martedì 29 ottobre 2013

Il primo ministro indiano non ha paura della Nsa

Corriere della sera

di Marta Serafini


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Il Datagate gli fa un baffo e la Nsa non sa nemmeno cosa sia. Già, perché il primo ministro indiano, Manmohan Singh, 81 anni non possiede né un telefonino né un indirizzo di email personale. In questo modo dunque non può essere spiato e intercettato.

Così se, secondo indiscrezioni il Guardian, l’Agenzia di sicurezza americana (National security agency) ha ricevuto da funzionari dell’amministrazione americana i numeri di telefono di 35 leader mondiali, che sono stati poi messi sotto controllo, la questione non riguarda minimamente Mr Singh. A confermarlo è l’angezia Afp che riporta come alla domanda di un giornalista che chiedeva se il primo ministro indiano potrebbe essere tra i leader intercettati dalla Nsa, un portavoce ha risposto: “Il primo ministro non utilizza né il cellulare né ha una casella di posta elettronica. Non abbiamo motivo di essere preoccupati”.

Un rimedio semplice ma efficace, dunque. Chiaramente ci sarà chi usa la tecnologia al posto suo. Ma non c’è da escludere che anche altri leader adottino questo sistema. Colpisce poi che la strategia sia adottata dal leader di un paese che il secondo mercato al mondo per numero di smartphone venduti, dopo la Cina, con un mercato da 6.75 miliardi di dollari.

Che il primo ministro indiano abbia capito tutto prima degli altri?
Twitter @martaserafini

Cellulari senza copertura e niente internet E il sindaco protesta mandando segnali di fumo

Corriere della sera

A Nughedu, in provincia di Oristano, il primo cittadino è sceso in piazza contro il «digital divide»

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Nessuna copertura per fare una telefonata con il cellulare. Niente wireless o adsl per mandare un email o usare WhatsApp. Per gli abitanti di Nughedu Santa Vittoria, paese della provincia di Oristano di poco più di 500 anime, comunicare è possibile solo attraverso i telefoni fissi. E’ per questo che Francesco Mura, sindaco della cittadina sarda, dopo innumerevoli appelli caduti nel vuoto, ha deciso di inscenare una singolare protesta. E’ sceso in piazza e, davanti alla chiesa di San Giacomo, ha acceso un falò. Iniziando a mandare «segnali di fumo».

DIGITAL DIVIDE - Comunicare «come gli indiani». Per fare arrivare «lontano» la protesta contro il «digital divide» che blocca lo «sviluppo del suo paese». Perché, si è chiesto il primo cittadino, «quale imprenditore sceglierebbe di aprire una qualsiasi attività commerciale senza potere accedere a internet?».

29 ottobre 2013

Il Crozza immobiliarista non ride: che stangata con l'Imu

Libero

Il comico gestisce con la moglie 7 fabbricati e due agenzie. Per questo attacca spesso la tassa sulla casa...


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Per cantare il dramma dell’Imu una volta si è travestito da Robin Hood, un’altra ancora da Adele, e ha cantato «Monti, quanto fa questa cavolo di Imu?». Per Maurizio Crozza la tassa sulla casa è un’ossessione. Tanto da essere diventato il tema più ripetuto nei suoi sketch. Ha ironizzato su Brunetta-Berlusconi e l’Imu, ma ha preso di mira oltre a Monti anche  Letta con la sua nuova Trise, al grido di “Paga le tasse Tasi”. È un tema comico sicuro. Ma c’è anche una seconda ragione meno evidente: la stangata sulla casa fa male e non poco anche alla famiglia Crozza. Perché il suo primo lavoro è certamente fare ridere.

Ma il comico genovese ha anche una seconda attività meno nota e gestita in coppia con la consorte, Carla Signoris: quella dell’immobiliarista. Marito e moglie hanno intestati 7 fabbricati. Quelli di lui sono a Santo Stefano D’Aveto:  una casa da 8,5 vani e un garage da 41 mq. Quelle intestate alla signora sono invece  a Genova: tre case con in tutto 24 vani, un garage da 26 mq e un magazzino da 103 mq. Ma oltre alle proprietà intestate alle persone fisiche i Crozza hanno due immobiliari,  a loro volta  intestatarie di appartamenti e negozi a Genova. Ovvio che siano  sensibili alle stangate Imu e Trise.

La prima immobiliare di Crozza si chiama Castelli srl, ed è stata costituita a metà con un vecchio amico ligure: il geometra Fabrizio Pollicino, erede della omonima impresa edile fondata nel 1959 da papà Gioacchino. Non proprio una gallina dalle uova d’oro. La società si è già mangiata una volta il capitale per le perdite che avevano superato i centomila euro e ha dovuto bussare alla porta dei soci per restare in vita. Non ha proprietà dirette, ma due contratti di leasing immobiliare che alla fine prevedono il riscatto dei rispettivi immobili. Crozza e Pollicino li hanno affittati e  le cose non sono andate a meraviglia. Uno degli inquilini (presumibilmente un commerciante) per colpa della crisi  non è riuscito ad onorare il proprio contratto di locazione a 1.020 euro mensili più Iva.

Così alla fine dell’anno fiscale dell’ultimo bilancio della Castelli srl risultavano (così la relazione al bilancio) «impagati canoni per un importo complessivo di 23.382 euro». Scrivono gli amministratori (Crozza e Pollicino): «La controparte morosa ha consegnato nelle mani degli amministratori una cambiale per 12 mila euro (non ancora portata all’incasso) a garanzia dei futuri pagamenti. La restante parte di credito viene portata a perdita sui crediti». Nella sostanza: si rinuncia perché  si sa di non poterli riscuotere a 11.382 euro, ma si metterà all’incasso la cambiale da 12 mila euro firmata dallo sventurato.

Era di Pollicino anche la seconda immobiliare oggi di Crozza: la Eli.ga. snc. Per averla il comico genovese nel  2010 ha rilevato dalla socia di Pollicino, Maria Luisa Casciscia, la metà del capitale sociale pagandola 410 mila euro con due assegni della Banca popolare di Vicenza-filiale di Genova (uno da 160 e uno da 250 mila euro). Il 27 febbraio di quest’anno ha rilevato con la moglie da Pollicino anche il restante 50% per 480 mila euro (due assegni della Pop Vicenza da 384 e da 96 mila euro). Il boccone in pancia alla nuova società evidentemente valeva la pena: tre negozi nella centrale via Brigata Liguria.  A uno di quei civici (probabilmente come affittuario) c’è anche uno dei locali di tendenza di Genova: la risto-pizzeria Briciole.

di Franco Bechis

Gli 007 avvertono gli italiani: "Siete intercettati 100 volte di più dalla vostra magistratura"

Libero

Secondo la National Security Agency le autorità giudiziarie europee sono più attive delle agenzie di intelligence americane


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"Se vivi in Italia hai 100 volte più probabilità di essere spiato dal tuo governo". Mentre il Datagate tiene banco sui principali organi d'informazioni del Belpaese con la notizia che 46 milioni di nostre telefonate sarebbero state spiate in un solo mese dalla National Security Agency dagli Stati Uniti arriva la frecciatina degli americani. "Se vivi in Italia hai 100 volte più probabilità di essere spiato dal tuo governo", ha detto Stewart Baker, ex general counsel della Nsa, alla Commissione Giustizia della Camera: "Secondo i dati del Max Planck Institute", rivela Baker, lo stesso vale se vivi in Olanda. "Del 30 o 50 se sei francese o tedesco". Questi dati, ha spiegato Beker, si riferiscono alle intercettazioni delle autorità giudiziarie europee, più attive delle agenzie di intelligence americane.

Graffiti, ci mancava solo lo spray indelebile

Corriere della sera

di Maurizio Carmignani, comitato MilanoMuriPuliti


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Rischiamo la sindrome del cormorano imbrattato. Avete presente l’immagine del  povero volatile sulla spiaggia  completamente ricoperto di catrame  e che solitamente viene pubblicata in occasione di affondamenti di petroliere? Ci siamo quasi.Con gli spray al catrame utilizzati dai vandali con il puro scopo di incrementare il già alto stato di tensione in strada  dovuto ai “normali” imbrattamenti ci sentiamo perduti.

Già  le tag alla vernice che vediamo ovunque sono per noi sinonimo di danno esistenziale di lunga durata e che rovina la nostra qualità di vita. Non sono cartelloni pubblicitari,non sono manifesti elettorali che sappiamo che in capo a qualche tempo spariscono o i cui autori sono identificabili.Qui siamo di fronte a ignoti che ci sporcano tutto con le loro firme  ,vantandosi in Internet  e sapendo di farla franca (o quasi, perché l’anonimato in rete non è mai garantito…)

Sono vandali,non sono certo i soggetti che cercano spazi per esprimere la loro -eventuale- arte. Mentre però le tag ,bene o male,sono cancellabili, ricoprendole o con la vernice di fondo o con gel che le emulsiona oppure con mezzi meccanici,avvertiamo gli imbrattamenti al catrame come sinonimo di danno eterno. Irrimediabile. A questo punto il reato è ben più grave dell’imbrattamento.Vista la difficoltà di cancellazione del catrame, si tratta di un vero e proprio danneggiamento che deteriora  e provoca una reale menomazione di cose mobili e immobili.

Come comportarci  di fronte a questa nuova piaga? Continuare a chiudere gli occhi? Continuare a passeggiare in città,percorrere allegramente le nuove piste ciclabili ammirando l’ambiente e convincendoci che “tre o quattro scritte” non sono poi un problema? Non c’è più quasi una casa che non sia imbrattata e ora il danno degli spray al catrame si aggiunge ai precedenti ,un danno che i vandali sanno benissimo che potrà essere cancellato  assai difficilmente perché costoso.

Proprio in periodi di crisi economica, quando tutti dicono che ci sono problemi ben più gravi,tale danno dovrebbe essere considerato in tutta la sua gravità perché ,se non arginato,provocherebbe in breve la completa rovina estetica della città.Un danno enorme anche per l’immagine e il turismo. Continuare comunque , e rapidamente, a pulire sì; ma in questo caso l’ultima spiaggia dovrebbe essere la presa di coscienza della necessità di potenziare la lotta al graffitismo selvaggio.
Un’ultima spiaggia, senza catrame.



Muri imbrattati dallo spray che non si cancella

Corriere della sera


In aumento le tag al catrame soprattutto su bar e negozi. Le bombolette si comprano a 4/5 euro


Ormai è guerra continua. Da un parte le forze dell’ordine a scovare «graffitari». Dall’altra gli «artisti del murales», come si definiscono loro, che non demordono. Anzi, si inventano tecniche sempre più sofisticate per rendere la vita dura ai cittadini, in perenne esasperazione per il fenomeno. Da un paio di mesi, sono comparse, soprattutto nella zona tra piazzale Bacone e Città Studi, delle tag al catrame. Tecnica nuova di imbrattamento usata per la prima volta in Italia, a Milano. In Europa erano già state osservate dagli addetti ai lavori delle scritte al catrame nel sud della Francia, soprattutto a Marsiglia e in alcune città della Germania, dove è stato anche messo a punto un mini kit per la loro pulitura.


Lo spray al catrame, che normalmente si usa nel settore edile per rendere impermeabili superfici come tetti o isolare i contatti elettrici a bordo di navi, non è facile da togliere. «Questa tecnica - spiega Fabiola Minoletti, studiosa del writing vandalico - è molto più deleteria. A differenza della vernice, il catrame impiega molto tempo ad asciugare o addirittura non asciuga e quindi può sporcare tutto quello con cui entra in contatto. L’aspetto particolare è che spesso queste tag sono state fatte proprio su muri di bar o ristoranti con posti a sedere all’esterno».

E, inevitabilmente, ci sono stati esercenti che si sono dovuti attivare velocemente per ripulirle ed evitare così danni ai vestiti dei clienti. Ne sa qualcosa il titolare del «Pacino Cafè» di piazzale Bacone 9. «È stato quasi impossibile eliminare le scritte completamente. Ammoniaca, sgrassatore, ma resta sempre un alone. E poi se ci si appoggia, ci si sporca, perché il catrame non si asciuga mai, anche dopo una settimana».

Infatti, secondo gli esperti, la rimozione di queste nuove tag risulta più complessa. Richiede un primo intervento con carta assorbente, poi un successivo tamponamento con prodotti del tipo trielina e infine una copertura con una pittura adeguata o rimozione dei residui attraverso idro-pulitrici sulle superfici tipo marmo. Ciò implica un aumento dei costi. E, non avendole mai rimosse, gli esperti non sono ancora in grado di quantificarli.

Il comitato Abruzzi Piccinni ha osservato che tra via Vitruvio e Città Studi, la presenza di tag al catrame, sono in continuo aumento. E i writer che utilizzano tali tecnica sono: Zoor, Daro, Salpe, Unto, Shag e Rumba/Rumbito. Tutti membri della crew Boa-Pst che si muovono proprio in questa zona. Vista la invasività della tecnica di imbrattamento utilizzata da tale crew, il comitato Abruzzi Piccinni lancia un allarme:

«Questi writer devono essere tenuti d’occhio dal nucleo della polizia locale preposto al contrasto del fenomeno». «La realizzazione di tag con il catrame - spiega Minoletti - è una manifestazione concreta di come il fenomeno del writing vandalico abbandonato a se stesso tende a espandersi verso forme sempre più estreme, sia per la ricerca di nuovi obiettivi, sia per la ricerca di nuove tecniche di imbrattamento». Dopo le tag fatte con il rullo, gli estintori, il graffiamento delle superfici (scratching), l’acido fluoridrico (etching) è arrivata la tag al catrame.

28 ottobre 2013

Mio lo scontrino del wc pubblico? Mi sembra impossibile»

Corriere della sera

Thomas Casadei (Pd): «Sarà un errore»

BOLOGNA


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Ma davvero in più occasioni si è fatto rimborsare dalla Regione i ticket di ingresso nei wc?
«Si riferisce a me?», risponde Thomas Casadei, consigliere regionale del Pd, forlivese, alla prima legislatura.

Sì, a quanto pare è stato lei a inserire nella nota spese del gruppo Pd alcuni biglietti da 70 cents per l’utilizzo del bagno pubblico a Parma.
«Mi sembra impossibile. Non mi pare proprio di avere utilizzato questa formula. Resto di stucco. L’unica spiegazione è che quelle ricevute possano essere finite nel mucchio. Una svista, insomma».

Lei è un pendolare...
«A volte viaggio in treno, certo. Mi sembra possibile che io abbia presentato un riscontro del genere. Ecco perché dico che forse quelle ricevute possano essere finite lì per sbaglio».

Eppure questo risulta. Wc a parte, in questi anni sembra proprio che abbiate esagerato con le spese. «Abbiamo un regolamento interno che prevede l’uso dei fondi e a questo ci siamo attenuti. Certo, se c’è stato un utilizzo scorretto di questi soldi dovrà emergere».

1Lei non ha mai notato spese sopra le righe? «Non direi proprio».

Eppure è emerso che il vostro capogruppo, Marco Monari, ha speso 30 mila euro di cene in 19 mesi.
«Monari? Non ne so niente e non mi permetto di intervenire».

Ma se voi consiglieri vi trovavate fuori la sera e dovevate andare a cena chi pagava?
«C’è un’indagine e va rispettato il lavoro dei pm. La questione fondamentale è capire se il denaro è stato usato per attività di rappresentanza legate alla legislatura. Non è opportuno confrontarsi sui giornali su queste cose, se ci saranno rilievi precisi e puntuali daremo un riscontro».

D’accordo. In attesa del riscontro, nessuna autocritica?
«Sono con dei colleghi... non rilascio dichiarazioni. A risentirci».

29 ottobre 2013

L'IPhone 5s riconosce le impronte Ma gli hacker hanno già capito come violare la sicurezza Apple

Libero

Il giorno del lancio del cellulare è iniziata una gara con tanto di premi per chi fosse riuscito a "craccare" il sistema di riconoscimento


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Come ogni anno il copione si è ripetuto. I fan dell'iPhone si sono messi in fila per conquistare i nuovi 'gioielli' di Apple, disponibili dal 25 ottobre anche in Italia. Un rito iniziato all'estero e che si ripetuto anche da noi soprattutto tra i giovanissimi. E le preferenze, nonostante la crisi, sembrano orientarsi verso il modello 5s - soprattutto nel colore oro - quello più costoso ma anche con più novità tecnologiche tra queste il sistema Touch ID, che in pratica sostituisce la password e consente di sbloccare il telefono con un semplice tocco grazie al riconoscimento delle impronte digitali.

Ma questa nuova tecnologia non sembra così sicura come la Apple sostiene. Nel giorno del lancio degli iPhone 5C e 5s ha preso piede online una vera e propria gara con tanto di premi per il primo hacker che fosse riuscito a "craccare" il sistema di riconoscimento delle impronte digitali del 5s. Fra le offerte, anche un premio di 10mila dollari messo in palio da una società di venture capital. Ad aggiudicarselo sarebbero stati proprio hacker berlinesi del Chaos Computer Club che sono riusciti nell'impresa sfruttando una sorta di clone dell'impronta digitale, prima "stampata" su una superficie di vetro e poi replicata su una pellicola di plastica. Tale clone, posto sul dito dell'utilizzatore, consentirebbe appunto lo sblocco del telefono e l'autenticazione per gli acquisti alla faccia delle nuove precauzioni predisposte dal colosso di Cupertino.

De Magistris, uomo solo al comando Il record del sindaco con 18 deleghe

Corriere del Mezzogiorno

«Stracciati» Pisapia che ne ha 9, Marino (6) e Fassino (3) A lui la gestione di Mobilità, Sport, fondi Ue e Polizia Municipale


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NAPOLI — Ma come fa Luigi de Magistris a fare il sindaco di Napoli e, insieme, a gestire 18 deleghe? Proprio così, diciotto. Siamo di fronte ad un sindaco o ad un superassessore? Il primo cittadino napoletano, infatti, oramai da mesi svolge contemporaneamente il ruolo di sindaco, di assessore alla Mobilità con delega alla Metropolitana e a tutte le società di trasporto pubblico (Anm, Metronapoli, Napolipark), e di assessore alla Sicurezza e alla Polizia Municipale.

E non solo. Perché da qualche settimana l'ex pm è anche assessore ad interim allo Sport e alla sanità, viste le dimissioni di Pina Tommasielli. Insomma, al Comune fa tutto lui, il sindaco, dove gestisce anche i fondi europei, la delega agli eventi internazionali (vedi il Forum delle Culture) e mantiene i rapporti con le Municipalità. De Magistris, secondo quanto riporta il sito istituzionale del Comune (www.comune.napoli.it), riesce perfino a tenere i rapporti con le Municipalità (sono ben 10) e con il Consiglio comunale. Ma come farà? E gli altri assessori cosa fanno?

Il superdinamismo del sindaco fa però a cazzotti col fatto che in giunta ci siano assessori che di deleghe ne hanno appena una: vedi Alessandra Clemente, che ha quella ai Giovani; oppure Nino Daniele, che gestisce Cultura, turismo e biblioteche. Lui no. Lui non si risparmia. Lui, il sindaco, fa di tutto. Compreso tenere i rapporti con Aurelio de Laurentiis, quindi col Calcio Napoli — perché quelli non intende proprio affidarli a nessuno — soprattutto per quanto attiene al futuro dello stadio San Paolo. E dire che altri colleghi blasonati, a capo di Amministrazioni ben più grandi di quella napoletana e dal bilancio molto più solido, come Giuliano Pisapia a Milano e Ignazio Marino a Roma, non fanno certamente tutto ciò.

Il sindaco milanese, «arancione» come de Magistris, gestisce infatti 9 deleghe, compresa quella per l'Expo 2015 in quanto fa parte della struttura commissariale. Ancor meno «delegato» è Marino, del Pd, neosindaco della capitale, che di deleghe ne ha soltanto 6. Eppure Roma ha oltre 2 milioni e mezzo di abitanti rispetto ai 980 mila di Napoli, ed è una delle città più importanti al mondo. E che dire poi di Piero Fassino, sindaco di Torino e presidente dell'Anci, che di deleghe ne ha conservate appena tre? Nessuna delega ha invece Leoluca Orlando, sindaco di Palermo proveniente dall'Idv — come de Magistris — che sul sito istituzionale del Comune risulta «libero» da ogni delega. Orlando, peraltro, ha nominato soltanto 10 assessori e non 12, come il suo collega di Napoli.

Il caso di Palermo è poi particolarmente emblematico perché lì, il primo cittadino, ha perfino conferito ad un assessore «l'attuazione del programma del sindaco», cioè il controllo di ciò che avrebbe dovuto far lui. Per non parlare di Matteo Renzi, attivissimo sindaco di Firenze: pure lui, come Orlando, di deleghe non ne ha nessuna. Anche se nel caso di Renzi, in corsa per la segreteria del Pd, sarebbe davvero complicato immaginare di far di più. A Napoli, invece, de Magistris ha deciso di far tutto da solo, accentrando ogni potere decisionale al suo ufficio di Gabinetto in barba a quella che potrebbe essere una ottimale — certamente collegiale — gestione della macchina amministrativa in un Comune.

Chi è vicino al sindaco fa notare che Anna Donati, ex assessore alla Mobilità, continui ad essere consulente per la materia del primo cittadino. Bene. Vero. Ma allora perché è stata rimossa? Forse, quella di fare tutto da solo dev'essere una prerogativa di chi ha fatto il pubblico ministero. Perché anche Michele Emiliano, sindaco di Bari, pm in aspettativa, ha diciotto deleghe come de Magistris. Solo che Bari è una città estremamente più piccola di Napoli, con appena 314mila abitanti, e non ha le Municipalità. Mentre Napoli ne ha ben 10, ognuna delle quali è un'autentica città nella città. E non è cosa di poco conto.

29 ottobre 2013

Napoli. Obiettivi mancati, ma c'è il superpremio in Comune: scoppia il caso

Il Mattino

di Luigi Roano


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Non c’è stato un solo servizio che ha raggiunto il 50 per cento dell’obiettivo prefissato. Eppure 222 dirigenti del Comune di Napoli hanno incassato premi per 3,550 milioni di euro. I risultati sono relativi al 2011, quello che ha visto l’addio di Rosa Russo Iervolino e l’arrivo di Luigi de Magistris sulla poltrona di sindaco. Tutto è perfettamente legale. Schede, cifre, regolamenti sono consultabili sul sito del Comune. Ma quali sarebbero gli obiettivi centrati? Il punto è questo: Palazzo San Giacomo eroga fondi anche solo per il progetto e non solamente quando quell’obiettivo si concretizza veramente.

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martedì 29 ottobre 2013 - 08:32   Ultimo aggiornamento: 08:58



Ecco il wc da strada, in pieno centro di Napoli»

Il Mattino





Questa è via San Giovanni Maggiore Pignatelli – traversa di via Benedetto Croce, pieno centro storico, a pochi passi dai flussi turistici – come si presentava venerdì 25 ottobre, e come si presenta praticamente tutte le sere. E’ mai possibile che non si riesca a sorprendere in flagrante quelli che quotidianamente svuotano appartamenti lasciando – oltre che materiali edili residui di lavori di ristrutturazioni (pavimenti e massi, porte, infissi,apparecchi igienici...) – anche le suppellettili più svariate, quali mobili, elettrodomestici, materassi, eccetera. Eppure non ci vorrebbe niente, tutto avviene alla luce del sole.

Grato per l’attenzione.

Lettera firmata


Wc in strada a Napoli




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lunedì 28 ottobre 2013 - 21:09   Ultimo aggiornamento: 21:18

Di padre in figlio

La Stampa

massimo gramellini


Pubblichiamo il testo della ’Buonanotte’ scritta da Massimo Gramellini per i telespettatori di “Che tempo che fa” su RaiTre.


La storia con cui tenterò di farvi addormentare questa sera l’ho scoperta mercoledì scorso in un bell’articolo di Paolo Foschini sul Corriere della Sera. Apparentemente parla solo di un pensionato milanese che trova per terra un portafogli, ma la ragione per cui ho deciso di raccontarvela è un’altra e se rimarrete svegli ancora un paio di minuti la scoprirete.

Tutto comincia nel parcheggio dell’ipermercato di Nerviano, periferia nord di Milano. Il signor Luigi Musazzi sta spingendo il carrello della spesa verso l’automobile, quando occhieggia un portafogli abbandonato sul selciato. Si china a raccoglierlo, lo apre e gli tremano le mani. Dentro ci sono quattordici banconote da 500 euro. 

Irrompe in scena la moglie, pensionata come lui. “Fa un po’ vedere…” Non avendo mai incontrato un biglietto da 500 euro in tutta la sua vita, la Lina giunge alla fulminea conclusione che deve trattarsi dell’opera di un falsario. Ma il Musazzi mica le dà retta: lui i cinquecento euro lo sa come sono fatti e questi sono fatti proprio bene. “Luigi, a cosa stai pensando?” Luigi non risponde. È impegnato in una moltiplicazione. 500 per 14 uguale…

Uguale 7000 euro. Tornato a casa, il Musazzi appoggia il portafogli randagio sopra il comodino e si mette a letto con un pensiero fisso. È vero che settemila mila euro non cambiano l’esistenza a nessuno. Ma è anche vero che di sicuro non gliela peggiorano. 

Lui è un ex idraulico di quasi ottant’anni con 1000 euro al mese di pensione, cui vanno aggiunti i 500 della minima di sua moglie. Non vivono nel lusso ma nemmeno nella fame, abitano in una casa di due camere e cucina che si sono costruiti da soli, hanno figli grandi e sistemati. Però i nipotini crescono, i prezzi pure, e con settemila euro… 

La moglie interrompe le sue elucubrazioni. “Mia mamma mi ha insegnato che le cose trovate non sono nostre, punto e basta.” E spegne la luce. Beata lei. Il Musazzi non riesce a dormire e si gira nel letto in preda ai tormenti come l’Innominato di Manzoni. 

Ci fosse almeno un documento in quel benedetto portafogli! Invece ho trovato solo un badge: a parte i soldi, s’intende. Un badge d’ingresso per la Grande Fiera di Rho-Pero. Ma come si può risalire da un badge anonimo a un proprietario in carne e ossa? Tanto vale che me li tenga io… E però la cifra è grossa: chi ha perso tutti quei contanti avrà denunciato lo smarrimento alla polizia e sarebbe facile rintracciarlo…

Il Musazzi non ci dorme la notte, anzi le notti. Due, per la precisione. Poi succede la cosa che mi ha spinto a raccontarvi questa storia. In cerca di una soluzione, o forse solo di un sostegno morale, va a trovare il figlio maschio Roberto: quel portafogli, in fondo, potrebbe interessare anche a lui… Il figlio lo guarda stupefatto: “Papà, mi meraviglio di te che ancora ci pensi. Io di quei soldi non voglio sapere proprio niente.”

Il Musazzi esce dalla conversazione con un strano pensiero addosso: come se il punteruolo che lo tortura da due giorni e due notti si fosse finalmente squagliato e al suo posto, adesso, fluisse un mare di orgoglio paterno. “Se ho tirato su mio figlio così, allora sono stato bravo.” Una parte del merito è anche della moglie, ma in certi momenti di felicità si diventa tutti un po’egoisti. Sta di fatto che il Musazzi non passa neanche da casa.

Col portafogli in mano si presenta direttamente alla sede dei carabinieri, che dal nome di una ditta indicata sul badge risalgono a uno stand della Fiera e da quello al proprietario. Anzi alla proprietaria: svizzera ma col nome italiano ed evocativo, Casanova. Una ex tennista professionista che probabilmente di quei soldi smarriti non ha neppure troppo bisogno. 

Al Musazzi, come prevede la legge, la signora Casanova lascia un decimo del totale: 700 euro, non uno di più. Lui è contento lo stesso. Magari non conosce “Il Complesso di Telemaco”, il saggio in cui il professor Recalcati spiega che l’unica eredità che un padre possa trasmettere al figlio è il desiderio. Ma è un po’ come se lo avesse letto.

Il Musazzi è riuscito a trasmettere al figlio il desiderio dell’onestà e glielo ha trasmesso così bene che al momento opportuno il figlio glielo ha addirittura dato indietro. Una sensazione che vale più di un portafogli. 

Buonanotte. 

L’Italia ti spezza il cuore» L’articolo che divide gli Usa

Corriere della sera

Il ritratto del giornale Usa è quello di un Paese in disfacimento, nonostante «la grande bellezza»


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(Massimo Sestini)«L'Italia ti spezza il cuore», ha scritto Frank Bruni sabato scorso sul New York Times in un editoriale. Bruni ci conosce bene: è stato capo dell'ufficio romano del New York Times dal luglio 2002 al marzo 2004 ma torna spesso in Italia, visto il cognome che porta. Il suo è un ritratto di un Paese in disfacimento, nonostante «la grande bellezza e le tante promesse», dove dilaga un «pessimismo teatrale», perché gli italiani hanno «un talento per la lamentela, qualcosa che sta tra lo sport e l'opera, fatto di ampi gesti e intonazioni musicali».

Si parte da Milano, dove Bruni incontra una coppia decisa a trasferirsi a Londra soprattutto per assicurare al figlio di dieci anni un futuro diverso perché in Italia c'è «un tasso disoccupazione del 40% tra i giovani adulti». Poi racconta di una signora settantenne che nelle Marche lo corregge. Bruni parla di «paradiso italiano». E lei: «No, siamo in un museo, e ogni anno perdiamo un pezzo di importanza nel panorama internazionale».

Girando per la Penisola, Bruni non sente altro che storie di giovani pronti ad andarsene in Gran Bretagna o negli Stati Uniti: «Nel secondo trimestre del 2013 il debito pubblico dell'Italia è salito fino al 133% del Pil, il secondo rapporto più alto, preceduto solo dalla Grecia. Il tracollo del Pil italiano di circa l'8% rispetto ai picchi pre-crisi è peggiore che in Spagna o in Portogallo».

Poi Bruni cita l'editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera che descrive anni e anni di paralisi, racconta di quella «gerontocrazia che impedisce ogni meritocrazia». C'è l'incontro col sindaco di Roma, Ignazio Marino, che spiega come il danno procurato da Berlusconi sia «la cultura che ha creato, il senso della responsabilità non è più un valore». Gli italiani, deduce Bruni, «sembrano tanti adolescenti impegnati in una festa, in un infinito tira e molla con le regole, e ora arriva il dopo-sbronza della mattina».Il bello viene poi dai commenti che appaiono online . Scrive Martha da Napoli: «Attualmente vivo in Italia. Ho molti amici che amano l'Italia e Napoli, magari vorrebbero vivere qui. Ma, credetemi: venire da turisti in Italia è diverso che viverci.

Perché viverci è un inferno. In certi posti forse un po' meno, ma comunque un inferno, Bruni ha ragione». Gli ribatte da Parigi Suedoise: «Qualsiasi europeo, di ritorno da un viaggio dagli Stati Uniti, potrebbe raccontare ciò che Bruni ha trovato in Italia. Decadenza e cambiamenti ovunque». Nicholas racconta una sua esperienza: «Abbiamo vissuto per dieci mesi nella campagna toscana. Abbiamo provato ad aprire un'attività e abbiamo toccato con mano quanto possa essere soffocante un'amministrazione locale».

Ginger, infine, sdrammatizza: «Ho vissuto a lungo in Italia, un signore un giorno mi disse che il suo Paese era come la Torre di Pisa: pendeva sempre ma alla fine non cadeva mai. Vedo che non è cambiato nulla» Chissà. Forse Ginger, che scrive dalla soleggiata Florida, ha proprio ragione.

29 ottobre 2013

Scoperta la pianta «madre» dei profumi degli antichi Romani

Corriere della sera

Sulle coste del Mediterraneo orientale tra Creta e Cipro

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Non sappiamo se Nerone debba ringraziare questa nuova specie per essere stato stregato da Poppea, né se altrettanto debba fare Antonio sedotto da Cleopatra. Fatto sta che sulle coste del Mediterraneo orientale ricercatori dell’Università di Siviglia hanno scoperto una nuova pianta, «madre» dei profumi usati dagli antichi romani. Che diede origine a una «linea cosmetica» naturale producendo altre specie dai fiori fragranti, utilizzati appunto nell’industria cosmetica dell’antichità.

TRA CRETA E CIPRO - La pianta si chiama Reseda minoica, e cresce sulle coste di Creta (nell’isola di Gavdos, la più meridionale tra quelle greche), di Cipro e della Turchia meridionale. «Questa specie appartiene alla famiglia Resedaceae, correlate alle Cruciferae, che comprendono piante quali cavoli, senape e rafano», spiega Pablo de Olavide, co-autore dello studio e ricercatore botanico presso l’Università di Siviglia. «Cresce su substrati calcarei in macchie vicino alla costa». Finora questa pianta veniva confusa con specie affini quali Reseda odorata, R. orientalis e R. balansae.

Ma un’analisi più attenta ha rivelato che la nuova specie si distingue dalle altre per il suo basso numero di stami, dimensione dei semi e colore dei petali. «L’importanza di questa scoperta», aggiunge de Olavide, «è che la nuova pianta R.minoica è l’antenata di una specie coltivata di origine ibrida, R. odorata, e che l’essenza dei suoi fiori serviva appunto per la preparazione di profumi al tempo dei romani. Avere localizzato l’origine di questa specie madre contribuisce a fornire informazioni sui meccanismi evolutivi che poi hanno prodotto le altre specie affini utilizzate dall’uomo».

MINACCIATA - La nuova specie appena identificata ( lo studio è pubblicato dagli Annales Botanici Fennici) e già minacciata di estinzione perché attualmente rara. «Se ciò dovesse accadere, perderemmo risorse genetiche nel Mediterraneo, con una conseguente perdita potenziale per l’uomo, in termini di utilizzo e di opportunità», aggiunge Pedro Jiménez Mejías, altro co-autore della ricerca. «Poiché si tratta di una scoperta recente», aggiunge, « è possibile che i botanici riescano a scoprire altri luoghi in cui questa nuova specie cresce».

29 ottobre 2013

Anche ore di religione islamica ma non è una scuola coranica»

Il Giorno

di Giambattista Anastasio



Lezioni d’arabo all’Istituto Pertini, parla il responsabile: "La nostra è una scuola araba e nelle ore di religione ci sono anche letture dal Corano"

Milano, 29 ottobre 2013


Cattura
Lezioni di religione islamica, all’interno di un programma didattico più ampio che contempla l’insegnamento della lingua e della cultura araba, rivolte a bambini dai 5 ai 13 anni, «con uno o entrambi i genitori egiziani», ed ospitate in due aule dell’istituto comprensivo Pertini di via Asturie: sì, una scuola pubblica. Questo il progetto educativo che sta suscitando dibattito dentro e fuori il quartiere Bicocca: la Lega Nord ha depositato un’interrogazione al Consiglio comunale. Il caso si è aperto giovedì, quando il Consiglio di Zona 9 ha approvato la delibera per la concessione delle aule formalizzandovi che il corso prevedeva pure ore di «religione islamica». Il Carroccio si è opposto già nel parlamentino. A curare il progetto è la cooperativa Diapason, presieduta da Paolo Cattaneo.

Presidente Cattaneo, conferma che tra gli insegnamenti del corso c’è anche lo studio del Corano? «Confermo. Ma sono indispensabili alcune precisazioni. Innanzitutto il peso della religione nel programma didattico è marginale. L’obiettivo del corso è consentire ai bambini di ottenere attestati scolastici riconosciuti anche in Egitto, nel caso vogliano farvi ritorno, partecipando agli esami organizzati dal Consolato egiziano. La maggior parte delle ore di lezione è dedicata allo studio dell’arabo e all’insegnamento, in lingua araba, di materie quali geografia, storia, aritmetica e geometria. La nostra è una scuola araba, non coranica: non accendiamo polemiche che possono rivelarsi pericolose specie in un quartiere come la Bicocca. Stiamo rendendo un servizio alle famiglie della zona».

Perché nella lettera con la quale ha chiesto al Comune di concedervi le aule ha fatto riferimento solo ad un «corso di lingua araba» omettendo tutti gli altri insegnamenti, religione inclusa?
«È stata un’omissione priva di malizia. Un errore mio, lo ammetto, ma non abbiamo nulla da nascondere».

Chi sono gli insegnanti del corso? «I genitori di alcuni ragazzi. Non ne conosco il curriculum né posso chiedere che presentino dei titoli per insegnare: queste iniziative infatti non li prevedono. Ma sono persone con le quali lavoriamo bene e a stretto contatto fin dal 1998, quando nacque l’esperienza del doposcuola ora allargatasi nell’esperienza della scuola araba».

Insomma: tutto sotto controllo. «Negli anni scorsi tutti gli alunni hanno superato l’esame del consolato egiziano, che non è proprio un’organizzazione di fanatici islamici. Questa mi sembra una bella prova della bontà del corso».

Su quali testi studiano i bambini? «Studiano su normali sussidiari».

E la religione? «In questo caso ci sono anche letture dal Corano. Ma domani (oggi ndr) incontrerò le famiglie e metteremo a punto i dettagli».

E la laicità della scuola pubblica? «Guardi, il nostro programma è organizzato sul modello della scuola italiana: più materie, tra le quali anche la religione».

Quando contate di partire? «Il corso è partito ad ottobre nelle nostre sedi, dovremmo traslocare alla Pertini dal 9 novembre. Per ora abbiamo 20 iscritti».

Il regalo avvelenato di Putin Chiavette Usb con microspie

La Stampa

guido ruotolo
ROMA


A San Pietroburgo l’“omaggio” dei russi ai leader: ma erano una trappola



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L’allarme è scattato qualche giorno dopo. Il presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, rientrato a Bruxelles dopo aver partecipato al G20 di San Pietroburgo in settembre, ha consegnato alcuni gadget ai funzionari della sicurezza, che a loro volta hanno chiesto una consulenza ai Servizi tedeschi. 
E l’immediato responso tecnico arrivato da Bonn ha allertato le diplomazie e le intelligence di mezzo mondo. Secondo una prima analisi tecnica, infatti, la chiavette Usb e il cavo Usb di alimentazione per cellulari ricevuti in regalo dai russi – appunto i gadget in questione – erano due «trojan horse», ovvero due strumenti per la captare dei dati del computer e del cellulare.

Insomma nei confronti dei Paesi partecipanti al G20 – europei, sudamericani, arabi e asiatici – è scattata una operazione di spionaggio che rende ancora di più pesante il clima tra le varie intelligence e diplomazie. Il vertice si svolge a partire dal 5 settembre. I Grandi si ritrovano a una quindicina di chilometri da San Pietroburgo, a Strelna, nel Palazzo di Costantino. Il clima è teso, così come i rapporti tra Mosca e Washington. Lo scandalo del Datagate è esploso a inizio giugno. Il primo agosto Mosca concede un visto temporaneo al tecnico informatico della Nsa, Edward Snowden, la gola profonda protagonista della vicenda.

L’irritazione americana è quindi al massimo tanto che la Casa Bianca cancella dopo averne ventilato l’ipotesi il bilaterale fra Putin e Obama. Anche la questione siriana, dove la crisi è all’apice e dove soffiano ormai i venti di guerra, non aiuta a smorzare le tensioni. Molte diplomazie occidentali sono su posizioni diverse da Putin sulla guerra contro Assad. E dunque, il summit che doveva discutere prevalentemente di lotta ai paradisi fiscali, di instabilità finanziaria e disoccupazione alla fine viene condizionato dal Datagate e dalla vicenda di Damasco. A surriscaldare il clima e a imbarazzare Washington arriva a vertice appena aperto la notizia che le «orecchie» di Washington avrebbero ascoltato le comunicazioni dei i presidenti del Messico e del Brasile, Enrique Pena Nieto e Dilma Rousseff.

È in questo contesto che arriva la scoperta dei «gadget» modificati, che segnano il ritorno ufficiale a un conflitto tra servizi segreti di mezzo mondo.L’indagine tecnica affidata ai tedeschi, va detto, è ancora in corso. Non si sa se tutti i partecipanti al summit, i capi di stato e di governo dei venti paesi più importanti oltre ai vertici della Ue, hanno avuto gli stessi gadget «modificati». Va da sé che è massima la preoccupazione che quelle chiavette Usb possano essere già state utilizzate da qualche membro delle 26 delegazioni dei Paesi partecipanti al summit russo.

La scoperta dell’intelligence tedesca dell’operazione di spionaggio fatta dai russi a San Pietroburgo emerge ora nel pieno della nuova bufera del Datagate, vicenda che non sembra esaurirsi e preannuncia nuovi colpi di scena. I Paesi della Ue sono fortemente preoccupati per l’attività di spionaggio americano che crea allarme nelle opinioni pubbliche nazionali.

In particolare, Germania e Francia denunciano gli americani di aver raccolto milioni di dati e intercettato la cancelliera Angela Merkel. Nelle ultime ore, poi, il sito «Cryptome» ha lanciato la notizia che l’Nsa americana in un mese ha monitorato ben 124,8 miliardi di comunicazioni in tutto il mondo. Dai 12,76 miliardi del Pakistan ai 46 milioni dell’Italia. Dati che lasciano perplessi gli analisti accreditati nel mondo della intelligence elettronica perché si tratterebbe di milioni di miliardi di dati che dovrebbero passare in motori di ricerca che filtrano le informazioni sensibili attraverso parole chiave o concetti.

Di sicuro, nei tre incontri avuti dai vertici della nostra intelligence con quelli della National Security Agency, nelle settimane scorse, gli americani hanno confermato di non aver monitorato utenze italiane nel nostro Paese. Mai come in questo momento il timore delle nostre autorità di governo è che continui lo stillicidio di informazioni veicolate prive di riscontri e di paternità. Insomma, potrebbe non essere ancora finita.

Angela Merkel intercettata? Sembra però che il cellulare in questione sia il quinto nella sua disponibilità, quello intestato al partito. Mentre per quanto ci riguarda i nostri apparati di intelligence e di sicurezza in questi giorni hanno rassicurato sul livello di protezione delle comunicazioni dei vertici di Palazzo Chigi. 

La protezione delle comunicazioni del presidente del Consiglio, Enrico Letta e degli stessi ministri è affidata all’Aisi, l’ex Sisde, e un funzionario del «ComSec» segue sempre il premier con una valigetta di apparati di protezione delle comunicazioni riservate. Anche le comunicazioni dei ministri vengono protette grazie ad algoritmi criptati per la «rete di governo». Tutti i sistemi e gli apparati di protezione delle comunicazioni sono soggetti a verifiche regolari e periodiche.



Attivisti o reporter? New York Times sfida sul metodo Snowden
La Stampa
marco bardazzi


Glenn Greenwald ha lanciato le rivelazioni del Datagate sul ”Guardian” prima di mettersi in proprio



Cattura
I giornalisti devono essere obiettivi o attivisti? Votati all’imparzialità o dichiaratamente di parte? Pronti ad autocensure in nome della sicurezza del Paese e di vite a rischio, oppure paladini della trasparenza a tutti i costi come bene superiore? Tra le tante conseguenze del caso Snowden, c’è anche quella di aver riaperto un dibattito tra due fazioni che si contendono la definizione di quello che dovrebbe essere il giornalismo del futuro.

L’ultima puntata di uno scontro che va avanti almeno dal 2010, l’anno delle rivelazioni di Wikileaks, è andata in scena sul sito del «New York Times»: una sorta di duello digitale tra Bill Keller, editorialista ed ex direttore del quotidiano più celebre al mondo, e Glenn Greenwald, il giornalista/attivista che guida il balletto delle rivelazioni sui documenti di Snowden.

Un lunghissimo botta e risposta online in cui Keller e Greenwald si sono sfidati con tutte le armi disponibili, restando alla fine entrambi in piedi. Come tanti giudici a bordo ring, i commentatori su Web e social hanno seguito affascinati e assegnato un pareggio, riconoscendo che i duellanti incarnano modelli forse inconciliabili. Resta da vedere quale dei due, nell’era digitale, offrirà garanzie di un’informazione migliore ai lettori. 

Greenwald ha interrotto la collaborazione con il britannico «Guardian» - che ha pubblicato i suoi scoop sulla Nsa - per avviare una nuova iniziativa con il miliardario Pierre Omidyar, il fondatore di eBay. Ed è questo passo, accompagnato dalla promessa di Omidyar di «buttare a mare tutte le vecchie regole», che ha spinto Keller ad aprire le ostilità in difesa del metodo giornalistico di cui il NYTimes è portabandiera.

L’ex direttore ha contestato l’idea di un giornalismo fatto di «solisti alimentati dalle loro passioni e investigatori votati alle crociate». Per Keller, è impensabile che il futuro del giornalismo sia affidato a scelte come quelle di Julian Assange, che diffonde documenti «con insensibile indifferenza» alle conseguenze che possono provocare.

Ed è pericoloso affidare al vaglio solitario di «attivisti» come Greenwald la decisione su cosa pubblicare. Il lavoro di un’istituzione come il NYT, con le sue prudenze e la tensione all’obiettività, per Keller è una garanzia per tutti: cercare di essere imparziali «in molti casi porta più vicino alla verità, perché impone la disciplina di sottoporre a un vaglio tutte le tesi».

Ben diversa la posizione di Greenwald, che fa intuire il tipo di giornalismo che proporrà con Omidyar. Il giornalista del caso Snowden - che non accetta le accuse ad Assange di aver messo vite in pericolo - ritiene «tossico» il metodo del «New York Times». A suo avviso è un approccio tutt’altro che imparziale e sostanzialmente ipocrita, sottomesso al governo americano, incapace per esempio «di chiamare tortura la tortura».

«Tutto il giornalismo è una forma di attivismo», è il giudizio di Greenwald, per il quale contano solo l’accuratezza dei dati e la capacità di usarli per sfidare il potere. «Scetticismo e non deferenza», proclama il giornalista/attivista, deprecando ogni forma di moderazione e compromesso. Ma Keller non ci sta: essere responsabili non significa piegarsi al potere, è la sua replica. Un secolo e mezzo di scoop del «New York Times» lo dimostrano, mentre il «nuovo giornalismo» di Greenwald è ancora tutto da esplorare.



La guerra senza regole degli 007
maurizio molinari


Se il sistema americano «Prism» ha monitorato negli ultimi anni le comunicazioni elettroniche nel Pianeta e le antenne della «National Security Agency» hanno intercettato i leader alleati di Washington, in occasione dell’ultimo summit del G20 gli organizzatori russi avrebbero consegnato ad alcuni dei Capi di Stato e di governo ospiti una chiavetta Usb capace di spiarli. 

Le rivelazioni sullo spionaggio elettronico che finora hanno bersagliato gli Stati Uniti sembrano così estendersi alla Russia, lasciando intendere l’intensificazione di una guerra di spie innescata dalla fuga ad Hong Kong di Edward Snowden, l’ex analista della «Nsa» scappato dalle Hawaii con i segreti più preziosi dell’arsenale digitale del Pentagono ed ora esiliato in Russia, dove a proteggerlo sono i discendenti dell’ex Kgb.

Durante la visita svolta in giugno a Berlino, era stato il presidente americano Barack Obama a dire a chiare lettere che «non siamo i soli a usare lo spionaggio elettronico sebbene siamo gli unici a doverne rispondere pubblicamente» e nelle settimane seguenti è tornato sull’argomento, lasciando trapelare l’irritazione di Washington per il perdurante silenzio sulle analoghe attività dei più agguerriti concorrenti strategici: Pechino e Mosca anzitutto. 

I sospetti che ora si indirizzano sulla Russia di Vladimir Putin per le chiavette-spia del G20 si accompagnano all’ipotesi che qualcosa sia saltato nei delicati equilibri che regolano la convivenza fra servizi segreti, innescando un domino di rivelazioni che - a prescindere dalla loro fondatezza - sono destinate a moltiplicare le fibrillazioni internazionali.

Ciò che viene meno è una delle regole più antiche delle relazioni fra potenze: ci si spia senza dirlo e le guerre di intelligence avvengono lontano dai riflettori. Se il crollo del Muro di Berlino ha portato ad un mondo multipolare dove ogni nazione può ambire ad essere decisiva, le rivelazioni di Snowden hanno rotto il tacito equilibrio fra i maggiori servizi di intelligence dando vita ad una sorta di Far West delle spie che si consuma in maniera plateale sulle prime pagine di siti Internet e quotidiani.

Ciò che colpisce è come le vittime più ambite in questo Far West sono i leader di governo. Se il capo della commissione «Homeland Security» della Camera dei Rappresentanti, Pete King, difende le intercettazioni dei leader stranieri considerandole «intelligence di grande valore» le antenne di ascolto che i militari cinesi posizionarono davanti all’hotel di Pechino che ospitava George W. Bush nel 2008 confermano come gli inquilini della Casa Bianca siano spesso soggetti a simili attenzioni.

Il motivo è che le parole del leader sono una finestra non solo sulle informazioni in possesso del suo Paese ma anche sulle sue intenzioni immediate. Conoscerle consente di avvantaggiarsi in battaglie, politiche o economiche, che possono svolgersi nei consessi internazionali più diversi: dalle dispute commerciali in seno al «Wto» a quelle sull’unione bancaria a Bruxelles, fino alle liti sulla Siria nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’intelligence è così diventata lo strumento di un duello sempre più personale fra i leader delle diverse potenze: determinati a conoscere cosa pensa il rivale per poterlo anticipare, beffare.

Se la sfida dello spionaggio accompagna i maggiori eventi internazionali diventano più comprensibili le esitazioni dell’amministrazione Obama nel fronteggiare le irate proteste dei leader alleati perché chiedono all’America di compiere dei passi indietro mentre gli avversari restano agguerriti.
A differenza dei leader di Cina e Russia, Obama ha però un’opinione pubblica interna a cui deve rispondere e ciò spiega la scelta di anticipare i tempi della riforma dell’intelligence elettronica, affidandone la redazione ad una commissione di cinque saggi che dovrà presentare i risultati entro il 15 dicembre.

La loro missione non potrebbe essere più difficile: rimodellare la più segreta arma elettronica degli Stati Uniti per proteggere la privacy dei cittadini e rimettere sui binari le relazioni con i più importanti alleati. Ma prescindere da quale sarà il risultato non è difficile indovinare che il Far West degli 007 continuerà. Almeno fino a quando il caso-Snowden non verrà risolto, portando alla creazione di nuovi equilibri fra i maggiori servizi di intelligence.

Savona, niente tv e dieci figli “Ma siamo più felici di altri”

La Stampa

alessandra pieracci
savona


Lui bancario, lei casalinga: a casa Bruzzone arriva Davide, l’ultimo nato


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«Abbiamo due cani e due gatti perché mamma si sentiva sola». Ride Immacolata, e con lei tutta la famiglia. Una famiglia che si stringe nella camera del reparto di ginecologia e fa sembrare impresa da poco il parto della vicina di letto, una giovane sudamericana al terzo figlio. Perché mamma Cristina, 48 anni, genovese di Sestri Ponente felicemente trasferita da qualche anno nella tranquillità di Sassello, neanche 2 mila abitanti in provincia di Savona, ieri mattina alle 4 ha dato alla luce Davide, il decimo figlio. Quattro chili di paciosa serenità, venuto alla luce in acqua, come prima di lui Sofia, che ha sei anni e ha cominciato la prima elementare. 

Intorno alla culla ci sono tutti: il papà Andrea Bruzzone, 53 anni, direttore dell’agenzia Carige di Varazze, e gli altri figli nati tra il 1995, nove mesi dopo il matrimonio, e appunto il 2007. E se la giovane vicina di letto dice che dopo tre bambini basta, Cristina e Andrea non pongono limiti. «Non abbiamo mai programmato nulla, fin da quando ci siamo sposati. Avremmo accettato quello che il buon Dio ci avrebbe dato». «Ne manca uno per fare una squadra di calcio da 11 - dice Guglielmo, 18 anni, ultimo anno del liceo classico e l’intenzione di iscriversi alla facoltà di Medicina per diventare non ginecologo ma forse pediatra -. Ma se giochiamo a 5 possiamo già contare su parecchie riserve».

Ludovico, classe 1996, è al penultimo anno anche lui del liceo classico di Savona; Immacolata ha 16 anni ed è in terza al liceo delle scienze umane; Maddalena, 15 anni, nello stesso istituto frequenta però la seconda liceo linguistico ed è appassionata di cucina, tanto da aiutare il papà, la mattina, a preparare la teglia di focaccia per la colazione e la merenda a scuola; Sebastiano, quattordicenne, è in terza media.

Poi ci sono Angelica, in seconda media, Emanuele in quinta elementare, Stella in terza e Sofia, che per venire a trovare la mamma in ospedale (per lei è la prima volta, gli altri sono abituati) si è messa la maglietta gialla con scritto «Grazie madre con tutto il cuore» e il volto della Madonna. «Siamo molto devoti alla madre di Gesù», dice il papà, che sotto la polo lilla porta al collo il rosario. «Siamo andati cinque o sei volte tutti insieme a Medjugorje ed eravamo al santuario della Madonna della Guardia in occasione della visita di Papa Benedetto XVI».

Gelosie tra fratelli? «Non hanno fatto in tempo, perché ognuno è diventato subito il fratello maggiore di qualcun altro», spiega la mamma.

La famiglia Bruzzone vive in una casetta indipendente, con giardino e orto coltivato dal papà. «L’estate scorsa non abbiamo fatto altro che mangiare pomodori» protestano i figli. «L’orto ci fa comunque risparmiare un po’», spiega la mamma, che non ha aiuti né per i lavori domestici né per i bambini. «Ognuno pensa alla sua camera e io chiudo gli occhi per non vedere». Comunque non si perde d’animo: «Sono stata contenta di trasferirmi a Sassello, dove passavo le vacanze da bambina e ci siamo sposati, perché finalmente abbiamo una casa grande e i ragazzi possono portare i loro amici».

Sette camere da letto, i figli più grandi da soli e gli altri in due per stanza, una grande sala da pranzo-salotto con due tavoli uniti ad angolo per ritrovarsi tutti la sera. «A mezzogiorno i più piccoli restano a scuola, grazie al tempo pieno».

C’è un enorme divano per stare insieme, ma niente tv. «Quando si è rotta quella vecchia, abbiamo pensato di risparmiare quella cifra per altro», dice la mamma. «Tanto litigavamo sui programmi da vedere», aggiunge il primogenito. Però da un paio d’anni è entrato il computer per motivi di studio: «Ma i più piccoli spesso ce lo rubano per guardare i cartoni animati». E se nascono baruffe ci sono punizioni? La mamma assicura di no: «Cerchiamo sempre di farli ragionare, perché le punizioni portano sempre a reazioni di ribellione».

La spesa tocca al papà, ogni quindici giorni al discount con la lista fatta dalla moglie. «Compriamo la carne all’agriturismo e poi la teniamo nel congelatore», racconta mamma Cristina. Ogni giorno si consumano tre litri di latte per colazione, un chilo di carne per la cena, due chili di pane. Per non parlare di pasta, olio, zucchero.

«Ci aiuta la Provvidenza. Sacrifici? No, qualche rinuncia. I ragazzi sanno che non possono avere regali costosi». «Certamente non ci sogniamo di chiedere l’iPhone 5», interviene Maddalena. Una vecchia auto da nove posti «che ora non basterà più», prende atto il padre un po’ preoccupato, niente scooter per i ragazzi, «tanto qui a Sassello si va in bicicletta. Per i più piccoli c’è lo scuolabus, gli altri prendono la corriera fino a Savona».

«Confesso, io quando vado a lavorare in banca tutto sommato mi riposo», scherza il papà orgogliosissimo dei suoi bellissimi figli. Nel fine settimana gli tocca anche cucinare. E ora deve tornare a casa senza Cristina per qualche giorno. «Sono stanco solo al pensiero».«Questa è la dimostrazione che si può anche avere una famiglia numerosa con qualche sacrificio», commenta il primario del reparto, professor Salvatore Garzarelli.

«Purtroppo ormai nascono più figli a Stoccolma che a Napoli, siamo nell’inverno demografico: -10% di nascite qui a Savona, -25% a Milano, -20% a Torino. C’era un piano nazionale per la famiglia, varato nel giugno del 2012, che si sarebbe potuto rivelare uno strumento vincente per incrementare la natalità. Purtroppo la legge di stabilità lo ha ammazzato».

«Abbiamo due cani e due gatti perché mamma si sentiva sola». Ride Immacolata, e con lei tutta la famiglia. Una famiglia che si stringe nella camera del reparto di ginecologia e fa sembrare impresa da poco il parto della vicina di letto, una giovane sudamericana al terzo figlio. Perché mamma Cristina, 48 anni, genovese di Sestri Ponente felicemente trasferita da qualche anno nella tranquillità di Sassello, neanche 2 mila abitanti in provincia di Savona, ieri mattina alle 4 ha dato alla luce Davide, il decimo figlio. Quattro chili di paciosa serenità, venuto alla luce in acqua, come prima di lui Sofia, che ha sei anni e ha cominciato la prima elementare. 

Intorno alla culla ci sono tutti: il papà Andrea Bruzzone, 53 anni, direttore dell’agenzia Carige di Varazze, e gli altri figli nati tra il 1995, nove mesi dopo il matrimonio, e appunto il 2007. 
E se la giovane vicina di letto dice che dopo tre bambini basta, Cristina e Andrea non pongono limiti. «Non abbiamo mai programmato nulla, fin da quando ci siamo sposati. Avremmo accettato quello che il buon Dio ci avrebbe dato». «Ne manca uno per fare una squadra di calcio da 11 - dice Guglielmo, 18 anni, ultimo anno del liceo classico e l’intenzione di iscriversi alla facoltà di Medicina per diventare non ginecologo ma forse pediatra -. Ma se giochiamo a 5 possiamo già contare su parecchie riserve».

Ludovico, classe 1996, è al penultimo anno anche lui del liceo classico di Savona; Immacolata ha 16 anni ed è in terza al liceo delle scienze umane; Maddalena, 15 anni, nello stesso istituto frequenta però la seconda liceo linguistico ed è appassionata di cucina, tanto da aiutare il papà, la mattina, a preparare la teglia di focaccia per la colazione e la merenda a scuola; Sebastiano, quattordicenne, è in terza media.

Poi ci sono Angelica, in seconda media, Emanuele in quinta elementare, Stella in terza e Sofia, che per venire a trovare la mamma in ospedale (per lei è la prima volta, gli altri sono abituati) si è messa la maglietta gialla con scritto «Grazie madre con tutto il cuore» e il volto della Madonna. «Siamo molto devoti alla madre di Gesù», dice il papà, che sotto la polo lilla porta al collo il rosario. «Siamo andati cinque o sei volte tutti insieme a Medjugorje ed eravamo al santuario della Madonna della Guardia in occasione della visita di Papa Benedetto XVI».

Gelosie tra fratelli? «Non hanno fatto in tempo, perché ognuno è diventato subito il fratello maggiore di qualcun altro», spiega la mamma. La famiglia Bruzzone vive in una casetta indipendente, con giardino e orto coltivato dal papà. «L’estate scorsa non abbiamo fatto altro che mangiare pomodori» protestano i figli. «L’orto ci fa comunque risparmiare un po’», spiega la mamma, che non ha aiuti né per i lavori domestici né per i bambini.

«Ognuno pensa alla sua camera e io chiudo gli occhi per non vedere». Comunque non si perde d’animo: «Sono stata contenta di trasferirmi a Sassello, dove passavo le vacanze da bambina e ci siamo sposati, perché finalmente abbiamo una casa grande e i ragazzi possono portare i loro amici».
Sette camere da letto, i figli più grandi da soli e gli altri in due per stanza, una grande sala da pranzo-salotto con due tavoli uniti ad angolo per ritrovarsi tutti la sera. «A mezzogiorno i più piccoli restano a scuola, grazie al tempo pieno».

C’è un enorme divano per stare insieme, ma niente tv. «Quando si è rotta quella vecchia, abbiamo pensato di risparmiare quella cifra per altro», dice la mamma. «Tanto litigavamo sui programmi da vedere», aggiunge il primogenito. Però da un paio d’anni è entrato il computer per motivi di studio: «Ma i più piccoli spesso ce lo rubano per guardare i cartoni animati». E se nascono baruffe ci sono punizioni? La mamma assicura di no: «Cerchiamo sempre di farli ragionare, perché le punizioni portano sempre a reazioni di ribellione».

La spesa tocca al papà, ogni quindici giorni al discount con la lista fatta dalla moglie. «Compriamo la carne all’agriturismo e poi la teniamo nel congelatore», racconta mamma Cristina. Ogni giorno si consumano tre litri di latte per colazione, un chilo di carne per la cena, due chili di pane. Per non parlare di pasta, olio, zucchero.

«Ci aiuta la Provvidenza. Sacrifici? No, qualche rinuncia. I ragazzi sanno che non possono avere regali costosi». «Certamente non ci sogniamo di chiedere l’iPhone 5», interviene Maddalena. 
Una vecchia auto da nove posti «che ora non basterà più», prende atto il padre un po’ preoccupato, niente scooter per i ragazzi, «tanto qui a Sassello si va in bicicletta. Per i più piccoli c’è lo scuolabus, gli altri prendono la corriera fino a Savona».

«Confesso, io quando vado a lavorare in banca tutto sommato mi riposo», scherza il papà orgogliosissimo dei suoi bellissimi figli. Nel fine settimana gli tocca anche cucinare. E ora deve tornare a casa senza Cristina per qualche giorno. «Sono stanco solo al pensiero».

«Questa è la dimostrazione che si può anche avere una famiglia numerosa con qualche sacrificio», commenta il primario del reparto, professor Salvatore Garzarelli. «Purtroppo ormai nascono più figli a Stoccolma che a Napoli, siamo nell’inverno demografico: -10% di nascite qui a Savona, -25% a Milano, -20% a Torino. C’era un piano nazionale per la famiglia, varato nel giugno del 2012, che si sarebbe potuto rivelare uno strumento vincente per incrementare la natalità. Purtroppo la legge di stabilità lo ha ammazzato».

Strage di migranti nel deserto del Niger

La Stampa

Muoiono di sete 35 nigeriani che cercavano di oltrepassare il deserto. Tra le vittime, donne e bambini



Cattura
Il deserto del Niger ha fatto strage di migranti, almeno 35, uccisi dalla sete e dal sole mentre sfidavano uno dei territori più ostili del pianeta per raggiungere l’Algeria. Non per tentare di arrivare in Europa, ma, fuggendo la povertà, per cercare di sopravvivere di elemosina nel vicino Paese. Una tragedia che si è consumata qualche giorno fa e che solo oggi è stata svelata.

La vicenda di questi morti - il loro numero è ancora incerto, vista la frammentarietà delle notizie - è la summa di tante vite disperate e senza prospettive. Il Niger è uno dei Paesi più poveri ed inospitali della Terra e chi può o chi riesce cerca di fuggire. L’Europa è lontana ed allora l’Eldorado è la vicina Algeria, ormai sotto assedio di migliaia di subsahariani che sperano solo nella solidarietà alla quale l’Islam obbliga i buoni musulmani. Sono in tanti a tentare la fortuna e, in buona percentuale, quando arrivano in Algeria e sono scoperti vengono riportati alla frontiera.

I sessanta migranti protagonisti di questa tragedia venivano da alcuni villaggi rurali nigerini e insieme hanno giocato l’ultima carta. Hanno preso a noleggio due camion e vi si sono stipati, partendo da Arlit, l’ultimo grande centro nigerino prima del lontano confine algerino. Come sempre, la maggior parte di loro erano donne e bambini, perché sono loro quelli che possono racimolare più denaro con l’elemosina. I camion sono partiti a metà ottobre, lasciandosi alle spalle le montagne dell’Air, un immenso altopiano fatto di roccia e basta, che attira da tutto il mondo appassionati di turismo estremo.

Ma lungo le piste nel deserto d’arenaria - quando ormai Arlit era lontana e il confine certo non vicino - uno dei due camion si è bloccato per un guasto. La scelta è stata obbligata: l’altro automezzo ha fatto la strada inversa per cercare di trovare da qualche parte i pezzi di ricambio, lasciando i migranti in pieno deserto. Come in un film, quando l’acqua ha cominciato a scarseggiare per poi esaurirsi, i migranti - le donne trascinando i figlioletti - hanno deciso di mettersi in cammino a piedi, nella speranza di trovare un’oasi.

In piccoli gruppi si sono allontanati e sono stati inghiottiti dal deserto, dove la mancanza d’acqua e il sole a picco non hanno lasciato loro scampo. Solo 19 di loro, grazie a passaggi di fortuna, sono riusciti a tornare ad Arlit e a dare l’allarme, ma era troppo tardi. Le pattuglie dell’esercito hanno potuto solo raccogliere pochi cadaveri, quasi disseccati dal calore, mentre dei viaggiatori hanno detto di aver visto decine di corpi lungo alcune piste e di averli lasciati lì perché non c’era più nulla da fare: fermarsi, in quelle condizioni climatiche, poteva essere per loro un rischio.



Pick up con gli ammortizzatori di legno, così si muore nel deserto del Niger
La Stampa

guido ruotolo


Cattura
Tripoli, Libia. Scampoli di conversazione rubata tra una delegazione di governo italiano e Muammar Gheddafi, sotto la Tenda. Tema l’immigrazione. Si parlava del mare che inghiottiva i profughi, ma anche del deserto che è anch’esso un mare, anche se di sabbia. Ero stato a fare un reportage in quel mare di sabbia. Insieme a una troupe di Canale 5. Dove mai i giornalisti occidentali erano stati.

Al Qatrum, la sbarra di confine tra Libia e Niger. Quaranta chilometri di terra di nessuno. Eravamo in jeep di “Stato”. Da Sebha, la capitale del Fezzan, quattro, cinque ore di dune, pietrisco, oasi e palme. Gli autisti erano in grado di guidare senza perdersi mai solo seguendo le stelle. Roba da non crederci se non fosse che l’abbiamo vissuta in prima persona.

Al Quatrum è un gruppo di edifici bassi, una caserma, un cortile con dentro scheletri di jeep, di pick up. Diversi “irregolari”, ragazzi senza passaporti arrivati dai Paesi Subsahariani. Il confine, la postazione militare con un cannocchiale per scrutare l’orizzonte. Ricordo a memoria il racconto sui Caronte del deserto: “Intanto i pick up hanno gli ammortizzatori rafforzati con pali di legno. Gli autisti, che poi sono dipendenti di trafficanti senza scrupoli, caricano la loro “merce” che per rendere sempre più lucroso viaggiano in piedi e i rigidi ammortizzatori, appunto, rendono il viaggio molto rischioso.

Come sui barconi in mezzo alla tempesta che si rovesciano o poveri disgraziati che senza accorgersene cadono in acqua, così nel deserto il rischio è di ritrovarsi sulla sabbia senza che l’autista si fermi per recuperare il viaggiatore. Ma spesso succede che i Caronte del deserto lascino i poveri disgraziati a chilometri di distanza da Sebha o da altre oasi di raccolta, snodi di viaggi. E con una damigiana d’acqua per tutti. E spesso i migranti muoiono per stenti e caldo. Ho visto video e fotografie raccapriccianti. Corpi senza vita sommersi di sabbia.

Non ci sono solo i naufragi, corpi annegati. La tragedia dell’immigrazione è fatta anche di vite spezzate durante una interminabile odissea. Si muore anche attraversando il deserto.