mercoledì 23 ottobre 2013

Buonanotte anima mia» Lucio Dalla riposa nella sua tomba

Corriere della sera

Nella zona monumentale del cimitero, accanto a Carducci, Respighi e Morandi. La statua riproduce la silhouette dell'artista con cappello e bastone


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BOLOGNA - «Buonanotte anima mia, adesso spengo la luce e così sia...». Sono queste le parole - dalla canzone «Cara» - scelte per la tomba di Lucio Dalla. Il cantautore scomparso l'1 marzo 2012 ora è sepolto al centro della Certosa, nella zona monumentale del cimitero. Accanto a lui ci sono altri bolognesi illustri come Giosuè Carducci, Ottorino Respighi e Giorgio Morandi: «Possiamo immaginare che discorrano d'arte e di poesia», scrivono sul sito ufficiale i parenti.

CERIMONIA PRIVATA - La salma di Dalla è stata cremata e le ceneri sono state inumate in Certosa mercoledì mattina, nella tomba di famiglia dove sono sepolti anche il padre e la madre, con una cerimonia strettamente privata. Presenti, oltre ai parenti, il compagno Marco Alemanno, il manager Bruno Sconocchia e il collaboratore e amico fraterno Tobia Righi. La cerimonia è stata celebrata da padre Boschi, guida spirituale dell'artista.

La tomba con la scultura di Antonello Santè Paladino nella zona monumentale del cimitero bologneseLa tomba con la scultura di Antonello Santè Paladino nella zona monumentale del cimitero bologneseLa tomba con la scultura di Antonello Santè Paladino nella zona monumentale del cimitero bologneseLa tomba con la scultura di Antonello Santè Paladino nella zona monumentale del cimitero bologneseLa tomba con la scultura di Antonello Santè Paladino nella zona monumentale del cimitero bologneseLa tomba con la scultura di Antonello Santè Paladino nella zona monumentale del cimitero bolognese

NELLA ZONA MONUMENTALE - Era stato lo stesso Dalla, fanno sapere i parenti, a manifestare il desiderio di essere sepolto nella zona storica del cimitero. Ed è lì che ora si trova, «nella pacata e serena compostezza dell'altra città dove c'è il riassunto della nostra storia, nella prestigiosa 'Zona monumentale' - scrivono i familiari - che, ringraziando l'amico Mauro Felicori, il Comune ha voluto donare al grande Lucio».

L'omaggio di Bologna per ricordare Lucio Dalla (05/03/2013)

LA TOMBA - Il progetto della tomba è stato affidato all'amico Stefano Cantaroni e allo scultore Antonello Santè Paladino che ha realizzato una silhouette del cantautore, con cappello e bastone.

23 ottobre 2013

La banca blocca i conti ai clienti malati di gioco

La Stampa

giuseppe bottero
reggio emilia


Alla Popolare dell’Emilia Romagna arriva il codice anti-azzardo: “Mai più carte di credito a chi spende tutti i risparmi alle slot machine”


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Una circolare spedita ai 12 mila dipendenti per chiudere i rubinetti ai clienti malati d’azzardo. Agli sportelli della Banca popolare dell’Emilia Romagna hanno visto arrivare operai sbranati dai debiti di gioco, piccoli imprenditori ostaggio delle slot machine, donne pronte a tutto per l’ultima scommessa. E hanno detto basta, lanciando un piano per sfidare l’azzardo sul suo terreno: quello dei soldi.

Mai più carte di credito abilitate ai pagamenti sui siti classificati nella categoria «gambling», via dalle filiali i biglietti delle lotterie e i Gratta&vinci. Soprattutto, corsi di formazione per gli impiegati, trasformati in detective dell’azzardo: il giocatore, si legge nella circolare, si può riconoscere dai prelievi massicci all’inizio del mese, dai contanti che filano via veloci dalla carta di credito, dalle transazioni verso tabaccai, bar, sale da gioco.

Una volta individuato, scatta la convocazione da parte del direttore. Che ha mani libere: soprattutto se il cliente ha un debito aperto. Il responsabile della filiale dovrà occuparsi anche di segnalare centri d’aiuto, strutture assistenziali e gruppi d’accoglienza. In cima alla lista c’è il polo di cura per il recupero dei dipendenti dal gioco d’azzardo di Reggio Emilia, il primo in Italia, gestito da Marco Iori.

«Il nostro approccio è laico e non ideologico - dice Eugenio Tangerini, responsabile delle relazione esterne della Banca popolare dell’Emilia Romagna -. Non intendiamo criminalizzare i gestori, ma neppure restare indifferenti di fronte a un fenomeno sociale così preoccupante». Una banca, prosegue il collega Andrea Cavazzoli, «deve essere consapevole che le sue azioni hanno influenza sulla comunità locale, anche perché non è interesse di un istituto lavorare su un sistema sociale disgregato, in cui le persone si giocano tutto». 

L’azzardo, in Italia, ha costi altissimi: l’ultimo report dell’associazione Libera parla di danni sociali e sanitari che sfiorano i 6,6 miliardi di euro annui. A questi vanno aggiunti 3,8 miliardi di euro di mancato versamento dell’Iva, nel caso in cui i 18 miliardi di euro, sul fatturato complessivo, che non tornano ai giocatori in forma di montepremi fossero stati spesi in altri consumi.

«Bisogna far passare il concetto che l’azzardo non crea denaro ma lo distrugge» dice Simone Feder, psicologo in prima linea contro le macchinette. «In un anno 50 mila esercizi hanno chiuso i battenti, e l’industria dell’azzardo continua a crescere: bisogna invertire la rotta. E bisogna farlo partendo dal territorio». Feder snocciola numeri. Nel giro di 5 anni, tra il 2005 e 2010, gli utenti presi in carico dai Sert (servizi per le tossicodipendenze) sono aumentati del 23%, registrando un picco enorme per il gioco d’azzardo, di quasi 7 volte (+691%).

«Qualcuno - dice - deve occuparsi di quest’emergenza». L’Emilia Romagna ha già iniziato, dopo aver preso atto di dati spaventosi. Nel 2011, spiega il segretario della Cisl di Reggio, Loris Cappelletti, il giro economico di slot e gratta e vinci aveva raggiunto i 6,3 miliardi per una spesa pro capite di 1.840 euro a persona, un dato destinato ad aggiornarsi l’anno successivo. «Oltre ai cartelli con le vincite, nelle tabaccherie andrebbero affissi anche i nomi delle persone che col gioco si sono rovinate - dice - E non ci sarebbe abbastanza spazio».

Gli spinaci non sono ricchi di ferro E il latte non ruba calcio alle ossa

Corriere della sera

Tante persone si privano senza motivo di nutrienti indispensabili

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Diete e alimentazione: è questo il campo dove i falsi miti prosperano di più e la fantasia sembra non avere limiti: dagli spinaci ricchi di ferro (leggenda perpetuata dai cartoni di Braccio di Ferro, anche se questi vegetali non abbondano del minerale più di altre verdure simili), all’ananas brucia-calorie (che invece aiuta soltanto la digestione grazie all’enzima bromelina); dai carboidrati e i latticini che fanno ingrassare, alle uova off limits per colpa del colesterolo. Ce n’è davvero per tutti i gusti.

TUTTI NUTRIZIONISTI - Perché? «In parte accade perché i disturbi che compaiono dopo aver mangiato sono abbastanza comuni, così la gente si convince che qualche specifico alimento ne sia responsabile senza rendersi conto che, se l’apparato digerente non funziona bene, si possono avere sintomi a prescindere da ciò che si mangia - risponde Gino Roberto Corazza, presidente della Società Italiana di Medicina Interna -. Inoltre, i test a disposizione per capire se realmente un cibo non viene tollerato sono poco precisi, e questo non fa che favorire il proliferare dei numerosi luoghi comuni».

«C’è da aggiungere che negli ultimi anni l’alimentazione è entrata nelle case di tutti e chiunque si sente un po’ nutrizionista per aver orecchiato qualche informazione in televisione o altrove - interviene Andrea Ghiselli, ricercatore del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura (CRA) di Roma -. A questo si sommano i lavori scientifici amplificati e divulgati soprattutto se accattivanti, a prescindere dal loro reale valore. Non sorprende, quindi, che da tutto ciò possano nascere le idee più eccentriche».

LATTICINI - Ecco, allora, la dieta dei cavernicoli, a cui dovremmo tornare per salvarci da malattie cardiovascolari e tumori: nessuno però ha mai dimostrato che i nostri avi (il cui stile di vita di cacciatori-raccoglitori era peraltro ben diverso dal nostro) abbiano davvero avuto una salute di ferro, nessuno sa che cosa mangiassero realmente, mentre pare certo che privarsi di cereali e latticini, come predicano i più intransigenti “paleo-seguaci”, non faccia bene alla salute. «Uno dei miti da sfatare più pericolosi riguarda proprio i latticini, a cui tantissimi si autoproclamano intolleranti un po’ per moda, un po’ perché hanno sentito dire che l’uomo è l’unico animale che beve latte da adulto, e un po’ perché si convincono di aver la pancia gonfia dopo aver introdotto una microscopica quantità di latticini - dice Ghiselli –.

L’intolleranza al lattosio, dovuta alla carenza dell’enzima che serve a digerirlo, è un disturbo comune, ma tutti dovrebbero sapere che i sintomi, dal dolore alla diarrea, compaiono se si beve una tazza di latte tutta insieme: se in un giorno la stessa quantità viene introdotta in due volte non succede niente. Nonostante ciò, tante persone si stanno privando di nutrienti che sono indispensabili per raggiungere il picco di massa ossea, come dimostrano parecchi lavori scientifici. Perché non è nemmeno vero che il latte sia acidificante e “rubi” calcio alle ossa: un’altra leggenda da smentire. Come quella per cui non dovremmo mangiare la frutta dopo i pasti. Tutt’altro: la frutta dovrebbe farne sempre parte, anche perché contiene la vitamina C che aiuta a assorbire meglio il ferro presente nei vegetali».

ZUCCHERO - Non è vero neppure che dare zucchero ai bambini li renda iperattivi: gli studi hanno dimostrato come in gran parte si tratti di un’errata impressione in genitori al corrente di questo luogo comune. Lo zucchero, semmai, aiuterebbe il cervello dei bimbi a concentrarsi meglio. Ma il miglioramento delle performance dura poco , e quindi è meglio dar loro pasti equilibrati che contengano carboidrati complessi, in grado di fornire ai neuroni un apporto stabile di glucosio.

23 ottobre 2013 (modifica il 23 ottobre 2013)

 

 

 

Tutta colpa di una virgola sbagliata

Corriere della sera

Le conseguenze dell’errore di stampa commesso alla fine dell’800 dal chimico tedesco Erich von Wolf

 

Come nasce una “leggenda metropolitana”? A volte nel più fortuito dei modi: è il caso degli spinaci ricchi di ferro. La colpa è tutta di un errore di stampa commesso alla fine dell’800 da un chimico tedesco, Erich von Wolf, che stava studiando i contenuti in ferro di vari vegetali a foglia verde: trascrivendo quello degli spinaci mise una virgola al posto sbagliato e i 3,5 milligrammi di ferro per 100 grammi divennero ben 35, assai più di qualsiasi altra verdura. L’errore fu segnalato nel 1937, ma ormai era entrato stabilmente nelle credenze popolari.

21 ottobre 2013

Elena Meli

Il biglietto volante

La Stampa

massimo gramellini

Il tram è il 13, l’orario le 18,05 del 21.10.13: casomai qualcuno pensasse di giocarsi i numeri al lotto come il protagonista di questa storia. Lui è quel signore brizzolato in fondo al tram che sta cercando di fendere il muro di cappotti e telefonini strillanti. Vuole raggiungere la parte opposta per obliterare il biglietto nell’unica macchinetta disponibile. Ogni tanto succede. Gli consigliano di lasciar perdere: con una ressa simile nessun bigliettaio salirà mai a controllare. L’uomo insiste. L’impossibilità di compiere il proprio dovere lo agita fino a farlo sudare. La sua vicina di gomiti intuisce il problema e, anziché consultare il manuale del perfetto menefreghista, offre una soluzione. Gli dice: dia il biglietto a me, che lo passerò a quelli davanti, che a loro volta lo passeranno a quelli davanti, fino alla macchinetta. Non può garantirgli che tornerà indietro, ma perché non provare?

Ogni tanto succede. 

L’uomo si fida della sconosciuta, e persino questo ogni tanto succede. Lei spiega il suo piano alla ragazza che ha di fronte. Il biglietto decolla, vola di mano in mano sulle teste di tutti e, dopo un viaggio irto di deviazioni e di pericoli, ritorna nelle mani del titolare: obliterato. Lui guarda i numeri stampigliati sul biglietto con occhi affettuosi, dice che li giocherà al lotto. Sul tram, per un momento, tutti si sentono inspiegabilmente felici. Ogni tanto succede. Chi vi ha raccontato la storia è tentato di appiccicarvi una morale che rovinerebbe l’effetto, ma per fortuna rinsavisce proprio all’ultima riga. Ogni tanto succede. 

Sei un politico disoccupato? Niente paura C’è sempre un porto sicuro che ti aspetta

Corriere della sera

A destra e a sinistra, la guida delle autorità portuali viene affidata spesso a esponenti politici rimasti senza altri incarichi

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Temendo forse l’invasione via mare di qualche virus letale, ecco che il Parlamento si appresta a mettere il bollino sulla designazione di Riccardo Villari al vertice dell’autorità portuale di Napoli, decisa dal presidente della Provincia Luigi Cesaro, pidiellino. Il senatore napoletano è infatti un medico, noto specialista di malattie infettive. Epatologo, per l’esattezza. E pazienza se i soliti grillini protestano per bocca nientemeno che del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, che in una interrogazione sbraita come sia «del tutto evidente che dalla sua carriera professionale non può derivare alcuna competenza nella gestione di un’autorità portuale». Ciò che conta in certe nomine, come tutti sanno, è soltanto la competenza politica.

UN QUARTO DI SECOLO - Quella, Villari ne ha da vendere. E’ nel giro da un quarto di secolo, prima nella Dc napoletana di Vincenzo Scotti, quindi nel Cdu di Rocco Buttiglione, poi nella Margherita e nel Partito democratico di Walter Veltroni. Nel 2008 viene nominato a sorpresa con i voti del centrodestra presidente della commissione di Vigilanza Rai,e quando il Pd gli chiede di dimettersi, lui si rifiuta. Abbandonato il centrosinistra, passa con i Responsabili che a dicembre 2010 salvano il governo di Silvio Berlusconi che gli dà un posto da sottosegretario al ministero dei Beni culturali dove non restano tracce particolari del suo transito. Per approdare definitivamente con il Pdl e rientrare in Senato: da cui si appresta a sbarcare al porto di Napoli.

LE LEGGI DELLA POLITICA - Ma poi, non era forse stato spedito qualche tempo fa l’ex senatore sardo Piergiorgio Massidda a capo dell’autorità portuale di Cagliari? E non è forse un medico anche lui? Vero è che in questo caso il Consiglio di Stato, si è appreso a settembre, ha annullato la nomina con la motivazione che gli mancano le competenze specifiche. Le leggi della politica, però, sono implacabili: come dimostra un terzo caso portuale. Stavolta, a sinistra. Se Villari è destinato al porto di Napoli, l’ex sottosegretario alla Difesa del governo di Romano Prodi, Lorenzo Forcieri, attende la riconferma come presidente dell’autorità portuale di La Spezia, incarico che ha avuto nel 2009 dopo essere rimasto fuori dal parlamento alle elezioni del 2008. Nel novembre del 2012, però, gli si spalancano di nuovo, inaspettatamente, le porte della Camera: subentra a Giovanna Melandri, dirottata alla guida del Maxxi. Siccome sa di non durare a lungo, resta anche presidente dell’autorità.

TRASPARENZA - L’attrazione per la politica nazionale tuttavia è così forte da fargli decidere di correre per le elezioni politiche. Ma rinuncia «per amore del porto», dopo che i vertici locali del suo partito gli hanno chiesto di fare un passo indietro: evidentemente per non rompere le uova nel paniere. Come rifiutargli, a quel punto, una riconferma all’authority? E non si parli di porti trasformati in poltronifici… Perché c’è chi arriva, ma c’è anche chi parte. Gabriele Aulicino, ufficiale della Capitanerie di porto, per esempio. Un anno fa ha traslocato alla Consob, chiamato dal presidente Giuseppe Vegas come responsabile dell’Ufficio attività parlamentare e di governo. Grado equipollente: condirettore. La nomina ha fatto insorgere il sindacato Falbi, che ha presentato ricorso al Tar e l’ha avuta vinta.

Per tutta risposta nel decreto sulla stabilizzazione dei precari targato Gianpiero D’Alia è spuntato a sorpresa un emendamento che, sostengono sempre quei guastafeste del Movimento 5 stelle, avrà come conseguenza la stabilizzazione anche del «portuale» Aulicino alla Consob. Un autentico e incomprensibile capolavoro di burocratichese: «all’articolo 1, comma 166, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, sostituire le parole: “entro dodici mesi dall’entrata in vigore della presente legge” e le parole: “con riferimento alla data di entrata in vigore della presente legge” con le seguenti: “per il personale in effettivo servizio alla data di entrata in vigore della presente legge, entro i termini di cui all’articolo 4, comma 6, del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101…”». Alla faccia della tanto sbandierata trasparenza delle norme.

23 ottobre 2013

Medicinali che vanno «tenuti d’occhio» per i possibili effetti collaterali

Corriere della sera

Un triangolo sui «bugiardini» invita a segnalare reazioni avverse. Non è indice di pericolo, ma un invito alla vigilanza

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Potreste averlo notato sul foglietto illustrativo della medicina che state prendendo: un triangolo nero capovolto, seguito dalla frase «Medicinale sottoposto a monitoraggio addizionale». Da settembre il nuovo simbolo sta cominciando ad apparire sui “bugiardini” di alcuni farmaci, in seguito all’entrata in vigore del Regolamento della Commissione europea che ha introdotto la nuova procedura in tutti gli Stati membri. Che cosa vuol dire lo spiega l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) in un video e in un opuscolo pubblicati nei giorni scorsi in tutte le lingue ufficiali dell’Unione.

EFFETTI INDESIDERATI - Chiarisce subito l’Ema: come tutti i farmaci autorizzati all’immissione in commercio nell’Ue, anche questi contrassegnati dal triangolo nero sono sottoposti ai test di efficacia e sicurezza. Il nuovo simbolo invita a fare attenzione a eventuali reazioni avverse non indicate nel foglietto illustrativo. «Non è un segnale di pericolo, ma un modo per sollecitare i pazienti a segnalare gli effetti indesiderati di un farmaco alle autorità competenti - sottolinea Paola Testori Coggi, direttore generale “Salute e consumatori” della Commissione europea - . Il simbolo è previsto dalla legislazione europea sul sistema di farmacovigilanza sia per i medicinali e vaccini introdotti nel mercato europeo dopo il primo gennaio 2011, sia per alcuni farmaci già in commercio da prima, che necessitano di un monitoraggio sulla loro sicurezza nel tempo». L’elenco dei prodotti sottoposti a “monitoraggio addizionale”, stilato dal Comitato di valutazione dei rischi per la farmacovigilanza dell’Ema, è aggiornato ogni mese.

Cosa significa il triangolo nero sui farmaci (21/10/2013)

SORVEGLIATI SPECIALI - Per ora sono più di un centinaio quelli che avranno sul foglietto illustrativo il triangolo nero; rimarranno sotto osservazione per 5 anni, o fino a quando gli esperti riterranno. Tra i “sorvegliati” in commercio da prima del 2011 ci sono farmaci per curare malattie gravi (come alcuni tipi di tumore), malattie rare, complicanze del diabete. «Gli studi clinici sono condotti in genere su un numero limitato di pazienti, per un determinato periodo di tempo e in condizioni controllate - dice Giuseppe Pimpinella, direttore dell’ufficio farmacovigilanza dell’Agenzia italiana del farmaco -. Nella pratica clinica, poi, il farmaco è usato da un gruppo di “utenti” più ampio e diversificato: alcuni potrebbero avere altre malattie e assumere anche altri medicinali, per cui può essere rilevato qualche effetto indesiderato meno frequente». La segnalazione di una sospetta reazione avversa aiuta le autorità a stabilire se i benefici di un medicinale continuano a essere superiori ai rischi e, in caso contrario, ad adottare le misure necessarie.

23 ottobre 2013

Giovane italiano ucciso in Inghilterra Gli assassini: «Tu ci rubi il lavoro»

Corriere della sera

Joele Leotta di Nibbiono (Lecco) si era da poco trasferito per lavoro a Maidstone

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Massacrato di botte fino ad ucciderlo. Vittima un giovane di 19 anni Joele Leotta, di Nibbiono (Lecco) da poco trasferitosi in Inghilterra per lavoro. E il lavoro potrebbe essere il movente del delitto. «Ci rubi il lavoro» avrebbero urlato gli aggressori, otto ragazzi inglesi fra i 21 e i 25 anni, già fermati dalla polizia. La notizia è riportata in prima pagina su QN - Il Giorno con a ricostruzione di quello che potrebbe essere un terribile fatto di sangue a sfondo razziale.

IL MOVENTE - Jole Leotta è stato ucciso domenica sera nell’appartamento di Maidstone, nella contea di Kent, a 50 chilometri da Londra, dove si era trasferito da pochi giorni, per iniziare la sua nuova vita all’estero. Il giovane aveva trovato lavoro come cameriere in un ristorante italiano a poca distanza dal luogo in cui è stato ucciso. I presunti assassini sarebbero entrati nell’appartamento occupato da Jole e da un altro amico , sempre originario di Nibionno. Ad un certo punto, per ragioni che debbono essere ancora accertate, i due italiani sono stati aggrediti e massacrati. Trasportato in ospedale Jole è deceduto poco dopo il ricovero, mentre l’amico è fuori pericolo

SU FACEBOOK - Ancoro tutto da ricostruire il movente dell’aggressione. Oltre alla pista del delitto a sfondo razziale, la polizia segue anche la pista dello scambio di persona, o un tentativo di furto degenerato e finito in tragedia. Sgomento nella cittadina di Nibionno dove il ragazzo viveva insieme ai genitori e al fratello. Numerosi i messaggi lasciati sulla bacheca Facebook da amici e conoscenti.

23 ottobre 2013

Troppi misteri, conti di Grillo al setaccio

Emanuela Fontana - Mer, 23/10/2013 - 08:18

La richiesta di Sel al Senato: "È il tesoriere del partito, il suo 730 va reso pubblico". Lui fissa il Vaffa day il 1° dicembre

Roma - Grillo chiama la piazza: appuntamento il 1° dicembre a Genova per il terzo V (Vaffa) day della storia del Movimento cinque stelle.


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È lo stesso capo stellato ad annunciarlo sul blog, una conferma alle voci che già circolavano. È una stretta dei ranghi mentre in Parlamento continuano le segrete ribellioni degli eletti al loro padre creatore, e mentre dagli altri partiti s'inizia fare le pulci a un Movimento che si professa trasparente ma che nasconde troppe cifre per ergersi a censore degli altri.

Prima di tutto i numeri di Grillo: la sua dichiarazione dei redditi deve essere pubblicata alla Camere, chiede Sinistra e libertà. Ai sensi di legge, ha scritto il senatore Sergio Boccadutri al presidente del Senato Piero Grasso. Perché Grillo, spiega Boccadutri, è il tesoriere del Movimento cinque stelle. Nello Statuto non è indicato esattamente con questa carica, ma come colui, in ogni caso, che gestisce le finanze interne. La rappresaglia di Sel è partita dopo l'ennesimo «ladri» echeggiato nell'aula di Montecitorio, indirizzato dai Cinque Stelle verso i partiti che tengono tutti i rimborsi elettorali dello Stato.

Secondo due leggi italiane, ha quindi scritto il senatore vendoliano alla presidenza del Senato, (dell'82 e del 2012) «i tesorieri devono comunicare al Parlamento la propria “situazione patrimoniale e reddituale”». Della situazione patrimoniale di Grillo, invece, non c'è traccia nei faldoni di Palazzo Madama. Il carteggio è stato pubblicato integralmente dal sito Huffington Post, con la risposta di Grasso: «Il Senato non ha ricevuto copia di alcuno statuto o atto costitutivo del “Movimento 5 Stelle”, dal quale si possano evincere le cariche di rappresentante o di tesoriere, né ha il potere, in base alla normativa vigente, di pretenderne la trasmissione o il deposito».

La risposta del magistrato è stata quindi che non esistendo una copia dello statuto nel palazzo, non spetta al Senato chiedere conto a Grillo delle sue finanze. Il Senato non è comunque tenuto nemmeno a esercitare il ruolo di controllore. Ma presto qualcosa potrebbe cambiare, e lo spiega lo stesso Grasso: la Camera ha approvato un emendamento, presto all'esame di palazzo Madama, che attribuisce al Senato «la competenza in materia di anagrafe tributaria per i tesorieri non eletti».

Tornando alle vicende interne ai Cinque Stelle, Grillo prepara il V day, ma sa che l'annuncio non basta per ristabilire l'armonia con i parlamentari dopo le prese di posizione del comico contro i suoi senatori che chiedono l'abolizione del reato di clandestinità. Sembra che Grillo possa arrivare con Gianroberto Casaleggio nella Capitale addirittura oggi, per un incontro con i suoi eletti, alla Camera o al Senato. Essendo impegnato domani e dopodomani in Trentino per la campagna elettorale, l'altra ipotesi è che la resa dei conti tanto attesa si svolga la prossima settimana.

Nell'annuncio del V day, Grillo ricorda i precedenti: Bologna, settembre 2007, 350mila firme per «parlamento pulito». E Torino, il 25 aprile del 2008. Un milione 400mila firme per «un'informazione libera». Ora bisogna «andare oltre. Andare al governo e liberarci di questi incapaci predatori che hanno spolpato l'Italia negli ultimi vent'anni». La prossima volta «per impedirci di andare al governo dovranno mandare i carri armati». È già partita la raccolta fondi: per ora 63 donazioni e 1.410 euro.

Profughi, l'eurotruffa della commissaria

Gian Micalessin - Mer, 23/10/2013 - 08:27

Cita dati fuorvianti sulle richieste d'asilo, sbandiera i fondi elargiti (coi nostri soldi) e poi conclude: "Arrangiatevi"

A legger l'intervista di ieri al Corriere della Sera di Cecilia Malmstrom vien da chiedersi «ci è?» o «ci fa?». O meglio la Commissaria agli affari interni dell'Unione Europea cerca scientemente di fregarci o proprio non c'arriva?


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L'attenuante dell'incapacità d'intendere e volere mal s'adatta però a una signora che mastica pane e politica da quand'era ventenne, comunica in sette lingue, tra cui l'italiano, e sbriga questioni europee da un ventennio. Dunque c'è da propendere per il dolo. Un dolo sfrontato e palese, reiterato in almeno in tre passaggi dell'intervista. Un dolo rimodulato solo quando il ministro dell'interno Angelino Alfano la costringe a rimangiarsi le proprie dichiarazioni ribadendo con determinazione l'indisponibilità italiana ad «accettare compromessi al ribasso» nel corso del Consiglio europeo al via domani a Bruxelles. Dichiarazioni ribadite anche da Letta che all'Ue ha chiesto «atti immediati», a cui la commissaria ha replicato con un vago: «Noto una convergenza tra le proposte italiane e quelle di Bruxelles». Purtroppo per Cecilia però verba volant e scripta manent.

Partiamo dunque dalla risposta in cui ci rimprovera la cattiva gestione dei fondi per 614 milioni di euro assegnatici dalla Ue per gestire i flussi migratori e i confini. Quei soldi, al contrario di quel che insinua Cecilia, l'Italia non li ruba e non li elemosina. Sono in gran parte soldi nostri visto che anche nel 2011, all'apice della crisi, il Belpaese ha versato nelle casse dell'unione 16, 1 miliardi di euro, aggiudicandosi il titolo di principale contribuente netto. O meglio di grande Pantalone costretto a pagare in cambio di poco o nulla visto che la differenza tra il pagato e il ricevuto è nel 2011 di ben sei miliardi.

Problemucci che la Svezia di Cecilia, così fraterna con gli immigrati, manco si sogna potendosi permettere il lusso di versare all'Europa sei volte meno. Prima di rimproverarci la gestione dei soldi - restituitici dall'Europa in cambio di una bella cresta - la maestrina Malmstrom dovrebbe dunque controllare chi paga il suo stipendio. E farci capire chi finanzia la sua malafede. A legger l' intervista l'Italia non dovrebbe manco permettersi di chiedere al Consiglio Europeo la revisione delle regole che c'impediscono di ridistribuire i profughi negli altri paesi membri.

A sentir lei dovremmo tenerci tutti i disgraziati ripescati nel sud del Mediterraneo. Anche se nel frattempo i muri eretti in Grecia e progettati in Bulgaria trasformano il Mediterraneo nell'unica porta d'accesso al vecchio continente. Anche se le nostre navi sono le uniche a salvare le vittime degli «orribili eventi» che tanto turbano la sensibile Cecilia. E il nostro governo è l'unico ad aver pronta una missione ad hoc per salvarle.

Ma a Cecilia poco importa perché nel suo mazzo c'è un asso per ogni plagio. Per condannarci ad ultima spiaggia paragona le sole 15.700 richieste d'asilo ricevute nel 2012 con le 75mila della Germania, le 60mila della Francia e le 44mila della Svezia. Peccato che solo un anno prima l'Italia ne abbia ricevute 37.350 posizionandosi al quarto posto dopo Stati Uniti (99400), Francia (51.900 e Germania(45.700).

Ma l'evidenza della malafede del Commissario Malmstrom emerge dall'esame dei dati Eurostat del secondo trimestre 2013. In quel periodo la Germania ha respinto il 61% delle 15.455 richieste concedendo 10.350 asili e bloccandone 5.105.

La Francia ha respinto l'81% delle 14.955 richieste. La Svezia ne ha negato il 51% su 11.610. L'Italia ha invece concluso 6.820 istruttorie accogliendone 3.685 con una percentuale positiva del 54%, ben superiore cioè al 49% di pareri favorevoli emessi nella generosa terra natale della signora Malmstrom. Una che se fosse nata a Napoli avrebbero già ribattezzato Cecilia u' mariuol.

Ora la Gabanelli imita Santoro. Fango sulla parlamentare Pdl

Redazione - Mer, 23/10/2013 - 08:39

Bufera per la puntata su Denis Verdini

Tagli, mezze frasi, parole dette e non dette, volti travisati, dichiarazioni anonime. Il solito fango. È il metodo Santoro che si diffonde come la peste.


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Una scuola alla quale è fedelissima quell'altra geniaccia dell'informazione, Milena Gabanelli, sul suo panzer Report. L'ultimo missile l'ha sparato addosso al senatore e coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, andando a sfruculiare a casa sua. Titolo della puntata: «Bianco, rosso e Verdini». Fin troppo facile per la zarina di Rai3 mettere insieme voci contro il braccio destro di Berlusconi. In quell'ora e un quarto però sono stati bersagliati anche tutti gli altri, in particolare la deputata del Pdl Monica Faenzi, ex sindaco di Castiglione della Pescaia.

«La Faenzi? Si dice che sia l'amante di Verdini... Io questo non lo penso. Io penso che la Monica da sindaco abbia fatto a Verdini altri piaceri», la battuta di un testimone con voce e volto travisati denominato «Politico Forza Italia». L'intervista alla deputata ovviamente non comprende una parola su questo argomento. «Questa la più grande scorrettezza - spiega al Giornale la parlamentare grossetana - non hai possibilità di replica. La mia battaglia non è come politico ma come mamma: stavo guardando la puntata con mio figlio. Immaginatevi come ci sono rimasta. Sono state inqualificabili ed indegne ricostruzioni. Una forma di femminicidio anche questa, come donna è doppiamente colpevole. Trasmissioni costruite al solo fine di mistificare la realtà e fare fuori i suoi avversari.

Interviste vilmente architettate per fare scandalo». La macchina del fango viene confezionata sempre allo stesso modo con un abile taglia e cuci. L'importante è che venga fuori la figura che interessa a loro. «Mi hanno contattato due mesi fa, ma quando ho detto loro che non rilasciavo interviste, mi ha chiamato il direttore di rete dicendomi che se mi fossi rifiutata avrebbero comunque usato il mio nome. Ecco il ricatto». Replica sbrigativa della Gabanelli: «Degli affari personali della Faenzi noi non abbiamo detto una parola, e la persona intervistata ha detto “non credo sia l'amante di Verdini, ma credo gli abbia fatto altri favori”». Faenzi querela Report («Chiederò un maxi risarcimento alla Gabanelli») e la sfida: «Mi inviti in trasmissione per un faccia a faccia. L'avrei anche votata per la presidenza della Repubblica. Di sicuro avrebbe fatto meno danni che a fare la giornalista».

Basi Usa in Italia: perché sempre più strategiche. Inchiesta americana.

La Stampa

maria grazia bruzzone   @mar__bru


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“Il Pentagono ha speso negli ultimi due decenni centinaia di milioni di dollari in basi militari in Italia, rendendo quel paese un centro sempre più importante per la potenza dell’esercito Usa. Specialmente dall’inizio della Guerra Globale al Terrorismo nel 2001 l’ US Army ha spostato il suo centro di gravità a sud della Germania, dove la maggior parte delle forze Usa stazionavano dalla II Guerra Mondiale. Trasformando la penisola italiana in una rampa di lancio per le guerre di oggi e domani, in Africa, nel Medio Oriente e oltre”. 

Esordisce cos ì un’inchiesta che David Vine (docente universitario, opinionista sui maggiori quotidiani, sulle basi militari Usa all’estero sta scrivendo un libro), ha pubblicato su Tom Dispatch, sito di approfondimento collegato alla nota rivista liberal/progressista The Nation. Nel raccontare come vengono spesi i soldi dei contribuenti americani, vengono spiegate le strategie Usa nel nostro paese – con una chiarezza inusuale e dettagli forse inediti nelle cronache italiane. Accordi, vantaggi e svantaggi compresi.E’ il motivo per cui ci sembra utile proporlo. Senza trarne conseguenze, che lasciamo ai lettori.

“Nelle basi di Napoli, Aviano, Sicilia, Pisa e Vicenza, tra le altre, l’esercito dalla fine della guerra fredda ha speso più di $2 miliardi solo in costruzioni, oltre ai miliardi in progetti classificati e ai costi operativi del personale . Mentre le truppe in Germania sono scese dalla caduta del Muro da 250.000 uomini ai 50.000 di oggi, i 15.000 militari (più 16.000 familiari) che stazionano in Italia sono rimasti stabili. Il che significa che la percentuale di forze Usa in Europa basate in questo paese (il nostro, ndr) sono triplicate dal 1991, dal 5 al 15%.“La maggior parte dei turisti pensano all’Italia come al paese dell’arte del Rinascimento, delle antichità Romane e naturalmente delle grandiose pizze, paste e vini. Pochi la pensano come terra di basi Usa. Ma con 59 siti-base identificati dal Pentagono, l’Italia è superata  solo da Germania (179), Giappone (103), Afghanistan (100, in diminuzione) e Sud Corea (89)”. 

“Le basi Usa nel mondo sono globalmente 800 o più”.

“Pubblicamente i funzionari americani dicono che non ci sono basi militari Usa in Italia.Insistono che le guarnigioni americane con tutte le loro infrastrutture, equipaggiamenti e armamenti sono semplicemente ospiti di quelle che rimangono basi “italiane” designate per uso NATO. Naturalmente tutti sanno che si tratta di una delicatezza legale”.

LE BASI. “Nessuno che visiti la base di Vicenza può dubitare che quella in costruzione sia un’installazione americana”.  Segue la descrizione dettagliata della base USA situata nell’ex base italiana Dal Molin. In sintesi due caserme per ospitare 600 soldati ciascuna, 240 case costruite recentemente nei dintorni più parcheggi, zone addestramento, piscina riscaldata, palestra, centro di intrattenimento, caffè, zone pranzo + altre facilitieslungo Viale della Pace. 


Aviano, a nord est di Vicenza.  Da quando nel 1992 vi sono stati trasferiti gli F-16 dalla Spagna, l’Air Force l’ha trasformata nella base più importante per ogni operazione militare, a cominciare dalla Guerra del Golfo. Spesi oltre $600 milioni in oltre 300 progetti (Washington ha convinto la NATO a sobbarcarsi metà della spesa, l’Italia ha ceduto gratis 84 ettari ”. 

Napoli. La Marina americana ha cominciato a svilupparla nel 1996 costruendo una nuova base operativa all’aeroporto di Napoli. Accanto vi è sito di supporto ottenuto con un leasing di 30 anni (“la base si trova nel cuore di un’area della mafia napoletana ed è stata costruita da una società legata alla Camorra”). “Nel 2005 la US Navy ha trasferito il suo quartier generale europeo da Londra a Napoli, dal momento che ha spostato la sua attenzione dal Nord Atlantico all’Africa, al Medio Oriente e a Mar Nero. Con la creazione di AFRICOM (il comando centrale Usa per l’Africa ndr), il cui quartier generale resta in Germania, Napoli è la nuova casa dell’insieme di forze navali Usa e Europa-Usa per l’Africa”.

Sicilia. “E’ diventata sempre più importante nell’era della Guerra Globale al Terrorismo, quando il Pentagono ha cominciato a farla diventare il maggior nodo delle operazioni militari americane per l’Africa, distante meno di 150 km nel Mediterraneo. Dal 2001 il Pentagono ha speso per la costruzione della Naval Air Station di Sigonella più che per ogni altra base ad eccezione di Vicenza”. 

“Sigonella, che oggi è la seconda stazione aereo-navale più movimentata d’Europa, è stata usata per prima per i droni di sorveglianza Global Hawk nel 2002. Dopo di che nel 2008 funzionari americani e italiani hanno firmato un accordo segreto che permette formalmente di basare lì i droni.  E i droni consentono la formazione dell’ Alliance Ground Surveillance System , del valore di $1.7 miliardi, che dà alla NATO capacità di sorveglianza in un raggio di 15.000 km da Sigonella”. (A est tutta l’Asia, fino all’Australia, ndr). 

  “Dal 2003 la Joint Task Force Aztec Silence (‘forza congiunta Usa/Eu contro il terrorismo internazionale nelle aree sotto governate del Nord Africa e per costruire alleanze più strette con quei governi’ nelle parole del gen. James al Senato Usa, ndr) ha usato aerei di sorveglianza P-3 basati a Sigonella per monitorare ‘gruppi insorgenti’ in Africa del Nord e Africa Occidentale.  E dal 2011 AFRICOM ha dispiegato nella base una task force con 180 marines e due aerei per fare addestramento anti-terrorismo a personale militare Africano in Botswana, Liberia, Gibuti, Burundi, Uganda, Tanzania, Kenia, Tunisia e Senegal.“Sigonella ospita anche una delle stazioni di comunicazioni satellitari del Global Broadcast Servicee presto vedrà lo sviluppo della base NATO Joint Intelligence, Surveillance &Reconnaissance e del centro di analisi dati e addestramento. 

Lo scorso giugno un sottocomitato del Senato americano ha raccomandato di spostare le forze speciali operative e i CV-22 Ospreys (aerei a decollo verticale della Boeing, ndr) dalla Gran Bretagna alla Sicilia, dal momento che “Sigonella è diventata la piattaforma di lancio chiave per missioni relative alla Libia e data l’instabilità in quel paese e l’emergenza di attività di addestramento terroristi in Nord Africa”. “Non lontano, a Niscemi, la Marina Usa spera di costruire un’installazione di comunicazioni satellitari ad altissima frequenze, a dispetto dell’opposizione di siciliani e altri italiani  preoccupati degli effetti delle radiazioni elettromagnetiche per gli uomini e l’ambiente”. 

Camp Darby. “Il Pentagono ha recentemente chiuso alcune basi italiane, comprese Comiso, Brindisi e La Maddalena. E l’esercito ha tagliato una parte del personale di Camp Darby,  la base sotterranea che custodisce una gran quantità di armi e equipaggiamenti che si trova lungo le coste toscane (tra Pisa e Livorno, ndr) e rimane un centro logistico chiave per lo spiegamento globale di truppe, armi e rifornimenti dall’Italia via mare”.  Dal 2005 vi sono stati spesi $60 milioni in nuove costruzioni. 

COSA FANNO QUESTE BASI IN ITALIA? “Un funzionario americano in Italia (che ha chiesto di non essere nominato) mi ha spiegato: ‘Mi spiace Italia, ma questa non è la Guerra Fredda. Non c’è da difendere Vicenza da un attacco [Sovietico]. Le basi ci sono perché è stato concordato che ci siano per fare altre cose, si tratti di Medio Oriente, Balcani o Africa’ “.
 
L’importanza della location .  Le basi in Italia hanno giocato un ruolo sempre più importante nella strategia di riposizionamento del Pentagono in gran parte a causa della collocazione geografica del paese.(…) “Finita la Guerra Fredda il peso geografico della Germania è molto diminuito, dal momento che muovere truppe e aerei da lì comporta attraversare il continente. 

Le truppe basate in Italia invece hanno un accesso diretto alle acque internazionali e allo spazio aereo del Mediterraneo. Ciò permette di dispiegarle rapidamente via mare o via aria.  Spostare la 173ma Brigata Aerotrasportata (di stanza in Germania) al Dal Molin ‘posiziona strategicamente l’unità a sud delle Alpi con un pronto accesso allo spazio aereo internazionale in vista di un veloce dispiegamento e di operazioni forzate di rapido rientro’ , ha spiegato al Congresso Usa l’Assistente Segretario all’Esercito Keith Estin nel 2006”. “Il Pentagono del resto si è già avvantaggiato della location dell’Italia durante la guerra del Golfo del 1990, quando le missioni partivano dalla base di Aviano, la stessa base che ha giocato successivamente un ruolo importante nelle operazioni NATO nei Balcani. Bush aveva cominciato a spostare i presidi dalla Germania verso sud est. Negli anni di Obama il crescente coinvolgimento in Africa ha reso l’Italia un’opzione ancora più attraente”. 

Flessibilità operativa.   Qui l’articolo di Vine tocca temi ancor più delicati.  Come mi ha detto lo stesso funzionario di cui sopra, “al di là della location i funzionari Usa  amano l’Italia perché ‘è un paese che offre una flessibilità operativa sufficiente’. In altre parole – spiega il prof Vine – dà la libertà di fare quel si vuole con minime restrizioni e battibecchi”.“Specialmente se confrontata alla Germania, l’Italia offre questa flessibilità per ragioni che riflettono più ampi divari fra nazioni più ricche e potenti – come Germania e Giappone –rispetto ad altre che lo sono meno. Oltre a offrire costi operativi più bassi, questi ospiti (meno ricchi e potenti) sono generalmente più suscettibili alle pressioni politiche ed economichedi Washington.Tendono a firmare “accordi sullo status delle forze” meno restrittivi per i militari americani.

Tali accordi spesso offrono regole più permissive per quanto riguarda l’ambiente e il lavoro e danno al Pentagono più libertà di perseguire azioni militari con minime consultazioni col paese ospite.
“Sebbene non sia certo una delle nazioni più deboli nel mondo, l’Italia è il secondo paese più indebitato in Europa e il suo potere economico e politico impallidisce in confronto con quello della Germania. Non stupisce quindi che, come l’ufficiale del Pentagono in Italia mi ha sottolineato, l’accordo sullo status delle forze stretto con la Germania sia lungo e dettagliato mentre quello con l’Italia resta quello (ancora classificato) firmato nel 1954 come Bilateral Infrastructure Agreement.  I tedeschi poi tendono ad essere più rigidi quando si tratta di applicare delle regole, mentre gli italiani sono ‘più interpretativi’ “ .

I benefici: guerre + basi = $. Il prof Vine cita come esemplare il caso della guerra in Iraq. “L’Italia ha subito consentito alle forze Usa di essere impiegate, anche se il loro uso per una guerra fuori del contesto NATO poteva violare i termini dell’accordo di base del 1954. Un cable classificato, spedito nel maggio 2003 dall’ambasciatore americano in Italia Melvin Sembler e reso noto da Wikileaks mostra che il premier Silvio Berlusconi dette al Pentagono “virtualmente tutto” quel che voleva. ‘Abbiamo ottenuto quel che abbiamo chiesto – scriveva Sembler – riguardo all’ accesso alle basi, transito, sorvoli, assicurazioni che le forze …possono tranquillamente circolare attraverso l’Italia per raggiungere la battaglia’ “. 

“Da parte sua l’Italia sembra aver beneficiato direttamente da questa cooperazione. Secondo un report di Jane’s Sentinel Security Assessment (specializzato in temi militari, ndr) ‘il ruolo  nella guerra in Iraq dell’Italia, che ha contribuito con 3000 soldati allo sforzo militare Usa, ha aperto i contratti per la ricostruzione dell’Iraq a società italiane, oltre a cementare le relazioni fra i due alleati’. Sicuramente il suo ruolo nella guerra in Afghanistan le ha offerto simili benefici. Opportunità – chiosa Vine – arrivate mentre il paese aveva problemi economici, quando il governo italiano si stava volgendo verso la produzione di armi come mezzo per aiutare la propria economia.Secondo Jane’s fabbricanti di armi come Finmeccanica hanno cercato agressivamente di entrare nel mercato americano e in altri mercati.

Nel 2009 l’esportazione italiana di armi è cresciuta del 60%. “ “Nell’ottobre 2008 (governo Berlusconi) i due paesi hanno rinnovato un accordo ( Reciprocal Defense Procurement Memorandum of Understanding fra Robert Gates e Ignazio La Russa) – un’intesa che riconosceva l’Italia come ‘nazione più favorita’ nella vendite militari, spiega l’autore . E’ stato ipotizzato che il governo italiano possa aver concesso – gratuitamente - di trasformare la Dal Molin in una base americana in parte per assicurarsi un ruolo nella produzione dell’’arma più costosa mai costruita’, l’F-35, oltre ad altri affari. Un altro cable, del 2009, dall’incaricata d’affari all’ambasciata Usa a Roma Elizaberh Dibble, ha definito la cooperazione militare  ‘una partnership duratura’. Notando come Finmeccanica (pubblica per il 30%) ‘ha venduto  agli Usa nel 2008 $2,3 miliardi di equipaggiamenti militari  (…)’ “. 

Conclusioni (dell’autore).  “L’Italia non è destinata a prendere il posto della Germania come il fondamento della potenza  militare americana in Europa. La Germania è stata troppo a lungo integrata nel sistema militare Usa, e i pianificatori militari hanno deciso che continuerà ad esserlo. E di fatto la 173ma Brigata non verrà trasferita tutta dalla Germania al Dal Molin – sebbene  questo spostamento fosse stata la scusa per stanziare i $600 milioni per la nuova base: a Vicenza verranno solo 1000 militari”. 

“Ma anche con queste truppe che resteranno in Germania, l’Italia sta rapidamente diventando uno dei nuovi cardini o perni (pivot)  per il potere Usa di far la guerra globalmente. Mentre molta attenzione è stata data al ‘cardine Asia’ del presidente Obama, il Pentagono sta concentrando le sue forze in basi che rappresentano cardini in posti come Gibuti nel Corno d’Africa e Diego Garcia nell’Oceano Indiano, Bahrain e Qatar nel Golfo Persico, Bulgariae Romania nell’est Europa, Australia, Guam e Haway nel Pacifico, Honduras nell’America Centrale”. 

“Le nostre (degli Usa) basi in Italia renderanno più semplice perseguire nuove guerre e interventi militari in conflitti di cui sappiamo poco, dall’Africa al Medio Oriente.  A meno che non ci interroghiamo sul perché abbiamo ancora basi in Italia  e in dozzine di altri paesi nel mondo – come un numero crescente di politici, giornalisti e altri stanno facendo, il che è incoraggiante – quelle basi contribuiranno a condurci , in nome della ‘sicurezza’ americana, su un sentiero di violenza perpetua, di guerra perpetua e di perpetua insicurezza.”


Un’unica osservazione: colpisce che il riposizionamento del Pentagono verso Africa e Medio Oriente sia cominciato prima della guerra in Iraq e molto prima delle ‘Primavere Arabe’ e delle ‘insorgenze’ in Libia e Siria, nonché dei vari conflitti/focolai  in Sudan, Yemen, Mali etc di cui poco si sa e ancor meno si capisce. 

Il neonazista che si scoprì ebreo

La Stampa

Carla Reschia


L'incredibile e vera storia dell'eurodeputato ungherese Csanád Szegedi, dall'estrema destra alla sinagoga


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In giro sulla rete si trovano ancora le sue foto da nipotino di Hitler, panciotto nero, braccio levato e sotto il podio, su bandiera tricolore, la scritta “Magyarorszag a magyaroke!”, ovvero l’Ungheria agli ungheresi. Ma Csanád Szegedi non è più lui, ha lasciato il partito, si è pentito, è diventato ebreo quasi osservante. 

Giovane eurodeputato, cofondatore della “Guardia ungherese”, promessa del partito di estrema destra Jobbik, secondo solo al leader Gábor Vona e ancora più popolare di lui, Szegedi era fino a un anno fa, nel suo campo, una promessa: autore infuocato di severi diktat contro ebrei e rom e profeta del “complotto ebraico”. In un paese già molto a destra, si collocava oltre il primo ministro Orban, in zona Alba Dorata, per capirci. 

In questi giorni però, il tedesco Die Welt, e molti siti ebraici dedicano molto spazio all’incredibile ma vera storia della sua conversione. Una conversione dettata, in un certo senso, da motivi di forza maggiore perché Szegedi ha scoperto di appartenere al popolo che più odiava. 

La vicenda covava da tempo, pare: in rete giravano voci sulla sua “scandalosa “ origine tanto che i suoi stessi colleghi di partito a un certo punto avevano iniziato a fare ricerche. Senza dover neppure andare troppo in là nel tempo: la nonna di parte materna, Magdolna Klein, era scampata ad Auschwitz, nascita, il nonno, Imre Molnar, già Meisels, era sopravvissuto ai campi di lavoro. Altri parenti erano stati meno fortunati. 

Szegedi, allevato nella religione luterana e nell’antisemitismo ha allora chiesto conferma all’interessata, 94enne ma ancora lucida. “Non voleva ma alla fine mi ha raccontato tutto, di Auschwitz, di come la sua famiglia fosse stata sterminata. Uno shock, ho capito che l’Olocausto era accaduto davvero”, ha raccontato l’eurodeputato alla CBN. 

Da lì è iniziato, racconta, un percorso che l’ha avvicinato a un rabbino, Shlomo Köves, del movimento Lubavitch – contattato cautamente via SMS. Sono l'eurodeputato Csanád Szegedi. Desidero essere richiamato - e che per un certo periodo gli ha fatto vivere una vita schizofrenica, trattato come un “lebbroso” dai quasi ex compagni di partito, incerto sulla propria identità umana e culturale. 

Ora Szegedi siede ancora all’Europarlamento, ma come indipedente, è uscito dal partito che lo ha a sua volta rinnegato, prende lezioni di ebraico, frequenta la sinagoga e tenta di mangiare kosher dopo aver in altri tempi rivendicato il maiale e la panna acida come element indispensabili della vera cucina ungherese. 

Sospetto ai suoi nuovi correligionari dato il recente passato, disprezzato dagli ex commilitoni che hanno scoperto di essersi allevati una serpe in seno, ammette di aver vissuto per trent’anni secondo “valori sbagliati” e cerca di capire come sia potuto accadere. Ma, già, com’è potuto accadere? Die Welt racconta nei dettagli la lunga e complessa storia che è alla fine, la storia di una grande paura.

Fu il nonno scampato allo sterminio - mentre la prima moglie e i suoi figli erano stati sterminati - a imporre alla seconda moglie, Magdolna, anche lei ebrea, sposata con tanto di rito ortodosso, e alla loro figlia, la madre di Csanád Szegedi, di non rivelare mai a nessuno il segreto di famiglia, nella convinzione che la persecuzione si sarebbe potuta ripetere.
 
Ma il padre di Csanád lo venne a sapere e ne trasse ulteriori motivi per il suo odio antisemita in cui allevò il figlio. Un odio che ha resistito al pentimento del figlio, che nella sua nuova vita ha cercato invano di proporgli un incontro pacificatore con il “suo” rabbino. 

Adesso Szegedi ammonisce contro l’odio razzista e ricorda di aver avuto qualchesegnale della verità, che al momento aveva trascurato. La madre, a un certo punto, quando lui a 17 anni aveva iniziato a frequentare i gruppi neonazisti, aveva cercato di metterlo in guardia, “Immagina come ti sentiresti se l’ebreo fossi tu”. “Mi ero arrabbiato a morte con lei”, confessa. Ora lo sa. 

La “grande purga” di Wikipedia: espulsi già 250 autori-fantoccio

Corriere della sera

L’enciclopedia online annuncia di aver aperto un’indagine sugli account che scrivono e modificano voci per scopi promozionali

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MILANO - Wikipedia, la più grande enciclopedia online - che tutti noi consultiamo regolarmente, ma che poche volte, in verità, ricordiamo di citare - viene manipolata in grande stile: i redattori del portale accusano infatti un numero rilevante di autori - 250 - di aver falsificato i contenuti dietro il pagamento di denaro. Sul banco degli imputati i cosiddetti «sockpuppet», gli utenti fantoccio, cioè coloro che creano un account aggiuntivo e spinti da un eccesso di autocompiacimento tessono le lodi di se stessi, società, organizzazioni o si divertono a criticare a prescindere. Nella comunità di Wikipedia è partita la più grande caccia ai profili falsi nella storia del sito.

FANTOCCI - Lunedì 21 ottobre Wikimedia Foundation, la fondazione senza scopo di lucro di San Francisco (California), che gestisce molti progetti collaborativi online tra i quali Wikipedia, ha fatto un’insolita dichiarazione pubblica spiegando di aver aperto un’indagine su larga scala. L’allarme era stato lanciato già in precedenza da alcuni investigatori volontari dell’enciclopedia: diverse centinaia di autori sarebbero dei fantocci che agiscono per conto di gruppi di interesse e nascondono la loro vera identità. Ricordiamo: i lettori dell’enciclopedia sono circa mezzo miliardo, mentre sono 30 milioni le voci presenti sulle varie versioni di Wikipedia. Un altro dato: oltre 250mila sono le persone che su base volontaria collaborano alla gestione e all’aggiornamento dell’enciclopedia.

CatturaSOCIETÀ SPECIALIZZATA - Gli amministratori di Wikipedia hanno già bloccato più di 250 account ed evidenziato dozzine di articoli. Le voci scritte per ottenere dei vantaggi riguardano uomini d’affari, società di Internet, diversi brand, organizzazioni, aziende importanti, comunica Wikimedia. «È una manipolazione arrivata ad un livello mai visto prima», ha spiegato Sue Gardner, direttrice di Wikimedia Foundation. Insomma, una patata piuttosto bollente. E la credibilità di Wikipedia potrebbe subire un duro colpo. Come ha scovato recentemente The Daily Dot dietro a queste voci ambigue si nasconderebbe un servizio chiamato Wiki Pr, una società con 45 dipendenti e specializzata nell’editing su pagamento delle voci Wikipedia. La promessa che fanno è oltremodo chiara: «Scriviamo la vostra pagina. La gestiamo. E non dovrete mai più preoccuparvi di Wikipedia». Offrono un catalogo di comportamenti del tutto in contrasto con i principi, le regole e l’etichetta della community di Wikipedia. Il prezzo: dai 500 ai 1000 dollari per la creazione di una voce che abbia un’aura di credibilità e 50 dollari al mese per la sua gestione.

22 ottobre 2013

Burocrazia, l’allarme degli imprenditori Esselunga: un nostro cantiere ha 42 anni

Corriere della sera

La burocrazia costa due punti di Pil, 31 miliardi di euro l’anno e coinvolge sia piccoli che grandi imprenditori

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La burocrazia non guarda in faccia a nessuno. Piccole o grandi che siano, le aziende italiane, oltre alla crisi, devono far fronte a questa tassa neanche più tanto occulta, valutata dalla Cgia di Mestre in 31 miliardi di euro l’anno, 26,5 secondo la presidenza del consiglio dei ministri che nel suo dossier sulla semplificazione amministrativa alla fine del 2012, ha sottolineato come«l’eccesso di costi della regolazione rappresenta una delle cause principali dello svantaggio competitivo dell’Italia». Nel nostro paese il tempo medio per ottenere un permesso di costruzione è di 231 giorni, con un costo che può arrivare fino a 64 mila e 700 euro. In Germania bastano 97 giorni, 99 se il costruttore vive a Londra, 182 se si trova a Madrid dove però il costo medio per avere il via libera a costruire precipita a 12 mila euro, ben 52 mila e 700 euro in meno dell’Italia.

LA CLASSIFICA - Non è un casose la Banca mondiale ci ha piazzato all’84esimo posto per facilità di fare impresa, 103esimo, su un totale di 185 paesi, sulla facilità di ottenere i permessi edilizi. Senza contare il fardello della pressione fiscale: il livello di tassazione da noi continua ad essere il più alto dell’Unione europea. «È insostenibile» ha commentato il presidente del consiglio Enrico Letta, che ha poi annunciato, in occasione della legge di Stabilità, il taglio della pressione fiscale che scenderà dal 44,3% al 43,7% del Pil. Peccato che ci vorranno tre anni perchè l’obiettivo è stato fissato per il 2016.

Il cantiere di Esselunga Galluzzo
 
LA PROTESTA - «Al sistema delle piccole e medie imprese che costituisce il 99,9% del totale delle aziende presenti in Italia, la burocrazia costa, in termini assoluti, quasi 31 miliardi di euro all’anno — ha spiegato nel dettaglio Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre —. Per ciascuna di queste Pmi si stima che il peso economico medio sia di circa 7.000 euro». «Non ne possiamo più» il grido d’allarme di Giuseppe Caggiano, imprenditore di Carugo, sei mila abitanti in provincia di Como, che ha minacciato di trasferire la sua ditta in Svizzera e ha poi convinto alcuni suoi colleghi a listare a lutto le aziende della zona.

IL LUTTO DELLE IMPRESE - A lutto contro la burocrazia, le tasse e la mortalità delle pmi. Secondo l’osservatorio Cerved, ben 45 mila aziende hanno chiuso i battenti in Italia nella prima metà del 2013, con un incremento del 9,3% rispetto al 2012. E le procedure aperte per fallimento sono arrivate a 7 mila, record di tutto il decennio. L’edilizia il comparto con la maggiore incidenza del fenomeno: il rapporto tra il numero di chiusure di società di capitale (al netto delle ‘scatole vuote’) e il numero di società operative con attivo patrimoniale maggiore di zero, si è attestato al 3% tra le imprese che operano nelle costruzioni, contro il 2,8% dell’industria e del 2,6% nei servizi.

ESSELUNGA - A soffrire di più, a causa della crisi e della mancanza di liquidità, sono i piccoli ma la burocrazia schiaccia pure i colossi da 20 mila dipendenti e 6,8 miliardi di giro d’affari. Come Esselunga: sempre restio al clamore di tv e giornali, il fondatore Bernardo Caprotti quando non ne può più, prende e scrive.Come ha fatto per il cantiere di Galluzzo, a sud di Firenze, per cui ha inviato una lettera al Corriere.

L’acquisto dell’area di oltre 18 mila metri quadrati risale al 1971. Oggi, dopo 42 anni, il supermercato non ha ancora aperto. Perché se è difficile fare impresa in un contesto normale, a un chilometro dalla Certosa diventa ancora più complicato: «15 anni per ottenere il cambio di destinazione d’uso del terreno — fanno sapere dal gruppo della grande distribuzione — 3 anni per l’approvazione del piano guida, 4 anni per il piano urbanistico esecutivo e altri 3 per il permesso di costruire». In totale un quarto di secolo.

BYPASS - E non è finita qui. L’apertura dell’Esselunga Galluzzo è prevista nel 2014 ma ora di traverso ci si è messo il by-pass, 3,5 chilometri di strada realizzati da Autostrade per l’Italia che permetteranno al traffico della Firenze-Siena di saltare il quartiere per entrare in città. Il comune ha subordinato l’inaugurazione del supermercato all’apertura del by-pass. Peccato che l’inaugurazione dell’accordo viario era prevista nel 2008.

22 ottobre 2013

Turchia, il primo sexy shop islamicamente corretto

La Stampa

francesca paci


Debutta un sito discretamente ammiccante al piacere carnale a condizione che sia finalizzato all’armonia tra marito e moglie


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La Turchia fa notizia oggi per la decisione dell’Unione Europea di riavviare i negoziati di adesione dopo tre anni di stallo. Ma nel paese ancora confuso dal pesante muro contro muro estivo tra il premier Erdogan e i ragazzi ribelli di piazza Taksim, che lo accusano di voler subdolamente reislamizzare i costumi nazionali, l’attenzione è concentrata più sulla dialettica interna tra il Corano e l’eredità di Ataturk che sulla troppo a lungo e invano sognata Bruxelles. Così come nelle settimane scorse si era diffusamente parlato del restyling degli abiti delle hostess della Turkish Airlines all’insegna di una maggiore modestia e della revoca del bando del velo dagli uffici pubblici, ai giornali non è sfuggito il debutto online di un sex shop conforme alla morale musulmana, ossia halal.

E’ il secondo aperto in Europa, dopo quello olandese lanciato nel 2010, e il primo in Turchia. Non è dato sapere se il primo ministro abbia o meno apprezzato l’iniziativa, ma il sito www.helalsexshop.com è lì, discretamente ammiccante al piacere carnale a condizione che sia finalizzato all’armonia di marito e moglie. 

Basta dare un’occhiata per capire che l’immaginario di riferimento non è quello a cui alludono i sexy shop aperti in tutte le città occidentali (ma anche nei piccoli centri). Al posto di fotografie inequivocabili e slogan direttissimi, ci sono colori soft, un annuncio che spiega trattarsi di un negozio a norma di legge islamica, la sagoma di un uomo in abito tradizionale seduto in posizione meditativa e quella di una donna con il capo chino coperto dal chador. 

I prodotti in vendita sono pubblicizzati in turco ma il quotidiano Hurriet si dilunga nella descrizione del catalogo. Chi si aspetta vibratori, video hot e stravaganti giocattoli erotici si rassegni: l’offerta prevede per lui preservativi, pillole, profumi e vaporizzatori “ritardanti” mentre per lei, in una sezione rigorosamente separata, sono consigliate creme per facilitare l’orgasmo, detergenti intimi e olii per massaggi “afrodisiaci”. 

Il prezzario bene in vista - in lire turche, euro o dollari - suggerisce come lo spirito dell’iniziativa sia commerciale e non didattico. Ma gli intraprendenti imprenditori lasciano aperto uno spazio informativo volto a dissipare dubbi e pregiudizi in cui si spiega che, lungi dal castigarla, “ l’Islam incoraggia la sessualità in determinate condizioni”.

Negli ultimi anni la Rete ha visto moltiplicarsi gli spazi in cui sapienti musulmani e semplici fedeli discutono di cosa sia o meno lecito nell’intimità della camera da letto, dalle disquisizioni su quando sia il momento migliore per fare sesso ai rudimenti di educazione sessuale di http://www.islamawareness.net/Sex/, dalla letteratura in materia esplorata da http://www.islambasics.com/view.php?bkID=40&chapter=4 alle fatwe pronunciate dagli studiosi del Corano come http://www.askamufti.com/Answers/ViewQuestion.aspx?QuestionId=2994.

Vorrei una famiglia che mi amasse per sempre” L’appello che ha commosso l’America

La Stampa

francesco semprini


In Florida un ragazzo di 15 anni ha preso la parola durante una funzione religiosa: «Accetterò chiunque, giovane o anziano, mamma o papà, bianco, nero o viola, non mi interessa nulla. Se potete, prendetemi con voi»


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L’appello, accorato e sincero, è giunto di fronte alla platea di fedeli della St. Mark Baptirst Church, chiesa battista di St. Petersurg, in Florida: “Desidero una famiglia che mi ami per sempre”. A rivolgerlo è stato Davion Navar Henry Only, un ragazzo di 15 anni che ha vissuto tutta la sua vita tra orfanatrofi e case famiglia, in attesa di essere adottato. Una speranza vana, almeno sino ad oggi, tanto da spingerlo a prendere la situazione in mano e agire per conto proprio. “Accetterò chiunque, - ha detto Davion nel corso di una recente funzione domenicale - giovane o anziano, mamma o papà, bianco, nero o viola, non mi interessa nulla di tutto ciò. Dimostrerò tutto il mio apprezzamento e darò il massimo di me”. 

Un sermone fuori programma che ha polarizzato l’attenzione di tutti gli Stati Uniti, tanto che il pastore è stato tempestato di telefonate, ed online è stato allestito un sito per avere informazioni più precise , mentre il ragazzo è stato invitato dalla Abc. “Se potete, prendetemi con voi e datemi tutto l’affetto e l’amore per il resto della vita - ha ribadito ai microfoni del network televisivo americano - Io prego e spero ancora”.

Lo scorso giugno, determinato a ritrovare la sua famiglia originaria, Davion si è recato in una biblioteca con una copia del certificato di nascita in mano, per cercare il nome della madre naturale negli archivi online. Ha così scoperto di essere nato mentre la mamma era in prigione, alle sue spalle un passato legato agli stupefacenti e a condanne per furti e rapine. Ancor peggio, ha scoperto che la donna era morta, fra l’altro solo alcune settimane prima. 

Il mondo gli è crollato addosso, e lui si è messo a piangere davanti allo schermo del computer. Istanti terribili, ma poi decide di farsi forza: “Mi sono reso conto che quanto accaduto mi deve spingere a cercare equilibrio e successo nella vita, non devo prendere derive pericolose”, ha spiegato Davion, il quale è convinto che per raggiungere questi obiettivi occorra una famiglia. “Non voglio usare il mio passato come una scusa, ma come una motivazione - prosegue - voglio che la gente sappia quanto sia difficile essere orfano e vivere in strutture come quelle dove ho trascorso tutta la mia vita, a volte è una realtà che non si conosce”.

Una realtà che vede protagonisti 399.548 bambini americani, ospiti di orfanotrofi e case famiglia, e con una età media di nove anni. Il ragazzo ha un sogno nel cassetto, proseguire gli studi e praticare tanto sport, oltre ovviamente ad avere la sua famiglia. “Mi aiuterebbe ad aver più coraggio ed essere più brillanti, in generale a farmi sentire meglio”, assicura il ragazzo spiegando che in fondo vuole solo ciò che gli altri coetanei fortunati hanno, ovvero “delle persone che mi vogliano bene per quello che sono, che mi stringano tra le loro braccia, mi tengano a casa, e che mi amino comunque”.

Mitra e fucili d'asasalto in vendita su Instagram: negli Usa il social è utilizzato anche come un'armeria

Il Messaggero


di Federico Tagliacozzo


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Instagram non serve più solo per postare immagini della propria vita o foto artistiche. Aalcuni utenti, e sono sempre di più, utilizzano l’applicazione per vendere privatamente armi. Questa pratica si sta diffondendo negli Stati Uniti dove le leggi permettono il commercio di questo articolo tra privati, seppur regolamentato. Una semplice ricerca su questa app di foto, che Facebook ha acquistato nell’aprile del 2012 per un miliardo di dollari, porta alla luce un mondo di venditori privati e professionali che pubblicizzano e vendono liberamente armi da fuoco.

Gli utenti di Instagram, che non ha una politica che proibisce esplicitamente la vendita di armi, possono facilmente trovare annunci in cui si propone la vendita di una antica Colt cromata, di un mitra Mk12 “con il meglio degli accessori compresi nel prezzo” o di un fucile d’assalto HK416D.
E’ sufficiente digitare chiavi di ricerca come #rifle o #AR15 con #forsale. Tutto questo in un mercato aperto e quasi anonimo. Le leggi federali degli Stati Uniti non proibiscono la vendita di armi on-line. Le leggi dei singoli stati spesso contengono lacune norme aggirabili.

I primi contatti e impressioni tra venditore e utente interessato sono pubblicate sui commenti di Instagram. Quando la trattativa diventa concreta la comunicazione viene spostata su canali privati come le e-mail o i telefoni cellulari. Il venditore può così raccogliere informazioni sulla storia personale del compratore e in particolare sulla età e sulla sua fedina penale. Il compratore può verificare lo stato della licenza del venditore se si tratta di un commerciante professionale.

Instagram, al contrario di altri siti di commercio tra privati come Craiglist, non ha una policy contro le armi e non controlla ogni conversazione sulla piattaforma. I post affissi, se non hanno un chiaro intento di fare del male a qualcuno e se non attirano l’attenzione della community, possono restare. Il Bureau of Alcohol, Tabacco, Firearms and Explosive (Atm), agenzia federale Usa che regolamenta la materia, suggerisce ai compratori di rivolgersi per i propri acquisti di armi a venditori con regolare licenza. Consiglia vivamente ai venditori di controllare se il compratore può legalmente avere accesso a questi articoli. Per quanto riguarda quest’ultimo step, le leggi dei diversi stati sono spesso lacunose. Mentre ai privati cittadini è consentito di vendere pistole, mitra e altro ad altri privati, è un reato vendere armi a individui cui è proibito possederle. In particolare il riferimento è alle persone condannate per reati gravi, i tossicodipendenti e i ricercati.


Martedì 22 Ottobre 2013 - 18:24
Ultimo aggiornamento: 19:01

La Cassazione: Ustica, il depistaggio «definitivamente accertato»

Corriere della sera

Nuovo processo civile per valutare la responsabilità dello Stato nel crac dell’Itavia


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ROMA - Il «depistaggio» delle indagini sul disastro aereo di Ustica deve considerarsi «definitivamente accertato» e la tesi «del missile sparato da aereo ignoto» risulta «oramai consacrata» anche «nella giurisprudenza» della Cassazione. Occorre dunque un nuovo processo civile che valuti la responsabilità dei ministeri della Difesa e dei Trasporti nel fallimento dell’Itavia, proprietaria del DC9 precipitato il 27 giugno 1980.

«ERRATO» IL VERDETTO D’APPELLO - Il 4 ottobre 2010 la corte di appello di Roma aveva bocciato la richiesta di risarcimento dei danni avanzata da Luisa e Tiziana Davanzali, figlie di Aldo Davanzali, patron della compagnia aerea fallita sei mesi dopo il disastro, morto nel 2005 dopo avere combattuto a lungo con il Parkinson e considerato responsabile della morte degli 81 passeggeri senza mai essere processato. Ora invece i giudici di piazza Cavour ribaltano quel verdetto spiegando che la sentenza di secondo grado «erra nell’escludere l’eventuale efficacia dell’attività di depistaggio e il suo effetto sul dissesto» dell’Itavia.

Al contrario, la terza sezione della Cassazione , con la sentenza 23933 , stabilisce che e è necessario valutare l’effetto dei depistaggi nel crac dell’Itavia, poiché essi gettarono «discredito commerciale» sulla compagnia , che venne anche colpita da «provvedimenti cautelari» sollecitati «dalla diffusione della falsa notizia del cedimento strutturale» del DC9. Sarà dunque un nuovo processo civile, davanti a un’altra sezione della corte d’appello di Roma, a stabilire se il dissesto della compagnia aerea sia stato «preesistente» al disastro oppure se, e in quale misura, sia dipeso dalla «riconosciuta attività di depistaggio» delle indagini.


Ustica: sentenza definitiva dalla Cassazione, i familiari saranno risarciti (28/01/2013)
Ustica, Daria Bonfietti: "Bene, ma la verità è ancora incompleta" (28/01/2013)
Purgatori su Ustica: «Adesso tocca allo Stato» (22/10/2013)


LE LACRIME DI LUISA - «Ho pianto, quando l’avvocato mi ha dato la notizia - confida Luisa Davanzali -. Io e mia sorella Tiziana siamo grate alla Corte di Cassazione che ha emesso una sentenza coraggiosa, doverosa, dopo anni di depistaggi e omertà». Il verdetto, prosegue la figlia del patron dell’Itavia, restituisce «dignità umana e professionale a mio padre Aldo, un pioniere dell’industria aeronautica, ingiustamente accusato del cedimento strutturale del DC9 a Ustica». Ormai, aggiunge Luisa, «dopo 33 anni, la malattia e la morte di papà, il crollo delle sue aziende, non è l’eventuale futuro risarcimento economico che potrà cambiare la nostra vita. Un sogno tuttavia ce l’ho: mi piacerebbe volare su un nuovo aereo dell’Itavia, anche un solo apparecchio, qualcosa che ricordasse a tutti che mio padre ha contribuito allo sviluppo di questo settore industriale in Italia. È stato anche grazie a lui se sono nati gli aeroporti di Falconara marittima e Lamezia Terme».

«MAI AVUTO DUBBI» - Per l’avvocato Mario Scaloni, difensore della famiglia Davanzali, «siamo solo all’inizio . Adesso la verità dovrà venire fuori, si scoprirà chi ha compiuto la strage e chi l’ha coperta. Noi non abbiamo mai avuto dubbi: il DC9 di Ustica è stato abbattuto da un missile». «Ora - osserva Daria Bonfietti, presidente dell’associazione dei parenti delle vittime - ci vuole un maggiore impegno da parte del governo per capire chi abbia abbattuto un aereo civile e abbia depistato le indagini. È un problema politico del governo , che non deve solo pagare i conti ma chiedere conto del perché si sono depistate le indagini».

22 ottobre 2013

Cuba dice addio alla doppia moneta

Quotidiano.net

Annunciata l'unificazione: non più "peso cubano" e "peso cubano convertibile". Ma non vengono chiariti tempi e modi della riforma monetaria


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L’Avana, 22 ottobree 2013 - Il governo cubano avvierà un piano mirato a eliminare il doppio sistema monetario in vigore sull’isola, ma non è chiaro con quale scadenza saranno apportate le modifiche né quale sarà la loro portata.

LA DOPPIA VALUTA - Il governo, riporta il giornale ufficiale Granma, introdurrà le riforme gradualmente. Il presidente Raul Castro aveva detto nei mesi scorsi che il governo deve abbandonare l’attuale sistema monetario, che prevede l’uso di due monete: il peso cubano, utilizzato soprattutto per pagare stipendi e pensioni nel settore pubblico, e il peso cubano convertibile (Cuc), usato dai turisti, ma anche dai cubani per pagare benzina, ristoranti, alberghi e la maggior parte dei prodotti d’importazione. Le monete esistono sull’isola dal 1994.  Attualmente un peso Cuc vale 25 pesos comuni. Il peso cubano, che vale circa 5 centesimi di dollaro, non può essere convertito direttamente in valute straniere. Il peso cubano convertibile ha un rapporto fisso con il dollaro statunitense di un peso per 1,08 dollaro.

POCHE SPIEGAZIONI - In una breve nota diffusa oggi dalla stampa ufficiale cubana si informa che il consiglio dei ministri procederà verso una unificazione monetaria, tenendo in conto la produttività del lavoro e l’efficacia dei meccanismi distributivi e redistributivi”. Nella dichiarazione si sottolinea che “a causa della sua complessità, questo processo richiederà una preparazione ed una esecuzione rigorose”, senza fornire ulteriori dettagli.