mercoledì 6 novembre 2013

Caselli furioso per uno scritto di Erri De Luca per Magistratura Democratica: "Me ne vado"

Libero

Il procuratore di Torino lascia la corrente progressista dei giudici nella quale milita da sempre per colpa di un articolo delle scrittore NoTav


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Tutta colpa di uno scritto di Erri De Luca. Giancarlo Caselli, quando ha visto il contributo dello scrittore pubblicato nell'agenda di Magistratura Democratica per il 2014, è andato su tutte le furie tanto da prendere una decisione che nessuno si aspettava. Lui, da sempre esponente della corrente progressista della magistratura, ha deciso di abbandonare MD.

Repubblica sostiene che il passaggio che è andato di traverso al procuratore di Torino è quello in cui, sotto il titolo "Notizie su Euridice", Erri De Luca - che ha giustificato il sabotaggio in Val di Susa ammettendo anche di aver preso parte ai blocchi stradali organizzati dai No Tav - scrive a proposito degli anni 70: "Si consumò una guerra civile a bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro...".

Mentre il magistrato torinese non commenta l'indiscrezione, Luigi Marini, presidente nazionale di magistratura democratica, dichiara al quotidiano: "Non è ancora ufficiale ma ci sono state dichiarazioni che vanno in questo senso". Caselli è infatti da tempo nel mirino del movimento No Tav, e la procura di Torino ha ipotizzato nel luglio scorso la finalità terroristica per alcuni espisodi di sabotaggio.  Così i curatori avevano deciso di far precedere lo scritto con una presa di distanza sottolineando però che "povero è il gruppo che censura uno scritto così bello, anche se altrettanto controverso".

Lapidario il commento di Erri De Luca: "Se si dimette da Magistratura Democratica vuol dire che non è più un magistrato democratico" ha detto lo scrittore interpellato da Affaritaliani.it.


Effetto boomerang
La Tav denuncia Erri De Luca: "Ha incitato al sabotaggio"

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Il compagno-scrittore
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Da ragazzo in Lotta Continua
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Il passaporto svizzero di Paolo, la "corsa" di Jonella a Milano: sono altri favori ai Ligresti?

Libero

Non solo Giulia: il Dap di Roma si attivò per trasferire anche l'altra figlia. Al terzogenito la cittadinanza svizzera poco prima degli arresti:


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Nell'affaire Ligresti non c'è soltanto la scarcerazione di Giulia e l'intervento di Annamaria Cancellieri. Repubblica punta i riflettori su altre presunte anomalie, nello specifico su Jonella Ligresti (la primogenita) e sulla cittadinanza svizzera di Paolo. Jonella avrebbe avuto una miglior sorte rispetto a quella di molti altri detenuti: bruciando i tempi, è tornata al carcere di Milano, più vicina dunque alla sua famiglia. Paolo, invece, ha ottenuto la cittadinanza elvetica tre settimane prima del mandato di cattura. Due circostanze che secondo Repubblica dovrebbero essere chiarite.

La vicenda - Tutto inizia il 17 luglio scorso: Salvatore Ligresti e i suoi tre figli, per il crac Fonsai, vengono raggiunti dai provvedimenti della Procura di Torino. La storia di Giulia è nota: ha problemi di salute e ottiene i domiciliari; la Cancellieri s'interessa del caso. Ma ora si parla di Jonella: arrestata in Sardegna, passa per il carcere di Cagliari prima e quello di Torino poi. Quindi, in quelli che Repubblica definisce "tempi giudiziariamente molto rapidi", arriva nella prigione meneghina di San Vittore, a poca distanza dalla casa di famiglia e a 150 chilometri dalla Procura di Torino, titolare dell'inchiesta.

Il ruolo del Dap - Il direttore delle Vallette di Torino, Giuseppe Forte, ricostruisce l'accaduto e spiega: "Sono state seguite tutte le procedure". Poi aggiunge una frase che alimenta il sospetto: "I legali, ottenuto il nulla osta (per il trasferimento, ndr) hanno trattato direttamente con il Dap di Roma. Un giorno mi è arrivato l'ordine di trasferire Jonella a San Vittore". Anche in questo caso, dunque, viene tirato in ballo il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), che ebbe un ruolo centrale anche nella scarcerazione di Giulia.

Gioco di prestigio - Repubblica si chiede chi abbia "tirato le file nel gioco di prestigio" che nel giro di pochi giorni riesce a smistare Jonella Ligresti da Costa Rei al centro di Milano. Il pm di Torino, Vittorio Nessi, spiega di aver dato il suo ok al trasferimento "perché in questi casi, se non ci sono particolari esigenze, concedo sempre il parere favorevole". Ma il suo parere non basta: infatti è necessario il nulla osta dei vertici del Dap, che sarebbe arrivato con particolare rapidità. Il dubbio è che qualcuno, anche per Jonella, abbia sollecitato il trasferimento.

Il passaporto - Infine il caso di Paolo Ligresti, il terzo fratello: il 26 giugno diventa cittadino svizzero. Il documento arriva 21 giorni prima del mandato di cattura. Anche questa, per Repubblica, è una tempistica sospetta. Attualmente il procuratore federale di Lugano, John Noseda, sta indagando per capire se la cittadinanza di Paolo è valida o se invece Paolo ha dichiarato il falso, sostenendo di non avere indagini in corso a suo carico in Italia: in questo caso la cittadinanza verrebbe annullata e il passaporto ritirato.



Caso Ligresti, Cancellieri riferisce in Aula: «Mai fatto pressioni o ingerenze»

Corriere della sera

Il ministro interviene al Senato e alla Camera sulla scarcerazione di Giulia Ligresti: «Sono libera, mia carriera mai influenzata»

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Il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri risponde in Senato, e poi alla Camera, dell’accusa di aver favorito Giulia Ligresti, arrestata il 17 luglio nell’ambito dell’inchiesta torinese su Fonsai, per l’ottenimento dei domiciliari.Il ministro Cancellieri è arrivata a Palazzo Madama insieme al presidente del Consiglio, Enrico Letta, al ministro per i Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, e al viceministro allo Sviluppo, Antonio Catricalà, con i quali si è riunita per una breve riunione nella Sala del Governo prima di riferire in Parlamento. Il ministro Cancellieri ripercorre in Aula tutta la vicenda giudiziaria di Giulia Ligresti.

«La ricostruzione dei fatti dovrebbe far spazio ad una riflessione seria e pacata sulla mia condotta, la scarcerazione non è avvenuta a seguito di una mia pressione. Non ho mai sollecitato – afferma il ministro – nei confronti di organi competenti la scarcerazione di Giulia Ligresti e non ho mai indotto altri ad agire in tal senso. La decisione della magistratura è stata indipendente». Dopo aver lasciato Palazzo Madama, il ministro - sempre accompagnata dal premier Letta - ha riferito sulla vicenda anche alla Camera, ribadendo: «Il mio onore è stato offeso da accuse opacità»:«Il tema è tra i più delicati perché offende più di ogni altro il mio onore, adombrando opacità di comportamenti o, peggio, vere e proprie distorsioni e deviazioni dai canoni di imparzialità e di correttezza istituzionale. In altre parole - rileva il ministro - sarei venuta meno ai miei doveri di ufficio».

Cancellieri: "Non ho mai chiesto la scarcerazione di Giulia Ligresti" (05/11/2013)
«FIDUCIA DECISIVA» - Per il ministro Cancellieri «la fiducia è decisiva per andare avanti nell’incarico di ministro della Giustizia»: «Se dovessi essere d’intralcio a questo Governo sono pronta a fare un passo indietro». Nel corso del suo intervento la Cancellieri ha ribadito di essere stata «amica di Antonino Ligresti», ma «in nessun modo la mia carriera è stata influenzata da rapporti personali» con questi o con altri. Il ministro ha poi spiegato che il medico del carcere di Vercelli il 12 agosto aveva segnalato la gravità del caso di Giulia Ligresti e il 14 lo segnalò alla procura. «Le mie segnalazioni, invece, sono del 19, cinque giorni dopo».

Nella telefonata con Gabriella Fragni, ha proseguito il Guardasigilli,«esprimevo un sentimento di vicinanza e mi rendo conto che qualche espressione possa aver ingenerato dubbi, mi dispiace e mi rammarico di avere fatto prevalere i miei sentimenti sul distacco che il ruolo del ministro mi dovevano imporre», ma «mai ho derogato dal mio dovere». Le «segnalazioni sulle condizioni di salute dei detenuti - continua il ministro - possono venire o dall’interno della struttura carceraria, dall’esterno, dalle associazioni», risponde «ad un dato di realtà, che con le segnalazione di eventi critici». Il fenomeno dei suicidi in carcere, ha sottolineato il ministro, è «alto» e ognuna di queste morti «è una sconfitta per lo Stato. Io ne sento tutto il peso».


ACCUSE INFONDATE - Nella vicenda Ligresti, «mio figlio è stato indebitamente» coinvolto, ricorda il l ministro Cancellieri, sottolineando che il figlio è entrato in Fonsai nel maggio 2011 «ed in quel periodo avevo cessato dalle funzioni di commissario straordinario di Bologna ed ero una tranquilla signora che mai avrebbe pensato di diventare ministro». Alla ricostruzione della vicenda, la Cancellieri ha poi aggiunto: «Se non fossi intervenuta sarei venuta meno a miei doveri di ufficio». E ha proseguito:«È vero, non tutti hanno la possibilità di bussare alla porta del ministro della Giustizia, non tutti hanno un diretto contatto. Ma posso garantire che nessuno più di me avverte questa disparità in tutta la sua dolorosa ingiustizia. È difficile essere vicini a tutti i detenuti». Il ministro ribadisce di aver «agito come in molti altri casi, tanti e anonimi, più di cento solo negli ultimi mesi, tutti a disposizione di chi li volesse visionare ».

IL PD - «Abbiamo ascoltato il ministro, e guardando l’esposizione dei fatti e gli atti abbiamo confermato la fiducia: non ci sono stati interventi fuori dalla sua responsabilità», commenta il segretario Pd Guglielmo Epifani dopo l’informativa del ministro Cancellieri a Senato e Camera. «Non abbiamo nascosto - spiega Epifani - sia nell’intervento di Zanda sia di Speranza che quel passaggio telefonico aveva dei problemi e lo stesso ministro ha riconosciuto che le frasi potevano essere equivocate. Abbiamo tenuto una posizione seria». «L’intervento del ministro contribuisce a fare chiarezza, anche se rimane tutta l’inopportunità della telefonata intercorsa con la famiglia Ligresti - è invece il commento di Danilo Leva, responsabile Giustizia del Pd - Non esistono gli estremi per la sfiducia. E’ stata dimostrata la non interferenza sulla scarcerazione della Ligresti, come si può ricavare anche dalle dichiarazioni della stessa procura».


IL PDL - Già prima di riferire in Aula il ministro Cancellieri si era detta «serena e piena di fiducia» . E, concluso il suo intervento, dai banchi della maggioranza in Parlamento il Guardasigilli ha incassato un lungo applauso. In mattinata era arrivato anche il sostegno di Angelino Alfano che, a nome del Pdl, l’ha invitata a restare al proprio posto e a continuare «a fare il ministro della Giustizia, come sta facendo», garantendole «la nostra massima fiducia». Poi in aula il Pdl ribadisce , con Renato Brunetta, la fiducia al ministro Cancellieri. «Una persona soffriva e nessuna custodia cautelare può mettere a rischio una vita. Lo dice il buon senso, lo dicono la nostra cultura e la nostra umanità dice Brunetta - Che paese è questo dove si manipola il senso di telefonate innocenti, le si pubblica dopo intercettazioni illegali e le si espone al pubblico ludibrio? Signora ministro non si faccia intimidire e faccia altre dieci, cento, mille telefonate: anzi ne faccia 12mila150, quante sono le persone in custodia cautelare» .


LE CRITICHE DI M5S E LEGA - Le critiche al ministro Cancellieri tuttavia non sono poche e arrivano soprattutto da Cinque Stelle e Lega, con i primi che hanno depositato una mozione di sfiducia individuale alla Camera. Il ministro, si legge nella mozione individuale di sfiducia depositata dai grillini a Palazzo Madama, «ha abusato della sua funzione e della sua qualità e per questo deve lasciare il dicastero di via Arenula».Una richiesta di dimissioni che la Lega è pronta a sostenere se, come spiega Roberto Maroni, «le parole del ministro non dovessero convincere il Carroccio». a richiesta di dimissioni da parte del M5S viene ripetuta negli interventi in aula.

«Sostiene che chi l’ha criticata è ignorante? Noi ignoriamo sì, ignoriamo i motivi per i quali oggi non si dimette - dice Alfonso Bonafede, deputato M5S vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera - Chieda scusa a tutti gli italiani, e con onore - questa volta sì - si dimetta». Il grillino accusa di aver distinto tra detenuti «di serie A e non di serie B o C, ma di serie Z. I primi, naturalmente, sono quelli che hanno il suo numero di cellulare». E mentre sulla vicenda à in corso il dibattito , Beppe Grillo su Twitter lancia l’hashtag #Cancellieridimettiti, con l’obiettivo di alimentare il pressing della Rete sul Guardasigilli. Mentre sul blog, il leader del M5S pubblica un lungo intervento della capogruppo 5 Stelle al Senato, Paola Taverna, che fa il punto sul caso Cancellieri ma anche sul calendario di Palazzo Madama sulla decadenza di Silvio Berlusconi.




Cancellieri al Tg1: «La Ligresti poteva morire» (02/11/2013)
 
Crozza-Guardasigilli: ?Per liberare un parente digitate il tasto Cancellieri" (01/11/2013)

06 novembre 2013 (modifica il 06 novembre 2013)

Il Brasile annulla la conferenza di Cesare Battisti all'università

Quotidiano.net


Il comitato che aveva organizzato il seminario 'Chi ha diritto di vivere' ha informato di aver ricevuto una e- mail dell’ex terrorista nella quale si annunciava la decisione


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San Paolo, 6 novembre 2013 - Stop alla conferenza di Cesare Battisti all'Università Federale di Santa Catarina a Florianopolis. A far annullare l'evento è stato il governo brasiliano. E’ stato lo stesso comitato che aveva organizzato il seminario 'Chi ha diritto di vivere' - nel quale Battisti era l’oratore principale - ad informare di aver ricevuto una e mail dell’ex terrorista nella quale si annunciava l’annullamento della conferenza. Joa Gabriel Almeida, lo studente che aveva organizzato la partecipazione di Battisti, ha diffuso il messaggio nel quale l’ex terrorista sostiene che "attraverso una richiesta formale, all’ultimo momento, il governo mi ha proibito partecipare al nostro incontro".

La nostra vita è appesa a un filo. Del telefono

Marcello Veneziani - Mar, 05/11/2013 - 07:43

La giustizia in Italia è una compagnia telefonica. La sua principale funzione non è accertare i fatti ma spiare le parole, con le intercettazioni telefoniche


La giustizia in Italia è una compagnia telefonica. La sua principale funzione non è accertare i fatti ma spiare le parole, con le intercettazioni telefoniche. È una giustizia che condanna il dire più che raccogliere prove concrete sul fare. Anche la carcerazione preventiva nasce sempre più spesso dalla maldicenza telefonica e punta non all'accertamento dei fatti ma alla confessione del detenuto: ti sbatto in cella in condizioni bestiali, non ti faccio nemmeno vedere i tuoi con la scusa di non inquinare le prove, finché confessi quel che ci aspettiamo tu dica.

La verità, come ai tempi dell'Inquisizione, verrà dal mea culpa disperato del detenuto. Ma tutto resta nella sfera del dire. E tutto ruota intorno al telefonino che è il nostro cancro d'asporto; noi ci confidiamo con lui e lui invece fa il doppio gioco. Non solo con la magistratura o le forze dell'ordine, anche con le mogli, i mariti e le fidanzate.

Non dispongo di statistiche perché la materia è fluida, ma la principale ragione dei litigi di coppia, separazioni e divorzi, la prima pulce nell'orecchio, è un telefonino spiato, un sms, una telefonata captata. Il telefonino è l'applicazione moderna del confessionale, è il nostro angelo custode (angelo significa appunto messaggero); ma poi muta in custode carcerario. E non bastano più i pater e le ave marie per redimersi. E tu devi a tua volta accusare un altro, è un gioco di società, anzi una catena.
La salvezza sarà la deviazione automatica di linea con depistaggio di spione. Vai con l'offerta furbaphone.

Tortora: caro Sciascia, ti scrivo: trent'anni di amicizia tra il presentatore televisivo e lo scrittore

Il Messaggero
di Vito Catalano


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Spesso accade che coloro che amano uno stesso scrittore facciano amicizia o si ritrovino accanto nelle vicende della vita. Probabilmente, prima di tutto, il nome di un grande romanziere francese fu il crocevia che fece incontrare Leonardo Sciascia ed Enzo Tortora: Stendhal. L’autore de “La certosa di Parma” aveva avuto una vita romanzesca fra amori e campagne napoleoniche. Nell’estate del 1987, Tortora scrive: «Penso, per la Tv italiana (Rete 2) e francese, a un grande sceneggiato sulla vita di Stendhal», e più avanti: «Potremmo sottoporti registi, sceneggiatori, interpreti di prima qualità. Posso contare su un tuo cenno?». E Sciascia, del resto, in uno dei numerosi scritti dedicati allo scrittore francese, dice: «In ogni altro scrittore l’autobiografia, i momenti autobiografici, i ricordi servono ad illuminare l’opera; ma in Stendhal sono l’opera».

Del progetto non sappiamo altro; Tortora morirà nel 1988, Sciascia nel 1989. Ma la corrispondenza e l’amicizia fra lo scrittore e il presentatore erano nate quasi trent’anni prima. La prima lettera, fra le molte conservate nell’archivio della Fondazione Sciascia a Racalmuto, è del 1958. Sciascia non è ancora uno scrittore famoso, ha pubblicato pochi libri ed è appena uscito il volume di racconti “Gli zii di Sicilia”. In questa prima lettera Tortora intravede già nel giovane scrittore una grande promessa: «Egregio signor Sciascia, spero consentirà, ad un lettore, di esprimerle tutta la riconoscenza per la gioia procuratagli dalla lettura dei suoi Zii di Sicilia. È il libro più spiritoso, intelligente e vero dell’anno. Bravo! Bravo di cuore. Sono Enzo Tortora, presentatore alla televisione, animale (in privato) meno fatuo di quanto sia in trasmissione».

DAL LEI AL TU
Dopo un incontro a Caltanissetta, in una lettera datata 26 febbraio 1963 in cui siamo passati dal lei al tu, dopo aver parlato di una trasmissione radiofonica dedicata a “Il consiglio d’Egitto”, Tortora regala una interessante informazione allo scrittore racalmutese: «La morte di Fenoglio mi ha tanto amareggiato: non più di tre mesi fa, ad Alba, fui a cena con lui: già distrutto ma ignaro. E mi parlò di te con infinita stima. Volevo dirtelo». Una lettera del febbraio 1979 e una del gennaio 1983 e il tempo deve essere passato davvero perché si ritorna al lei. Poi, il 17 giugno, esplode la triste (per lui e per la giustizia italiana) vicenda giudiziaria di Tortora.

L’INTERVENTO
Meno di due mesi dopo, il 7 agosto, dalle colonne del Corriere della sera, Sciascia, partendo dalle carenze e dalle disfunzioni dell’amministrazione della giustizia, interviene in modo fermo e lucido: «Il caso Tortora è l’ennesima occasione per ribadire la gravità e l’urgenza del problema. Un mese fa, alla televisione francese, ho dichiarato le mie perplessità e preoccupazioni relativamente alla massiccia operazione contro la camorra promossa dagli uffici giudiziari di Napoli e la mia personale convinzione che Tortora sia innocente.

Non mi chiedo: “E se Tortora fosse innocente?”: sono certo che lo è. Il fatto di conoscerlo personalmente e di stimarlo uomo intelligente e sensibile (non l’ho mai visto in televisione), può anche essere considerato elemento secondario e magari fuorviante; ma dal giorno del suo arresto io ho voluto fare astrazione dal rapporto di conoscenza e di stima e ho soltanto tenuto conto degli elementi di colpevolezza che i giornali venivano rilevando. Non ne ho trovato uno solo che insinuasse dubbio sulla sua innocenza».

DOPO L’ARRESTO
Ed ecco la prima lettera di Tortora dopo l’arresto, spedita a settembre dal carcere di Bergamo: «Caro dottor Sciascia, sono Enzo Tortora. Ancora chiuso in questo tunnel assurdo, demenziale, basato sul niente. Io spero lei abbia ricevuto, da Regina Coeli, il mio commosso telegramma di ringraziamento. Lei ha visto, con occhi profetici, la tremenda realtà che mi imprigiona». Più avanti: «Dottor Sciascia, enormità che farebbero ridere un bambino vengono prese per oro colato, diffuse, pubblicizzate: può immaginare con quale strazio, per me, misto a disgusto profondissimo.

Il 29, a quanto pare, potrò rivedere un giudice. E pare grossa concessione: dopo più di tre mesi di galera». Del telegramma non è rimasta traccia, ma ancora diversi anni dopo l’arresto e la morte di Tortora la moglie di Sciascia ricordava il testo: «Non ho mai disonorato la sua stima». La corrispondenza, negli anni fra l’arresto e l’assoluzione (sono anni, sia per Sciascia che per Tortora, di vicinanza con i Radicali di Pannella), si fa più frequente, più intensa: nelle lettere, evidenti sono la rabbia, il dolore, l’indignazione, ma pure la spinta a combattere.

DON ABBONDIO Nell’estate del 1985 c’è attesa per la sentenza di primo grado. A settembre Tortora sarà condannato a dieci anni (per l’assoluzione in Appello dovrà passare un altro anno) ma, prima che la sentenza venga pronunciata, Sciascia fa sentire la sua voce ancora una volta (3 agosto 1985). Da un discorso intorno ai “Promessi sposi”, al capitolo VIII (nel quale Renzo e Lucia cercano di diventare marito e moglie introducendosi a casa di Don Abbondio, il quale riesce a rivestire il ruolo della vittima anche se è colui che ha compiuto il sopruso) Sciascia arriva fino al processo Tortora: «È facile, scampanando retorica e solleticando un mai sopito plebeismo, fare apparire una vittima come un privilegiato: ed è quel che si sta tentando di fare con Enzo Tortora.

Ma il caso Tortora non sta soltanto nell’angosciosa vicenda che lui sta vivendo: è il caso del diritto, è il caso della giustizia». E Tortora invia subito dopo una lettera che è insieme un grazie e un commento all’articolo: «Carissimo Leonardo, ho voluto attendere qualche giorno prima di scriverti. Non sarei riuscito, lì per lì, a metter giù quattro parole, tanto il tuo pezzo sul Corriere m’è parso di folgorante, già “classica” bellezza. Direi, con quel Don Abbondio rivisitato (o, semplicemente, visitato, per chi, in quel libro, non s’era affacciato mai) che tu li hai fulminati tutti: dico tutti, sorvolandoli sereno nei loro interminabili gargarismi di parole». Un’amicizia, quella fra Sciascia e Tortora, nel segno della letteratura e della giustizia.

Husqvarna addio : l’ultima moto uscita dalla fabbrica di Biandronno

Corriere della sera

La nuova proprietà ha trasferito in Austria la produzione


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VARESE - Il mondo degli appassionati delle motociclette deve sapere. Sembra essere questo il senso dell’ultima protesta, voluta da Cgil e Cisl con i lavoratori della Husqvarna di Biandronno: la fabbrica che, una settimana fa, ha bloccato il sito produttivo italiano delle storiche motociclette, e dove è stata appena prodotta l’ultima moto. La fine è stata determinata da una decisione della nuova proprietà, la Pierer Industries, che fanno capo a Stefan Pierer, il patron dell’austriaca Ktm. I bilanci erano in rosso, e la Bmw, che aveva in passato aveva rilevato marchio, si era disimpegnata.

LA PROTESTA - Il presidio inizierà alle 16,30 di venerdì 8 novembre alla Eicma, la fiera del motociclo, in svolgimento nello spazio di Rho Fiera Milano. «Ktm ha deciso di appropriarsi gratuitamente di marchio, rete di vendita e stabilimento, trasferendo la produzione in Austria e privando il sito varesino di una prospettiva industriale e occupazionale» osservano i sindacati, che in questi giorni sono in forte polemica con la proprietà, nonostante gli incontri dei mesi scorsi avessero portato a un accordo. Gli austriaci avevano accettato la cassa integrazione ma senza dichiarare la cessazione, anche perché avrebbero dovuto spostare nel Varesotto alcune attività produttive. Secondo i lavoratori, tuttavia, Ktm non avrebbe alcuna intenzione di tornare a produrre.

06 novembre 2013

Piste ciclabili, la rivoluzione incompiuta

La Stampa

Alessandro Sarcinelli - Francesco Zaffarano (MAGZINE)

A due anni dalla vittoria di Pisapia, ancora troppi rischi per chi si muove in bici


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Milano non è una città per ciclisti. Basta girare mezza giornata per rendersi conto che chi si sposta su due ruote non ha vita facile. Non è solo una questione di lunghezza delle piste ciclabili, 140 km che dovrebbero diventare 240km entro il 2015. Il problema è l'impossibilità di percorrere più di 100 metri senza trovare ostacoli. Che siano le macchine in sosta selvaggia sui percorsi o le stesse piste interrotte improvvisamente, poco cambia: il ciclista è costretto a reimmetersi nel flusso del traffico. Succede ovunque: in via Melchiorre Gioia come nella centralissima circonvallazione interna.

Per migliorare la situazione, in alcune zone delle città il Comune aveva installato dei paletti per impedire l’invasione delle corsie per le due ruote. Tuttavia la soluzione è durata pochi mesi: le barriere, infatti, sono state distrutte dall’inciviltà di alcuni automobilisti; si è ricominciato a posteggiare e le lamentele dei ciclisti sono rimaste inascoltate. Se c’è chi scambia le ciclabili per parcheggi gratuiti, non mancano i motociclisti che le sfruttano come corsie a scorrimento veloce. «Tutto ciò avviene perché non ci sono abbastanza controlli da parte della polizia locale» sostiene Eugenio Galli, presidente di Ciclobby.



Come spesso accade, infatti, per far rispettare le regole è necessario che accada un incidente. È il caso di via Solari, dove nel novembre del 2011 il dodicenne Giacomo Scalmani ha perso la vita. Bastò una macchina in doppia fila e uno sportello aperto all’ultimo momento perché il giovane fosse travolto da un tram. Da allora la situazione è radicalmente cambiata. «I vigili sono diventati molto severi – afferma un residente – e di macchine in strada non se ne vedono più».

L’assessore alla mobilità Pierfrancesco Maran annuncia che nel 2014 «potrebbero partire i lavori per il progetto realizzato in collaborazione con i cittadini della zona: un insieme di ciclabili e Zone30». Tuttavia non mancano tratti più funzionali e sicuri, come il collegamento tra parco Sempione e piazza Amendola o i 4 chilometri lungo il naviglio della Martesana. Ma anche qui bisogna fare i conti con una scarsa manutenzione: spesso la segnaletica a terra è così rovinata da non essere più visibile e talvolta le radici degli alberi invadono le piste rendendole sconnesse.


Ci si dimentica facilmente che la realizzazione di nuove infrastrutture non può sostituirsi al miglioramento di quelle esistenti. «Sforzi se ne sono fatti – è il parere di Galli – ma se aumentano i ciclisti non aumenta sufficientemente l’offerta di ciclabilità da parte dell’amministrazione comunale». A cominciare dall’informazione: basti pensare che sul sito Milano in Bici - inaugurato dal Comune nel marzo 2013 - la mappa della rete ciclabile è stata aggiornata a fine 2011.

Mosca e Kiev alla guerra dei cioccolatini

La Stampa
anna zafesova

Il Cremlino blocca l’importazione del cioccolato Roshen dopo la decisione ucraina di firmare un accordo di associazione e libero scambio con l’Unione Europea. Si temono i primi licenziamenti



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Il latte e le aringhe del Baltico, il vino moldavo, l’acqua minerale georgiana, le cosce di pollo made in Usa: la diplomazia della Russia continua a passare dai frigoriferi dei sui cittadini, dai quali vengono banditi i prodotti dei Paesi che in qualche modo hanno scontentato Mosca. Ora è il turno dei cioccolatini ucraini. Le praline e le merendine pagano per l’intenzione di Kiev di firmare a fine novembre un accordo di associazione e libero scambio con l’Unione Europea, traguardo ambito che però a Mosca viene visto come un passo sleale.

Il ministro degli Esteri Serghei Lavrov già nei giorni scorsi aveva fatto capire che l’Ucraina non può avvicinarsi all’Europa e restare in buoni rapporti con la Russia. E così mentre il Cremlino propone già l’introduzione di passaporti per i viaggi tra Russia e Ucraina – con decine di milioni di russi e ucraini che vivono nel Paese vicino e che finora hanno attraversato un confine inesistente solo con i documenti d’identità – parte la guerra dei cioccolatini. Mosca ha già annunciato che Kiev perderà i privilegi commerciali e doganali nel caso della firma dell’accordo di associazione con l’Ue, e le tv russe – che in Ucraina sono molto seguite – mandano in onda trasmissioni dove promettono la prossima rovina del Paese ex fratello, la cui industria e agricoltura sono rivolte molto più al mercato russo che a quello, tutto da conquistare, europeo.

Lo scenario è quello classico, già collaudato altre volte: un’improvvisa sollecitudine del servizio federale di tutela del consumatori, il Rospotrebnadzor che in questi anni è stato un’arma delle guerre diplomatiche, rileva irregolarità sanitarie nei cioccolatini di Roshen, gigante dolciario di proprietà dell’ex ministro ucraino Petro Poroshenko. Del resto, il famoso ex direttore dell’ente, Ghennady Onishenko, ha sempre sostenuto che i russi devono mangiare solo russo, e ha più volte invitato i consumatori a evitare il sushi e gli hamburger come cibo dannoso per i loro organismi.

Nei supermercati e ristoranti di Mosca nel frattempo si può comprare qualunque cosa da ogni angolo del mondo, ma appena un Paese diventa politicamente sgradito ecco che anche il suo cibo finisce nel mirino. E così un’ispezione dei russi nelle fabbriche ucraine è giunta alla conclusione che i livelli di qualità dei cioccolatini non sono all’altezza degli stomaci russi. Il governo ucraino ha smentito le accuse come “false”. Ma nel frattempo le importazioni sono bloccate e si comincia a parlare di licenziamenti. Poroshenko ha smentito, ma il capo del sindacato dell’agroalimentare di Donetsk, Iana Litvin, parla di 140 esuberi nella fabbrica di Mariupol e di 400 in quella di Vinnitsa, con il rischio che – se l’embargo continua – altri 500 lavoratori potrebbero perdere il posto.

Un incidente che di certo non facilita le cose per il presidente ucraino Viktor Yanukovich, già impegnato a cercare una scorciatoia per firmare l’accordo con l’Ue senza rispettare la condizione di Bruxelles di concedere le cure mediche all’estero a Yulia Timoshenko, l’ex premier e leader dell’opposizione finita in carcere dopo un processo per truffa più che ambiguo. Il Cremlino ne approfitta per riportare all’ovile un presidente che una volta era considerato un “uomo di Mosca”, e il consigliere di Putin Serghei Glaziev terrorizza l’opinione pubblica sostenendo che i piani di integrazione europea siano “ispirati dall’ambasciata americana” e che gli ucraini perderanno il lavoro e si ridurranno in miseria per volere di Washington e Bruxelles. Per il momento però gli unici posti di lavoro a rischio sono quelli messi in bilico dai cioccolatini che la Russia considera indigesti. 

Ecco gli smartphone che hanno la batteria che dura di più: l'iPhone 5S solo quarto

Il Mattino
di Andrea Andrei


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Se la potenza di un dispositivo mobile è importante, la durata della batteria spesso lo è altrettanto. Si sa che i moderni smartphone vanno caricati praticamente ogni giorno, non come i vecchi cellulari che resistevano anche per una settimana. Ma le differenze, anche fra telefoni “smart”, esistono eccome. E in alcuni casi avere un cellulare più potente equivale a doverlo collegare all'alimentazione più spesso.

Il magazine “Which?” ha confrontato gli smartphone di ultima generazione per stabilire quale fosse il più longevo in termini di batteria. I risultati sono impietosi per Apple: l'iPhone 5S si posiziona solo al quarto posto per durata in conversazione, mentre quando si parla di navigazione internet la situazione è anche peggio, e il gioiellino di Cupertino scivola in ottava posizione. A dominare incontrastato la classifica è il Samsung Galaxy S4 (17 ore e mezza in conversazione, quasi 7 ore in navigazione), seguito da HTC One.

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martedì 5 novembre 2013 - 17:41

Amici e fidanzati assistenti. Le senatrici M5S accusate: «Serviva gente di fiducia»

Corriere della sera

I casi di Lezzi e Moronese che fanno litigare i grillini

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MILANO - «La mia assistente ha rinunciato al contratto stamattina, non vuole dare spazio alle polemiche, continuerà a supportarmi come semplice attivista. Ho un’altra persona che si occupa della mia comunicazione a Lecce, per ora va bene così», taglia corto Barbara Lezzi, ma l’assemblea sul caso Parentopoli ha lasciato il segno. Con lei, finita sulla graticola dei colleghi pentastellati, c’è la senatrice campana Vilma Moronese. Nel mirino la scelta di assumere come assistenti personali rispettivamente la figlia del proprio compagno e il fidanzato stesso. Stessa discussione, esiti per ora diversi. «Lui si è preso un anno di aspettativa, quando scadrà non so cosa succederà. Al momento non saprei scegliere qualcun altro che sappia darmi lo stesso contributo», spiega Moronese.

Tra i Cinque Stelle la tensione, però, dopo i toni drammatici di lunedì, non si attenua. C’è chi come Mario Michele Giarrusso chiede una riunione congiunta di deputati e senatori per trattare il caso, ma la capogruppo a Palazzo Madama, Paola Taverna, si oppone. E anche Lezzi e Moronese si difendono. «Non c’è nessun caso Parentopoli. Abbiamo rispettato sia le regole del Senato sia il nostro codice di comportamento (è stato messo in discussione il criterio di meritocrazia, ndr )», attacca l’esponente pugliese.

«I documenti sui nostri collaboratori sono stati passati al vaglio di Palazzo Madama», conferma Moronese. Secondo Lezzi «c’è una grossa incomprensione di fondo: i curricula li avevamo chiesti per i dipendenti dei gruppi parlamentari - quelli che curano gli aspetti tecnici - non per i nostri assistenti personali». Qual è la differenza? «I nostri collaboratori devono essere delle persone di fiducia, deleghiamo a loro cose estremamente personali come password, mail, persino bancomat».

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«Ho scelto il mio fidanzato per via delle sue competenze - racconta la parlamentare campana -, si occupa di ambiente ed è anche un attivista della prima ora come me, candidato alle amministrative a Napoli». «Io invece volevo una persona giovane e di valore. La figlia del mio compagno è laureata in Economia ed è anche lei attivista», spiega invece la senatrice pugliese. Che aggiunge: «Avrei potuto scegliere anche altre persone, ma qui entra in gioco la fiducia, non si tratta solo di merito». Le polemiche con gli altri senatori? «Si tratta di una posizione minoritaria, sono sempre gli stessi 8-9», affermano.

«Quando ho assunto il mio collaboratore abbiamo deciso di mettere in Rete la notizia nei meet-up di Napoli e Caserta, trovando l’appoggio della maggior parte degli attivisti - ricorda Moronese -. Lui, dipendente che ha anche una piccola attività in proprio nel settore della green economy, mi segue 24 ore al giorno. Tutti i giorni. Perché nel weekend noi siamo impegnati sul territorio. Ce la siamo presa come missione».

Qualcuno, però, si è lamentato che ci sia una sottile differenza tra fidanzati e mogli o mariti: «Sarebbe opportuno fare questo tipo di distinzione quando si regolarizzeranno le coppie di fatto», ribatte Lezzi, che in assemblea aveva parlato anche di altri casi. E che puntualizza: «Tutti abbiamo assunto senza bandi pubblici. Magari c’è chi ha scelto un amico o il vicino di casa. Davanti a un caso del genere c’è la stessa considerazione che nel mio?”.

06 novembre 2013





Urla, lacrime e scambi di accuse: assemblea infuocata dei grillini sul caso «parentopoli»
Corriere della sera

Vilma Moronese e Barbara Lezzi hanno assunto come assistenti, rispettivamente, partner e figlia del compagno

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Urla, lacrime, lanci (reciproci) di accuse: è un’assemblea decisamente agitata quella tra i senatori del Movimento 5 Stelle in merito alla cosiddetta «parentopoli grillina». Una vera e propria polveriera lunga tre ore (e ancora in corso). A lanciare la scintilla l’agguerrita Laura Bignami nell’incontro, la scorsa settimana, con Beppe Grillo e poi rimbalzata nei meetup di tutta Italia. Lunedì Bignami ha disertato la riunione, ma sul tavolo è finita comunque l’assunzione di collaboratori da parte di alcuni parlamentari: in alcuni casi - è l’accusa avanzata - non sarebbero mancate corsie preferenziali per parenti, partner e «amici di».

Due delle senatrici finite sul banco degli imputati -Vilma Moronese e Barbara Lezzi, accusate di aver assunto rispettivamente partner e figlia del compagno - hanno rigettato gli attacchi, assicurando di avere la coscienza pulita: «Abbiamo rispettato le regole -hanno sostenuto- perché i partner in questione non sono conviventi». Ma su questo punto molte le repliche piccate di chi è sposato: «Allora devo divorziare per poter assumere anch’io la mia compagna?», ha chiesto sarcastico un senatore 5 stelle.

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Vilma Moronese (M5S)ACCUSE E OFFESE - C’è chi, come Vilma Moronese, lascia (in lacrime) l’aula nel corso dell’assemblea. Ma le polemiche non si placano, anzi. Qualcuno denuncia «il clima disgustoso e avvilente che c’è qui dentro, clima vessatorio e ricattatorio. É vergognoso». Volano parole grosse anche contro i «sospettati»: «Siamo finiti sui giornali per colpa tua», grida una senatrice attaccando un collega.

Il capogruppo Paola Taverna si allontana dalla riunione sbuffando, il senatore Giovanni Endrizzi tuona richiamando all’ordine i colleghi: «Domani (martedì, ndr) in aula c’è la Cancellieri e stiamo perdendo tempo su questo». Intanto la riunione va avanti e la tensione non scema. Una senatrice torna sulla rendicontazione delle spese e accusa: «Come si possono spendere 1.800 euro per capi d’abbigliamento? Le regole non erano queste». Polemica poi per la mail in cui Claudio Messora, a capo della comunicazione M5S del Senato, comunica ai parlamentari che la riunione non verrà trasmessa in streaming per evitare boomerang mediatici.

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Barbara Lezzi (M5S)NIENTE STREAMING - L’assemblea ha dibattuto per due ore sull’opportunità di andare in diretta streaming. «Un tempo queste decisioni venivano votate dall’assemblea -lamenta un senatore sbattendo la porta - ora vengono calate dall’altro come un tris di assi». «Cerchiamo di non farci del male -invita alla calma un altro senatore grillino - qui ci stiamo suicidando».

Qualcuno alza la mano e chiede a gran voce regole chiare sulla vicenda collaboratori: «Solo così si evitano nuovi casi e si danno risposte chiare alla base». Ma l’assemblea non ha assunto decisioni in merito: al momento non sono previste votazioni e non ha deciso come comportarsi in futuro per evitare nuovi casi di «parentopoli» anche se qualcuno aveva chiesto regole certe per evitare nuove discussioni. Il dibattito, quindi, resta aperto.



04 novembre 2013

Il giallo della vedova benefattrice in Ghana

Corriere della sera

Sgozzata mentre era in casa. Fermato il suo nuovo compagno. «Sono innocente, facevo la spesa»

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Luigi Serradura davanti al corpo di Egle BellunatoL’hanno trovata riversa a terra in un lago di sangue, ai piedi del letto, pugnalata e sgozzata. Le certezze si fermano qui, all’orribile fine di Egle Bellunato, 74 anni, una vicentina di Romano D’Ezzelino che dieci anni fa decise di lasciare l’Italia per dedicarsi a un poverissimo villaggio del Ghana, Amasaman, una ventina di chilometri dalla capitale Accra. Ed è proprio lì, nella sua nuova casa africana, che la signora è stata barbaramente uccisa lo scorso 29 ottobre, anche se solo ora se ne viene a conoscenza. Un delitto pieno di stranezze.

A partire dall’italiano fermato dalla polizia ghanese, cioè il compagno con il quale viveva e condivideva la missione umanitaria: Luigi Serradura, 62 anni, anche lui vicentino, una famiglia in Italia. È l’uomo della foto che pubblichiamo, dove sembra pregare davanti al corpo martoriato e senza vita di Egle. Già la foto è sorprendente: chi ha potuto fare uno scatto del genere? Come riporta oggi il Corriere del Veneto , Serradura nega tutto: «L’ho lasciata alle 9 per andare a fare la spesa in città. Sono tornato alle 10.30, la porta di casa era socchiusa, fuori e dentro un gran disordine. Egle era per terra...». La stampa locale, nel dare la notizia dell’omicidio, aveva puntato subito il dito contro la criminalità della zona, una banda di rapinatori che sta mettendo a ferro e fuoco il villaggio e che sembrava essere nel mirino degli inquirenti.

Altro non hanno scritto, i giornali di Accra, visto che la notizia del fermo è trapelata solo ieri e per altre vie, assieme all’indizio che avrebbe portato gli inquirenti a sospettare il vicentino: il ritardo di un giorno con il quale ha dato l’allarme. Cioè, il 29 scopre l’omicidio e il 30 chiama la polizia. Perché? Cos’ha fatto per un giorno intero con il corpo esanime di Egle in camera da letto? Qualcuno parla di choc emotivo, di disperazione. Ma è tutto molto frammentario e poco chiaro. Di sicuro c’è che Serradura si trova ora in un carcere ghanese, dopo aver contattato la famiglia chiedendo aiuto. Del caso si sta naturalmente occupando anche l’ambasciata italiana, che ha informato i vari parenti coinvolti, della vittima e del fermato. Qui si fermano le informazioni sul delitto.

Dietro c’è la storia di questi due pensionati dalle vite molto diverse che hanno deciso di percorrere un tratto di strada insieme, avendo entrambi il «mal Africa». Di Egle Bellunato si sa che era una donna benestante. Aveva sposato uno scrittore e giornalista veneto, Deliso Villa, per quindici anni direttore del settimanale «L’eco d’Italia» stampato a Parigi con edizioni speciali per la Svizzera e l’Inghilterra. È grazie a lui, fondatore dell’associazione per la difesa e la valorizzazione dell’emigrazione (Adve), che Egle ha scoperto la passione per il Ghana: «Non ha mai cercato la gloria e il denaro e d era sempre attento a chi soffriva», amava dire di lui dopo la sua morte (25 settembre 2006).

Tutt’altra storia quella di Serradura. Operaio di una ditta di impianti di riscaldamento, ha moglie e due figli. Quando è andato in pensione, circa otto anni fa, ha deciso di raggiungere Egle ad Amasaman per dedicarsi al volontariato. Avevano entrambi un sogno: portare un po’ di benessere in questo villaggio dimenticato da tutti. Una scuola, un ospedale, un pozzo. I lavori di ogni missione umanitaria. Lui a dirigere, lei ad accogliere bisognosi e bambini. Quasi un idillio, rotto improvvisamente da un inspiegabile assassinio. Del quale in Italia arriva solo questa foto straziante.

06 novembre 2013

Primi indagati dopo due anni per la centrale dei De Benedetti

Stefano Filippi - Mer, 06/11/2013 - 09:49

La Procura ora si concentra su una decina di manager della Tirreno Power di Vado Ligure: nella zona si registrano picchi abnormi di mortalità per cancro

Primi indagati nell'inchiesta della procura di Savona sulla centrale elettrica a carbone della Tirreno Power, società partecipata al 39 per cento da Sorgenia (gruppo Cir della famiglia De Benedetti).


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Sarebbero una decina gli iscritti nel registro degli indagati: sui nomi e sulle loro responsabilità regna il riserbo degli inquirenti. «Non ho niente da dire, abbiamo bisogno di calma e tranquillità per poter andare avanti», ha detto ai giornalisti il procuratore Francantonio Granero. Secondo indiscrezioni potrebbe trattarsi di alcuni manager della società che gestisce l'impianto di Vado Ligure, le cui emissioni sarebbero causa di centinaia di morti per tumore. Le ipotesi di reato comprendono disastro ambientale, omicidio colposo, lesioni colpose.

Nella zona della centrale si registrano picchi abnormi di mortalità per cancro, certificati da esami epidemiologici eseguiti dai consulenti della procura di Savona: un migliaio di morti in più rispetto alla media nazionale. Secondo l'Istituto tumori di Genova, nel decennio 1988-'98 sono morte di cancro 112 persone su 100mila contro una media nazionale di 54. I sospetti sono tutti appuntati sulla centrale della Tirreno Power, che da quarant'anni brucia fino a 4000 tonnellate di carbone al giorno e dal 2002 appartiene a un gruppo che ha tra i maggiori azionisti di riferimento la Cir dei De Benedetti.

Sono due i filoni d'inchiesta aperti nel 2011 dopo le denunce di gruppi ambientalisti. Il sostituto procuratore Danilo Ceccarelli indaga sull'ipotesi di inquinamento mentre il sostituto Chiara Maria Paolucci si occupa dei reati di disastro ambientale e omicidio colposo; i magistrati sono coordinati dal procuratore Granero. Nei giorni scorsi un consulente della procura ha acquisito ulteriore documentazione nella sede della Tirreno Power. Finora il fascicolo era contro ignoti.

Nel palazzo di giustizia di Savona sono depositati quattro esposti che chiedono di fare luce sulle emissioni inquinanti delle gigantesche ciminiere a carbone di Vado: due sono di privati cittadini, il terzo è firmato da numerose associazioni ambientaliste mentre l'ultimo denuncia presunte responsabilità della politica locale (comune, provincia, regione) e degli organi di controllo.

Sotto accusa sono le autorizzazioni ad ampliare l'impianto e, di conseguenza, la mancata vigilanza e l'omessa denuncia dei danni che esso provocherebbe alla collettività. Secondo gli ambientalisti, in particolare, la regione Liguria guidata da Claudio Burlando avrebbe concesso i nulla osta al progetto di potenziamento dell'impianto sotto la minaccia dell'azienda di chiudere la centrale e dirottare all'estero un investimento di 1,2 miliardi di euro.

Come a Taranto per l'inchiesta sull'Ilva, l'inchiesta di Vado Ligure coinvolge la salute pubblica, i posti di lavoro, le coperture politiche, gli enormi interessi economici legati a importanti nomi dell'imprenditoria italiana: tra tutti, quello del gruppo che fa capo ai De Benedetti. I figli dell'editore di Espresso e Repubblica controllano il 39 per cento della centrale attraverso Sorgenia (gruppo Cir). L'azionariato di Tirreno Power è diviso a metà (50 per cento a testa) tra la multinazionale francese Gdf Suez ed Energia Italiana Spa.

A sua volta, Energia Italiana è controllata da Sorgenia (78 per cento) cui si aggiungono (con l'11 per cento ciascuna) le multiutility quotate Hera e Iren, ex aziende municipalizzate di città come Torino, Genova, Bologna e l'intera dorsale emiliano-romagnola.

Un blocco politico-economico legato alla sinistra. D'altra parte, la sinistra governa Vado Ligure dal dopoguerra. Anche il sindaco Attilio Caviglia, eletto nella lista civica «Vado Viva», è un uomo di sinistra essendo stato il numero 2 della precedente amministrazione guidata da Carlo Giacobbe, Pd. Ieri Caviglia ha commentato laconicamente la notizia dei primi dieci avvisi di garanzia:

«È un passaggio chiave ma i vadesi si attendono risposte chiare ed efficaci». Tirreno Power, da parte sua, «esprime ancora una volta la certezza di avere operato e di continuare a operare nel pieno rispetto di tutte le leggi e norme vigenti, fin da quando è divenuta proprietaria degli impianti di Vado Ligure».

Cassazione: va mantenuto il figlio 28enne ancora studente

La Stampa


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Va tassativamente mantenuto il figlio che a 28 anni è ancora sui banchi di scuola. Lo ricorda la Cassazione che coglie l’occasione per osservare che gli alimenti alla prole possono essere tagliati soltanto se si dimostra che i figli hanno rifiutato «colpevolmente» occasioni di lavoro. In questo modo, la Prima sezione civile ha bocciato il ricorso di un padre siciliano che si era opposto al mantenimento del figlio con 450 euro al mese impostogli dal giudice d’appello sulla base del fatto che il ragazzo, anche se ventottenne, era ancora studente universitario e non era stata dimostrata la «colpevole inerzia» del ragazzo nel raggiungimento dell’indipendenza economica. I

In primo grado, il Tribunale di Palermo aveva liberato il padre - il cui matrimonio era stato annullato - da ogni obbligo di mantenimento del figlio perché nonostante i 28 anni compiuti non si era ancora laureato e, dunque - a detta del giudice - era «colpevole di non avere ancora raggiunto l’indipendenza economica». Verdetto e principio ribaltati in appello dal giudice di Palermo che, il 7 maggio 2009, ha condannato il padre a mantenere il figlio con 450 euro, non potendosi ritenere che il padre «non avesse dimostrato la colpevole inerzia del figlio nel raggiungere l’indipendenza economica, non potendosi affermare tale colpa in relazione a tempi astratti desunti dalla media della durata degli studi per conseguire la laurea». Contro questa decisione, il padre ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo, tra l’altro, che il ragazzo aveva impiegato sei anni anziché tre per conseguire un titolo di studio e che aveva rifiutato occasioni di lavoro. 

La Suprema Corte ha respinto il ricorso dell’uomo e ha ricordato che «il mero raggiungimento del titolo di studio universitario non dimostra il raggiungimento dell’indipendenza economica». Quanto alla presunta colpevolezza del ragazzo, la Cassazione ha sottolineato che è «sfornita di prove l’affermazione che al giovane erano state offerte occasioni di lavoro rifiutato mentre» nei giudici d’appello - e la Cassazione sottoscrive - si è «rafforzato il convincimento del mancato raggiungimento dell’indipendenza economica del figlio per causa non imputabile a colpevole inerzia». Da qui il rigetto del ricorso del padre condannato anche a sborsare 2.200 euro di spese di giudizio

Fonte: Adnkronos

Argentina, ritrovate le “liste nere” del regime militare

La Stampa
pablo lombo


I documenti erano nella sede delle forze aeree. Nell’elenco i nomi dei personaggi sgraditi alla dittatura tra il 1976 e il 1983


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Le hanno ritrovate nei sotterranei de palazzo Condor, sede delle forze aeree argentine. Sono le “liste nere” con gli elenchi dei nomi dei personaggi sgraditi al regime militare argentino tra il 1976 e il 1983 . Lunedì scorso il Ministro della Difesa argentino, Agustín Rossi, ha rivelato la scoperta di alcuni documenti segreti della dittatura, giunta al potere schiacciando con un colpo militare il governo democratico di María Estela Martínez de Perón. «E’ la prima volta che abbiamo accesso a una documentazione che occupa tutto il periodo, con il vantaggio di essere stata cronologicamente ordinata», ha spiegato Rossi. I documenti ritrovati da Mario Miguel Callejo –capo dello Stato Maggiore Generale delle Forze Aeree– nei sotterranei del palazzo Cóndor (sede di questo distaccamento), hanno anche un indice tematico che ne facilita la lettura.

Tra tutte le informazioni figurano appunto le “liste nere” con i nomi degli intellettuali considerati “pericolosi” secondo i militari. Nei famigerati elenchi ci sono: Julio Cortázar (esiliato volontariamente a Parigi dal 1951) il geniale autore del romanzo “Rayuela”, la cantante Mercedes Sosa, il compositore di tango Osvaldo Pugliese, la famosa attrice Norma Alenadro oppure la poetessa e compositrice di musica per bambini María Elena Walsh. Le schede di ognuno di questi “nemici del regime” indicavano anche il loro grado di pericolosità. Tra i faldoni ritrovati compaio anche documenti che contengono le fonti dottrinali e ideologiche della “Junta Militar”, che pretendeva di rimanere al potere fino all’anno 2000, grazie alla fondazione di una “nuova repubblica” gestita dagli stessi militari. Un’altra delle sezioni di questi archivi contiene anche un “manuale” di spiegazioni da usare in pubblico quando i parenti dei migliaia di “desaparecidos” o le autorità di altre paesi avessero chiesto delle informazioni sulle “misteriose” sparizioni.

Debutta Mafialeaks, la piattaforma che aiuta a smascherare il crimine

La Stampa
federico guerrini


Il sito consente a vittime, pentiti e semplici cittadini a conoscenza di dettagli utili alle indagini, di inviare le proprie segnalazioni


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È online da oggi MafiaLeaks, una piattaforma di whistleblowing creata da anonimi sviluppatori italiani per consentire a vittime, collaboratori (pentiti) di organizzazioni mafiose e semplici cittadini a conoscenza di qualche dettaglio utile alle indagini, di inviare le proprie segnalazioni in maniera sicura a forze dell’ordine, giornalisti e associazioni antimafia.
Potenzialmente, un progetto ad alto impatto, che potrebbe aiutare a rompere il muro dell’omertà grazie all’uso sapiente della tecnologia. La piattaforma si basa, per la gestione del flusso di informazioni fra segnalatore e ricevente, sul software Open Source italiano GlobaLeaks, sviluppato dal Centro per la Trasparenza e i Diritti Umani Digitali Hermes di Milano.

Per la parte relativa all’anonimato delle fonti, il sistema usato, invece, è quello tradizionalmente preferito da whistleblower, attivisti e cittadini di nazioni non democratiche per inviare le proprie segnalazioni all’esterno: Tor, il programma che nemmeno la National Security Agency americana (http://www.theguardian.com/world/2013/oct/04/nsa-gchq-attack-tor-network-encryption) è stato in grado di bypassare totalmente (sebbene alcune tecniche messe a punto dalla Nsa consentano di aggirarne in taluni casi la protezione). 

MafiaLeaks (http://www.mafialeaks.org) è online da oggi. Il sito ufficiale è una semplice vetrina dove vengono spiegate caratteristiche e obiettivi del progetto: per accedere alle funzioni di segnalazione bisogna scaricare Tor e collegarsi a una speciale indirizzo. In alternativa, è possibile visualizzare la piattaforma anche da browser, tramite un programma chiamato Tor2Web (http://tor2web.org), cliccando sul seguente Url: https://pliqhphjyny4yglg.onion.to/.

Un Wikileaks della lotta alla mafia, verrebbe da dire. Definizione che però rischia di non piacere a tutti. Su Twitter, a questo proposito, è partito un botta e risposta fra Carola Frediani, autrice dell’articolo su Wired.it che per primo ha rivelato il lancio di MafiaLeaks e la collaboratrice dell’Espresso Stefania Maurizi, che si è occupata spesso per il settimanale del sito lanciato da Assange e delle problematiche collegate al whisteblowing. “Chiunque voglia costruire piattaforma x leaks criminalità organizzata deve fornire livello protezione pari sicurezza nazionale – ha twittato Maurizi”, che ha aggiunto “o tu hai veramente certezze e sei in grado di offrire davvero una sicurezza che fa la differenza, oppure non fai passare il messaggio che una soluzione è sicura e le fonti possono fidarsi”. 

Dubbi che sono sembrati fuori luogo sia a Frediani (che comunque tiene a sottolineare di aver semplicemente dato una notizia e di non essere in alcun modo associata a MafiaLeaks) che ha replicato “nessuno è al 100 per cento sicuro mai passato qs messaggio ma mancano critiche circostanziate” che a Fabio Pietrosanti, uno degli sviluppatori del software GlobaLeaks, usato dalla piattaforma anti-mafia (anche in questo caso non c’è nessun rapporto fra Pietrosanti e MafiaLeaks, GlobaLeaks è scaricabile da chiunque, in maniera indipendente e anonima, come infatti è avvenuto). Pietrosanti ha fatto rimarcare, fra l’altro, come la gestione dell’anonimato sia affidata a Tor, usato anche da Wikileaks all’epoca di Manning. 

“Il mio non è un attacco a MafiaLeaks – chiarisce Maurizi a La Stampa.it – ce ne fossero cento, mille di queste iniziative. Ritengo cruciale sottolineare che quando si parla di mafia, entrano in gioco soggetti che possono comprare chi fa le leggi, chi le deve far rispettare, gli apparati dello Stato, come i servizi. E quindi il livello di sicurezza richiesto per proteggere le fonti è altissimo, perché di fatto le fonti corrono rischi gravissimi”. “Sono tre anni che il team di Wikileaks– continua Maurizi – non ha ancora ricreato la piattaforma di invio dei documenti, perché è ben conscio di essere nel mirino di tutte le intelligence del mondo”. Insomma, nessuna stroncatura a priori di MafiaLeaks, ma un invito a considerare bene i rischi e tutelare al massimo i whistleblower” 

Va detto, comunque che per lo sviluppo di GlobaLeaks, progetto sostenuto dall’Open Technology Fund, sono occorsi due anni, e che il software è stato sottoposto con successo a due serie di test anti-intrusione da parte di esperti di altissimo livello. In questo periodo è in corso una terza valutazione. Attualmente GlobaLeaks è adottato da una trentina di testate in varie nazioni, dall’Olanda alla Bulgaria alla Serbia.

Cani e gatti tassati come lo champagne

Oscar Grazioli - Mer, 06/11/2013 - 08:20

Il governo non risparmia le cure veterinarie: aliquota a quota 22%

 

diL'Iva colpisce l'incremento di valore che si verifica nel passaggio da un operatore economico all'altro su beni e servizi. Alcuni di questi servizi, per la loro elevata valenza sociale, ne sono esenti: le prestazioni mediche, quelle didattiche, i trasporti urbani, le biblioteche, i musei e gli asili, ma anche le operazioni creditizie, i servizi finanziari e assicurativi, le operazioni di Borsa.


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Vi sono poi beni di prima necessità (il pane, i formaggi, la verdura) cui si applicano aliquote agevolate dal 4 al 10%, così come sui servizi turistici e alberghieri. Come è noto, dal 1° ottobre, in Italia l'aliquota massima è passata dal 21 al 22%, proiettandoci sempre più in alto nella scala europea e mondiale di chi ha la più elevata quota di questa discussa tassa indiretta, che si dice normalmente «colpisce» mentre, più correttamente si dovrebbe dire «ferisce» o «martoria» ulteriormente una popolazione ormai ridotta a una rapa, notoriamente esangue.

Fino a qualche anno fa le professioni sanitarie erano esenti da Iva. Come i medici, i dentisti e le ostetriche anche le parcelle dei veterinari non ne erano gravate. Tutto ciò in omaggio al fatto che una prestazione sanitaria abbia una valenza un tantino diversa da quella erogata da chi, del tutto rispettabilmente, gestisce un negozio di cravatte griffate o vende attrezzi erotici in un sexy shop. Chi va dal medico o dal veterinario non ci va per sfizio. Nel caso del veterinario ci va per due motivi: il primo è che probabilmente possiede un animale ammalato, il secondo è che vuole prevenire eventuali malattie trasmissibili dall'animale all'uomo, rare ma possibili, talvolta solo fastidiose, altre volte potenzialmente serie.

Basterebbe citare i cosiddetti «funghi» (micosi), la scabbia (rogna), la malattia da graffio oppure, per andare su faccende molto più serie, la rabbia, la tubercolosi l'echinococcosi, la leptospirosi, le malattie trasmesse da zecche e insetti succhiatori di sangue, per capire quale formidabile «filtro sanitario» sia la figura del medico veterinario. Egli, attraverso la prevenzione e la cura sugli animali, evita alle persone di contrarre malattie comuni agli uni e agli altri, facendo peraltro risparmiare allo Stato milionate di euro, tra visite mediche, specialistiche, analisi del sangue, ricoveri e assenze dal lavoro.

Qualche anno fa un solerte ministro di centrosinistra, invocando il recepimento di una direttiva europea, pensò bene di gravare le prestazioni veterinarie di un bel 20% di Iva. Non eravamo ancora alla canna del gas, eppure quando si tratta di intascare soldi per mantenere emolumenti d'oro alla burontocrazia, bulimica e perversa di questo Paese, i nostri governanti sono tutti presi da una sindrome vampiresca che, un tempo suggeva il sangue in modo nobile e gentile, come soleva il principe transilvano, mentre ora affonda i denti e lacera giugulari, senza tanti complimenti, di giorno e di notte.

Si sono succeduti governi di destra, di sinistra, di scopo, di saggi, di poco saggi, ma l'Iva sulle prestazioni veterinarie per i Pet e i loro alimenti non ha fatto che aumentare. Siamo ora al 22%, l'aliquota più alta, quella di aragoste, champagne e gioielli. Solo su scatolette e sabbietta, necessari per mantenere un gatto, volano via centinaia d'euro all'anno in Iva. Su 50 euro di prestazione veterinaria se ne vanno in Iva ben 11.

Tassate pure l'affetto e la medicina preventiva. Vi aspettiamo con la bocca strapiena di queste parole alla prossima campagna elettorale.

Il "Corriere" rimpiange Stalin: "Una grande figura di statista"

Luigi Mascheroni - Mer, 06/11/2013 - 08:23

Due pagine di "revisionismo" firmate dallo storico di sinistra Canfora: cancellati deportazioni, gulag, purghe politiche e 15 milioni di vittime


La storia si scrive sempre usando il tempo presente è un bel titolo. Ma l'ideologia spesso fatica a staccarsi dal passato. Un eterno passato da filologo classico, un passato recente da candidato nei Comunisti italiani e un presente infinito da polemista e firma nobile del Corriere della sera, Luciano Canfora, antichista nostalgico che sogna un futuro da socialismo reale, ha impartito ieri una magistrale lezione di storiografia politica sulle pagine culturali del suo giornale. Suo e, come vuole la vulgata, della borghesia italiana, quella borghesia liberale, moderata, produttiva, operosa ma non operaia e men che meno operaista che, immaginiamo, tutto vorrebbe ascoltare tranne un'accademica e circostanziata esaltazione dello stalinismo.

In una doppia pagina dedicata a quella che avrebbe dovuto essere una recensione del nuovo saggio di Paolo Mieli I conti con la Storia (Rizzoli), Luciano Canfora dimenticandosi completamente di parlare del libro, finisce in realtà per regolare i conti con il proprio passato. Concentrandosi unicamente, a dispetto di un saggio che spazia da Pericle a Roosevelt, sul «grande problema storico» di Stalin. E, supportato dalla citazione di Machiavelli secondo la quale è lecito al Principe violare le regole della morale comune se fa «gran cose», il professor Canfora spiega ex cathedra come da Croce a De Gasperi, da Nenni a Bobbio, il giudizio storico su Stalin non sia mai stato meno che ottimo; che la

«drastica demolizione» di Stalin è stata attuata dalla parte vincente dei suoi successori nel XX e XXI Congresso del Pcus; e che solo la crisi dell'Urss e la sua dissoluzione comportò (e qui Canfora forse avrebbe voluto infilarci anche un «purtroppo») «la revisione, il ridimensionamento e la rozza equiparazione di Stalin con gli altri dittatori». Rozza equiparazione. Possiamo immaginare, a questo punto, la reazione del lettore-medio del Corriere della sera, borghese, liberale, moderato... Editorialisti emeriti con Ostellino o Battista, e lo stesso Mieli, saranno - immaginiamo - collassati. Servirà, per controbattere la tesi di Canfora, un piano quinquennale di articolesse di riparazione storiografica.

E siamo soltanto a metà dell'articolo. Perché immediatamente dopo, Canfora nota (con malcelata soddisfazione) che il giudizio su Stalin è ancora una volta cambiato: «Gli ultimi vent'anni hanno imposto una ulteriore revisione: una revisione che non può non interessare qualunque storico rifletta su quella vicenda, cioè sull'azione dello statista (sic) Stalin nei 25 anni di potere assoluto che avevano fatto della Russia una grande potenza rimasta tale anche dopo la fine dell'Urss... E del ritorno di Stalin come grande figura della sua storia nazionale c'è poco da stupirsi».

E non ci stupiamo, a questo punto, che il professor Canfora abbia trascurato quegli insignificanti dettagli storici quali: terrorismo di Stato, deportazioni, purghe politiche, carestie, repressioni e Gulag, il cui tributo in termini di sangue è quantificabile - pur orientandosi verso le cifre più basse fornite dagli storici - in non meno di 15 milioni di morti. Sacrificati sull'altare delle «gran cose» fatte da Stalin.

Che sarebbe come l'assolvere il Duce per le leggi razziali e l'aver trascinato l'Italia in una guerra disastrosa, perché «il fascismo ha fatto anche cose buone». Il revisionismo ad personam di Luciano Canfora. La cui lezione impartita sulle pagine del Corriere dimostra soprattutto questo. Che visionario non è chi, ancora oggi, agita il fantasma del comunismo. Ma chi ne rimpiange l'Impero.

Il sito dei poliziotti della Rete dove è impossibile fare denuncia

Corriere della sera

Risulta inattiva la pagina dove segnalare furti di dati sensibili e reati informatici

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Santo cielo, quanti amici nei guai al Birmingham! Non c’è settimana che la nostra posta non sia invasa dalla stessa email copia-incolla. L’ultima, uguale a tutte le altre, è di Anna Maria (omissis) che batte soldi lamentando la stessa disavventura e, tradendosi subito, scrive al maschile: «Sono stato a Birmingham (United Kingdom) e durante il mio soggiorno i miei documenti sono stati rubati insieme al mio passaporto...». E giù lacrimevoli dettagli sul furto anche della carta di credito: «L’ambasciata è disposta ad aiutarmi permettendomi di prendere il volo per il ritorno senza il passaporto perciò me ne hanno consegnato uno di breve durata; soltanto che devo pagarmi il biglietto e le spese inerenti il soggiorno in hotel» ma...

Ma? «Con mio grande dispiacere ho scoperto di non poter accedere al mio conto per prelevare il fabbisogno monetario di cui necessito poiché non dispongo della carta di credito; per ovviare a tale problema, la mia banca ha bisogno di tempo per elaborare tutti i dati che mi servono per ripristinare il tutto. In tutto ciò ho pensato di ricorrere al tuo aiuto per far sì che io possa quanto meno tornare in patria : pensavo di chiederti un modico prestito che ovviamente ti restituirò non appena sarò tornato. Devo assolutamente essere a bordo del prossimo volo. Se puoi mandarmi i soldi, via Western Union sarebbe ottimo poiché è il modo più veloce...».

È un’amica che esiste davvero, Anna Maria (omissis). Come esistono davvero (e ovviamente sono all’oscuro della pirateria) tutti gli altri che risultano aver mandato quei falsi messaggi tutti identici da Birmingham. Quanti italiani hanno ricevuto messaggi simili? Cerchiamo online, gironzolando tra i siti, notizie della truffa. Troviamo questa e tante altre. C’è anche un comunicato con il logo di Western Union (vero? Falso?

Ormai non è più chiaro niente) che invita a stare in guardia: «Ricorda, Western Union sconsiglia l’utilizzo del servizio Western Union Money Transfer® per il pagamento di articoli acquistati mediante aste online. È importante notare che Western Union non offre alcun tipo di protezione degli acquisti o servizio di deposito a garanzia e non si assume responsabilità in merito al mancato ricevimento o alla qualità di merci o servizi...».

Sul sito della polizia postale spicca in testa un articolo. Il titolo è: «In guardia contro le frodi online con “Occhio alla truff@”». Spiega: «Le truffe sul web sono in aumento, ce lo dicono le statistiche della polizia postale e delle telecomunicazioni. Al 30 settembre le denunce per illecito utilizzo di strumenti elettronici di pagamento erano più di 28 mila, in netto aumento rispetto agli anni precedenti. Tante le iniziative messe in campo dagli specialisti della postale con l’obiettivo di sensibilizzare gli utenti del web sui pericoli a cui vanno incontro...».

Basta. All’arrivo di un altro messaggio truffaldino mandato da «Poste ltaliane (BPOL@poste.lt)», dove non è facile accorgersi che si tratta di un imbroglio perché il dominio finale non è «.it» (Italia) ma «.lt» (elle ti: Lituania), decidiamo di girare tutto alla polizia postale. E comincia un piccolo calvario digitale.

Inseriamo su Google le seguenti parole: «Come denunciare alla polizia una truffa online». In cima alla lista svetta il sito della Polizia di Stato dal titolo: «Come posso segnalare online alla Polizia un reato informatico?». Ci clicchiamo sopra e all’indirizzo www.poliziadistato.it/articolo/16586/ esce in primo piano il seguente articolo del 22 settembre del 2009, cioè vecchio di quattro anni fa. Un’altra era geologica: Twitter aveva 50 milioni di utenti contro i 500 di oggi.

«La Polizia di Stato, per venire incontro alle esigenze dei cittadini», spiega il pezzo, «ha realizzato un servizio specifico, all’interno del Commissariato di P.S. online, all’indirizzo:http://www.commissariatodips.it/stanze.php?strparent=10.

Tramite questa pagina si potranno effettuare: 

1) Segnalazioni; cioè segnalare siti che effettuano spam, phishing e pedopornografia;

2) Denunce di reato telematico...». Clicchiamo sul link proposto. Macché: «Pagina non trovata. Siamo spiacenti, la richiesta effettuata non può essere servita. Vi preghiamo di segnalare il problema riscontrato cliccando “qui”». Clicchiamo sul link «qui». E ci troviamo davanti: «Segnala un errore».

D’accordo, ma per segnalare una truffa? Dai e dai, ecco www.denunceviaweb.poliziadistato.it/polposta/wfintro.aspxlink.

Avanti avanti, arriviamo a una mappa dell’Italia (https://www.denunceviaweb.poliziadistato.it/polposta/wfsceltasede.aspx) dove scegliere l’ufficio della polizia postale più vicino per presentare le denunce.

Scorriamo l’elenco e restiamo senza fiato: cosa ci fa, tra Firenze e Foggia, la città di Fiume? Non l’abbiamo persa quando fu occupata dalla Jugoslavia titina il 3 maggio del 1945 e cioè 24 anni prima del primo collegamento Arpanet fra quattro università americane e 37 anni prima della prima e rudimentale rete internet?

E cosa ci fa, in questo elenco di commissariati virtuali compilato nei tempi della banda larga l’amata Pola cantata dopo l’esodo da Sergio Endrigo? E Zara: che ci fa in quella lista negli Anni 2.0 (aggiornata con le ultime province, tipo Barletta-Bari-Andria) anche Zara «sì bella e perduta»? È uno scherzo, una insulsa provocazione verso i croati (ai quali ora bisognerebbe chiedere scusa) o la sbadataggine di un somaro? È vero che quando apri la finestrella su quelle città il commissariato non compare ma in un Paese serio l’autore di strafalcioni simili sarebbe licenziato in tronco.

Per carità, sulla buona volontà, la perizia professionale, la cocciuta determinazione a perseguire i criminali online di tanti uomini e donne della polizia postale, che perdono i giorni e le notti per fare fino in fondo il loro dovere, non abbiamo dubbi. Lavorano, e lavorano bene. Dio li benedica. E non vediamo l’ora che parta quel «113 digitale» promesso qualche mese fa che dovrebbe consentire di fare una denuncia online «con un semplice clic su un pulsantino nella pagina della polizia di Stato». Ma certo segnalare un reato è ancora oggi troppo complicato. Se davvero vogliamo combattere i truffatori del Web, che sono sempre i più aggiornati di tutti, non sarà il caso di darci una regolata?

06 novembre 2013

Lezioni sull’omosessualità In Comune scoppia la rissa

La Stampa
andrea rossi

Insulti in Consiglio comunale durante il dibattito sul Faà di Bruno


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È finita in caciara, com’era nelle premesse. «Tronzano, sei una testa di c...», urlava ieri al microfono la vicepresidente del Consiglio comunale Marta Levi rivolta al capogruppo del Pdl, che aveva dato dei «nazisti» a lei ad alcuni colleghi di Pd e Sel, colpevoli di aver sollevato un polverone sull’istituto Faà di Bruno, dove erano stati organizzati alcuni incontri sull’omosessualità e sulla famiglia «naturale», poi annullati dopo le pressioni del Comune.

Diocesi polemica
Nonostante il caso sia di fatto chiuso è di nuovo intervenuta la diocesi, che ha anticipato il prossimo editoriale de La voce del popolo: «Vogliamo parlare di “lobby”? Vogliamo dirci che, intorno a certi problemi, eticamente sensibili o stuzzicanti per i comportamenti sessuali, ci sono opinioni dominanti contro le quali è difficile andare, pena l’essere trascinati di fronte a un “tribunale morale”?».
Ritorna la domanda di fondo: ha fatto bene il Comune a intervenire contro un ciclo d’incontri organizzato da una scuola privata, per di più rivolto ai genitori, solo perché quella scuola ha una convenzione con la città e l’impostazione era contraria alle politiche di Palazzo Civico? No, secondo la diocesi. No, secondo l’Associazione genitori scuole cattoliche. Sì, secondo gli studenti delle superiori del Faà di Bruno, che hanno inviato una lettera alla preside: «Ci dissociamo dalle attività proposte dall’istituto legate all’omosessualità». 

Battaglia in Sala Rossa
Logico che la domanda abbia trovato eco in Sala Rossa, dove quattro consiglieri di maggioranza (Cassiani, Curto, Grimaldi e Levi) avevano chiesto le comunicazioni del sindaco. Il quale da giorni è a New York, e ha ceduto la patata bollente all’assessore alle Pari opportunità Curti, durante una seduta finita a colpi d’insulti. «Il contenuto di quelle conferenze era in contrasto con le politiche della città e con il sentire comune dei torinesi», ha spiegato Curti. «Ma l’istituto non ha violato in alcun modo la convenzione con la città». Si parlava anche di questo, cioè dell’ipotesi di estromettere la scuola dall’accordo che il Comune ha con la Fism, facendole perdere il contributo pubblico. O comunque, del sospetto che la convenzione - cioè i soldi - fosse stata tirata in ballo solo per far annullare gli incontri. 

Cosa che ha scatenato il centrodestra. «Una grave intimidazione», secondo il capogruppo di Fratelli d’Italia Marrone. «Usare la minaccia di eliminare la scuola dalla convenzione Fism significa tappare la bocca con la forza a chi ha ancora il coraggio di pensare», dice Silvio Magliano del Pdl. Nessuna censura, hanno ribattuto dai banchi della maggioranza, ma serviva fare chiarezza su quegli incontri, «da cui emergeva un’idea di omosessualità come malattia da curare». E sui relatori, soprattutto la dottoressa milanese Chiara Atzori, citata da molti per certe sue affermazioni. Come questa: «Nei Paesi dove è avvenuta la normalizzazione dell’omosessualità, e la depatologizzazione intesa come equiparazione di un modo di essere a un altro, i risultati sanitari sono stati devastanti. La propagazione di una normalizzazione dell’omosessualità non fa altro che incrementare anche i comportamenti cosiddetti esplorativi».

Il caso Settimo
Ieri, poi, s’è aperto un nuovo fronte: il sociologo Massimo Introvigne, coordinatore del comitato «Sì alla famiglia», promosso da dieci associazioni cattoliche di Torino, e, per inciso, marito della preside del Faà di Bruno, ha denunciato il caso della scuola media Gramsci di Settimo, dove «ragazzi di 12 anni sono stati indotti a mettere in scena uno spettacolo teatrale in cui i bambini interpretano parlamentari italiani impegnati a votare una legge sulle unioni civili. E dove chi vota contro è dipinto come incarnazione della “paura, disprezzo, pregiudizio ed esclusione”, “indegno di uno Stato civile”. In una scuola pubblica, che dovrebbe rispettare le posizioni di tutti, viene bollato come incivile chi non la pensa come gli autori del copione dello spettacolo». Spettacolo, tra l’altro, finanziato dall’Unione europea.