testo nel video)-Mameli

Per molti decenni si è dibattuto a livello politico e parlamentare circa la necessità di rendere Fratelli d'Italia l'inno ufficiale della Repubblica Italiana, ma senza che si arrivasse mai all'approvazione di una legge o di una modifica costituzionale che sancisse lo stato di fatto riconosciuto peraltro anche in tutte le sedi istituzionali.


Prima di Fratelli d'Italia, durante la monarchia, l'inno nazionale è stato "La Marcia Reale d'Ordinanza", preceduta dalla "Fanfara Reale". Nel ventennio fascista, dal 1922 al 1943, ad ogni esecuzione pubblica della Marcia Reale seguiva Giovinezza, l'inno ufficiale del Partito Nazionale Fascista.

VIDEO : Giovinezza
 
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sabato 12 ottobre 2013 - 11:31   Ultimo aggiornamento: 14:47

Striscione dei leghisti: "Kyenge, il Congo ha bisogno di te"

Franco Grilli - Sab, 12/10/2013 - 16:19

Lega in piazza per dire no all'immigrazione clandestina. Maroni: "I barconi non si fermano a parole". Bare e striscioni accolgono il Carroccio

Che i leghisti ce l'abbiano con il ministro Kyenge non è una novità. Oggi, a Torino, dove si tiene una manifestazione contro l'immigrazione clandestina, la responsabile del dicastero per l'Integrazione viene di nuovo presa di mira: "Grati per avere scelto le nostre università per i tuoi studi - si legge in un cartello - i nostri ospedali per le tue specializzazioni. 

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Ma ora il Congo ha bisogno di te". È il testo di uno cartelli con la foto del ministro esposti dai militanti del Carroccio. Su un altro striscione si legge invece: "Kyenge, Boldrini, Pd e Grillini vogliono bene solo ai clandestini. Tutti a casa loro".  Intanto in piazza Castello bare, striscioni e slogan contro la manifestazione della Lega. Antagonisti, No Tav, Cub, Rifondazione Comunista, No Muos e altri comitati. I No Tav sfilano con un lungo lenzuolo nero con scritto "Alziamo la testa, uniamo le lotte. No Tav Associazione a resistere" e due bare, al grido "Noi la Lega non la vogliamo".

Maroni: i barconi non si fermano a parole

"L’immigrazione clandestina non si ferma con le chiacchiere - dice il leader della Lega, Roberto Maroni, appena arrivato a Torino - ma, come facevo io quando ero ministro, mandando le navi a pattugliare le coste e costringendo i paesi del Sud del Mediterraneo a controllare le loro coste e a fermare i barconi". Poi Maroni respinge al mittente l'accusa di razzismo: "Dire che la nostra è una manifestazione razzista è una grande stupidaggine. È una manifestazione per affermare il principio della sicurezza che noi vogliamo, per affermare la totale contrarietà all’amnistia che si prospetta in parlamento e per dire al governo e all’Europa sveglia perché il contrasto all’immigrazione clandestina non si fa con le chiacchiere, si fa come facevo io quando ero ministro, mandando le navi a pattugliare il Mediterraneo e costringendo i governi dei Paesi da dove partono i barconi a fermarli. Il resto sono chiacchiere. Così si salvano vite umane. Il resto è solo polemica contro la Lega".

Bossi: fermatevi, qui non c'è posto

"Tutti gli Stati hanno le frontiere se no non sono Stati - dice Umberto Bossi - soprattutto in momento di crisi come questo bisogna dire fermatevi perché qui non c’è posto". L’Australia - sottolinea il senatore - dà degli avvisi ai naviganti e fa sapere che non conviene entrare in maniera clandestina. Da noi vengono tutti perché vengono aiutati l’Africa è un continente con più di un miliardo di abitanti, non possiamo prendere un miliardo di persone".

Il ministro: servono più pattuglie in mare

Ora "guerra a tutto campo alla criminalità organizzata transnazionale che gestisce queste tratte di esseri umani. Ci sono leggi che vanno applicate e, se necessario, bisogna renderle ancora più dure", ha detto il ministro Kyenge in un'intervista al Mattino, spiegando che nell’immediato "bisogna rafforzare i controlli nelle acque del Mediterraneo" per fermare "la nuova mafia transnazionale sulle rotte del Mediterraneo. Dietro queste tragedie, man mano che la drammatica instabilità dei Paesi africani aumenta, ci sono traffici di esseri umani. C’è chi strumentalizza queste emergenze umanitarie per arricchirsi alle spalle di chi fugge da guerre e fame". E sulla Bossi-Fini dice che c’è stato un "buon inizio al Senato", ma "è un percorso lungo e abbiamo fatto solo i primi passi". La legge "va cambiata" ma con "cambiamenti da fare insieme, nella condivisione, nel confronto, nella partecipazione" e "con il consenso di tutte le parti politiche".

La memoria corta di De Benedetti

Redazione - Sab, 12/10/2013 - 14:51

L'operazione studiata per Alitalia non piace nemmeno a noi, ma della morale dell'Ingegnere facciamo volentieri a meno

Sull'intervento delle Poste nel milionesimo salvataggio di Alitalia le battute in rete si sono sprecate, dal «Bancopista» alla «cartolina d'imbarco».

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Ma in mezzo a tanta ilarità è suonata stonata la chiosa di Carlo De Benedetti, secondo il quale l'intervento delle Poste cela il salvataggio della compagnia «Air Mistral» e che in realtà si sta parlando solo di «soldi che vanno da una tasca all'altra». Detto da chi bene se ne intende di passaggio di soldi (dalle tasche altrui alle proprie) sarà sicuramente vero, ma non si può fare a meno di rimanere stupiti davanti alla sfrontatezza di chi in passato confessò di aver pagato tangenti per ottenere commesse proprio dalle Poste.

La questione è nota e risale ai tempi in cui l'Ingegnere era al vertice di Olivetti, da cui le Poste compravano copiatrici e telescriventi. Su questi ordinativi l'Olivetti prosperava e De Benedetti dichiarò al Wall Street Journal che «se dovessi rifare tutto di nuovo lo rifarei: pagherei le tangenti ai politici per ottenere le commesse». Adesso che di tangenti (si spera) non ce ne sono, verrebbe da dire che l'ultimo che dovrebbe fare lo schizzinoso sulle manovre delle Poste dovrebbe essere proprio lui. Che poi l'operazione studiata per Alitalia non piaccia nemmeno a noi, questo è sicuro. Ma della morale dell'Ingegnere facciamo volentieri a meno.

Il Cremlino lancia Sputnik, il motore di ricerca che fa concorrenza a Google

Corriere della sera

Il governo fornirà il capitale iniziale. L'idea nata nel 2008 per contrastare la diffusione di articoli anti Putin

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Il Cremlino lancia «Sputnik» Col lancio in orbita del satellite artificiale Sputnik, letteralmente «compagno di viaggio», la Russia dava inizio all'era spaziale, spalancando all'uomo le porte del cosmo e umiliando gli Stati Uniti. A 56 anni di distanza da quell’impresa, il Cremlino ora intende conquistare anche l’universo di Internet. Il governo russo ha stanziato 20 milioni di dollari per lo sviluppo di un motore di ricerca statale. Sputnik dovrà frenare l'influenza di Google e di Yandex, perché oggi il peso della televisione di Stato non basta più.

LO SCETTRO - Il centro dell'universo online in Russia è Yandex, il motore di ricerca più importante del Paese, che in realtà vince anche in tutta l'Europa dell'Est la sfida di Google. Yandex domina infatti nell'ambito della ricerca via Web (60%), mentre la quota di mercato di Mountain View si ferma al 26%. Come riferisce il quotidiano moscovita Vedomosti, la compagnia telefonica statale Rostelekom ha riunito ora un team di esperti che dal prossimo anno dovranno detronizzare Yandex e Google. Il motore di ricerca statale si chiamerà Sputnik. Il capitale iniziale arriverà dal Cremlino e, come primo passo verso la conquista del Web russo, sarà installato su tutti i computer dei dipendenti statali, che sono milioni.

TV SUPERATA - L’anno scorso, Yandex ha registrato un miliardo di dollari di fatturato, il 44 per cento in più del 2011. Numeri da capogiro. Gli utili, al lordo di interessi e imposte, sono stati 400 milioni. Un altro dato: ad oggi sono 70 milioni i russi che navigano su Internet, più di qualunque altro paese europeo. Sulla sua homepage, Yandex.ru propone innumerevoli servizi: notizie aggiornate, previsioni meteo, video, musica, annunci economici e così via. Il motore di ricerca raggiunge ogni giorno più persone della principale emittente televisiva russa di carattere pubblico, Primo Canale.

Ciò nonostante, se tutte le grandi tv sono in mano al Cremlino, il quarto motore di ricerca più importante del globo non lo è. La società «d'importanza strategica» per il Paese è controllata dal suo fondatore Arkady Volozh. Che non si può certo definire filo-governativo. Nei mesi scorsi il colosso ha gridato alla protesta contro la censura dopo l’entrata in vigore in Russia della controversa legge anti-pirateria, che mira a combattere la diffusione online di video e film in violazione del copyright. La dialettica politica si è insomma trasferita sul web, a colpi di video, tweet, Internet tv.

SUCCESSO - L’idea di creare Sputnik, spiegano alcuni conoscitori, sarebbe nata già nel 2008, dopo la guerra d’agosto contro la Georgia e i tantissimi articoli anti-Cremlino che a quel tempo inondavano Google e Yandex. Tuttavia, gli esperti di Internet non scommettono su un successo immediato del motore di ricerca controllato da Mosca: l’investimento di 20 milioni di dollari è troppo modesto per riuscire ad intaccare il potenziale rivale. Yandex conta 3.500 dipendenti e nello sbarco alla Borsa di New York, due anni fa, ha raccolto la cifra impressionante di 1,3 miliardi di dollari.

12 ottobre 2013

Ecco il nuovo mondo L’ha ridisegnato Internet

La Stampa

Oxford, una mappa valuta i Paesi secondo gli accessi al web. Con molte sorprese: il peso del Pianeta si sposta verso Oriente

vittorio sabadin


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I confini dei Paesi posti sulle carte geografiche delimitano lo spazio che occupano sulla Terra, ma non ci dicono molto altro. Essere grandi non vuole sempre dire essere anche forti, mentre minuscole, insignificanti nazioni controllano buona parte della ricchezza globale. Così, ogni tanto vale la pena di ridisegnare la mappa del mondo in altri modi, per evidenziare chi conta davvero. 

L’Oxford Internet Institute ha creato un nuovo atlante geografico prendendo come parametro la diffusione del web nei diversi Paesi, che sono stati dimensionati in base al numero degli utenti e alla potenzialità di incrementarli nei prossimi anni. La mappa che ne è risultata non ha nulla a che fare con quelle che siamo abituati a vedere e assomiglia più a quella che disegnerebbe un alieno di un’altra galassia, se dovesse basarsi solo sui segnali che riceve dai computer terrestri. Pensando che Internet è disponibile globalmente in modo uniforme, assegnerebbe più spazio dove ci sono più segnali e meno dove l’emissione è irrilevante. 

Ragionando più o meno allo stesso modo, i ricercatori Mark Graham e Stefano De Sabbata hanno cancellato dalla cartina del mondo i Paesi con meno di un milione di connessioni Internet. Al loro posto c’è l’acqua degli oceani o qualche vicino che invece si è allargato un po’. Buona parte dell’Africa è così scomparsa, soprattutto nella zona sub-sahariana, mentre Sud Africa, Nigeria, Kenya e i paesi che si affacciano sul Mediterraneo hanno registrato sensibili crescite rispetto ai dati resi noti nel 2008 dalla World Bank. 

Ma la variazione più significativa riguarda la Cina, che ha largamente sopravanzato la Russia come massa di terra. Chi ancora pensa che l’inglese sia la lingua del web dovrà ricredersi presto, visto che il 42% degli utenti globali vive in Asia, e che Cina, India e Giappone superano già l’intera Europa e il Nord America nel numero di persone connesse. Ma questo è ancora niente: in Cina mezzo miliardo di persone è online e un altro mezzo miliardo è in attesa di esserlo. Solo il 20% degli abitanti dell’India ha accesso a un computer ma nel giro di pochi anni gli utenti saranno centinaia di milioni. Quando tra un paio d’anni si rifarà la cartina, l’Europa e gli Stati Uniti saranno ancora più piccoli, e l’Asia dominerà il mondo. 

L’Italia non se la cava malissimo. Nella mappa conquista più terreno di quello di cui geograficamente dispone, divora la Corsica che non esiste più, e ha il colore pallido che gli studiosi hanno assegnato nella ricerca ai Paesi ancora dotati di possibilità di crescita nel numero degli utenti connessi. Il Portogallo quasi sparisce, come la Grecia, ma tutti i paesi con una penetrazione del web superiore all’80% sono in Europa, meno il Canada, la Nuova Zelanda, il Qatar e la Corea del Sud. 
Solo un terzo della popolazione mondiale, sottolinea lo studio di Oxford, ha accesso al web e la nuova mappa mostra non soltanto i nuovi rapporti di forza del Pianeta in base alla disponibilità di tecnologie di comunicazione, ma anche l’inesorabile crescita del digital divide, che rischia di lasciare indietro per sempre vaste aree del pianeta. 

Il divario fra chi ha e chi non ha è molto ampio, ma sarà più grande e più grave quello tra chi è connesso e chi non lo è. E nessuno è ottimista al riguardo: chi guadagna uno o due dollari al giorno non ha l’elettricità in casa, ed è inutile mandargli un computer. Né le grandi compagnie hanno interesse a fare investimenti in aree dove la gente non ha soldi da spendere e che resteranno dunque abbandonate e sempre più isolate dalla possibilità di accedere alle informazioni. La cartina del mondo cambierà ancora, e probabilmente ci piacerà sempre meno. 



La geografia secondo Internet
La Stampa




All'Oxford Internet Institute hanno pensato di riscrivere la geografia mondiale. Come? Tracciando nuovi confini sulla base degli accessi a Internet. In questa mappa le nazioni si allargano o si restringono in base alla propria “popolazione del web”, cioè il numero di persone che dispone di una connessione. La mappa utilizza i dati del 2013 rilasciati dalla Banca Mondiale .
Ogni Paese è disegnato in base alla sua popolazione di utenti Internet e ogni esagono rappresenta circa 300 mila persone. Guardando i paesi più grandi sulla cartina, si notano due tendenze importanti: l'ascesa dell'Asia - il 42% degli utenti Internet del mondo vivono lì – e la presenza online di Cina, India e Giappone che ospitano gli stessi utenti di Europa e Nord America messi insieme.



Questa mappa utilizza le statistiche del 2008 della Banca mondiale, che ha rintracciato il numero di utenti di Internet Paese per Paese e il numero di connessioni disponibili ogni 100 persone (i dati sono stati raccolti dal 1990 al 2008). La dimensione di ogni nazione è disegnata sulla base della percentuale di utenti. L'ombreggiatura riflette il tasso di penetrazione di Internet: le tonalità più scure indicano i livelli più elevati di utilizzo tra la popolazione. Le nazioni con numeri inferiori ai 2 milioni di persone sono stati rimossi dalla mappa. La Cina ha il maggior numero di utenti a livello mondiale (attualmente ci sono oltre 400 milioni di persone connesse in Cina), nonostante il suo tasso di penetrazione sia relativamente basso. Contrariamente, il numero di utenti in Sud America e in Africa è così basso da rendere i due continenti più piccoli degli Stati Uniti e l'Africa quasi irriconoscibile sulla mappa.



I vari colori indicano il sito più visitato in ciascun Paese. Il predominio è evidente. La supremazia di Google e Facebook su qualsiasi altro sito web è palese. Google è il sito più visitato in gran parte d'Europa, Nord America e Oceania. Il social network di Zuckerberg, invece, è il sito più visitato in gran parte del Medio Oriente e Nord Africa, così come gran parte del Sud America. La situazione è più complessa in Asia. I concorrenti locali sono stati in grado di resistere ai due grandi imperi americani. Baidu è noto come il motore di ricerca più utilizzato in Cina. I “territori” che sono sfuggiti ai due colossi statunitensi includono Yahoo! Japan (nato in join venture con SoftBank) e Yahoo! Taiwan (dopo l'acquisizione di Wretch). Il quotidiano Al-Watan Voice è il sito più visitato nei territori palestinesi, il servizio di posta elettronica Mail.ru è il più utilizzato in Kazakistan, il VK social network più cliccato in Bielorussia, e il motore di ricerca Yandex con più accessi in Russia. La mappa è stata realizzata in base ai dati rilasciati da Alexa lo scorso 12 agosto 2013.



In quest'ultima mappa - realizzata da Mark Graham e Stefano De Sabbata dell'Oxford Internet Institute - i Paesi che utilizzano quasi esclusivamente un certo servizio Internet o motore di ricerca sono state colorate (secondo il colore abbinato al sito) e ingrandite in maniera esponenziale in base al numero di utenti. Google è mostrato in rosso, Facebook è blu. Yahoo è mostrato in viola e ha una delle sue roccaforti in Giappone. La particolarità: Facebook è il social network preferito anche in Nepal e Mongolia.

Credits: Mark Graham, Stefano De Sabbata, Oxford Internet Institute

Kyenge: ora pattuglie in mare contro i trafficanti di uomini

Il Mattino
di Antonio Manzo


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«Ed ora guerra a tutto campo alla criminalità organizzata transanazionale che gestisce queste tratte di esseri umani». Le notizie dell’ultima strage in mare che arrivano da Lampedusa intristiscono il ministro Kyenge. Nell’immediato cosa fare? «Bisogna rafforzare i controlli nelle acque del Mediterraneo». E sul percorso di riforma della legge Bossi-Fini spiega: «Cambiamenti da fare insieme, nella condivisione, nel confronto, nella partecipazione».

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sabato 12 ottobre 2013 - 08:00   Ultimo aggiornamento: 08:08



Il grande affare sui bimbi: costano come un adulto

Il Mattino
di Gigi Di Fiore


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L’immigrazione dal volto innocente di decine e decine di bambini. Anche loro in tanti sui barconi della speranza. Anche loro morti in mare, o tra i superstiti con gli occhi accecati dal terrore. Otto giorni dopo la tragedia di Lampedusa, anche nel naufragio di ieri nelle acque maltesi c’erano tanti bambini. Una decina i primi ad essere portati in salvo. Otto sono arrivati in elicottero da Malta a Lampedusa. Tra i 56 naufraghi salvati dalla Marina militare italiana, nove erano minorenni. Dieci i bimbi morti, tra i primi corpi recuperati a mare.

Bambini in fuga, bambini tra i migranti, bambini nei barconi. Molti sono spesso senza genitori. Li chiamano «minori non accompagnati». Hanno in media dagli undici ai sedici anni. Le famiglie fanno sacrifici per il loro futuro, con i risparmi accumulati in una vita: agli scafisti senza scrupoli pagano 1800 dollari per ogni ragazzo affidato a quei barconi, strumenti delle mafie che lucrano sul traffico umano. In tasca, i bambini spesso hanno un indirizzo, un nome di parenti in Europa da raggiungere.

Se in Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia, Tunisia, c’è morte, guerre, siccità, se mancano i soldi per garantire il viaggio a tutti, almeno vadano i figli piccoli a cercare di conquistarsi il diritto a vivere.
«Sono proprio i minori, le vittime principali del dramma vissuto dai migranti - dice Raffaela Milano, direttore del programma Italia Europa di Save the children - Bisogna uscire dalla logica dell’emergenza e trasferire i più deboli in strutture meno precarie dei primi centri di accoglienza».

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sabato 12 ottobre 2013 - 08:17   Ultimo aggiornamento: 09:06

Il blog di Grillo attacca il Fatto Quotidiano: «Falsi amici, sobillano i nostri deputati»

Corriere della sera

Dopo le polemiche sul reato di clandestinità, arriva un’altra scomunica. E questa volta è contro un giornale apprezzato dal M5S

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Grillo , o meglio il suo blog, attacca anche il Fatto Quotidiano, giornale fino ad oggi considerato vicino al Movimento Cinque Stelle e spesso citato dai parlamentari come uno dei pochi organi di informazione degno di essere letto. Così, dopo la clamorosa sconfessione dell’emendamento per l’abolizione del reato di clandestinità, Grillo e Casaleggio continuano a riservare sorprese. Difficile capire quale sia la logica di queste scelte. Ma nel post, pubblicato sul beppegrillo.it, si legge : «Possente campagna sul Fatto Quotidiano, che ha sostituito l’Unità come organo del PD (menoelle, ndr), ricca di battute e insulti contro Beppe Grillo (nuovo leghista...) e parte della rete M5S che non si prostra alle gonnelle piddine e al’ipocrisia del momento sul tema immigrazione».

LUPI E PECORE - Così, dopo essere rimasti orfani di Milena Gabanelli, attaccata per un servizio considerato poco equilibrato, ora dall’alto arriva un nuovo diktat: «anche i giornalisti del Fatto non sono nostri amici». Dal profilo Twitter di Grillo parte anche un attacco personale ad Andrea Scanzi, giornalista del Fatto Quotidiano «Non mi sono mai candidato in Forza Italia. Andrea Scanzi dice il falso», firmato Gianroberto Casaleggio. Il guru evidentemente non ha gradito un corsivo di Scanzi dal titolo «M5S, il post disastroso di Grillo & Casaleggio», nel quale si ricordava una vecchia candidatura di Casaleggio per una lista civica considerata vicina al centrodestra.

A far saltare i nervi sembrano essere dunque gli attacchi arrivati a Grillo e Casaleggio da più parti per una svolta considerata leghista. L’attacco pubblicato sul blog e firmato da Ernesto Leone Tinazzi, attivista romano, prosegue così: «Con articoli di basso livello e mediocri ricchi di insulti, velate porcate e accuse di xenofobia, borghezio oriented e invito a mandare a fare in c...o i garanti dell’M5S, nonchè sobillare i nostri senatori e deputati. Inutile linkare, potete andare a leggere sul loro sito. Sempre vero: meglio nemici diretti, che falsi amici. Posso solo non acquistare il fatto quotidiano; piu’ serio comprare l’Unità o nulla (come faccio da tempo), giornale di partito non mascherato che non ti prende per il c...o».

LE REAZIONI - L’attacco però non è piaciuto a molti attivisti che lo hanno criticato sul blog: «State diventando paranoici», scrive qualcuno, «Grillo, è meglio che per qualche giorno taci», attacca qualcun altro. E, infine, «Stai trasformando un movimento pulito in uno xenofobo, io vado via a gambe levate». Come dire, insomma, che non tutti gradiscono le ultime scelte di Grillo e Casaleggio.




A Cernobbio c'è anche Casaleggio (08/09/2013)

L'auto di Grillo nel garage di Montecitorio (10/05/2013)

Beppe Grillo, appello a Bersani: «Voti la Gabanelli» (16/04/2013)

12 ottobre 2013

Stranieri, i trucchi per aggirare le leggi «Così evitiamo di essere espulsi»

Corriere della sera

Dal sovraffollamento dei Cie agli escamotage burocratici: i racconti degli addetti alle forze dell’ordine e dei protagonisti


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Mercedes si è presa un mese di ferie per tornare a casa, in Ecuador. Lo fa anche per rivedere i familiari che non abbraccia da due anni. Ma, soprattutto, vista la crisi che è in ascesa libera, torna in patria per sposarsi. Un matrimonio combinato in cambio di 12 mila euro. Quando Mercedes rientrerà a Milano, chiederà il ricongiungimento familiare. Lui prende un permesso «per famiglia» e da quel momento sarà autonomo: se lavora potrà avere il permesso «per lavoro». Se si separa, avrà un permesso di «attesa occupazione». Di certo la moglie incassa i soldi e poi ognuno per la propria strada.

GLI ESCAMOTAGE - Uno dei tanti casi di escamotage nell’intricata giungla della legge Bossi-Fini, sempre più difficile da applicare: molti principi fondamentali sono stati snaturati nel corso degli anni a colpi di sentenze di Corte costituzionale o giustizia europea. Cinesi, tunisini, albanesi, brasiliani. Tutti hanno il modo per evitare di essere rimpatriati. Basta un giro nell’Ufficio stranieri della Questura per farsi raccontare i trucchi più usati per bypassare le norme e restare in Italia.

I CIE - Per quanto riguarda i Centri di identificazione e espulsione (Cie), il numero limitato di posti incentiva gli stranieri a non farsi identificare. Confidano nella mancanza di posti per essere nuovamente rilasciati. E, purtroppo, persone non regolari sul territorio, altro non possono fare che delinquere per sopravvivere. Tra l’altro, il numero limitato di posti, nega la possibilità di trattenere lo straniero per il tempo necessario alla sua identificazione. «L’incessante accompagnamento di clandestini - sottolineano all’Ufficio stranieri - ci costringe a rilasciare persone meno pericolose per trattenere quelle più pericolose. E i rilasciati vengono muniti di ordine ad abbandonare il territorio entro 7 giorni». Ma non lo fa nessuno.

TUNISIA - Le autorità diplomatiche tunisine, invece, in caso di mancanza di passaporto di un loro cittadino, fanno «resistenza passiva» alla concessione di lasciapassare, impiegando tempi biblici per la identificazione. Non solo: se un tunisino, pur essendo clandestino, dichiara di avere famiglia in Italia, le autorità diplomatiche non concedono il lasciapassare. Cina Con i cinesi è praticamente impossibile ottenere un lasciapassare dal loro consolato, se non viene prodotta una fotocopia del passaporto dello straniero, che si guarda bene dal mostrarlo. È vero che non averlo è un reato, ma il clandestino non lo porta mai con sé per non essere identificato. Viene denunciato a piede libero e lui si rende irreperibile sul territorio.

ALBANIA - A fronte di una grande collaborazione con le autorità diplomatiche, il problema più grosso è la possibilità che gli albanesi hanno in patria di cambiare, legalmente, le generalità sul passaporto, ottenendone uno completamente diverso. «Questo - spiega chi è preposto al controllo - comporta la necessità di foto-segnalare lo straniero per vedere se ha avuto espulsioni. Ma viene fatto sporadicamente in fase di controllo per strada, perché diventa una notevole perdita di tempo per l’equipaggio che deve recarsi in Questura per le operazioni tecniche». Altro escamotage: molte donne albanesi in stato di gravidanza, entrano in Italia (sono esenti dal visto) con un timbro sul passaporto «uniforme Schengen». Trascorsi 90 giorni, diventano irregolari, ma ottengono obbligatoriamente un permesso di soggiorno per «cure mediche», che consente loro di usufruire delle strutture sanitarie italiane fino al compimento del sesto mese del bambino.

BRASILE - Un discorso a parte meritano i brasiliani. Quelli senza passaporto non possono essere espulsi se non firmano di proprio pugno il lasciapassare. Così, se il brasiliano non vuole espatriare, è sufficiente che perda il passaporto e si rifiuti di firmare. In Italia i brasiliani possono venire senza visto e rimanere per tre mesi dal timbro di ingresso sul passaporto. Così, viados e prostitute iniziano a battere i marciapiedi lombardi. Anche se sanno di essere malati di Aids. E quando i tre mesi scadono, «cerbiatti» e «lucciole» si presentano in ospedale per farsi rilasciare un documento che attesti l’infezione e permette loro di chiedere un permesso di soggiorno per «cure mediche». «Più dell’80 per cento dei transessuali brasiliani a Milano - secondo statistiche recenti - è sieropositivo e la patologia impedisce il trattenimento nei Cie per l’espulsione». «Al Cie di via Corelli - ricordano i responsabili della Croce Rossa - quando eravamo al completo, i 28 posti per i transessuali erano sempre liberi, perché dovevamo dichiarare che non potevano rimanere a causa della malattia».

UCRAINA - Un ucraino che vuole venire in Italia, anche per turismo, non potrà mai farlo con l’unico canale ufficiale preposto allo scopo: l’ambasciata o il consolato. Il passaggio in questi casi è un po’ tortuoso e spesso ai limiti della legge. Si passa attraverso agenzie, non tutte «trasparenti», che agiscono sul territorio ucraino. Queste vogliono almeno mille euro per procurare un visto turistico, spesso in area Schengen, in Romania o Polonia. E da qui, ti portano in Italia. In pratica è più facile ottenerlo in quei Paesi comunitari dove le regole sono meno restrittive.

MOLDAVIA - I moldavi hanno più difficoltà a venire da noi. È difficile ottenere qualsiasi di visto per uscire dal Paese. Ma qualcuno ci riesce, soprattutto quelli al confine con la Romania. Si procura, anche legalmente, un passaporto romeno e il gioco è fatto.

12 ottobre 2013

Un altro Nobel sulla fiducia e uno scivolone su Malala

Fiamma Nirenstein - Sab, 12/10/2013 - 09:05

Premiata l'Opac, l'ente anti armi chimiche che deve ancora dimostrarsi efficace a Damasco. Bocciare la ragazza pachistana è l'ennesima prova di irrilevanza

 

Avevano Malala, la piccola pachistana che ha quasi dato la vita per aprire la strada verso la scuola a tutte le bambine in un mondo di talebani assassini: solo il Cielo sa che cosa può avere trattenuto la sussiegosa, pretestuosa giuria del Premi Nobel dall'assegnarle il premio per la Pace per appuntarlo ancora una volta sullo smoking della loro stantia correttezza politica, fatta di prevedibili sorrisetti e formalità, riflessa nello specchio delle loro brame.

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Il Nobel è andato a un'aspirazione condivisibile: quello che in inglese si chiama wishful thinking, letteralmente pensiero desideroso, o desiderante, è dedicato all'Opac, l'Organizzazione per la Proibizione della Armi chimiche nata il 29 aprile del '97 che collabora con l'Onu, gruppo meritorio che lavora duro, per «verificare l'adesione alla convenzione sulle armi chimiche». La motivazione del Nobel è legata al fatto che l'organizzazione ha 27 ispettori in Siria per smantellare l'arsenale chimico di Assad e distruggere circa mille tonnellate di gas nervino in una situazione di guerra molto pericolosa.

Per ora il team, certo fatto di gente coraggiosa, ha ispezionato tre siti e deve visitarne una ventina. Ha un compito difficilissimo per il quale li ammiriamo, che vorremmo vedere realizzato ma che, e questo è incontrovertibile, non è ancora stato realizzato e chissà se lo sarà mai. La collaborazione con gli uomini di Assad può condurre su false piste, la guerra può fermare o rallentare l'operazione in maniera definitiva, il trasbordo di armi chimiche compiuto da Assad in Irak e in Libano può rivelarsi lesivo della possibilità di togliere di mezzo i pericoli peggiori, i ribelli possono boicottare un'impresa che sta giovando a Assad. Insomma il Nobel sceglie una strada non pragmatica che rischia l'inconsistenza, soprattutto quando si sa che l'alternativa di Malala era pragmatica, una promozione politica, un messaggio a tutto il mondo islamico.

Il Premio Nobel per la Pace ha dimostrato molte volte una preferenza per la faciloneria: il desiderio di compiacere il gusto popolare lo rende irrilevante. L'Unione europea, nel 2012, è stata premiata al picco del malessere economico che tutti i suoi abitanti soffrono; l'elogio della pace che avrebbe portato, è contraddetto dalla situazione di serbi, kosovari, croati, azeri, armeni, curdi, turchi, ciprioti, ceceni, osseti, albanesi, macedoni. In Medio Oriente l'Europa è un danno, il suo atteggiamento verso il conflitto israelo palestinese tendenzioso, il suo tocco sulle «primavere arabe» è stato esornativo e subalterno.

Nel 2009 il bizzarro premio a Obama appena eletto gli fu assegnato solo perché non era George Bush, senza nessuna garanzia. Infatti il seguito ha dimostrato che quel premio lo ha issato, sin dal discorso del Cairo su una nuvola di universalità che hanno gettato il mondo nella più grande confusione. Carter è stato mallevadore dell'accordo israelo egiziano, ma ha lasciato che l'Iran fosse inghiottito nella deriva islamista; El Baradei, mentre era il capo dell'Agenzia Internazionale per l'energia atomica che avrebbe dovuto denunciare le strutture atomiche iraniane, di fatto e forse anche di diritto ha aiutato gli ayatollah nel loro scopo;

Yasser Arafat ha rifiutato la migliore delle paci con Israele, mentre era senz'altro stato l'inventore di gran parte del terrorismo internazionale; Kofi Annan, come dice la motivazione, forse avrebbe voluto che l'Onu «lavorasse per un mondo meglio organizzato e più pacifico» ma ditemi voi se ce l'ha fatta. Poi ci sono i pressappochismi puri e semplici, come il premio a Rigoberta Manchu, sulla base di informazioni poi risultate false. Sarebbe bello istituire il Premio Nobel mancato: oltre a quello di Malala, ci sono due buchi neri nel 1948, quando il Nobel non fu assegnato per mancanza di candidature ritenute degne. Era l'anno in cui fu assassinato Gandhi e in cui Ben Gurion proclamava lo Stato d'Israele. A Oslo non se ne accorsero.

Nobel, cosa cambia se vince una sigla

La Stampa
gianni riotta


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Il primo premio Nobel per la Pace venne assegnato, senza troppe cerimonie, nel 1901, dopo un incontro del Parlamento norvegese durato pochi minuti. I premiati, Jean Henry Dunant e Frederic Passy non erano presenti, niente discorsi, strette di mano di prammatica e via. Ma il mito era nato, preservato fino a noi con la vittoria di ieri per l’Opac, Organizzazione internazionale per la proibizione delle armi chimiche. Allora vinsero due uomini, lo svizzero Dunant, padre della Croce Rossa e della Convenzione di Ginevra, il francese Passy, fondatore di una Società per la Pace, antenata delle Nazioni Unite. Ieri ha vinto un ufficio. Cambia molto?

Sì, cambia molto. Perché l’Opac, fondata nel 1997 e diretta dall’ambasciatore turco Ahmet Üzümcü (lo avevate mai sentito fino a ieri?), è in realtà un minuscolo ufficio, con 41 delegati internazionali e uno staff modesto (nessuno rispondeva al telefono alla giuria del Nobel, «eravamo in riunione» ha risposto un imbarazzato impiegato). Non sono i premiati a condurre le ispezioni sul campo a caccia di armi chimiche proibite, non saranno loro a setacciare i campi della morte siriani trovando le prove dei crimini di guerra del regime di Assad in Siria. Per le ispezioni l’Opac si affida a tecnici professionisti, reclutati di solito dalle multinazionali della chimica o tra ex militari.

Dunant e Passy vinsero in persona, non con le sigle che avevano lanciato. Si accenderanno ora ammirate le coscienze dei ragazzi, come quando i premi andarono a Martin Luther King, Nelson Mandela, Madre Teresa, Aung San Suu Kyi, Albert Schweitzer, Tutu, Walesa, Sacharov? Si accenderanno irate le polemiche degli adulti come quando il premio per la Pace laureò Henry Kissinger, Arafat, Rabin, Peres, Sadat, Begin, De Klerk, venendo rifiutato dal leader vietnamita Le Duc To? No.

L’anno scorso vinse l’Unione europea, difficile che tanti si siano scaldati, prima aveva vinto Barack Obama che di pace ha molto parlato, colpendo poi con i droni in Pakistan più di Bush. E i premi andati a organizzazioni pur benemerite, il Friends Service Council dei Quaccheri nel 1947, l’International Labour Organization del 1969, gli International Physicians for the Prevention of Nuclear War 1985, le Pugwash Conferences on Science and World Affairs 1995, che traccia lasciano se non il bollino nel sito web?

Il Nobel per la Pace è, come tutti gli altri, un premio politico. Grandi scrittori come Borges, Simenon, Celine, Joyce, Fitzgerald, Ionesco, non hanno vinto perché le loro idee o lo stile personale non si confacevano all’idea di «letterato» cara alla giuria. Dal gelido punto di vista storico è difficile non vedere come Nixon e Mao, aprendo le relazioni tra Usa e Cina, abbiano dato pace al XX secolo, ma i giurati non avrebbero mai premiato il Presidente che bombardava la Cambogia prima del Watergate e il dittatore che ha fatto strage di contadini cinesi con la carestia. Arafat, De Klerk, Kissinger e Begin sì.

Che fare allora quando manca un vero profeta disarmato, come il pacifista tedesco Carl von Ossietzky, che nel 1936 ottenne il Nobel detenuto nelle carceri naziste, dove morirà due anni dopo, e Hitler si infuriò per la scelta al punto da proibire ai tedeschi di accettare nuovi premi? Meglio andare sui burocrati, Kofi Annan, el Baradei, perfino Sean Mac Bride, autore di un incongruo rapporto per nazionalizzare il giornalismo. 

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Nel 2013, in verità, una profetessa disarmata c’era, la sedicenne pakistana Malala Yousafzai, condannata a morte e ferita dai talebani perché crede al diritto – sancito dall’Onu – di ogni bambina a scuola ed educazione. È stata una settimana formidabile per le donne, l’economista Yellen a dirigere la Banca Centrale Usa, la Alice Munro Nobel per la letteratura, Malala poteva completare il «triplete» femminile. Ma il presidente del comitato Nobel, il compassato Thorbjørn Jagland, pur chiarendo «che certo, anche un bambino può vincere», ha deciso altrimenti.

Chi difende il Nobel dirà che la Siria, con 115.000 morti e l’uso dei gas, è emergenza: vero, ma lo era già un anno fa, quando vinse l’Europa, non proprio sollecita nell’occuparsi della mattanza di Damasco. E possiamo dire almeno che il premio ai gentiluomini dell’Opac è, come quello assegnato a Obama, un po’ prematuro, visto che stanno appena iniziando ad appaltare le ispezioni in Siria e i risultati sono, per ora, esili.

In realtà a decidere contro il Nobel a Malala è stata un’occhiuta e abile campagna internazionale che ha unito terzomondisti occidentali a nazionalisti e fondamentalisti pakistani. In Pakistan si dice spesso «Malala o Salala?”», ricordando il villaggio al confine con l’Afghanistan dove le truppe Nato hanno ucciso 25 soldati pakistani. L’editorialista pakistano Huma Yusuf ha addirittura spiegato, in un fondo sul New York Times ripreso dal Financial Times, perché gli intellettuali del suo paese considerano «ipocrita» il Nobel a Malala: tanti l’accusano di avere «finto l’attentato per diventare famosa», altri di essere (poteva mancare?) «agente della Cia».

La campagna contro Malala, a tratti violenta, a tratti untuosa e snob, ha vinto. Il Nobel scandinavo non deve suscitare polemiche ineleganti, tanto meno se mascherate da «difesa del Terzo Mondo». No: il premio Nobel per la pace deve essere celebrato online, in elzeviri sussiegosi e un po’ tromboni, e poi festeggiato in decine di party, tra un bicchiere di Chardonnay gelato e una fettina di brie.
Congratulazioni dunque all’ufficio dell’Opac e buon lavoro, – rimboccatevi le maniche! – da avviare in Siria. Vedremo il loro bilancio nel 2014, quando impareremo la nuova sigla sconosciuta rinvenuta dal Nobel. Quanto a Malala che aspetti, studi se può senza farsi ammazzare (in questi giorni i Tehreek-e-Taliban pakistani hanno confermato la sua condanna a morte) e, finiti i compiti, porti le prove di non essere spia della Cia.

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Il fidanzato è geloso: 25enne costretta a mettere il lucchetto ai jeans

Il Mattino


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VERACRUZ - Una moderna cintura di castità quella imposta dal fidanzato geloso a una ragazza di 25 anni di Zacatlame, sul golfo di Veracruz, in Messico. L'uomo, 40 anni, ha costretto la compagna per anni a indossare jeans chiusi da un catenaccio di cui lui solo aveva la chiave. Giunta allo stremo la ragazza, che aveva difficoltà anche per andare al bagno ma non aveva mai pensato di tagliare i jeans per liberarsi perché innamorata, si è presentata alla polizia per farsi liberare. L'uomo è stato fermato dalle autorità, ma una volta in carcere la donna non ha sporto denuncia. Il carceriere, quindi, si è limitato a firmare un documento dove assicura di non "rinchiudere" più la fidanzata.

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venerdì 11 ottobre 2013 - 21:28   Ultimo aggiornamento: 21:40

Papa Bergoglio non ci piace": Radio Maria manda via in giornalisti dopo l'articolo

Il Mattino


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ROMA - In seguito all'articolo 'Questo Papa non ci piace', firmato mercoledì 9 ottobre sul Foglio, siamo stati esautorati dalla conduzione delle trasmissioni che abbiamo condotto per dieci anni su Radio Maria». Lo denunciano sul quotidiano diretto da Giuliano Ferrara, Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, due giornalisti che alla Radio Maria di padre Livio Fanzaga avevano condotte le trasmissioni 'Incontri con la bioeticà (Palmaro) e 'Uomini e letteratura: incontri alla luce del Vangelò (Gnocchi). Spiegano i due giornalisti: «ci è stato comunicato con una garbatissima telefonata del direttore padre Livio Fanzaga, nei confronti del quale non muta la nostra amicizia. Ma questo non cambia la sostanza dei fatti. Padre Livio ritiene che non si possa essere conduttori di Radio Maria e, contemporaneamente, esprimere critiche sul Papa.

LA CRITICA Pur non condividendo questa linea editoriale, ne prendiamo atto rimarcando comunque che le nostre critiche a Papa Francesco non contengono una sola riga che non si attenga alla dottrina cattolica e non sono state espresse dai microfoni della Radio». Secondo Gnocchi e Palmaro, «l'atto compiuto nei nostri confronti risulta dunque abbastanza raro nell'uso giornalistico sia nella sostanza sia nel metodo colpendo delle opinioni, discutibili certo ma legittime, espresse su un'altra testata. Con questo non possiamo però tacere che, per dieci anni, abbiamo avuto la possibilità di trattare a Radio Maria in assoluta libertà temi molto scottanti per merito del suo direttore. Ed è proprio ciò che rende più amaro questo epilogo, di cui vogliamo dare così notizia anche agli ascoltatori delle nostre trasmissioni».

 
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venerdì 11 ottobre 2013 - 18:26   Ultimo aggiornamento: sabato 12 ottobre 2013 11:53

Palazzo Braschi, la storia d'Italia negli scatti di Robert Capa

Il Messaggero
di Federica Ricca


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Nelle fotografie di Robert Capa c’è tutto ciò di cui è fatta una guerra: distruzione, morte, ma anche fiducia e umanità. Al padre del fotogiornalismo è dedicata una mostra, ideata dal Museo Nazionale Ungherese di Budapest, a Palazzo Braschi fino al 6 gennaio, in cui sono esposti 78 scatti che raccontano lo sbarco degli alleati in Italia e il periodo dal luglio del ‘43 al febbraio ‘44. In quei mesi, Capa era corrispondente di guerra e collaborava con testate come Ce Soir, il Picture Post e l’americana Life, le più importanti riviste illustrate dell’epoca.

Tanti i momenti immortalati dal fotografo: una ragazza con la bicicletta accompagnata da un soldato, i cittadini in fila per l’acqua a Napoli, la distruzione della posta centrale di Napoli, la fuga sulle montagne vicino Montecassino, i morti tra le strade di Anzio. La mostra comincia con la Sicilia e nel suo libro “leggermente fuori fuoco”, Capa scriveva che, per il suo particolare ruolo a fianco dei soldati senza essere uno di loro, “era stato all’unanimità riconosciuto come siciliano”.

Il 23 agosto del 1943, la prima pagina di Life raccontava la resa di Palermo, attraverso un suo scatto. Uno scatto che, come gli altri esposti nella mostra romana, è in grado di rappresentare anche la fiducia degli italiani che accoglievano in festa gli alleati appena arrivati. Spinto sempre dal suo motto di vita “Ama la gente e faglielo capire”, Capa fotografava la vita dei soldati e dei civili con delicatezza, sincerità e sensibilità, cercando di avvicinarsi a loro il più possibile, perché, come diceva, “se le vostre foto non sono sufficientemente buone, vuol dire che non siete andati abbastanza vicino”.

Capa fu un corrispondente di guerra con una vita da solitario, da apolide. Nato in Ungheria, poi esiliato a Berlino e dopo a Parigi, dove assunse lo pseudonimo di Robert Capa, per acquistare credibilità presso i giornali.Una carriera la sua da 70mila scatti, durata 40 anni. Capa era amico di Henri Cartier-Bresson, con cui fondò la Magnum Photos, la più importante agenzia di fotogiornalismo del mondo e di Ernest Hemingway, protagonista di una istantanea della mostra. Dopo aver testimoniato lo sbarco degli alleati in Italia, Capa andò in Normandia, facendosi trovare pronto con la sua macchina fotografica per il D-day.

Raccontava la guerra e la vita. Lo fece in Italia, ma anche per i cinque maggiori conflitti mondiali: la guerra civile spagnola, quella sino-giapponese, la Seconda Guerra Mondiale, il conflitto arabo-israeliana del ‘48 e la prima guerra d’Indocina. Lì poi morì nel 1954, ucciso da una mina. Dopo la sua morte, l’amico Hemingway disse: “Era talmente vivo che uno deve mettercela tutta per pensarlo morto”. Quest’anno ricorre il centenario della nascita del fotografo, che coincide con il 70esimo anniversario dello sbarco degli americani in Italia. Per questo, l’esposizione dei 78 scatti continuerà. Dopo Roma, infatti, la mostra si sposterà a Firenze dal 10 gennaio al Museo Nazionale Alinari.


VIDEO

Robert Capa in mostra a Palazzo Braschi



FOTOGALLERY


Mostra dedicata al fotografo Robert Capa



Sabato 12 Ottobre 2013 - 07:54
Ultimo aggiornamento: 08:48

Morto a Roma l’ex SS Erich Priebke L’Argentina: «Non ospiteremo la salma»

Corriere della sera

Capitano tedesco, nel ‘44 partecipò all’eccidio delle Fosse Ardeatine. Aveva 100 anni, era stato condannato all’ergastolo


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ROMA - È morto a Roma l’ex ufficiale delle SS Erich Priebke, aveva 100 anni. Militare tedesco durante la seconda Guerra Mondiale, capitano delle SS in Italia, era stato condannato all’ergastolo per aver partecipato alla pianificazione e alla realizzazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. L’ex ufficiale scontava la sua pena agli arresti domiciliari a Roma, in un appartamento del quartiere Aurelio. L’avvocato Paolo Giachini, legale dell’ex SS, comunica: «Non sarà allestita alcuna camera ardente. L’ex ufficiale delle SS Erich sarà sepolto accanto alla moglie a Bariloche, nella città argentina dove anni fa si era rifugiato, ma ci sono ancora alcuni aspetti burocratici da risolvere». Ipotesi smentita ieri dal l ministro degli esteri dell’Argentina Hector Timerman, che — ha riferito il Ministero — «ha dato ordine di respingere ogni procedura che possa permettere l’ingresso nel paese del corpo del criminale Erich Priebke», spiegando che il Paese non vuole la salma perché «gli argentini non accettano questo tipo di offese alla dignità dell’uomo».

Priebke, la divisa, Bariloche, Roma

Priebke, la divisa, Bariloche, Roma Priebke, la divisa, Bariloche, RomaPriebke, la divisa, Bariloche, RomaPriebke, la divisa, Bariloche, RomaPriebke, la divisa, Bariloche, Roma

RAPPRESAGLIA PER VIA RASELLA - Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e fino al maggio 1944 Priebke operò nella capitale italiana sotto il comando di Herbert Kappler. In seguito all’attentato di via Rasella ai danni di una compagnia del battaglione Bozen - messo a segno dai Gap, Gruppi di Azione Patriottica - , il 23 marzo 1944, Kappler ordinò le esecuzioni di 335 ostaggi, da fucilare per rappresaglia dentro le Fosse Ardeatine. Operazione condotta il giorno 24 marzo anche dall’SS-Hauptsturmführer Priebke.

ARRESTO E PROCESSO - Nel 1994 viene rintracciato da una televisione americana e poi arrestato dalla polizia argentina a Bariloche. L’Italia ne chiede subito l’estradizione per la strage delle Fosse Ardeatine, estradizione che avviene l’anno successivo. A maggio del ‘96 inizia il processo militare per le sue responsabilità nella strage delle Fosse Ardeatine e nel ‘97 arriva la sentenza di primo grado: Priebke viene condannato a 15 anni (10 dei quali condonati). Nel ‘98 comincia il processo di Appello mentre, sempre nel ‘98 la Corte Militare d’Appello lo condanna all’ergastolo Erich Priebke , pena confermata dalla Corte di Cassazione . Dal ‘99 Il tribunale militare di sorveglianza concede a Priebke la detenzione domiciliare per motivi di salute.

L’SS che non si era pentito

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IL PERMESSO DI LAVORO - Nel giugno 2006, all’ex capitano SS era stato concesso il permesso di lavorare fuori casa. All’epoca il condannato per l’eccidio delle Ardeatine aveva 93 anni. Ma la sua «libera uscita» era durata solo un giorno: il magistrato militare di sorveglianza aveva cancellato il permesso dopo neppure 24 ore.

SVASTICHE E STRISCIONI - Per il compleanno del suo secolo, nel luglio 2013, a Roma erano comparse svastiche sulle sedi dell’Anpi (l’associazione dei partigiani e dei reduci) e del Pd, poi cancellate dalle squadre dell’Azienda municipale per l’ambiente. Eppure pochi giorni prima lo stesso sindaco di Roma Ignazio Marino, rispondendo a un appello del presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici, aveva avvertito: «Vigilerò personalmente affinché nessuna “festa” pubblica sia autorizzata in occasione dei 100 anni di Erich Priebke. Come più volte ricordato, Roma ha il dovere di ricordare chi ha combattuto per liberare la città dall’occupazione nazifascista e chi per mano di questa ha perduto la propria vita. Roma è stata insignita della Medaglia d’Oro della Resistenza e nessuno può festeggiare uno dei responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine».

L’ANPI: «UN CRIMINALE MA RISPETTIAMO MORTE» - «Rispettiamo la persona di fronte alla morte, ma non possiamo dimenticare le vittime delle Fosse Ardeatine. Erich Priebke è stato un criminale, al servizio di una dittatura sanguinaria». Così Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

I REDUCI - «Non ha scontato in vita e mi rammarico che non si sia mai pentito», ha detto Piero Terracina, uno degli ultimi reduci italiani al lager di Auschwitz: «non gioisco della morte di nessuno, spero che faccia i conti nella sede opportuna». Per Marcello Pezzetti, storico e direttore della Fondazione del Museo della Shoah di Roma, «non è morto nessuno! Priebke è nessuno. Il mio pensiero va a quelli che sono morti uccisi da lui»

L’ULTIMA INTERVISTA - E mentre la notizia della scomparsa del «boia» trova spazio anche sui siti esteri, suscita sconcerto l’ultima intervista «autografata» dallo stesso Priebke, risalente ai giorni dell’ultimo compleanno, in cui l’ufficiale rivendica «la fedeltà al proprio passato e nega l’esistenza stessa delle camere a gas: «non si sono mai trovate, salvo quella costruita a guerra finita dagli americani a Dachau». Una sorta di impressionante testamento politico, in cui si straparla di una «verità storica» manipolata dai «vincitori del secondo conflitto mondiale», che «avevano interesse a che non si dovesse chiedere conto dei loro crimini».


VIDEO : Priebke: quando nel 2012 augurava buon Natale alla Germania e criticava Ratzinger e Merkel
 
VIDEO :   Pacifici: «I 335 morti nell'eccidio delle Fosse Ardeatine si occuperanno di lui»


12 ottobre 2013






L’ultimo oltraggio di Priebke
La Stampa
mario calabresi


Le ultime parole lasciate da Erich Priebke sono l’ultimo oltraggio alle sue vittime. Provocano rabbia e sgomento e il fastidio terribile di essere state pensate per colpire senza doverne più pagare un prezzo, senza esserne responsabili.

L’istinto in questi casi porta a pensare che siamo stati troppo generosi con lui, che in altri Paesi l’ergastolo l’avrebbe scontato in una cella fino all’ultimo dei suoi giorni e che se lo sarebbe meritato. Ma per non farmi contagiare dalla stessa natura di cui era fatto Priebke – l’odio – ho provato a cercare una lezione e un senso a tutto questo. La prima è che la giustizia, seppure tardi, è arrivata e quest’uomo ha avuto una doppia condanna: essere scoperto e strappato, ormai ottantenne e quando era da tempo sicuro di averla fatta franca, al rifugio di oblio che si era costruito dopo la fuga e vedersi riconosciuto colpevole da un tribunale militare italiano.

La seconda lezione è che il male assoluto è esistito e Priebke ne è stato fino a ieri, e ancor oggi con le sue ultime parole, un testimone vivente. Il male è stato nelle persecuzioni naziste, nei campi di concentramento, in un’ideologia di sterminio, nella logica delle rappresaglie e delle decimazioni e nella totale mancanza di umanità e di capacità di ripensamenti.

La storia di Priebke, che ci auguriamo si chiuda qui con un silenzio e un oblio totali, senza camere ardenti, funerali e riti di sepoltura nostalgici, ci stimola a dare il meglio. A non dimenticare, ad impegnarci per tenere viva la memoria, per trasmettere a chi è giovane e a chi deve ancora nascere gli anticorpi di fronte ai negazionismi e alle ideologie di morte.



Dall’arresto in Argentina alla morte
La Stampa

Tutte le tappe della vicenda Priebke. Dall’ arresto a Bariloche, in Argentina, alla morte, queste le tappe principali della vicenda Priebke.


9 mag 1994 Rintracciato da una televisione americana. Priebke è arrestato dalla polizia argentina a Bariloche. L’Italia ne chiede l’estradizione per la strage delle Fosse Ardeatine.
21 nov 95 Priebke viene estradato in Italia.
8 mag 96 Comincia il processo militare per le sue responsabilità nella strage delle Fosse Ardeatine.
1 ago 96 Priebke è prosciolto dall’ accusa di “concorso in omicidio plurimo continuato”. Concedendo le attenuanti, il reato e prescritto. In serata Priebke è arrestato di nuovo per una richiesta di estradizione presentata dalla Germania.
15 ott 96 Il processo è da rifare: la Cassazione accoglie la richiesta di ricusazione del presidente del tribunale, Quistelli.
14 apr 97 Comincia il processo, nell’aula bunker di Rebibbia.
22 lug 97 Sentenza di primo grado: a Priebke 15 anni (10 dei quali condonati). 10 anni e 8 mesi a Karl Hass, subito liberato.
27 gen 98 Comincia il processo di Appello.
7 mar 98 La Corte Militare d’Appello condanna all’ergastolo Erich Priebke e Karl Hass.
16 nov 98 la Corte di Cassazione conferma la condanna all’ ergastolo per i due ex ufficiali nazisti.
8 feb 99 Il tribunale militare di sorveglianza concede la detenzione domiciliare per motivi di salute.
18 lug 00 La corte costituzionale esclude l’applicazione dell’ indulto per Priebke.
9 ott 03 Priebke chiede la grazia.
5 mar 04 Ciampi, la grazia presuppone il perdono dei familiari delle vittime.
8 ago 06 il Tribunale militare autorizza Priebke un temporaneo trasferimento a Cardana di Besozzo, sul Lago Maggiore, per una breve vacanza a casa di un amico.
25 mag 07 il Tribunale militare di sorveglianza autorizza Priebke a lasciare gli arresti domiciliari per recarsi al lavoro.
29 lug 13 A 100 anni dalla sua nascita, a Roma sono apparsi slogan e svastiche inneggianti riportanti la scritta «Dio stramaledica i tuoi accusatori», dedicatogli dalla “Comunità militante Tiburtina”.
11 ott 13 Muore a Roma e lascia come lascito un’intervista scritta e un video “testamento umano e politico”




Polizei, polizei» e la mia intervista all’aguzzino terminò con il suo arresto

Corriere della sera

Raggiunto a Bariloche l’ex SS venne preso dall’Interpol mentre, a casa sua, parlava con l’inviato del Corriere


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È un ricordo che non cancellerò mai, anche perché è stata una delle interviste più imprevedibili della mia vita professionale. Il criminale nazista Erich Priebke, esecutore per ordine di Herbert Kappler dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, si trovava da decenni nascosto nel sud dell’Argentina, a Bariloche. Villaggio che sembrava una cartolina della Baviera, ma con valli e laghetti incantati, dove Walt Disney aveva inviato i suoi sceneggiatori per il film «Bambi». Un innocentissimo Bambi era proprio il simbolo di quella città a ridosso delle Ande.


Priebke si era rivelato da solo perché, con estrema arroganza, aveva rilasciato una breve intervista ad una tv americana, confermando la sua identità. Era l’inizio di maggio 1994, poco dopo la morte di Ayrton Senna durante il Gran premio di Imola. Ai funerali del pilota, in Brasile, era andata la collega di Repubblica Emanuela Audisio, che il giornale giustamente, subito dopo, dirottò su Bariloche. Quando il Corriere mi telefono per chiedermi di provare a intervistare Priebke, partii ben consapevole del fatale ritardo.

Riuscii ad entrare a casa di Priebke il giorno dopo che la collega della Repubblica era riuscita a intervistarlo. Sperai che il criminale nazista potesse dire qualcosa di aggiuntivo. Invece, ripeté più o meno le stesse cose. Che amava l’Italia, che non era capace di far male ad alcuno, che aveva soltanto eseguito gli ordini. Il consueto copione. Non sapevo neppure se la mia storia sarebbe stata pubblicata sul giornale, quando suonarono alla porta. La moglie di Priebke, dopo aver risposto, arrivò trafelata nel tinello, dove stavo conducendo l’intervista, e, in tedesco, gridò «Polizei! Polizei», aggiungendo in uno spagnolo per me comprensibile: «Erich, ti avevo detto di non parlare. Sei un incosciente, un pazzo».

Ricordo il volto dell’ex aguzzino. Rosso, forse emozionato, poi improvvisamente pallido. Alzò lo sguardo e mi disse: «Signor Ferrari, sono spiacente, ma sono costretto a interrompere la nostra intervista». Gli agenti dell’Interpol, arrivati per arrestarlo, furono di poche parole. «Prepari in fretta le sue cose», dissero. Prima di rivolgersi a me con un «Chi è lei?». Un giornalista italiano, risposi. « E che cosa ci faceva in questa casa?». Un’intervista. «Chi le ha dato l’indirizzo?». L’ho letto sui giornali. Il giorno dopo la notizia dell’arresto di Erich Priebke, mentre stava dando un’intervista al Corriere della Sera, fu l’apertura di tutti i telegiornali italiani e fece il giro del mondo.
11 ottobre 2013





Dagli anni di Bariloche al quartiere Boccea “Buon Natale assassino”: Roma lo accolse così


L’ex capitano delle SS negli anni ‘50 scappò in Argentina. Scovato da una tv americana estradato in Italia e condannato all’ergastolo



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L’ex capitano delle SS Erich Priebke era stato estradato in Italia nel 1995 e trasferito nel carcere militare di Boccea. La sua responsabilità nel massacro era stata denunciata già dal 1991 denunciata nel libro di Esteban Buch «El pintor de la Suiza Argentina». Poi nel maggio del 1994, a partire da questo libro, il giornalista statunitense Sam Donaldson lo aveva raggiunto a San Carlos de Bariloche in Argentina e intervistato per la tv americana Abc. A San Carlos de Bariloche Priebke era arrivato alla fine degli anni ’50 dopo essere stato per alcuni anni a Buenos Aires dove era stato incrociato per caso nel 1954 da un giornalista italiano.

Una volta trasferito in Italia fu istruito il primo processo e Priebke fu imputato di «concorso in violenza con omicidio continuato in danno di cittadini italiani» per la strage delle Fosse Ardeatine avvenuta il 24 marzo del 1944. Il 1 agosto del 1996 il Tribunale militare dichiarò però di «non doversi procedere, essendo il reato estinto per intervenuta prescrizione» e ordinò l’immediata scarcerazione dell’imputato. La sentenza provocò nella notte un tumulto, presenti numerosissimi membri della comunità ebraica e parenti delle vittime.

In prima fila anche il mite Giuseppe Bolgia recentemente scomparso, figlio del ferroviere Michele, l’uomo che spiombava i treni dei deportati ucciso poi alle Ardeatine. La sentenza fu di fatto mai eseguita e il tumulto cessò quando il governo italiano – Guardasigilli era Giovanni Maria Flick - annunciò che Priebke non sarebbe stato liberato nonostante la sentenza del Tribunale Militare. Poi la Corte di Cassazione provvedette ad annullare la sentenza, disponendo così un nuovo processo a carico di Priebke. L’ex capitano fu prima condannato a 15 anni, poi ridotti a 10 per motivi di età e di salute. Poi però la Corte d’Appello militare nel marzo del 1998 riformò la sentenza e lo condannò all’ergastolo. La sentenza fu infine confermata dalla Cassazione lo stesso anno.

A causa della sua età avanzata, sia a Priebke che ad Hass fu concessa la detenzione domiciliare. Così al termine di un lungo processo, nel 1998, Priebke venne ospitato sulle prime in un convento, poi il suo procuratore Paolo Giachini lo portò a casa sua, in un piccolo appartamento in zona Boccea. I vicini di casa accolsero Priebke che non aveva mai mostrato la minima traccia di pentimento con lo striscione sulla facciata del palazzo: «Buon Natale, assassino».

Dal giugno 2007 aveva ottenuto il permesso di recarsi al lavoro presso lo studio del suo legale nonché ospite di casa, Paolo Giachini. Nel giugno però in seguito a dimostrazioni il giudice di sorveglianza aveva revocato il permesso. Il 23 novembre 2007 il permesso di uscire di casa per lavorare gli venne infine revocato dalla prima sezione penale della Cassazione accogliendo il ricorso del procuratore militare di Roma Antonino Intelisano. A maggio 2008 l’imprenditore Claudio Marini aveva chiesto di fargli presiedere la giuria del concorso di bellezza «Star of Year» come presidente onorario. Priebke riuscì a presiedere la tappa finale di Gallinaro (Frosinone), ma solo in via telematica.

E’ solo dal 2009 che gli era stato infine concesso di uscire di casa «per fare la spesa, andare a messa, in farmacia» ed affrontare «indispensabili esigenze di vita». Non era comunque raro vederlo passeggiare per i vialetti di villa Doria Pamphili tra lo sconcerto di chi lo incontrava. Aveva suscitato scandalo anche la sua partecipazione a conviti in un ristorante dei Parioli. Scritte fasciste in suo nome era stato fatte a Roma e a Bolzano, quando aveva compiuto cento anni.

11 ottobre 2013






Priebke, funerali martedì a Roma

Corriere della sera

L’avvocato dell’ex SS nazista: «Da Buenos Aires nessun no alla sepoltura in Argentina». Fiori davanti alla casa romana


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ROMA - I funerali di Erich Priebke saranno a Roma. Lo ha annunciato sabato mattina l’avvocato dell’ex ufficiale nazista morto venerdì nella Capitale all’età di 100 anni. Le esequie, dice Paolo Giachini, potrebbero essere celebrate martedì in una chiesa al centro di Roma.

NO IN ARGENTINA - Il legale dell’ex SS condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine continua a sostenere che la salma del nazista tornerà in Argentina dove potrà essere sepolto, come suo desiderio, a Bariloche, dove anni fa si era rifugiato, vicino alla moglie. Ma il governo argentino ha già fatto sapere che non accetterà il corpo di Priebke. Il ministro degli Esteri Héctor Timerman «ha dato ordine di non accettare nessun tramite che permetta l’ingresso del corpo del criminale nazista Erich Priebke in Argentina», riferisce su Twitter il ministero, secondo quanto riferisce il quotidiano locale La Nacion. «Gli argentini non accettano questo tipo di affronto alla dignità umana». Ma l’avvocato Giachini risponde: «Non esiste un no del governo argentino all’ingresso della salma nel Paese perché non è stata fatta ancora alcuna richiesta».

FIORI DAVANTI CASA - Davanti all’abitazione romana di Priebke ci sono dei fiori. «Sono stati messi da tanta gente comune, a differenza di quello che si è sempre voluto far credere sull’odio verso di lui», ha commentato Giachini. Priebke partecipò alla pianificazione dell’uccisione e poi alla strage di 335 persone, ebrei e non, come rappresaglia all’attentato in via Rasella a Roma. Il 23 marzo 1944, Kappler ordinò le esecuzioni di 335 ostaggi, da fucilare per rappresaglia dentro le Fosse Ardeatine. Operazione condotta il giorno 24 marzo anche dall’SS-Hauptsturmführer Priebke.

»AUTORITA’ VIGILINO» - «Abbiamo saputo che i funerali del nazista Priebke si terranno a Roma in una chiesa del centro. L’Anpi di Roma ribadisce che questi funerali non possono trasformarsi in una manifestazione di apologia del nazi-fascismo. Chiediamo alle autorità competenti di vigilare su questo punto e procedere, secondo le legge italiana qualora si manifestasse con simboli, gesti, slogan contrari alla nostra Costituzione». Lo afferma il presidente dell’Anpi di Roma Francesco Polcaro. «In questo caso il problema non sarebbero i morti ma i vivi», aggiunge.

L’ANNIVERSARIO DEL RASTRELLAMENTO - Se i funerali di Priebke fossero confermati martedì 15 ottobre, sarebbero proprio alla vigilia di una data importante e triste per la città di Roma, quella del 16 ottobre 1943, giorno del rastrellamento nazista nel Ghetto della Capitale cui seguì la deportazione di centinaia di ebrei nei campi di sterminio. Quest’anno in particolare poi si commemora il settantesimo anniversario della razzia nazista.

12 ottobre 2013

Giornalisti indipendenti? Semplicemente giornalisti

La Stampa

Yoani Sánchez



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La settimana scorsa un amico mi ha chiesto se un cambiamento democratico a Cuba avrebbe fatto finire il giornalismo indipendente. Mi sono fermata un momento a pensare, perché ci sono risposte che non devono essere date in fretta senza prima averle meditate a dovere. Nei secondi che sono rimasta in silenzio sono passate per la mia testa tutte le immagini e i momenti in cui quei reporter del rischio e della parola sono stati importanti nella mia vita.

Ho pensato a Raúl Riviero (http://es.wikipedia.org/wiki/Ra%C3%BAl_Rivero), che ha lasciato il giornalismo e le istituzioni ufficiali per compiere il pericoloso salto verso la libertà della sua penna. Ricordo nel suo appartamento di calle Peñalver la macchina da scrivere sempre sulla scrivania, l’odore di sigaro, le braccia aperte per ricevere tutti coloro che arrivavano. Senza dubbio, un uomo che ama quella professione per la quale si è trovato al centro di così tanta repressione e di tante ingiurie. Ho continuato a ripassare nomi. Reinaldo Escobar (http://www.desdecuba.com/reinaldoescobar/) che mi ha contagiato per sempre con il virus del giornalismo, i colleghi della Primavera di Cuba (http://www.primaveradigital.org/), i tanti amici che hanno nutrito le pagine di Cubanet (http://cubanet.org/), Diario de Cuba (http://diariodecuba.com/), Café Fuerte (http://cafefuerte.com/), HablemosPress (http://www.cihpress.com/), Misceláneas de Cuba (http://lageneraciony.com/www.miscelaneasdecuba.net/),

Voces Cubanas (http://vocescubanas.com/), Penúltimos Días (http://penultimosdias.com/) e di tanti altri siti, blog, agenzie di stampa, o di semplici bollettini composti da una sola pagina divisa a metà. Spazi nei quali è stato raccontato quel paese occultato dai media ufficiali e dal trionfalismo degli slogan politici. Persone che hanno scelto il cammino più difficile, invece di tacere, simulare, evitare i problemi, come fa la maggior parte dei cubani. Grazie a loro abbiamo potuto conoscere innumerevoli notizie censurate da periodici, televisione e radio nazionali. Questi ultimi proprietà privata ed egemonica del Partito Comunista. 

Per questo motivo, quando il mio amico mi ha rivolto quella domanda, ho concluso che in una nazione democratica il giornalismo non ha bisogno di aggettivi. Non serve precisare se è “ufficiale” o “indipendente”. Per fare un piccolo omaggio a tutti quei reporter di ieri e di oggi, ho scritto la prefazione all’antologia Con voz abierta (http://iw3.iwpr.net/sites/default/files/iwpr_cuba-with_open_voices-web_esp.pdf) che raccoglie una selezione di notizie e di opinioni scritte dall’interno di Cuba e nelle condizioni più precarie dal punto di vista legale e materiale. È un libro di giornalisti… e basta, senza aggettivi qualificativi che stabiliscano la loro appartenenza o meno a un’ideologia. Una raccolta per rendere più vicino quel futuro in cui non avremo bisogno di fare certe distinzioni tra i professionisti della carta stampata. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Da Telefono Rosa ai clown La sfida tra i servizi sociali per “assumere” il Cavaliere

La Stampa

Si moltiplicano le offerte di associazioni e amministrazioni locali

mattia feltri
roma


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Toni Nocchetti, di Tutti a scuola, onlus napoletana per i diritti dei ragazzi disabili, avrebbe tanto voluto Silvio Berlusconi per affidargli l’organizzazione di Giochi senza frontiere: «Con un paio di telefonate, ci procurerebbe tutti gli artisti»; per i genitori dei ragazzi, però, non se ne parla nemmeno. Gabriella Carnieri Moscatelli, del Telefono Rosa, lo vorrebbe perché «da noi si renderebbe conto che significhi essere donna, come è trattata oggi in Italia».

Francesco Storace, della Destra, lo vorrebbe per mettergli in mano la pubblicità del suo quotidiano: «Nel ramo è un fuoriclasse». Geppino Fiorenza, di Libera, lo vorrebbe di modo «che sconti la pena sudando con la zappa sui terreni confiscati alle mafie». Propositi altrettanto severi sembravano coltivati da don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus, che aveva prospettato all’ex premier levatacce all’alba, footing, pulizia della camera, lavoro nell’orto di pomodori e così via; poi, però, un finto Niccolò Ghedini – per conto della Zanzara – ha telefonato al sacerdote per verificare se, in caso di affidamento, al suo assistito sarebbe davvero toccato versare sudore della fronte: macché, scherzavo, ha detto il don: sappiamo che ha un’età, gli concederemmo gli agi del caso.

Fuori dal suo partito, Berlusconi non era mai stato tanto desiderato. Ambiscono ai suoi servigi da destra a sinistra, nessuna gradazione ideologica esclusa. Semmai diversi sono i motivi. Ci sono naturalmente i redentori, come Ornella Bavero, di Ristretti Orizzonti: «Per uno come Berlusconi sarebbe altamente rieducativo vedere le conseguenze di certe leggi volute e fatte dalla sua parte politica». Alla categoria è iscrivibile pure don Arnaldo Zappolini, presidente del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza: «Essendo stato uno dei protagonisti dell’affossamento dello stato sociale, potrebbe finalmente verificare di persona quanto di buono fanno gli operatori sociali». Di certo lo sono quelli dell’Associazione il tappeto di Iqbal, operatori di «pedagogica circense e clownerie»:

«Daremmo a Berlusconi la possibilità di riabilitarsi e utilizzare positivamente le sue attitudini clownesche come metodo di benessere per gli altri»; sono esplicitamente apprezzate le barzellette. Oppure Gianni Maddaloni (padre dell’olimpionico Pino), dello Star Judo di Napoli, Scampia, per il quale sarebbe bilateralmente utile se lo statista si «impegnasse per lo sviluppo dei ragazzi bisognosi di Napoli Nord». Poi ci sono quelli sospettabili di essere animati anche da un piccolo sentimento di rivalsa, per esempio all’Aidaa, che segue i cani, e considera imperdibile la scena del Capo che porta in giro le bestie e ne raccoglie gli esiti dai marciapiedi. O magari don Valentino Porcile, di Sturla, in Liguria: «Ti faccio io un bel programmino di servizi socialmente utili», e cioè un tour reality fra tossicodipendenti e prostitute picchiate.

Con grande sincerità, alcuni riconoscono a Berlusconi qualità sfruttabili. È il caso delle numerose amministrazioni locali che hanno dichiarato spalancate le loro porte. A Ilbono, provincia di Cagliari, si augura che il detenuto offra «una preziosa consulenza in materia economica e sociale». A Colleferro, provincia di Roma, gli affiderebbero il Museo marconiano (da Guglielmo Marconi). A Cavriglia, in Valdarno, gli darebbero carta bianca «nel rilancio del bacino termale più grande d’Europa». A Torre Annunziata metterebbero a frutto la sua «forma mentis di imprenditore». 

Non mancano neppure i fan. Il sindaco di San Giorgio in Bosco (Padova), leghista, non sta nella pelle al pensiero di avere con sé «un grande statista». Ad Albenga sono «certi dell’assoluta innocenza». Rimangono da segnalare Gino Strada, di Emergency, che però terrebbe Berlusconi «lontano dalla cassa», l’indimenticabile sessantottino Mario Capanna, che all’«avversario ma non nemico» consegnerebbe il progetto di «fare di Roma la capitale euromediterranea della ricerca scientifica partecipata», e soprattutto la Fondazione Milan, che organizza amichevoli in beneficenza e, per la verità, non si è offerta: ma Silvio sarebbe un grande allenatore.

Venezuela, arriva il decreto che imbavaglia la stampa

La Stampa

Reporters Sans Frontières denuncia l’attacco di Maduro contro l’informazione: “Di cosa si può parlare in pubblico senza incorrere nell’eterna accusa di destabilizzare il paese?»

paolo manzo


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Con l’inizio della stagione del baseball che qui è lo sport nazionale e l’elezione di Miss Venezuela, ieri a Caracas è finita la stagione del pane ed è iniziata quella del circo. Il “circo” è quello elettorale delle prossime amministrative in programma l’8 dicembre mentre i problemi dei venezuelani rimangono tutti. La penuria dei prodotti, alimentari e non, i prezzi che continuano a salire (ieri la Banca centrale ha innalzato l’inflazione annuale al 49,4%), la violenza e la corruzione dilaganti.

Per dimenticarsi del “pane” e concentrarsi sul “circo” elettorale ognuno mette in campo la sua strategia. L’opposizione, sempre meno tutelata dallo Stato ormai tutt’uno col governo, ripete un giorno sì e l’altro pure che Nicolás Maduro non sarebbe “solo venezuelano” ma “anche colombiano” e, perciò, non potrebbe stare a Miraflores. Di contro, il presidente eletto per una manciata di voti lo scorso 14 aprile - a tal proposito l’opposizione ricorrerà nei prossimi giorni all’Onu per denunciare le presunte frodi di quel voto – è tornato a scagliarsi contro la stampa non allineata al processo rivoluzionario. 

Ieri, ad esempio, Maduro si è scagliato contro il gruppo Bloque de Armas, proprietario del giornale “2001”. “Delinquenti, borghesi parassiti, ladri” ha definito in diretta tv i proprietari del quotidiano. “Volgare e porco”, invece, le parole usate da Maduro per bollare un titolo che lo ha fatto imbestialire. “La gasolina la hechan con gotero” che, tradotto in italiano, significa “la benzina la mettono col contagocce”. Ma cosa mai aveva scritto “2001” per scatenare l’ira funesta del leader bolivariano? In sintesi che “gli automobilisti si lamentano per la mancanza di benzina di 91 ottani”, che “i distributori ricevono meno della metà del combustibile rispetto a tre anni fa “ e che “chi vuole fare il pieno è costretto a fare code che possono durare anche due ore “. Troppo per Maduro. “Basta” è sbottato il presidente che ha chiesto alla giustizia di attivarsi con la massima celerità, anche a costo di “imporre il castigo più severo”. Inutile dire che poche ore dopo il procuratore generale della Repubblica, Luisa Ortega Díaz, ha aperto un’inchiesta contro “2001”. 

Quanto accaduto è tuttavia ancora più grave per la libertà di stampa alla luce del decreto con cui Maduro ha dato vita qualche giorno fa ad un nuovo ente, il Cesppa, acronimo che sta per Centro Estratégico de Seguridad y Protección de la Patria. A guidarlo un generale di sua fiducia che, quando vorrà, potrà dichiarare “riservata, classificata o limitare qualsiasi informazione, fatto o circostanza considerata strategica per la sicurezza nazionale e per prevenire e neutralizzare minacce potenziali di nemici interni ed esterni”. Anche Hugo Chávez aveva creato qualcosa di simile, il Cesna, ma non lo aveva mai attivato per le ripercussioni politiche negative che un attacco frontale alla stampa gli avrebbero cagionato. Per gli analisti indipendenti il decreto che istituisce il Cesppa altro non è che l’inizio della censura di Stato in Venezuela e l’atteggiamento mostrato nei confronti di “2001” lo dimostrerebbe.

Poco fa Reporters Sans Frontières ha denunciato l’attacco del governo contro l’informazione. “Di cosa si può parlare in pubblico senza incorrere nell’eterna accusa di ‘destabilizzare il paese’ o di ‘attentare contro la sicurezza nazionale’? Se la legge sui media – continua RSF – aveva già posto grossi ostacoli alla libertà di stampa, questo decreto agisce direttamente contro il diritto a un’informazione libera, diritto incluso nella stessa Costituzione bolivariana”. Due associazioni giornalistiche venezuelane hanno già fatto sapere che ricorreranno al Tribunale Supremo di Giustizia perché dichiari incostituzionale il decreto ma, secondo RSF, le speranze sono scarse perché “è rarissimo che la Suprema Corte vada contro il governo”. 

In attesa dei “poteri speciali” chiesti al Parlamento nei giorni scorsi per vincere la “guerra economica” e “sconfiggere la corruzione” che dovrebbero arrivare prima del voto di dicembre, ieri Maduro ha preso un’altra decisione destinata a far discutere: inserire “il pensiero di Chávez, il più avanzato di tutti” nei programmi didattici delle scuole. Per il momento nessun decreto, ma il voto amministrativo dell’8 dicembre sarà un referendum anche su quest’ultima idea che vuole rafforzare il mito del “Comandante” tra i giovani .