mercoledì 30 ottobre 2013

Kyenge: "Scuole di immigrazione nei Paesi d'origine"

Libero

Il ministro vuole dei corsi, nei paesi d'origine, che spieghino come funziona l'Italia. Poi attacca: "I clandestini sono meglio degli evasori fiscali"


Cattura
"Scuole di immigrazione" per arrivare preparati in Italia. L'idea la lancia il ministro per l'integrazione Cecile Kyenge: sarebbe questa la scelta giusta per accogliere al meglio gli immigrati che sbarcano sulle coste dell'Italia. Arriverebbero pronti e in grado di incominciare fin da subito a lavorare e produrre nel Belpaese. Altro che Bossi-Fini o altre misure per contrastare l'immigrazione clandestina: la Kyenge vuole che "nei paesi di provenienza" i futuri migranti possano seguire dei corsi per prepararli allo sbarco.

Le scuole - Il compito di queste scuole sarebbe quello di spiegare il sistema-Italia, come si vive da noi e soprattutto come si può sopravvivere fino a quando non si ha il permesso di soggiorno. La Kyenge, insomma, vuole che l'integrazione sia a tutto tondo e vuole che si parta presto: prima ancora che i diretti interessati decidano, davvero, di imbarcarsi per l'Italia. Più che scuole di "immigrazione" la ministra Cecile sembra quasi incentivare gli sbarchi, raccontando a cittadini stranieri quanto possa essere semplice realizzare i propri sogni nell'Italia piagata dalla crisi.

Nemici - Intervenuta al convegno organizzato dall'ambasciata britannica a Roma dedicato a "Cittadinanza e integrazione: esperienze a confronto", il ministro ha poi detto anche che il vero nemico non è l'immigrato ma l'evasore. "Il nostro nemico - ha detto - è chi non rispetta i diritti delle persone, chi non rispetta le regole e questo non c'entra nulla con il colore e l'etnia delle persone". Italiani peggio degli immigrati? Quasi: "Bisogna spiegare alla gente - prosegue il ministro - che chi 'ruba' un posto all'asilo non è l'immigrato che paga le tasse ma l'evasore". Con buona pace di quell'eventuale "evasione di sopravvivenza" di cui ha ammesso l'esistenza anche Attilo Befera, il direttore dell'Agenzia delle Entrate.

Giulia Innocenzi bocciata all'esame di giornalismo

Libero

La "maestrina", fedelissima del teletribuno, non passa la prova scritta dell'esame di Stato. La gavetta di "Servizio Pubblico" e del "Fatto" non funziona


Cattura
"Quella di Santoro è una vera scuola di giornalismo" giurava Giulia Innocenzi. Peccato che lei sia stata bocciata all'esame da professionista. La pupilla della star di Servizio Pubblico, che ha anche un blog sul Fatto Quotidiano, non ha passato la prova scritta. Davvero incredibile, per una ragazza che più volte aveva impartito lezioni a destra e manca. Anche a dei direttori come Maurizio Belpietro e Augusto Minzolini.

Un atteggiamento che era stato notato anche da Aldo Grasso. Sul Corriere della Sera, all'indomani della puntata-show di Berlusconi da Santoro, il critico s'era chiesto: "Quell'aria di supponenza da dove le deriva? Si crede la più autorevole del reame?". Aveva addirittura scritto, Grasso, che la Innocenzi "ha un tono così saccente che predispone al peggio il telespettatore".

Pochi mesi fa, Giulia aveva lanciato un appello via internet per cercare un esperto informatico "con tanta voglia di cambiare il mondo", che però avrebbe lavorato "aggratis". Una precisazione che le aveva procurato frecciate e critiche. Memorabili gli spot con lei in giro per Roma con la maglietta "loro rubano, tu che fai?" per bacchettare la Casta e l'intollerabile indifferenza dei cittadini.

Ora la fidanzata di Pif, ex Iena e applauditissimo alla Leopolda durante la recente convention renziana, dovrà ripartire da capo. D'altronde, diventare professionista non è una passeggiata. Anche se ti chiami Giulia Innocenzi e frequenti "una vera scuola di giornalismo" come quella di Santoro. Resta da capire una cosa: il sempre pungente Travaglio le rifilerà una frecciata o farà finta di nulla?

di Matteo Pandini



Innocenzi
La Innocenzi: "Molti elettori Pdl vanno a p..."

La Innocenzi: "Molti elettori Pdl vanno a p..."

stupefacente santorina
La ricetta anti-crisi dell'Innocenzi: prostitute e droga

La ricetta anti-crisi dell'Innocenzi: prostitute e droga

Innocenzi
Innocenzi, santorina hot: aizza i nudisti al Senato

Innocenzi, santorina hot: aizza i nudisti al Senato

Essere gay è normale» Lettera aperta al sindaco Ignazio Marino

Corriere della sera

di La Redazione 




Cattura
Caro Sindaco di Roma,

in questi giorni un altro ragazzo romano si è gettato dall’undicesimo piano perché gay. O meglio perché nessuno è riuscito a dirgli, prima che si gettasse, che essere gay non è solo quello che ha provato fino a quel momento. È ben altro. Ti chiediamo aiuto. Aiuto per diffondere nelle scuole romane un messaggio positivo, un messaggio di vita e non di morte. Per dire ai bulli, ai professori e ai genitori che essere omosessuali non è qualcosa da respingere, osteggiare e dileggiare; ma soprattutto ti chiediamo aiuto per dare strumenti agli adolescenti gay, lesbiche e transessuali romani per affrontare quel momento difficile. E per dire loro che non sono soli.

Alcuni di noi hanno partecipato al progetto Le Cose Cambiano, un sito e un libro che raccoglie testimonianze persino di Barack Obama, di Hillary Clinton e di David Cameron. L’abbiamo fatto per poter raccontare – come già accaduto negli USA con il progetto It Gets Better, nato dopo un’ondata di suicidi tra adolescenti – che quel dolore può passare e trasformarsi in forza e che essere gay non è brutto, ma è normale. Che le cose, appunto, cambiano, e non andranno solo meglio, ma andranno semplicemente bene, come per chiunque altro al mondo.

Sappiamo che il Comune ha un grosso buco di bilancio e non ti chiediamo di finanziare progetti. Ma ci sono delle cose che come sindaco puoi autorevolmente fare. Puoi chiedere alle scuole di aprire le porte a chi può raccontare che essere gay, lesbiche, bisessuali e transessuali è bello tanto quanto essere eterosessuali. Puoi scrivere personalmente ai professori delle scuole romane e chiedere loro di parlare di omosessualità, bisessualità e transessualità senza pregiudizi.

Puoi aprire gli spazi pubblici a momenti di scambio con i ragazzi e le famiglie Ti chiediamo una presa di posizione forte, un tentativo di inversione culturale in questa città che inghiotte la diversità e ne fa poltiglia. L’omofobia, anche quella interiorizzata, di chi non si accetta o non crede di essere dalla parte giusta, a Roma sta diventando una vera e propria emergenza.

Noi siamo a tua completa disposizione come testimoni per entrare nelle scuole, per raccontare con la nostra voce che nessuno deve più sentirsi da solo in questa città, come in nessun’altra città o provincia italiana, perché omosessuale. Cominciamo col chiedere aiuto a te perché il teatro delle tragedie più recenti, e più gravi, è stata proprio la Capitale, ma il nostro appello è rivolto a tutti i sindaci d’Italia, e speriamo che tu possa darci una mano per farlo arrivare a tutti loro.



Ivan Cotroneo
Francesca Vecchioni
Cristiana Alicata
Ferzan Ozpetek
Walter Siti
Vittorio Lingiardi
Renato de Maria
Isabella Ferrari
Maria Sole Tognazzi
Sonia Bergamasco
Fabrizio Gifuni
Roberto Vecchioni
Piergiorgio Paterlini
Ernesto Maria Ruffini
Lucia Mascino
Massimo Coppola
Matteo B. Bianchi
Valentina Cervi
Barbara Stefanelli
Fulvio Marcello Zendrini
Nicla Vassallo
Serena Dandini
Monica Rametta
Francesca Marciano
Francesca Cima
Delia Vaccarello
Francesca Fornario
Alessandro Gilioli
Fabio Cinti
Ilaria Fraioli
Lorenza Soldani
Ingrid Lamminpaa
Federico Novaro
Antonia Monopoli
Francesco Bilotta
Marcello Signore
Nicola Giuliano
Tommaso Giartosio
Viola Di Grado
Liliana Rampello
Alcide Pierantozzi
Luca Formenton
Milena Cannavacciuolo
Linda Fava
Elena Tebano
Maso Notarianni
Stefano Mordini
Camilla Paternò




Insieme contro l’omofobia: l’appello di scrittori, attori ed artisti

Corriere della sera

di Elena Tebano



Cattura
Un appello per dire a tutti i ragazzi che si trovano nelle sue condizioni, ciò che nessuno è riuscito a dire a Simone, il giovane di 21 anni morto suicida a Roma sabato scorso: «Essere gay non è brutto, ma è normale». Esattamente come lo è essere eterosessuali. Lo hanno scritto al sindaco della Capitale Ignazio Marino, e a tutti i primi cittadini italiani, un gruppo di intellettuali, scrittori, attori e registi. Tra i primi firmatari della lettera, promossa da Ivan Cotroneo, Francesca Vecchioni e Cristiana Alicata (tra gli autori di Le cose cambiano, il libro di Ibsn contro l’omofobia, in edicola con il Corriere), ci sono gli scrittori Walter Siti e Piergiorgio Paterlini, i registi Ferzan Ozpetek, Maria Sole Tognazzi e Renato de Maria, le attrici Isabella Ferrari, Sonia Bergamasco, Valentina Cervi, il cantautore Roberto Vecchioni, lo psichiatra Vittorio Lingiardi, l’esperto di comunicazione Fulvio Marcello Zendrini, la filosofa Nicla Vassallo.

A Roma è il terzo suicidio associato al rifiuto dell’omosessualità in 11 mesi e chiedono al sindaco di fare qualcosa, subito, contro l’omofobia, a cominciare dalle scuole: «Per dire ai bulli, ai professori e ai genitori che essere omosessuali non è qualcosa da respingere, osteggiare e dileggiare; ma soprattutto ti chiediamo aiuto per dare strumenti agli adolescenti gay, lesbiche e transessuali romani per affrontare quel momento difficile».

Gli attori, scrittori e registi si offrono di andare negli istituti per parlare ai ragazzi ma anche ai professori e ai genitori. «Abbiamo contribuito al libro — spiega Ivan Cotroneo — per dire agli adolescenti che le cose cambiano, proprio come recita il titolo. La morte di Simone è la dimostrazione che devono cambiare in fretta. Chiunque può fare qualcosa deve sbrigarsi: con la legge contro l’omofobia in attesa di approvazione, con campagne informative, in famiglia e nelle classi. Tutto il tempo che passa senza raggiungere i ragazzi è tempo perduto: un tempo di sofferenza e rischio che lasciamo ai giovani come Simone».

@elenatebano
Leggi la lettera al sindaco di Roma Ignazio Marino

Russia: attivista italiano di Greenpeace incriminato per teppismo

Corriere della sera

l console italiano: «Ho trovato Cristian D’Alessandro in buono stato psico-fisico»

Cattura
Con l’italiano Cristian D’Alessandro sono saliti a tredici gli attivisti di Greenpeace incriminati di teppismo in Russia. Lo riferisce il console generale italiano a San Pietroburgo, Luigi Estero, appena tornato da Murmansk dove gli attivisti sono in custodia cautelare. Se trovati colpevoli, rischiano una pena detentiva fino a sette anni. I 28 attivisti più due giornalisti free lance sono stati arrestati per aver partecipato alla protesta contro le trivellazioni nell’Artico russo lo scorso 18 settembre a bordo della rompighiaccio Arctic Sunrise: avevano tentato, disarmati, di salire su una piattaforma della Gazprom per esporre alcuni striscioni.

IL CONSOLE - «Ero presente martedì a Murmansk quando a D’Alessandro è stato notificato il nuovo capo d’accusa», ha detto il diplomatico, aggiungendo che l’attivista napoletano si trova in «buono stato psico-fisico, ha la nostra assistenza e anche quella forte di Greenpeace, che sul posto ha diversi volontari». A suo parere, l’accusa di teppismo verrà presto notificata anche a tutti gli altri detenuti, dopo di che cadrà formalmente quella di pirateria, come ci si aspetta da giorni.

BONINO - Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha reso noto di aver avuto un colloquio telefonico lunedì con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov in cui si è parlato anche di D’Alessandro. Lavrov, a margine di un incontro con il collega ucraino a Rostov, ha dichiarato che la decisione sugli attivisti di Greenpeace sarà presa sulla base del diritto internazionale, a partire dalla convenzione internazionale sul diritto marittimo, e delle leggi russe. Secondo il capo della diplomazia russa gli attivisti di Greenpeace «sapevano a cosa andavano incontro» con la loro azione.

30 ottobre 2013





Greenpeace, i 30 attivisti arrestati

Corriere della sera

Chi sono i membri dell’equipaggio di Arctic 30

12

Kyenge: "L'immigrato paga le tasse, il vero nemico è l'evasore"

Libero

Il ministro torna a ragionare per slogan: "Dentro ognuno di noi c’è uno straniero". E ancora: "L'immigrazione è un'opportunità"

Persino Attilio Befera, numero uno dell'Agenzia delle Entrate, ha ammesso che la crisi economica e l'eccessiva pressione fiscale hanno generato una sorta di evasione di sopravvivenza.


Cattura
Tesi sposata anche dal piddì Stefano Fassina, ora viceministro dell'Economia nel governo Letta. Addirittura certi giudici hanno graziato un imprenditore che non aveva potuto pagare l'Iva perché rischiava il fallimento. Tre episodi emblematici che dimostrano che qualcosa sta cambiando nel pensiero progressista di bieca persecuzione nei confronti di crea ricchezza. Purtroppo ci sono ancora schiere di politici, pensatori ed economisti pronti a fare della caccia all'evasore una vera e propria bandiera. Tra questi anche il ministro all'Integrazione Cecile Kyenge che, intervenendo a un convegno su cittadinanza e integrazione a Roma, ha detto che il nemico non è l'immigrato, ma appunto l'evasore.

Gli slogan della Kyenge sono sempre gli stessi. E il fine ultimo è sempre quello di andare a mettere mano alle politiche migratorie che vigono in Italia per allargare le maglie alle frontiere, cancellare il reato di clandestinità e soprattutto regalare la cittadinanza ai figli di immigrati regolari. Così, sulla scia della tragedia avvenuta al largo di Lampedusa, il ministro è tornato alla carica: "Il nostro nemico non è l’immigrato ma chi non rispetta i diritti delle persone, chi non rispetta le regole e questo non ha né colore né etnia". Quindi l'affondo: "Bisogna spiegare alla gente che ad esempio chi ruba il posto all’asilo non è l’immigrato, che paga le tasse, ma l’evasore".

Alla Kyenge, in realtà, non interessa ragionare sul perché in Italia l'evasione, che resta comunque un reato, sia così alta. Non una parola sulla pressione fiscale arrivata a livelli da capogiro. Non una parola sulla recessione e sulla concorrenza dei Paesi emergenti che stanno mettendo in ginocchio i nostri imprenditori. La caccia all'evasore viene usata come un topos per "riabilitare" lo status degli stranieri che vivono in Italia.

Secondo il ministro all'Integrazione, per molto tempo i governi italiani avrebbero "navigato a vista" sulle politiche migratorie. In realtà risale al 2002 la Bossi-Fini, una legge che ha messo i paletti per regolamentare un fenomeno che rischia mettere in crisi tutto il Paese. Legge che viene quotidianamente inficiata dalla magistratura nostrana e che la Kyenge, come tutta la sinistra italiana, vorrebbero smantellare da cima a fondo. Per la titolare dell'Integrazione, infatti, l'immigrazione dovrebbe essere considerata una "opportunità".

"Ora occorre cambiare approccio", ha continuato spiegando che il programma del governo Letta è centrato "sui diritti che non escludono i doveri". Su questo, ha precisato, "sono stati dati talvolta dei messaggi sbagliati che possono produrre effetti negativi. Le politiche di repressione hanno avuto un costo elevatissimo, fare una politica di integrazione invece costa poco e arricchisce il Paese".

La Kyenge è, quindi, tornata sul tema della cittadinanza invitando il parlamento a cambiare le norme che ne regolano la concessione: "Integrazione non vuol dire assimilazione, che vuol dire perdere l’identità, ma significa interagire sul territorio: chi arriva porta il suo 'bagaglio' culturale per interagire con la nuova realtà". Quindi lo slogan finale: "Dentro ognuno di noi c’è uno straniero, una donna, un bambino, un anziano, un disabile".

Sindaco minacciato con una pistola dal figlio dell'autista dei Gionta: «Nessuno mi ha difeso»

Il Mattino

di Mary Liguori

L'intimidazione: prima di parlare della malavita ti devi sciaquare la bocca. Il primo cittadino Starita: per 40 minuti quell'uomo mi ha tenuto in ostaggio davanti a tutti


Cattura
Torre Annunziata. Ha minacciato il sindaco con una pistola dopo averlo incontrato davanti al bar di fronte al commissariato di polizia. Forse era ubriaco l'uomo che è stato bloccato dagli agenti e dai carabinieri dopo avere tenuto in ostaggio con una pistola per oltre mezz'ora primo cittadino di Torre Annunziata, Giosuè Starita. Antonio Uliano, questo il nome dell'aggressore che è stato arrestato, è figlio di Michele detto "o pastore", autista storico di Gemma Donnarumma, la moglie del boss Valentino Gionta. Mentre teneva sotto tiro Starita, continuava a ripetere in maniera ossessiva una frase: «Prima di parlare della malavita ti devi sciacquare la bocca».

Solo due giorni fa, in consiglio comunale, Giosuè Starita aveva affermato: «Le scarcerazioni di determinati personaggi, come Aldo Gionta, possono provocare turbamenti sul nostro territorio», e sarebbe stata questa la ragione per la quale Uliano ha deciso di affrontare il sindaco con un'arma in pugno. A disarmare il "pistolero" sono stati carabinieri e agenti di polizia: in queste ore si sta svolgendo il rito per direttissima.

Il sindaco Starita intanto commenta i quaranta minuti in cui è stato ostaggio di Uliano: «Temevo mi sparasse sul serio, molte persone si sono fermate a guardare, ma poi sono passate oltre; d'altronde io stesso li ho invitati ad andare via avendo paura che quell'uomo facesse fuoco: naturalmente mi sarei aspettato che qualcuno chiamasse le forze dell'ordine prima possibile, ma purtroppo solo un cittadino ha avuto il buon senso di contattare polizia e carabinieri, e intanto era già passata mezz'ora».

 
Segui @mattinodinapoli
mercoledì 30 ottobre 2013 - 11:42   Ultimo aggiornamento: 14:39

Pizzeria pugliese: sconto a chi fa cori razzisti sui napoletani guardando la partita

Il Mattino


Cattura
Si è diffuso in un lampo in rete il volantino "virtuale" postato online da una pizzeria pugliese che stasera offre la visione della partita Juventus-Catania con una chiosa che leggete anche voi nella foto pubblicata: «All'interno del locale sono graditi cori di discriminazione territoriale se fatti contro i napoletani. Sconto di 1 euro sulla pizza».I commenti sul web sono feroci. Noi riportiamo semplicemente la notizia, senza commentare a nostra volta.

 
mercoledì 30 ottobre 2013 - 14:36   Ultimo aggiornamento: 14:37

Intelligence elettronica telefoni controllati Roma ha la sua Nsa

La Stampa

paolo mastrolilli
inviato a new york

Raccoglie le notizie, ma non controlla gli italiani


Cattura
Anche l’Italia ha la sua National Security Agency. Più piccola, e con modalità operative diverse da quella americana, ma la vera sorpresa sarebbe se una struttura così non esistesse. Le nuove tecnologie hanno reso essenziale per tutti la signal intelligence (Sigint) e lo spionaggio elettronico. Il traffico delle informazioni che passano attraverso telefoni, cellulari, smartphone e internet è tale che non seguirlo vorrebbe dire mettersi in una posizione di svantaggio in certi casi letale. Tutti i paesi quindi hanno costruito strutture in questo settore, che fanno grosso modo lo stesso lavoro .
Quella italiana è inserita nell’organigramma dell’Aise, cioé l’Agenzia informazioni sicurezza esterna, ma per ragioni tecniche e di riservatezza operativa ha una sede diversa dal quartier generale. È guidata da un ufficiale di Marina e ha meno di cento uomini in organico. Questo già basta a spiegare la diversa portata del suo lavoro rispetto alla Nsa, che secondo stime non ufficiali ha circa 40.000 dipendenti.

I contatti fra le due agenzie omologhe sono frequenti, e infatti quando il 14 ottobre scorso il capo della National Security Agency, generale Keith Alexander, è stato in Italia, ha visitato la nostra struttura per parlare degli ultimi sviluppi del caso Snowden. Noi non facciamo parte dei «Five Eyes», ossia il nucleo originale del sistema di ascolto Echelon, Usa, Gran Bretagna, Australia, Canada e Nuova Zelanda, che collaborano in questo settore e hanno un patto per non spiarsi a vicenda. Anche Roma, però, partecipa alla distribuzione di alcune informazioni raccolte da questa comunità, e fornisce i suoi contributi.

Le leggi del nostro paese vietano espressamente di spiare i cittadini italiani, e quindi la struttura di Sigint focalizza le sue attività all’estero. Scendere nei dettagli metterebbe a rischio tanto gli uomini, quanto le operazioni, ma per esempio non conduciamo la stessa sorveglianza degli americani sui leader stranieri, un po’ perché non ne abbiamo le capacità, e un po’ perché non abbiamo deciso di farlo. La vicenda delle chiavette russe al G20, però, dimostra che queste pratiche sono molto diffuse. Tutti i paesi spiano, e quelli fuori dalle alleanze occidentali e atlantiche lo fanno anche con più spregiudicatezza, meno regole interne da rispettare, e meno controlli istituzionali.

L’Italia invece fa uso della Sigint soprattutto nei paesi caldi dove è impegnata, con la differenza che poi la segue con un intenso lavoro sul terreno. Prendiamo ad esempio l’Afghanistan, dove è risultata spesso molto utile. Se abbiamo informazioni che riguardano le utenze telefoniche di persone che giudichiamo pericolose, le teniamo sotto controllo. Tutti i numeri chiamati dai sospettati a quel punto rientrano nelle verifiche, che diventano sistematiche e si allargano in base ai contatti presi. Se l’utente chiama un apparecchio italiano viene seguito, e questo è l’unico caso in cui un’operazione in corso all’estero può intrecciarsi con il territorio nazionale.

La differenza fondamentale rispetto agli americani, che Washington apprezza tanto di Roma, quanto di altri servizi europei, è che noi poi seguiamo molto di più il lavoro con l’intelligence umana. Gli Usa di recente hanno difficoltà a mettere le persone sul terreno, si affidano parecchio allo spionaggio elettronico, e spesso hanno bisogno di intrecciare le loro informazioni con le nostre.

Sepoltura dei feti: approvata la delibera della giunta Renzi

Corriere della sera


Cattura
E insomma, giusto a poche ore dalla chiusura della Leopolda il consiglio comunale di Firenze ha discusso e approvato la famosa delibera della giunta Renzi sul cimiterino dei feti a Trespiano, sulla quale molte associazioni di donne fiorentine, a cominciare da Snoq, tenevano da tempo accesi i riflettori (la delibera è stata tenuta chiusa per mesi nel cassetto: anche la tempistica per riproporla, l’immediato post-Leopolda, è suggestiva… un autogoal?).

Ma vediamo nel merito: la delibera è stata riproposta ripulita (e in senso non solo figurato) di quei passaggi splatter, là dove si parlava di sepoltura dei “prodotti abortivi e del concepimento”, evocando l’orrore: quel passaggio era stato accolto dall’esultanza del Movimento per la Vita e dei pro-life, e aveva addirittura scatenato macabri flash mob di gruppi dell’ultradestra contro i consultori (la storia qui).

Evidentemente si  è capito che la faccenda era una vera bomba, ed era meglio evitare. Inoltre non si parla più esplicitamente di un’area dedicata nel cimitero. Quindi, in buona sostanza, la lotta delle fiorentine e delle loro supporter esterne contro il cimiterino voluto da Renzi ha avuto un certo successo, evitando un precedente pericoloso che -specie nell’eventualità di una premiership Renzi- avrebbe dato il la all’istituzione di cimiterini analoghi in molte città. La delibera è passata con 30 voti a favore, 4 contrari e 7 non voti. A favore il Pd (tranne Francesco Ricci e Claudia Livi, non votanti), Idv e gruppo Noi per Matteo Renzi, contrari Ornella De Zordo (perUnaltracitta’), Tommaso Grassi (Sel) Marco Semplici e Massimo Sabatini (lista Galli).

Il passaggio del testo di regolamento cimiteriale che riguarda i feti definisce le dimensioni delle fosse (mi scuso), delle urne e dei “monumentini” e per il resto rinvia al decreto presidenziale in vigore da più di vent’anni che regola la materia: “Ferme restando le previsioni del piano di settore cimiteriale, in riferimento alle sepolture previste di cui all’art.7 del decreto del Presidente della Repubblica del 10/9/1990 e nel rispetto dell’art.50 lett.d, è confermata la prassi consolidata e vengno previste le seguenti dimensioni per gli spazi...“, eccetera.

Ma alcune ambiguità restano. La “prassi consolidata”, in realtà, spiega Tommaso Grassi di Sel che ha votato contro la delibera, “è che c’è nei fatti già un’area dedicata nel cimitero. Inoltre è ancora da capire se sia stata eliminata la planimetria allegata che individuava con chiarezza l’area nel cimitero di Trespiano”. Grassi spiega la sua contrarietà anche con il fatto che “regolamentando con una delibera le dimensioni delle fosse e le modalità della sepoltura, di fatto si istituzionalizza la questione. Dalla “prassi consolidata” si passa a un vero regolamento con un iter pubblico, il che significa di fatto conferire ai feti lo status di “cittadini morti”. Un simbolico pesante, che va a colpevolizzare le donne che decidono di interrompere la gravidanza”.

In effetti, essendoci già una legge che regola chiaramente la materia, non si comprende la necessità di un richiamo dettagliato in una delibera comunale: a che cosa serve ribadire? E’ un atto amministrativo, o un gesto politico-ideologico?  “Insomma” dice ancora Grassi “è un po’ come per l’Imu, che viene cancellata e poi reintrodotta con altri nomi. Anche qui sono sparite le parole che davano scandalo, ma la sostanza della questione è stata in buona parte salvaguardata“. La delibera è stata difesa in aula da Stefania Saccardi, assessora ai Servizi Sociali e vicesindaca, legatissima a Matteo Renzi. Avvocata, cattolica,  già legale dell’Istituto Diocesano, Saccardi ha letto alcune lettere di padri e madri che desideravano seppellire il “loro” feto e ha spiegato che la questione non andava posta in termini ideologici.

Non è questione ideologica, in effetti. E’ questione di pelle. La legge 194 sull’aborto ormai è una legge di carta, sostanzialmente inapplicata in gran parte del territorio nazionale: la delibera Renzi, sia pure alleggerita, non va certo nel senso di migliorare le cose. Quando pensiamo a Renzi, pensiamo anche a questo Renzi. E’ mezzo secolo che si combatte, e siamo ancora a questo punto.
aggiornamento ore 13.30: prime reazioni politiche. Questo è un altro candidato alla segreteria del Pd, Pippo Civati, che la vede molto diversamente. Vediamo se reagiranno anche gli altri due candidati.



Aperto un cimitero per bambini mai nati. Perché non basta il silenzio?
di Luisa Pronzato



Cattura
Silenzio. Nel silenzio affiorano orrore, dolore, consolazione, pietà. Non so dove portare i sentimenti (il sentire) leggendo la notizia del cimitero per i bambini mai nati. Non so dove mettere emozione e razionalità. La leggo, la rileggo. E dico e mi contraddico. Dico appunto il suono atroce che mi evoca. La leggo come una violenza sulle donne. La sento percependo il moralismo nel quale siamo ripiombati. Per generazione non ho completamente abbandonatole le ideologie, ricordo che l’interruzione della gravidanza assistita è stata una conquista per nulla leggera. Assistita, ricordo. Rubata e portata via, con una legge, da mammane e medici senza scrupoli che sul corpo delle donne e su una scelta così violenta quanto dolorosa hanno lucrato.

Silenzio. Contraddico con il pensiero che quella camelia tra due angioletti possa nascere dal desiderio di sanare il dolore di una donna che ha perso un figlio e non voleva perderlo.
Un gesto di pietà per chi non ha dove piangere? Un gesto di solidarietà per quelle donne che quelle gravidanze hanno voluto interrompere?
Vi prego, fate ancora silenzio. E nel silenzio mi chiedo: che cosa rappresenta quella lapide bianca?
Un punto di unione verso un bambino che non c’è o una fonte di colpa? La consolazione o la perpetuazione di un dolore? Quel camposanto benedetto oggi che cosa dice a una donna: che è stata inadeguata per non essere riuscita a portare a termine la gravidanza o colpevole per aver voluto interromperla?

1
Già che volontà? Mi chiedo vedendo (con lo sguardo del ricordo) ragazze ed extracomunitarie nella sala di attesa di un ambulatorio. L’insicurezza della “scelta”, il dolore della scelta girava dalle dita che sgualcivano la scheda medica al cappottino striminzito, dalle occhiaie alla tuta di un bambino. E forse anche un altro. Interrompere la gravidanza era certo una scelta. E anche un diritto. Un momento di autodeterminazione.

Responsabile e cosciente (scusate, l’ho ammesso, non posso non essere politica)
E quindi il pensiero (razionale) passa dalla consolazione al dolore che potrebbe dare quella camelia alla perpetuazione del dolore che quei fiori e quegli angeli potrebbero additare. Li vedo, quegli angioletti prendere il ghigno di un atto politico, voluto per tenere aperto il tema della colpa. Sento un male fisico, misto di indignazione. No, adesso urlo. La giustificazione (in mancanza di richieste esplicite il feto viene smaltito come normale rifiuto ospedaliero) mi fa gridare. Zitti, non posso non essere politica.
Era proprio necessario? Chissà quanti altri discorsi si aprono intorno a quel pezzo di terra inaugurato oggi al Laurentino di Roma? Quali altre facce ha oltre a quelle su cui mi sto lacerando io?
Questa è un’occasione per parlarne…



Inaugurato a Roma il cimitero per i bambini mai nati

Corriere della sera

(Benvegnù-Guaitoli)

Il vicesindaco Belviso: «Così i feti potranno non essere trattati come rifiuti ospedalieri»


Cattura
ROMA - Polemiche e dubbi intorno alle lapidi degli «angeli». È stato inaugurato a Roma un cimitero per i bambini mai nati. All'interno del camposanto del Laurentino è nato il «Giardino degli angeli», un'area di 600 metri quadri dedicata alla sepoltura di chi non è mai venuto alla luce a causa di un'interruzione di gravidanza.

RIFIUTI - Il vicesindaco della Capitale, Sveva Belviso, ha piantato nel giardino una pianta di camelie, accanto a due statue di angeli. «Questo progetto - ha spiegato Belviso - risponde alle richieste di chi vuole assicurare al proprio bambino non nato un luogo di sepoltura». In mancanza di richieste esplicite, infatti, il feto viene smaltito come un normale «rifiuto ospedaliero».

L. 194 - Le lapidi, tutte bianche, potranno anche essere anonime. «L'iniziativa - ha spiegato il vicesindaco - non vuole intaccare assolutamente i principi sanciti dalla legge 194 sull'aborto, ma vuole dare una risposta alle richieste di coloro che intendono seppellire il loro figlio mai nato». Il Cimitero degli Angeli sorge proprio di fronte all'area del cimitero dei bambini.

Redazione Online4 gennaio 2012 (modifica il 6 gennaio 2012)

California, la casa di Jobs diventa 'monumento storico' E nel garage dei suoi primi pc è stata cambiata solo la porta

Quotidiano.net

L'abitazione, costruita nel 1951, apparteneva ai genitori adottivi di Jobs, scomparso due anni fa, ed è oggi di proprietà della sorella

San Francisco (California) 30 ottobre 2013


Cattura
Il municipio della località californiana di Los Altos ha catalogato come monumento storico la casa dove è vissuto Steve Jobs, e nel cui garage il fondatore della Apple aveva assemblato i suoi primi pc insieme a Steve Wozniak; la decisione è stata approvata all’unanimità.
La casa, costruita nel 1951, apparteneva ai genitori adottivi di Jobs, scomparso due anni fa, ed è oggi di proprietà della sorella: il garage è rimasto identico ad eccezione della porta, che è stata cambiata.



123
48

Addio cookie, i colossi vogliono “spiarci” da soli

Corriere della sera

I “biscottini” elargiti in Rete per seguirci hanno vita breve: Google, Facebook, Microsoft ed Apple stanno studiando sistemi di tracciamento basati suio propri software e device

Cattura
MILANO - I cookies hanno vita breve. Microsoft, Google e Facebook - e in un certo modo anche da Apple - hanno infatti dichiarato guerra a queste poche righe di codice che le aziende mettono nei loro siti per monitorare le nostre attività in Rete. Facile accorgersi della loro presenza: cerchiamo per esempio con Google il prezzo di un orologio e questo poi sarà in bella mostra su una pagina che non c’entra nulla trasformato in un banner pubblicitario di un sito di e-commerce che, guarda caso, vende proprio quell’orologio. Non è magia, è merito di questi biscottini che non ci lasciano mai soli.

FANNO TUTTO DA SOLI - Questi fiumi di preziosi dati però non andranno persi visto che sono parte degli imperi costruiti dai tre colossi della Rete e contribuiscono ai 120 miliardi di dollari ricavati ogni anno dalla pubblicità. Semplicemente i tre grandi faranno da sé, dividendosi la gustosa torta e tenendo fuori le attuali software house che sviluppano cookies e continuando a seguire le nostre attività ma per conto proprio.

IL NOSTRO PROFILO - La mossa è semplice: attualmente i cookies raccolgono miliardi di informazioni che poi confluiscono a migliaia di aziende ma il terzetto ha una nuova prospettiva, raccogliere questi dati tramite i propri siti, i propri browser e servizi di email e analizzarli per conto proprio per avere un profilo ancora più completo delle nostre abitudini. Così insomma, ognuno di loro conoscerà molto meglio le nostre abitudini di consumatori, cosa ci piace, quanto ci piace, gli orari in cui siamo disposti a consumare di più e i negozi di riferimento, e sarà in grado di profilarci in maniera quasi completa.

ANCHE I LIKE ALLE AZIENDE - Google per esempio può far leva sul browser Chrome, su Gmail e i suoi servizi pubblicitari, Microsoft ha Bing, Internet Explorer e l’Xbox, Facebook ci conosce meglio di tutti e può analizzare le nostre discussioni, i consigli degli amici, i “like” dati ai singoli prodotti, alle aziende e alle loro iniziative. La nuova via poi toccherebbe anche i dispositivi mobili dove finora i cookies non hanno mai funzionato bene e qui è interessante aggiungere che Google ha Android, Microsoft ha Windows Phone e Facebook ha una delle app più usate nel mondo. Apple vuole accodarsi al nuovo trend grazie all’enorme diffusione del proprio hardware, assegnando a ogni iPhone e iPad un numero identificativo unico, basandosi sul fatto che smartphone e tablet sono oggetti di uso molto personale.

OGNUNO UN NUMERO - Ogni azienda però ha un suo piano strategico, e quello del numero identificativo pare sarà la strada che sarà più seguita. Microsoft ha annunciato che permetterà alle aziende pubblicitarie di tracciare il comportamento degli utenti nell’uso delle app sui sistemi operativi Windows 8 e 8.1 sia sui tablet che sui PC. Ogni utente avrà un identificativo personale così da poterlo categorizzare a seconda dei suoi gusti, dell’età e delle cose che cerca. Anche Google punta a un numero univoco per ogni utente che monitora i suoi comportamenti su Gmail, Chrome e Android.

I BISCOTTI DI FACEBOOK - Facebook invece punta a dei cookie tutti suoi. Quando ci connettiamo a un negozio online un cookie riconosce la nostra identità e la lega al nostro profilo permettendo al sito di inviarci pubblicità personalizzata riguardante il prodotto che cercavamo o articoli simili. E il bello è che tutto ciò avviene anche se non ci siamo mai registrati presso quel venditore e che riguarda non solo Facebook ma anche la sua applicazione mobile.

NESSUNA VIA DI SCAMPO - Queste due strategie permettono insomma di superare l’annoso tallone d’Achille dei cookie che risiedendo nei browser non sono in grado di riconoscere se più persone stanno usando un solo programma o se è la stessa persona a connettersi usando più browser. Con il numero personale ognuno di noi sarà profilato a prescindere dal device usato per connettersi, dal programma, dal sistema operativo, dal luogo. E a quel punto non avremo più scampo, almeno finché non si troverà un modo per contrastare una tecnologia di cui si sa ancora pochissimo.

30 ottobre 2013

Ilva di Taranto, chiuse le indagini E tra i 53 indagati c’è anche Vendola

La Stampa

L’inchiesta per disastro ambientale. Per l’accusa il governatore pugliese avrebbe tentato di «far fuori» il dg di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, figura “sgradita” all’azienda


Cattura
C’è anche il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola tra i 53 destinatari di avvisi di conclusione delle indagini in corso di notifica da parte della Procura di Taranto che ha condotto l’inchiesta sul presunto disastro ambientale provocato dallo stabilimento siderurgico Ilva. Al governatore vengono contestate le presunte pressioni esercitate sul direttore generale dell’Agenzia regionale Protezione ambiente Giorgio Assennato. L’episodio era già noto ma non era certo che sarebbe costato a Vendola l’informazione di garanzia. Gli avvisi vengono notificati dalla Guardia di Finanza in queste ore. Tra i destinatari ci sono altri esponenti politici. 

Il provvedimento è stato firmato dal procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, dal procuratore aggiunto, Pietro Argentino, e dai sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano. Quest’ultimo è titolare di due fascicoli d’inchiesta relativi ad incidenti mortali verificatisi all’Ilva di Taranto, fascicoli che sono stati inglobati nell’inchiesta-madre oggi chiusa. I reati contestati agli indagati vanno dall’associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale all’avvelenamento di sostanze alimentari, all’emissione di sostanze inquinanti con violazione delle normative a tutela dell’ambiente.

Il giallo delle due isole galleggianti Centri dati o negozi di Google?

Corriere della sera

Due mega-chiatte di 80 metri. «Venderanno gli occhiali hi-tech»

Cattura
NEW YORK — Gli ingredienti per una storia enigmatica e avvincente sono molti: un’isola galleggiante — un’enorme zattera d’acciaio sulla quale sorge un castello fatto di vari piani di container — spuntata all’improvviso nel bel mezzo della baia di San Francisco. Una struttura analoga che si materializza in modo altrettanto misterioso dall’altra parte degli Stati Uniti, sull’Atlantico: vicino a Portland, lungo la costa del Maine.

Nessuno sa nulla di preciso su queste due isole galleggianti che non hanno nomi né numeri, ma numerosi indizi portano a Google: si parla di «data center» da tenere, in caso di necessità, fuori dalle acque territoriali Usa, di «server» mobili da trasferire in altri continenti, di strutture di «back up». Centri di elaborazione di riserva da attivare in caso di catastrofi naturali o di guerre. Ma queste strutture potrebbero anche essere un nuovo tipo di negozio galleggiante — e quindi mobile — che l’azienda di Mountain View si preparerebbe a opporre agli Apple Store del suo rivale di Cupertino. Un modo innovativo di vendere un prodotto già di per sé rivoluzionario: i Google Glass, i suoi occhiali elettronici.

L’azienda di Larry Page e Sergey Brin risponde per ora con un «no comment» alla grandinata di domande dei cronisti californiani che stanno seguendo l’appassionante vicenda. E allora non resta che raccontarla, questa strana storia cominciata qualche giorno fa quando l’«oggetto misterioso» è improvvisamente comparso davanti all’isola artificiale che la Marina Usa ha dato in affitto al comune di San Francisco. Un’isola che la Navy non poteva che battezzare «Treasure Island», l’isola del tesoro.

La grande piattaforma d’acciaio, lunga quasi 80 metri e larga più di 20 si è materializzata davanti a un grande capannone, l’hangar numero 3, nel quale sono state presumibilmente costruite le strutture montate sulla zattera. Strutture che, secondo molti tecnici, fanno pensare a un «data center» galleggiante, un progetto coltivato da anni da Google che nel 2009 l’ha anche brevettato.

I cronisti californiani da giorni al lavoro, a cominciare da quelli del sito Cnet, hanno rintracciato alcuni ingegneri, in passato dipendenti di Google, che hanno confermato: c’era un progetto di questo tipo, l’azienda voleva usare navi in disarmo, ma si rese conto che riconvertirle era più costoso che costruire strutture nuove. Quelle disegnate allora sono molto simili all’isola in costruzione nella baia.

Le autorità di San Francisco sostengono che l’Hangar 3 è stato affittato a una società che si chiama «By and Large», non da Google. Ma questa società è pressoché sconosciuta. E i due personaggi che dovrebbero esserne i capi sono in qualche modo riconducibili a Google. Di più: i lavoratori dell’hangar, quando vanno a mangiare in bar e ristoranti della zona, pagano con carte di credito di Google.

Ce n’è abbastanza per dare il via a una girandola di supposizioni sempre più avventurose: centri di elaborazione dati di riserva, da dislocare in giro per il mondo e attivare i caso di catastrofi naturali o guerre? O strutture che dovrebbero consentire a Google di garantirsi in qualunque circostanza la extraterritorialità della gestione di almeno una parte della gigantesca mole di dati che transitano per i suoi server?

La fantasia si scatena, favorita anche dalla tendenza di Google a imbarcarsi in avventure affascinanti: dall’auto che si guida da sola al progetto di una rete wireless planetaria basata su una rete di palloni aerostatici e di dirigibili, ora in via di sperimentazione in Nuova Zelanda.

Ma ecco che la Kpix, una rete televisiva locale affiliata alla Cbs, tira fuori un’ipotesi completamente diversa: l’isola galleggiante potrebbe essere un nuovo tipo di negozio mobile. Google ha bisogno di una rete per vendere i suoi nuovi occhiali elettronici. Non volendo ricalcare il modello degli Apple Store, potrebbe tentare la via dei punti vendita galleggianti da ancorare nelle città affacciate sul mare o attraversate da un fiume.

Fonti vicine a Google sembrano accreditare questa ipotesi. Anche a Cnet ammettono di averne sentito parlare. Ma diffidano: gli ingegneri dicono che quel castello di container è poco adatto ad essere usato come megastore. Potrebbe essere un depistaggio. E intanto altri ex dipendenti dell’azienda della Silicon Valley raccontano che la società aveva progettato una rete di 12 «data center» di riserva da dislocare in giro per il mondo: quattro negli Usa, gli altri otto in Asia, Europa e Sud America. Il mistero continua.

30 ottobre 2013

De Benedetti-Tronchetti, accuse su Telecom «Incapace», «non parliamo stessa lingua»

Corriere della sera

Ma il numero uno Pirelli: «Lui molto discusso per certi bilanci, fu coinvolto nel crac del Banco Ambrosiano»

Cattura
Polemiche, insulti, invettive. Comincia di prima mattina Carlo De Benedetti, che spara ad alzo zero contro la gestione dei capitani coraggiosi in Telecom accusata di averne prodotto i mali attuali (e il passaggio del controllo di Telco agli spagnoli di Telefonica). L’ingegnere, editore del gruppo La Repubblica Espresso affida alla radio (la trasmissione di Giovanni Minoli, Mix24), le critiche alla gestione Tronchetti/Colaninno/ Bernabè : «Se i capitani coraggiosi sono loro allora preferisco le partecipazioni statali. Un liberista, in economia, come me si trova a dire viva le partecipazioni statali».

«Ho inventato la Omnitel, - ha proseguito De Benedetti- unica azienda di computer al mondo che è entrata nella telefonia e non era una cosa ovvia. Quando poi la Omnitel che oggi è Vodafone fu successivamente venduta da Colaninno alla Mannesmann che poi fu comprata a sua volta dalla Vodafone, vorrei ricordare che l’Olivetti era l’azienda più liquida in Italia. Tanto che Colaninno si permise di fare, e io lo contestai per iscritto, l’Opa sulla Telecom che firmò la fine della Telecom». E ha rincarato: «Strategie industriali zero. Colaninno utilizzò la cassa dell’Olivetti per iniziare la distruzione della Telecom e poi fu conseguita con grande intensità e incapacità da Bernabè».

1
LA REPLICA - Così - dopo alcune ore - è arrivata una nota durissima di Tronchetti Provera che nell’estate 2001 attraverso Pirelli (e con il sostegno della famiglia Benetton) costituisce la società Olimpia che acquista circa il 27% di Olivetti della società Bell di Emilio Gnutti e Colaninno diventando l’azionista di maggioranza di Telecom: «Se l’ingegnere vuole contestare qualcosa sono a disposizione per eventuali rettifiche. Mi confronto sui fatti, anche pronto a farlo pubblicamente se l’ingegnere accetta, non sugli insulti». «La storia delle persone e delle aziende, anche quella dell’ingegner De Benedetti, si deve raccontare guardando i fatti in modo oggettivo e rispettandoli» aggiunge il numero uno della Bicocca.

«Se anche io raccontassi la storia delle persone attraverso i luoghi comuni e gli slogan potrei dire che l’ingegner De Benedetti è stato molto discusso per certi bilanci di Olivetti, per lo scandalo legato alla vendita di apparecchiature alle Poste italiane, che fu allontanato dalla Fiat, coinvolto nella bancarotta del Banco Ambrosiano, che finì dentro le vicende di Tangentopoli. Invece non lo faccio perchè sarebbe sbagliato - dichiara Tronchetti in risposta a Carlo De Benedetti - Questo paese ha bisogno di altro. Guardate dove ci ha portato la guerra per bande di questi anni». E ancora: «Questo è un Paese dove in tanti, se avessero un filo in più di memoria e di buon gusto, dovrebbero smettere di fare la morale agli altri. La storia della mia gestione di Telecom è sul sito Pirelli».

QUESTIONE DI PAROLE - Un botta e risposta che è continuato in serata. Il presidente del Gruppo Editoriale L’Espresso ha definito il presidente di Pirelli «avido e incapace». «Anziché esercitarsi in esercizi di dozzinale retorica, che contiene anche falsità, con le sue sconsiderate decisioni imprenditoriali ha distrutto miliardi di valore per gli azionisti Pirelli», sottolinea De Benedetti. «È evidente che io e l’ingegner De Benedetti non parliamo la stessa lingua, come è normale possa succedere tra un cittadino italiano e un cittadino svizzero - replica Tronchetti Provera -. Rimango disponibile a un confronto pubblico, ovviamente in territorio neutrale».

29 ottobre 2013

Il regalo avvelenato di Putin Chiavette Usb con microspie

La Stampa

guido ruotolo
ROMA


A San Pietroburgo l’“omaggio” dei russi ai leader: ma erano una trappola



Cattura
L’allarme è scattato qualche giorno dopo. Il presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, rientrato a Bruxelles dopo aver partecipato al G20 di San Pietroburgo in settembre, ha consegnato alcuni gadget ai funzionari della sicurezza, che a loro volta hanno chiesto una consulenza ai Servizi tedeschi.

E l’immediato responso tecnico arrivato da Bonn ha allertato le diplomazie e le intelligence di mezzo mondo. Secondo una prima analisi tecnica, infatti, la chiavette Usb e il cavo Usb di alimentazione per cellulari ricevuti in regalo dai russi – appunto i gadget in questione – erano due «trojan horse», ovvero due strumenti per la captare dei dati del computer e del cellulare.
Insomma nei confronti dei Paesi partecipanti al G20 – europei, sudamericani, arabi e asiatici – è scattata una operazione di spionaggio che rende ancora di più pesante il clima tra le varie intelligence e diplomazie.

1
Il vertice si svolge a partire dal 5 settembre. I Grandi si ritrovano a una quindicina di chilometri da San Pietroburgo, a Strelna, nel Palazzo di Costantino. Il clima è teso, così come i rapporti tra Mosca e Washington. Lo scandalo del Datagate è esploso a inizio giugno. Il primo agosto Mosca concede un visto temporaneo al tecnico informatico della Nsa, Edward Snowden, la gola profonda protagonista della vicenda. L’irritazione americana è quindi al massimo tanto che la Casa Bianca cancella dopo averne ventilato l’ipotesi il bilaterale fra Putin e Obama. Anche la questione siriana, dove la crisi è all’apice e dove soffiano ormai i venti di guerra, non aiuta a smorzare le tensioni. Molte diplomazie occidentali sono su posizioni diverse da Putin sulla guerra contro Assad.

E dunque, il summit che doveva discutere prevalentemente di lotta ai paradisi fiscali, di instabilità finanziaria e disoccupazione alla fine viene condizionato dal Datagate e dalla vicenda di Damasco. A surriscaldare il clima e a imbarazzare Washington arriva a vertice appena aperto la notizia che le «orecchie» di Washington avrebbero ascoltato le comunicazioni dei i presidenti del Messico e del Brasile, Enrique Pena Nieto e Dilma Rousseff.

È in questo contesto che arriva la scoperta dei «gadget» modificati, che segnano il ritorno ufficiale a un conflitto tra servizi segreti di mezzo mondo. L’indagine tecnica affidata ai tedeschi, va detto, è ancora in corso. Non si sa se tutti i partecipanti al summit, i capi di stato e di governo dei venti paesi più importanti oltre ai vertici della Ue, hanno avuto gli stessi gadget «modificati». Va da sé che è massima la preoccupazione che quelle chiavette Usb possano essere già state utilizzate da qualche membro delle 26 delegazioni dei Paesi partecipanti al summit russo.


La scoperta dell’intelligence tedesca dell’operazione di spionaggio fatta dai russi a San Pietroburgo emerge ora nel pieno della nuova bufera del Datagate, vicenda che non sembra esaurirsi e preannuncia nuovi colpi di scena. I Paesi della Ue sono fortemente preoccupati per l’attività di spionaggio americano che crea allarme nelle opinioni pubbliche nazionali. In particolare, Germania e Francia denunciano gli americani di aver raccolto milioni di dati e intercettato la cancelliera Angela Merkel.

Nelle ultime ore, poi, il sito «Cryptome» ha lanciato la notizia che l’Nsa americana in un mese ha monitorato ben 124,8 miliardi di comunicazioni in tutto il mondo. Dai 12,76 miliardi del Pakistan ai 46 milioni dell’Italia. Dati che lasciano perplessi gli analisti accreditati nel mondo della intelligence elettronica perché si tratterebbe di milioni di miliardi di dati che dovrebbero passare in motori di ricerca che filtrano le informazioni sensibili attraverso parole chiave o concetti.

Di sicuro, nei tre incontri avuti dai vertici della nostra intelligence con quelli della National Security Agency, nelle settimane scorse, gli americani hanno confermato di non aver monitorato utenze italiane nel nostro Paese. Mai come in questo momento il timore delle nostre autorità di governo è che continui lo stillicidio di informazioni veicolate prive di riscontri e di paternità. Insomma, potrebbe non essere ancora finita.

Angela Merkel intercettata? Sembra però che il cellulare in questione sia il quinto nella sua disponibilità, quello intestato al partito. Mentre per quanto ci riguarda i nostri apparati di intelligence e di sicurezza in questi giorni hanno rassicurato sul livello di protezione delle comunicazioni dei vertici di Palazzo Chigi.

La protezione delle comunicazioni del presidente del Consiglio, Enrico Letta e degli stessi ministri è affidata all’Aisi, l’ex Sisde, e un funzionario del «ComSec» segue sempre il premier con una valigetta di apparati di protezione delle comunicazioni riservate.
Anche le comunicazioni dei ministri vengono protette grazie ad algoritmi criptati per la «rete di governo». Tutti i sistemi e gli apparati di protezione delle comunicazioni sono soggetti a verifiche regolari e periodiche.



Media russi: silenzio, e un po’ di sarcasmo
La Stampa
anna zafesova

Il portavoce del Cremlino liquida il caso delle chiavette Usb “infette” come «ipotesi inesistente», e sui siti si ironizza sull’imbarazzo di Obama: «Tanto i nostri sistemi crittografici sono impenetrabili».



Cattura
Gli americani spiano, i russi no. Per il Cremlino le rivelazioni che ai leader del G20 nel settembre scorso sono state regalate chiavette Usb infettate per spiare i contenuti dei loro Pc “è un chiaro tentativo di sviare l’attenzione da un problema realmente esistente, l’attività di spionaggio Usa”, ha detto il portavoce di Vladimir Putin, Dmitry Peskov, all’Ansa. Aggiungendo, previa smentita di “un’ipotesi che non esiste”, di “non conoscere le fonti di queste notizie”.

Per conoscere le fonti basterebbe spulciare le rassegne stampa online russe, alcune delle quali citano, senza troppo interesse, l’articolo di Guido Ruotolo su La Stampa sul giallo delle “chiavette di Troia”. Per i media russi, che si dedicano appassionatamente a descrivere l’imbarazzo di Obama per le intercettazioni, la storia che invece anche i servizi di Mosca si dedicavano a origliare e infiltrare non appare altrettanto avvincente. Anche perché i giornali sono pieni di interviste a esperti convinti che l’Nsa non sia riuscita a intercettare Putin: “I nostri sistemi crittografici sono impenetrabili”.

Come a dire che i russi sono più bravi a spiare, e anche più democratici, come si era detto anche all’epoca del caso di Edward Snowden, l’ex contractor dell’Nsa che ha fatto scattare il Datagate e al quale la Russia ha offerto asilo in quanto negli Usa rischiava la pena di morte. Il sarcasmo nei confronti del “Grande fratello” made in Usa, dopo decenni di accuse occidentali e soprattutto americane di scarsa democrazia e prepotenza dei servizi in Russia (per non parlare dell’Unione Sovietica che aveva brevettato un sistema di intercettazioni totali simile a quello descritto nel film tedesco “Le vite degli altri”), assume toni gongolanti.

Del resto, il trucco delle chiavette è stato messo in pratica già anni fa dai cinesi, che le regalavano a centinaia a imprenditori in visita a Pechino, spesso con la complicità di qualche bella ragazza che conoscevano al bar dell’albergo. In quel caso, a quanto appare dalle rivelazioni di alcune fonti delle intelligence occidentali, si trattava di uno spionaggio su larghissima scala, che colpiva anche “comuni mortali”, una rete vastissima a caccia di segreti soprattutto tecnologici e commerciali.

Ai russi invece interessa la politica, e al più alto livello. Per quanto sia certamente più difficile convincere a fidarsi di una chiavetta i rappresentanti di un governo: perfino in molte aziende è prassi comune di sicurezza non infilare nei Pc cd e memorie flash provenienti dall’esterno, se non altro per la banale paura dei virus. Probabilmente chi ha inventato il piano – se non è una “ipotesi inesistente” come dice il portavoce del Cremlino – contava sul fatto che una chiavetta regalata da un governo - il quale almeno nei confronti degli europei si propone come partner se non come amico - non avrebbe suscitato sospetti.



Direttore Nsa: “Dati su cittadini forniti dai nostri partner europei”
La Stampa

Secondo il capo dell’agenzia di sicurezza Usa, l’attività di spionaggio sarebbe opera dei servizi di intelligence di Spagna e Francia



Cattura
«Non abbiamo raccolto noi le informazioni sui cittadini europei ma questi dati erano forniti dai nostri partner europei». Lo afferma il capo della Nsa, Keith Alexander, definendo totalmente infondate le accuse apparse sulla stampa europea e smentendo quanto pubblicato dal francese “Le Monde”, lo spagnolo “El Mundo” e il settimanale italiano “ L’Espresso”. 
I dati «che hanno portato la gente a credere che la Nsa o gli Stati Uniti - ha detto Alexander intervenendo davanti alla Commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti - sono falsi, ed è falso che siano state raccolte sui cittadini europei». Riferendosi a Edward Snowden Alexander ha detto che « è assolutamente un traditore: le sue azioni sono illegali, contro la Costituzione e hanno aiutato i terroristi che tentano di uccidere americani».

Le attività di spionaggio elettronico che hanno provocato forti polemiche in Francia e Spagna sono opera dei servizi di intelligence di quei Paesi e non della Nsa. A scriverlo, citando funzionari americani, è il Wall Street Journal. Le registrazioni telefoniche raccolte dagli europei - in zone di guerra ed altre aree situate al di fuori dei loro confini - sono poi state condivise con la Nsa, nel quadro degli sforzi volti a proteggere truppe americane ed alleate e civili, scrive ancora il giornale citando le sue fonti. Rivelazioni che gettano una nuova luce sul ruolo di servizi di intelligence europei che collaborano strettamente con la Nsa, si legge ancora sul quotidiano.

Anche Dianne Feinstein, presidente della Commissione Intelligence del Senato, pur chiedendo uma sostanziale revisione delle strategie dell’Nsa, ha sottolineato che «i giornali europei hanno frainteso tutto». «Non erano gli Usa che raccoglievano dati in Francia e Germania. Erano la Francia e la Germania che mettevano insieme i dati. E tutto ciò non aveva nulla a che fare con i loro cittadini, ma riguardava la raccolta di dati in aree di guerra (dove agisce) la Nato, come l’Afghanistan».
 
L’intelligence italiana non ha mai scambiato dati relativi a cittadini italiani con gli 007 americani. È quanto precisano qualificate fonti dei servizi, commentando le dichiarazioni del capo della Nsa. 



Silvio, il lettone e la chiavetta usb
La Stampa
 
Putin, lo spionaggio russo al G20 e quella conferenza stampa di Berlusconi e Brunetta del 2009

alberto infelise


Del lettone di Putin si è scritto tanto. Il regalo che il premier russo fece a Berlusconi è passato dalla cronaca alla letteratura in poco tempo. Ma chissà se oltre al lettone l’amico Vladimir avesse regalato a Silvione anche un’idea? E’ il febbraio del 2009. Renato Brunetta è ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione nel quarto governo Berlusconi. A palazzo Chigi premier e ministro presentano una proposta innovativa (essendo Brunetta ministro per l’Innovazione) ai giornalisti: basta scartoffie e spreco di cellulosa, d’ora in poi il ministero più moderno non fornirà più fotocopie dei comunicati alla stampa, tutto sarà contenuto in una chiavetta usb.

Certo, fino a oggi quella conferenza stampa era rimasta nella top ten delle conferenze stampa di palazzo Chigi perché Silvione non si trattenne dal dimostrare la sua incontestabile simpatia. Brunetta disse ai giornalisti: “Vi regaliamo la chiavetta”. E subito il primo ministro, da par suo, chiosò con un ghigno ammiccante e beffardo: “Gli hai spiegato dove devono metterla?”. Risate in sala stampa, che simpatico quel guascone del premier. Ora, sicuramente quella chiavetta non conteneva nessun virus atto a spiare i giornalisti italiani, ne siamo assolutamente certi. Ma chi l’avesse ancora, può gentilmente controllare se da qualche parte riporta la scritta “Made in Russia”?




Attivisti o reporter? New York Times sfida sul metodo Snowd
La Stampa


Glenn Greenwald ha lanciato le rivelazioni del Datagate sul ”Guardian” prima di mettersi in proprio



Cattura
I giornalisti devono essere obiettivi o attivisti? Votati all’imparzialità o dichiaratamente di parte? Pronti ad autocensure in nome della sicurezza del Paese e di vite a rischio, oppure paladini della trasparenza a tutti i costi come bene superiore? Tra le tante conseguenze del caso Snowden, c’è anche quella di aver riaperto un dibattito tra due fazioni che si contendono la definizione di quello che dovrebbe essere il giornalismo del futuro.

L’ultima puntata di uno scontro che va avanti almeno dal 2010, l’anno delle rivelazioni di Wikileaks, è andata in scena sul sito del «New York Times»: una sorta di duello digitale tra Bill Keller, editorialista ed ex direttore del quotidiano più celebre al mondo, e Glenn Greenwald, il giornalista/attivista che guida il balletto delle rivelazioni sui documenti di Snowden.

Un lunghissimo botta e risposta online in cui Keller e Greenwald si sono sfidati con tutte le armi disponibili, restando alla fine entrambi in piedi. Come tanti giudici a bordo ring, i commentatori su Web e social hanno seguito affascinati e assegnato un pareggio, riconoscendo che i duellanti incarnano modelli forse inconciliabili. Resta da vedere quale dei due, nell’era digitale, offrirà garanzie di un’informazione migliore ai lettori.

Greenwald ha interrotto la collaborazione con il britannico «Guardian» - che ha pubblicato i suoi scoop sulla Nsa - per avviare una nuova iniziativa con il miliardario Pierre Omidyar, il fondatore di eBay. Ed è questo passo, accompagnato dalla promessa di Omidyar di «buttare a mare tutte le vecchie regole», che ha spinto Keller ad aprire le ostilità in difesa del metodo giornalistico di cui il NYTimes è portabandiera.

L’ex direttore ha contestato l’idea di un giornalismo fatto di «solisti alimentati dalle loro passioni e investigatori votati alle crociate». Per Keller, è impensabile che il futuro del giornalismo sia affidato a scelte come quelle di Julian Assange, che diffonde documenti «con insensibile indifferenza» alle conseguenze che possono provocare.

Ed è pericoloso affidare al vaglio solitario di «attivisti» come Greenwald la decisione su cosa pubblicare. Il lavoro di un’istituzione come il NYT, con le sue prudenze e la tensione all’obiettività, per Keller è una garanzia per tutti: cercare di essere imparziali «in molti casi porta più vicino alla verità, perché impone la disciplina di sottoporre a un vaglio tutte le tesi».

Ben diversa la posizione di Greenwald, che fa intuire il tipo di giornalismo che proporrà con Omidyar. Il giornalista del caso Snowden - che non accetta le accuse ad Assange di aver messo vite in pericolo - ritiene «tossico» il metodo del «New York Times». A suo avviso è un approccio tutt’altro che imparziale e sostanzialmente ipocrita, sottomesso al governo americano, incapace per esempio «di chiamare tortura la tortura».

«Tutto il giornalismo è una forma di attivismo», è il giudizio di Greenwald, per il quale contano solo l’accuratezza dei dati e la capacità di usarli per sfidare il potere. «Scetticismo e non deferenza», proclama il giornalista/attivista, deprecando ogni forma di moderazione e compromesso. Ma Keller non ci sta: essere responsabili non significa piegarsi al potere, è la sua replica. Un secolo e mezzo di scoop del «New York Times» lo dimostrano, mentre il «nuovo giornalismo» di Greenwald è ancora tutto da esplorare.



La guerra senza regole degli 007
 La Stampa

maurizio molinari


Se il sistema americano «Prism» ha monitorato negli ultimi anni le comunicazioni elettroniche nel Pianeta e le antenne della «National Security Agency» hanno intercettato i leader alleati di Washington, in occasione dell’ultimo summit del G20 gli organizzatori russi avrebbero consegnato ad alcuni dei Capi di Stato e di governo ospiti una chiavetta Usb capace di spiarli.

Le rivelazioni sullo spionaggio elettronico che finora hanno bersagliato gli Stati Uniti sembrano così estendersi alla Russia, lasciando intendere l’intensificazione di una guerra di spie innescata dalla fuga ad Hong Kong di Edward Snowden, l’ex analista della «Nsa» scappato dalle Hawaii con i segreti più preziosi dell’arsenale digitale del Pentagono ed ora esiliato in Russia, dove a proteggerlo sono i discendenti dell’ex Kgb.

Durante la visita svolta in giugno a Berlino, era stato il presidente americano Barack Obama a dire a chiare lettere che «non siamo i soli a usare lo spionaggio elettronico sebbene siamo gli unici a doverne rispondere pubblicamente» e nelle settimane seguenti è tornato sull’argomento, lasciando trapelare l’irritazione di Washington per il perdurante silenzio sulle analoghe attività dei più agguerriti concorrenti strategici: Pechino e Mosca anzitutto.

I sospetti che ora si indirizzano sulla Russia di Vladimir Putin per le chiavette-spia del G20 si accompagnano all’ipotesi che qualcosa sia saltato nei delicati equilibri che regolano la convivenza fra servizi segreti, innescando un domino di rivelazioni che - a prescindere dalla loro fondatezza - sono destinate a moltiplicare le fibrillazioni internazionali.

Ciò che viene meno è una delle regole più antiche delle relazioni fra potenze: ci si spia senza dirlo e le guerre di intelligence avvengono lontano dai riflettori. Se il crollo del Muro di Berlino ha portato ad un mondo multipolare dove ogni nazione può ambire ad essere decisiva, le rivelazioni di Snowden hanno rotto il tacito equilibrio fra i maggiori servizi di intelligence dando vita ad una sorta di Far West delle spie che si consuma in maniera plateale sulle prime pagine di siti Internet e quotidiani.

Ciò che colpisce è come le vittime più ambite in questo Far West sono i leader di governo. Se il capo della commissione «Homeland Security» della Camera dei Rappresentanti, Pete King, difende le intercettazioni dei leader stranieri considerandole «intelligence di grande valore» le antenne di ascolto che i militari cinesi posizionarono davanti all’hotel di Pechino che ospitava George W. Bush nel 2008 confermano come gli inquilini della Casa Bianca siano spesso soggetti a simili attenzioni.

Il motivo è che le parole del leader sono una finestra non solo sulle informazioni in possesso del suo Paese ma anche sulle sue intenzioni immediate. Conoscerle consente di avvantaggiarsi in battaglie, politiche o economiche, che possono svolgersi nei consessi internazionali più diversi: dalle dispute commerciali in seno al «Wto» a quelle sull’unione bancaria a Bruxelles, fino alle liti sulla Siria nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’intelligence è così diventata lo strumento di un duello sempre più personale fra i leader delle diverse potenze: determinati a conoscere cosa pensa il rivale per poterlo anticipare, beffare.

Se la sfida dello spionaggio accompagna i maggiori eventi internazionali diventano più comprensibili le esitazioni dell’amministrazione Obama nel fronteggiare le irate proteste dei leader alleati perché chiedono all’America di compiere dei passi indietro mentre gli avversari restano agguerriti.
A differenza dei leader di Cina e Russia, Obama ha però un’opinione pubblica interna a cui deve rispondere e ciò spiega la scelta di anticipare i tempi della riforma dell’intelligence elettronica, affidandone la redazione ad una commissione di cinque saggi che dovrà presentare i risultati entro il 15 dicembre.

La loro missione non potrebbe essere più difficile: rimodellare la più segreta arma elettronica degli Stati Uniti per proteggere la privacy dei cittadini e rimettere sui binari le relazioni con i più importanti alleati. Ma prescindere da quale sarà il risultato non è difficile indovinare che il Far West degli 007 continuerà. Almeno fino a quando il caso-Snowden non verrà risolto, portando alla creazione di nuovi equilibri fra i maggiori servizi di intelligence.