domenica 20 ottobre 2013

L'Inps chiede a un pensionato di restituire un cent e la famiglia chiede la rateizzazione

Il Messaggero


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RIMINI - L'Inps chiede a un pensionato 84enne di Riccione la restituzione di un centesimo, percepito in eccesso nel periodo 1 gennaio 1996-31 dicembre 2000 poichè «l'ammontare dei redditi personali è superiore ai limiti della legge 335 del 1995». La vicenda è riportata dai media cittadini. Nella raccomandata spedita dalla sede di Roma a Emilio Casali si indica anche «la possibilità di rateizzare il rimborso». Il figlio, Claudio, critica le spese legate all'invio: «Non pago o chiedo la rateizzazione».



Domenica 20 Ottobre 2013 - 13:01
Ultimo aggiornamento: 16:08

La provocazione del legale di Priebke: «Era un simbolo di libertà»

Corriere della sera

L’avvocato del criminale nazista accusa la «comunità ebraica»: «Voleva fargli fare la fine di Bin Laden...»

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«La Comunità ebraica voleva fargli fare la fine di Bin Laden, con le ceneri disperse in mare, per non creare un luogo di pellegrinaggio, hanno detto. Invece chi vorrà potrà rendere omaggio a una figura diventata simbolo di dignità, libertà e sopportazione umana». La provocazione del legale Erich Priebke Paolo Giachini, che non rivela dove sarà sepolto l’ex capitano delle Ss, responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, morto a Roma all’età di cento anni.

TENTATIVI DI PREVARICAZIONE - «Non ci siamo fatti mettere i piedi in testa né dalle autorità né dalla comunità ebraica. La famiglia di Priebke ha avuto quel che le spettava, il rispetto della salma che anche nei Paesi incivili è garantito, e il diritto alla pratica religiosa. Abbiamo ottenuto quel che volevamo, dopo una settimana di tentativi di prevaricazione». ha continuato il legale. «Non dirò quando la salma lascerà Pratica di Mare né dove andrà (ieri ha detto o in Italia o in Germania, ndr) - aggiunge - perché sono vincolato dal segreto professionale. La famiglia e la prefettura mi hanno chiesto il massimo riserbo».

20 ottobre 2013

Il negazionismo da blog del matematico vanesio

Corriere della sera

Le frasi sulle camere a gas e chi martellala verità

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Chi ha un pensiero è parco di opinioni, chi ha solo opinioni pretende di avere un pensiero. Al matematico Piergiorgio Odifreddi piace interpretare il ruolo di martellatore di verità. Non gli è bastata la lettera che un fin troppo generoso Joseph Ratzinger gli ha scritto per contestare le tesi del suo libro Caro Papa ti scrivo , edito nel 2011. Ci voleva qualcosa di più forte che lo restituisse alla ribalta. Così, sul suo blog, rispondendo a un lettore sull’esistenza delle camere a gas, è andato giù pesante: «Non entro nello specifico delle camere a gas perché di esse so appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra, e non avendo mai fatto ricerche, e non essendo uno storico, non posso fare altro che “uniformarmi” all’opinione comune; ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato».

Siccome Odifreddi non ha fatto ricerche personali, è razionalmente possibile che qualcuno abbia mentito. Magari Primo Levi, magari i sopravvissuti ai campi di sterminio, magari le testimonianze e gli studi che esistono in proposito. Se non è negazionismo questo, poco ci manca. Ma al pretenzioso Odifreddi piace «épater le bourgeois », stupire. Come è facile immaginare, essendo la memoria del trauma della Shoah il fondamento stesso della costruzione dell’identità europea, le sue provocazioni non sono passate sotto silenzio.

Già lo scorso anno, sempre per un testo scritto sul sito de la Repubblica e poi rimosso, il matematico cuneese si era applicato alla contabilità funebre: i morti causati dai raid israeliani erano «dieci volte superiori» a quelli delle Fosse Ardeatine. Anni fa, nel suo libro Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) con piglio illuministico sosteneva questa tesi: «La critica al Cristianesimo potrebbe ridursi a questo: che essendo una religione per letterali cretini, non si adatta a coloro che, forse per loro sfortuna, sono stati condannati a non esserlo». Ai martellatori di verità, ultimi eredi del positivismo ottocentesco, mentre si aggrappano alle loro opinioni capita spesso di martellarsi le dita.

20 ottobre 2013






Io, frainteso e calunniato
La Stampa


Confesso che non avrei mai immaginato che La Stampa, un giornale per il quale ho scritto per anni, e i cui giornalisti mi conoscono da ancora più anni, potesse non solo prendere parte, ma mettere essa stessa in moto una «macchina del fango» che credevo appannaggio di ben altre testate. Ma tant’è, i luridi tempi in cui viviamo sono questi, e se un giorno a qualcuno salta in mente di lanciare su Twitter una «caccia al negazionista», tutti si accodano come pecore, senza manco fermarsi un attimo a verificare se l’accusa sia circostanziata, e se l’accusato sia credibile nella parte del colpevole.

Quel qualcuno è il giornalista Gianni Riotta, che come vicedirettore de La Stampa mi ha ospitato a lungo su queste pagine, e che mi conosce benissimo. Perché l’abbia fatto senza nemmeno chiedermi se veramente negassi l’olocausto e le camere a gas, senza nemmeno provare a immaginare se questo fosse consistente con l’immagine che si era fatto di me dalle mie parole, dai miei articoli e dai miei libri, e senza nemmeno rispondere alla mia stupefatta mail di richiesta di spiegazioni, è una cosa che interessa la sua coscienza, se ce l’ha.

A me interessa capire come sia potuto nascere questo equivoco. E la risposta è semplice: una frase di 140 caratteri, perché più lunga chi usa Twitter non la capisce, è stata estrapolata ad arte da una discussione di migliaia di commenti relativi a un post sul mio blog. Nella discussione si parlava della verità storica, e chi fosse interessato può andare a vedere ciò che ho argomentato al riguardo. Nella frase incriminata, a proposito delle camere a gas, dicevo che «non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che uniformarmi all’opinione comune, pur essendo cosciente del fatto che di opinione si tratti». 

Che il «popolo della rete» abbia potuto fraintendere una frase che, si può ammettere, non era un esempio di chiarezza, è comprensibile. Ma che due giornalisti come Riotta e Jacopo Iacoboni, al quale avevo spiegato a lungo cosa intendevo, abbiano potuto pensare che con «uniformarsi» intendevo «non credere», e che con «opinione» intendevo «falsità», sarebbe fare un insulto alla loro intelligenza. Dunque, hanno infangato volendo infangare, per motivi noti a loro ma solo intuibili a me. Elena Loewenthal si è subito aggiunta al coro, descrivendo il mio blog come una «calamita per antisemiti». Fortunatamente, i miei post e i relativi commenti sono visibili in rete, e chiunque può verificare che gli antisemiti sono arrivati dopo, e non prima, dell’accusa di negazionismo.

Evidentemente, non erano al corrente delle mie supposte vedute, fino a che qualcuno non ha pensato di inventarsele e offrirgliele in pasto. Prima di allora il blog era uno degli spazi di discussione più aperti e seguiti del sito che lo ospita, immune dalle porcherie che le accuse hanno attirato, come gli escrementi attirano le mosche. La Loewenthal conclude melodrammaticamente il suo articolo, chiedendo: «Lasciatemi in pace con i miei milioni di morti».

Ma quei morti non sono affatto suoi, più di quanto non siano ad esempio di Noam Chomsky o di Moni Ovadia: due ebrei che su ciò che riguarda Israele la pensano esattamente come me, e che sull’olocausto e le camere a gas la pensano esattamente come tutti noi, me compreso. Inoltre, l’olocausto non è stato solo un «crimine contro gli ebrei», ma «un crimine contro l’umanità»: dunque, quei morti sono tanto miei, quanto della Loewenthal e degli altri untori che mi buttano addosso il fango delle loro calunnie. 



Ma l’Olocausto non è un’opinione
La Stampa


L’incapacità di fare marcia indietro, di rendersi conto degli errori, di scusarsi produce reazioni grottesche, come quella di dipingere La Stampa come una macchina del fango, quando ha solo fatto informazione accendendo una luce su una vera macchina di negazionismo e becero antisemitismo come quella scatenata da Odifreddi con un suo sciagurato post.La cui frase centrale non è chiaramente quella riportata, che da sola non giustificherebbe evidentemente lo scandalo, ma quella precedente e, siccome anch’io amo molto i contesti e detesto le estrapolazioni, vale davvero la pena rispiegare le cose dall’inizio. Non senza aver chiarito che prima di scrivere La Stampa aveva sentito il professore e aveva dato spazio alle sue spiegazioni.

Tutto nasce nel blog di Odifreddi, ospitato sul sito di Repubblica, dove in un dibattito sulla morte di Priebke un commentatore ha prima sottolineato il valore semplicemente propagandistico del processo di Norimberga ai gerarchi nazisti per poi definire le camere a gas impossibili «per motivi tecnici e logici oltre che storici». Il matematico non ha fatto una piega ma ha anzi chiarito: «Su Norimberga confesso di essere molto vicino alle sue posizioni. Il processo è stato un’opera di propaganda.

I processati hanno dichiarato, con lapalissiana evidenza, che se la guerra fosse andata diversamente, a essere processati per crimini di guerra sarebbero stati gli alleati». Ma non bastasse ha aggiunto: «Non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra. E non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune. Ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti».

Sono state queste affermazioni e non le nostre critiche a scatenare gli istinti peggiori di chi mette in dubbio l’Olocausto. Affermazioni che - userò un’immagine più delicata della sua - sono state come il miele per le api negazioniste. Il punto, caro Odifreddi, è che non si tratta di opinioni e che nessuno di noi ha avuto bisogno della macchina propagandistica americana per conoscere la verità sullo sterminio dei campi di concentramento e sulle camere a gas.

Ci è bastato leggere i libri degli storici più seri (basti citare «La distruzione degli ebrei d’Europa» di Raul Hilberg) per sapere che in Germania vennero ritrovati (e anche esposti al pubblico) tutti i progetti delle camere a gas e ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti, a partire da quella tragica e definitiva di Shlomo Venezia, che fu tra coloro che dovevano tirare fuori i corpi degli uomini, delle donne e dei bambini gassati. Lo ha raccontato nel suo libro «Sonderkommando Auschwitz» pubblicato nel 2007 da Rizzoli e poi tradotto in 24 lingue e le sue parole non lasciano molto spazio ai giochetti retorici: «A volte mi hanno chiesto se qualcuno sia mai rimasto vivo nella camera a gas.

Era difficilissimo, eppure una volta è successo. Era una bambina di circa due mesi. All’improvviso, dopo che hanno aperto la porta e messo in funzione i ventilatori per togliere l’odore tremendo del gas e di tutte quelle persone - perché quella morte era molto sofferta - uno di quelli che estraeva i cadaveri ha detto: “Ho sentito un rumore”. Dopo una decina di minuti lo ha sentito di nuovo. Abbiamo detto: “Tutti fermi, non vi muovete”, ma non abbiamo sentito niente e abbiamo continuato a lavorare. Quando ha sentito di nuovo, ho detto: “Possibile che senta solo lui?

Allora fermiamoci un po’ di più e vediamo cosa succede”. Infatti, abbiamo sentito quasi tutti un vagito da lontano. Allora uno di noi sale sui corpi per arrivare laddove veniva il rumore e si ferma dove si sente più forte. C’era una bambina ancora viva attaccata al seno della mamma, che era morta mentre la allattava. L’abbiamo presa e portata fuori, ma ormai era condannata: c’era un SS che l’ha finita con uno sparo alla bocca. Questo è successo una volta in quella camera a gas. Ci sono tanti racconti, ma io non racconto mai cose che hanno visto gli altri e non io». C’era un’Europa ebraica, che andava da Varsavia a Parigi, dalla Amsterdam di Anna Frank al Ghetto di Roma.

Pochissimi sono tornati, la gran parte di quei villaggi, di quelle comunità e di quei ghetti sono cancellati, l’Europa ebraica non esiste più e questo non ce lo ha raccontato Hollywood e non è un frutto della propaganda americana.  Quando il professor Odifreddi avrà terminato il suo ultimo libro, un dialogo con il vecchio Papa tedesco, potrebbe andare alla lapide del Portico d’Ottavia a Roma dove si ricorda che in quel luogo il 16 ottobre del 1943 vennero deportate più di mille persone, 200 erano bambini. L’ottanta per cento di loro venne immediatamente portato agli impianti di Birkenau dove vennero eliminati con il gas, altri 200 morirono di stenti e di fatica nei campi di lavoro. Sopravvissero 15 uomini e una donna. E questa è storia, non un frutto avvelenato del ministero della propaganda alleato.

Caro Odifreddi, lasci perdere le macchine del fango che non appartengono all’identità di questo giornale, e lei lo sa benissimo: prenda le misure del suo discorso pubblico e si renda conto che noi abbiamo semplicemente espresso preoccupazione e dispiacere per la deriva scatenata dalle sue affermazioni.

Il capo dei giudici: comandiamo noi

Stefano Zurlo - Dom, 20/10/2013 - 10:35

Il proclama del vicepresidente del Csm: "Toghe più veloci della politica". E spiega: "In un Paese in cui vige la separazione dei poteri l'ultima parola spetta al giudice". Il Pdl insorge: così si scavalca il Parlamento

Il partito dei giudici è ormai convinto di essere la prima formazione italiana. Più importante di quelle che siedono in Parlamento. E rivendica l'egemonia sulla società.

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A parlare, questa volta, è il vicepresidente del Csm Michele Vietti, di solito moderato nei toni. Ma questa volta, da Stresa dov'è per un convegno, l'avvocato torinese recapita alla classe dirigente del Paese un messaggio che si legge come un proclama: la magistratura ha l'ultima parola sulla politica, i giudici hanno bruciato sul tempo il Parlamento nella corsa a colpire Berlusconi, la condanna del Cavaliere non è un evento particolarmente clamoroso. Ma, par di capire, ordinaria amministrazione. Concetti espressi con un piglio garibaldino e che provocano un coro di reazioni sdegnate nel centrodestra.

Va diritto al punto Vietti, politico di lungo corso prestato dall'Udc a Palazzo dei Marescialli, a suo tempo sottosegretario alla Giustizia proprio nel governo Berlusconi. «Lo dico in maniera asettica - spiega il vicepresidente - ma vedo che ancora una volta la magistratura è arrivata prima della politica». Il riferimento è alla notizia del giorno: la corte d'Appello di Milano ha appena ricalcolato gli anni, due, dell'interdizione di Berlusconi dalla politica attiva. Il tema è esplosivo, ma lui lo maneggia con una certa disinvoltura, anzi sembra ignorare che il momento particolare, delicatissimo, imporrebbe una dose supplementare di prudenza, a maggior ragione per un rappresentante delle istituzioni come lui.

Niente, forse Vietti avrebbe preferito che fosse il Senato ad accompagnare a bordo campo il Cavaliere e invece il vice di Napolitano deve riconoscere che le toghe sono state più veloci. Anche se si dovrà aspettare il passaggio in Cassazione per chiudere la partita. Un po' di pazienza, ma va bene così. «In un Paese democratico - insiste Vietti - in cui vige la separazione dei poteri l'ultima parola spetta al giudice. Se così non fosse non vivremmo in un Paese civile, ma nella giungla, in cui vige la regola del più forte e in cui ognuno è giudice e arbitro delle proprie responsabilità». Forse Vietti vuole solo sottolineare l'ovvio, il fatto che le sentenze vengono emesse dai giudici, ma il risultato finale è quello di una lezione davvero indigeribile di democrazia giudiziaria.

Il Paese è spaccato sulla decadenza del Cavaliere, sulle contraddizioni della legge Severino e sulla composizione di un problema che è giudiziario ma anche politico e lui lo risolve nel segno della magistratura e sulla sola base di un verdetto. Che secondo lui ha il pregio di liquidare in modo chiaro il Cavaliere. Il tutto senza scomporsi, anche perché «la condanna di Berlusconi non mi pare sia una notizia particolarmente eccezionale». Ma sì, il centrodestra perde il suo leader e milioni di elettori il loro punto di riferimento, ma questi sono dettagli. A quanto si capisce dalla requisitoria, la politica ha la colpa di non aver anticipato la magistratura e di non aver espulso senza indugio il Cavaliere dal Parlamento.

«Vietti - replica Daniela Santanchè - fa finta o si dimentica che in Italia una parte della politica e una parte della magistratura sono la stessa cosa». Insomma, un pezzo del Parlamento e uno spicchio della magistratura sono contigui e giocano di sponda, a danno degli avversari. Ancora più dura Mara Carfagna: «Basta con queste assurde e ridicole tesi negazioniste. L'Italia, oggi più che mai, è una nazione a sovranità limitata. Questa non appartiene più al popolo ma a una minoranza di un ordine che si è fatto potere politico, e lo gestisce con le armi della coercizione legale».

Infine Sandro Bondi. Il coordinatore del Pdl è tranchant, quasi sprezzante: «Le parole di Vietti denotano la sua totale incoscienza dei problemi che riguardano il rapporto fra la magistratura e la democrazia. Questa incoscienza spiega anche l'inutilità del ruolo che ricopre a capo del Consiglio superiore della magistratura».

Roma blindata per il corteo degli antagonisti. Bombe carta contro il ministero delle Finanze

Chiara Sarra - Sab, 19/10/2013 - 21:01

Antagonisti, centri sociali, No Tav e Cobas in piazza contro l'austerity. Tensioni davanti alla sede di Casapound. Uova contro banche, bombe carta contro i ministeri. Fermate 12 persone

"Una sola grande opera: casa e reddito per tutti". È il motto dei manifestanti scesi in piazza San Giovanni a Roma per un corteo contro l'austerity che si è concluso a Porta Pia. Il corteo, iniziato in modo pacifico, ha fatto registrare attimi di tensione e scontri prima davanti alla sede di Casapound e poi davanti alle sedi di alcuni Ministeri, presi di mira da lanci di uova, bombe carta e petardi.

Fermi e sequestri in attesa della manifestazione
Anonymous oscura siti istituzionali

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Molti dei manifestanti hanno trascorso la notte sul prato davanti alla basilica. Un corteo di studenti è partito dall'università La Sapienza e hanno raggiunto piazza San Giovannial grido di "Assediamo la città". Alcune centinaia di giovani hanno sfilato per le vie del quartiere San Lorenzo con bandiere No Tav e contro gli sfratti e i pignoramenti. Sono stati accesi alcuni fumogeni. Scanditi anche slogan contro la polizia, che segue con agenti in borghese il corteo, preceduto da un’auto dei vigili urbani.

Migliaia di persone (70mila secondo gli oorganizzatori) hanno sfilato per il centro di una Roma blindata. Tanta la paura che si ripetessero le violenze del 15 ottobre 2011, quando antagonisti, No tav e centri sociali misero a ferro e fuoco la città. Per le vie della Capitale sono stati schierati circa 4mila agenti. Posti di blocco sono stati disposti in tutta la città, presidiata da camionette di polizie e carabinieri che controllano soprattutto autobus e furgoni. Chiuse quattro stazioni della metro, i negozianti abbasseranno le serrande al passaggio del corteo. Ingressi blindati con tavole di legno anche per le banche in via XX Settembre e per le sedi istituzionali della città come quello del Consiglio superiore della magistratura (guarda il video).

Quattordici persone sono già state fermate tra ieri e oggi perché in possesso di oggetti pericolosi o con precendenti per violazione dell'ordine pubblica. Lungo il percorso del corteo sono stati sequestrati "sampietrini" e oggetti contundenti, come spranghe e catene, che erano nascostI dietro cespugli. Il corteo si è svolto in modo pacifico finché un gruppetto di antagonisti si è staccato e si è diretto verso la sede di Casapound.
Bombe carta davanti al Ministero
Gli antagonisti tentano l'assalto a CasaPound
L'assalto alla sede di Casapound
Csm blindato in attesa del corteo
I sindacati dormono in tenda in piazza San Giovanni
Sit-in davanti al Ministero dei trasporti

Un lancio di bottiglie contro blindati e scontri con le forze dell'ordine si sono verificati tra via Giolitti e via Napoleone. Una trentina di attivisti di destra sono usciti dalla sede del centro sociale in via Napoleone III con caschi e spranghe. Un cordone della polizia si è frapposto tra i due schieramenti per evitare scontri, isolando di fatto la zona. Alcuni agenti in borghese hanno poi sequestrato le mazze agli esponenti di Casapound.

Disordini anche a Santa Maria Maggiore, dove una filiale del Monte dei Paschi di Siena è stata presa di mira con un lancio di uova. Alcuni incappucciati hanno poi lanciato bombe carta, uova e bottiglie contro i blindati schierati davanti al Ministero dell’Economia e contro il Ministero stesso. Gli antagonisti hanno poi innalzato delle barricate coi cassonetti lungo via Quintino Sella e via Goito per coprirsi la fuga. Si teme possano raggiungere altri ministeri. Nella zona stanno arrivando altri blindati delle forze dell’ordine. Dodici manifestati sono stati fermati.

Assaltato anche il Ministero delle Infrastrutture a Porta Pia: diversi gruppi di manifestanti si sono staccati separandosi dal grosso del corteo e hanno lanciato bombe carta e petardi.

Roma, il corteo contro l'austerity

Alcuni hanno montato le tende davanti al palazzo, considerato uno dei responsabili della costruzione della Tav. L’intenzione dei manifestanti è "rimanere ad oltranza per assediare i palazzi del potere". Quello che dovrebbe essere un sit-in pacifico rischia però di essere rovinato da un centinaio di "incappucciati" che hanno provato a assaltare le forze dell'ordine. Il servizio d’ordine del corteo ha isolato il gruppo dei black bloc spingendoli in viale del Policlinico.

Una specie di bomba carta inesplosa con un proiettile calibro 12 è stata trovata vicino alla sede di Trenitalia. Secondo esperti delle forze dell’ordine, nel caso la bomba carta fosse stata fatta esplodere, il proettile sarebbe partito. Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, si è congratulato con il capo della Polizia, Alessandro Pansa, con il prefetto Giuseppe Pecoraro e il questore di Roma, Fulvio Della Rocca, per "l’eccellente lavoro svolto da tutte le Forze dell’Ordine impegnate per assicurare lo svolgimento delle manifestazioni tenutesi ieri e oggi nella Capitale".

In piazza è sceso anche un gruppettto di immigrati del collettivo "Rifugiati Roma". Gridano "Basta, basta" e "Lampedusa, Lampedusa. All'inizio della manifestazione hanno fatto registrare momenti di tensione con il servizio d'ordine per essersi inseriti alla testa del corteo. L'avvio della manifestazione è stata accompagnata da un lancio di fumogeni verdi e rossi. Davanti ai manifestanti sfila un un camion dove è issato uno striscione bianco con la scritta "Contro precarietà e austerità organizziamo la nostra rabbia".

Destinazione 34° parallelo qui dove si salvano i disperati

La Stampa

Cadaveri in mare e barconi alla deriva: viaggio sul pattugliatore Vega nel Canale di Sicilia

andrea malaguti
inviato a lampedusa


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Il mare ha restituito un altro cadavere. È lì sotto. Gonfio. Bianchiccio. Gelatinoso. I pesci si sono mangiati il naso, le orecchie, un pezzo della bocca. E quello che rimane del volto è girato verso l’alto. Le braccia larghe come se fosse crocifisso. E attorno al corpo una macchia bluastra. Dall’elicottero è impossibile dire se sia una vittima del naufragio del 3 o dell’11 ottobre. L’ha avvistato il tenente di vascello Riccardo Chericoni, a tre miglia da Lampedusa. Adesso. Alle 11 di mattina. 

Ha identificato il punto e chiamato i soccorsi. È lui che pilota l’AB 212 che integra il lavoro del pattugliatore Vega, una delle cinque navi della marina militare impegnate nell’operazione «Mare Nostrum». Una barriera più umanitaria che difensiva pensata per contenere, come se fosse possibile, questa mattanza che dura da vent’anni. Chericoni ha detto: «C’è qualcosa laggiù». E si è abbassato evitando che le pale sollevassero un’onda. «Che cos’è quella macchia blu, tenente?». «Il corpo che si sfalda. In un processo che si chiama saponificazione», ha risposto ai due giornalisti a bordo. Poi ha ripreso il volo. Verso sud. E ha girato attorno alla nave Vega che controlla un quadrante largo trenta miglia e lungo novanta, arrivando fino al 34° parallelo, coprendo la rotta battuta dai barconi che partono dalla Libia. 

Il ponte, visto dal cielo, è grande come un guscio di noce. Come fa a fermarsi lì sopra? È assurdo. Non c’è abbastanza spazio. Invece c’è. «Possiamo scendere anche su ponti più piccoli. Siamo bravi noi italiani». Il rumore delle pale cessa. Due uomini fissano con le catene l’AB 212. Attorno c’è solo acqua. Uno sterminato orizzonte liquido profondo centinaia di metri. Di notte, nell’oscurità, mette paura. Che cosa devi avere in testa per affrontarlo a bordo di una bagnarola di legno?

La nave Vega è un pattugliatore d’altura, con un equipaggio di sessanta persone. Adesso, a bordo, ci sono anche otto uomini del reparto speciale San Marco. Un medico. Un infermiere. In più l’elicottero. È fuori da domenica scorsa. Ci resterà per altri otto giorni. Nelle sue ultime due settimane in mare è intervenuta sette volte, caricando 330 naufraghi, scortandone altrettanti fino a Lampedusa. Il comandante è il tenente di vascello Giovanni Urro, un pugliese di 34 anni con i lineamenti da James Franco. Ha organizzato i suoi uomini in tre turni di otto ore.

«Siamo in grado di intervenire pressoché in ogni condizione. Ci aiuta una strumentazione sofisticata». Radar, visori a infrarossi, sistemi satellitari. Una rete difficile da penetrare adesso che le navi in ricognizione sono raddoppiate. «Non ci si può avvicinare ai barconi. Sarebbe il caos. Spesso sono lunghi dieci metri e magari portano più di duecento persone l’uno. Molti si butterebbero a mare per cercare di salire sulla Vega da soli». Così in acqua viene calata una scialuppa che fa la spola offrendo il primo soccorso. Salvagenti individuali. Cibo, acqua, coperte. C’è sempre odore di marcio.

Di decomposizione. La puzza di benzina si mischia a quella degli escrementi, del sudore, del sangue. 
«Sul ponte li visitiamo e facciamo un primo censimento. È il momento in cui diventa chiaro che queste persone non sono numeri. Sono spaventati, confusi, ma rimangono calmi». Come se il dolore avesse insegnato loro l’economia dei gesti. Ma soprattutto la necessità di affidarsi al destino. Quando sono fortunati quel destino è la Vega. Diversamente è la saponificazione. «Spesso diamo loro i vestiti che i nostri uomini hanno portato da casa. E i piccoli avresti voglia di adottarli tutti». Come diceva Chericoni? «Siamo bravi, noi italiani». A volte. Non sempre. Non tutti.

Questi sì. Di notte i bambini dormono agitati. Gridano. Si alzano. Sono angeli sonnambuli. Le mamme li abbracciano, li baciano, promettendo di proteggerli per sempre. «All’inizio ci chiedevamo perché molti ragazzini attorno a dieci anni avessero i capelli rasati. Poi abbiamo capito». Massimiliano Rossignolo, secondo in comando, accende il computer della saletta operativa. Mostra una serie di filmati. Di fotografie. Cataste di esseri umani appiccicati come galline bagnate.

Molti sono feriti. Alcuni hanno le braccia e le gambe rotte. Perché? «Una donna eritrea mi ha raccontato il suo calvario. È emblematico». La fuga dal Paese, a piedi, tre mesi per arrivare in Libia. Le botte degli scafisti. Lo stupro. «Ora vattene o ti ammazziamo». L’incubo del mare. L’arrivo sulla Vega. «Mi ha detto che radono le bambine per proteggerle. A dieci anni, senza seno, è difficile distinguerle dai maschi, così nessuno pensa di violentarle». Gli si arrossano gli occhi. «Le ossa rotte, invece, sono frutto dei pestaggi».

Sul monitor passano le immagini di corpi sottili come ombre, che evidentemente si sentono il canale di una pena che viene dal passato e che attraverso i viaggi, e soprattutto gli occhi di molte generazioni, inclusa la loro, si trasformerà prima o poi in vita vera. Oggi essere umiliati, defraudati, stuprati, lo considerano l’inevitabile il prezzo da pagare. «Viaggiano in mezzo al loro vomito, perché quando finiscono l’acqua dolce usano quella di mare e il loro stomaco non regge. Li troviamo sempre disidratati e febbricitanti», dice Sebastiano Laudani, il medico di bordo.

Un’umanità persa nei labirinti della Creazione, che si aggrappa alle navi come alla fonte di una nuova vita. «Non è così. Loro lo sanno. Noi lo sappiano. Ma cerchiamo di dargli un po’ di conforto. E loro lo danno a noi». I clandestini questo calore se lo appiccicano addosso come una seconda pelle, eppure mentre la terra si avvicina anche i respiri, che confondono il sollievo con la malinconia, tra le loro labbra continuano a sembrare singhiozzi. 



Sì al Frontex Mediterraneo” L’Europa affronta il dopo-Lampedusa
La Stampa

marco zatterin
corrispondente da bruxelles

Il tema dei migranti nel Mediterraneo è stato ufficialmente introdotto su richiesta italiana all’ordine del giorno del vertice Ue in programma a Bruxelles giovedì e venerdì prossimo. Italia soddisfatta, ma si può fare di più.

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Il dramma dei migranti nel Mediterraneo atterra sul tavolo del Consiglio europeo, che si prepara ad mettere il suo pesante sigillo politico sui lavori della task force «destinata a identificare le azioni concrete per assicurare un più efficiente utilizzo di politiche e meccanismi» con cui affrontare l’onda micidiale degli sbarchi di rifugiati e clandestini.

Il tema del “dopo Lampedusa” è stato ufficialmente introdotto su richiesta italiana all’ordine del giorno del vertice Ue in programma a Bruxelles giovedì e venerdì prossimo. La prima bozza di conclusione conferma le decisioni prese la scorsa settimana dai ministri degli Interni Ue, dunque la think tank di riflessione e il progetto di un Frontex comune dalla Grecia alla Spagna. Per l’Italia è un buon risultato anche se fonti governative rivelano che si cercherà di avere un linguaggio ancora più forte e concreto.

Secondo il testo che sta circolando in queste ore, i ventotto capi di stato e di governo si preparano a esprimere «profondo cordoglio» per le vittime dei naufragi dei giorni scorsi. «Essi ritengono che bisognerebbe fare di più per evitare che fatti come questi si ripetano», si legge nel documento di cui La Stampa ha ottenuto una copia. La bozza dichiara un pieno consenso per gli obiettivi della task force per il Mediterraneo, che sarà guidata dalla Commissione e formata dagli stati membri e dalle agenzie europea, in testa Frontex.

Le priorità, si fa notare, sono «il lancio di una coordinamento della sorveglianza delle frontiere, delle operazione di ricerca e salvataggio, condotte da Frontex; la cooperazione con i paesi di origine e transito (dei migranti);un rafforzato sforzo di riallocazione». Il vertice invita il ministri a proseguire nel lavoro in vista di una ripresa dei lavori nel summit di dicembre. E annuncia che nella sessione in programma nel giugno 2014, i capi di stato e di governo torneranno a concentrarsi sulle politiche di asilo e sul dossier migratorio. 

La bozza potrebbe subire modifiche, cosa che a Roma auspicano con entusiasmo. Se ne parlerà lunedì e martedì al Consiglio Affari Generali. La prossima settimana, inoltre, l’Europarlamento metterà ai voti la decisione di aumentare di 2,5 milioni di euro (rispetto agli attuali 8,3 milioni) il bilancio 2014 per l’Agenzia di Controllo delle Frontiere, Frontex. I mezzi per ogni operazione dell’agenzia, come elicotteri o imbarcazioni, sono prestati volontariamente dagli Stati, principalmente quelli meridionali. Quelli del Nord, per ora, hanno cercato di tenersi il più possibile fuori dai guai.

C’è però un altro aspetto della facenda. Secondo l’agenzia Tmnews, il governo italiano si è opposto alla proposta della Commissione europea di conferire a Frontex nuove competenze per il coordinamento delle operazioni dilocalizzazione e salvataggio in mare (”search and rescue”) dei barconi dei migranti. Lo cosa è emersa dalle minute confidenziali delle discussioni in corso nel gruppo di lavoro del Consiglio Ue sulle frontiere, che sta esaminando la proposta dell’Esecutovo comunitario, annunciata dalla commissaria agli Affari interni Cecilia Malmstroem dopo la tragedia di Lampedusa come una grande operazione in tutto il Mediterraneo da Cipro alla Spagna.

Il ministro per l’Integrazion Cecile Kyenge, interpellata sulla questione oggi a Bruxelles, dove ha partecipato a una conferenza all’Europarlamento e ha incontrato la Malmstroem, ha risposto con un certo imbarazzo che si tratta di “una questione delicata, riguardante le nuove linee guida di Frontex, di cui si sta occupando il Ministero dell’Interno”, ma ha anche ribadito che “vogliamo cambiare l’approccio di Frontex.

Oltre al rappresentante italiano, si oppongono alle nuove competenze di Frontex per le operazioni di “search and rescue” (e in particolare per quel che riguarda intercettazione, slavataggio e sbarco dei migranti) anche gli altri paesi mediterranei: Grecia, Malta, Francia, Spagna. Vogliono in sostanza antenere la loro competenza nazionale esclusiva per quel che riguarda queste operazioni, e non sovrapporre alle norme e convenzioni di diritto internazionale esistenti, difficili da controllare, nuove norme di diritto europeo (che sarebbero sottoposte al controllo d’applicazione della Commissione e della Corte Ue).

Usa, i poveri "per scelta"

La Stampa
Carla Reschia


Secondo i dati del Congresso un americano su sette vive di sussidi ma aumenta chi volta le spalle al benessere come stile di vita 


Vivere da poveri. Non per necessità ma per scelta, per rinuncia, per aspirazione a una "vita semplice". Negli Stati Uniti ci s’interroga su una tendenza che per un numero crescente di persone sta diventando obbligata. Sono 45 milioni infatti - uno su sette - secondo l’Ufficio per il budget del Congresso Usa, gli americani che dipendono dallo Snap, il “Programma americano di assistenza per la nutrizione supplementare” che assicura ai meno abbienti i food stamp, gli indispnsabili buoni cibo. Un record di tutti i tempi destinato a essereancora superato nel futuro, secondo le non ottimistiche previsioni dell’ente. I poveri appartengono, come in tutto il resto del mondo, alle fasce più disagiate della società: bambini con un solo genitore, famiglie ispaniche e di colore, anziani soli, handicappati, immigrati, persone con un basso livello d’istruzione… 

Sono invece spesso bianchi, anglosassoni e istruiti i “nuovi poveri” che, sull’onda di una tradizione che va da Thoreau ai figli dei fiori, a un certo punto della vita lasciano tutto per vivere con meno, quasi nulla, barattando romanticamente il benessere per la “libertà”. La Nbc dedica un lungo servizio al caso di Dan Price, ex fotoreporter di successo che una quindicina di anni fa ha lasciato lavoro e famiglia per vivere in una “tana” che si è costruito da sé con legno di scarto in un prato nello stato dell’Oregon. 

Una vera casa degli hobbit, piccola, rotonda, in qualche modo confortevole dove Price s’infila carponi dopo aver depositato la sua bici in un altro anfratto a fianco. Per il bucato e per lavarsi c’è il fiume che scorre poco lontano, per l’enrgia elettrica ci sono un paio di pannelli solari. Price è autonomo: non possiede carte di credito ma nemmeno riceve i food stamp. Per vivere pubblica disegni, tiene un diario on line della sua vita e all’occorrenza sbriga piccoli lavori occasionali nella città più vicina. 

Non ne ricava molto: cinquemila dollari l’anno, che gli permettono di onorare i cento dollari annui di affitto che versa al proprietario del terreno dove vive e di comprarsi l’essenziale. Con qualche piccolo lusso. Price si concede un telefono cellulare, un iPad e un computer MacBook Air e d’inverno quando la vita da hobbit nel nevoso Oregon diventa decisamente meno piacevole se ne va alle Hawai a fare surf. E’ felice, pare. 

Altre storie del genere si rincorrono negli Stati Uniti che si preparano, forse, a vivere da ex superpotenza. Banjo, 23 anni, arrivato a New York per Occupy Wall Street e lì rimasto lì, contando sull’”aiuto della gente” perché l’economia è una beffa e il sistema ci sfrutta; a Sycamore House, Harrisburg, Pennsylvania, si vive in comunità lavorando e dividendo il cibo e l’affitto per 400 dolalri si stipendio al mese. Ci finiscono un sacco di neolaureati dopo aver tentato inutilmente di trovare un lavoro. 

Ma allora perché i poveri “veri” non fanno così? Perché, sostiene Karen Halnon , professore di sociologia presso la Pennsylvania State University, vivere da poveri è una scelta consapevole di chi potrebbe forse fare altrimenti. Quelli che poveri sono nati e poveri sono cresciuti vogliono proprio quelle cose lì: l’auto, la casa con il giardino, la tv satellitare, i comfort insomma. 

L’Egitto sigilla i tunnel Nella Gaza abbandonata muore anche la speranza

La Stampa

L’esercito del Cairo dichiara guerra al mercato clandestino sotterraneo Hamas sempre più isolato dopo aver perso il sostegno di Siria e Iran

francesca paci
inviata a gaza


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Superate le ultime disabitate palazzine di Rafah, estremo lembo di Gaza prima del deserto dominato dalla bandiera egiziana, ci sono i soliti teli di plastica polverosi, i crateri di sabbia, le palizzate sbilenche da cui penzolano cavi, caschetti da edile, magliette incartapecorite.

Ma invece del cigolio delle carrucole, il rombo delle molazze, le mille voci degli operai sovrapposte al raglio degli asini da soma, si sente, unico, il fischiettio di Nassim che prepara il tè sul fuoco acceso in una buca. «Di 1200 gallerie è rimasto utilizzabile meno del 20%, si lavora soprattutto per ripulire le altre dall’acqua marina o dal cemento che ci buttano dentro gli egiziani, un danno peggiore dei vecchi bombardamenti israeliani» racconta.

Sembra passato un secolo dal 2011, quando assicurava alle due mogli e ai figli 800 dollari al giorno anche solo trasportando biciclette, e ne sembrano passati dieci dalla successiva era Morsi, vagheggiata motrice della riscossa palestinese: oggi, con qualche carico notturno («ma senza uscire dall’altra parte perché i soldati in borghese sono ovunque»), Nassim arriva a 30 dollari alla settimana.

Leonarda, mediazione di Hollande: “Può tornare in Francia, ma da sola” Lei rifiuta: “Non senza la mia famiglia”

La Stampa

alberto mattioli
corrispondente da parigi


Il presidente sull’espulsione della 15enne kosovara durante la gita scolastica: «E’ la legge». E la sinistra francese si spacca


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Leonarda, torna. Ma non tutto è perdonato. L’espulsione è stata fatta secondo le regole, ma la polizia, arrestando una ragazzina di 15 anni sullo scuolabus, ha mancato di discernimento. In ogni caso, l’espulsione è legittima. Ma, visto che la République ha dei valori, è solidale, vuole integrare e così via, Leonarda può rientrare in Francia e finirci gli studi. In sintesi, è il succo del solenne intervento televisivo di François Hollande, pochi minuti in televisione dall’Eliseo, che poco dopo le 13 ha trasformato definitivamente l’«affaire Leonarda» in un affare di Stato o, a seconda dei punti di vista, in un’incredibile telenovela politico-mediatico-emozionale con complicazioni da psicodramma nazionale.

Ci vuole allora il riassunto delle puntate precedenti. Leonarda è Leonarda Dibrani, 15 anni, rom kosovara però nata in Italia, residente illegalmente in Francia ma qui scolarizzata (al collège, le medie). Esauriti tutti i ricorsi, la famiglia di Leonarda è stata espulsa verso il Kosovo il 9 ottobre. Quello che ha fatto scalpore sono le condizioni dell’arresto della ragazzina, fatta scendere in lacrime dallo scuolabus sul quale andava in gita con i compagni e caricata sul primo volo per Pristina insieme alla mamma e ai cinque fratelli (il padre, un personaggio assai discutibile e infatti assai discusso, era già stato espulso).

L’episodio ha scatenato una tempesta senza precedenti. La destra ha approvato; la sinistra della sinistra si è indignata e ha chiesto la testa dell’odiato ministro degli Interni, il socialista Manuel Valls, fautore della linea dura su rom e delinquenza e perciò popolarissimo; i socialisti si sono ritrovati nell’imbarazzo e, tanto per cambiare, si sono divisi. Ma quel che ha sbloccato la situazione è stata la manifestazione di ieri degli studenti, che hanno preso la Bastiglia urlando la loro indignazione. Valls, dopo aver ordinato un’inchiesta amministrativa sull’accaduto e offerto (pare) le sue dimissioni, che nello stato confusionale in cui si trova il governo sono piuttosto una minaccia, è rientrato in anticipo da un tour d’ispezione alle Antille.

Oggi ha parlato Hollande dicendo, in buona sostanza, tre cose. La prima è che l’espulsione di Leonarda & famiglia è del tutto conforme alla legge e che la legge va rispettata. La seconda, che le forze dell’ordine, secondo quanto stabilito dal rapporto, hanno agito nel rispetto delle regole ma «senza discernimento», quindi la sostanza è giusta ma il modo sbagliato. Quindi d’ora in avanti la scuola sarà «santuarizzata» evitando che la polizia ci intervenga. La terza, che Leonarda, per ragioni umaniatarie e di solidarietà, può rientrare in Francia a finire gli studi. Ma solo lei. Insomma, lei è l’eccezione che conferma la regola e la regola è che chi non ne ha diritto (quindi anche i Dibrani) non può vivere in Francia.

Inutile dire che l’intervento presidenziale non ha sedato le polemiche. Semmai, le ha attizzate. Perfino il primo segretario del Partito socialista, Harlem Désir, chiede che sia consentito rientrare a tutti i Dibrani, non solo a Leonarda. Ma Hollande deve tenere in conto il suo ministro degli Interni, che è anche l’unico a piacere davvero all’opinione pubblica, e i sondaggi che gli danno massicciamente ragione. In ogni caso, faceva un certo effetto vedere, sulle televisioni all news, da una parte il Presidente che parlava solennemente dall’Eliseo e dall’altra i Dibrani, espulsi a Mitrovica, che protestavano contro una misura di clemenza che però spacca la famiglia. Comunque la faccenda finisca (e la fine è tutt’altro che vicina), non ne uscirà bene nessuno. 

Addio cd, nel 2015 ci sarà il sorpasso del mercato digitale

La Stampa

Mazza (Fimi): lo streaming sarà la grande sfida per le case discografiche


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Due anni: stando alle attuali tendenze è quanto rimane in Italia al momento del pareggio e sorpasso fra il mercato musicale sul digitale, in crescita, e quello su supporto fisico, in calo costante da tempo. E in altri Paesi potrebbe verificarsi già nel corso dell'anno prossimo. Parola di Enzo Mazza, presidente della Fimi (Federazione industria musicale italiana), secondo cui il futuro delle case discografiche si giocherà soprattutto su Spotify: il digitale rende meno del cd, e allora la grande sfida è aumentare il numero di consumatori di musica differenziando l'offerta e i modelli di business sullo streaming. «Il mainstream - spiega Mazza all'Adnkronos - si sposterà verso un fenomeno di streaming in abbonamento. Il futuro della musica è legato agli smartphone e al 4G, non più a un lettore di file mp3, anche perché c'è tutta un'attività social intorno allo streaming».

Cambia il mercato, cambiano le strategie, cambia il tipo di fruizione dei brani. Quelli che oggi sono i tre principali clienti dell'industria musicale (iTunes, Youtube e Spotify) quindici anni fa non esistevano: il fenomeno del digitale è appena agli inizi, difficile per ora formulare previsioni sicure. Certo è che lo streaming è un campo ancora tutto da esplorare e le sue possibilità sono vastissime: «Il suo modello - continua Mazza - rappresenta la terza rivoluzione nel mercato discografico, dopo quelle del compact disc e del download di iTunes. Con lo streaming non si parla più non solo di supporto fisico, ma neanche di file virtuale: parliamo di un accesso diretto al contenuto sulla base di abbonamenti».

In controtendenza il vinile: +53% nel primo semestre dell'anno
Il mercato della musica su supporto fisico è in calo costante dal 2000, anche se negli ultimi anni risulta meno pronunciato che agli inizi. Tuttavia si tratta sempre di numeri importanti: secondo una rilevazione di Deloitte, in Italia nei primi sei mesi del 2013 ha subito un'ulteriore contrazione del 13% rispetto allo stesso periodo del 2012. Cresce invece il mercato del digitale, in particolare lo streaming video e audio (Youtube, Spotify, Deezer e altri), ma non abbastanza da compensare il calo del mercato musicale nel suo complesso, che segna un -6% rispetto al 2012 attestandosi a circa 50 milioni di euro (di cui il digitale costituisce il 38%). In controtendenza, il `vecchio´ vinile cresce del 53%, superando nel primo semestre 2013 il milione di euro. È un dato che solo in apparenza può sorprendere: «Il supporto fisico - spiega ancora Mazza - diventerà sempre più un prodotto di qualità e di nicchia, riservato a produzioni particolari».

Per esempio un altro settore che non conosce crisi è quello dei cofanetti: «Paradossalmente - continua - un consumatore non vuole comprare un cd a 10 euro ma compra il cofanetto da 50 euro che contiene i memorabilia».I margini di guadagno su un cd sono molto diversi dai margini su uno streaming. Da dove partire, allora, per ricostruire un mercato musicale in cui i consumatori si stanno spostando su servizi digitali gratuiti, o quasi, che proprio per questo rendono poco all'industria? «Bisogna aumentare il numero dei consumatori - sostiene Mazza - Se tutti i possessori di smartphone avessero accesso a un servizio a basso costo il mercato sarebbe molto più grande. Il problema è come fornirlo a consumatori che solitamente sono riluttanti a pagare».

Per il lancio dei giovani restano fondamentali i media tradizionali
Esistono già modelli di business sostenuti dai ricavi derivanti dalla pubblicità: è il caso di Youtube. «Dobbiamo individuare - prosegue Mazza - anche sugli smartphone una quota di utenti che vorrà utilizzare il servizio gratis, quindi basandolo sulla pubblicità. Ovviamente le royalties che arrivano da questi modelli sono molto basse». Per gli altri utenti si dovrà puntare su un'offerta di servizi premium a pagamento. Il mercato si sta evolvendo verso una complessità che sovverte le dinamiche consolidate da decenni. In questo scenario le case discografiche stanno cambiando pelle: «Qualche anno fa - dice Mazza - la casa discografica aveva un'area digitale, oggi il digitale è l'azienda».

Negli anni sono state costruite competenze specifiche sui social, ormai parte integrante delle strategie delle aziende. Le etichette svolgono queste attività in maniera professionale e diventano gli assistenti dell'artista nel tenerlo in contatto costante con i fan, anche con iniziative promozionali di vario tipo. Gli investimenti sul lancio di nuovi artisti sono una delle poche cose a rimanere stabili. Quello che è più complicato oggi è garantire la visibilità degli artisti emergenti. I media tradizionali costituiscono ancora un "collo di bottiglia" difficile da oltrepassare (in Italia radio e televisione rimangono i primi mezzi per il consumo musicale): «Se la radio non passa gli artisti emergenti - spiega Mazza - se Sanremo manda i giovani all'una di notte, c'è un problema di visibilità. Servono allora delle macchine di produzione che sono le case discografiche».

Arriva l'hamburger con la Chianina doc con la benedizione della Coldiretti

Il Messaggero


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COMO - McDonald's continua a strizzare l'occhio ai prodotti italiani di qualità: dopo il panino 'McItaly' con prodotti tipici italiani lanciato nel 2010 con l'allora ministro Zaia, arriva un panino con l'hamburger a base esclusivamente delle pregiati carni piemontese e chianina. La nuova proposta, che porterà sugli scaffali 40mila prodotti al giorno, e scaturita dalla partnership con Inalca del Gruppo Cremonini e con Coldiretti (i cui allevatori riuniti nella Filiera agricola italiana garantiranno la carne certificata), è stata presentata al Forum dell'alimentazione di Coldiretti Cernobbio. L'accordo prevede la fornitura di carne di alta qualità proveniente dagli allevamenti italiani di vitelloni delle due razze autoctone del centro e del nord Italia. I panini di carne pregiata saranno in vendita in Italia a partire dal 13 novembre.

«L'accordo per noi rappresenta una occasione per far conoscere anche ai più giovani la straordinaria qualità delle carni delle razze autoctone italiane che sono un patrimonio di biodiversità, di sicurezza alimentare e di valori nutrizionali, unici ed esclusivi del nostro Paese» - ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini. «McDonald's ha iniziato nel 2008 un percorso di valorizzazione dei prodotti italiani - ha detto Roberto Masi, amministratore delegato di McDonald's Italia - ma è la prima volta che utilizziamo per i nostri hamburger carne chianina e piemontese. La volontà è quella di far assaggiare due grandi eccellenze a tutti gli italiani, grazie ai nostri prezzi accessibili e alla capillarità dei nostri ristoranti». «Il nostro Gruppo - ha osservato l'ad d Inalca Luigi Scordamaglia - è particolarmente orgoglioso di poter in questo modo contribuire al riconoscimento delle eccellenze italiane sui mercati nazionali ed internazionali ed alla valorizzazione del lavoro non semplice degli agricoltori italiani».


Sabato 19 Ottobre 2013 - 16:43
Ultimo aggiornamento: 16:45

L'ultima del Pd: guerra alla Coca-Cola

Cristiano Gatti - Dom, 20/10/2013 - 08:51


Sono consolazioni: abbiamo in Parlamento qualcuno che davvero ha capito come salvare la salute degli italiani e assieme alla salute pubblica pure i conti dello Stato.
 

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Quest'uomo valoroso del Pd si chiama Oliverio Nicodemo Nazzareno, e chissà che certe facoltà superiori non siano già allegate ai nomi. Anch'egli impegnatissimo nella disperata ricerca di risorse - come dicono tutti ora con elegante eufemismo, anche se si tratta pur sempre di soldi - il Nazzareno ha spadellato un clamoroso emendamento: per nobilissime «finalità di educazione alimentare», impone una tassa di dieci euro ogni cento litri ai produttori delle famigerate bibite killer, dalla Coca Cola in giù, passando per aranciate, chinotti e gassose, queste letali armi chimiche che come noto hanno sterminato intere fasce di popolazione, riservandosi di sterminare le future generazioni.

Come tutti i colpi di genio, anche questo ha vantaggi molteplici: ci salva da indicibili sofferenze fisiche, porta parecchie risorse (sempre soldi sono) in cassa, e in aggiunta permette di soffocare in culla il previsto aumento delle accise sulla birra, provvedimento questo che aveva già scatenato la rivolta dei birrai. Dovendo scegliere tra schiume e schiume, il Nazzareno non ha dubbi: salva l'alcolica e affonda l'analcolica. Poi magari c'è ancora qualcuno che dubita del suo genio.

Certo bisognerà vedere se l'emendamento sarà approvato. Per il momento, si registrano già alcuni effetti concreti. Il primo parla di un colossale imbarazzo in Confindustria, dove si trovano a difendere gli interessi sia di Assobirra che di Assobibe, inevitabilmente messe contro dall'intuizione del Nazzareno. Ma oltre alla questione interna, se ne registra una piuttosto seria di affari esteri: il gigante della Coca Cola ha già espresso il suo indice di gradimento, molto molto basso. Si sa di contatti presi direttamente con la Farnesina per avvertire che nel caso passasse il nuovo salasso potrebbe tranquillamente lasciare l'Italia, portandosi via l'intero campionario di Sprite, Fanta e quant'altro.

Naturalmente, per le sentinelle dell'antiamericanismo permanente - che da sessant'anni non hanno mai smesso di sentinellare - si tratta di un'ipotesi trionfale. Finalmente si realizzerebbe il grande sogno di tutti gli antagonismi, quelli sessantottini e quelli moderni: via l'odiosa multinazionale dalla nostra democrazia, via lei con i suoi valori schiavisti, i suoi interessi biechi e i suoi prodotti fetenti.
Per la quota di italiani che invece adorano da sempre la Coca Cola, senza per questo adorare più di tanto le multinazionali e l'America, l'emendamento è malinconicamente indigesto. Ma al di là del gusto e delle passioni (atteso lo sterminio di Nutella e Ciocorì), il Nazzareno diffonde con la sua crociata sbilenca un sentore di grottesco, come sempre quando si annega nell'ipocrisia.

Dicessero tranquillamente la nuda verità: c'è un bisogno disperato di risorse (di soldi), non si sa più dove mungerne, ci si prova prima con la birra e siccome i birrai danno subito di testa allora ci si prova con le bibite dolci, che è come rubare i giocattoli ai bambini. Lo dicessero tranquillamente e tutti quanti ci metteremmo il cuore in pace, abituati alla mestizia generale di queste contabilità acrobatiche. Invece no, travestono gli agguati con le alte «finalità di educazione alimentare», facendoci credere che lo Stato avverta un'impellente pulsione di tutela della salute pubblica. E come no. Conosciamo benissimo la sensibilità di questo Stato: è lo Stato che fa le campagne contro il fumo, l'alcol e il gioco d'azzardo, restando con i Monopoli il primo spacciatore di tabacco, superalcolici, macchine mangiasoldi. E noi bruciamo le bandiere americane.

I pifferai-intellettuali andarono per suonare e furono suonati

Luigi Mascheroni - Dom, 20/10/2013 - 09:04

Un regolamento di conti, da sinistra, con falsi maestri, "ninfomoraliste" e giovani tromboni, da Saviano a Eco, che hanno devastato un ventennio

C'è solo una cosa peggiore degli intellettuali: gli intellettuali disonesti. Ipocriti, conformisti, mitomani, moralmente doppiopesisti e politicamente ruffiani. Quelli che predicano male e razzolano peggio, fingendo di essere ciò che non sono e di insegnare ciò in cui non credono.

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Che incantano gli altri, illudendo prima di tutto se stessi. «Che vorrebbero guidare le masse e influenzare i politici, ma non sanno guidare né rieducare se stessi né i partiti di riferimento».

Sono gli Intellettuali del piffero (Marsilio) ai quali Luca Mastrantonio - (ex?) dalemiano, già Riformista, oggi «terzista» scalpitante del Corriere della sera - dedica un micidiale pamphlet che mette al muro, inchiodandoli con le loro stesse dichiarazioni contraddittorie e interessate, grazie a un meticoloso lavoro d'archivio, i protagonisti del culturame italico in questo eterno ventennio (anti)berlusconiano. Vecchie trombette (Eco, Camilleri, la Spinelli, Flores d'Arcais...) e giovani tromboni (Saviano, Lagioia, Christian Raimo, i TQ...) che partirono per suonare e furono suonati. Suonati e disinnescati da questo fragoroso manuale che vuole rompere l'incantesimo dei «professionisti dell'impegno», svelandone trucchi e meschinità, così che non facciano più danni.

Gli scrittori “di successo”, che gozzovigliano in quel mercato e su quei media che a parole disprezzano. Gli apocalittici nei toni, ma ben integrati nella società dello spettacolo. Gli «oracoli di cartavetro come Travaglio e Saviano». Le compagne di lotta femministe, libertine con se stesse, pudiche se c'è da attaccare il Drago. Mostri, arlecchini e saltimbanchi, come quelli che firmano appelli se c'è da mettere il nome nella scaletta del varietà mediatico o difendere un assassino, ma di sinistra, come Cesare Battisti (Vauro, Balestrini, Scarpa...), quelli che mettono sotto processo Nori perché scrive per Libero (Cortellessa), o Berardinelli sul Foglio (Fofi), o Cubeddu sul Giornale...

Quelli «che vogliono scrivere come Pasolini, su certi giornali, pur non scrivendo come Pasolini». Quelli alla disperata ricerca di un palcoscenico, disposti a recitare qualsiasi parte, e suonare qualsiasi piffero, pur di raccogliere l'applauso del pubblico non pagante, e ci viene in mente - è successo l'altroieri - Piergiorgio Odifreddi, ateo di ferro, che si scioglie quando un (finto) Papa lo chiama al telefono: «Santità, mi alzo in piedi... Sarò anch'io a Messa con Lei... Vuol scrivere l'introduzione al mio libro?». Zanzare. Da schiacciare.

Scritto con il preciso intento morale di fare del male a chi ci ha fatto del male - e urlare in faccia ai pifferai che hanno finito di incantarci, perché non gli riconosciamo più alcun potere su di noi (che è il parricidio intellettuale perfetto) - il libro di Mastrantonio è il conto, salato, che la sua generazione post-ideologica presenta, a futura vergogna, a quanti, prima, ci hanno detto di voler derattizzare la società, liberandola dal Male e dall'Ignoranza, e poi - maghi che si sono messi in testa di diventare sovrani - ci hanno incantati con la loro sedicente superiorità morale. Eccoli. I «dementi storiografici» (gli Asor Rosa, gli Eco, i Camilleri, propagandisti dell'idea delirante che il berlusconismo è peggio del fascismo!). I «patrioti merdaioli» (i Luttazzi, i Tabucchi che inveiscono contro questo Paese «di merda», o meglio contro quella parte che non amano del Paese, «per scioccare i benpensanti o perché, semplicemente, sono ancora in una fase che i freudiani definiscono anale»).

Gli «escapisti elettorali» (i Consolo, i Tabucchi, gli Eco, i Battiato, i Saviano e tutti quelli che minacciano di andarsene dall'Italia se vince il loro avversario politico, cioè Berlusconi, e poi restano sempre qui, anche se Berlusconi vince, «e curiosamente le mete scelte, a rendere ancora paradossale il tutto, sono Francia e Spagna, Paesi vicini ma che, a dispetto di chi a sinistra li elegge come patrie ideali, tornano spesso in mano alle destre, è come se questi intellettuali volessero tornare a venire colonizzati», Franza o Spagna purché se magna). I «cleptomani editoriali» (gli Augias, le Mazzucco, i Luttazzi, i Galimberti, e noi ci mettiamo pure i ladri di tweet, le Littizzetto e i Crozza, che urlano al ladro di dimettersi, se il ladro è Berlusconi, ma loro anche se rubano battute restano in tv). Le «ninfomoraliste ipocrite» (le Ravera, le Melisse Panarello e quelle che «predicano da pulpiti decisamente poco casti», «se non fosse che il bigottismo spesso è strumentale»).

E gli «schizofrenici cognitivi», come i Camilleri «a favore del ponte di Messina quando c'è Prodi, contro quando c'è Berlusconi», o come Gianni Vattimo «che pur di attaccare Israele dà legittimità culturale ai Protocolli dei Savi di Sion», o come tutti quelli che pubblicamente sono impegnati contro Berlusconi e in privato raccattano soldi e fama grazie alla sua industria culturale, scrivendo per le sue case editrici e lavorando con le sue tv. Quelli che trovano però sempre il modo di scagionarsi, «perché mi trovo bene con gli editor» (Scalfari, Augias...) o perché «solo da dentro trasformi il sistema» (i Wu Ming, i Carlotto), o perché «stare dentro una contraddizione dà il senso di responsabilità» (Piccolo)... Tanti, ma non tutti. Qualcuno se ne andò da Mondadori appena il Cavaliere scese in politica, come Silvia Ballestra. Che per il 2014 ha annunciato il ritorno a Segrate, col romanzo Vera... Veri maiali orwelliani, come Napoleone, Palla di neve e... Piffero. Quelli che «tutti gli esseri umani sono uguali fra loro», ma gli intellettuali sono più uguali degli altri.

Stuprata dal maniaco: "È concorso di colpa, gli ha aperto la porta"

Gianpaolo Iacobini - Dom, 20/10/2013 - 08:37

La vittima aveva 74 anni. Secondo l'Avvocatura dello Stato la donna agì incautamente, quindi non dev'essere risarcita 

Ha aperto la porta all'uomo che poi l'avrebbe violentata? Non ha diritto al risarcimento: ha contribuito allo stupro. Insomma, come dire, che quasi sarebbe stata «consenziente».

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Ginevra è il nome che la fantasia dona a una signora sassarese finita all'inferno. Nel 2007 aveva 74 anni. Una donna che non si è mai sposata, molto religiosa. Ma a casa sua un giorno arrivò il «diavolo». Un uomo, poi dichiarato seminfermo di mente, che bussa. Lei apre. Lui la strattona, la picchia, la violenta. A processo il maniaco sceglie il rito abbreviato e se la cava con quattro anni. Oggi è libero. La vittima, invece, è ancora prigioniera: la depressione non l'ha più abbandonata. E ora ha un nuovo nemico: la Repubblica italiana. Il suo violentatore avrebbe dovuto risarcirla, come sentenziato dal Tribunale, con 30.000 euro.

Ma quello, squattrinato, s'è ben guardato dal farlo. I legali dell'anziana hanno allora citato in giudizio la Presidenza del consiglio dei ministri, fidando su una direttiva europea del 2004 che in caso di insolvenza del responsabile impone al Paese di residenza di garantire un indennizzo a chi abbia subito un crimine violento. Deciderà il giudice. Intanto, l'Avvocatura di Stato s'è opposta, come logico nel gioco delle parti, sollevando mille eccezioni. Tra tutte una risalta. Suona più o meno così: «La parte attrice ha aperto consapevolmente e incautamente ad uno sconosciuto: pertanto deve rispondere a titolo di concorso di colpa di quanto accaduto».

Insomma: non aprite quella porta. E più che il titolo d'un vecchio film horror è l'orrore che trasuda da un atto giudiziario che s'inserisce nel solco della triste giurisprudenza statale sui crimini del sesso. Favorisce il suo stupratore chi, ignara, socchiude l'uscio al trillo del campanello così come agevolava il suo aggressore la ragazza che indossava jeans così stretti da lasciar presumere che se non ci fosse stata «la sua fattiva collaborazione mai alcuna violenza intima avrebbe potuto esserle usata»: era il 1999, e la Terza sezione della Cassazione il suo convincimento lo affidava a una sentenza prontamente messa in naftalina tanto era assurda. Eppure, è stato necessario attendere il 2008 perché la Suprema Corte, sempre attraverso la Terza sezione, riconoscesse che «i jeans non sono paragonabili ad una cintura di castità» e che dunque, a ben considerare, non sono d'ostacolo alla violenza sessuale.

Ma assolti da ogni responsabilità i calzoni a cinque tasche, sul banco degli imputati è rimasta la donna: se lo stupro riguarda una fanciulla non più vergine «il trauma sarà da ritenersi più lieve» ed il maschio assalitore «avrà diritto ad una condanna più lieve», ha stabilito nel 2006 ovviamente la Terza sezione. La stessa che un anno fa ha bissato: quando lo stupro è di gruppo, in attesa di giudizio ben può il giudice adottare misure alternative alla carcerazione. E nell'ottobre del 2012 un'altra pronuncia da manuale: se più sono i violentatori «va riconosciuto uno sconto di pena a chi non abbia partecipato a indurre la vittima a soggiacere alle richieste sessuali del gruppo, ma si sia limitato a consumare l'atto».

La giustizia non è di questo mondo. Esiste solo nelle fiabe. Ginevra, adesso, lo sa.



Se lo Stato parolaio violenta le donne

L'Italia va alla guerra contro il femminicidio. Ma i cassetti sono pieni di denunce che nessuno ha il tempo di vedere, le indagini camminano storte e i processi per stupro sonnecchiano

Stefano Zurlo - Dom, 20/10/2013 - 07:37


Nuove leggi. Aggravanti feroci. Commi affilati come coltelli. Un grondare di editti e pene, con un corredo di monitoraggi e promesse di task force da prima linea. L'Italia va alla guerra contro il femminicidio, s'indigna per la violenza sulle donne, ripete come uno slogan: «Mai più». Poi, archiviati i titoloni dei giornali, ti accorgi che i cassetti sono sempre pieni di denunce che nessuno ha il tempo di vedere, le indagini camminano storte come gli ubriachi e i processi per stupro e stalking sonnecchiano. Di più: a Sassari l'avvocatura dello Stato, non il difensore della presunta belva, si mette a cavillare come e meglio di Azzeccagarbugli e trova la norma che offende nello spirito la donna già ferita nel corpo.

Lo Stato, lo stesso che a parole stende il suo mantello protettivo sui più deboli come la madonna di tanti dipinti medioevali, ti abbandona. Ti scarica in mezzo alla strada. E blinda il portafoglio come un caveau. Altro che risarcimento. Ma quale solidarietà. Gli abbracci, le testimonianze, l'ascolto paziente vanno bene per i convegni con coffee break, per i salotti televisivi, per le statistiche. La realtà, quella che comincia davanti alla porta di casa e finisce nelle aule dei tribunali, è un'altra cosa. È la giungla. In cui le istituzioni entrano come soldati stranieri. O, più banalmente, con la divisa del burocrate. Preoccupato solo di risparmiare qualche euro sulla pelle delle vittime. Senza rossore e senza vergogna. Lo Stato la sua dignità l'ha persa da un pezzo.

L'Iran come l'Urss 59 anni fa Un altro animale «astronauta»

Oscar Grazioli - Dom, 20/10/2013 - 09:13

Teheran lancerà un'altra scimmia nello spazio. La prima è morta in orbita (ma non lo dicono). Proprio come la "pioniera" Laika


Pochi giorni fa, L'Iran ha annunciato il suo piano per l'invio di una seconda scimmia nello spazio. La prima era già stata inviata in orbita nel mese di gennaio e poi «recuperata sana e salva».

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Peccato che, se gli iraniani sono furbetti, gli altri non siano del tutto imbecilli e il confronto tra la scimmietta inviata in orbita e quella atterrata mostrava trattarsi di due animali diversi. Un altro tentativo era miseramente fallito nel settembre del 2011, ma l'agenzia spaziale iraniana ora rilancia, annunciando che sta progettando di inviare in orbita un gatto entro marzo del 2014. Quel che non si capisce è come mai, con tanti martiri che bramano l'incontro con Allah, non ci spediscano uno di loro.

L'utilizzo degli animali nella corsa alla conquista dello spazio è un'altra pagina oscura per l'uomo che ha immolato, sempre inutilmente, cani, gatti, scimmie, uccelli, topi e altre specie animali in quella che molti giudicano una folle corsa, solo in parte dettata da sincera voglia di conoscenza. Infatti la corsa alla conquista del cosmo, inizia non certamente per curiosità scientifica, ma per squisiti fini politici. Le due superpotenze mondiali di allora, si fronteggiano duramente in quello scenario di arroganza e orgoglio nazionale che rischia di essere il banco di prova della guerra nucleare. Il volo di Gagarin, primo uomo nello spazio, è l'innesco per la rincorsa tra Usa e Urss.

Proprio in questi giorni di cinquantanove anni fa, una piccola cagnetta bianca, a chiazze marroni, un meticcio Husky, randagio, viene sottoposta a prove estenuanti per vedere quanto il suo fisico potrà reggere sullo «Sputnik 2», che la vedrà ai comandi, ben legata a cinghie e fibbie robuste. Bisogna onorare il 40° anniversario della rivoluzione d'ottobre e infliggere il knock out agli americani nella corsa al cosmo. I sovietici la chiamavano Kudrjavka, «ricciolina», mentre per gli angloamericani era Muttnik (da mutt che in inglese significa bastardino e Sputnik), da noi fu Laika. La sua preparazione, assieme ad altri cani, fu una tortura infinita: 20 giorni in gabbie strettissime, ore e ore di centrifuga con gli elettrodi in testa fino a quando Laika fu assicurata al posto di comando dello Sputnik tre giorni prima del lancio.

I sovietici comunicarono al mondo che il cane sarebbe sopravvissuto settimane e, se non fosse stato possibile il recupero (impensabile perché allo Sputnik mancava lo scudo termico) una pietosa iniezione l'avrebbe «addormentata». Oggi sappiamo che la povera Laika ha vissuto forse otto ore, forse un paio di giorni, legata all'interno del piccolo cilindro, fino a quando il surriscaldamento dello stesso non l'ha bruciata viva. D'altronde sei giorni dopo il lancio, le batterie dello Sputnik 2 cessano di funzionare e qualsiasi controllo, qualsiasi segnale non potrà più arrivare a Mosca.

Secondo un'intervista fatta nel 1998 a Oleg Gazenko, responsabile della missione, lui stesso avrebbe espresso rammarico per la morte dell'animale, ritenendo che il lancio di Laika fu un sacrificio inutile. Infatti ben poche informazioni poterono essere raccolte da tale missione, perché la morte prematura dell'animale l'aveva compromessa dal punto di vista scientifico. Mentre i russi usavano i cani, gli americani lanciavano le scimmie: Albert I è il nome del primo macaco defunto nello spazio (1949.). Altre centinaia hanno trovato orribili morti, nel pieno anonimato, e la fotografia dello sguardo triste e stralunato di Laika renda omaggio alle vittime dell'umana arroganza.

Il potere vuoto di un paese fermo

Corriere della sera

Il fallimento di una classe dirigente

L’Italia non sta precipitando nell’abisso. Più semplicemente si sta perdendo, sta lentamente disfacendosi. Parole forti: ma quali altre si possono usare per intendere come realmente stanno le cose? E soprattutto che la routine in cui sembriamo adagiati ci sta uccidendo?

Sopraggiunta dopo anni e anni di paralisi, la crisi è lo specchio di tutti i nostri errori passati così come delle nostre debolezze e incapacità presenti. Siamo abituati a pensare che essa sia essenzialmente una crisi economica, ma non è così. L’economia è l’aspetto più evidente ma solo perché è quello più facilmente misurabile. In realtà si tratta di qualcosa di più vasto e profondo. Dalla giustizia all’istruzione, alla burocrazia, sono principalmente tutte le nostre istituzioni che appaiono arcaiche, organizzate per favorire soprattutto chi ci lavora e non i cittadini, estranee al criterio del merito: dominate da lobby sindacali o da cricche interne, dall’anzianità, dal formalismo, dalla tortuosità demenziale delle procedure, dalla demagogia che in realtà copre l’interesse personale.

Del sistema politico è inutile dire perché ormai è stato già detto tutto mille volte. I risultati complessivi si vedono. Tutte le reti del Paese (autostrade, porti, aeroporti, telecomunicazioni, acquedotti) sono logorate e insufficienti quando non cadono a pezzi. Come cade a pezzi tutto il nostro sistema culturale: dalle biblioteche ai musei ai siti archeologici. Siamo ai vertici di quasi tutte le classifiche negative europee: della pressione fiscale, dell’evasione delle tasse, dell’abbandono scolastico, del numero dei detenuti in attesa di giudizio, della durata dei processi così come della durata delle pratiche per fare qualunque cosa. E naturalmente ormai rassegnati all’idea che le cose non possano che andare così, visto che nessuno ormai più neppure ci prova a farle andare diversamente.

Anche il tessuto unitario del Paese si va progressivamente logorando, eroso da un regionalismo suicida che ha mancato tutte le promesse e accresciuto tutte le spese. Mai come oggi il Nord e il Sud appaiono come due Nazioniimmensamente lontane. Entrambe abitate perlopiù da anziani: parti separate di un’Italia dove in pratica sta cessando di esistere anche qualunque mobilità sociale; dove circa un terzo dei nati dopo gli anni ‘80 ha visto peggiorare la propria condizione lavorativa rispetto a quella del proprio padre. Quale futuro può esserci per un Paese così? Popolato da moltissimi anziani e da pochi giovani incolti senza prospettive?  Certo, in tutto questo c’entra la politica, i politici, eccome. Una volta tanto, però, bisognerà pur parlare di che cosa è stato, e di che cosa è, il capitalismo italiano. Di coloro che negli ultimi vent’anni hanno avuto nelle proprie mani le sorti dell’industria e della finanza del Paese.

Quale capacità imprenditoriale, che coraggio nell’innovare, che fiuto per gli investimenti, hanno in complesso mostrato di possedere? La risposta sta nel numero delle fabbriche comprate dagli stranieri, dei settori produttivi dai quali siamo stati virtualmente espulsi a opera della concorrenza internazionale, nel numero delle aziende pubbliche che i suddetti hanno acquistato dallo Stato, perlopiù a prezzo di saldo, e che sotto la loro illuminata guida hanno condotto al disastro. Naturalmente senza mai rimetterci un soldo del proprio. Né meglio si può dire delle banche: organismi che invece di essere un volano per l’economia nazionale si rivelano ogni giorno di più una palla al piede: troppo spesso territorio di caccia per dirigenti vegliardi, professionalmente incapaci, mai sazi di emolumenti vertiginosi, troppo spesso collusi con il sottobosco politico e pronti a dare quattrini solo agli amici degli amici .

Questa è l’Italia di oggi. Un Paese la cui cosiddetta società civile è immersa nella modernità di facciata dei suoi 161 telefoni cellulari ogni cento abitanti, ma che naturalmente non legge un libro neppure a spararle (neanche un italiano su due ne legge uno all’anno), e detiene il record europeo delle ore passate ogni giorno davanti alla televisione (poco meno di 4 a testa, assicurano le statistiche). Di tutte queste cose insieme è fatta la nostra crisi. E di tutte queste cose si nutre lo scoraggiamento generale che guadagna sempre più terreno, il sentimento di sfiducia che oggi risuona in innumerevoli conversazioni di ogni tipo, nei più minuti commenti quotidiani e tra gli interlocutori più diversi.

Mentre comincia a serpeggiare sempre più insistente l’idea che per l’Italia non ci sia più speranza. Mentre sempre più si diffonde una singolare sensazione: che ormai siamo arrivati al termine di una corsa cominciata tanto tempo fa tra mille speranze, ma che adesso sta finendo nel nulla: quasi la conferma - per i più pessimisti (o i più consapevoli) - di una nostra segreta incapacità di reggere sulla distanza alle prove della storia. E in un certo senso è proprio così. L’Italia è davvero a una prova storica. Lo è dal 1991-1994, quando cominciò la paralisi che doveva preludere al nostro declino. Essa è ancora bloccata a quel triennio fatale: allorché finì non già la Prima Repubblica ma la nazione del Novecento: con i suoi partiti, le sue culture politiche originali e la Costituzione che ne era il riassunto, allorché finì la nazione della modernizzazione/industrializzazione da ultimi arrivati, la nazione del pervadente statalismo.

Ma da allora nessuno è riuscito a immaginare quale altra potesse prenderne il posto. Ecco a che cosa dovrebbe servire quella classe dirigente che tanto drammaticamente ci manca: a immaginare una simile realtà. A ripensare l’Italia, dal momento che la nostra crisi è nella sua essenza una crisi d’identità. Da vent’anni non riusciamo a trovare una formula politica, non siamo capaci d’azione e di decisione, perché in un senso profondo non sappiamo più chi siamo, che cosa sia l’Italia. Non sappiamo come il nostro passato si leghi al presente e come esso possa legarsi positivamente ad un futuro.

Non sappiamo se l’Italia serva ancora a qualcosa, oltre a dare il nome a una nazionale di calcio e a pagare gli interessi del debito pubblico. Abbiamo dunque bisogno di una classe dirigente che - messa da parte la favola bella della fine degli Stati nazionali e l’alibi europeista, che negli ultimi vent’anni è perlopiù servito solo a riempire il vuoto ideale e l’inettitudine politica di tanti - si compenetri della necessità di un nuovo inizio. Ripensi un ruolo per questo Paese fissando obiettivi, stabilendo priorità e regole nuove: diverse, assai diverse dal passato. Mai come oggi, infatti, abbiamo bisogno di segni coraggiosi di discontinuità, di scommesse audaci sul cambiamento, di gesti di mutamento radicale.

Mai come oggi, cioè, abbiamo bisogno proprio di quei segni e di quelle scommesse che però, - al di là della personale intelligenza o inclinazione stilistica di questo o quel suo esponente - dai governi delle «larghe intese» non siamo riusciti ad avere. Governi simili funzionano solo in due casi, infatti: o quando c’è un obiettivo supremo su cui non si discute, in attesa di raggiungere il quale lo scontro politico è sospeso: come quando si tratta di combattere e vincere una guerra; ovvero quando tutte le parti, nessuna delle quali ha prevalso alle elezioni, giudicano più conveniente, anziché andare nuovamente alle urne, accordarsi sulla base di un accurato elenco di reciproche concessioni per sospendere le ostilità e governare insieme.

Ma nessuno di questi due casi è quello dell’Italia: dove sia il conflitto interno al Pd e al Pdl che quello tra entrambi è ancora e sempre indomabile, e costituisce il tratto politico assolutamente dominante. La ragione delle «larghe intese» ha così finito per divenire, qui da noi, unicamente quella puramente estrinseca che si governa insieme perché nessuno ha vinto le elezioni, e per varie ragioni non se ne vogliono fare di nuove a breve scadenza. Certo, due anni fa, quando tutto ebbe inizio con il governo Monti, le intenzioni del presidente della Repubblica miravano, e tuttora mirano, a ben altro. Ma dopo due anni di esperimento è giocoforza ammettere che quelle intenzioni, sebbene abbiano conseguito risultati importanti sul piano del contenimento dei danni, appaiono ben lontane dal divenire quella realtà di cui l’Italia ha bisogno.

Con le «larghe intese», sfortunatamente, non si diminuisce il debito, non si raddoppia la Salerno-Reggio Calabria, non si diminuiscono né le tasse né la spesa pubblica, non si elimina la camorra dal traffico dei rifiuti, non si fanno pagare le tasse universitarie ai figli dei ricchi, non si fa ripartire l’economia, non si separano le carriere dei magistrati, non si costruiscono le carceri, non si aboliscono le Province, non si introduce la meritocrazia nei mille luoghi dove è necessario, non si disbosca la foresta delle leggi, non si cancellano le incrostazioni oligarchiche in tutto l’apparato statale e parastatale; e, come è sotto gli occhi di tutti, anche con le «larghe intese» chissà quando si riuscirà a varare una nuova legge elettorale, seppure ci si riuscirà mai. Si tira a campare, con le «larghe intese», questo sì: ma a forza di tirare a campare alla fine si può anche morire .

20 ottobre 2013

Ecco come è stato preparato l'«assalto» di Roma

Corriere della sera

Il video della preparazione della guerriglia davanti al ministero della Finanza


VIDEO : Ecco come è stato preparato l'«assalto» di Roma

 Giù i pantaloni: gesto di scherno contro le forze dell’ordine



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Il gruppo di violenti, che oggi pomeriggio ha scatenato la guerriglia al centro di Roma, sapeva perfettamente quando, dove e chi colpire. Sono le 17.55 quando alla fine di via Pastrengo, poco prima di Via XX settembre, dove ha sede il ministero dell’Economia, passa la coda del corteo pacifico.

Un gruppo di circa venti persone costituisce uno spezzone isolato e compatto. Sono tutti vestiti di nero e, come mostrano le immagini esclusive del video, prima di sbucare nella via del Ministero si calano sul viso le maschere di Guy Fawkes, il rivoluzionario inglese reso celebre dal film V per Vendetta. A meno di cento metri dalle cancellate del dicastero, il gruppo si separa dal corteo e compone un cordone che avanza verso due camionette della Guardia di Finanza, al grido di “assedio, assedio”.

Per creare confusione vengono prima lanciati fumogeni e bombe carta e poi, con una manovra a tenaglia, sei finanzieri vengono bloccati fra l’ingresso sbarrato del palazzo e i blindati. Le forze dell’ordine provano a difendersi con gli scudi romani, ma vengono colpiti con mazze e sampietrini: è un assalto in piena regola, qualcuno prova persino a dare fuoco alla camionetta. L’assedio dura per più di cinque minuti e quando i rinforzi arrivano, il gruppo di violenti è già fuggito.

19 ottobre 2013

Attacco informatico di Anonymous siti istituzionali «silenziati»

Corriere della sera

«Tango Down», la rivendicazione sul blog contro l’austerity nel giorno delle proteste a Roma

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«Tango Down» dalle 16.30, Anonymous oscura i siti istituzionali del Ministero delle Infrastrutture, della Cassa Depositi e Prestiti e della Corte dei Conti, che al momento risultano inaccessibili. In occasione della “sollevazione generale” di oggi per le vie di Roma, gli hacker sottolineano che «l’austerity e’ una delle componenti della perdita di significato dell’esistenza di ognuno. È evidente che solo i pochi» possono trarre vantaggio dalle sofferenze economiche alle quali sottopongono i molti». Per diversi minuti non hanno funzionato nemmeno i principali siti d’informazione italiani, anche se Anonymous ha smentito di essere i responsabili dell’oscuramento dei siti di informazione.

LA RIVENDICAZIONE - «A quali poteri e a quali potenti risulta utile il tipo d’essere umano immiserito e spaventato di questa crisi? Una persona priva di abitazione, condannata ad un sentimento di impotenza e di inutilità è sicuramente più pronta a vendere la sua opera di lavoratore o lavoratrice ad un prezzo infimo. Questa -continua Anonymous- è la politica economica dello Stato italiano da quasi 30 anni: tagli alla spesa pubblica e sfruttamento del lavoro semischiavile dei profughi senza diritti per aumentare l’insicurezza sociale e ribassare il costo del lavoro di tutti i cittadini e gli stranieri.

A chi giova tutto ciò se non ad un’imprenditoria vorace ed incapace di innovare ma capacissima di accumulare fortune estere con l’evasione?». In tempo di crisi economica «molte sono le industrie e le attività di ogni genere che falliscono e quindi moltissimi sono coloro che si trovano senza un lavoro, senza alcun reddito e conseguentemente saranno disposti ad accettare un impiego per qualsiasi cifra e ad ogni condizione. Questo è immondo ed intollerabile. Nessuno può pretendere che un essere umano muoia di freddo e stenti accettando la sua sorte. Esigiamo che l’occupazione di immobili sfitti per piu’ di 6 mesi sia legalizzata».

19 ottobre 2013

Ecco il viaggio nel Monte dei Pegni Dove il confine è tra gli affetti e i soldi

Corriere della sera

Cresce la richiesta di prestiti impegnando i preziosi di famiglia. Ma solo il 4,5% degli oggetti va all’asta

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MILANO - «Non mi va di parlarne, scusi lei chi è?», Ludovica è appena uscita dal Monte dei Pegni di Viale Certosa, 92 . Piglio sicuro, pelliccia, occhiali da sole a goccia nonostante il clima autunnale. Pochi secondi dopo arriva Roxana, 35 anni, di origine uruguaiana, un lavoro saltuario come colf nelle case del circondario: «Sabes (sai in spagnolo, ndr.) necesito dinero para volver a casa» (ho bisogno di soldi per tornare a casa, ndr.). Cinque minuti ed ecco Dimitri, accento che tradisce una provenienza dell’est, vestiti da lavoro sporchi di bianco: «Sono un muratore, mi servono soldi per l’affitto, perché non mi pagano da mesi».

No, nessuna fila. Smentiamo subito due luoghi comuni: la Grande Crisi non ha provocato alcun capannello fuori dai Monti dei Pegni (né a Milano, né altrove), anche se le polizze stipulate (rigorosamente al portatore) crescono anno su anno soprattutto nella ricca Lombardia. Due: «Vi si recano tutte le classi sociali e non c’è alcuna divisione per censo», dice Sergio Cavagna, 80 anni, perito estimatore, grande esperto di pietre preziose, memoria storica di Ubi e del sistema dei pegni milanese.

Così la diapositiva che se ne ricava è quella di un lento incedere verso viale Certosa. Quadrante ovest della città. Clienti alla spicciolata verso l’insegna che ha ereditato lo storico Monte fondato nel 1483 da Ludovico il Moro, ora - dopo una serie di passaggi - divenuto di proprietà della Banca Popolare Commercio e Industria, gruppo Ubi. L a sensazione (ma è molto di più ) è che chiunque entri ed esca da qui lo faccia ad occhi bassi. La parole chiave sono vergogna, timore, imbarazzo: d’altronde agli sportelli si lasciano gioielli e orologi di famiglia in cambio di soldi spendibili subito per affrontare spese impreviste ed emergenze, ma anche per potersi permettere una vacanza pensando al ritorno al denaro da dover corrispondere.

VIDEO : «Da noi vengono tutte le classi sociali»
di Fabio Savelli


Proprio di fronte al Monte c’è un Compro Oro a far sostanzialmente da indotto. La dicitura esposta sull’insegna invita - ammiccante - a una sorta di «disimpegno». Di più: «Disimpegno polizze». Entriamo, ci accoglie una ragazza e chiediamo lumi: «Semplice, al Monte dei Pegni ti riconoscono circa 11 euro al grammo, noi venti. Così se alla scadenza della polizza non hai i soldi da restituire ti finanziamo noi, ti permettiamo di riavere l’oggetto impegnato senza costi aggiuntivi. E poi con calma ci ridarai quanto ti abbiamo versato».

Gioco di prestigio, ma alla richiesta sul tasso di interesse applicato arrivano i primi mugugni: «Vediamo, dipende dall’importo e dal valore dell’oggetto, ma scusi quante domande». L’impressione è che dal Monte di Pietà ai Compro Oro (di cui solo una piccola parte è effettivamente iscritto al registro di Bankitalia) il rischio è passare da un tasso d’interesse del 6,5% semestrale (quanto richiesto dal sistema dei Pegni di Ubi Commercio) a un altro molto più alto tale da sfiorare l’usura giovandosi della difficoltà del possessore della polizza di privarsi dei monili di famiglia e posticipare sempre più in là il rientro.

Insinuazioni, certo. Eppure per capire le dimensioni del fenomeno non resta che affidarsi ai numeri che non sbagliano mai: a giugno 2013 il Monte dei Pegni di Ubi ha in giacenza 32 milioni di euro, in crescita di oltre 1,5 milioni di euro rispetto allo stesso periodo del 2012. Aumenta ovviamente anche il numero delle polizze al portatore stipulate (ora 34.497, più di mille rispetto al’anno passato) e anche la sovvenzione media erogata (circa 954 euro).

Ma come funziona il sistema dei Pegni? E’ sufficiente un documento di identità e l’oggetto da impegnare per ricevere i soldi derivanti dalla perizia di stima che viene effettuata immediatamente allo sportello. All’atto dell’impegno viene concesso il prestito senza alcuna indagine patrimoniale. A cui è collegata una polizza al portatore che permetterà al proprietario di riscattare successivamente il bene impegnato.

Così il cliente potrà riscattarlo dopo sei mesi pagando esclusivamente gli interessi dovuti per il periodo, oppure può rinnovare il prestito per ulteriori sei mesi prima della decisione di riscattarlo o lasciarlo andare definitivamente all’asta. Dice Cavagna che «solo il 4,5% dei pegni complessivi viene effettivamente venduto con questa formula». Come dire: spesso la richiesta di denaro è per fronteggiare una vera e propria emergenza (ad esempio una spesa sanitaria imprevista) e superata la nottata ci si sbraccia per rientrare del gioiello (e del ricordo) di famiglia. Il corollario è quello che gli addetti ai lavori sussurrano a mezza bocca: «Si rivolgono da noi quelli che non hanno più la possibilità di richiedere un fido in banca e sono terrorizzati di cadere in braccio agli usurai», dice un funzionario Ubi. E l’ultima àncora è l’oro di casa.

19 ottobre 2013
(modifica il 19 ottobre 2013)