sabato 26 ottobre 2013

Kyenge, il padre: "Sono un re"

Libero

Kikoko palra della regalità all'interno della sua tribù. Poi la profezia sulla figlia Cécile: "Lo so, un giorno diventerà ministro in Italia"


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E' capotribù dal novembre 1984, quando ereditò dal nonno il ruolo di guida della sua comunità nel Congo insieme allo stesso nome di Kyenge. Parla a favor di camera con i simboli della regalità in bella vista (corona con denti di leone e leopardo, ascia di guerra e scettro con code di antilope). Spiega in francese gli attributi del monarca nella sua civiltà, i riti che ne accompagnano il lavoro. E' Kikoko (o Kikongo) Kyenge, il padre di Cecile, attuale ministro per l'Integrazione della Repubblica Italiana. L'intervista, a cura dell'Agenda Interculturale, è vecchia di due anni e risale a quando la figlia del capotribù (Kyenge significa proprio questo, come spiega lui stesso) era ancora un semplice medico oculista e non era ancora stata investita dal Pd della guida di un dicastero.

E' un re "al di sopra del popolo" il babbo della ministra - che già fece parlare di sè quando si esibì in un esorcismo per liberare Roberto Calderoli dal demonio -, media tra i suoi sudditi e gli spiriti degli avi, che a loro volta portano a dio le preghiere di Kyenge. Come animale guida si è scelto la chioccia che protegge i suoi pulcini, guida delle liturgie in onore dei capotribù morti incensando termitai sacri ("le termiti portano la terra del sottosuolo - spiega - dove riposano gli avi, in superficicie dove siamo noi vivi"). E non punta mai il dito verso il cielo: "Lì c'è un dio invisibile che potrebbe offendersi - racconta -. Per questo indico il cielo solo con la coda di antilope").


Effetto "Mare nostrum": ora attiriamo più profughi

Fausto Biloslavo - Sab, 26/10/2013 - 08:43

Ondata record di sbarchi: oltre 700 migranti in due giorni, tutti portati a terra dai nostri militari. I veri costi della missione: 12 milioni al mese

In meno di 24 ore una valanga di migranti, oltre 700, è stata raccolta in alto mare dalla flotta italiana dell'operazione Mare Nostrum, che costa fra i 12 ed i 14 milioni di euro al mese e sta già finendo i soldi.


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Nelle stesse ore il presidente del Consiglio, Enrico Letta, reduce dal vertice europeo a Bruxelles, cantava vittoria sull'immigrazione. In realtà le proposte concrete sono rimandate a dicembre e le decisioni cruciali sul diritto d'asilo a giugno del prossimo anno, dopo le elezioni europee.
Una vittoria di Pirro quella di Letta confermata dalle nuove ondate di disgraziati via mare sulle nostre spalle.

Un segnale chiaro che prima dell'inverno, quando le condizioni del Mediterraneo non permetteranno la traversata, i trafficanti di uomini vogliono svuotare i serbatoi di carne umana in Libia ed Egitto. A portarceli in casa, salvandoli dai barconi, ci pensiamo noi, che dal 18 ottobre, dopo la tragedia di Lampedusa, abbiamo schierato una flotta aereo navale senza precedenti. Un altro che ieri cantava vittoria era l'ammiraglio Guido Rando, comandante di Mare Nostrum, mentre faceva rotta con 318 migranti a bordo della nave San Marco verso Augusta. Il sogno dei clandestini e dei trafficanti, che giocano sulla loro pelle.

Nessuna possibilità di rispedire i barconi da dove sono partiti, come la Spagna fa dal 2006 al largo del Senegal e della Mauritania. La missione, che si chiama Hera, finanziata fin dall'inizio da Frontex, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere, continua fino al 30 ottobre e forse verrà rinnovata il prossimo anno. Purtroppo rimandare i barconi in Libia, dopo il crollo di Gheddafi grazie alle bombe della Nato, è impensabile per mancanza di autorità statali che controllino effettivamente il territorio. Con l'Egitto nessuno sembra averci pensato.

Il risultato è che fra giovedì e venerdì abbiamo recuperato in alto mare 705 migranti. In poche ore 203 erano già stati fatti sbarcare dalle nostre navi a Lampedusa, dove le strutture di accoglienza sono al collasso. Il pattugliatore Cigala Fulgosi ha soccorso un natante a 100 miglia a sud dell'isola con 99 persone a bordo. L'imbarcazione era alla deriva e senza sistemi di navigazione. Intanto ci sono gli italiani in mezzo al mare a raccogliere tutti. Un altro barcone nelle stesse condizioni è stato soccorso dalla corvetta Chimera a 37 miglia da Lampedusa. Ben 318 migranti sono stati trasferiti sulla nave anfibia San Marco dove a bordo ci sono dei poliziotti per l'identificazione, ma nessuno viene rispedito indietro.

Dal 18 ottobre abbiamo schierato in mare 6 navi e due sono in porto a rotazione. Gli elicotteri sono 5, gli aerei per ricerca anche notturna 2 e mandiamo in volo pure un drone che può arrivare fino alla Libia. Un dispositivo possente non per fermare le ondate, come hanno fatto per anni gli spagnoli davanti alle coste africane, ma per salvare chi si imbarca su un guscio di noce e portarlo in Italia.
Il costo di Mare Nostrum supera i 12 milioni di euro al mese: in pratica una media di 1 milione e mezzo di euro a nave e poi c'è la flotta aerea. Non a caso ieri, il capo di stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli ha suonato il campanello d'allarme spiegando che i soldi stanno finendo.

Mare Nostrum «è partita con brevissimo preavviso, dopo la tragedia di Lampedusa, in un momento - a fine anno - in cui le risorse sono quasi esaurite. È quindi necessario che questa operazione venga sostenuta» ha dichiarato l'alto ufficiale. Non ha aggiunto che i soldi vengono recuperati dai vari ministeri coinvolti ed in tempi di vacche magre l'impresa è ardua. Al contrario Binelli si è detto convinto del «grande valore politico e strategico» dell'operazione, che risulta alquanto dubbio se escludiamo il solito buonismo italiano e lo slancio umanitario.

Al vertice europeo concluso ieri, Francia e Olanda hanno promesso di mettere a disposizione degli aerei. Il premier Letta ha cantato vittoria sostenendo che «si è raggiunto il risultato di considerare il tema dell'immigrazione come europeo e non italiano o greco, o maltese». A Bruxelles si è deciso di agire sui paesi di origine dei migranti e di transito, come la Libia, di rafforzare la sorveglianza delle frontiere in mare e di lottare contro i trafficanti di uomini. Un primo passo formale, ma le misure concrete saranno proposte appena in dicembre ed adottate in giugno.

Basta furti, rapine e degrado» Viale Certosa, residenti in rivolta

Corriere della sera

Polemica sul campo rom nei capannoni dell’ex Italmondo: un migliaio i residenti che hanno sfilato con gli striscioni


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Cinque volte basta, in uno sfogo collettivo. Basta furti nei negozi, nelle case e nei box. Basta con le aggressioni e gli scippi. Basta con la delinquenza minorile e l’accattonaggio. Basta con la paura. Basta con un campo rom che si è affacciato un anno fa al Musocco, ha colonizzato gli edifici dell’ex Italmondo e si è ingigantito al punto da rendere impossibile un censimento: almeno 500 occupanti, nomadi stanziali, moltissimi bambini. Sono loro, lo specchio di questa realtà. I bambini - i neonati accoccolati nei passeggini e i fratelli maggiori - affollano anche questo corteo che incanala in viale Certosa l’esasperazione del quartiere. Senza gridarla, con dignità. Uno striscione. I volantini. Le fiaccole. C’è una Madonnina all’angolo di via Pareto: «Prega per noi».

È un cammino stanco e doloroso. Era dalla stagione dell’allarme sicurezza, sindaco Letizia Moratti, primavera 2007, che Milano non vedeva una protesta così partecipata. Ma questa è spontanea, nata nei negozi e nelle assemblee di condominio. Raduno alla Certosa di Garegnano alle sei del pomeriggio, una passeggiatina fino al cimitero Maggiore, mezz’ora di giro e si ritorna alla piazza. Un migliaio di residenti almeno. Le parti offese sfilano per prime: tengono teso lo striscione del comitati. C’è la signora Rosa, 70 anni, strattonata e scippata della collana in via Punta Licosa: «Erano in due. Zingari.

Nell’aggressione si è ribaltata la carrozzina e la mia nipotina, 23 mesi, è caduta giù. Piangeva. Tremo ancora». Dopo la signora Rosa, e prima di scappare sull’auto d’un complice, i due ladri si sono accaniti sulla fioraia Ceriani. È qui, con Rosa, a dettare il passo: «La gente è terrorizzata, non va più al mercato. Era un’isola felice, un bel quartiere residenziale. Non più, non ora. Siamo stanchi». Gli uomini mostrano la faccia più dura: «Aspettano che ci facciamo giustizia da soli?». La frustrazione è anche sui manifesti: «Reagire!».

Questa periferia è un paesone. Si conoscono tutti. Le agenzie vendono appartamenti nuovi a 2.600 euro al metro quadro. C’era il maxi campo rom di via Triboniano: è stato smantellato per fare strada all’Expo. Ma i nomadi sono ricomparsi. Oltre il lago dei Tigli, verso Rho. Nelle aree industriali dismesse di via Montefeltro e via Brunetti, all’Italmondo. Dicono Salvatore Crapanzano ed Emilia Dragonetti, presidente e portavoce dei comitati:

«Da molti mesi il quartiere Certosa è circondato da insediamenti abusivi sempre più estesi e degradati, accompagnati da un crescendo di furti, scippi, aggressioni sempre più violente... Nell’ultima settimana due persone sono finite all’ospedale». Nella fiaccolata s’inserisce Riccardo De Corato (Fd’I): «Solidarietà ai cittadini sotto assedio». La replica del vicesindaco Ada Lucia De Cesaris: «Questa giunta sta risolvendo situazioni di degrado e abbandono ereditate da amministrazioni precedenti».

Il Comune ha programmato un blitz verso metà novembre. Questa è la lettera inviata il 23 ottobre al presidente di Zona Simone Zambelli: «l’intervento di allontanamento» sarà svolto «in maniera adeguata per evitare la rioccupazione come avvenuto lo scorso anno». Palazzo Marino ha informato il prefetto e s’è accordato con i proprietari dei palazzi: «L’area sarà ripulita, gli stabili parzialmente demoliti e messi in sicurezza». È aperto il dialogo con la comunità rom: si cercano posti nei centri di emergenza e viene offerto un percorso di integrazione, per chi accetterà. Riflette l’assessore alla Sicurezza Marco Granelli: «Senza una politica sociale rischiamo soltanto di spostare le occupazioni da uno spazio all’altro della città».

26 ottobre 2013

Mastella: "De Gregorio racconta favole. Vi dico io perché cadde Prodi"

Paolo Bracalini - Sab, 26/10/2013 - 08:30

L'ex ministro: "Passò a destra già nel 2006, dopo non ebbe alcun ruolo. I senatori che sfiduciarono il governo non sapevano nemmeno chi fosse"


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«Sulla vicenda giudiziaria di De Gregorio non so nulla né mi interessa. Io faccio un'analisi politica.

Mastella, lei era ministro della Giustizia del governo Prodi, quello che De Gregorio dice di aver fatto cadere in cambio di soldi da Berlusconi.
«E allora diciamo la storia vera. Intanto quando De Gregorio lascia il centrosinistra (Idv, ndr), eletto presidente della Commissione Difesa del Senato coi voti del centrodestra, il governo Prodi si è insediato da nemmeno venti giorni!»

Una compravendita record, due anni prima che il governo cada.
«Da lì (inizio giugno 2006) in poi, che influenza poteva avere De Gregorio? Nel momento in cui passa col centrodestra non ha più relazioni, forza persuasiva sul centrosinistra che è forte, è appena arrivato al governo e ci rimane fino al 2008. Viene messo al bando a sinistra e da lì in poi ha un ruolo marginale».

Lui dice però di aver spostato gli equilibri al Senato.
«Ma non scherziamo. Il governo Prodi cade perché perde l'appoggio di altri senatori che nulla hanno a che fare con De Gregorio. Rossi e Turigliatto, della sinistra estrema, le pare che erano influenzati da De Gregorio? Ma non esiste proprio! I senatori Scalera e Dini non erano assolutamente legati a lui. Il senatore estero Pallaro neanche, Fisichella manco lo conosceva. Io men che meno. È per questi voti qui che Prodi è caduto, mica per De Gregorio! S'inventa un ruolo, un'aureola che non sta né in cielo né in terra!».

Ma è vero che le chiese di mollare Prodi?
«Ci ha provato, come io ho provato a farlo tornare nel centrosinistra. Un giorno, nel 2007, viene da me e inizia a dire “passa col centrodestra”, facciamo qui, facciamo là... “Ma a fare che?” gli ho risposto io. “Io faccio il ministro, faccio cadere il governo di cui faccio parte? Per fare che?”. L'ho mandato al diavolo».

Ai pm di Napoli De Gregorio racconta di un pranzo con lei e il capo della Cia a Roma che le promette «riconoscenza dagli Usa per chi avrebbe fatto cadere Prodi».
«Nessun pranzo e nessuna cena. Mi chiamò, era con una persona che conoscevo dall'epoca della Dc. Sono stato là non più di cinque minuti perché ho visto un personaggio che non mi piaceva. Poi ho scoperto dopo essere uno della Cia. Come ho capito l'antifona me ne sono andato».

E la riconoscenza degli Usa?
«Era lui che voleva farmelo credere. Ma i rapporti con gli Usa ce li ho già da me, mia moglie è italo-americana, la sua famiglia vive negli Usa. Che me ne fregava a me di De Gregorio».

Prodi sembra avvalorare il racconto di De Gregorio quando dice che lei «mise la testa di traverso nel suo ufficio e disse: “Ragazzi miei, se volete far fuori me, sono io a far prima fuori voi”».
«Ma quello era tutta un'altra questione politica. C'era Veltroni che lavorava al Pd e voleva fare una legge per far fuori i partiti più piccoli come l'Udeur. È normale che se vogliono fregare me io frego loro, ma non c'entrava niente Prodi. Pensi che Veltroni, testimone il senatore Fabris, mi propose: “lascia perdere il centro ed entra nel Pd, trattiamo sui posti in lista”».

Quindi fu il centrosinistra a fare campagna acquisti con l'Udeur di Mastella?
«Mi è testimone il senatore Fabris, era il 2007, nell'ufficio di Veltroni. Gli risposi che a me interessava l'idea del centro, non il partito unico del centrosinistra».

Le proposero posti nel Pd per salvare Prodi?
«No no, perché era proprio il Pd di Veltroni a voler liquidare Prodi. Il fatto che volesse una legge per eliminare i partiti piccoli, che sostenevano Prodi, lo dimostra. Poi c'era stato Bertinotti che aveva definito Prodi “poeta morente” e il suo governo un «brodino caldo». C'entra qualcosa qui De Gregorio? Non c'entra niente. Ma neppure l'Udeur fu determinante, anche questa storia va raccontata bene».

Lei e un altro senatore votaste contro.
«Ma se fa i conti vede che anche senza i nostri due voti sarebbe caduto lo stesso (finì 161 no a 156 sì, ndr). La barbarie giudiziaria contro me e mia moglie convinse anche il senatore a vita Andreotti a non votare più. Mi prese e mi disse: “Almeno a me hanno risparmiato la famiglia, stai subendo un'ingiustizia”. Su quella vicenda restano ancora dei misteri».

Lavitola la tira in ballo.
«Per vantarsi con Berlusconi dice: “Ho riferito a Mastella delle pressioni esercitate sulla Procura di Santa Maria Capua Vetere per il vergognoso arresto di sua moglie”. Intanto, non ho mai avuto rapporti con Lavitola. Ma mi piacerebbe sapere, se è vero che ci furono pressioni sulla Procura per indagare me e mia moglie, da chi arrivarono. È una storia molto oscura quella».

Io cronista nelle redazioni di piombo

Vittorio Feltri - Sab, 26/10/2013 - 07:59

Feltri racconta il giornalismo post '68, fra sindacati-soviet ed epurazioni. In cui maturò l'assassinio di Tobagi

La mia storia da giornalista del Corriere della sera comincia nel 1974. Ci arrivo passando dal Corriere d'informazione, allora diretto da Gino Palumbo, nei confronti del quale spenderò un solo aggettivo: un grande. Devo dire che al Corriere della sera si respirava un'aria rossa, che già a quei tempi era piuttosto pesante.


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Per non usare mezze parole, dirò che il comitato di redazione era tenuto da comunisti. L'atmosfera in quel periodo era così, io stesso fui assunto al Corriere per errore. Pensavano fossi socialista. In effetti, io socialista lo sono stato, ma si trattava di una questione che risaliva ad alcuni anni prima. E poi io non avevo tutta questa passione politica. Venivo dalla Notte, dove mi ero occupato quasi esclusivamente di cronaca, dunque non appartenevo a quelle vere e proprie bande di giornalisti politicizzati nell'anima.

Diciamo che un po' di passione m'è venuta a quell'epoca in opposizione ai colleghi rossi che dominavano la scena. Tra l'altro, per far assumere più giornalisti, s'erano messi in testa di eliminare gli straordinari, e tenete presente che noi con gli straordinari ci campavamo. Certo, qualcuno grazie a loro è anche entrato nei giornali, ma bisognava assumere cum grano salis e invece questo non è stato fatto.

Ricapitolando, al Corriere della sera in cui mettevo piede c'era un'aria infame. Il comitato di redazione di cui parlavo era in quel periodo capeggiato da Raffaele Fiengo, oggi in pensione. Inutile negare che anche un po' in quell'ambiente lì, in quel clima, è maturato il delitto Tobagi. Ricordo bene come Walter Tobagi stesse sulle scatole a tanti. Era un socialista cattolico, e stava antipatico sia perché era bravo, sia perché riusciva a spostare un po' il tiro degli equilibri politici che si erano creati nel comitato. Era riuscito a formare un suo gruppo, al quale pure io scelsi di aderire. Oggi non solo non me ne vergogno, ma anzi mi onoro di aver fatto parte del suo entourage.

Quando Tobagi fu eliminato, tornò pienamente dominante il regime rosso. Vi spiego in due parole cosa vuol dire: tu potevi anche non essere comunista, cioè non appartenere direttamente al loro gruppo, in tal caso te la cavavi piuttosto tranquillamente. I guai c'erano per quelli che esprimevano il proprio anticomunismo, come accadeva a me e ad altri. Allora non ti lasciavano vivere, né avevi alcuna possibilità di ottenere qualcosa. All'epoca della morte di Tobagi era direttore Franco Di Bella, io ero il caposervizio del settore politico. C'era stata la proposta perché io fossi promosso all'Ufficio centrale con la qualifica di caporedattore.

Sembrava tutto pronto, ma il comitato di redazione bloccò ogni mossa. Intendiamoci, il blocco non riguardò solo me, ma riuscì interamente nel suo scopo. La giustificazione fornita da Fiengo, che del comitato era il leader indiscusso, per spiegare l'ostruzionismo nei confronti di alcuni giornalisti era: «Non è omogeneo al progetto Corriere». Ora, ditemi cosa cacchio vuol dire essere «omogeneo», poi fatemi capire quale fosse il progetto, perché io progetti a cui bisognava aderire non ne ricordo. Nessuno me ne aveva mai parlato.

Ecco i metodi staliniani, ed ecco il clima nel quale si viveva e si lavorava. Ovviamente, tutti quelli che entravano a far parte delle congreghe dei comitati di redazione ne uscivano con una greca, con un cappello rosso. Inevitabilmente, ottenevano una promozione e almeno un grado in più. Da questo piccolo esercito ingrassato dalle elargizioni, devo onestamente escludere Fiengo, al quale evidentemente bastava il potere. Lui non puntava a conquistare galloni e prebende redazionali, ma solo a garantirsi quel potere sconfinato che chiaramente gestiva «pro Pci».

Naturalmente negava, arrivava a sostenere di essere un liberale, una versione dei fatti buona tutt'al più per farsi quattro risate. C'è un bel libro di Michele Brambilla, uscito alcuni anni fa, che è un resoconto fedele, molto ben costruito, delle atmosfere di quegli anni. (...). La questione delle redazioni rosse si apre un po' prima del '68. È quella la fase in cui si cominciano a inserire all'interno dei giornali, anche per ottenere iniezioni di freschezza, personaggi che vengono dalla sinistra. Un tempo le figure che contavano provenivano tutte dal mondo conservatore, avevano l'aria e quasi anche la struttura di custodi rigidi della tradizione. Naturalmente, tutto ciò escludeva grandi fermenti intellettuali. (...)

Quindi, la trasformazione e la sindacalizzazione dei corpi redazionali, in quel decennio che va dal finire dei Sessanta al finire dei Settanta, furono piuttosto radicali e molto rapide. Bisogna considerare anche altri elementi, come l'istituzione dell'ordine dei giornalisti nel '63. Se sommiamo tutti questi meccanismi che agirono e che si combinarono tra loro, comprendiamo il modo in cui avvenne questa trasfusione di sangue e anima sull'organismo della stampa italiana. Tutto questo portò riflessi pesanti nelle redazioni e nei rapporti che si svilupparono tra le scrivanie dei giornali. Una delle novità che ricordo, una delle più curiose, consisteva in una teoria mai sentita prima: gli articoli dovevano essere graditi anche ai tipografi.

Guardate che non racconto favole, ma fatti che si sono verificati. Nei primissimi anni Settanta c'era al Corriere della sera un capo delle pagine degli esteri che si chiamava Carnevale. Una sera si presenta in tipografia con una pagina che ha un titolo favorevole a una posizione americana in politica estera. Il responsabile dei tipografi imbocca il fischietto e blocca il lavoro dei colleghi. Per loro il pezzo era bocciato, non erano disposti a pubblicarlo. L'articolo torna perciò in redazione e naturalmente, data la rilevanza dell'incidente, l'intero giornale si ferma. Si convoca immediatamente un'assemblea che a maggioranza dà ragione ai tipografi. Insomma, la storia finisce col povero Carnevale, che aveva non ragione ma straragione, costretto ad andarsene. Sì, avete capito bene, fu obbligato a dimettersi.

© 2013 Arnoldo Mondadori

Bye bye, corsivo. E l’America si divide

Corriere della sera

Negli Stati Uniti quasi nessuno lo usa più. Per i suoi detrattori è un vecchio arnese da nostalgici di destra. Ma per gli psicologi sviluppa abilità intellettive che lo stampatello non mette in moto


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Imparare il corsivo è una perdita di tempo? Oppure aiuta a crescere? Il dibattito si è aperto da tempo negli Stati Uniti, tra ragioni pragmatiche e considerazioni pedagogiche, e la maggior parte degli americani ha disimparato a scrivere in corsivo a favore dello stampatello, più pratico, più omologato e più facile da imparare. Ma c’è qualcuno che ancora lo difende nella scuola e il corsivo divide l’America. Ci sono Stati come la California o il Massachusetts che non vogliono assolutamente abbandonarlo, Stati come la Carolina del Nord che ha varato una legge dal titolo inequivocabile ,«back to basics», proponendo un ritorno alle fondamenta (e dunque anche al corsivo) nei programmi per la scuola primaria e Stati come le Hawaii, l’Indiana, e l’Illinois che hanno già sostituito le lezioni di scrittura a mano in corsivo con pragmatiche lezioni di battitura meccanica dei testi, come del resto stanno per decidere altri 44 Stati.

IL CORSIVO È DI DESTRA? - In America difendere il corsivo è diventatauna cosa di destra, un po’ da conservatori e persino da nostalgici della penna e del calamaio. E anche in molti sistemi scolastici europei l’apprendimento della calligrafia e del corsivo, ovvero di una forma di scrittura che collega tra loro le singole lettere e che fa emergere uno stile personale, è da anni trascurato, se non superato, e si discute se abbia un senso continuare a studiarlo o se diversamente, al tempo degli ebook, sia diventato un po’ demodé e molto poco utile. Ma la verità è un’altra: imparando la scrittura in corsivo il bambino acquisisce abilità e competenze importanti e la nostalgia non c’entra poi molto. Non sempre gli esiti di un’azione educativa sono immediati e osservabili, ma le ragioni del corsivo sono tante e non sempre evidenti ai più.

IL PARERE DI PSICOLOGI E PEDAGOGISTI - La pedagogia e la psicologia dell’età evolutiva sottolineano infatti che il senso del corsivo va oltre la sua effettiva utilità pragmatica e ribadiscono quanto sia cruciale nella crescita, nel rapporto occhio-mano, nella sequenzialità delle parole che si riflette in sequenzialità del pensiero, nell’originalità del tratto e nelle competenze di analisi e sintesi in rapida sequenza. Secondo i paladini del corsivo questo tipo di scrittura abitua alla flessibilità e quel suo non permettere di staccare la penna dal foglio ha una valenza profonda nell’acquisizione di competenze basilari di ordine cognitivo e psicomotorio e di abilità manuali e di pensiero, obbligando a percepire l’insieme e il parziale in unico momento e a organizzare gli spazi.

LETTURA E SCRITTURA - La prima distinzione va fatta tra lettura e scrittura. Mentre si può tranquillamente saltare la prima fase, il corsivo va invece insegnato al fine di essere scritto, proprio per allenare quella serie di competenze spaziali e temporali essenziali. Del resto lo stampatello nasce per essere letto e il corsivo per essere scritto, come suggerisce la stessa etimologia di entrambi i termini. Il corsivo addestra alla velocità di pensiero dunque ed è vicino al movimento spontaneo del bimbo, oltre a favorire la sillabazione nella prima alfabetizzazione. Questo non significa che la pedagogia sia coralmente pro-corsivo, ma semplicemente significa sapere e capire quello che il corsivo insegna. Che poi si decida che esistono cose da insegnare ancora più importanti, bypassando questa fatica o spostandola nel tempo, è un altro conto.

CONTRO IL CORSIVO – E infatti c’è chi propone di insegnare materie più essenziali, sostituendo il corsivo e sminuendone anche un po’ le doti. Di questa idea per esempio è il giornalista esperto in tematiche educative Philip Ball. «Dopo tutto il corsivo non è poi così importante», sostiene in un post pubblicato sul Prospect Magazine , chiedendosi quanto senso abbia l’apprendimento di questa pratica per gli scolari a fronte di una produzione digitale che rende quantomeno desueta e poco attuale la scrittura a mano. In passato il corsivo è stato cruciale, anche e soprattutto perché rispetto allo stampatello permetteva una produzione più fluida e veloce dei testi. Ma oggi ci si domanda, e non solo in America (dove è ormai difficile trovare qualcuno che sappia scrivere in corsivo), se non sarebbe meglio destinare quelle ore oggi dedicate al corsivo ad altri temi un po’ più attuali.

Il Common Core State Standards , una sorta di linee guida per l’omogeneità della scuola pubblica americana, ha eliminato l’insegnamento del corsivo dai programmi e solo 11 Paesi americani lo stanno tenendo in vita . Come faceva notare un articolo dell’esperto in politiche educative Morgan Polikoff «nessuno dei miei studenti usa carta e penna per prendere appunti e io stesso digito il 98 per cento delle cose che scrivo» . Senza contare che nel caso di disturbi specifici di apprendimento, in particolare nel caso della disgrafia, è indubbiamente più indicato l’uso dello stampatello, come fanno notare nei loro testi i pedagogisti Franco Frabboni e Andrea Canevaro.

IL PARERE DELL’ESPERTO – Abbiamo sentito il professor Yahis Martari, docente di Didattica della Scrittura all’Università di Bologna, che ha sottolineato come nell’insegnamento della scrittura in corsivo il piano funzionale e quello psico-pedagogico indubbiamente si scontrano: «I dati della ricerca dell’Associazione Nazionale dei Pedagogisti, risalenti al 2006, ci dicevano già allora che circa il 40 per cento dei ragazzi della scuola secondaria italiana non usava più il corsivo nella scrittura a mano». Ma se anche in Italia il corsivo sta diventando desueto, come fa notare Martari, la colpa è anche dei social network e in generale del digitale, che in molte modalità di comunicazione non lo prevedono più (si pensi alla chat di Facebook per esempio).

«La lettura che i pedagogisti diedero di questi dati si riferiva a una negazione dell’emotività e a un rifiuto della personalizzazione da parte dei giovani, ma io personalmente credo che la spiegazione sia più semplice e che questo abbandono derivi soprattutto da diverse abitudini». «In tutti i casi – prosegue Martari – a mio avviso è un errore abbandonare un codice in questo modo e in generale le politiche educative dall’alto hanno fatto spesso dei danni». Un’ultima osservazione: il modo in cui si scrive influenza anche il contenuto. Lo spiega bene il professor Martari, esperto di diamesia (un aspetto della variazione linguistica a seconda del medium usato), che ci ricorda come la morte del corsivo significherebbe anche, inevitabilmente, il tramonto definitivo di alcuni contenuti.

QUESTIONE DI ORIGINALITÀ – Certo nella dialettica tra stampatello e corsivo entra in gioco anche la leggibilità, come dimostra la famosa ricetta del medico rigorosamente indecifrabile. Lo stampatello facilita coloro che hanno una bassa alfabetizzazione e aiuta persino i bambini a decifrare ciò che loro stessi hanno prodotto.L’ultimo, ma non per ultimo, argomento in difesa del povero corsivo si riferisce all’originalità nell’impostare il proprio tratto e dunque alla potenza della scrittura come mezzo espressivo. La scelta di un proprio stile personale è una tappa importante della crescita e un forte mezzo di affermazione dell’identità, come fa notare l’esperto Philip Hensher in un editoriale del Guardian. Cosa sarebbe una lettera d’amore scritta in stampatello? Cosa sarebbe il mondo se tutte le lettere fossero scritte con gli stessi tratti, senza originalità né attenzione per la forma e la bellezza?

Eliminati il corsivo e la scrittura a mano, la grafologia andrebbe in pensione e si assisterebbe a un appiattimento di tutte le scritture e di tutte le lettere. E se a qualcuno la calligrafia pare una cosa antica e molto old style giova ricordare che una delle icone del terzo millennio e dell’epoca digitale ha iniziato proprio da lì. Si chiamava Steve Jobs e al tempo in cui frequentò il corso di calligrafia al Reed College la calligrafia era già fuori moda. In quelle aule imparò l’arte di saper fare bene e di mettere cura in ogni tratto di penna, senza errori, senza sbavature, con eleganza e con leggerezza. Fu così che Jobs scoprì il Rinascimento italiano e da lì in poi non smise mai di cercare la bellezza della perfezione.

26 ottobre 2013






L’«anello mancante» dei Nibelunghi

Corriere della sera

 

Ad Amburgo le scuole sperimentano il «Grundschrift», un carattere che è una via di mezzo fra lo stampatello e il corsivo



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E’ la città-Stato di Amburgo ad aver sperimentato, in Germania, una riforma della scrittura di cui molto si è parlato. Nel 2011, il sindacato degli insegnanti elementari (Grundschulverband) ha infatti introdotto una esperimento pilota, che potrebbe servire da modello anche per le scuole di altri Land. Seguendo le indicazioni di un gruppo di esperti (Horst Barnitzky, Erika Brinkmann, Ulrich Hecker e Christina Mehrhofer-Bernt), nelle scuole elementari ai bambini si insegna a scrivere partendo dai caratteri dei libri. L’idea alla base è semplice, pedagogica prima che grafica: indurre cioè il bambino a sviluppare i caratteri direttamente dalle «minuscole» stampate nei libri, o digitate sugli schermi, con cui anche i più piccoli si confrontano fin dai primi anni, senza passare dall’apprendimento del corsivo.

La scrittura ha un nome, Grundschrift («scrittura di base», ma nella radice c’è anche la parola Grund come Grundschule, scuola elementare), e dagli stessi «codificatori» viene vista come un anello di congiunzione tra stampatello e corsivo. Nelle linee guida dei cinque esperti si legge: «Il Grundschrift si impara molto facilmente, ma allo stesso tempo può evolversi in una scrittura personale, che anche gli altri possono leggere con facilità. Il Grundschrift quindi di fatto non è un corsivo, ma un aiuto a sviluppare, a partire dallo stampatello, una scrittura personale e fluida». E’ naturale che le lettere vengano poi unite tra di loro con gli apici, purché la scrittura rimanga comprensibile.

La riforma è stata bene accolta, promossa anche dalla severa Faz sulle sue pagine culturali che continuano a rispondere a livelli di discussione e erudizione più da rivista universitaria che da quotidiano. E’ l’ultima delle riforme «grafiche» introdotte in Germania, che nel Novecento ha visto sostituire il corsivo gotico (usato dai Goethe a Thomas Mann, e distinto nei suoi apici e angoli dal più rotondo corsivo latino) prima con il Sütterlin (1911) e poi – dopo l’editto di Hans Bormann del 1941 – con il «deutscher Normalschrift», la forma corrente più latinizzata nel tratto. Nella Ddr c’è stata inoltre un’ulteriore forma di semplificazione (1968).

Sarà quindi il Grundschrift la scrittura tedesca del futuro, quello che appartiene ai bambini nati digitali? L’esperimento, pur giudicato positivamente, non è stato per ora esteso ad altri Länder. Tra gli oppositori, Ute Andersen, ex presidente dello Società per la lettura e la scrittura. La fatica della «scrittura manuale», sostiene la Andersen, è un fondamentale processo di apprendimento per ogni bambino. E privandoli di questa faticosa esperienza si rischia un impoverimento educativo. Anche il giornale Deutsche Sprachwelt, diretto da Thomas Paulwitz, ha pubblicato una serie di interventi di professori, scettici sul fatto che ogni riforma debba orientarsi sui bisogni dei più deboli. Bocciato – ma qui è un giudizio anche estetico – il Grundschrift anche dalla grafica Renate Trost, che ha sviluppato la riforma della Ddr.

Nei prossimi anni si vedrà, se è stato un esperimento (abortito) o se il Grundschrift entrerà nel bagaglio culturale di tutti i tedeschi.

26 ottobre 2013






Il diario di Anna, le lettere di Elsa, la grafia di Dino

Corriere della sera


Il corsivo è il genere di scrittura più intimo: dai caratteri minuscoli e traballanti di Montale al tratto quasi infantile di Buzzati


Cattura
Si tratta certamente del genere di scrittura più personale, per non dire intimo. Quanti appunti, quante memorie, quante lettere, quante poesie, quanti romanzi, quanti racconti sono stati pensati e scritti in corsivo. È pur vero che per noi occidentali il corsivo è un’acquisizione tarda, di età umanistica, ma ciò non toglie che sia stato il veicolo più resistente dei nostri pensieri e delle nostre creazioni fantastiche nel loro farsi scrittura. Per secoli, non c’è stato scrivente o scrittore che non abbia trasmesso in corsivo a fruitori domestici o lontani il proprio messaggio più banale o più profondo, quotidiano o sentimentale, reale o immaginario.

Perché il corsivo è il genere di scrittura più prossimo alla nostra coscienza: è un velo leggerissimo che si frappone tra l’istinto del dire e la sua resa grafica. Forse solo lo schizzo e il disegno hanno la stessa capacità di esprimere con immediatezza su un foglio di carta le intermittenze dei nostri cuori. Penna o matita alla mano, è il mezzo più aderente al flusso ininterrotto della mente, al monologo interiore che vuole uscire dall’interiorità. È talmente confidenziale da diventare la sola forma scrittoria che permette di comunicare con se stessi: quando non c’è oralità, è il corsivo lo specchio del nostro sentire.

IL DIARIO DI ANNA FRANK - Prendete un diario. Pensate alla grafia già adulta, decisa, inclinata verso destra, della tredicenne Anne Frank, la quale peraltro mette a punto con lucidità le ragioni della sua scrittura intima: «La carta è più paziente degli uomini, rimuginavo entro di me questa massima in una delle mie giornate un po’ melanconiche mentre sedevo annoiata con la testa fra le mani, incerta se uscire o restare in casa, e finivo col rimanermene nello stesso posto a fantasticare. Proprio così, la carta è paziente, e siccome non ho affatto intenzione di far poi leggere ad altri questo quaderno rilegato di cartone che porta il pomposo nome di “Diario”, salvo il caso che mi capiti un giorno di trovare un amico o un’amica che siano veramente l’amico o l’amica, così la faccenda non riguarda che me». A guardare bene, è vero che il Diario di Anne alterna momenti in corsivo con brani in stampatello, il che poi ha offerto ad alcuni (negazionisti) un pretesto per ridiscutere l’autenticità del documento: in realtà sarebbe interessante (e certamente qualcuno l’ha fatto) cercare le ragioni psicologico-emotive della mutevolezza grafica.

LE LETTERE DI ELSA MORANTE A MORAVIA - Prendete un epistolario. Si potrebbe mai immaginare una lettera di Elsa Morante ad Alberto Moravia vergata (nel 1941) in altro modo se non in corsivo? Tipo: «ho un tale desiderio di parlarti ogni momento, che dovrei sempre scriverti. Ma questo non è possibile come non sono possibili tante altre cose. E poi se ti scrivessi sempre, tu finiresti per non leggere nemmeno più le mie lettere per il tuo carattere che ti fa sembrare inutili le cose che hai». È una scrittura dal carattere piccolissimo ma chiaro, fermo e insieme dimesso. Un’implorazione come: «Se mi ami come dici lasciami sola, sola, sola!», potrebbe mai essere «detta» in stampatello? Non certo nel ’37, l’anno in cui la Morante inviò quella cartolina. Il corsivo è l’antenato della scrittura digitale, della sua rapida informalità.

Limitando il discorso al livello strettamene meccanico, sarebbe lecito chiedersi a cosa serva il corsivo nell’epoca della mail, dell’sms, del post, visto che l’intimità non passa più dalla carta ma dal social-web. Ma prima ancora sarebbe indispensabile capire quanto il supporto e lo strumento materiale – carta, inchiostro, penna vs tastiera e video – finiscano per incidere nella qualità della scrittura. Gli scienziati tendono a rispondere che una relazione esiste, e se così fosse l’ultima roccaforte del corsivo sarebbe forse la poesia, fedele al frusciare di un pennino qualunque su una carta qualunque, non per malinconia ma per un’intima necessità artigianal-biologico-cognitiva. Intendiamoci, si può anche immaginare che i versi si formino immediatamente sul computer, ma bisogna poi andare a vedere con quali risultati.

MANOSCRITTI AUTOGRAFI DEGLI SCRITTORI ITALIANI - Sfoglio un vecchio catalogo degli autografi conservati nel Fondo manoscritti di autori contemporanei dell’Università di Pavia. Ci sono tutti (o quasi) i maggiori: da Gadda ad Arbasino, da Pavese a Calvino, da Ungaretti a Raboni. Il catalogo contiene molte fotografie delle carte detenute da quell’archivio. Non ce n’è una, di prosa o di poesia, che non sia scritta in corsivo: una varietà infinita di corsivi. La scrittura minuscola e traballante di Montale, quella armonica e regolare di Moravia, il tratto fermo e quasi inciso di Sereni, quello obliquo e pulito di Luzi, quello calligrafico ed elegante di Volponi, quello quasi infantile di Buzzati, quello di Zanzotto, una catena pressoché invisibile di lettere, formichine che si inseguono, si sfiorano, si ammassano, si staccano e si riprendono.

Il corsivo, correndo spensierato sulla pagina, tradisce tutte le incertezze, le ossessioni, le felicità, le angosce, le gioie, i nervi del suo autore. Il corsivo non mente. Si dirà che non mente neanche il video: è vero, ma di quelle incertezze, ossessioni, angosce, gioie eccetera il video non può registrare il flusso emotivo che in un batter di ciglia dal cervello o dal cuore si trasmette alla mano che muove una matita o una penna e dalla penna si fa bava d’inchiostro, materia fisica, segno inquieto, più o meno indecifrabile delle nostre verità profonde o delle nostre magnifiche menzogne.

26 ottobre 2013






«Imparate la grammatica , non il corsivo»

Corriere della sera


Farnetani: è solo un aspetto esteriore della lingua, aboliamolo

 

Cattura
Il corsivo? Va abolito dall’insegnamento nelle scuole. Non ha un’ombra di dubbio il professor Italo Farnetani, pediatra ed esperto del mondo dei bambini e del loro linguaggio. Il suo ragionamento parte da un presupposto brutale quanto efficace: «Dal punto di vista psicopedagogico i bambini hanno bisogno per crescere che ci sia una continuità tra lo stile di vita, la relazione con l’ambiente e quello che gli viene proposto a scuola. Se il corsivo ormai non esiste sui libri che leggiamo, né sul computer, né su Internet, né sugli smartphone, né sui social network, perché usarlo a scuola?».

Professore, non c’è il rischio di perdere qualcosa nell’apprendimento?
«Cosa? La possibilità di leggere un biglietto o una cartolina arrivati da un luogo esotico? Chi scrive più biglietti a mano? Il corsivo fa parte della storia dell’umanità».

Non teme la degenerazione del linguaggio, come quella che si verifica con gli sms farciti di abbreviazioni incomprensibili?
Italo Farnetani«Cosa c’è di male nelle abbreviazioni? Anche gli amanuensi le utilizzavano. Non va male che i ragazzi scrivano tvtb per dire ti voglio tanto bene oppure nn per dire non. Piuttosto, è grave che non conoscano bene la nostra lingua. Questa va salvaguardata: ma non il suo aspetto esteriore, formale. Insegniamo a scrivere bene usando correttamente la grammatica: lasciamo perdere il tipo di scrittura. Quello che è meraviglioso, e che dobbiamo tutelare, è la nostra lingua».

Quindi, niente più righe di nomi ricopiati sui quaderni delle scuole elementari?
«Sì, se potessi io abolirei l’insegnamento del corsivo. I bambini arrivano alle elementari molto più preparati di quando ci arrivavamo noi, spesso sanno già leggere, riconoscono le lettere. E’ assurdo pretendere che imparino un nuovo alfabeto che non ritrovano poi in nessun contesto della vita reale».

E gli appunti? Come si prendono senza corsivo?
«Non c’è più bisogno di appunti, non ci sono le lezioni frontali di un tempo, spesso in aula ci sono aule multimediali, tablet, tutti strumenti che usano lo stampatello, non il corsivo. Oggi i ragazzi scrivono molto velocemente, imitando proprio il tipo di scrittura che vedono ogni giorno, e lo fanno anche con una tastiera».

No, mi scusi, ma almeno la firma la salviamo?
«A che serve? Mica la firma deve essere corsiva, deve essere autografa, e ciascuno la può fare a suo modo. Gli unici a rimanerci male potrebbero essere i grafologi, che dicono di poter interpretare la personalità di un soggetto dal tratto della scrittura: ma pazienza, troveranno altri modi per indagare l’animo umano».

26 ottobre 2013

Tutti spiano. Dov’è la novità?

Il Giornale


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Secondo le rivelazioni del Guardian gli Usa controllavano le telefonate di almeno 35 leader stranieri e di migliaia di cittadini in Europa e nel resto del mondo. L’Europa si sente tradita. Esplode la rabbia di Angela Merkel e, con diversa intensità, degli altri leader europei. Dal Consiglio europeo di Bruxelles i capi di governo del Vecchio Continente avvertono Washington che “una mancanza di fiducia rischia di pregiudicare la lotta al terrorismo”. Francia e Germania hanno chiesto colloqui con gli Usa per arrivare a “un’intesa” per un codice di buona condotta sullo spionaggio. Tutti si scandalizzano (o fanno finta di scandalizzarsi). La verità è che i servizi segreti di moltissimi paesi spiati (Germania in primis) spiavano a loro volta. Spionaggio e controspionaggio fanno il loro mestiere, da sempre, cercando di utilizzare i mezzi più sofisticati. Per capirne qualcosa basta vedere un film di 007.

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Basta anche uno di quelli vecchi. Lo scandalo Nsagate è, per certi versi, figlio di Echelon, il super orecchio elettronico creato durante la Guerra fredda. In un fondo sul Messaggero Romano Prodi ha scritto che dieci anni fa spiavano tutte le sue telefonate. E con un esempio specifico fa capire bene quanto spesso ci siano in ballo altre cose che non la sacrosanta lotta al terrorismo: “Fu captata la conversazione con l’allora presidente Eni  in gara con gli Usa per una concessione petrolifera”.  Altra verità nascosta (o quasi):  quando i servizi segreti americani hanno le mani legate dalla legge, entrano in campo i servizi dei paesi alleati. E lo scambio di favori è reciproco. O almeno così dovrebbe essere. Nessuna novità, dunque, nell’apprendere che tutti spiano tutti. Verrebbe da dire: che schifo, dove finisce la nostra libertà? Giusto, ma solo in parte.

Qualcuno, una decina di anni fa, era solito dire: invece che fare le guerre, in Iraq o in Afghanistan, bisogna sviluppare di più l’intelligence. Ma sapete che cos’è e cosa fa l’intelligence? Esattamente le cose di cui oggi, in Europa, molti si scandalizzano. Cose che si fanno, da sempre, ma che non bisogna dire o far sapere. Molti in Europa sono delusi da Obama. Non se l’aspettavano, proprio da uno come lui… Negli Stati Uniti, invece, la musica è diversa. Il pragmatismo prevale sull’ideologia: se il presidente ha continuato a utilizzare, rinforzandoli, gli strumenti messi in piedi dai suoi predecessori (vedi George W. Bush) non ha fatto altro che bene. Intanto, mentre Stati Uniti ed Europa litigano, Cina e Russia gongolano. E pure loro, come tutti, continuano a spiare.

Wikipedia Zero, in Africa l'enciclopedia online si consulta con gli sms

Il Messaggero

di Laura Bogliolo


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Controllare gli orari dei bus, cliccare I Like, cinguettare su Twitter e postare una foto su Instagram. Operazioni online che all'homo technologicus dell'Occidente sembrano banali ma che in Africa sono ancora un sogno. Perché il web non è ancora arrivato, o meglio, stena a decollare e perché i cellulari sono ancora solo cellulari e non hanno sistemi oeprativi che consentono di navigare. Wikipedia sta cercando di colmare il vuoto informatico con un nuovo progetto: l'obiettivo di Wikipedia Zero è quello di consultare l'enciclopedia in modo gratuito solo attraverso l'uso di sms. Una metodologia (l'usa di sms) che ricorda il progetto Ushahidi, la piattaforma online per offrire informazioni in diretta attraverso messaggi di testo e e-mail provenienti da Paesi in guerra.

Wikipedia Zero. Il progetto pilota parte dal Kenya. L' enciclopedia online, come spiega la Bbc, ha stretto una partnership con operatore di telefonia mobile Airtel per offrire la consultazione dei testi dell'enciclopedia solo attraverso sms. «Il processo sarà attivo per tre mesi - ha detto Dan Foy , direttore partner tecnico per la Wikimedia Foundation - in molte parti del mondo gli smart-phone sono l'eccezione, non la regola. Ciò significa che miliardi di persone attualmente non possono vedere Wikipedia sui loro telefoni». Per attivare il servizio gli utenti devono comporre * 515 #: riceveranno quindi un SMS per inserire parole di ricerca.

Internet e l'Africa. Mentre Google sta pensando di portare internet in Africa attraverso palloni aerostatici, i cellulari continuano a essere lo strumento più usato. Si usano anche per inviare denaro (17 milioni nel fanno uso in Kenya). Molte aziende occidentali pensano che sarà proprio l'Africa il prossimo terreno su cui sfidarsi. Facebook, ad esempio, è sempre più vicina al punto di saturazione nei mercati occidentali e cerca sempre di più di adeguare i propri servizi a quelle che potrebbero essere nuove fette di mercato.

laura.bogliolo@ilmessaggero.it
twitter: @l4ur4bogliolo

Venerdì 25 Ottobre 2013 - 21:16
Ultimo aggiornamento: 23:31

Le ossa svelano le malattie di Roma antica

Il Messaggero

di Laura Larcan


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Alla nascita, la speranza di vita era di appena 27 anni. Ad affliggere diffusamente il vivere quotidiano erano soprattutto fratture gravi, malattie della bocca tra ascessi e carie, ma anche deformazioni delle ossa dovute ad un carico di lavoro pesante. E poi c’erano i «casi». Come la donna della necropoli Collatina che soffriva di una grave «spondilite anchilosante», cioè di un blocco totale della colonna vertebrale, trovata sepolta nella sua fossa in posizione fetale.

Oppure il caso rarissimo, unico nel mondo romano, del ragazzo di sedici anni trovato nella necropoli di Fidene, affetto da gigantismo, svelando una statura stimata di oltre due metri. E ancora, l’altro caso insolito di un individuo affetto da nanismo, così come la donna che soffriva di gotta e quella signora che ha sorpreso gli studiosi per la sua perfetta protesi dentaria in oro. Suggestioni da un «quadro clinico» della popolazione che viveva nella Roma imperiale, tra malattie, condizioni sociali, alimentazione e cure, che ha svelato l’inedito studio di resti scheletrici rinvenuti negli ultimi anni. Reperti che saranno presentati per la prima volta nella grande mostra sulla storia della medicina dal titolo «Scritto nelle ossa.

Vivere, ammalarsi e curarsi a Roma in età imperiale», organizzata dal Servizio di antropologia della Soprintendenza ai beni archeologici di Roma sotto la cura di Paola Catalano. Il progetto, in programma dal 10 dicembre al Museo nazionale romano della Via Ostiense a Porta San Paolo, è stato illustrato in anteprima ieri nel convegno «Anatomie e Corpi» presso l’Unità di Storia della Medicina e Bioetica dell’università La Sapienza. L’esposizione, frutto di una collaborazione tra La Sapienza, la Società Italiana di Ortopedia, l’università di Pisa e Tor Vergata, raccoglie i campioni scheletrici umani inediti riportati alla luce da sei sepolcreti di epoca imperiale scavati nel territorio di Roma: «I siti sono stati selezionati in base alla consistenza numerica, e alle peculiarità dei contesti, che hanno consentito di formulare ipotesi attendibili sulle diverse economie di sussistenza della popolazione», racconta la Catalano.

L’IDENTIKIT BIOLOGICO
I reperti arrivano dalla Prenestina Polense (non lontano da Gabii), la necropoli Collatina (tra via della Serenissima e via Basiliana), Casal Bertone, Osteria del Curato, dal sepolcreto di Via Padre Semeria, e di Castel Malnome (a Ponte Galeria). «Esporremo i reperti più interessanti, selezionati per evidenziare le malattie che affiggevano la popolazione di Roma - continua la Catalano - e saranno affiancati dai relativi strumenti terapeutici dell’epoca». E scatta l’identikit antropologico: l’aspettativa di vita media era di 27 anni (raro superare i 49 anni, discreta la morte infantile sotto i 6 anni, più alte le morti di uomini); la statura media era di 167 centimetri per i maschi e 156 per le femmine.

«Le analisi degli isotopi del carbonio e dell’azoto contenuti nella frazione organica dell’osso ci consentono di risalire al tipo di dieta seguita - dice la Catalano - ossia vegetariana, mista o con ingente consumo di carne». «Fondamentali nella ricostruzione delle condizioni di vita quotidiana nella Roma imperiale sono le patologie orali- avverte la Catalano - la carie è stata rilevata nel 70% degli individui, gli ascessi nel 30%». E stupisce oggi il ritrovamento di una protesi dentaria in oro in una sepoltura a cremazione femminile della grande necropoli Collatina.


Venerdì 25 Ottobre 2013 - 17:38
Ultimo aggiornamento: 17:40

Nomi in codice e alleanze Tutti i misteri di “Marina”

La Stampa
marco bardazzi

Così lavora il database che custodisce le intercettazioni della Nsa



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Come in ogni spy-story che si rispetti, anche nel caso Snowden al centro dell’intrigo ci sono una raffica di nomi in codice. Per capire cosa ha svelato finora l’esperto d’intelligence trentenne e ipotizzare quali segreti contengono ancora i suoi file criptati, bisogna seguire le parole-chiave che li racchiudono. Due in particolare. La prima è in apparenza rassicurante, un nome di donna: Marina. La seconda è un classico acronimo militare del Pentagono: Jwics, che sta per Joint Worldwide Intelligence Communications System.

Marina è la gigantesca banca dati nella quale l’agenzia di intelligence americana Nsa raccoglie le informazioni che provengono da Prism e Upstream, due programmi già diventati famosi. Il primo è quella sorta di gigantesco aspirapolvere digitale con cui la Nsa setaccia i server di colossi come Google, Apple, Facebook e altri. Qui vengono prelevati milioni di «metadati», informazioni di base come mittente, destinatario e orario di trasmissione di una mail. Le società coinvolte negano di fornire accesso diretto ai server, ma l’effettivo funzionamento di Prism resta segreto. 

I dati di Prism finiscono nei database di Marina e qui vengono incrociati con quelli che arrivano da Upstream, un programma che permette alla Nsa di infiltrare direttamente i cavi in fibra ottica che trasportano nel mondo gli scambi di informazioni sul web e le comunicazioni telefoniche. Upstream è poi il collettore di una serie di programmi la cui natura è ancora nebulosa. La fantasia degli spioni elettronici, anche in questo caso, emerge dai nomi in codice: Fairview, Stormbrew, Oakstar, Blarney. 

Per non essere da meno, i cugini del Gchq che lavorano nel «doughnut» - il gigantesco edificio a ciambella che ospita l’equivalente britannico della Nsa - hanno nascosto dietro altri nomi in codice programmi analoghi, che raccolgono dati forse destinati a confluire in Marina. Il più importante, secondo le rivelazioni del «Guardian», si chiama Tempora e funziona in modo analogo a Upstream.
La quantità di informazioni gestite da questi sistemi si intuisce dai dati emersi nei documenti di Snowden.

La Nsa per esempio in un manuale per uso interno afferma di attingere ogni giorno all’1,6% di tutto il traffico di internet. Non è poco, se si considera che sul web si stima un traffico quotidiano di 1.826 petabytes di informazioni. Un petabyte, stando al sito specializzato Gizmodo, equivale a 13 anni di trasmissioni Tv in HD. Visto però che la stragrande quantità dei dati sul web è occupata da video e foto, quell’1,6% in realtà potrebbe anche rappresentare una larga fetta degli scambi di mail del pianeta. 

Marina conserva per almeno 12 mesi questa valanga di dati e la Nsa, stando a quanto ha fatto emergere Snowden, dovrebbe avere la possibilità di incrociarli con ciò che raccoglie con altri programmi che raccolgono i metadati delle telefonate gestite dai colossi come Verizon, BT, Vodafone. Quando poi gli spioni elettronici americani e britannici incontrano comunicazioni criptate, le violano senza troppi problemi grazie a due programmi con nomi in codice presi da storiche battaglie: BullRun (Usa) e Edgehill (Gb).

Per Glenn Greenwald, il giornalista-avvocato che conduce da mesi il gioco delle rivelazioni, tutto questo complesso scenario è solo una piccolissima parte di ciò che racconta la documentazione top secret che Snowden ha sottratto agli Usa e custodisce ora con modalità misteriose. Washington è in allarme perché ha ricostruito nel dettaglio ciò che l’esperto d’intelligence ha collezionato prima della fuga. Il timore è che dopo aver permesso al mondo di sbirciare dentro Marina, possa aprire le porte anche del Jwics, la rete segreta militare su cui passano informazioni altamente classificate sui rapporti degli Usa con molteplici paesi: da qui, Snowden ha portato via 30 mila documenti.

Fino a oggi, però, l’uomo che gli Usa vorrebbero arrestare ha creato molti imbarazzi diplomatici, ma è stato attento a non divulgare niente che si configuri come un vero e proprio attentato alla sicurezza nazionale. 



Il sito Internet della Nsa va in tilt Anonymous rivendica l’attacco. Ma l’agenzia nega: “Errore interno”
La Stampa


La pagina fuori servizio per ore. Smentita la pista dell’hackeraggio


Cattura
Il sito web della National Security Agency statunitense è rimasto fuori uso per diverse ore, a partire dalla serata di ieri, alimentando i sospetti che il malfunzionamento sia stato provocato da un attacco degli hacker.
Attraverso alcuni account Twitter, Anonymous ha rivendicato la responsabilità dell’attacco, anche se le rivendicazioni sono comparse solamente dopo alcune ore dall’inizio del problema. La Nsa ha negato che vi sia stato un attacco degli hacker ed ha attribuito il black out a un errore interno verificatosi mentre era in corso un aggiornamento del sistema. 

Cade il reato di negazionismo “Prevale la libertà di opinione”

La Stampa
francesco grignetti


Il Parlamento accoglie l’appello degli storici: sarà solo un’aggravante


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Il reato di negazionismo è morto, ma al suo posto ci sarà l’aggravante di negazionismo. Dopo il bizantino tira-e-molla della settimana scorsa, nell’aula del Senato è iniziato il dibattito sul ddl che istituisce un nuovo reato. Paradossalmente, però, il dibattito, pur animato dalle migliori intenzioni, e accelerato dai fatti che sono seguiti alla morte del nazista non pentito Erich Priebke, è stato preceduto da un fuoco di sbarramento da parte degli storici italiani.

La Sissco, Società italiana per lo studio della storia contemporanea, ovvero la crema degli storici, ha predisposto un appello accorato: «Nutriamo forti perplessità verso iniziative legislative che, nell’intento di contrastare tali fenomeni, finiscano per limitare la libertà di opinione, senza la quale tra l’altro sono impossibili ricerca scientifica o dibattito storiografico. I “reati”, finché si tratta di opinioni, non sono infatti tali». 

All’appello si sono già associati due storici prestati alla politica, quali Miguel Gotor e Andrea Romano. Dice Gotor, Pd: «Non voterò mai a favore di una legge del genere. Da storico, sono contrarissimo. Da politico, penso che sia un clamoroso errore regalare una larga platea a queste persone». Gli fa eco Romano, Scelta civica: «Io farò le barricate. Sono uno studioso dell’Urss; per noi è pane quotidiano il dibattito se il lager nazista sia confrontabile o meno con il gulag sovietico, per me è inammissibile che tutto ciò possa finire sotto il vaglio di un giudice penale.

Pur nutrendo il massimo disprezzo possibile per chi difende teorie negazioniste, lasciamo libero il dibattito». Ed è quanto sostiene anche la Sissco, attraverso il suo presidente Agostino Giovagnoli: «Sulla definizione di genocidio e su quali siano stati i genocidi nella storia, tranne qualche caso, non vi è accordo tra storici o tra giuristi. Ancor meno c’è accordo su quali vadano considerati i crimini di guerra e contro l’umanità. Spetterebbe al giudice pronunciarsi su una materia squisitamente storica». 

Tesi che hanno fatto breccia in Parlamento. Il vecchio ddl va considerato defunto. Il nuovo reato sarà subordinato a un «dolo specifico»; cioè non sarà sufficiente esprimere un’opinione, pur aberrante, per finire sotto processo. La relatrice Rosaria Capacchione, Pd, ha spiegato al Senato: è in arrivo un emendamento «interamente sostitutivo dell’unico articolo di cui è costituito il ddl e ciò per l’esigenza di meglio inserire nel tessuto del codice penale questa rilevante novità, guardando comunque alla salvaguardia della libertà di ricerca storica». 

In pratica, se terrà l’accordo di maggioranza raggiunto nei giorni scorsi, il negazionismo non sarà un reato autonomo, bensì una sottospecie della «istigazione a delinquere» in forma di comma all’articolo 414 del codice penale. E sarà anche un’aggravante che determinerà «l’aumento della pena della metà per chi compie istigazione o apologia dei crimini di genocidio o contro l’umanità».

Lo scandalo 007 s'è già sgonfiato

Gian Micalessin - Sab, 26/10/2013 - 08:41

I servizi Usa agli europei: attenti, nei file della Talpa anche le vostre spiate. E i leader Ue si ammorbidiscono...

Attenti a scherzar con il fuoco rischiate di scottarvi. Il manco troppo celato avvertimento parte dalle pagine del Washington Post. E atterra direttamente sulle scrivanie di Francois Hollande, Angela Merkel e degli altri 35 capi di Stato pronti a indignarsi per le intrusioni dei servizi segreti americani nei loro telefoni e computer.


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Dalle pagine del Post gole profonde quanto anonime ricordano agli illustri indignati che nelle mani dalla «talpa» Edward Snowden ci sarebbero anche i dossier di altre operazioni, altrettanto sporche. Come quelle messe a segno dai servizi segreti dei loro stessi paesi d'intesa con gli Usa E allora rischian d'esser dolori. Perché come spiega il pezzo «velina» pubblicato sul quotidiano più «liberal», qualche ministro, o qualche intero consiglio dei ministri straniero, potrebbe scoprire d'ignorare gli affari sporchi concordati dal proprio premier con Washington. E allora, compreso l'avvertimento, ecco la sbornia dello sdegno trasformarsi in grattacapo. Compassato e disciplinato. Non scuotono più di tanto le rivelazioni sullo spionaggio anche ai danni di Israele e Spagna (Rajoy convoca l'ambasciatore Usa, «ma non risulta che siamo spiati», dice).

Archiviata in gran fretta l'ipotesi di una rappresaglia sul fronte degli accordi per il libero scambio con Washington l'Europa s'accontenterebbe ora di concordare con Washington una sorta di codice dello spionaggio. L'idea, sostenuta dai non più tanto indignati Angela Merkel e Francois Hollande e dal presidente del parlamento Europeo Martin Shultz è la più clamorosa delle ipocrisie.«Sarebbe come concordare con i lupi le zone di pascolo delle pecore», commenta ghignando un ex 007 nostrano interpellato da Il Giornale.

Ma vie di fuga migliori da vergogne peggiori non ce ne sono. L'unico a risparmiarsi condanne inutili e ambigue è David Cameron. Del resto da premier di una nazione alleata di primo livello degli Usa, sede della più grande base di Echelon, non può fare altrimenti. A sentir lui la talpa Snowden e i giornali che lo aiutano insegnano semplicemente al nemico come «evitare la nostra intelligence, la sorveglianza e le altre tecniche. Questo non rende il mondo più sicuro, ma più pericoloso. Questo significa aiutare i nostri nemici».

Una franchezza invidiatagli da Hollande e dalla Merkel. Una franchezza riconosciutagli anche dal nostro premier Letta quando ricorda che quella della talpa Snowden «non è un'attività utile e positiva… crea molti problemi e non ha gli effetti positivi di trasparenza che lui si prefigge». E sulla linea della compassata prudenza s'allinea anche il presidente della Camera Aldo Grasso quando ricorda che per ora «la legge italiana sulle intercettazioni non risulta violata».

Ma il problema di Letta, Hollande e della Merkel è in fondo lo stesso. È quello d'essere premier di paesi sudditi. Paesi che da sempre delegano la propria sicurezza agli Usa. Un ottimo affare dal punto di vista economico perché consente di risparmiare le decine di miliardi (80 nel 2010 ad esempio ) investiti in questo settore da Washington. Ma affidarsi al buon cuore altrui significa anche accettare le sbirciatine di un grande alleato che dopo aver pagato il conto della sicurezza globale non rinuncia a verificare l'affidabilità dei propri alleati.

Il problema visto dalla prospettiva degli Stati Uniti è invece quello della sempre maggior autonomia assunta durante il doppio mandato di Obama dalle agenzie d'intelligence. Le sbirciatine che durante i precedenti mandati restavano nell'ambito dei limiti politici fissati dalla Casa Bianca sono andate completamente fuori controllo. Ennesimo preoccupante sintomo dell'assai disordinata autorità esercitata da Barack Obama durante questi ultimi cinque anni.

Emanuela Orlandi, spuntano tre sosia: «Fotografate per ricattare Marcinkus»

Il Messaggero


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Il nuovo filone d'inchiesta sul caso Orlandi-Gregori si arricchisce di nuovi elementi tratti da testimonianze inedite Sono spuntate tre ragazze, di cui una ormai quarantenne ex ballerina di Non è la Rai, che hanno ammesso di esser state fotografate come sosia di Emanuela Orlandi. Hanno accettato di parlare purché protette dalla garanzia dell'anonimato. Nomi che sono usciti fuori dalle parole di Marco Fassoni Accetti, fotografo che si è autodenunciato di essere uno dei telefonisti che chiamò la famiglia Orlandi e il Vaticano. Le foto furono scattate dopo che sia Emanuela sia Mirella Orlandi fossero trasferite all'estero, in Francia, sotto i falsi nomi di Fatima e Rosi.

"Mi avvicinò mentre ero in viale Libia con mia mamma, mi riempì di complimenti - racconta la sosia parlando di Fassoni Accetti - Disse di avere entrature nel mondo dello spettacolo e che poteva aiutarmi. Io ero minorenne, avevo 16 anni, ma confesso che l’idea mi piaceva". "Lo vidi più volte - prosegue - sempre con mia madre o mia sorella grande. Sì, di fotografie me ne fece tante. Mi portò anche a un concorso, Miss Abbronzatissima, e a una serata in cui recitai una poesia.

Era un tipo strano. Dopo qualche settimana smisi di incontrarlo". Non era l'unica però. Lo stesso fotografo ammette di aver lavorato con altre due giovani aspiranti modelle: una 18enne, l'altra ancora minorenne e poi divenuta poetessa piuttosto nota. Furono tutte fotografate a loro insaputa, mai di profilo o in primo piano, in modo da poterle scambiare con le due ragazze rapite.

Immagini che furono utilizzate per minacciare o ricattare, in modo "da far credere alla nostra controparte che continuavamo a detenere la Orlandi", ammette il fotografo. Le pressioni servivano - spiega - per contrastare la gestione dello Ior di monsignor Marcinkus e di Thomas Macioce, l’uomo d’affari americano che fin dal 1987-88 si diceva potesse sostituirlo. Inoltre volevamo evitare il rischio che Alì Agca tornasse ad accusare il mondo dell’Est, i bulgari, come mandanti dell’attentato a papa Wojtyla, considerato che in quel periodo ci sarebbe stato il processo d’appello".


Venerdì 25 Ottobre 2013 - 17:01
Ultimo aggiornamento: 17:54

Vattimo: “Israele è uno stato razzista”

La Stampa

Il filosofo ed europarlamentare dell’Idv interviene alla Zanzara su Radio 24. Dura replica dell’Unione comunità ebraiche: «Strumentalizzata la Shoah»


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«Non nego l’Olocausto ma sono scandalizzato dell’uso spregiudicato che ne fa Israele per giustificare la propria politica di oppressione nei confronti dei palestinesi». Lo dice alla Zanzara, su Radio 24, l’europarlamentare dell’Italia dei valori Gianni Vattimo. «Non voglio - aggiunge Vattimo - che ci sia uno stato confessionale e razzista come Israele ». Razzista, chiedono i conduttori?: «Certo, razzista. Basta guardare come trattano i palestinesi».

«Strumentalizzare e banalizzare la Shoah a fini politici è un crimine e come tale deve essere trattato: su questo punto non sono possibili compromessi e ambiguità di alcun genere». È quanto dichiara Renzo Gattegna, presidente dell’Ucei, l’Unione delle comunità ebraiche italiane, che chiede al Parlamento Europeo «una adeguata reazione, di fronte alle affermazioni di Gianni Vattimo, filosofo ed europarlamentare di Italia dei Valori», fatte nel corso del programma radiofonico `La Zanzara´. Per Gattegna, «l’Italia non può essere degnamente rappresentata da chi manipola e distorce fatti storici allo scopo di offendere e denigrare il comportamento dello Stato di Israele» che, ricorda, «nei decenni trascorsi si è dovuto difendere da innumerevoli aggressioni e nonostante gli sforzi prodotti non ha mai trovato un valido interlocutore per una pace durevole e nella sicurezza». 

Khodorkovsky, 10 anni fa l’arresto E la Russia non è stata più la stessa

La Stampa

anna zafesova


25 ottobre 2003: per molti russi fu il tanto atteso trionfo della giustizia, per l’oligarca fu la fine di una vita di ambizioni, per Putin fu la scelta della vita: governare senza dividere nulla con nessuno



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Esattamente 10 anni fa, il 25 ottobre 2003, un commando di teste di cuoio era salito a bordo di un aereo sulla pista dell’aeroporto di Novosibirsk, per mettere le manette a Mikhail Khodorkovsky. Per molti russi fu il tanto atteso trionfo della giustizia, ammanettare l’uomo più ricco del Paese, all’epoca appena quarantenne padrone di Yukos, un impero petrolifero che da solo produceva greggio quanto l’intera Libia. Per il magnate fu la fine di una vita di ambizioni, anche politiche, e prospettive, e l’inizio di un calvario che l’ha portato da allora da un Gulag all’altro, tra nuovi processi, accuse, condanne, minacce e ritorsioni. Per Vladimir Putin fu la scelta della sua vita, di fronte a un bivio, di governare senza dividere nulla con nessuno.

Dieci anni fa la Russia era un Paese diverso, non l’aspirante potenza economica che costringe alla svolta gli Usa impantanati in Siria. La crisi economica del post-comunismo stava appena cominciando ad arretrare con l’inizio dell’era del super-barile, e la politica era scossa da un decennio di lotte intestine, golpe, carri armati per le strade di Mosca e dalle follie di un presidente anziano e stravagante. Il Putin di quell’epoca, un uomo appena cinquantenne, era ancora un enigma: le sue prime mosse erano dirette contro i media critici mostrato che non avrebbe tollerato molto il dissenso, ma sembrava anche un moderato, un pragmatico, intento a una modernizzazione del suo impero scassato.

Era stato – oggi sembra quasi impensabile – l’uomo che per primo aveva telefonato a George W. Bush per offrirgli aiuto dopo l’11 settembre 2001, aveva chiuso alcune basi militari ex sovietiche all’estero ritenendole inutili per una ex potenza che non aveva più ambizioni di supremazia, aveva promosso sul fronte interno importanti riforme economiche, abbassando le tasse e promulgando leggi più favorevoli alla libertà di impresa. Afflitto senz’altro da pregiudizi comuni all’ambiente dal quale proveniva, quello dell’ex Kgb, poteva però anche apparire un lucido pragmatico che si rendeva conto come la Russia non potesse essere più governata solo dal Cremlino, che nel Paese in profonda e tormentata trasformazione stavano nascendo forze e interessi diversi che comportavano la necessità di un dialogo e di un compromesso. 

Di queste nuove entità facevano parte anche i famigerati oligarchi, i magnati nati dal nulla nel caos della fine del comunismo, collegati con il cordone ombelicale al potere politico, che gli aveva appaltato pezzi dell’industria sovietica. Khodorkovsky era un esempio perfetto di questa insolita specie: funzionario del komsomol senza troppi dubbi riguardo al sistema comunista, in pochi anni si era trasformato in un imprenditore che con la sua Yukos sembrava rappresentare un modello moderno, efficiente, globalizzato, e che prendeva ispirazione da George Soros finanziando riccamente progetti di società aperta, ong, scuole innovative, e partiti di opposizione. Era questo il “reato” che gli veniva contestato: nell’estate del 2003, mentre il cerchio si stringeva intorno alla Yukos con sempre nuove accuse di evasione fiscale e frode, personaggi vicini al Cremlino in conversazioni private si stringevano nelle spalle: “Ti rendi conto ovviamente che il vero motivo è che questo tizio ha ambizioni politiche e vuole sfidare Putin?”.

Il punto, 10 anni dopo, resta quello, al di là delle accuse, dei processi manipolati e degli interessi economici dei vari clan: fino al 25 ottobre 2003 la scelta era tra una Russia dove sfidare il potere non è reato, e un modello – ben collaudato nei mille anni precedenti – di uno Stato onnipotente dove il grado di libertà è concesso dallo zar. A Khodorkovsky venne concesso abbastanza tempo per scegliere l’esilio, come altri suoi colleghi. Lui restò e si fece arrestare, forse non credendo fino all’ultimo che il Cremlino si sarebbe spinto a tanto. Si dice anche che i consiglieri del presidente alimentarono le sue paure e il suo odio verso un uomo che aveva avuto successo proprio in quegli anni ’90 in cui quelli come Putin, vittime della fine del comunismo, si sentivano rottamati e disadattati.

La loro vendetta si è compiuta: l’impero di Khodorkovsky è stato confiscato e battuto all’asta per venire acquistato a buon mercato da Rosneft, la società statale guidata da uno dei più fidati uomini del presidente. Due mesi dopo alle elezioni alla Duma il partito di Putin, Russia Unita, ha stravinto e si è accapparrato tutte le cariche del parlamento, senza concedere nulla agli altri. Aveva vinto la formula “lo Stato sono io”. Mikhail Khodorkovsky resta in carcere e ripete spesso di rendersi conto che non ne uscirà fino a che Putin non lascerà il Cremlino. 

E' morto Augusto Odone, creò l’olio di Lorenzo per il figlio sfidando la medicina ufficiale

Corriere della sera

Lui e la moglie misero a punto una terapia basata su due comuni olii da cucina per curare il figlio malato di Adl

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È morto Augusto Odone, l’economista della World Bank che dedicò la vita al tentativo di salvare il figlio malato di Adl (adrenoleucodistrofia), una gravissima patologia che distrugge la guaina che riveste i nervi, colpendo prima le funzioni motorie e poi quelle psichiche. La sua vicenda ha ispirato nel 1998 il film «L’olio di Lorenzo», con Nick Nolte e Susan Sarandon (che per questo film ha vinto l’Oscar). Odone è morto a Acqui Terme in Piemonte, aveva 80 anni.

MIX DI DUE OLII - La malattia ha sconvolto la vita dela famiglia Odone nel 1984, al ritorno da un soggiorno alle isole Comore: Lorenzo - che aveva 6 anni - mostrava difficoltà di concentrazione, calo della vista, dell’udito e della parola. Dopo aver escluso una malattia tropicale, i medici diagnosticano l’Adl e danno a Lorenzo una speranza di vita brevissima: due anni al massimo. Augusto e la moglie Michaela, glottologa (morta nel 2000 di cancro), rifiutano quella condanna a morte e, sfidando la medicina ufficiale, mettono a punto un trattamento a base di olio di oliva e colza che riesce a fermare per alcuni anni la malattia perché neutralizza l’accumulo di sostanze tossiche che distruggono la mielina.

Il famoso «olio di Lorenzo», appunto, di cui qualche anno fa Hugo Moser, neurologo della Johns Hopkins University che all’inizio era stato uno dei più ostili “nemici” della cura, ha finalmente riconosciuto una qualche efficacia. Sotto le sollecitazioni dei coniugi, gruppi di scienziati si misero a studiare quel composto e cercare di dimostrarne i meccanismi di azione. Lorenzo è morto nel 2008, a 30 anni, ben oltre le previsioni dei medici, nella casa alle porte di Washington dove per 23 anni era rimasto confinato in un letto. È morto di polmonite e se ha vissuto 30 anni è stato solo grazie all’infinito amore dei suoi genitori.


RAGIONE DI VITA - Odone ha fatto della “cura” di suo figlio una ragione di vita. Nell’89, grazie alla passione e agli sforzi di Augusto, nasce il “progetto Mielina”, un programma di ricerca che ha tutt’ora l’obiettivo di capire perché la guaina che avvolge i nervi si distrugge progressivamente provocando numerose e gravi malattie che colpiscono circa un milione di persone nei Paesi occidentali. Dopo la morte del figlio Augusto era tornato in Italia. «Alla fine il suo cuore ha ceduto - ha detto del padre Cristina -. Aveva un’incredibile forza vitale. Non aveva accettato la condanna a morte di Lorenzo e non accettava una condanna a morte per sé».
25 ottobre 2013






Coltivo i ricordi di mio figlio Lorenzo

Corriere della sera

 

Con la moglie ha combattuto una lunga battaglia contro la medicina ufficiale per salvare un bambino senza speranza. Ora la battaglia ricomincia



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«Vada in fondo al paese, non può non vederla, è una villa bellissima» mi dice, convinto d i non esagerare, il barista di Gamalero (paesino di ottocento anime, due passi da Alessandria, sessanta chilometri dal mare) cui chiedo informazioni su villa Odone.

In effetti la casa degli inizi del Novecento che mi trovo davanti, bella lo è davvero, quasi sontuosa, anche se la vista d’insieme con il rustico che l’affianca, il muro di cinta senza segni del tempo e il cancello sfavillante di nuovo, tradisce un restauro recente. Restauro voluto da Augusto Odone e dai figli, Cristina e Francesco, che in questa casa abbandonata per decenni hanno visto la possibilità di ritrovare radici perdute da troppo tempo e di dare un «luogo» a una famiglia sparsa sulle due sponde dell’Atlantico.

Sì perché se è vero che Augusto Odone - settantasette anni compiuti da poco -, ha qui le sue origini, è innegabile che la sua vita si è dipanata altrove, tra Roma, Bolzano, Washington, l’Africa, le isole Comore, Londra e altro ancora.


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Esistenza ricca e brillante (Odone è stato per molti anni economista della Banca mondiale a Washington anche se non si sente un italoamericano: «Sono italiano e basta», ribadisce) attraversata da una tragedia familiare nota a tutti per la risonanza che le ha dato nel 1992 il film L’Olio di Lorenzo. Trasposizione hollywoodiana della lotta di Augusto (Nick Nolte) e della moglie Michaela (Susan Sarandon) contro la malattia del figlio Lorenzo, scomparso nel 2008 all’età di trent’anni.

Si tratta della adrenoleucodistrofia, una patologia ereditaria rara che provoca progressivamente difficoltà a camminare, paralisi e deterioramento delle funzioni superiori del cervello perché nelle cellule nervose si accumulano acidi grassi capaci di distruggere la mielina, la guaina isolante indispensabile per la corretta trasmissione degli impulsi nervosi.

Lottando contro un verdetto inaccettabile (nessuna possibilità di cura, tre anni di vita al massimo per un bimbo che all’epoca ne aveva soltanto cinque), Augusto e Michaela nel 1984 cambiarono vita: cominciarono a frequentare le biblioteche scientifiche forzandosi in estenuanti consultazioni. Studiarono fino all’ossessione volumi di cui all’inizio capivano ben poco, poi sempre di più fino a «scoprire» un antidoto a questi devastanti acidi grassi. È una miscela di oli, l’«Olio di Lorenzo» appunto, utilizzato adesso in tutto il mondo come cura preventiva della adrenoleucodistrofia, capace di ritardarne la comparsa (ma la comunità scientifica per lungo tempo si è dimostrata scettica finché una serie di studi, l’ultimo nel 2005, ne hanno confermato l’efficacia).

A Lorenzo l’Olio ha prolungato la vita di due decenni, anche se negli ultimi tempi era, ormai, una vita ridotta al minimo. «Quando è mancato ed è successo per un incidente banale dovuto alla disattenzione degli infermieri (Lorenzo ha inalato del cibo che gli ha provocato una broncopolmonite mortale, ndr), ho vissuto il dolore insieme a una sensazione di grande sollievo - mi dice Odone (e il suo sguardo è tristissimo), quando ci mettiamo seduti al sole nel patio del rustico -. Ero convinto, o forse mi illudevo, che vivesse ancora, ma mi chiedevo anche se poteva continuare a esistere così annientato, senza relazione con se stesso e con il mondo esterno. Come vede, la risposta la vita l’ha data da sola».


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Quel che sembrò straordinario all’epoca del film, fu la caparbietà, la forza, di tutta questa vicenda: due persone digiune di medicina (Michaela, scomparsa nel 2000, giornalista, Augusto, laureato in legge) riescono ad arrivare a un risultato scientifico importante e a convincere l’unico grande specialista della malattia all’epoca, Hugo Moser di Baltimora (scomparso da poco, interpretato nel film da un somigliante Peter Ustinov) a sperimentare la nuova cura; quasi un miracolo.

Che cosa resta dentro di una battaglia durata più di dieci anni? «È indubbio che la nostra vita è stata stravolta dalla spasmodica ricerca di una soluzione di salvezza per Lorenzo - risponde Odone -. Ricerca che per mia moglie diventò un’ossessione, come si fece via via simbiotico il rapporto con il figlio: si sedeva accanto a lui per ore e gli leggeva di tutto, gli parlava, lo accudiva. Credo che la nostra storia sia diventata così popolare perché è una lezione di speranza. Chi si trova con un figlio colpito da una malattia rara, scopre di essere in un deserto: non ci sono terapie, non c’è ricerca, non ci sono investimenti delle aziende perché gli eventuali profitti di un farmaco efficace sono minimi. È un vuoto che, se non reagisci, ti annienta».

Odone, però, è andato al di là della battaglia personale; nel 1989, sull’onda della sua grande popolarità negli Stati Uniti, ha creato un progetto di ricerca sulla adrenoleucodistrofia e altre malattie che colpiscono la mielina (tra queste la più nota è la sclerosi multipla), il Progetto mielina, dove ha inaugurato un rapporto del tutto nuovo tra i finanziatori, i malati e le loro famiglie, e gli scienziati.

«In primo luogo ho cercato di superare quel rapporto di soggezione che impedisce ai parenti di essere partecipi consapevoli di qualsiasi terapia - racconta questo piemontese di ferro, figlio di un generale -. I progetti venivano (dico venivano, perché non sono più presidente da quattro anni) presentati dai ricercatori, ma ero io insieme ai malati e alle loro famiglie a decidere quali finanziare. Poi ho cercato di eliminare la competizione fra gli scienziati: assomigliano a bambini che coprono il compito per non farsi copiare dal vicino di banco e hanno il brutto vizio di puntare più alla gloria che alla guarigione dei malati. "Tirate di orecchie" che sono servite: il progetto per diversi anni è andato benissimo. Ora è in una fase di stanchezza; sembra strano, ma queste iniziative sono fragili, basta che manchi un personaggio trainante per farle arenare. È quanto sta accadendo al Progetto mielina».

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E adesso che cosa fa? «L’idea dei miei figli è che lasci la casa in America e rimanga qua per sempre, d’estate a Gamalero, d’inverno ad Acqui Terme; vivono entrambi a Londra (Francesco che si occupa di finanza, anche a Dubai) e si sentono rassicurati di sapermi in Europa. Ma per me la cosa più importante adesso è non dimenticare Lorenzo. Ecco perché sto scrivendo, sia in italiano sia in inglese, la sua storia sulla scorta di ricordi ancora vivi, soprattutto del nostro soggiorno alle isole Comore, dove lui ha vissuto prima che al ritorno negli Stati Uniti comparissero i segni della malattia. Sto scrivendo un capitolo dietro l’altro, ma un libro di ricordi che non annoi non è impresa facile. Poi, devo sottoporlo al vaglio di mia figlia Cristina, giornalista di successo. Sa che cosa succede? Litighiamo furiosamente».

Cristina Odone è stata per diversi anni editorialista dell’«Observer», poi vicedirettore del «New Statesman»; oggi collabora col «Telegraph» ed è autrice televisiva e scrittrice. «Devo accettare le sue critiche perché è molto brava e ha esperienza - prosegue orgoglioso il padre - ma abbiamo entrambi caratteri forti».

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Il nostro incontro finisce con una visita alla villa dove troneggiano come reliquie i mobili originali (pochissimi), i lampadari e i ritratti degli antenati salvati dalle incursioni dei ladri che l’hanno visitata più volte. Peccato che Augusto Odone non sappia dire chi sono i parenti incorniciati. Ma quando si va in cerca del proprio passato, diventa importante anche una lontana «testimonianza» di famiglia.

Franca Porciani
15 novembre 2010(ultima modifica: 19 novembre 2010





Una scena del film «L’Olio di Lorenzo»
Una scena del film «L’Olio di Lorenzo»
Italia-Usa - Nato nel 1933 a Roma da famiglia piemontese, Augusto Odone, appena ventenne, va a studiare economia all’università del Kansas grazie a una borsa di studio Fulbright (dal nome del senatore che nel ’46 ideò lo scambio di formazione tra Usa e altri Paesi). Lì conosce la prima moglie, la svedese Ulla, dalla quale ha due figli. Dopo la laurea in legge, lavora qualche anno alla Cassa del Mezzogiorno, poi torna negli Usa come funzionario della Banca mondiale. Dalla seconda moglie, Michaela, ha Lorenzo, che viene colpito a 5 anni da una malattia rara. La loro vicenda ha ispirato un film diretto da George Miller con Nick Nolte e Susan Sarandon.