domenica 27 ottobre 2013

La sindacalista che recluta i disoccupati per i talk show

Nino Materi - Dom, 27/10/2013 - 09:41

Rossella Lamina si confessa sul suo blog: "Pretendono che porti in tv cassintegrati ed esodati. Mi sento come una maîtresse a caccia di sfigati"

Oggi trovare per strada una vera «figurina» di disoccupato è certo meno raro di imbattersi nella figurina Panini di Pizzaballa (Atalanta, campionato '63-'64). Nonostante ciò le redazioni dei principali talk show televisivi per reclutare esodati, cassintegrati, co.co.pro e precari si rivolgono direttamente al sindacato: organismo che ormai sta al popolo degli incazzati come Lele Mora stava a popolo di vallettopoli.


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Non si tratta di calunnie, ma del singolare coming out di una professionista che questi mondi (sindacato e mass media) li conosce bene. Lei si chiama Rossella Lamina ed è la responsabile dell'ufficio stampa dell'Usb (Unione Sindacale di Base). Rossella nel suo blog su today.it ha dato il là a un dibattito tutt'altro che banale. Partiamo dal titolo del suo articolo: «Caccia agli sfigati». Ma chi sono gli «sfigati»?

Ovviamente il termine non vuole essere offensivo ma provocatorio. Gli «sfigati» sono tutte quelle persone che nei talk show di maggiore (e minore) successo «danno voce» alla cosiddetta «piazza». Una piazza - il più delle volte - creata a tavolino per veicolare questo o quel messaggio a seconda delle convenienze. Ed è qui che subentra - per così dire - l'ammissione di colpa della collega Lamina che si autodefinisce una «maîtresse nel gran bordello degli sfigati».

In verità il sospetto, noi telespettatori, l'abbiamo sempre nutrito: gli indignados alla matriciana che animano i concitati collegamenti esterni dei talk show hanno tutta l'aria di non trovarsi lì per caso. Qualcuno ce li mette. Ora sappiamo chi: lo stesso sindacato. Ricapitoliamo la procedura in tre mosse:

1) il talk show di turno decide di dedicare una punta al tema della «disoccupazione»;
2) la redazione del programma telefona al sindacato e gli chiede qualche «comparsa»;
3) il sindacato mobilita un manipolo di «sfigati» e - magari in cambio di un gettone di presenza - lo sbatte davanti alle telecamere.

Come dire: si persegue in strada la stessa alchimia sperimentata in studio, dove il protocollo del «perfetto» talk show prevede personaggi fissi: da quello che interrompe tutti, a quello che risponde insultando; da quello che abbandona offeso la trasmissione, a quello che fa «no» col testone mentre parlano gli altri. Attenti però a non esagerare, perché se la maionese impazzisce (come accaduto di recente a Radio Belva con la coppia Cruciani-Parenzo) si rischia l'intossicazione.

Insomma, il teatrino tv deve essere sì mostruoso ma senza tracimare nello splatter; invettive in modica quantità avendo cura di non uccidersi con l'overdose. E allora linea alla piazza, dove la mitica gggente è stata all'uopo ingaggiata per urlare «vergogna!» (a tutti), dare dei «ladri» (principalmente ai politici) e del «fazioso» al conduttore del programma. Quest'ultimo un po' gioca a farlo davvero (il fazioso) un po' si spaccia per obiettivo: che poi solo le due facce della stessa medaglia pseudo-informativa.

Tutto ciò, fino a ieri, aveva a che vedere solo con un malizioso retropensiero. Oggi, grazie alla «confessione» della signora Lamina, possiamo urlarlo ai quattro venti, senza tema di smentita. Leggete cosa scrive la responsabile comunicazione dell'Usb: «Si riapre la stagione della “caccia allo sfigato”. Questa particolare attività venatoria va a coinvolgere anche gli addetti stampa, o almeno quelli ritenuti stanziali nell'habitat dalle ambite prede. Avete presente tutti quei cassaintegrati-licenziati-precari-esternalizzati-sfrattati-esodati-immigrati che di tanto in tanto entrano in scena nei vari salotti della nostra televisione?».

Sì, ce li abbiamo presenti, casa collega. E allora? «La caccia allo sfigato si traduce anche nella richiesta di precise “forniture”. I primissimi tempi mi balenava che il mio interlocutore, nella redazione dall'altra parte del filo, potesse aver sbagliato numero: voleva in realtà contattare un'agenzia di casting (di quelle che procacciano attori, figuranti e comparse per fiction o reality tv) ma aveva chiamato – suo malgrado - un sindacato». Motivo della telefonata? «Rapidamente mi sono convinta che no, non era un errore.

Mi si chiedeva con gran precisione: “una precaria della scuola, fra i 25 e i 30 anni”, “un vigile del fuoco fra i 20 e i 30 anni”, fino ad arrivare alla fornitura di “un'intera famiglia, con genitori impiegati dello Stato, che alle precedenti elezioni abbia votato centro-sinistra”. Giuro: è tutto vero». Ci crediamo. Esattamente come crediamo al prosieguo del racconto: «Di siffatte richieste potrei compilarci un libricino. E non vengono solo dai programmi cosiddetti trash, ma anche da quei talk di “buona reputazione”, quelli che a tanti spettatori appaiono come portabandiera dei problemi veri “della gente”. A volte vengono anche dai colleghi della carta stampata: “Avete qualche precario così e colà, che ci dica questo e quello…”».

Quando vedrete il prossimo talk show, tenetelo bene a mente.

Sulle tombe vietato il latino La burocrazia entra al cimitero

Cristiano Gatti - Dom, 27/10/2013 - 09:38

In un paese del Padovano un'ordinanza impedisce scritte su loculi e ossari che non siano in italiano. Al bando anche la lingua degli antichi, è morta

E se qualcuno decidesse di andarsene, in senso definitivo, prima si premuri di compilare l'apposito modulo. Diamine, bisognerà pur avere un minimo di regola, mica si può fare ciò che si vuole anche da morti.


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È un fatto: non si sa come ce ne andremo, se all'improvviso, se lentamente, se tardivamente, se prematuramente. Sappiamo però con certezza chi non ci lascerà mai, nemmeno in quel momento, più fedele di amici e congiunti: la burocrazia. Quella sì è la vera compagna di una vita: ci aspetta prima ancora di nascere e non ci lascia nemmeno dopo. Se noi dormiamo il sonno eterno, la burocrazia non chiude mai occhio: sempre sveglia. Che il diavolo se la porti.

Il sindaco di Albignasego, nel Padovano, è molto orgoglioso dell'ultimo regolamento approvato in municipio: nel cimitero del paese si può schiattare solo in italiano. Vietata qualsiasi altra lingua sulle lapidi. Dopo tutta una vita a sentirci dire che senza l'inglese non si va da nessuna parte, sarebbe persino consolante apprendere che almeno nell'aldilà si può andare tranquillamente. Ma non è il caso di fare dello spirito. Il diktat (posso usarlo, ancora respiro) è perentorio.

Che so: un tizio vorrebbe togliersi l'ultimo sfizio (il penultimo, in verità: l'ultimo è dormire senza tisane), l'ultimo sfizio del tipo farsi scrivere una bella frase in latino, un aforisma eterno e incrollabile, un lascito morale che i sopravvissuti possano leggere per cogliere il senso di un'esistenza, a me personalmente piace per esempio quello che nel 1794 Kant scrisse come motto sul manifesto dell'Illuminismo:

«Sapere aude», osa conoscere, abbi il coraggio di cercare la verità, eccetera, eccetera… Un tizio ambirebbe ad esporre una cosa così e invece la burocrazia funeraria lo vieta tassativamente. Capaci di sbianchettare anche la tomba, o piuttosto di farla tradurre dall'interprete. Certo non è obbligatorio farsi scrivere qualcosa sulla coperta di marmo: si può lasciare anche un sobrio ed eloquente vuoto, perché lo sappiamo bene che certe volte il silenzio vale più di qualunque parola, specie se abbastanza prolungato.

In ogni caso, ad Albignasego - come spiega Il Gazzettino - liberi tutti di fare qualunque cosa, purchè sia rispettato il divieto di lingua straniera, latino compreso, e pazienza se resta a pieno titolo il nonno dell'italiano. Morisse un inglese, un tedesco o uno svizzero, per dichiarazioni postume è gentilmente pregato di esprimersi in lingua tricolore. A qualcuno, in sede di dibattito comunale, è sorto il dubbio che il sindaco e la giunta si siano innamorati di questa regola per tenere fuori dal cimitero gruppi etnici indesiderati (già da viventi).

Ma il primo cittadino è fermo nel respingere le insinuazioni: «Non abbiamo fatto questa scelta per escludere qualche persona o comunità. È sempre stato così anche nel vecchio regolamento, e sinceramente non abbiamo nemmeno mai avuto richieste diverse, tanto da doverlo cambiare».
La stravaganza della vita: nell'epoca della mondializzazione e della società multietnica, la nostra burocrazia di estrema provincia s'impunta sull'ortodossia funebre.

Tra parentesi proprio lì, dove hanno provato per anni e ancora qualcuno prova a rinnegare l'italiano, per tornare all'avito dialetto veneto serenissimo. Ma ormai ogni discorso è chiuso. Fine delle discussioni. Ad Albignasego, ultima frontiera della burocrazia, non sono liberi nemmeno da morti. La norma che mette la pietra tombale è la seguente: «È fatto obbligo di iscrizione sul chiusino di loculo e di ossario, a seguito di avvenuta tumulazione, di nome, cognome, data di nascita e morte del defunto ed eventuali parole celebrative in lingua italiana». E questo per il sindaco sarebbe italiano.

Canada, a 12 anni attacca siti per conto di Anonymous in cambio di videogame

Corriere della sera

di Marta Serafini


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Ha solo 12 anni. Ma è già in grado di fare tango down (di abbattere) i siti governativi. Succede a Montreal, in Canada, dove – come racconta il Toronto Sun – un adolescente è stato accusato di aver attaccato i siti della polizia e altri indirizzi governativi, per conto del collettivo di hacker di Anonymous.

A spingerlo non sono state motivazioni politiche. Ma il dodicenne ha raccontato di aver hackerato gli indirizzi online in cambio di videogames. Risultato, il ragazzino ha fatto 60 mila dollari di danni. Tra i suoi obiettivi, il sito della polizia di Montreal, il Quebec Institute Public Health e il sito del governo cileno. E non solo. Oltre agli attacchi Ddos (il cosidetto denial of service) è stato in grado di defacciare (modificare) le pagine e di individuare le falle di sicurezza attraverso le quali generalmente vengono rubati documenti riservati.

Il piccolo hacker – di cui non si conosce il nome e che rimarrà, ironia della sorte, anonimo – andrà a processo settimana prossima. Nell’udienza preliminare è comparso davanti al giudice con la divisa della scuola dove studia e si è scusato. “Ha solo 12 anni e non è stato mosso da motivazioni politiche”, ha spiegato il suo avvocato.

Difficile che il giudice lo condanni a pene severe, data l’età. Ma non è la prima volta che ragazzi molto giovani vengono accusati di reati informatici. In Gran Bretagna fece molto parlare la storia di Nerdo, studente di 22 anni coinvolto nelle operazioni contro Paypal. E in Italia, di recente è stato arrestato un altro giovanissimo, con l’accusa di aver fatto attività di hacking per scopi di lucro illeciti.

Cartella da un milione e mezzo per l’affitto scaduto 35 anni fa

Corriere della sera

Area comunale in via Stephenson occupata e poi «regolarizzata»: morto il titolare, problemi per l’erede


In quell’anno nero per la storia di Milano tre ragazzi morirono nelle strade per violenza politica (Sergio Ramelli, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi), le Brigate Rosse gambizzarono il capogruppo cittadino della Dc, Massimo de Carolis, e Aldo Aniasi assunse la carica di sindaco per la seconda volta, con una giunta di sinistra, per la prima volta in città. In quell’anno però, era il 1975, nelle stanze di Palazzo Marino maturava anche una storia minima di burocrazia paradossale, destinata a scavarsi un sentiero oscuro e quasi infinito tra uffici e tribunali, una storia che nel quasi totale anonimato è tornata alla luce da poche settimane: ecco, proprio alla fine del ’75, scadeva il contratto d’affitto per un’area di quasi 13 mila metri quadrati in via Stephenson, a ridosso dell’imbocco dell’autostrada dei Laghi.

Un’area occupata da una piccola ditta di parcheggio per camion e Tir, poi diventata deposito di mezzi incidentati, col tempo arricchita anche di capannoni e di un ristorante. Nel 2013, dopo 37 anni, 5 mesi e 13 giorni, il Comune è rientrato in possesso di quell’area. E a carico dell’erede del titolare della ditta (nel frattempo morto), lo scorso 21 ottobre ha staccato una cartella esattoriale da record: 1milione, 331 mila, 228 euro. Più interessi. La vicenda, in realtà, era iniziata anche prima, nel 1969, quando il signor F. C. occupò la zona. Nel 1974 il Comune regolarizzò l’occupazione con un contratto a breve termine: 31 dicembre 1975.

«Alla scadenza — spiega la sentenza della Corte d’Appello di Milano, depositata il 13 giugno scorso — il contratto non era stato rinnovato, ma l’occupante non aveva restituito l’area e anzi» si era appropriato di «un’altra porzione di terreno comunale confinante... realizzando successivamente alcune costruzioni abusive, consistenti in un locale ad uso ristorante e un locale a uso uffici». La prima ordinanza di sgombero arrivò soltanto nel 1999, quando il Comune progettava di costruire proprio in quella zona una maxi-cucina per preparare i pasti delle scuole, delle case di riposo e delle altre istituzioni di assistenza. Opposizione al Tar, ricorso. E «centro cottura» bloccato.

Un pezzo del terreno di via Stephenson (circa 1.200 metri quadrati) il Comune è riuscito a riprenderselo soltanto nel 2006, per la costruzione di un sottopassaggio e di altre rampe stradali a ridosso dell’autostrada. Per il resto, tutto fermo. La vecchia ditta però, e qui si entra in un secondo aspetto emblematico di questa ingarbugliata vicenda, ha avuto però alcune sue buone ragioni da far valere davanti ai giudici.

Primo: per molti anni ha continuato a pagare l’affitto, e il Comune l’ha incassato. Secondo: fin dalla fine degli anni Settanta, lo stesso Comune ha iniziato a usare l’autoparco di via Stephenson come deposito per le auto coinvolte in incidenti stradali, recuperate e conservate a disposizione della magistratura. Non solo, finivano in quel piazzale anche camion e auto sequestrati da polizia e carabinieri.

Ma non è finita. Perché nel 1980 proprio Palazzo Marino concesse «l’autorizzazione sanitaria per vendere alimenti e bevande alcoliche e superalcoliche, nonché licenza di pubblico esercizio». Con una mano il Comune bacchettava e reclamava, con l’altra concedeva e accompagnava. Anche per questo probabilmente, per quantificare il risarcimento del danno, la Corte d’Appello ha ordinato una perizia per stabilire quanto il Comune abbia perso in affitto solo a partire dal 1998 a oggi. E si arriva così a quella cifra che sballa il milione e 300 mila euro. Con la piena coscienza che quella cartella esattoriale è, più che altro, un atto dovuto. Probabilità di arrivare all’incasso: molto prossime a zero.

27 ottobre 2013

Napoli. Dieci violenze sulle donne in un mese, ma i mariti restano a casa

Il Mattino

di Maria Pirro


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Racconta A.: «Il mio ex marito mi tormenta con gli sms, ne manda anche 30 al giorno». Per dire: «Che me ne frega, io ti ammazzo comunque e mi faccio 30 anni di carcere». G. è di nuovo al pronto soccorso: «Ho visto l’auto e ho subito pensato potesse essere la sua. In preda al panico mi sono fermata davanti a una caserma. Tremavo, non riuscivo a respirare, a bordo di un’ambulanza mi hanno portato qui». Il giorno dopo l’approvazione definitiva delle norme sul femminicidio, l’estate scorsa introdotte d’urgenza con un decreto dal governo, a Napoli viene illustrato l’esito del primo monitoraggio realizzato in ospedale sull’efficacia delle contromisure applicate in situazioni d’emergenza. Storie e dati insieme.

L’analisi rivela punti di forza e di debolezza della legge. Il primo: «Da settembre, per 10 donne su 12 refertate all’ospedale San Paolo è stato richiesta l’attivazione della procedura di allontanamento d’urgenza. In nessun caso autorizzata per mancanza di requisiti giuridici, come la flagranza di reato, ma in due occasioni - certifica la psicologa Elvira Reale, responsabile dello sportello anti-violenza - la vittima è stata accompagnata a casa dalle forze dell’ordine dopo il referto e la denuncia, ottenendo che il partner andasse via spontaneamente: ”moral suasion” in attesa di provvedimenti giudiziari».

Protezione così ottenuta, ad esempio, per R. che ha messo nero su bianco il suo calvario. Da 5 anni, sin dai primi mesi del matrimonio. Fino a trasformare il figlioletto in testimone dell’orrore. In un passaggio del referto è annotato il racconto «dell’ennesimo litigio davanti al bambino. Mi ha preso con forza e mi ha messo un pugno sotto al mento, mentre mi diceva: “Non sei buona a niente, non capisci niente”. Allora, con lo sguardo – ha ricordato R. - ho cercato il bimbo... Mi sono accorta che sorrideva e ciò mi ha preoccupato tantissimo». Nel referto sono riepilogati una lunga serie di precedenti: lanci di oggetti, calci all’inguine, pugni in faccia. «Mi ripete che è colpa mia, merito tutto questo».


Gli sos sono già 97 nel 2013. In aumento, soprattutto negli ultimi mesi. «È buona - sostiene Reale - la sinergia instaurata con polizia e carabinieri, ora contattati direttamente senza attendere l’intervento della magistratura». A entrare in azione agenti e miliari di Pianura, Bagnoli, Vomero, Pozzuoli, San Gennaro Vesuviano, Quarto e Pollena Trocchia, solo per citare gli ultimi casi.

+++Leggi anche il reportage: «Le donne raccontano i soprusi "Un inferno davanti ai nostri figli"» Sottolinea Reale: «Un altro aspetto positivo della nuova legge è che non sono più sottovalutate le lesioni anche psichiche, già da tempo motivo di referto al San Paolo. Nel report dell’attività svolta nel 2012 (110 gli interventi in totale), proprio le violenze psicologiche e verbali sono state nel 70% dei casi il modo per denunciare gravi e reiterati ricatti e minacce di morte».

Ora sarebbe, però, auspicabile disporre «la misura dell’allontanamento per chiunque risulti gravemente indiziato e chiaramente sussistano fondanti motivi per ritenere le condotte criminose possano essere reiterate, considerando anche l’escalation di precedenti episodi» afferma la psicologa insieme con il ginecologo del San Paolo Alessandro Resta (entrambi sono referenti tecnici della legge regionale 22/2012 contro la violenza di genere) e le avvocatesse del centro anti-violenza del Comune di Napoli, Giovanna Cacciapuoti e Sofia Lombardi.

Anche perché «tante, troppe continuano per paura a sopportare nel silenzio» ragiona Bianca D’Angelo, consigliere regionale promotrice della legge 22/2012, che aggiunge: «La Regione, per prima in Italia, ha adottato misure concrete contro il femminicidio che sono in fase di attuazione, anzitutto attraverso l’attivazione di sei sportelli sul territorio, negli ospedali e in altre strutture pubbliche, per offrire un sostegno clinico-psicologico alle donne senza tralasciare aspetti anche pratici coinvolgendo servizi sociali e le associazioni di volontariato».
 
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domenica 13 ottobre 2013 - 15:35   Ultimo aggiornamento: lunedì 14 ottobre 2013 13:45

Nonna Nicolina, 110 anni e un sogno: «Conoscere Bruno Vespa e andare a Porta a Porta»

Il Messaggero

di Laura Bogliolo


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I suoi occhi hanno visto un Re che ha deposto la corona, nazioni che venivano chiamate Imperi, ed eserciti che combattevano corpo a corpo. Il suo cuore ha conosciuto il dolore quando quel tedesco le strappò via la fede nuziale della mamma, la gioia quando ha indossato giovanissima l'abito bianco per dire «sì» all'amore della sua vita, Raffaele ferroviere.

Ha compiuto 110 anni il 22 agosto, festeggiata da quell'esercito chiamato famiglia: tre figli, quasi venti tra nipoti e pronipoti. Nicolina Capra, classe 1903, spegnendo quelle candeline ha espresso un desiderio, quel sogno che la nipote Ilaria Pallotta ha lanciato in una lettera: «Nonna Nicolina vorrebbe incontrare Bruno Vespa, andare a porta a Porta e raccontare la sua storia». Nicolina chiama il giornalista «il mio compaesano».

La nonnina che oggi vive a Roma, è nata ad Avellino, ma ha passato oltre cinquant'anni a L'Aquila, dove è nato Bruno Vespa. «Ha sempre avuto una passione per lui, lo ricorda ai tempi del Tg, rivolge preghiere e guai a non farle vedere Porta a Porta» racconta la nipote. Nicolina non dorme tanto e la sera, sdraiata sul divano, le fa compagnia la trasmissione di Rai Uno: «Si arrabbia anche quando qualcuno durante la trasmissione tratta male Vespa» dice Ilaria che racconta di una nonna «affettuosa, che ha dedicato tutta la vita alla famiglia e ancora oggi si preoccupa per noi».

Nicolina ha lasciato L'Aquila negli anni Novanta, ma quella città le è rimasta nel cuore. Ha trascorso oltre cinquant'anni della sua vita in quella casa che ha subito danni per il devastante terremoto del 2009. «Ha pianto tanto quando ha saputo delle vittime» racconta la nipote. Ha pregato tanto per loro perché Nicolina è molto religiosa. Benedice chiunque incontra per la prima volta.

Nonna Nicolina oggi vive insieme alle sue figlie: si divide tra il quartiere Magliana e Tiburtino. E' sempre stata una donna energica: «Fino a 95 anni era autonoma e attivissima: andava in chiesa da sola» dice la nipote. Ha pianto quando ha saputo della nascita di Niccolò e Raffaella, i due gemellini nati dalla pronipote Benedetta. «Sono ormai anni che nonna ci dice che prima di morire vorrebbe realizzare il suo sogno - spiega Ilaria - incontrare Bruno Vespa e magari raccontare la sua storia durante la trasmissione Porta a Porta».


Sabato 26 Ottobre 2013 - 19:36
Ultimo aggiornamento: Domenica 27 Ottobre - 09:35

Il procuratore capo di Novara: “E’ tempo perso processare i clandestini”

La Stampa

barbara cottavoz

Rivelazione choc del magistrato: «Ho deciso di accantonare i procedimenti che li riguardano»


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«Ho deciso di accantonare i procedimenti relativi alla condizione di clandestinità. È una perdita di tempo inseguire fantasmi per tutta Italia a fronte di una sanzione irrisoria e un grande impegno della macchina giudiziaria»: parola di procuratore della Repubblica. Francesco Saluzzo, capo della Procura ha chiesto di parlare per un «fuori programma» durante la presentazione del rapporto annuale sull’immigrazione nel Novarese.

«Clandestino non è uguale a delinquente»
Saluzzo ha voluto subito sgombrare il campo: «Clandestino non è uguale a delinquente e italiano non è sinonimo di persona perbene. Il problema è che siamo di fronte a una situazione drammatica e impossibile da risolvere. Quindi ho fatto una scelta di cui sono pronto a rispondere se me ne chiederanno conto». La decisione riguarda gli stranieri in Italia: «Ho stabilito di accantonare i processi che riguardano l’articolo 6 della legge Turco-Napolitano, oggi Bossi-Fini [riguarda, tra l’altro, la mancata presentazione dei documenti, punibile con l’arresto ndr]: è un gioco dell’oca alla rincorsa di chi magari non è nemmeno più qui. Una sanzione ridicola a fronte di un processo è prevista anche per l’articolo 10 della Bossi Fini sul reato di clandestinità. Così non ho ritenuto di usare le risorse dell’ufficio per questi reati».

L’allarme sociale delle nuove famiglie di immigrati
Sono altri per il procuratore i delitti che meritano attenzione: «Assistiamo preoccupati al moltiplicarsi di violenze familiari, in forme che arrivano anche alla segregazione, da parte di stranieri nei confronti di coniugi o figli che vogliono “occidentalizzarsi”. Un caso è emerso in questi giorni: la vittima era stata addirittura ritirata da scuola da due anni». Il procuratore tiene a sottolineare che non è una questione etnica o di religione: «Non ci sono buoni e cattivi tra stranieri e italiani. Sappiamo - ha aggiunto amaro - quanto siamo avanti in Italia nella soluzione dei conflitti con eliminazione dell’altra persona e le denunce ci mostrano ogni giorno che cosa succede purtroppo nelle case degli italiani». La conclusione del procuratore punta sull’integrazione: «E’ necessaria una sorta di “prevenzione culturale”. Bisogna far comprendere che certi atteggiamenti qui non sono tollerati. Sulla clandestinità, invece, non ho ricette: gli strumenti penali non servono, quelli amministrativi come l’espulsione sono molto difficili da attuare».

Il tesoretto di Boldrini e Bindi

Libero

Cara poltrona: Boldrini e Bindi avranno a disposizione una montagna di euro


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Prima sorpresa del bilancio della Camera 2013 che Laura Boldrini ha appena dato alle stampe. C’è una riduzione di 50 milioni di euro della dotazione del ministero dell’Economia, come ha annunciato l’attuale presidente dell’assemblea di Montecitorio. Ma non un centesimo di quei 50 milioni viene dai tagli sventolati in questa legislatura: l’intera riduzione è dovuta a una decisione di inizio 2012 dell’ufficio di presidenza guidato da Gianfranco Fini.

L’abbiamo criticato tante volte su queste colonne, questo taglio ai costi della politica è invece merito suo da riconoscergli. Grazie a quella scelta vengono sfrondati numerosi capitoli di spesa della Camera dei deputati. Non tutti, perché c’è qualcuno che trova a sorpresa un tesoretto. E fra i pochi, svettano due donne. La prima è proprio il presidente della Camera, che per la prima volta si trova a disposizione un fondo dedicato di 250 mila euro (a cui potranno attingere anche i vicepresidenti se tocca loro) dentro un capitolo di nuova istituzione per le spese di cerimoniale.

L’altra donna fortunata è Rosy Bindi che si trova una dotazione di 300 mila euro contro i 165 mila euro precedenti per le spese di funzionamento della commissione bicamerale antimafia che fra mille polemiche è stata ora chiamata a guidare. Un aumento del tutto ingiustificato nel bilancio 2013 dell’assemblea di Montecitorio rispetto all’anno precedente: quest’anno la commissione antimafia non ha lavorato praticamente per 8 mesi, visto che non era nemmeno stato eletto il presidente. Nella migliore delle ipotesi lavorerà a novembre e dicembre e rispetto al 2012 non avrebbe dovuto spendere che il 10% della dotazione di allora, che invece è stata raddoppiata.

Non spenderà di sicuro quei soldi, ma la Bindi non li perderà: se li troverà come residui da utilizzare nel 2014 insieme alla nuova dotazione, che è già stata prevista (anche nel 2015) di 300 mila euro. La commissione antimafia per altro è la sola bicamerale insieme a quella di inchiesta sul ciclo dei rifiuti a vedersi aumentare la dotazione. Mentre per la Bindi però ci sono 135 mila euro in più, per le inchieste sui rifiuti si passa da 150 a 160 mila euro, con un incremento di appena 10 mila euro. Decimata invece la dotazione della bicamerale di inchiesta sugli errori in campo sanitario, che passa da 100 mila a 5 mila euro. Le spese extra (traduzioni e consulenze)  per tutte le bicamerali vengono ridotte da 275 mila a 190 mila euro. Quelle per le commissioni ordinarie, le giunte e i comitati scendono da 605 mila a 405 mila euro secondo la tendenza generale a ridurre i costi del Palazzo. Solo per la Bindi viene creato il tesoretto.

Anche la Boldrini in qualche modo va controtendenza. Prima di tutto perché le spese per il cerimoniale non solo non vengono tagliate nel complesso, ma in controtendenza passano da 710 mila a 740 mila euro, con un incremento di 30 mila euro. Le spese di rappresentanza in origine erano indistinte: 665 mila euro. Ora diventano 415 mila euro da dividersi fra personalità minori che rappresentano la Camera fuori dal palazzo, e di 250 mila euro per la Boldrini e chi eventualmente fosse chiamato a sostituirla. In più le spese di missione del cerimoniale salgono da 45 a 75 mila euro: si vede che ai nuovi vertici della Camera piace viaggiare fuori confine ancora più di quel che avveniva con Fini (che si capiva meglio:era stato ministro degli Esteri). 

La Boldrini però ci tiene molto all’immagine della Camera, e quindi su questi capitoli non ha fatto operare le forbici. Tanto è che una delle poche altre voci ad essere incrementata rispetto all’epoca di Fini è quella del capitolo sulle «spese per iniziative di comunicazione e informazione», che cresce da 3,545 a 3,87 milioni di euro. Un aumento di 335 mila euro anche in un anno in cui tutti tirano la cinghia. Rientrano nell’operazione di rafforzamento dell’immagine dell’istituzione anche le spese «per il potenziamento e il collegamento delle strutture di supporto del Parlamento nonché per il potenziamento delle attività di analisi di politica internazionale». E infatti crescono addirittura del 360,82% rispetto al 2012, passando da 125 mila euro a 576.020 euro.

di Franco Bechis

Germania: addio a Kadir Nurman, inventore del “doner kebab”

La Stampa

L’uomo, 80 anni, si è spento a Berlino. Nel 1972 si inventò il popolare cibo ormai diffuso in tutto il mondo



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Addio a Kadir Nurman, l’inventore del kebab, scomparso a Berlino. La morte a 80 anni del padre del popolare cibo da strada ormai diffuso in tutto il mondo è stata confermata oggi dall’Unione degli imprenditori turco-tedeschi (Tdu). La storia del kebab è iniziata nel 1972, quando Nurman, uno dei tanti turchi emigrati in Germania, ha aperto un chioschetto a Berlino vicino alla stazione della metropolitana dello Zoo. 

La sua intuizione è stata di riunire il concetto del panino al tradizionale sistema turco di cottura della carne su uno spiedo verticale rotante. E per farlo si è servito della pita, un pane piatto e morbido, che ha farcito con carne e verdura. Altri hanno poi rivendicato l’invenzione del kebab, ma il primato di Nurman, che non aveva brevettato la sua idea, è stato formalmente riconosciuto nel 2011 dall’Associazione dei produttori di doner kebab turchi. Solo in Germania vi sono oggi più di 16mila chioschi di kebab. E si stima che l’80% della carne e degli spiedi rotanti usati per i kebab di tutta Europa provengano dalla Germania.

Due monete, due realtà

La Stampa

yoani sanchez

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La signora conta le monete prima di uscire di casa: dispone di cinquantacinque centesimi in pesos convertibili. Sono l’equivalente di un’intera giornata lavorativa e occupano appena una piccola parte della sua tasca. Sa già che comprerà… le stesse cose di sempre. Ha denaro sufficiente per due quadretti di brodo concentrato al sapore di pollo e per una saponetta da bagno. In pratica, otto ore di lavoro le serviranno soltanto per dare sapore al riso e ottenere un po’ di schiuma nel bagno. La signora appartiene a una Cuba che ancora calcola i prezzi secondo la moneta nazionale, a quella parte di paese che non può contare su rimesse, privilegi, familiari all’estero, attività private ed entrate illegali. 

Proprio prima di raggiungere il negozio dove comprerà i suoi cubetti Maggi, si ferma a guardare gli avventori della caffetteria mentre bevono birra. Ogni lattina di quella bibita rinfrescante equivale a due giornate di lavoro. Tuttavia, il posto è pieno, affollato di coppie o di gruppi di uomini che parlano a voce alta, bevono, assaggiano spuntini. È l’altra Cuba, che maneggia moneta forte, dispone di parenti all’estero, manda avanti imprese private e può contare su entrate economiche illecite. L’abisso che passa tra queste due realtà e la loro separazione sono così evidenti che sembrano parlare senza toccarsi. Hanno paure e sogni completamente diversi. 

Quando questa settimana è stato annunciato l’inizio di un programma sperimentale per eliminare la dualità monetaria, i due paesi che compongono questa Isola hanno reagito in maniera diversa. La Cuba che vive soltanto del suo misero salario si è resa conto che finalmente si comincia a indicare una data per porre fine a un’ingiustizia. Sono coloro che non possono stampare una foto del giorno del loro compleanno, avvicinarsi a un taxi collettivo e non riescono neppure a immaginare di viaggiare da qualche parte.

Per loro, ogni processo di unificazione monetaria è foriero soltanto di speranze, perché non potrebbero vivere peggio di adesso. L’altro paese, che maneggia pesos convertibili, ha accolto la notizia con maggior cautela. A quanto sarà fissato il cambio con il dollaro o con l’euro? Quanto si svaluterà il potere di acquisto di coloro che oggi vivono meglio?. Tutte domande molto pragmatiche. 

In una società caratterizzata da abissi sociali sempre più insondabili e disuguaglianze economiche in rapida crescita, nessun provvedimento aiuta tutti, nessun cambiamento rende la vita migliore a ogni individuo. Vent’anni di schizofrenia monetaria hanno contribuito a creare due emisferi, due mondi. Dovremo vedere se un semplice cambiamento monetario potrà avvicinare le due dimensioni, quei due paesi che fanno parte della nostra realtà. Se un giorno la signora che mangia - quasi sempre - riso insaporito da cubetti di brodo concentrato, potrà finalmente sedere ai tavoli della caffetteria e chiedere una birra. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Teofilo III: “Spero di incontrare il Papa, anche se la sua figura ci divide”

La Stampa

alain elkann

Il patriarca di Gerusalemme


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Questo colloquio con il Patriarca Teofilo III ha avuto luogo all’Hotel King David di Gerusalemme: il primate della Chiesa ortodossa di Gerusalemme era con amici ebrei e arabi.
 
In che cosa consiste il suo ruolo di Patriarca?
«Il concetto di patriarca è associato alla storia sacra, la storia della redenzione che ha avuto inizio sul Monte Sinai e si è compiuta a Betlemme con la nascita di Gesù e la sua crocifissione a Gerusalemme. In altre parole la carica di patriarca deriva dalla storia sacra, il primo fu Abramo. Al popolo ebraico il ruolo del patriarca non è estraneo».

Qual è il motivo per cui i greci ortodossi hanno la custodia dei Luoghi Santi?
«Perché la cristianità ha avuto inizio a Gerusalemme. È stato sotto il dominio dell’Impero romano. I greci e l’impero romano furono lentamente evangelizzati dall’imperatore Costantino il Grande e la lingua franca divenne il greco. Per questo quando gli israeliani scavano per scoprire le loro radici scoprono le nostre, perché tutte le iscrizioni sono in greco. L’intero paesaggio del cosiddetto impero bizantino in origine era greco-romano e non bizantino. L’intero panorama del Medio Oriente è cambiato con la presenza araba. Quando arrivarono a Gerusalemme con Omar, il secondo successore del profeta Maometto nel 638 dopo Cristo, i Bizantini persero la battaglia e restò solo la chiesa e il Patriarca Sofronio leader spirituale ed etnico firmò un accordo con Omar».

E a che punto apparvero anche i cattolici?
«I cattolici e i protestanti qui apparvero più tardi, al momento della separazione, nel 1054».

Ci racconta che cosa accadde in quegli anni in Terra Santa?
«Tutto a un tratto i latini emersero come una chiesa distinta e rivendicarono la Terra Santa; arrivarono i crociati che s’impadronirono della Chiesa della Natività. Quando se ne andarono il Papa voleva mantenere una presenza ma poi ci sono stati gli arabi mamalucchi e ottomani. La prima presenza ufficiale risale al 14° secolo, con l’arrivo dell’ordine francescano. Ma i principali Luoghi santi rimasero sotto il controllo degli ortodossi». 

E ora i Luoghi santi sono ancora sotto il loro controllo?
«Sì, con l’avvento degli Ottomani i Luoghi Santi divennero di grande interesse diplomatico per la politica internazionale. Gli Ottomani erano maestri di diplomazia».

Cosa succede oggi?
«C’è una grande varietà. La situazione è complessa a causa di Gerusalemme e del Monte del Tempio».

Come sono i rapporti tra le diverse religioni?
«Sono eccellenti e c’è piena collaborazione, ma è un’alleanza, non un matrimonio».

Che cosa è successo quando Papa Benedetto XVI è venuto in visita a Gerusalemme?
«L’abbiamo accolto come un fratello, come un pellegrino. Abbiamo chiarito al Papa che noi vogliamo l’unità, ma non in termini amministrativi. In termini di unità di fede. Ma non penso che abbiamo la stessa fede. Noi non possiamo accettare il fatto che qualcuno abbia titolo per essere il Vicario di Cristo sulla Terra. A noi non va bene».

Chi è il Papa degli ortodossi?
«Cristo e i Patriarchi sono indipendenti».

Qual è la sua posizione nella difficile situazione tra palestinesi e israeliani?
«Come chiunque viva qui. Siamo una chiesa e quindi non intendiamo impegnarci in politica, ma non siamo indifferenti. Non discriminiamo nessuno. Siamo rispettati e la nostra missione da oltre 2000 anni è la convivenza, la riconciliazione, la pace. La cosa fondamentale è che si deve amare anche il proprio nemico. Come si può amare Dio, che è invisibile, e non amare il prossimo che si ha di fronte?».

Pensa che ci sarà la pace?
«Naturalmente dobbiamo essere ottimisti. Ogni essere umano ha subito traumi e ha bisogno di cura. Per avere una pace generale, è necessario prima avere la pace interiore». 

Quanti ortodossi vivono in Terra Santa?
«Nella regione ce ne sono circa 200 mila, siamo più o meno 200 sacerdoti e il Patriarca è il capo dell’Ordine monastico e pastore della comunità. Ma la chiesa ortodossa si sta riprendendo nei paesi ex comunisti».

Quanti pellegrini arrivano a Gerusalemme?
«Secondo le statistiche, la stragrande maggioranza è ortodossa. Molti di loro vengono dalla Russia, dall’Ucraina, dai Balcani».

Che cosa ne pensa del nuovo Papa Francesco?
«Spero di incontrarlo quando verrà a Gerusalemme. Ma è chiaro che l’unica differenza tra la chiesa cattolica e noi, è proprio la figura del Papa».


Traduzione di Carla Reschia

Il Monsignore che annulla i matrimoni Ogni anno alla Sacra Rota 1500 cause

Corriere della sera

Dall’aspirante suora ai traditori, le storie dei matrimoni saltati
Grande attesa, nei cinquecenteschi uffici di palazzo della Cancelleria a Roma forse di mano del Bramante: a fine gennaio primo discorso di papa Francesco per l’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana. Uno dei mondi più chiusi e potenti della macchina burocratica cattolica: approdano qui i ricorsi finali delle cause per il riconoscimento di nullità dei matrimoni religiosi di tutto il mondo, dopo il primo e il secondo grado nei tribunali diocesani locali.

Una Cassazione planetaria guidata dal Decano, monsignor Pio Vito Pinto, nominato da Benedetto XVI il 22 settembre 2012. Personaggio riservato, proprio per la delicatezza dell’incarico. È nota la sua significativa frase rivolta proprio a Benedetto XVI durante il discorso dell’apertura dell’Anno 2013, il 26 gennaio scorso: «La Rota Romana è chiamata a dare un contributo perché l’istituto matrimoniale resista al pericolo della perniciosa relativizzazione della disciplina canonica che offende l’integrità e l’unità cattolica del corpo di Cristo». Niente più annullamenti «facili», insomma. Proprio come chiese Ratzinger.


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Macchina complessa, la Rota Romana: diciannove prelati uditori di tutte le nazionalità, 270 avvocati rotali (laureati dopo un severo esame) sparsi nel mondo. Giorni fa monsignor Gerhard Ludwig Mueller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ricordando che «l’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati non è possibile» aveva ricordato che «una verifica della validità del matrimonio è importante e può portare a una soluzione dei problemi». Chiara allusione alla Rota Romana. Facile immaginare che Bergoglio chiederà più rapidità e trasparenza anche qui alla Cancelleria, come ha già fatto per molte realtà della Chiesa universale. Nel 2011 i matrimoni accertati come nulli dai Tribunali diocesani in prima e seconda istanza nel mondo sono stati 44.646. Solo negli Usa 21.325. In Italia 2515. Il ritmo italiano è costante: a fine 2011 le cause pendenti erano 5487 e le nuove presentate 2588.

Un ritmo di chiusura di 2500 cause l’anno nei tribunali diocesani. E poi la Rota Romana: 222 sentenze definite a fine 2012 con 1444 cause esaminate, 312 nuove arrivate e 1020 pendenti ad anno concluso. In Italia, in virtù del Concordato del 1984 (art. 8) le nozze cattoliche dichiarate nulle lo diventano (dopo la «delibazione», accettazione-trascrizione) per la Repubblica italiana. Spiega l’avvocato rotale Andrea Locatelli: «Ci si rivolge a un tribunale ecclesiastico per sciogliere un vincolo con efficacia dalla sua stessa origine e con un atto che renda il matrimonio come se non fosse mai stato contratto. Con tutte le conseguenze in sede sia ecclesiastica che civile, per esempio col venir meno dell’assegno di mantenimento eventualmente stabilito dal giudice civile». Se il matrimonio non c’è mai stato, non c’è assegno. A meno che nel frattempo non sia passata in giudicato una sentenza di divorzio civile.

I Tribunali ecclesiastici sono sempre frequentatissimi, nonostante il calo delle nozze religiose. Spiega l’avvocato Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione matrimonialisti civili: «La rete ha fatto scoprire a molti la possibilità di far riconoscere una condizione di nullità. I costi per un annullamento risultano più ridotti e persino il tempo di attesa. I processi italiani sono lunghissimi, uno ecclesiastico può durare solo un paio d’anni». La Conferenza Episcopale Italiana ha calmierato dal 2010 i costi: onorario minimo per un avvocato 1575 euro, massimo 2992. È previsto il patrocinio gratuito per i meno abbienti. Alla Rota Romana il 53% delle cause finali del 2012 sono state gratuite. Avverte Diego Sabatinelli, segretario della Lega per il Divorzio Breve: «Le tabelle si riferiscono al solo onorario dell’avvocato, sono escluse le spese vive: reperimento del materiale probatorio, consulenze, trasferte, consulti.

I costi aumentano per le cause innanzi al Tribunale della Rota Romana ed al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica». Ricorda però il reverendo Massimo del Pozzo, professore stabile di Diritto canonico e coordinatore della stessa facoltà alla Pontifica università della Santa Croce: «Una cosa dev’essere chiara: la nullità del vincolo matrimoniale non è la via cattolica al divorzio. Non bisogna strumentalizzare le cause di nullità. Alla base c’è forse una malintesa concezione pastoralista. Anche nell’insegnamento qui all’Università ripetiamo che un matrimonio fallito non è, e non può essere, automaticamente nullo. Bisogna vedere se esistono le condizioni oggettive della nullità».

Infine ci sono le motivazioni e le storie di nullità, spesso pittoresche. La ragazza avviata alla vita religiosa che resta incinta, chiede lumi al padre spirituale e si sposa: nozze nulle per la mancanza di libera scelta (sposata «per scrupolo di coscienza accompagnato da gravi ansie e tormenti interiori»). Nullo il matrimonio del carabiniere che fugge con una minorenne e poi viene costretto «con minacce di vario genere» a sposarsi. Nullità per le nozze del «convinto ecologista profondamente angosciato dal rischio ambientale che considerava un atto irresponsabile mettere al mondo figli».

Altre cause di nullità: «Eccessivo amore per il proprio lavoro, vissuto in una situazione di generica impreparazione nell’assunzione degli obblighi derivanti dal matrimonio», «disturbo misto dipendente-istrionico di personalità», «disturbo distimico di personalità associato a disturbi psicosessuali», «disturbo di personalità isterica con tratti narcisistici», «immaturità psico-affettiva associata a nevrosi di natura sessuale», «disturbo di dipendenza sessuale». In una sentenza il matrimonio (senza prole) è sciolto «per le profonde differenze caratteriali e la mancanza d’amore, confermata dall’attrazione nei confronti di un’altra donna» . Tematiche, come si vede, assai comuni...

27 ottobre 2013

Così si sfugge al Grande Fratello

La Stampa

vittorio sabadin


Dopo la rivelazione che il cellulare della Merkel è stato spiato, si riapre il dibattito sul diritto alla riservatezza. Dal telepass alle carte di credito fino all’uso dei social network, ecco come fare per evitare di essere intercettati



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Nico Sell è una di quelle ragazze che fino a qualche mese fa sarebbe sembrata paranoica, disposta persino a girare con un foglio di alluminio intorno alla testa per evitare che si potessero leggere i suoi pensieri. Quando esce, indossa sempre grandi occhiali da sole per non essere identificata se qualcuno la fotografa, e non è iscritta a Facebook, né cerca follower su Twitter. Ha invece creato negli Usa Wickr, un’applicazione che consente di comunicare in modo abbastanza sicuro. Ma non si fa illusioni: sa che ogni telefonata fatta e ogni mail inviata può essere intercettata. 

Quando parlava di queste cose con gli amici, Nico veniva presa in giro per le sue ossessioni. Ma ora che le rivelazioni sulla Nsa hanno mostrato quanto sia abituale e facile violare la privacy della gente, tutti le telefonano per dirle: «Avevi ragione». Secondo una ricerca del Pew Institute, il 37% delle persone è ancora convinto che sia possibile mantenere l’anonimato online, ma ogni vero esperto sa che non è vero. Nelle città ci sono ormai telecamere di sicurezza ovunque, quasi ogni oggetto contiene una tag Rfid (consente l’identificazione a radio frequenza), e ogni nostro movimento finisce in qualche database. 

Negli Stati Uniti, dopo lo scandalo della Nsa, gli hacker sono al lavoro per adottare contromisure, ma non è facile. Per riuscire a vivere una vita offline, fuori dalla portata dei radar di chi ci spia, occorrono anni di attenta preparazione. E bisogna anche fare i conti con la distruzione delle relazioni sociali, a meno che anche gli amici e i parenti siano disposti a loro volta ad abbandonare la vita digitale per la vecchia, anonima esistenza analogica. 

Prima di cominciare, bisogna scoprire dove si nasconde il nemico, cosa tutt’altro che semplice, visto che spesso assume le sembianze più innocue. Un esperto, noto online come Puking Monkey, ha fatto alcuni esperimenti con il proprio telepass, scoprendo che a New York non viene usato solo per pagare il pedaggio, ma anche per monitorare il traffico in tempo reale. Sparsi per la città, ci sono centinaia di rilevatori, che Monkey ha scoperto modificando il proprio apparecchio perché emettesse un muggito ogni volta che veniva rilevato. Davanti a Macy’s e a un sacco di altri punti di Manhattan, il telepass ha muggito. Avvolgerlo nella carta di alluminio quando non serve a entrare in autostrada è un buon sistema per neutralizzare i controlli. 

Ma non è solo questo il modo di sapere dove si trova la tua auto: il navigatore lo sa sempre, e persino gli pneumatici contengono una tag Rfid, piazzata dalle case produttrici in caso di richiamo dovuto a difetti, che può essere rilevata a 6 metri di distanza. Monkey ha provato a distruggerla con ripetuti flash di una macchina fotografica, cosa che pare funzioni. La cosa migliore, comunque, è guidare una vecchia auto: non ha il navigatore e ha targhe molto meno riflettenti di quelle moderne, che vengono lette all’ingresso delle zone a traffico limitato. 

Anche quando facciamo la spesa al supermercato riveliamo senza saperlo molte cose di noi stessi. La carta di fedeltà, che consente di avere sconti allettanti, sa chi siamo, dove abitiamo, quanti anni abbiamo e che cosa compriamo. Secondo Nico Sell, un supermercato è in grado di sapere se una donna è incinta prima che lei lo dica ai familiari, e probabilmente è vero. Il rimedio è rinunciare agli sconti e pagare sempre in contanti, o con carte anonime prepagate. Da evitare, per le stesse ragioni, anche le carte di credito e, poiché non si sa mai a che distanza operino i lettori di tag, qualcuno consiglia di munirsi di portafogli a prova di radio frequenze. 

Con gli amici le cose sono ancora più complesse. Bisogna rinunciare a Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram e a tutti i social network. A parte le cose che si rivelano agli altri, sono le foto che si postano ad essere le più pericolose per la propria privacy e per quella delle persone che ci circondano. Esistono algoritmi per il riconoscimento facciale e altri che identificano il luogo nel quale l’immagine è stata scattata. Le e-mail e le telefonate possono venire facilmente intercettate e bisogna sempre fare attenzione a quello che si scrive e si dice. Cancellare mail e sms non serve a niente, possono sempre essere recuperati. 

In casa si compiono azioni apparentemente innocue, come accendere la luce, che dicono a qualcuno che siamo arrivati e a che ora, e che rivelano persino quanta gente c’è e se stiamo preparando la cena. Nei vestiti e nelle magliette dell’armadio ci sono tag Rfid e c’è chi, per distruggerle, ha cominciato a mettere le t-shirt nel forno a micro-onde. Il nemico si nasconde anche nelle telecamere che ci sono negli smartphone, nei tablet o nei computer: non siamo i soli a poterle azionare. Nico Sell ricopre gli obiettivi con nastro isolante, e lo toglie quando li deve usare.

Ma si dice che persino all’interno di alcuni modelli di apparecchi tv ci siano telecamere che riprendono gli spettatori sul divano. Non finire nel database della Nsa è insomma molto complicato, e può sembrare l’equivalente della vita che facevano gli eremiti nel medioevo. Tornare agli inviti a cena inviati per posta e agli album di fotografie stampate è forse impossibile. Ma quando si usano le moderne tecnologie di comunicazione, bisogna essere ben consapevoli che ben poco di quello che ci diciamo o scriviamo resterà fra di noi.



10 cose da sapere sullo scandalo

La Stampa


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Non è semplice riuscire a seguire i continui sviluppi del caso Snowden. Cosa è emerso in quattro mesi di rivelazioni? Ecco 10 cose da sapere, con l’avvertenza che molti interrogativi per ora restano tali.

Cosa abbiamo scoperto che non sapevamo sull’attività dell’intelligence americana?
Per un decennio, dopo l’11 settembre 2001, la Nsa ha lavorato per ottenere accessi segreti alle comunicazioni che avvengono via Internet e raccogliere masse enormi di «metadati» sulle conversazioni telefoniche e gli scambi di mail (i metadati sono informazioni di base come mittente, destinatario, orario). La Nsa ha porte d’accesso riservate ai server di società come Google, Facebook, Apple, Yahoo ed è in grado di attingere a informazioni contenute sui principali smartphone: iPhone, Blackberry e quelli con il sistema Android. Le società coinvolte negano di aver permesso l’accesso diretto, ma sono vincolate dalla legge a non poter spiegare che dati hanno fornito. 

Significa che le «spie» americane leggono e ascoltano tutto?
No, significa che raccolgono masse di dati enormi da incrociare, alla ricerca di contatti e indizi che vengono ritenuti utili nella lotta al terrorismo o per altre finalità di sicurezza. In teoria, solo nel caso di sospetti reali la Nsa accede alle conversazioni o ai contenuti per esempio delle mail. 

Questo come si concilia con il telefono di Angela Merkel spiato, le intercettazioni che risultano eseguite in Francia o l’ascolto delle conversazioni dei diplomatici all’Onu o nelle ambasciate a Washington?
Non si concilia affatto: questa è l’area per ora più grigia di tutta la vicenda, perché sembra esulare da qualsiasi autorizzazione ricevuta dalla Nsa. Ieri lo «Spiegel» ha rivelato che il telefono della Merkel sarebbe sotto controllo da 10 anni: si tratta di un’attività che difficilmente la Casa Bianca può giustificare con esigenze di sicurezza nazionale.

Sulla base di quale mandato agisce l’intelligence americana?
Le disposizioni previste dal Patriot Act (la legge antiterrorismo post-11 settembre) e dal Foreign Intelligence Surveillance Act (la legge sullo spionaggio). Molte restrizioni su ciò che la Nsa può fare in America, risultano aggirate andando ad attingere ai dati all’estero, persino direttamente con filtri nei cavi a fibra ottica sottomarini dove passano il traffico web e le conversazioni internazionali.

È possibile quantificare i dati raccolti dalla Nsa?
I numeri sono enormi. In un documento riservato diffuso da Snowden si afferma che viene controllato l’1,6% del traffico quotidiano sul web. In Francia, in un solo mese, risultano essere state intercettate 70 milioni di telefonate. Forse l’unità di misura più significativa sono le liste dei contatti e degli «amici» che l’Nsa risulta prelevare dalle nostre agende online, dai profili Facebook, dalle liste di servizi di chat. In un solo giorno del 2012, secondo un altro documento, la Nsa risulta aver raccolto 444 mila liste di contatti da utenti di Yahoo, 105 mila da Hotmail, 82 mila da Facebook, 34 mila da Gmail e 23 mila da altri servizi.

Edward Snowden è una talpa o un eroe?
Sono entrambe definizioni «di parte» sull’esperto d’intelligence, fuggito con decine di migliaia di documenti classificati e ora rifugiato in Russia. Per i suoi sostenitori è un «whistleblower», una definizione che negli Usa è riservata a chi sfida il potere per svelare illegalità. Per i detrattori, è invece un traditore che potrebbe aver venduto segreti a russi o cinesi e si è arrogato il diritto di decidere cosa deve essere segreto e cosa no. Di sicuro per la giustizia Usa è un ladro: è stato incriminato per furto e violazione delle leggi sullo spionaggio.

Dove sono adesso i documenti di cui si è impossessato?
È un altro interrogativo irrisolto. Snowden ha detto di aver consegnato tutti i documenti in suo possesso a giugno a Hong Kong al giornalista/avvocato Glenn Greenwald del «Guardian» e alla regista di documentari Laura Poitras. Alcuni media hanno sollevato dubbi sul fatto che Snowden non abbia più accesso ai documenti, sostenendo che si trovino criptati sul web. Non è chiaro per quali canali alcuni documenti arrivino su testate come «Le Monde» o «Der Spiegel». Il «Guardian», prima di essere costretto dalle autorità britanniche a distruggere gli hard disk dove conservava i documenti, ha condiviso copie con gli americani «New York Times» e «ProPublica».

Chi decide modalità e tempi di pubblicazione dei documenti?
Non sembra esserci una regola fissa. Il «Washington Post», all’inizio della vicenda, ha fatto un passo indietro rispetto alle richieste che faceva Snowden in questo senso, ritenendo pericolosa la scelta di ciò che voleva far uscire. Il «Guardian» usa criteri diversi. Pochi giorni fa, per esempio, ha deciso che era il momento di pubblicare la notizia dei 35 capi di Stato spiati (legata a un documento della Nsa non certo nuovissimo: l’episodio risaliva all’ottobre 2006). 

Come comunica Snowden?
Attraverso mail criptate, lo stesso metodo che ha usato la prima volta per mettersi in contatto con i giornalisti per far sapere che voleva svelare segreti sull’attività della Nsa.

Che differenza c’è tra questo caso e quello Wikileaks o i celebri Pentagon Papers?
Il caso Snowden è più grave della diffusione di documenti riservati americani che Wikileaks realizzò nel 2010. In quel caso si trattava in larga parte di legittime comunicazioni riservate delle ambasciate Usa, la cui diffusione ha creato imbarazzi diplomatici ma non molto di più. Il Datagate sta facendo invece emergere una serie di profili di possibile incostituzionalità, anche se non è ancora chiaro se si tratti anche di azioni illegali. In questo assomiglia più ai Pentagon Papers, che negli anni ’70 svelarono la reale natura del coinvolgimento militare americano in Vietnam, su cui erano stati tenuti all’oscuro l’opinione pubblica e anche il Congresso. 

Il concorso che ci divide Hanno ancora senso le Miss?

Corriere della sera

di Anna Meldolesi


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Di solito la reginetta sorride, piange, ringrazia e poi scompare fino all’anno successivo. Quando un’altra reginetta sorriderà, piangerà e ringrazierà a sua volta. Stando così le cose, verrebbe da pensare che sia sciocco scaldarsi tanto, eppure Miss Italia resta un caso.

La disfida delle ragazze in costume da bagno è un anacronismo sessista? Oppure il vero scandalo è il neo-moralismo di chi voleva cancellarla dai palinsesti?

Il dibattito che ha accompagnato il trasloco dalla Rai alla 7, dove la manifestazione andrà in onda stasera, non è un’anomalia italiana. Era il 1968 quando duecento femministe contestarono per la prima volta Miss America. Non bruciarono i reggiseni, come vuole la vulgata, ma li gettarono nel «bidone della libertà» insieme a trucchi, tacchi, arricciacapelli. E incoronarono una pecora. Quarantacinque anni dopo l’audience è calata qui come oltreoceano, ma ci sono ancora eserciti di ragazze interessate ad agguantare la corona.

Studiose e studiosi delle trasformazioni della società esprimono giudizi contrastanti ma, tutto sommato, tendono a sdrammatizzare. Non è un caso che quattro interventi su sei, pubblicati dal New York Times alla vigilia dell’ultima finale ad Atlantic City, siano stati benevoli con il concorso di bellezza.

La sociologa Hilary Levey Friedman sostiene che, in tempi di disoccupazione e scarsa mobilità sociale, la gara rappresenti una buona occasione per le ragazze, ancor più che negli anni Cinquanta e Sessanta. Lo storico afroamericano Elwood Watson ricorda che sono passati 30 anni dalla prima Miss America di colore, che fece infuriare i suprematisti bianchi. Da allora il titolo ha aiutato un certo numero di afroamericane a farsi strada nel mondo dello spettacolo, del giornalismo, della politica persino. Quanto all’Italia, ci limitiamo a constatare che la prima Miss dalla pelle ambrata ha preceduto di 17 anni il primo ministro di colore. Il New York Times ha interpellato anche Nancy Redd, che è diventata Miss Virginia due settimane prima di laurearsi in storia delle donne ad Harvard. Ora fa la scrittrice e rompe tutti gli schemi.

«Sono un’afroamericana, femminista, favorevole al diritto di scelta sull’aborto e dovrete passare sul mio cadavere per togliermi il mascara».
Negli ultimi decenni sono cambiate molte cose anche a Miss Italia. Per esempio sono state abolite le misure delle ragazze, che non devono essere necessariamente nubili. Ma le concorrenti restano sospese tra il dovere di apparire sensuali e quello di sfoggiare sani valori. Una corona per due cliché, verrebbe da dire. Lo stereotipo dell’oggetto sessuale convive con quello di Cenerentola, e il primo non deve prevalere sul secondo. Va bene provocare, ma bisogna pur sempre rappresentare una nazione.

Magari le aspiranti miss dicono di divertirsi, ma c’è poco da ridere se si pensa al pubblico di ragazzine che guardano da casa identificandosi con questi modelli, nota la storica Blain Roberts. La sfilata può essere accompagnata da balletti e prove atletiche, le ragazze possono dichiarare di amare i viaggi, i gatti, la pace, possono addirittura scrivere sulle magliette «né nude né mute». Ma nessuna donna dagli 8 agli 80 anni crederà mai alla favola che ad essere premiata sia la bravura oltre alla bellezza.

Certo che, anche cancellando Miss Italia, resterebbero le pubblicità con le mamme casalinghe belle e sorridenti, e quelle in cui il corpo femminile serve a vendere la birra o il silicone sigillante. Se gareggiassero in conformismo e morbosità con Miss Italia, vincerebbero il confronto. Boicottare e censurare, in ogni caso, serve a poco: il concorso non ha più la centralità di un tempo nell’immaginario collettivo né può realisticamente tornare a conquistarla. Dovrà continuare a evolversi o rassegnarsi a tramontare. Meglio la seconda, secondo la scrittrice Courtney Martin che aspetta seduta sulla riva del fiume e scandisce il suo auspicio.
«Queste gare sono superate e restrittive come i vecchi corsetti, dovrebbero fare la stessa fine».

2 agosto, Mambro e Fioravanti: "Il mega risarcimento? E' prescritto"

Quotidiano.net

L’Avvocatura di Stato ha chiesto oltre un miliardo per la strage del 2 agosto. Gli avvocati della coppia: "Termini scaduti già da molti anni"

Bologna, 26 ottobre 2013.


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L’Avvocatura di Stato ha chiesto oltre un miliardo di risarcimento per la strage alla stazione di Bologna, ma loro non sono disposti a tirare fuori manco un euro. Perche’, sostengono, i termini per chiedere il risarcimento record e’ scaduto da anni. E perche’, particolare non secondario, quei soldi non li hanno e mai li avranno.

Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati per l’attentato del 2 agosto 1980, tramite i loro legali e con una lunga memoria difensiva, spiegano perché si oppongono alla richiesta avanzata dallo Stato nella causa civile. Secondo i calcoli fatti dall’avvocatura di Stato, circa 59 milioni sono dovuti come danno patrimoniale, mentre il grosso della cifra, un miliardo, rientra nel danno non patrimoniale.

La difesa di Mambro e Fioravanti si chiede perché l’amministrazione dello Stato “abbia aspettato 18 anni per far valere un diritto economico che si prescrive (al massimo) in dieci”. E “ancora e soprattutto quale sia lo scopo concreto, e prima ancora il senso, che si vuole perseguire con una richiesta risarcitoria di un miliardo e 59 milioni nei confronti di due soggetti da 25 anni nelle mani dello Stato, sia nell’essere che nell’avere”.

Nella memoria difensiva si fa presente infatti che Mambro e Fioravanti hanno entrambi un reddito che non supera di molto i 16 mila euro all’anno, e che non posseggono immobili, ne’ hanno depositi di denaro “che consentano una qualsivoglia solvenza”. Quindi, se anche dovessero essere condannati, i due, insieme, “in una vita intera, non riuscirebbero a mettere insieme neanche una millesima parte di quanto preteso”.

Senza dimenticare che le pretese dello Stato sono “tardivamente avanzate oltre che, quanto al danno non patrimoniale, genericamente individuate e sommariamente quantificate”. Infatti, visto che Mambro e Fioravanti sono stati condannati con sentenza definitiva della Cassazione il 23 novembre del 1995, la prescrizione di dieci anni per il diritto risarcitorio e’ scaduta il 23 novembre del 2005. A prescindere infatti dalla gravita’ del reato, ragionano i legali dei due ex terroristi neri, “gli ipotetici ‘debitori’ non possono soggiacere senza limiti di tempo ala incertezza del se gli ipotetici ‘creditori’ azioneranno mai il diritto”.

Inoltre Giusva Fioravanti e Francesca Mambro sono “un uomo e una donna liberi, rispettivamente dal 2009 e dal 2012. Perché aspettare che l’intero percorso espiativo penale fosse concluso per (ri)avviare la ruota giudiziale, questa volta civile?”. Mambro e Fioravanti, azzardano i legali, “dovrebbero rappresentare proprio quel fiore all’occhiello dell’articolo 27 della Carta costituzionale e del suo fine rieducativo della pena”. Per questo i loro avvocati chiedono che il giudice dichiari prescritto ogni diritto al risarcimento e che rigetti la richiesta dello Stato perché infondata.






Strage del 2 agosto, lo Stato chiede un miliardo di danni a Mambro e Fioravanti

Il resto del carlino


Grazie all'accellerazione impressa dal ministro Cancellieri, si è arrivati alla quantificazione del danno. Cifra che potrebbe salire con l'inserimento di richieste dei parenti delle vittime


Bologna, 9 ottobre 2013 - Una richiesta di risarcimento danni da oltre un miliardo di euro. E’ quella avanzata dall’Avvocatura di Stato nei confronti di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, i due neofascisti condannati in via definitiva per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

La presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell’Interno si erano costituiti nel procedimento penale, ma la ‘battaglia’ giudiziaria sulla strage prosegue ora con un nuovo capitolo: grazie all’accelerazione impressa dall’ex ministro dell’Interno sotto il Governo Monti, ed ex commissario del Comune di Bologna, Anna Maria Cancellieri (ora e’ Guardasigilli) si e’ arrivati alla quantificazione del danno causato dalla strage di cui chiedere conto a coloro che sono stati identificati dalla giustizia come gli autori materiali dell’attentato. E dunque alla causa civile.

Si parla dunque di un miliardo di euro per danni di immagine arrecati all’Italia, anche sul piano internazionale. A questa somma vanno aggiunti 59 milioni dovuti a spese materiali sostenute da strutture pubbliche per gli effetti dello scoppio della bomba, oltre alla rivalutazione degli interessi. Stabilita la cifra, via alla causa: la prima udienza al Tribunale di Bologna c’e’ stata lo scorso 19 settembre e si e’ conclusa con un nuovo appuntamento ad inizio 2014 quando ci sara’ un confronto sulle prove.

Lo Stato presenta dunque il ‘conto’ a Mambro e Fioravanti che hanno subito eccepito invocando la prescrizione per le contestazioni che gli sono mosse. Ma sia l’Avvocatura di Stato sia l’associazione dei parenti delle vittime con una serie di atti negli anni l’hanno evitata. Per chiedere i danni ci sono infatti 10 anni di tempo dalla sentenza definitiva, cioe’ dalla sentenza della Cassazione del 1995 sulla strage di Bologna. Ma gli avvocati dello Stato e dei parenti delle vittime hanno fatto in modo, con diffide e messe in mora, che il termine fosse spostato in avanti.

Mambro e Fioravanti, a quanto si e’ appreso, contestano anche la cifra del risarcimento richiesto: e’ considerata spropositata rispetto al loro patrimonio. Eppure, il conto potrebbe anche essere piu’ salato: nei prossimi giorni infatti, i parenti delle vittime potrebbero inserirsi nella causa, ora che il procedimento e’ aperto.

(fonte: Dire)

scritto da: Il Resto del Carlino Bologna

Mamma strappa i testicoli al figlio di 6 anni e li riattacca con la colla: «Ero furiosa»

Il Messaggero

di Federico Tagliacozzo


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Strappa i testicoli al figlio di sei anni e li riattacca con la colla. Una donna di 34 anni di San Antonio, Texas, è stata arrestata per aver procurato una ferita di quasi quattro centimetri allo scroto del suo bambino e per aver applicato della pasta adesiva industriale per riparare il taglio. Jennifer Marie Vargas, questo il nome della donna, era arrabbiata con suo figlio e in un raptus di follia ha quasi staccato i genitali del bambino.

La donna, dipendente civile nella base militare di Fort Sam Houston, è stata presa in custodia dall’Fbi, e rischia di finire in prigione per 10 anni. Il padre del bambino, arruolato nell’esercito Usa, era tornato a casa dal lavoro il 27 settembre scorso. Colpito dalle urla del bambino nella stanza al piano di sopra, e constatate le sue condizioni, lo ha portato di corsa al San Antonio Military Medical Center. I medici, sono stati costretti a somministrare al bambino un antidolorifico, prima di sottoporlo a un intervento chirurgico per suturare la ferita.

Dopo l’operazione, il piccolo è stato affidato alla custodia del padre. Vargas, interrogata dagli agenti, ha ammesso di aver afferrato con forza i testicoli di suo figlio tirandoli verso di sé con tutta la forza che aveva, provocando la grave lacerazione. La donna ha poi raccontato di aver pulito la ferita con dell’alcol e di aver applicato sulla parte della colla industriale. Gli agenti federali stanno facendo ricerche per scoprire se in famiglia si sono registrati in passato episodi di violenza domestica negli altri stati in cui ha vissuto. “E’ la prima volta che abbiamo a che fare con questa famiglia”, ha dichiarato allo Houston Chronicle Mary Walker, portavoce del Child Potective Services, Agenzia federale di protezione dell’infanzia.


Sabato 26 Ottobre 2013 - 11:34
Ultimo aggiornamento: 12:39

Caccia al re delle cybertruffe: è romeno e l'Fbi lo cerca da tre anni

Il Messaggero

di Laura Bogliolo


E' il re delle truffe su eBay nel settore della vendita delle auto. E' ricercato dall'Fbi che ha diffuso la sua foto sul web e stampato migliaia di manifesti in ogni città americana. Si chiama Nicolae Popescu, è romeno, ed è riuscito a portarsi a casa oltre tre milioni di dollari. L'accusa per Popescu è quella di essere alla guida di una banda di cybercriminali che per mesi ha pubblicato su eBay centinaia di annunci dove proponevano “l'affare” vendendo auto di lusso a basso costo.


CatturaLe sei persone che compongono la banda vengono descritte dall'Fbi come “maestri dell'illusione”. Riciclaggio di denaro e frode è l'accusa per loro. “Sono riusciti a deviare sui propri conti molti soldi strappati alle vittime con l'inganno per alimentare i loro avidi desideri” ha detto il vicedirettore dell'FBI , George Venizelos. False identità, siti web fasulli e certificati di compra-vendita contraffatti le armi usate per rendere il sistema di frode più convincente. Le auto vendute avevano un costo che variava dai 10mila ai 40mila euro.

Wanted dall'Fbi. "Con l'aiuto delle forze dell'ordine anche di altri Paesi li porteremo davanti alla giustizia” ha aggiunto Venizelos. Massima la collaborazione di eBay per cercare di incastrare i cyber-truffatori: “Abbiamo collaborato con le forze dell'ordine per offrire l'identikit dei truffatori che hanno usato un marchio affidabile come eBay per attrarre i consumatori su siti fasulli incastrandoli in transazioni fraudolente”. In una conversazione registrata dall'Fbi Popescu mentre si vantava: “Le autorità statunitensi non mi prenderanno mai”. Dopo aver contattato i clienti i truffatori inviano mail false per pagamenti attraverso PayPal e altri servizi di pagamento online.

Popescu era già stato arrestato nel 2010 sempre per truffa informatica. Venne rilasciato poco dopo e sul web scattò subito l'allarme: “Attenzione, il re delle truffe online è di nuovo libero, aiutateci a trovarlo”. La caccia continua.


Messaggero TV

Caccia al re della cybertruffa, è romeno e l'Fbi lo cerca da anni


laura.bogliolo@ilmessaggero.it
Blog: Daily web

Sabato 26 Ottobre 2013 - 15:08
Ultimo aggiornamento: 17:57

Rjukan, il villaggio norvegese baciato per la prima volta dal sole grazie a tre enormi specchi

Il Messaggero

Una stretta vallata condanna da oltre cento anni alle "tenebre" la cittadina norvegese di Rjukan.


 CatturaOra, grazie a un progetto che sembra affondare le sue origini nella Magna Grecia o nelle nebbie del Medioevo ma che invece contiene in sé quanto di meglio la tecnologia del settore ha prodotto, questo suggestivo villaggio situato nel Hardangervidda National Park è stato finalmente baciato dai raggi solari.

Tremilacinquecento abitanti a circa 80 km dalla capitale Oslo, Rjukan è letteralmente sprofondata in una vallata circondata da alti rilievi che impediscono al sole di penetrare fino al centro abitato per sei mesi all'anno. Con il nuovo impianto fornito di giganteschi specchi il problema della mancanza cronica di insolazione sarà risolto e gli abitanti potranno finalmente spegnere la luce elettrica nelle loro case. Secondo il progetto, non molto dissimile da quello che in Italia ha consentito al comune di Viganella, in Piemonte, di battere l'oscurità perenne, tre maxi specchi (eliostati) rettangolari per un totale di 500 metri quadri, installati sulle montagne circostanti, dirigeranno i raggi solari verso la cittadina e in particolare verso la piazza centrale, modificando la loro posizione, e quindi l'angolazione con la quale catturano i raggi, a seconda delle ore della giornata.

Martin Andersen, un artista locale che ha portato avanti il progetto, ha detto che l'idea è nata proprio perchè gli abitanti di Rjukan non avevano mai avuto un luogo dove riunirsi e prendere un pò di sole, senza contare che i bambini della città continuavano ad essere pallidi e privi delle vitamine che una corretta esposizione al sole regala. Il progetto non è stato nemmeno troppo costoso: poco più di 500 mila euro, suddivisi tra la Norsk Hydro (la centrale elettrica pubblica), il comune e Koro, un ente artistico pubblico norvegese. Andersen ha spiegato alla stampa che ha cercato di realizzare un sogno che coltivava da tempo e che ha sottoposto il progetto anche alla Norsk Hydro, che vi si è subito impegnata, essendo stato «il motore fondativo» della città nel 1905.

La sua visionarietà gli ha fatto scorgere in mezzo all'oscurità una piazza finalmente luogo di incontro, con una zona riservata ad una pista di pattinaggio e forse, nelle stagioni più miti, qualche tavolino all'aperto.Gli specchi sono stati testati il 18 ottobre e diverranno pienamente operativi dopo l'inaugurazione del 31. Per Andersen - come il suo omonimo, un immaginatore di fiabe - sarà la realizzazione «di un posto magico, con una atmosfera magica e che farà la gente un pò più felice».


Norvegia, il sole illumina per la prima volta il villaggio di Rjukan grazie a tre enormi specchi (foto Epa) 

Google e il mistero dell'hunger n. 3 data center galleggeranno nell'oceano?

Il Messaggero

C'è un misterioso hunger nella baia di San Francisco che potrebbe rivoluzionare la storia del web. Si parla di server, dell'enorme energia che consumano e della necessità di raffreddarli.


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Google sta progettando delle chiatte dove custodire i propri data center nell'oceano? A chiederselo è Cnet. Per capire la portata della notizia (non ancora confermata) si può pensare a quel 2% del consumo totale dell'energia elettrica degli Stati Uniti che negli ultimi anni è stata “mangiata” dai Data Center, i centri di raccolta dati dei colossi del web, di Google Yahoo, Facebook, quei centri che raccolgono miliardi in formazioni e hanno sollevato tanto l'attenzione dell'Nsa, la National Security Agency al centro dello scandalo Data Gate.

Oppure si può pensare a come una nave in acque internazionali contenente miliardi di dati non può essere sottoposta alle legge sulla sicurezza degli Usa, quelle norme che hanno portato l'Nsa a richiedere informazioni ai giganti del web. Si parla di un brevetto della durata di cinque anni per costruire basi off-shore dove contenere i data center.

CNET ipotizza che Big-G sia in qualche modo collegato con il misterioso edificio numero 3 di Treasure Island nella baia di San Francisco. Un edificio che sembra essere la base per una chiatta per ospitare un data center galleggiante. Due settimane fa, intanto, un edificio molto simile è stato rimorchiato su una chiatta nel porto di Portland, nel Maine. Mercoledì scorso, il Portland Herald ha ipotizzato che la chiatta possa avere qualcosa a che fare con il brevetto di un data center galleggiante.

Il brevetto di Google presentato nel 2008 descrive un data center su una nave perennemente alimentato da correnti oceaniche: utilizza l'acqua del mare per raffreddare i server. Secondo Daniel Terdiman di Cnet “le impronte digitali di Google sono dappertutto”. La zona è stata posta sotto un alto livello di sorveglianza, ma sono proprio le immagine satellitari offerte da Google a svelare qualcosa.

Jonathan Koomey, ricercatore di Stanford ed esperto in data center, afferma sia tutto possibile: il problema dell'acqua salata come fonte di raffreddamento sarebbe superabile facilmente. L'hunger è posto sotto una ferrea sorveglianza. Come racconta il reporter di Cnet all'entrata un cartello intima: “State entrando in un edificio sicuro. Si prega di lasciare smart phone, telefono cellulare con fotocamera, videocamera, e o altri dispositivi audio / video”.


laura.bogliolo@ilmessaggero.it

Sabato 26 Ottobre 2013 - 16:01
Ultimo aggiornamento: 18:00

Privacy, Google e Facebook vs Europa: chi vincerà?

Corriere della sera

di Marta Serafini


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Per il Financial Times si tratta di una vittoria di Google e Facebook. Il premier britannico David Cameron ha infatti proposto al vertice europeo di ieri di far slittare al 2015 l’iter legislativo sulla “data protection” unica europea (proposta a gennaio 2012). Il tutto mentre si infiamma la polemica sul Datagate e sulle rivelazioni di Snowden.
«Tagliare la burocrazia Ue» è stato l’accattivante titolo dell’offensiva ultraliberale di Cameron. Così mentre nel giorno in cui si dovrebbe accelerare l’avvio del mercato unico digitale, che si fonda sulla fiducia dei cittadini sulla privacy dei loro dati personali (da quelli delle carte di credito alle scelte d’acquisto), rischia di allontanarsi il “diritto all’oblio” degli europei e il diritto che i loro dati verranno trattati secondo leggi europee e non esposti alle intercettazioni ammesse da segrete leggi americane.

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Cameron dunque dice di aver avanzato la proposta per semplificare la burocrazia europea. Ma per il FT la mossa ha dato un notevole vantaggio alle tech companies statunitensi che possono avvantaggiarsi migliorando le loro policy evitando di trovarsi esposte a multe qualora venissero approvate leggi più restrittive. L’obiettivo di Google e Facebook è che la nuova norma preveda sanzioni meno severe in caso di violazioni. Insomma, come spiegato anche da Bruce Schneier sull’Atlantic è in corso una lotta per il controllo della rete, nella quale il datagate e le attività di spionaggio sarebbero solo la punta dell’iceberg. Resta da vedere chi avrà la meglio. Quello che è certo che per il momento le grandi star della Silicon Valley sono in vantaggio.

La cittadella dei matti a Mombello Viaggio nel manicomio fantasma

Corriere della sera

I padiglioni che fino alla legge Basaglia ospitavano centinaia di pazienti ora sono preda di writer, vandali e tossici


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L’ex manicomio di Mombello (foto Roby Bettolini)

Di pazzesco, nel vecchio manicomio di Mombello a Limbiate, è rimasto solo lo stato di degrado. I padiglioni che fino alla legge Basaglia del 1978 ospitavano centinaia di pazienti sono diventati anno dopo anno preda di writer, vandali e tossici, oltre che di curiosi, fotografi e video maker in cerca di location suggestive. Il reportage fotografico di Roby Bettolini testimonia la situazione di abbandono trentennale in cui si trovano gli oltre 40 mila metri quadrati di stanze, celle e corridoi della struttura sanitaria.

 DALL’OTTOCENTO - La costruzione risale al 1872, realizzata accanto alla settecentesca Villa Crivelli – Pusterla, la tenuta scelta da Napoleone per proclamare la Repubblica Cisalpina, e tutte due fanno parte di un lotto di circa un milione di metri quadrati fra campi, capannoni e padiglioni a Nord di Limbiate. Il Villaggio Mombello, appunto. Al massimo della capienza, è arrivato a ospitare oltre 3 mila pazienti, fra i quali ci fu anche il figlio illegittimo di Mussolini, Benito Albino, morto internato nel 1942. A separare il manicomio dal resto del mondo ci pensava un muro di cinta alto due metri e lungo tre chilometri.

«DI LA’ DEL MUR» - I vecchi del posto, per calmare i bambini irrequieti, dicevano: «Se non fai il bravo, ti porto de là del mur». Ogni tanto qualche paziente lo scavalcava per scappare. Oggi, invece, lo scavalcano per entrare: gite col brivido, cunicoli pericolanti foderati di amianto, incendi e rifiuti. Dentro era organizzato come una cittadella: uffici amministrativi, panificio, lavanderia, un teatro e persino a una piccola ferrovia per trasportare le merci.

Ex manicomio di Mombello a Limbiate
 

DIVISO IN TRE - Un vero microcosmo, la cui proprietà oggi è divisa in tre: l’azienda ospedaliera Salvini, proprietaria del manicomio vero e proprio, la Asl e la Provincia di Monza, che da Milano ha ereditato Villa Crivelli, oggi occupata dall’istituto statale agrario Castiglioni. La causa che negli anni ha provocato lo stallo e il degrado è la destinazione urbanistica socio - sanitaria dell’area. Di fatto, impedisce la costruzione di nuove residenze e ciò rende poco appetibile la zona sul mercato immobiliare. La direzione del Salvini ha premuto, e preme, per una modifica, ma il sindaco di Limbiate, Raffaele De Luca, ha compattato sinistra e destra e nel nuovo Pgt saranno consentiti solo servizi (casa di riposo o polo universitario) senza aumenti di volumetrie.

GINEPRAIO - A questo ostacolo si aggiunge poi una confusione di fondo provocata dalla nutrita e stratificata presenza di associazioni, gruppi ed enti: Avis, Sommozzatori della terra, un centro diurno ergoterapico e una casa di riposo, solo per fare qualche esempio. Nel tempo hanno preso possesso delle strutture messe meglio e adesso la Provincia di Monza, che a sua volta sull’area dell’ex manicomio ha allestito l’ufficio Sport e Tempo libero, sta tentando di mettere ordine nella selva di comodati e affitti. Dagli uffici, però, fanno sapere che «è un lavoro da matti».

26 ottobre 2013