martedì 15 ottobre 2013

Ecco tutte le menzogne sull'accoglienza dell'Italia

Gian Micalessin - Mar, 15/10/2013 - 08:16

Dagli effetti miracolosi dell'abolizione della Bossi-Fini alle accuse di respingere troppe richieste d'asilo: quante bugie raccontate pur di ridurre le restrizioni

Lo chiamano dibattito, ma in Italia la discussione sull'«immigrazione» spesso fa rima con «disinformazione». Il Giornale ha selezionato le bugie più plateali e i più infondati luoghi comuni utilizzati da chi sostiene la necessità di ritornare a leggi prive di regole e restrizioni.


CatturaSiamo i meno disponibili a concedere l'asilo: FALSO

Nel 2011, secondo le statistiche dell'Alto commissariato per i profughi dell'Onu, l'Italia ha ricevuto 37.350 richieste d'asilo posizionandosi al quarto posto fra i 44 paesi più industrializzati dopo gli Stati Uniti (99.400 richieste), la Francia (51.900), la Germania (45.700). L'assoluzione più evidente per l'Italia emerge dall'esame dei dati Eurostat del secondo trimestre 2013. In quel periodo la Germania ha respinto il 61% delle 15.455 richieste concedendo 10.350 asili e bloccandone 5.105. La Francia ha respinto l'81% delle 14.955 richieste. La Svezia, paese simbolo dell'accoglienza, ne ha negato il 51% su 11.610. L'Italia ha invece concluso 6.820 istruttorie accogliendone 3.685 con una percentuale positiva del 54%, superiore anche a quella della tanto lodata Svezia.

La Bossi Fini è la più restrittiva d'Europa: FALSO

La legge più restrittiva è quella danese che nega il diritto al matrimonio agli immigrati se entrambi non hanno compiuto i 24 anni e in nove anni ha fatto diminuire di due terzi gli arrivi. Ma altri paesi si stanno allineando a Copenaghen. In Olanda l'inasprimento dei test linguistici rende difficilissimo l'accoglimento. Il decreto legge allo studio in Inghilterra prevede che gli appelli contro i decreti di espulsione siano esaminati dopo l'allontanamento degli immigrati irregolari. In Francia il ministro degli interni Manuel Valls chiede deroghe al diritto di ricongiungimento.

Siamo i più razzisti d'Europa: FALSO

Per verificarlo bastano le statistiche sui matrimoni misti. Il nostro paese conta il 7% cento d'immigrati e i matrimoni misti nel 2011 sono stati 26.617, pari a circa il 13 per cento del totale. Dunque la disponibilità a formare una famiglia con un marito o una moglie proveniente dall'estero è simile alla propensione a sposarsi fra connazionali.

Senza il reato di clandestinità, basta viaggi: FALSO

La gente continuerà a fuggire dalla dittatura eritrea, dall'inferno somalo e dalla guerra in Siria. Non è possibile limitare i rischi di morte prelevando sul posto i disperati in fuga. L'Eritrea governata da Isaias Afwerki, dittatore di formazione marxista ispiratore di un regime in stile polpotiano, ha rotto i ponti con l'Occidente, Italia compresa. In Somalia non abbiamo un'ambasciata. Con la Siria abbiamo rotto i rapporti diplomatici. Chi tenta la fuga continuerà a farlo. E una maggior disponibilità all'accoglienza spingerà molti più disperati a rischiare la vita per raggiungere i porti d'imbarco.

La nuova missione salverà i migranti: FALSO

La garanzia di salvataggio offerta delle nostre navi diventerà un polo d'attrazione per i migranti che moriranno in numero ancora maggiore durante i viaggi di avvicinamento ai punti d'imbarco. La missione garantirà, invece, guadagni ancora maggiori ai trafficanti d'uomini. La presenza delle navi pronte salvarli non solo spingerà molti più profughi ad accettare il rischio della traversata, ma li indurrà persino a salire su imbarcazioni ancora più fatiscenti ed insicure.

La Ue ci aiuterà a smistare i migranti: FALSO

Per capirlo basta guardare come si comportano e ascoltare cosa dicono i partner europei. Il ministro degli Interni tedesco, Hans-Peter Friedrich definisce «incomprensibile l'idea che la Germania debba accogliere più rifugiati» in quanto Berlino «ne riceve di più di tutta l'Unione europea: nel 2012 ne abbiamo accolti 80mila e quest'anno saranno più di 100mila, pari a 946 per milione di abitanti» a fronte del rapporto «di appena 260 per milione dell'Italia». Francia ed Inghilterra, che premevano per l'intervento in Siria, hanno respinto la richiesta di Bruxelles di aprire ai rifugiati siriani dichiarandosi pronti ad accoglierne appena 2mila.

I migranti arrivano dalle nostre ex colonie: FALSO

Fra 37.350 richiedenti asilo nel 2011, 2.444 arrivavano dal Pakistan, 7.030 dalla Nigeria, 2.095 dalla Costa d'Avorio, 3.402 dal Ghana, 1.503 dall' Afghanistan, 801 dal Senegal, 4.805 dalla Tunisia. Solo 1.244 provenivano dalla Somalia e 560 dall'Eritrea.

Immigrazione, Alfano: "Al via operazione Mare Nostrum"

Libero

UN TAXI PER L'ITALIA Idea Letta: scortare gli immigrati con le navi della Marina

L'operazione ci costerà 1,5 milioni al mese. In campo navi, droni e aerei. I migranti saranno "accompagnati" in Italia. Il tutto a spese nostre


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Dovevamo inasprire le misure sull'immigrazione per far fronte all'emergenza sbarchi e invece con il piano "Mare nostrum" varato dal Consiglio dei Ministri, incentiviamo chi cerca di arrivare clandestinamente nel nostro Paese. Di fatto, con uno sforzo di uomini e di risorse sarà incrementato il servizio di scorta e di soccorso per i barconi che attraversano quotidianamente il canale di Sicilia. Mare Nostrum "sarà un'operazione militare ed umanitaria e prevede il rafforzamento del dispositivo di sorveglianza e soccorso in alto mare per incrementare il livello sicurezza delle vite umane", ha spiegato il ministro della Difesa, Mario Mauro. Il ministro ha annunciato che nell'operazione di sorveglianza e soccorso nel Mediterraneo verranno anche usati i droni, gli aerei senza pilota, oltre ad elicotteri con strumenti ottici ad infrarossi.

"La Marina per i migranti"
- Insomma mentre l'Europa resta a gurdare, l'emergenza sbarchi resta tutta sulle spalle dell'Italia che, mettendo mani al portafoglio, dovrà affrontare da sola l'ondata di migranti che arriva sulle nostre coste: "Utilizzeremo per la prima volta una nave anfibia che ha la capacità di esercitare il comando e controllo, con elicotteri a lungo raggio, capacità ospedaliera, spazi ampi di ricovero per i naufraghi. Avremo 4 altre navi della Marina: due pattugliatori e due fregate" e altri velivoli, ha sottolineato Mauro. Anche il premier Enrico Letta conferma che "l'impegno italiano per soccorrere i migranti aumenterà".

Ci costa 1,5 milioni al mese
- Ma il piano di palazzo Chigi per fermare l'emergenza sbarchi sbatte sul muro dei costi. Quanto ci costerà "soccorrere e scortare" i barconi? Circa 1,5 milioni di euro al mese. Il minsitro degli Interni, Angelino Alfano, ha provato a a fare i conti: "Le risorse per dare il via all'operazione 'Mare Nostrum', con la quale il governo italiano si propone di dare una risposta all'emergenza immigrati nel Mediterraneo, e per la quale occorreranno circa 1,5 milioni al mese, non richiederanno ulteriori coperture economiche", ha spiegato Alfano, in conferenza stampa. "Ci sono i bilanci dei rispettivi ministeri che servono a coprire queste cose: e' a valere sui fondi dei rispettivi ministeri. L'Italia rafforza la protezione della frontiera esterna e quando si calcolano i costi bisogna capire quanto l'Italia si troverebbe a spendere se non si sostenesse la missione". Per il ministro dell'Interno, "c'e' da tenere presente anche l'effetto deterrenza sui mercanti di morte" e "l'azione esercitata dalle forze dell'ordine e dalla magistratura con l'arresto degli scafisti e il sequestro delle navi".

Mivar, addio alla tv made in Italy Carlo Vichi: «Produrremo mobili»

Corriere della sera

La fabbrica smetterà di lavorare entro i primi di dicembre. Centinaia di cassintegrati: ne rimarranno poche decine


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«Ma qualche chiusura dell’azienda? Non è vero niente, i cancelli della Mivar resteranno sempre aperti». Carlo Vichi, 90 anni, il patron della Mivar, l’ultima fabbrica di televisori italiani smetterà di lavorare, dice lui, solo «quando mi trasformerò in spirito». Ma per la sua impresa, fondata nel 1945, si prepara una svolta epocale. Tra poche settimane, quando si esauriranno le scorte della componentistica, chiuderanno per sempre le linee di produzione.

Anche quelle inaugurate solo qualche mese fa, che assemblano le Smart Tv con sistema operativo Android. La virata verso la tv interattiva non è riuscita a risollevare le sorti della Mivar, dove oggi lavorano 60 operai. Ma Carlo Vichi già lo sapeva. «Non posso più produrre televisori. Spendo 10 e posso vendere a 8», spiega. «E poi la Mivar non fa più televisori da anni». Le migliaia di apparecchi che uscivano in questi anni dalla sua fabbrica erano semplicemente assemblati. Mancava «il genio italiano, la tecnologia italiana» in questi televisori e per questo non li sentiva più «suoi».

STOP ALLA PRODUZIONE – Il 30 novembre si concluderà la cassa integrazione straordinaria. Cosa succederà dopo? «Non lo so e non mi interessa», sbotta Vichi, come è nel suo stile. Di certo si sa che quando finiranno le scorte dei componenti non ne saranno ordinate altre. È probabile che la produzione cessi entro quella data, oppure ai primi di dicembre. I sindacalisti della Cigl e della Cisl, che in questi anni sono riusciti a garantire a centinaia di operai (erano 900 negli anni ‘60) la cassa integrazione prima ordinaria e poi straordinaria, sono al lavoro per gestire la loro uscita dall’azienda. Per la prima – e unica volta – alla Mivar si parla di mobilità, spalmata su tre anni. La stragrande maggioranza dei dipendenti sono donne e l’età media si aggira sui 50 anni. «Con me ne resteranno pochissimi, una decina, per altri non c’è lavoro», dice Vichi. «Si occuperanno della manutenzione e cose del genere».



LA FABBRICA MAI UTILIZZATA – Cosa succederà alla sua «Fabbrica ideale», la nuova, grandiosa sede della Mivar, completata nel 2001 e mai utilizzata? Progettata interamente da Vichi, è vasta 120 mila metri quadrati, di cui 60 mila a parco alberato. Il patron non ha mai voluto spostare lì la produzione perché non voleva «che insieme ai lavoratori ci entrassero anche i sindacati». Vichi non è mai stato democratico, per lui «In fabbrica si dice sissignore, come nell’Esercito, nessuno può venire a comandare in casa mia». Ma al di là dei proclami e della sua ammirazione per i dittatori, nel 2001, proprio l’anno in cui la nuova sede è stata completata, è cominciata la crisi, con la concorrenza delle tv a Led che ha sancito la fine delle tv a tubo catodico. Oggi si parla di trattative per la cessione di alcuni spazi dello stabilimento in vista di Expo 2015, ma Vichi taglia corto: «Quello è un gioiello nato per fare i televisori o qualcosa di simile, non può prostrarsi a cose diverse. L’Italia se vuole ripartire deve riempire di nuovo le fabbriche. E io sono certo che tra 100 anni nella mia fabbrica qualcuno farà televisori, saranno americani, o forse cinesi»

IL FUTURO? NEI MOBILI – Nel 1998 dallo stabilimento di Abbiategrasso uscirono 917 mila televisori a tubo catodico. Quest’anno solo poche centinaia. Da mesi Carlo Vichi è al lavoro per progettare una linea di mobili, soprattutto tavoli. «Da usare nelle mense, nei self service, nei luoghi affollati come aeroporti e stazioni. E li farò al meglio, come sempre. Saranno prodotti al massimo della tecnologia. Chi non lavora non vive». Giovanna Maria Fagnani

15 ottobre 2013

Priebke, già benedetta la salma ora i funerali in forma privata

Il Messaggero
di Cristiana Mangani Riccardo Tagliapietra


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ROMA - La salma di Erich Priebke rimane al Gemelli. Ieri la questura ha notificato il divieto di celebrazioni solenni all’avvocato dell’ex capitano delle Ss, condannato per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, ribadendo un principio che il difensore sembra non voler accettare: nessuna cerimonia potrà essere pubblica. Anche perché il problema, secondo quanto afferma lo stesso legale, non è recitare «la preghiera» consentita dal Vicariato, in quanto Priebke ha già ricevuto l’estrema unzione nelle ore precedenti alla morte e una benedizione del suo padre spirituale, tre ore dopo che aveva smesso di respirare. Giachini insiste su una funzione in piena regola. E il muro contro muro continua. Intanto funerale e sepoltura rimangono sospese nell’incertezza, nonostante il certificato di morte sia stato consegnato alla famiglia, originando un caso che supera i confini nazionali e il credo religioso, dottrine comprese. Dalla prefettura in serata l’annuncio che «non vi è nessuna decisione in merito alla sepoltura», ancora nessun divieto formale, mentre il sindaco di Roma, Ignazio Marino, plaude il questore per la scelta di non concedere ufficialità alle celebrazioni, richiamando la natura della Memoria di una città «orgogliosa della sua storia e di essere stata insignita della medaglia d’Oro alla Resistenza».

LE DOTTRINE
Non è bastata nemmeno la proposta del presidente della Comunità ebraica, Riccardo Pacifici, che chiedeva di seppellire Priebke nella sua città natale in Germania: Hennigsdorf, paesino a pochi chilometri a nord di Berlino, ha risposto di non vedere ragioni formali che possano portare la salma tanto a nord. Il Vicariato, intanto, tenta la mediazione. «Non abbiamo negato alle persone vicine a Priebke la possibilità di celebrare la preghiera e l’invocazione della misericordia nella casa del defunto», ha spiegato il vicario generale del Papa per la Diocesi di Roma, Agostino Vallini. E le voci vicine al defunto cominciano a parlare anche di una cerimonia fuori dalla Capitale. Per Paolo Giachini, legale della famiglia Priebke, però, «arrivati a questo punto - dice - aspettiamo che siano le stesse istituzioni, visto che non va mai bene ciò che noi proponiamo, a dirci come e dove fare i funerali». A loro volta, prefettura e questura, sono in attesa di una decisione ufficiale dai parenti, prima di formulare l’imposizione sulla sepoltura, invocando normative sull’ordine e la sicurezza che terrebbero la salma di Priebke lontano dai cimiteri della Capitale.

L’INTERVENTO
Una vicenda che ha spinto il presidente del consiglio Enrico Letta a un intervento. «Non abbasseremo mai la guardia sull’antisemitismo - ha detto al termine di un incontro con la comunità ebraica di Roma - Serve una reazione ferma senza confusione tra pietà e debolezza che può lasciare spazio a nuove tendenze di devastazione e di morte». Il luogo dove seppellire Erich Priebke resta un giallo. Tra le ipotesi spunta anche quella di un cimitero vicino Messina, a Fondachelli Fantina, un comune con un migliaio di abitanti, che ha manifestato la disponibilità a tumulare la salma. Le esequie, invece, si dovrebbero tenere oggi o giovedì, «in una chiesa protestante», ha spiegato l’avvocato, come per esempio quella luterana di via Sicilia. Non certo domani, giorno che coincide con l’anniversario della deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma. Uno dei figli, Ingo, sarà presente.


Martedì 15 Ottobre 2013 - 09:44
Ultimo aggiornamento: 09:51



Priebke, il figlio Jorge: seppellite mio padre in Israele. La replica: non merita risposta

Il Messaggero

Il ministero degli esteri: non merita rispota


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«Dove dovrebbe essere seppellito mio padre? Per me anche in Israele, così sono contenti...». La provocazione arriva da Jorge, il figlio di Erich Priebke residente a Bariloche, il quale definisce «un'ingiustizia» la vicenda dell'ex ufficiale SS.

Israele: «Non merita risposta». «Non merita alcun commento»: così fonti del ministero degli Esteri israeliano hanno replicato, con l'Ansa, alla richiesta-provocazione di Jorge, figlio di Erich Priebke, di seppellire il padre in Israele. Il ministero non ha poi voluto commentare le altre dichiarazioni di Jorge Priebke.

«Basta "rotture"». «Quasi tutto è un'ingiustizia. Perché quella gente non guarda quanto succede in Medio Oriente, Siria, Iran oppure quei poveracci a Lampedusa che muoiono nel Mediterraneo? Perché continuano invece a prendersela con uno dei tempi della guerra finita più di 60 anni fa? Che la smettano di 'joder' (rompere, ndr), sono dei risentiti, quelli rompono nel mondo fin da prima di Cristo», ha aggiunto Jorge Priebke raggiunto telefonicamente dall'ANSA a Bariloche. Alla domanda su chi siano 'quellì, Jorge Priekbe risponde: «Gli stessi di cui stiamo parlando. Ma ora basta - conclude - mi sono arrabbiato troppo. Meglio non parlare più».

«Mio padre una vittima». «Il processo contro mio padre è stata una falsificazione fatta dagli ebrei. L'ho visto quando sono stato a Roma. C'era molto rancore». «Credo che quanto sia successo a mio padre sia dovuto al fatto che era l'unico ancora vivo tra quelli delle Fosse Ardeatine, l'unico che aveva raggiunto i cento anni», afferma Jorge raggiunto telefonicamente a Bariloche, dove - precisa - «ormai non ci sono più neanche i suoi vecchi amici». Alle Ardeatine «non ebbe una responsabilità diretta. Agì - prosegue - per obbedienza dovuta nei confronti dei superiori. Può essere che abbia sparato due volte». Nel sottolineare di «aver sempre saputo poco della guerra», e di essersi «aggiornato solo di recente», Jorge afferma che neanche il padre «parlava più di quei tempi».

«Su mio padre tante falsità». Alle Ardeatine «il capo era Kappler, poi c'erano Wolff, Hass e gli altri. Lui era nel gruppo, non so in quale ruolo. Non era certo il 'numero tre', forse il 'numero dieci' o giù di lì. Molti dicono che era il capo del carcere di Roma: neanche questo è vero, e non lo è neppure la storia che lui teneva in mano la lista» con i nomi dei prigionieri prima che entrassero nelle grotte. «In questi giorni - precisa - su internet stanno uscendo delle cose tremende, quasi mio padre fosse colpevole di tutto.

Sul web scrivono tanti giovani, che non sanno niente sulla guerra, gli ebrei o il nazismo». «Quello che leggo è falso. Non è per esempio vero che abbiamo vissuto nascosti con un altro nome. Qui a Bariloche mio padre ha avuto incarichi pubblici», aggiunge, precisando che nel 1994, prima di essere 'scoperto' da una rete tv americana, Priebke aveva fatto «diversi viaggi, in Italia, Germania, Francia, Inghilterra e gli Stati Uniti». «Mio fratello Ingo vive d'altra parte a New York, anche se va spesso in Germania. Ma noi - conclude - non ci vediamo da anni».

«Non parteciperò al funerale». «L'ultima volta che ho sentito mio padre è stato una quindicina di giorni fa. Non era malato, stava bene», continua Jorge Priebke, precisando che non andrà ai funerali del padre. «Siamo molto tristi, anche se ora sto un po' meglio. A chiamare eravamo sempre noi, lui non poteva fare telefonate internazionali. L'ultima volta che l'ho sentito abbiamo parlato un minuto, non di più, come facevamo sempre. Mi raccontava poco, che aveva qualche visita, che stava bene... Mi aveva detto 'alla prossima'.

Poi non ha più risposto, né ha voluto sapere niente di nessuno. Credo si sia lasciato andare», racconta Jorge. Alla domanda se intenda partecipare ai funerali del padre, Jorge Priebke afferma: «A parte il fatto che ho dei problemi fisici, non abbiamo i soldi per il biglietto. In Argentina - precisa - prendo la pensione minima e ho una macchina vecchia di 35 anni». «Quando c'è stata l'estradizione in Italia di mio padre, qui tutti si sono lavati le mani, come Ponzio Pilato», afferma ancora, riferendosi alla reazione della comunità tedesca locale e della Germania nei confronti dei familiari di Priebke a Bariloche.


Lunedì 14 Ottobre 2013 - 14:21
Ultimo aggiornamento: 19:39



Priebke, il no ebrei alla sepoltura a Roma. «Siamo pronti a scendere in piazza»

Il Messaggero


CatturaIl caso funerali e sepoltura di Erich Priebke ha riaperto una ferita nel ghetto di Roma e la comunità ebraica della Capitale si dice anche pronta a scendere in piazza se la possibilità di una tomba dell'ex ufficiale delle SS nella Città Eterna si concretizzasse. «Se fosse necessario la gente è già mobilitata per protestare e io sarò con loro - dice il presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici - Consapevole che il ruolo che ricopro dovrebbe imporre maggior diplomazia ma di fronte a queste tragedie non potrei perdonarmi se dovessi rimanere indifferente. Non avrei più il coraggio di vedere in faccia miei figli». «Sto sentendo gli umori della gente - spiega - Questa mattina ho incontrato due signore figlie di una vittima delle Fosse Ardeatine. Erano disperate di fronte alla riapertura di questa ferita. Figli e nipoti delle vittime sono cresciute in un silenzio figlio del dolore ma anche nella consapevolezza e nella promessa a loro stessi di non accettare più altre prevaricazioni».

«Lo riportino in Germania». «Che riportino Priebke in Germania. Mi sembra l'unica soluzione più logica». dice Pacifici. «Non trova nessuno che lo voglia ospitare - aggiunge - In primis l'Argentina che ha fatto sapere di non volerlo. Poi la città di Roma e la Chiesa. È un momento spartiacque che testimonia come la condanna del male travalica anche le opportunità». «Si tratta solo di una provocazione che arriva alla vigilia del 16 ottobre, quando ci sarà la commemorazione della deportazione degli ebrei di Roma - spiega Pacifici - Non è altro che la disperazione di un personaggio (Giachini) che ha brillato di luce altrui e con la morte del boia delle Ardeatine rischia di perdere totalmente la sua ribalta.

Oggi può continuare a dire ciò che vuole. Deve però rendersi conto che la guerra non l'hanno vinta loro ma gli alleati. Se ne faccia una ragione. Ogni suo commento è indifferente. È palese che sta cercando di alzare il tiro sia per quanto riguarda i funerali che la sepoltura. Per fortuna le autorità competenti e il sindaco Marino sono stati molto chiari. E noi continuiamo ad elogiare la loro opera». «Giachini e i suoi compagni, che sono cresciuti in uno sterotipo di ebrei vittime impaurite della divisa nazista, - conclude Pacifici - sappiano che la nostra generazione non li teme». 

«No funerali a Roma».
«Il funerale darebbe ai nipotini di Hitler occasione ghiotta per fare un'adunata nostalgica. E un eventuale tomba nella città teatro della tragedia delle Fosse Ardeatine sarebbe come uccidere una seconda volta quelle vittime», sottolinea Pacifici. «È come chiedere che il boia di Marzabotto o Sant'Anna di Stazzema venga sepolto nella stessa città delle loro vittime - spiega Pacifici - Per questo confidiamo nell'opera e nelle sensibilità delle istituzioni. Anche perchè sarebbe palese che la tomba potrebbe diventare luogo di pellegrinaggi. Ed io da cittadino di Roma mi opporrò esattamente come ci opponemmo la notte del 1 agosto del 1996 (quando il Tribunale militare dichiarò prescritto il reato di cui era accusato Priebke in relazione all'eccidio delle Fosse Ardeatine ndr.)».


Domenica 13 Ottobre 2013 - 18:26

Ciclismo: una nuova biografia su Armstrong distrugge quel (poco) che resta del mito

Corriere della sera

«Il texano dagli occhi di ghiaccio»: un’inchiesta che è l’altra faccia dei libri che lo hanno incensato per anni

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Lance Armstrong nudo e crudo. Il libro «Wheelmen», esce oggi 15 ottobre in tutto il mondo, in Italia con il titolo «Il texano dagli occhi di ghiaccio» (Mondadori, pagine 444, euro 18), è stato scritto da due giornalisti del quotidiano economico Wall Street Journal ed è la storia dell’ascesa e caduta del campione americano riscritto attraverso il contributo di oltre cento persone intervistate.

SOLDI, SESSO E POTERE – Il risultato è un racconto completo della vita del cowboy con tanti nuovi dettagli non solo sul doping, ma soprattutto sulla sua vita privata: le fonti dei due giornalisti non sono evidentemente amiche di Lance, perché ne emerge ancora di più il quadro di un uomo, già da ragazzino, assetato solo di soldi, sesso e potere. Dall’inseguimento della polizia finito con Armstrong che scappa nei campi grazie alle sue doti atletiche (mettendo nei guai l’amico che gli aveva prestato la macchina) passando per la metodicità con cui da corridore o da triatleta cercava di non farsi scappare nemmeno una delle miss che lo premiavano: ne esce l’immagine di una personalità disturbata, amorale, cinica e bara.

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DA SANTO A DIAVOLO – Per chi ha letto «It’s Not About the Bike», il bestseller di Armstrong scritto da miracolato dopo il cancro e le prime vittorie al Tour, questa è una lettura ancora più istruttiva: dall’agiografia scritta dal vincitore, si passa all’accurata distruzione del perdente, attraverso diversi episodi comuni, raccontati prima in un libro ora in un altro. Senza compiacimento però, ma con tante informazioni, anche dal punto di vista finanziario, dato il background di chi ha scritto il libro.

DA SHERYL A MERCKX - Tutta la storia del «più grande sistema di doping della storia» come ha scritto il grande accusatore di Armstrong, Travis Tygart, capo dell’Agenzia antidoping americana, viene riportata con nuovi particolari, ma soprattutto con un grandissimo lavoro di contestualizzazione che rende sempre bene lo scenario in cui si muovono i personaggi (e a volte oggettivamente un po’ faticosa la lettura per i non addetti ai lavori). Tra le altre cose abbiamo conferma che la rockstar Sheryl Crow fosse a conoscenza delle pratiche dopanti del celebre fidanzato. E che a presentare Armstrong al dottor Michele Ferrari nei primi anni 90 sia stato un certo Eddy Merckx.

UN PERSONAGGIO GROTTESCO - Chi ha sempre difeso Armstrong, ma anche chi lo ha sempre attaccato troverà tante risposte. Anche se forse, all’interno di un lavoro così poderoso, si perde un po’ di vista quello che il cowboy ha rappresentato per milioni di persone, nella sua lotta al cancro. Tutto ciò di negativo che ha fatto assume infatti un risvolto ancora più grottesco e per molti versi tragico, senza dimenticare però che qualcuno ha tratto giovamento reale dalla sua figura, prima del grande crollo. Ci vorrà forse più tempo e più prospettiva per capire fino in fondo quanto profondo è stato l’inganno del texano dagli occhi di ghiaccio.

15 ottobre 2013






«La bugia di Armstrong», il trailer del film (12/10/2013)


Uci: Non c'è più posto per lui nel ciclismo (22/10/2012)


Doping ciclismo: parla la massaggiatrice di Armstrong (12/10/2012)

Priebke, il Vicariato e la «preghiera per il defunto»

Corriere della sera

Il no della diocesi di Roma alle esequie in chiesa risponde al Diritto canonico: «Per il signor Priebke resta l’affidamento a Dio»


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CITTÀ DEL VATICANO - Va letto con attenzione, il comunicato del Vicariato di Roma sul «signor Priebke». Anzitutto dispone «per tutti i ministri cattolici» della diocesi di «attenersi alle disposizioni»: niente funerali in alcuna chiesa romana, come annunciato sabato. Ma l’alternativa proposta e «rifiutata dall’avvocato del signor Priebke» non sono le esequie in casa, confermano dal Palazzo del Laterano.

«PREGHIERA PER IL DEFUNTO» - La nota del Vicariato dice piuttosto che è stata proposta «in forma strettamente privata» una «preghiera per il defunto e il suo affidamento alla misericordia di Dio», le quali hanno «finalità proprie della celebrazione delle esequie religiose» ma di per sé non sono funerali in casa. Insomma, «non è stata negata una preghiera per il defunto», come si è detto fin dall’inizio, ma questo «nel rispetto della legge della Chiesa»: per le esequie la faccenda è diversa. Il Codice di diritto canonico, al canone 1184, stabilisce che i funerali, «se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento», possano essere negati ai «peccatori manifesti ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli».

È la linea seguita dal Vicariato per il boia della Ardeatine, che fino all’ultimo non solo non ha mostrato segni di pentimento ma ha rivendicato le proprie azioni arrivando pure a negare la Shoah e l’esistenza delle camere a gas. «La condanna senza appello della Shoah come male assoluto è stata più volte ribadita dai papi e dalla dottrina», ricordava al Corriere l’arcivescovo e teologo Bruno Forte. «Come si fa a ritenere in comunione con la Chiesa uno che fino all’ultimo ha negato pervicacemente la Shoah?».

LE PAROLE DI BENEDETTO XVI - Quanto alle Fosse Ardeatine, fa testo ciò che disse due anni fa Benedetto XVI, in visita al sacrario dei 335 innocenti (tra di essi 247 cattolici e 75 ebrei) uccisi dai nazisti: «Ciò che qui è avvenuto il 24 marzo 1944 è offesa gravissima a Dio, perché è la violenza deliberata dell’uomo sull’uomo». Resta, per il «signor Priebke», l’affidamento a Dio: «Una preghiera non si nega a nessuno».

14 ottobre 2013

Così salvai i miei dipendenti” Il racconto dello Schindler del Vietnam

La Stampa

John Riordan racconta per la prima volta la rocambolesca fuga da Saigon in fiamme: grazie al suo coraggio 105 vietnamiti furono messi in salvo

maurizio molinari
corrispondente da NEW YORK


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Centocinque vietnamiti salvati da Saigon alla vigilia della caduta, con una rocambolesca fuga dalla città in fiamme: è la storia di John Riordan, subito rinominato l’”Oskar Schindler della guerra del Vietnam”, per il richiamo al salvataggio degli ebrei da parte dell’industriale tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. A raccontare quanto avvenne, per la prima volta, è lo stesso Riordan in un’intervista a “60 Minutes” della tv Cbs nella quale ricorda come a Saigon lui era il manager della filiale di Citibank che aveva numerosi dipendenti vietnamiti. 

L’avanzata dei vietcong verso la capitale dell’allora Sud Vietnam lo obbligò a fuggire, atterrando a Hong Kong con un volo militare ma quando incontrò a cena il suo diretto superiore Mike McTighe, che era un ex marine, si sentì dire: “Sei pronto a tornare per portare in salvo i nostri dipendenti?”. Il motivo era che, avendo lavorato per un’istituzione americana, avrebbero rischiato di essere considerati dei “traditori” dai vietcong, rischiando la vita. Riordan accettò la missione, partì da Hong Kong con l’ultimo volo di linea per Saigon e mise in atto un piano rudimentale: raccolse i dipendenti e i loro famigliari, in tutto 105 persone, in due capannoni nei pressi di un aeroporto militare americano, portandoli oltre i cancelli a piccoli gruppi, ripetendo sempre la stessa frase ai posti di controllo “sono miei stretti famigliari”. 

A suggerirgli la formula era stato un agente della Cia stazionato a Saigon ma la necessità di farli partire in fretta tutti e 105 obbligò Riordan a sostenere che i suoi “parenti stretti” erano davvero numerosi. Le guardie americane dell’aeroporto li fecero comunque passare mentre l’imprevisto fu un posto di blocco dei sudvietnamiti che, nell’imminenza del collasso, cercavano i disertori ed avevano il grilletto facile. Riordan ricorda di aver temuto che “saremmo morti tutti” quando i sudvietnamiti li fermarono. “Se non avvenne fu solo perché uno dei vietnamiti che erano con me, appena li vide, gli mise in mano una grande cifra di danaro, e ci fecero passare”. Partirono così tutti alla volta degli Stati Uniti, dove sono diventati cittadini, hanno avuto figli e nipoti, e spesso si ritrovano con il loro salvatore per rievocare da fuga da Saigon.

IPhone 5C, il paradosso dello smartphone Apple economico: vende la metà del costoso 5S

Il Mattino
di Andrea Andrei


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Qualcuno già si affretta a parlare di “flop”. È chiaro che è presto per bollare come un fallimento il nuovo iPhone 5C, soprattutto perché è stato presentato da poco più di un mese e in alcuni Paesi come l'Italia non è ancora nemmeno uscito. Apple con i suoi nuovi smartphone ha infranto, come ormai da tradizione, i precedenti record di vendite con nove milioni di prodotti venduti nei primi tre giorni. Eppure c'è un dato significativo: l'iPhone di alta gamma 5S ha venduto il doppio dei pezzi rispetto alla versione low-cost 5C. Un dato che potrebbe sembrare quantomeno strano, non fosse altro perché l'azienda di Cupertino ha scelto di produrre dei dispositivi più economici proprio per aumentare ulteriormente i volumi di vendita. Eppure ecco che il 64% dei clienti finora ha scelto l'iPhone 5S, mentre solo il 27% ha optato per il 5C (il restante 9% ha invece acquistato il 4S).

Quel che si potrebbe dedurre è che, se Apple sta cercando di ampliare la propria clientela, d'altra parte i clienti più affezionati preferiscono spendere di più pur di avere la massima qualità. Le modeste (si fa per dire) vendite dell'iPhone 5C possono quindi davvero far pensare a un flop? Non è ancora detto, perché è fisiologico che i primi ad acquistare i nuovi prodotti siano i fedelissimi, mentre per conquistare nuove fette di mercato ci vuole sicuramente più tempo. Se l'esperimento “low-cost” di Cupertino (sempre che si possa realmente parlare di low-cost, visto che l'iPhone 5C costerà dai 629 euro in su) sarà un fallimento lo si vedrà dai dati delle vendite fra qualche mese.

IL PROBLEMA CINESE Un'altra notizia, più preoccupante, arriva però dalla Cina, e riguarda sempre il 5C. Il sito “C Technology” ha rivelato che Apple ha deciso di dimezzare la produzione del nuovo smartphone colorato a causa delle scarse vendite, passando da 300 mila a 150 mila dispositivi fabbricati al giorno. È la prima volta che l'azienda fondata da Steve Jobs ha inserito la Cina fra i primi Paesi in cui lanciare i nuovi dispositivi. Quello del Dragone è uno dei mercati maggiormente in espansione ed è proprio una delle principali frontiere sulle quali Apple puntava per il suo primo smartphone low-cost.

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lunedì 14 ottobre 2013 - 20:06   Ultimo aggiornamento: 20:20

Ecco chi paga di più e chi non paga la tassa sui rifiuti

Il Mattino


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Da Napoli a Palermo, e in generale al sud, la bolletta dei rifiuti (la Tarsu) viene "evasa" ad una media del 75%. La chiamano «sofferenza di pagamento» questa situazione, caratterizzata sia da insolvenza che da ritardo, nella ricerca della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e del Comieco (il Consorzio nazionale per il recupero di carta e cartone), "Sviluppo della raccolta differenziata di carta e cartone nel sud Italia", in cui si analizza l'andamento della raccolta differenziata - con un focus su carta e cartone - in 6 città del Meridione (Napoli, Salerno, Cosenza, Reggio Calabria, Palermo e Trapani) in Campania, Calabria, Sicilia. «Dalla ricerca - dice il presidente della Fondazione, Edo Ronchi - emerge un'evidente difficoltà delle amministrazioni del sud a riscuotere le tariffe di gestione dei rifiuti, con alcuni casi di alti livelli di insolvenza».

La Tarsu ha infatti un «tasso di insolvenza» che «risulta piuttosto alto, oltre il 75%» in media. A Salerno c'è il «minor tasso di sofferenza per il pagamento della Tarsu», pari al 60%; si pagano 421 euro a famiglia (più 98% rispetto al 2007). A Palermo spetta il tasso più «alto di sofferenza nella riscossione della Tarsu», pari all'86%. La Tarsu nel capoluogo siciliano è stata pari a 218 euro a famiglia. A Trapani la Tarsu nel 2012 è stata di 283 euro l'anno a famiglia (più 55% rispetto al 2007). A Napoli la Tarsu pagata ogni anno a famiglia è di 529 euro (più 87% dal 2007), la più alta tra le città analizzate, contro una media del meridione di 270 euro. La Tarsu pagata a Reggio Calabria nel 2012 è stata di 187 euro. A Cosenza ogni famiglia ha pagato in un anno 195 euro di Tarsu.

Il binomio rifiuti e Meridione spesso - come si fa notare nello studio - si traduce in una gestione ancora lontana dalle migliori pratiche. Ne emerge che Salerno è la città più virtuosa nella raccolta differenziata, arrivando a una percentuale del 68%, mentre Cosenza ha la più alta percentuale di carta e cartone. L'ultima della classifica per differenziata è Palermo, con il 12% di differenziata, che insieme con Trapani ha poi la produzione più alta di rifiuti, pari a 472 chili per abitante all'anno. In quanto a raccolta di carta e cartone è ancora Salerno a piazzarsi in testa per la maggiore quantità per abitante, 66 chili l'anno; a Cosenza invece va la palma della percentuale più alta sul totale di rifiuti differenziati con il 35%, pari a 20 chili all'anno a persona.

A Napoli è triplicata la raccolta di carta e cartone (al 29%); a Reggio Calabria la carta intercettata in differenziata è pari a un quinto di quella potenziale. La raccolta di carta e cartone a Palermo è scesa del 6% rispetto al 2005 ed è al 18%, con un potenziale 10 volte superiore. Tra il 2005 e il 2012 a Trapani è raddoppiata la quantità di carta e cartone (33%). Per il presidente di Comieco, Ignazio Capuano, c'è un'Italia a tre velocità nella raccolta di carta e cartone, con un nord che registra un recupero di 60 chili a testa ed un sud che si attesta a meno della metà con 26 chili pro-capite.

 
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lunedì 14 ottobre 2013 - 17:50   Ultimo aggiornamento: 19:58

Altro che tesoro di Craxi: all'asta vanno i suoi cimeli

Stefano Zurlo - Mar, 15/10/2013 - 08:38

Libri, oggetti e foto: il tribunale di Milano vende la collezione per 350mila euro. E dire che si favoleggiava di un bottino. La moglie: "Andavamo per mercatini"

C'è persino un pezzo di sigaro che Giuseppe Garibaldi strinse fra le labbra. «Naturalmente - osserva Anna Craxi, vedova di Bettino - non è possibile verificare la genuinità di questi cimeli. Ma posso assicurarle che alla domenica, specie d'inverno, io e mio marito ci mettevamo alla ricerca: frequentavamo i mercatini d'antiquariato che si tenevano a Milano, in zona Navigli.


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Cercavamo, compravamo, poi ci fermavamo in qualche trattoria a mangiare». Altri tempi. Oggi l'eredità «rilasciata da Craxi Benedetto detto Bettino» è in vendita al tribunale di Milano, come comunicato con avviso pubblicato ieri dal Giornale. Il giudice punta al bersaglio grosso e spera che si faccia avanti qualcuno disposto ad acquistare «in blocco» i beni «ad un prezzo minimo di 350mila euro».

Nemmeno tanto. Certo, una cifra ridicola se paragonata alla vulgata sul presunto tesoro accumulato dal leader socialista e messo in salvo, secondo alcune leggende metropolitane, nel rifugio di Hammamet. In realtà l'elenco, sterminato, di quei beni documenta più che la ricchezza e il lusso dell'ex presidente del Consiglio la sua irrefrenabile passione, la curiosità, il disordine creativo e naturalmente, l'ossessione per Garibaldi. Ci sono i libri, le biografie dell'eroe dei due Mondi: più di centocinquanta. Le medaglie. E poi i quadri, le incisioni, le acqueforti, le figurine Liebig con gli episodi della spedizione dei Mille, addirittura una scatola portaburro perché il liberatore del Sud era effigiato ovunque.

«C'è un'acquaforte con La battaglia di Ponte Ammiraglio firmata da Renato Guttuso - racconta Bobo - so che Guttuso era amico di papà e gliela regalò». «Mio marito - aggiunge la vedova - passava gran parte del tempo libero ad occuparsi di Garibaldi. Io stesso l'ho accompagnato almeno tre volte a Caprera. Leggeva tutto quello che era in circolazione, si aggiornava e teneva d'occhio le bancarelle. Naturalmente si prendeva quel che si trovava: pezzi semplici, spesso disponibili ad un prezzo molto modesto».

Ma l'eredità non è chiusa dentro il perimetro garibaldino. I cimeli, o i ricordi come li chiama la signora Anna, abbracciano le molte dimensioni di Craxi: lo statista, il politico socialista, l'ambasciatore dell'Onu per il problema della fame nel mondo. E così nella lista, incredibile, entrano perfino «due proiettili da contraerea inattivi, una bomba a mano tipo ananas, un pugnale da armamento, un pugnale giavanese, un coltellaccio da cerimoniale del bacino del Congo».

E poi una pelle intera di leopardo e un'altra di orso polare. E ancora disegni, con prevalenza di nudi femminili e la firme di grandi artisti: Egon Schiele, Gaetano Previati, Jean Cocteau. Stampe. Incisioni. Oggetti d'arte. E la lunghissima galleria garibaldina: porcellane, bronzi, bottiglie di vetro. Lettere autografe. Quadri. Acquarelli. E «Tutti questi oggetti - spiega la signora Anna - ci furono regalati o furono acquistati nell'arco di quarant'anni ed erano sparpagliati fra gli uffici di piazza Duomo, quelli di via del Corso a Roma, l'hotel Raphael e la casa milanese di via Foppa.

Avevamo allestito delle vetrinette in corridoio e lì si potevano ammirare alcuni pezzi. I proiettili arrivavano dai luoghi della Tunisia in cui le truppe dell'Asse avevano tentato un'ultima resistenza prima di imbarcarsi, e molto altro fu preso in Africa, fra un viaggio e l'altro in Somalia, in Etiopia, in Kenya». Il resto è cronaca di un declino. Tangentopoli, Mario Chiesa il mariolo. Le monetine e gli sputi. Il faccia a faccia con Di Pietro. Gli avvisi di garanzia e gli ordini di custodia. Craxi trova riparo ad Hammamet, dove morirà il 19 gennaio 2000.

Nel '97 a Livorno la Guardia di finanza sequestra un carico in partenza per la Tunisia. Dentro quegli scatoloni ci sono le medaglie, i dipinti e tutto il resto. Si favoleggia di un tesoro luccicante. Poi la burocrazia ha la meglio su tutto. La collezione resta a impolverarsi in un deposito delle Fiamme gialle e nei locali della Soprintendenza di Pisa. Passano gli anni e anche la Seconda repubblica volge al tramonto. La famiglia Craxi ha accettato l'eredità con beneficio di inventario. In realtà quel museo planetario porta con sé una buona dose di guai e diventa off limits per la vedova e per i figli.

Accettare quei beni vuol dire aprire la diga che tiene lontani i creditori dei molti procedimenti innescati da Mani Pulite. Meglio rinunciare. Per non trovarsi impiccati a richieste esorbitanti. Così, dopo tanto tempo, il tribunale si rivolge al mercato per collocare il corpus craxiano. «Mi piacerebbe molto ricomprare la collezione garibaldina - racconta Stefania Craxi - ma non abbiamo i soldi, la Fondazione che porta il nome di mio padre resterà fuori dall'asta, tutta questa vicenda resta dolorosa, ingiusta e infame».

«Dopo il danno la beffa - sintetizza a suo modo Bobo - il ricavato dell'asta andrà ai creditori del Banco Ambrosiano». Amarezza e nostalgia, ma a ciglio asciutto. «È andata così - si congeda Anna Craxi - ormai sono una cittadina tunisina e vivo ad Hammamet. Dall'Italia mi arriva solo una pensione di circa cinquemila euro al mese. Vorrei stringere fra le mani qualche souvenir garibaldino, ma a Milano non metto piede da tre anni. Davvero non ho rimpianti».

A chi appartiene la parola “Allah”? Malesia, il tribunale ha deciso

La Stampa

francesca paci

I giudici di Putrajaya hanno negato ai cristiani malesi il diritto di utilizzare la parola “Allah”: «Possono farlo soltanto i musulmani»


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A chi appartiene la parola Allah? Certamente non ai cristiani malesi che in queste ore si sono visti negare da un tribunale di Putrajaya (la capitale amministrativa) il diritto di riferirsi a Dio chiamandolo Allah, come avevano invece fatto per secoli. Secondo i giudici si tratterebbe infatti di una esclusiva prerogativa dei musulmani, gli unici e legittimi titolari del divino brand islamico.

Il contenzioso va avanti dal 2009 quando la versione malese del giornale The Herald fu “autorizzata” da una sentenza a scrivere la parola Allah pur essendo una testata cristiana (The Herald era stato denunciato come una minaccia per l’ordine pubblico). Allora i musulmani fecero ricorso e oggi il nuovo pronunciamento rovescia quella valutazione ritenuta “frettolosa” riattizzando il fuoco delle tensioni religiose tra la maggioranza della popolazione e la minoranza cristiana.

“L’uso della parola Allah non è parte integrante della fede nel Cristianesimo e ammetterlo creerebbe confusione nella comunità” ha spiegato il giudice Mohamed Apandi Ali riferendo il parere dell’intera corte. Un paio di anni fa, poco dopo lo storico incontro fra il Premier malaysiano Datuk Seri Najib Razak e papa Benedetto XVI all’insegna del dialogo, un’eminente personalità islamica malese, Mohd Sani Badron, aveva pronunciato parole inequivocabili all’Islamic Understanding Malaysia:

“La cattiva traduzione della parola ‘Dio’ come ‘Allah’ nella Bibbia malese deve essere abbandonata perché rappresenta erroneamente le due religioni come eguali. La traduzione di ‘Dio’ come ‘Allah’ è molto sbagliata, dovrebbe essere tradotto correttamente… noi interpretiamo non solo la parola, ma il significato e il significato è sbagliato e inaccurato. Guardando il significato, il termine giusto per ‘Dio’ nel cristianesimo è ‘Tuhan’ e la parola ‘Signore’ è anche ‘Tuhan’, non ‘Allah’”.

Negli ultimi mesi il premier malese Najjb Razak è particolarmente impegnato a consolidare il proprio consenso politico assicurandosi il supporto dei conservatori. Il suo governo, uscito dalle polarizzatissime elezioni di maggio, è dominato dal partito nazionalista United Malays National Organization nel cui programma c’è il rafforzamento delle leggi di sicurezza e forti agevolazioni per la maggioranza malese (il 60% dei 28 milioni di abitanti), che negli anni precedenti aveva “subito” alcune riforme liberali a favore di un paese multietnico.

“Dio è parte integrante di qualsiasi religione e noi dobbiamo difendere i diritti delle minoranze” replica l’editore di The Herald padre Lawrence Andrew annunciando il ricorso. I cristiani malesi (il 9% della popolazione) vivono meno nel mirino rispetto a quelli di altri paesi musulmani come l’Iraq, ma due anni fa aveva fatto scalpore il caso delle Bibbie in lingua Malay bloccate nei porti di Klang e di Kuching (poi furono fatte entrare). 

Spezzatino di misfatti della settimana

Marcello Veneziani - Dom, 13/10/2013 - 14:58

Cosa sarebbe accaduto se Priebke si fosse rifiutato di compiere l'eccidio?


Questo partito è pieno di veleni, dice Alessandra Moretti parlando del suo Pd. E poi dicono che si spacca solo il Pdl. Pure tra i grillini scoppiano guerre stellari: la base si spacca, l'altezza sconfessa la larghezza, cioè i parlamentari. In principio fu il bipolarismo imperfetto, poi ci fu quello muscolare, ora c'è il tripolarismo autolesionista. Quest'autunno il partito si porta con lo spacco laterale.

* Il femminicidio è stato approvato, evviva. A quando il senioricidio se uccidono un vecchio o lo junoricidio se ammazzano un ragazzo? E il disabilicidio se uccidono un disabile o il paupericidio se danno fuoco a un povero? E il terronicidio o il padanicidio se la vittima è del sud o del nord? Non sarebbe meglio lasciare in piedi per tutti l'omicidio, valutando poi le singole aggravanti? Ma che dici, c'è già l'omoicidio, riservato ai gay.

* Su Priebke. Cosa sarebbe accaduto se si fosse rifiutato di compiere l'eccidio? Avremmo avuto le stesse vittime, più una che le avrebbe precedute: lo stesso Priebke, che sarebbe diventato martire di una causa persa, santo senza miracoli.

* Cosa sarebbe accaduto se due giornalisti fossero stati licenziati da Radio Maria dopo aver criticato Papa Ratzinger? Prima pagina, orrore per la teocrazia vaticana, ultima monarchia assoluta e liberticida. Sono stati cacciati invece due giornalisti che hanno criticato in modo oculato e fuori dalla radio Papa Francesco dal punto di vista della Tradizione. E i giornali se la sbrigano con sette righe come nei necrologi. Vergogna. Buon appetito.

Priebke è figlio di Germania. Se lo venga a prendere Frau Merkel.

Il Giornale


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No, noi non ce lo vogliamo sotto la terra d’Italia. Abbiamo già tonnellate di rifiuti tossici provenienti da mezza Europa. Probabilmente anche dalla sua Deutschland. Se lo vengano a recuperare, a spese loro, e ci liberino da un incubo. Lo abbiamo sfamato già per troppo tempo. Non è bene che gli dobbiamo offrire ancora ospitalità. Neanche da morto. Lo scellerato capitano delle SS, mai pentito, ha spento in casa nostra le sue cento candeline: c’è offesa peggiore a Tutte le Vittime delle Fosse Ardeatine? Penso a Tutti i Giovani che sono stati massacrati da questo boia e dal suo degno compare di abominio, quel Kappler che riuscì a tornare in Germania grazie a chissà quale importante complicità, mentre a noi raccontarono la storiella che quella virago della moglie lo calò dalla finestra del Celio e lo nascose nel bagagliaio dell’auto. Puah! Luride bugie di quegli anni.

1
Priebke, invece, riuscì a starsene tranquillo in Argentina fino alla veneranda età di 82 anni. Poi lo scovarono, lo catturarono e ce lo consegnarono. E noi, come al solito, ci lasciammo intenerire. Lo condannammo, ma gli concedemmo i comodi domiciliari. E, allora, perché non a Riina o Provenzano? Al suo cospetto, e per ciò che lui ha rappresentato e, morto senza pentirsi, rappresenta, sono due chierichetti.

2
Il boia Priebke, agli ordini del boia Kappler, ha sparato convinto. E, magari, torturato prima e vilipeso dopo. Ha continuato a negare fino all’ultimo respiro le camere a gas e a nicchiare sui lager. Ha offeso i milioni di morti, vittime della furia tedesca. E’ rimasto germanicamente vestito da nazista anche quando camminava, sorridendo, in borghese per le vie di Roma. Mica settanta anni fa… L’estate scorsa!

3
No, nemmeno il suo corpo morto deve trovare pace nella vilipesa terra d’Italia. Lo portino a casa, lo inceneriscano e lo spargano sui viali di Dachau.
4Nessun perdono per una simile belva mai pentita. Nessuna preghiera. Nessun ricordo, né mausoleo, né urna. Non resti di simile vergogna umana alcun simbolo. Non si possa celebrare la nefandezza di un tale obbrobrio umano, offrendogli una dimora individuabile. L’Italia abbia il buonsenso di imporsi sulla Comunità Internazionale: le Vittime della sua scelleratezza furono Italiane e noi, Priebke, non lo vogliamo. Ora più che mai!

… fra me e me. Soffocando di tristezza.

Brunetta scrive alla Vigilanza Rai: «Anomalo che a Fazio sia rinnovato il contratto ora»

Corriera della sera

Il capogruppo del Pdl accusa: il conduttore ha subordinato il rinnovo del contratto alla sua partecipazione a Sanremo

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Chiarire la tipologia del nuovo contratto in esclusiva tra Fabio Fazio e la Rai e rendere noto, ufficialmente, l’ammontare del compenso triennale previsto per il conduttore genovese. Lo chiede il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta, in un’interrogazione al presidente della Commissione di Vigilanza, Roberto Fico.

LA LETTERA - «Il conduttore genovese Fabio Fazio - scrive Brunetta - ha un contratto triennale con la Rai, con scadenza il 31 giugno 2014, che prevede un compenso di 2 milioni di euro annui. Nelle scorse settimane il direttore di Rai Uno, Giancarlo Leone, ha ufficialmente confermato Fabio Fazio e Luciana Littizzetto per la conduzione dell’edizione 2014 del Festival di Sanremo che, come consuetudine, andrà in onda nel prossimo mese di febbraio».

«Nella seduta del Consiglio di amministrazione della Rai dello scorso 1 agosto - sottolinea Brunetta - il direttore generale, Luigi Gubitosi, ha presentato un’informativa sul rinnovo triennale del contratto di Fabio Fazio dal 2014 al 2017. Il contratto, che prevede anche la conduzione di «Che Tempo Che Fa», stabilirebbe una decurtazione del compenso del 10% rispetto al precedente accordo: da 2 milioni euro a 1.800.000 euro l’anno; tra l’altro, il nuovo contratto triennale che legherebbe Fabio Fazio alla Rai fino al giugno 2017, con un compenso per tre anni pari a 5 milioni e 400 mila euro, sarebbe proprio in questi giorni alla firma della presidente, Anna Maria Tarantola». «Risulta quanto meno anomalo che il direttore generale Gubitosi - sostiene Brunetta - proponga di discutere in Consiglio di amministrazione il rinnovo di un contratto che non è in scadenza, ma che giungerà a termine addirittura a giugno del prossimo anno.

Secondo notizie pubblicate dai principali organi di stampa, lo stesso Fabio Fazio avrebbe imposto un rinnovo anticipato del contratto garantendosi una vera e propria blindatura e subordinando ad esso la conduzione del prossimo Sanremo. L’eventuale conferma di questa circostanza, si configurerebbe come una gravissima forzatura del conduttore nei confronti della Rai, poiché Fabio Fazio risulta già legato contrattualmente alla Rai fino al giugno 2014, cioè ben oltre il periodo di messa in onda della prossima edizione del Festival di Sanremo».

Brunetta-Fazio: è scontro sugli stipendi Rai (13/10/2013)

GRILLO - Contro Fazio scende in campo anche il M5S. Con un post dal titolo «L’ipocrisia di Rai3» il blog di Beppe Grillo scrive: «Domenica 13 ottobre 2013 il Tg3 su Rai3 alle ore 19.15 manda in onda un servizio su una famiglia composta da nonna, marito, moglie e tre bambine che vivono (si fa per dire) con la pensione di reversibilità della nonna: settecento (700) euro al mese. Alle 21 circa va in onda sempre su RAI3 «Che tempo che fa» condotto da Fabio Fazio, conduttore televisivo, al quale la Rai ha rinnovato il contratto per tre anni per un importo pari a 5.400.000 euro, cioè 1.800.000 euro all’anno». «Chiedo - prosegue il post pubblicato sul blog - che i portavoce del M5S denuncino, tutte le volte che vanno in una qualsiasi televisione, queste enormi ingiustizie. Anche tenendo presente che sono i pensionati al minimo che pagano il canone.

CODACONS - Ma attacchi da Fazio arrivano anche dalle associazioni dei consumatori. In particolare il Codacons: in un comunicato precisa: «Assolutamente assurdo quanto affermato domenica da Fazio: nessuno può impedire di rendere pubblico un cachet». «La segretezza di cui ieri ha parlato Fazio viene cancellata di netto dal fisco, dal momento che le denunce dei redditi sono pubbliche», ha aggiunto il Codacons. E ancora: sui compensi di Fazio, Littizzetto e Benigni le due organizzazioni hanno presentato «non solo un esposto alla Corte dei conti contro la Rai, ma anche un’istanza d’accesso all’Agenzia delle entrate per avere copia delle denunce dei redditi (che sono pubbliche) dei tre personaggi televisivi e risalire ai cachet elargiti loro dalla Rai.

14 ottobre 2013

Rai, Grillo contro Fabio Fazio: è stuoino del Pd

Raffaello Binelli - Mar, 15/10/2013 - 13:40

In un post pubblicato sul suo blog Grillo attacca la Rai per il compenso percepito da Fabio Fazio. "Gubitosi e la Tarantola come giustificano un contratto che è un insulto alla condizione del Paese e ai lavoratori della Rai?"

Incredibile ma vero: Beppe Grillo dà ragione a Brunetta che, per primo, ha acceso i riflettori sui compensi milionari elargiti dalla Rai a Fabio Fazio (ma anche a Luciana Littizzetto e a Roberto Benigni).


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Il leader del Movimento 5 stelle scrive sul suo blog: "Fazio dice che lui si guadagna i suoi soldi: Questo programma è interamente pagato interamente dalla pubblicita. Il suo contratto è stato rinnovato per tre anni per un importo di 5.400.000 euro, pari a 1.800.000 all’anno. Fazio di che parla? Quali guadagni si attribuisce?". Poi Grillo se la prende con Viale Mazzini: "La Rai è tecnicamente fallita, nel 2012 ha perso 245,7 milioni di euro e le previsioni per il 2013 sono di una perdita superiore a 400 milioni. Gubitosi e la Tarantola dove trovano i soldi da dare a Fazio? Come giustificano un contratto che è un insulto alla condizione del Paese e ai lavoratori della Rai? Con che faccia?".

Il leader M5S si sofferma ancora sui conti della tv pubblica: "I ricavi della Rai sono di 1.748 milioni, dalla pubblicità entrano 675 milioni. Nel 2012 gli incassi pubblicitari sono diminuiti di 209 milioni e quest’anno forse ne perderà il doppio. In questa situazione - sottolinea Grillo - cosa farebbe un qualunque amministratore, con un organico pletorico e conti in rosso? Si affiderebbe alle professionalità interne e diminuirebbe i costi dei programmi acquistati all’esterno. 

Invece la coppia Tarantola&Gubitosi fa esattamente il contrario. La Rai ha incassato lo scorso anno 2.683 milioni e ne ha speso il 60% per consumi di beni e servizi esternì, un’allucinante cifra di 1.612,6 milioni. La Rai è pagata dal canone e le sue perdite sono ripianate con le tasse, è un’azienda pubblica, deve essere trasparente come una casa di vetro". 

In un altro passaggio Grillo osserva che il programma "Che tempo fa" di Fazio, lo stuoino del pdmenoelle, è prodotto da Endemol di proprietà al 33% di Mediaset.
La Rai compra il suo programma da Berlusconi invece di produrlo internamente. Non ci
vorrebbe molto a farlo da parte dell’emittente pubblica, la Rai ha 10.476 dipendenti. Quando Fazio afferma ’Io faccio guadagnare la mia aziendà, a chi si riferisce? A Endemol?". Dopo poco in una nota la società che produce format tv precisa: "Mediaset non fa più parte dell’azionariato di Endemol, quindi non corrisponde al vero quanto affermato da Beppe Grillo, sul suo blog, nel quale, relativamente a Che tempo che fa, ha affermato che è prodotto da Endemol di proprietà al 33% di Mediaset. La Rai compra il suo programma da Berlusconi invece di produrlo internamente".
Grillo conclude così il suo post: "La Rai farebbe molto bene a fornire i dati sulle spese, in particolare quelle esterne anche se questo dispiace (e ti credo!) a Fazio". Dà ragione a Brunetta e sposa, in pieno, la protesta delle associazioni dei consumatori. Che ovviamente si guarda bene dal citare. E promette, con tono minaccioso: "Verremo a cantare a San Remo. Ripeto: verremo a cantare a San Remo". E sul filo dell'ironia Fazio, via Twitter, risponde a Grillo: "Se hai due pezzi belli ti prendiamo! Ripeto: due pezzi!". Fazio si riferisce al regolamento del Festival che prevede la partecipazione dei big con due brani...

Sulla vicenda interviene anche Maurizio Gasparri (Pdl): "Va convocata urgentemente la Commissione di Vigilanza per discutere pubblicamente del tema della trasparenza dei compensi in Rai. Non solo nomine esterne profumatamente pagate, ma soprattutto compensi milionari per conduttori e noti personaggi pagati con i soldi dei cittadini. Altro che austerity. Ci auguriamo - ha aggiunto Gasparri - che le indiscrezioni di stampa circa alcune trattative, le cui cifre risultano francamente spropositate, siano smentite. Nel frattempo esigiamo che si rispettino le norme che impongono chiarezza e trasparenza sui compensi del servizio pubblico". 






Cachet d'oro, pure Grillo inchioda Fazio

Dopo l'affondo di Brunetta sui 5,4 milioni al conduttore, il leader M5S smaschera Rai3: "Ipocriti, altro che crisi"

Fabrizio De Feo - Mar, 15/10/2013 - 08:53


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Roma - «È vero che Fabio Fazio guadagnerà 5,4 milioni in 3 anni per 3 ore e mezzo di trasmissione alla settimana per 8 mesi l'anno?». Prima il contropiede nel corso di Che tempo che fa con la battuta che ha acceso i riflettori sul nuovo contratto. Poi l'interrogazione al presidente della Commissione di Vigilanza Rai, il grillino Roberto Fico. Infine il rilancio via Twitter.

Renato Brunetta continua la sua battaglia contro i compensi fuori controllo dell'azienda del servizio pubblico radiotelevisivo. E mette nel mirino il super-stipendio di Fabio Fazio. Una battaglia coerente con l'impegno che da tempo il capogruppo del Pdl alla Camera sta profondendo per conoscere e rendere pubblici i compensi dei conduttori - tra cui lo stesso Fazio, Roberto Benigni e Luciana Littizzetto - custoditi gelosamente dall'azienda.

La richiesta inviata da Brunetta in Vigilanza è chiara: chiarire la tipologia del nuovo contratto e rendere noto, ufficialmente, l'ammontare del compenso triennale. «Fazio ha un contratto triennale con la Rai, con scadenza 31 giugno 2014, che prevede un compenso di 2 milioni annui. Nelle scorse settimane il direttore di Rai Uno ha ufficialmente confermato Fazio e Littizzetto per il Festival di Sanremo. Nella seduta del cda dello scorso 1 agosto - sottolinea Brunetta - il direttore generale ha presentato un'informativa sul rinnovo triennale. Il contratto stabilirebbe una decurtazione del compenso del 10% rispetto al precedente accordo: da 2 milioni a 1.800.000 euro l'anno.

Tra l'altro, il nuovo contratto triennale che legherebbe Fabio Fazio alla Rai fino al giugno 2017, con un compenso per tre anni pari a 5 milioni e 400 mila euro, sarebbe proprio in questi giorni alla firma». «Risulta quanto meno anomalo che il direttore generale proponga di discutere il rinnovo di un contratto non in scadenza, ma che giungerà a termine addirittura a giugno del prossimo anno. Secondo notizie pubblicate da organi di stampa, Fazio avrebbe imposto un rinnovo anticipato subordinando a esso la conduzione di Sanremo. L'eventuale conferma di questa circostanza si configurerebbe come una gravissima forzatura nei confronti della Rai».

Se Brunetta carica il cannone delle interrogazioni - indirizzate peraltro a una Commissione guidata da un esponente grillino - a seguirlo sulla stessa strada è proprio Beppe Grillo. Con un post dal titolo «L'ipocrisia di Rai3» scrive: «Domenica 13 ottobre 2013 il Tg3 alle ore 19.15 manda in onda un servizio su una famiglia composta da nonna, marito, moglie e tre bambine che vivono (si fa per dire) con la pensione di reversibilità della nonna: 700 euro al mese. Alle 21 circa va in onda sempre su Rai3

Che tempo che fa condotto da Fazio al quale la Rai ha rinnovato il contratto per 3 anni per 5.400.000 euro, cioè 1.800.000 all'anno». «Chiedo che i portavoce del M5S denuncino, tutte le volte che vanno in una qualsiasi televisione, queste enormi ingiustizie. Anche tenendo presente che sono i pensionati al minimo che pagano il canone». Sulla questione alza i toni anche il Codacons, insieme all'Associazione Utenti Radiotelevisivi. «È assurdo quanto affermato da Fazio: nessuno può impedire di rendere pubblico un cachet. Sui compensi di Fazio, Littizzetto e Benigni abbiamo presentato un esposto alla Corte dei Conti e un'istanza all'Agenzia delle entrate per avere copia delle denunce dei redditi e risalire ai cachet elargiti loro dalla Rai».

Quei “parenti” di Ötzi arrivati fino a noi

La Stampa

vittorio sabadin

L’Università di Innsbruck ha identificato almeno 19 discendenti. Vivono tra Tirolo,Alto Adige e Svizzera. Scoperti grazie al Dna



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Otzi, l’uomo di ghiaccio trovato nel settembre del 1991 al confine tra l’Italia e l’Austria, ha almeno 19 discendenti, che vivono sparsi fra il Tirolo, l’Alto Adige e la Svizzera. Li ha individuati l’Istituto di medicina legale dell’Università di Innsbruck, grazie a una particolare mutazione genetica della quale Ötzi era portatore, una variazione molto comune nella preistoria, ma che oggi si riscontra globalmente in pochi individui. 

L’identificazione dei discendenti di un uomo vissuto 5300 anni fa sembrava una impresa impossibile, ma nessun essere umano è stato mai studiato così a fondo come quel cacciatore vestito di pelli, alto 159 centimetri, trovato in Val Senales da due coniugi tedeschi, Erika e Helmut Simon, che stavano facendo una passeggiata in alta quota. Grazie al lavoro di decine di scienziati austriaci e italiani, di Ötzi sappiamo ormai praticamente tutto: aveva mangiato carne di stambecco prima di essere ucciso, era intollerante al lattosio, aveva 46 anni, era predisposto all’infarto, aveva contratto la malattia di Lyme o borellosi, comune nelle foreste e nei cervi. Soffriva anche di artrite, era infestato da vermi tricocefali, aveva gli occhi marroni e il suo gruppo sanguigno era di tipo “0”. 

Proprio l’analisi del sangue è stata la chiave delle scoperte più sorprendenti, grazie alla collaborazione tra il professor Albert Zink dell’Istituto per le mummie e l’Uomo di ghiaccio di Bolzano e l’Università di Darmstadt. Accanto al segno di una ferita sulla mano di Ötzi sono stati raccolti campioni di tessuto. Analizzati con tecnologie avanzate, in grado di rilevare sostanze dello spessore di pochi atomi, hanno mostrato la presenza di globuli rossi, il più antico sangue umano mai osservato. 

Il professor Zink ha ricostruito la sequenza del Genoma dell’Uomo di ghiaccio e del suo Dna mitocondriale, quello che aveva ereditato dalla madre. Ma per trovare eventuali discendenti ancora non bastava. Si pensava anzi che Ötzi appartenesse a un sottogruppo di uomini dell’Età del rame che non aveva lasciato eredi e le sue caratteristiche genetiche sembravano più simili a quelle dei sardi o dei corsi che non a quelle degli abitanti del Tirolo. 

E’ stata la rara presenza dell’aplogruppo G nel cromosoma Y dell’Uomo di ghiaccio a fare pensare ai ricercatori dell’Università di Innsbruck che forse era possibile trovare, nella popolazione dello stesso territorio nel quale il corpo era stato rinvenuto, qualche discendente con le stesse caratteristiche genetiche. La ricerca è stata compiuta dal professor Walther Parson su 3700 donatori di sangue di sesso maschile, ai quali è stato chiesto di dichiarare il luogo di nascita e la storia della propria famiglia. Chi veniva da troppo lontano o aveva famiglie con incroci genetici complessi è stato scartato; tra gli altri rimasti, 19 sono risultati portatori della mutazione genetica di Ötzi e quindi potenzialmente suoi parenti.

Si ritiene che l’aplogruppo G sia comparso circa 30 mila anni fa, diffondendosi nella zona dell’Himalaya, del Medio Oriente e del Pakistan. Le migrazioni umane lo hanno portato anche in Europa centrale, fino alla famiglia di Ötzi, ma oggi è diventato piuttosto raro.L’Uomo di ghiaccio è conservato nel museo di Bolzano, dove migliaia di persone fanno la fila ogni anno per vederlo. Poche scoperte archeologiche hanno generato nel mondo così tante emozioni, e anche un po’ di tenerezza per questo corpo ferito, che ci ha detto tutto quello che poteva di sé e della sua vita.

Grazie a lui abbiamo imparato che gli uomini preistorici avevano conoscenze superiori a quelle che avevamo attribuito loro, considerandoli semplici selvaggi in attesa del miracolo dell’evoluzione. Ötzi non solo calzava scarpe perfettamente adatte alla neve e al ghiaccio e disponeva di attrezzi sofisticati per la sua era. Aveva anche il corpo pieno di tatuaggi, 36 segni fatti di punti e linee, incisi nella pelle e marcati con la cenere, che secondo alcuni studiosi coincidono o sono molto vicini ai punti dell’agopuntura cinese o ai punti di pressione della medicina orientale. Un indelebile manuale di automedicazione per i lunghi e pericolosi viaggi nelle Alpi, e forse il modo più utile e intelligente di tatuarsi qualcosa addosso.



Oetzi, la mummia che cambiò la storia
La Stampa

Vent’anni fa ritrovato in Alto Adige il reperto che ha retrodatato l’Età del Rame e avvalorato l’effetto serra

piero bianucci


Tra poco saranno vent’anni esatti. Era il 19 settembre 1991 quando una coppia di alpinisti tedeschi, scendendo dalla Punta di Finale, Alto Adige, a quota 3210 metri vide affiorare dal ghiaccio i resti di un uomo. Una scena macabra ma non insolita. L’estate 1991 aveva già restituito sei corpi di escursionisti periti decine di anni prima. Eppure quella foto diventerà storica. Non subito, però. I coniugi Erika ed Helmut Simon scesero al Rifugio del Similaun e segnalarono la vicenda, senza suscitare grandi emozioni. Tre giorni dopo erano di nuovo nella loro casa a Norimberga. La polizia italiana dimostrò poco interesse al recupero. Ci pensò la gendarmeria austriaca, e la mummia finì all’Università di Innsbruck.

Erika ed Helmut non potevano immaginare di aver fatto una scoperta che avrebbe cambiato, se non la paleoantropologia, almeno la percezione popolare di questa scienza. I resti che avevano fotografato erano quelli dell’Uomo del Similaun, o l’Uomo venuto dal Ghiaccio, o ancora, nome che poi si è affermato, Oetzi, dal toponimo del luogo di ritrovamento. Quando se ne resero conto cercarono di cavarne la giusta gloria e anche un po’ di soldi: la causa legale si è conclusa solo l’estate scorsa e ha fruttato 175 mila euro. Ma Helmut Simon non se li è goduti: è morto nel 2004 precipitando in una scarpata sulle Alpi di Salisburgo.

Per la mummia approdata a Innsbruck incominciò una serie di retrodatazioni. Era così ben conservata e aveva un aspetto così «moderno» che dapprima si pensò a un alpinista scomparso nel 1941 (ma il suo cadavere era già stato recuperato nel 1952). Qualcuno poi parlò di un escursionista ottocentesco e poco per volta si arretrò fino al tardo Medioevo ipotizzando che l’Uomo del Similaun fosse un soldato di ventura al servizio di un certo conte del Tirolo vissuto intorno al 1420. Il colpo di scena arrivò con la datazione fatta con la tecnica del radiocarbonio. I risultati ottenuti nei laboratori di vari Paesi non lasciavano dubbi: Oetzi era vissuto fra il 3300 e il 3200 avanti Cristo, la sua mummia ha 5300 anni. Dunque valeva la pena di contendersi resti così preziosi, e le autorità italiane uscirono dalla loro indifferenza per rivendicare la mummia.

Numerose spedizioni tornarono sul posto, raccolsero altri reperti, e soprattutto stabilirono che Oetzi era morto in territorio italiano, a 92 metri e 56 centimetri dalla linea di confine tra Italia e Austria. Così, dopo tanta carta bollata e complesse acrobazie diplomatiche, adesso Oetzi a buon diritto dorme il suo sonno nel Museo archeologico di Bolzano, conservato alla temperatura di 6 gradi centigradi sotto zero, in un’atmosfera a umidità controllata. Decine di migliaia di visitatori ogni anno entrano nella sua «tomba» arredata da vetrine con le suppellettili recuperate, mentre lui, Oetzi, riposa al di là di una finestra antiproiettile di 30 per 40 centimetri: quasi una feritoia alla quale il visitatore deve affacciarsi per gettare uno sguardo fugace sul mondo di 5000 anni fa.

Chi era Oetzi? Era un cacciatore-raccoglitore, forse anche un pastore, alto un metro e 60, con età fra i 30 e i 40 anni, di rango sociale medioalto. Il suo ultimo pasto fu a base di carne di stambecco. Il corpo ha svelato 57 piccoli tatuaggi fatti inserendo erbe secche sotto pelle. Poiché aveva con sé funghi allucinogeni, qualcuno sostiene che era uno sciamano.Sulla sua fine si è lavorato di fantasia. La spiegazione più semplice è che sia stato sorpreso da una tormenta di inizio autunno e sia morto assiderato: nuove nevicate avrebbero conservato il cadavere intatto. Ma poi si è trovata traccia di una freccia in una scapola, e allora si è pensato a un conflitto. Del resto, Oetzi è stato colto dalla morte mentre riparava il suo arco, ed era ben armato: aveva una lama di selce e un’ascia di rame.

Proprio questa è la cosa scientificamente più interessante. «Oetzi – spiegano gli antropologi Enzo Maolucci e Alberto Salza, curatori di una mostra sui cacciatori raccoglitori al Museo di Scienze naturali di Torino – fa retrodatare di mille anni l’Età del Rame. A modo suo era un pioniere della nuova tecnologia dei metalli, che stava subentrando a quella della pietra». L’altra scoperta importante che dobbiamo a Oetzi riguarda il clima. Nel 1991 due tempeste di sabbia coprirono il ghiacciaio del Similaun accelerandone la fusione: è evidente che mai negli ultimi 5000 anni il clima era stato così caldo. Una prova a favore dell’effetto serra. Un monito per l’uomo del Duemila.

I lager nazisti non erano polacchi” Il governo Tusk studia azioni legali

La Stampa

matteo alviti
berlino

Varsavia è pronta a chiedere risarcimento danni per diffamazione: «I campi di concentramento erano tedeschi»


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Le parole sono importanti. Compresi gli aggettivi. E chi non lo capisce in futuro potrà vedersi recapitare anche una querela del ministero degli Esteri polacco, stanco di vedere il nome della nazione affiancato agli orrori dei campi di concentramento e sterminio nazisti.

L’espressione “campi di concentramento e sterminio polacchi” per definire i Lager costruiti dai nazisti in Polonia - Auschwitz-Birkenau, Sobibor, Treblinka, tra gli altri - in futuro sarà considerata un’offesa che comporterà richieste di risarcimento danni per diffamazione, come racconta il quotidiano polacco Rzeczpospolita di venerdì. Varsavia non intende più tollerare quelle che, da molti anni, considera gravi falsificazioni storiche, capaci di sporcare la memoria delle vittime polacche, che tanto hanno dovuto patire sotto la feroce dittatura nazista.

L’occupazione della Polonia da parte del criminale “Reich millenario” hitleriano è costata la vita a circa sei milioni di persone, tre milioni dei quali di religione ebraica. Milioni furono inoltre i deportati nei campi di lavoro tedeschi. Eppure l’espressione continua a essere usata: il ministero degli Esteri, riporta l’agenzia austriaca Apa, solo nel 2012 l’ha registrata sui media internazionali per ben 120 volte. Le segnalazioni agli autori hanno portato quasi sempre alla correzione dei testi, almeno nelle edizioni online. Non sempre senza rimostranze da parte delle redazioni.

L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa, quando il francese Le point, su richiesta dei diplomatici di Varsavia, ha cancellato i “campi polacchi” dalla versione in rete di un articolo pubblicato sul settimanale. Quella dei “campi di concentramento e sterminio polacchi” è un’espressione-trappola in cui sono caduti in molti. Compreso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che nel 2012 parlò di “campi della morte polacchi” in occasione della cerimonia per l’assegnazione della medaglia per libertà a Kan Karski, oppositore antinazista polacco e, dopo la Seconda guerra mondiale, professore all’università di Georgetown, morto nel 2000. 

Una scivolata che costò al presidente statunitense un telegramma di scuse ufficiali al suo omologo polacco Bronislaw Komorowski.

Gli studenti e lo stupore della storia: troppi non sanno nulla dell’SS Priebke

Corriere della sera

Ragazzi che vivevano vicino a casa dell’ex ufficiale condannato per l’eccidio delle Ardeatine non conoscevano i tragici eventi di cui fu protagonista. Occorre insegnare la memoria della Shoah


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ROMA - Molti dei miei studenti, ai quali insegno italiano e storia, abitano nei pressi dell’ultima casa di Erich Priebke, fra via della Pisana, Forte Boccea e via del Fontanile Arenato. Eppure lo scorso anno, quando in classe abbiamo affrontato il tema della Seconda guerra mondiale, nessuno di loro aveva mai sentito parlare di quell’ufficiale tedesco che, dalla città di Bariloche, in Argentina, dove scappò dopo la fine del conflitto, era stato estradato nella capitale italiana, processato e condannato per crimini di guerra.

Ricordo lo sguardo stupefatto di Romoletto, chiamiamolo così, un quindicenne pieno d’energia non sempre adeguatamente trattenuta sui banchi di scuola, nell’apprendere che gli eventi bellici di cui stavamo discutendo lo riguardavano da vicino, non foss’altro perché, accompagnando sua madre al supermercato, in teoria avrebbe potuto incrociare il vecchio nazista di fronte agli scaffali delle marmellate.

D’improvviso gli appunti che m’ero affannato a scrivere col pennarello sulla lavagna, in mezzo al frastuono della classe disattenta, da una parte l’otto settembre del 1943, dall’altra il sei giugno del 1944, gli apparvero sotto una luce nuova e quelle stesse parole che, poc’anzi, lui e i suoi compagni non avevano ritenuto degne di nota, caduta del fascismo, sbarco di Normandia, si trasformarono d’incanto in qualcosa che parve chiamarli in causa.

Decisi quindi di portarli tutti alle Fosse Ardeatine dove, devo ammetterlo, mi seguirono compatti e convinti. In particolare, di fronte al feretro di Orlando Orlandi Posti, detto Lallo, trucidato a nemmeno diciott’anni con un colpo di pistola alla nuca, sostammo pensierosi con il rispetto dovuto a un vero eroe del Novecento. Nei giorni successivi mi chiesero ancora di Priebke: sembrava incredibile che stesse per compiere cent’anni. Non era un fantasma. Continuava a vivere accanto a noi, sorvegliato dalla camionetta dei carabinieri, assistito dall’infermiera, tutelato e garantito dalla medesima legge che pure l’aveva identificato come uno dei responsabili del feroce eccidio e posto agli arresti domiciliari.

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Nella mente di quei ragazzi i tempi lontani che avevamo studiato si trasformarono presto in esperienza concreta. Ognuno di loro interrogò se stesso sulle ragioni e sui torti capendo che la storia non è un compito scolastico da imparare a memoria ma la radice del mondo. Ora che Erich Priebke è morto senza mostrare alcun segno di pentimento, anzi rafforzando le sue deliranti tesi negazioniste, non soltanto sulla strage di cui fu protagonista, ma sull’intera tragedia della Shoah, non dovremmo mai dimenticare che ogni generazione ricomincia da capo.

Quello che a molti adulti sembra scontato, per un adolescente potrebbe non esserlo. È necessario non abbassare mai la guardia nell’opera di informazione. Ripristinare le gerarchie di valore e significato diventa imprescindibile perché noi stiamo vivendo una crisi etica ben più grave di quella economica. Prima o poi lo spread si abbasserà, ma questo non sarà sufficiente a riconquistare l’attenzione perduta di Romoletto.

14 ottobre 2013