venerdì 8 novembre 2013

Ecco la fotografia che fa vergognare la Milano arancione

Marta Bravi Alberto Giannoni - Ven, 08/11/2013 - 08:26

È stata scattata in Stazione Centrale alle 17. Racconta una città persa fra proclami e indifferenza

Milano, pomeriggio di novembre, via Tonale (stazione Centrale). Sono le 17 e sta per calare la sera. Una giovane donna è sdraiata per terra, ha la testa appoggiata su quello che sembra un giaccone o uno zaino.


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Dorme. Probabilmente non è lucida. È nuda, ha il seno scoperto e si trova in mezzo a un cumulo di cartacce. Non sappiamo come e perché si sia adagiata così in mezzo ai rifiuti. E non sappiamo se sia arrivata prima o dopo di lei quell'auto rossa che, per via della prospettiva, sembra schiacciarla contro il muro. Per coincidenza è stato il coordinatore cittadino di Fratelli d'Italia, Massimo Girtanner, ad accorgersi della scena. Ha chiamato i soccorsi ed è stato subissato di domande, come accade a chi per primo segnala qualcosa di insolito o rilevante. «Eppure - dice - era davanti a un albergo e alla fermata dell'autobus. La gente passava e faceva finta di niente. Come se fosse normale». «La Centrale - aggiunge - è in balia di tutti. Noi andremo in piazza per dire basta». Via Tonale in effetti è quella di uno dei sottopassi. Risse e scippi non si contano. È così da anni. Ma questa foto parla anche di altro.

Ci sono immagini che dicono più di quel che rappresentano. Vanno oltre la cronaca. Restano nell'immaginario collettivo perché catturano un clima particolare o un momento storico. Questa foto può essere il simbolo della Milano di oggi. Una città in cui una donna - chiunque essa sia - può restare sola, nuda e abbandonata in mezzo a una strada frequentatissima a due passi dal centro e dai nuovi quartieri. Ma non c'è spazio per la retorica su emarginazione e nuove povertà. Non si può girare la frittata col buonismo, ne abbiamo sentito fin troppo. La stazione, dopo i lavori, oggi al suo interno è un'ottima galleria commerciale. Ma basta mettere il naso fuori e si fa i conti con il peggior degrado che si sia visto da tanti anni a questa parte. E il degrado è insieme causa ed effetto del degrado sociale. Certo, buttarla in politica è sbagliato.

Ma la zona era stata recuperata, almeno dal punto di vista della sicurezza e dell'ordine estetico, e quel recupero è stato vanificato in pochi mesi. Ora sarà forse strumentale stabilire un nesso di causa-effetto fra il ritorno del degrado diffuso e questa immagine di abbandono, solitudine e miseria. Però qualcuno deve dirci qual è la ricetta, qual è la linea, cosa si sta facendo e perché. Ieri si è chiuso il bando per le ronde sociali del Comune e hanno risposto in 12. Bene? Meglio di niente. Ma la sinistra ha vinto le elezioni anche con il no alle politiche «securitarie e repressive».

Sosteneva e sostiene che la sicurezza produce «pesanti effetti di criminalizzazione e di stigmatizzazione di persone e categorie sociali». Avvertiva che «a furia di etichettare un quartiere o una periferia come luogo pericoloso e insicuro lo si trasforma in ghetto, in una trappola da cui è difficile per chiunque uscire». Aveva promesso misure per «combattere il degrado, rivitalizzare strade, piazze, quartieri», per permettere a cittadini e associazioni di «riappropriarsi degli spazi». Per ora abbiamo visto smantellare quel che era stato fatto prima. Ma l'arcobaleno di una città più buona e più giusta che era sorto come un presagio in un venerdì preelettorale di maggio sembra tramontato intorno alle 17 di un pomeriggio di novembre, in via Tonale.



Il Comune: "Quella persona è conosciuta dai servizi sociali"

Redazione - Sab, 09/11/2013 - 10:02

Nessuna indifferenza o imbarazzo. La persona fotografata dall'esponente del centrodestra (su Il Giornale di ieri) è conosciuta dai servizi socio-assistenziali del Comune. Più volte, nel corso dell'ultimo mese, è stata avvicinata dagli operatori che quotidianamente sono presenti nella zona della Stazione Centrale. In tutte le occasioni la persona ha però consapevolmente deciso di rifiutare l'offerta di assistenza che, come è noto, non può essere imposta eccetto che in alcuni specifici casi previsti dalla legge. Gli operatori dei servizi e della Croce Rossa continueranno comunque a proporre supporto e assistenza alla persona.

Ufficio stampa Comune di Milano

Nessun motivo di dubitare che i servizi socio-assistenziali del Comune fossero a conoscenza dello stato di abbandono della donna fotografata alla Centrale. Viene da pensare cosa sarebbe successo se l'avessero ignorata.

Innocenzi in piccionaia: bocciata anche da Santoro?

Libero

Gli osservatori più smaliziati non hanno potuto non notare il ruolo defilato di Giulia nell'ultima puntata di Servizio Pubblico


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Sempre in piccionaia, ma nell'ultima puntata un po' di più. Lei è Giulia Innocenzi, fresca di bocciatura all'esame di Stato per l'abilitazione a giornalista professionista, santorina e presenza fissa a Servizio Pubblico di Michele Santoro e Marco Travaglio. Come detto, in studio, occupa sempre una postazione abbarbicata in cima alla finta gru che domina l'evocativa scenografia di stampo operaio confezionata dal teletribuno. In alto, in piccionaia, pronta a bacchettare. Dopo le ultime due settimane di polemiche, veleni, attacchi e insulti (a chi ha parlato della sua bocciatura) nella puntata di giovedì 7 novembre, Giulia, sempre abbarbicata là in alto, è rimasta in disparte. Si è vista molto meno. Ovvio, è un caso. Eppure chi era sintonizzato su Servizio Pubblico difficilmente non ha potuto notare la circostanza: molti silenzi, pochi interventi per la Innocenzi ad alta quota, intenta ad osservare Michele, Maurizio Belpietro, Travaglio e Matteo Renzi dalla gru. Bocciata anche da Michele Santoro?



Giulia Innocenzi, la trascrizione della sua prova d'esame

Libero


Segue la trascrizione dell'elaborato di Giulia Innocenzi all'esame per l'abilitazione alla professione di giornalista professionista: in grassetto e corsivo riportiamo le correzioni della Commissione, che potete vedere in originale nella gallery. Il testo è stato divulgato dalla Innocenzi stessa con alcune fotografie, ma risultava di difficile lettura. La Innocenzi ha diffuso anche le risposte alle domande aperte, che non abbiamo trascritto e potete leggere nella gallery.

LA TRACCIA DI GIULIA INNOCENZI
Non accennano a placarsi le polemiche attorno all'invito di Napolitano a considerare le misure di amnistia e indulto per risolvere il problema del sovraffollamento carcerario. Fucili puntati su Renzi, accusato di essersi schierato contro le parole del capo dello Stato per solleticare la pancia dell'elettorato, e scontro fra i ministri Quagliariello e Cancellieri sull'eventuale applicabilità del provvedimento a Berlusconi. (NOTA: la Commissione mette in evidenza l'intero capoverso da "Fucili puntati..." fino a "Berlusconi". Inoltre viene barrata in rosso la frase "schierato contro le parole del"; barrata in rosso anche la frase da "solleticare..." fino a "scontro")
 
E' di una settimana fa il messaggio del presidente della Repubblica alle Camere per chiedere di rispondere con urgenza al problema delle carceri. E' la prima volta che Napolitano si avvale dello strumento previsto dalla Costituzione, e lo fa dopo aver visitato il carcere di Poggioreale. Napolitano ha ricordato che l'Italia detiene il triste primato europeo sul sovraffollamento carcerario (140 detenuti ogni 100 posti disponibili). Ma soprattutto che l'Italia deve fare i conti con la possibile mannaia in arrivo dalla Corte di Strasburgo: se entro il 28 maggio 2014 il Belpaese non avrà migliorato le condizioni dei detenuti, sarà costretto a pagare una sanzione salatissima. Napolitano ha chiesto quindi di prendere in considerazione una serie di misure di intervento, come la riduzione dell'utilizzo della custodia cautelare, il ricorso a pene alternative, la depenalizzazione di alcuni reati, la possibilità di far scontare la pena ai detenuti stranieri nei loro paesi di origine e l'aumento della capienza delle strutture detentive. Ma è stato il suo invito alle Camere a valutare la possibilità di ricorrere alle misure di amnistia e indulto a scatenare la polemica.

Beppe Grillo ha aperto le danze, e ha accusato il capo dello Stato di voler favorire l'ex premier, condannato a quattro anni per frode fiscale, ridotti a uno grazie all'indulto del 2006. A fare più clamore, però, sono state le parole espresse dal sindaco di Firenze Renzi contro i provvedimenti di clemenza: "Non possiamo aprire le carceri ogni sette anni". Posizione ribadita in un'intervista a Lucia Annunziata, in cui ha aggiunto: "Non è lesa maestà contraddire il capo dello Stato". Immediate le critiche da parte dei ministri Zanonato, Lupi e Bonino.

A cui (NOTA: la Commissione sottolinea in blu il passaggio "Bonino. A cui") hanno fatto seguito quelle dei dirigenti del Pd, esclusi Veltroni e gli ulivisti, che lo hanno accusato di voler compiacere l'opinione pubblica. Secondo un sondaggio dell'Ipsos, infatti, il 73 per cento degli italiani è contrario ad amnistia e indulto. Ma ieri lo scontro si è spostato nel governo, con il ministro Cancellieri che garantiva che dal provvedimento sarebbe stato escluso Berlusconi, e Quagliariello, che invece sosteneva il contrario. Perché amnistia e indulto diventino legge occorre la maggioranza dei due terzi dei membri di ciascuna Camera. Con Grillo schierato contro, Pd e Pdl dovranno mettersi d'accordo. La partita è appena cominciata.

LA SINTESI DI GIULIA INNOCENZI
Sono trascorsi settant'anni dal rastrellamento nazista del ghetto di Roma, ma Lello di Segni, l'unico sopravvissuto ancora in vita insieme a Enzo Camerino, ricorda ogni attimo con memoria vivida (NOTA: la Commissione segna in rosso la frase che va da "nazista del ghetto..." a "vivida"). La mattina del 16 ottobre 1943 irruppero alla sua porta (NOTA: la Commissione segna in rosso "irruppero alla sua porta") "le SS con i mitra in mano", che portavano con sé un bigliettino (NOTA: la Commissione segna in blu "con sé un bigliettino). Erano le istruzioni per le famiglie ebree di Roma destinate alla deportazione, che da quel momento avevano venti minuti a disposizione per prendere viveri, documenti, biancheria, denaro e gioielli. Degli oltre mille deportati solo in dieci sopravvissero.

L'Italia aveva da poco firmato l'armistizio dell'8 settembre, e il paese era dilaniato dalla guerra. Le leggi discriminatorie erano del 1938 e furono in tanti a tradire per pochi soldi, anche se ci fu chi mise in pericolo la propria vita per salvare amici e concittadini. Il rastrellamento del ghetto fu un'azione fulminea: meno di dieci ore in tutto. L'operazione fu gestita da Herbert Kappler e Theodor Dannecker, coadiuvati da 365 uomini delle truppe di occupazione, insieme alla questura di Roma e alla polizia fascista. Delle 1.250 persone arrestate 252 vennero liberate, individuate fra i non ebrei, gli stranieri protetti, i misti (NOTA: la Commissione cerchia in rosso e sottolinea più volte la dizione "i misti") e i coniugi di matrimonio misto.

Il macabro (NOTA: la Commissione sottolinea in rosso "macabro") convoglio partì il 18 ottobre dalla stazione Tiburtina, diretto ad Auschwitz-Birkenau. L'ottanta per cento dei deportati venne ucciso immediatamente con il gas. Gli altri, immatricolati (NOTA: la Commissione sottolinea in rosso "immatricolati") e utilizzati nei campi di lavoro. Nessuno degli oltre duecento bambini si salvò. L'Archivio della Croce Rossa Internazionale, aperto da poco, conserva alcune testimonianze della violenza delle politiche di sterminio. Oggi il rischio è che il 16 ottobre 1943 venga ricordato con celebrazioni rituali (NOTA: la Commissione evidenza più volte in rosso l'intero paragrafo, da "L'Archivio..." fino a "celebrazioni rituali"). Ma solo la conoscenza consapevole, come diceva Primo Levi, può essere un antidoto alle rimozioni. 



Gasparri alla Innocenzi: "Ti hanno bocciata, farai la commessa?"

Libero


Dopo le polemiche sull'esame di giornalismo della "santorina", l'azzurro la punge su twitter: "Tu velina rossa bocciata? Mi spiace ora cercati un lavoro"


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"Farai la commessa?". Maurizio Gasparri punge Giulia Innocenzi. Dopo la bocciatura della "santorina" all'esame di giornalismo, le polemiche non si spengono. Lei prova a giustificarsi dopo il flop, ma l'azzurro la punge. La "santorina" pur avendo riconosciuto le sue colpe ha avanzato dubbi sulla regolarità delle tracce dell'esame per l'ammissione all'albo nazionale dei gironalisti professionisti. Secondo la Innocenzi le tracce erano piene di errori: "Nelle tracce dell'esame sono stati confusi pm e gip, c'erano nomi sbagliati e il biglietto d'addio di Carlo Lizzani è stato trascritto male. Il tutto sbianchettato per la pubblicazione online. Ogni storia ha i suoi risvolti comici...". Ma Gasparri su twitter la sfotte e scrive: "Ma l'hanno bocciata? Così umile con quei maestri, lei una velina rossa. Non ci posso credere farà la commessa?". La "santorina" seguirà il consiglio di Gasparri?

Il superfunzionario della Camera e il mandato che non scade mai

Corriere della sera

M5S all’attacco sui limiti all’incarico del segretario generale

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ROMA - Il segretario generale della Camera dei Deputati Ugo Zampetti festeggerà il quattordicesimo anno di permanenza in carica con una buona notizia: l’offensiva grillina è stata respinta. Martedì il vicepresidente del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio aveva battagliato nell’Ufficio di presidenza di Montecitorio per difendere un ordine del giorno che reintroduceva il limite di mandato di sette anni per quella nomina. Soli contro tutti, con l’unica eccezione del vicepresidente democratico Giachetti (renziano), l’avevano persino spuntata, ottenendo di poter far votare la loro proposta dall’assemblea. Ma il giorno dopo l’aula l’ha bocciata. Zampetti potrà così attendere serenamente la proroga del suo incarico oltre l’età pensionabile che raggiungerà alla fine del prossimo anno. Un prolungamento che gli era stato già promesso, ma che la reintroduzione di un tetto temporale al mandato da lui oggi ricoperto avrebbe certo reso poco opportuno.

La questione è delicatissima: chi riveste quella funzione è il capo assoluto dell’amministrazione della Camera, dove vige la cosiddetta «autodichia». Il che significa che nessuno, al di fuori degli stessi parlamentari, può sindacare su come vengono impiegate le risorse. Il segretario generale di Montecitorio è di conseguenza una delle figure più potenti della burocrazia pubblica. Fa parte di quella ristretta cerchia di funzionari da cui talvolta attinge anche la politica. Come dimostra la circostanza che fra i quindici segretari generali che si sono alternati nei 105 anni da quando esiste la carica, due sono diventati ministri: Antonio Maccanico e Gian Franco Ciaurro.

Ma c’è pure il fatto che questa faccenda va ben oltre gli aspetti puramente tecnici. Perché i contrasti sulla figura del segretario generale sono un capitolo, e piuttosto corposo, del duro scontro politico che fin dall’inizio della legislatura oppone su vari fronti i grillini a Laura Boldrini. Uno scontro sfociato a settembre in una clamorosa richiesta di dimissioni della presidente della Camera accusata di non essere super partes. E condito da episodi quali una multa di 3.795 euro appioppata dal collegio dei questori ai deputati del M5S colpevoli di aver protestato contro l’ipotesi di modifica dell’articolo 138 della Costituzione occupando per una notte la terrazza di Montecitorio. Finché non si è arrivati all’ultimo braccio di ferro. I grillini vogliono la testa del segretario generale che invece è in predicato per essere prorogato oltre l’età pensionabile.

Zampetti è in carica dall’11 novembre del 1999: si accinge a superare Aldo Rossi Merighi, che guidò la Camera dal 1930 al 1944, mentre guarda ancora da lontano l’inarrivabile Camillo Montalcini, al timone di Montecitorio dal 1907 al 1927. Fra gli ultimi che hanno avuto tale responsabilità, il suo è un caso unico. Da molti anni a questa parte sarebbe stato impossibile raggiungere livelli tali di longevità, causa l’introduzione di una regola secondo la quale il mandato poteva durare al massimo sette anni.

La ragione era la stessa per cui anche analoghe funzioni apicali di alcune istituzioni (per esempio le authority) sono ben definite temporalmente, e ciò per evitare che tanto potere decisionale sia concentrato senza scadenza nelle medesime mani. Ma il 10 dicembre 2002, quando presidente della Camera era Pier Ferdinando Casini, la regola venne abolita. Trasformando così la carica a vita. Zampetti ha quindi potuto conservare il suo posto anche con Fausto Bertinotti, Gianfranco Fini, e ora Laura Boldrini: quinto presidente della Camera con cui collabora, essendo stato nominato al tempo di Luciano Violante. E non è l’unico record conseguito durante la sua gestione.

Caso ha voluto che gli sia capitato di sedere su quella poltrona mentre esplodevano nel Paese le polemiche sui costi della politica, e in anni durante i quali le spese degli organi costituzionali hanno toccato il massimo storico. Nel decennio compreso fra il 2001 e il 2010, prima che la crisi costringesse Camera e Senato a contenere almeno le richieste di dotazione al Tesoro, le uscite correnti di Montecitorio sono passate da 749,9 a 1.054,4 milioni di euro. Con una crescita del 41,3 per cento monetaria e del 17,7 per cento al netto dell’inflazione mentre il Prodotto interno procapite reale del Paese si riduceva di circa il 4 per cento.

La richiesta di cambiamento sostenuta invano dai grillini ha a che fare con questo? Certo è che il M5S ha trovato di fronte a sé un muro invalicabile. Quanto sia stato ruvido il confronto nell’Ufficio di presidenza lo dice un comunicato ufficiale pubblicato martedì sul sito della Camera dai tre questori, dai toni inconsueti. Lì si attribuisce una «reazione composta e nervosa» agli esponenti del Movimento Cinque Stelle, tacciati anche di «demagogia» a proposito delle scelte di bilancio. Il seguito alle prossime puntate.

08 novembre 2013

La costosa ingiustizia della tassa sulle tasse

Corriere della sera


Negli archivi del Monte dei Paschi di Siena è custodito un documento, a firma di Giuseppe Garibaldi, il quale, stretto dalle tasse, dichiarava di non essere in grado di pagarle: «Mi trovo nell’impossibilità di pagare le imposte». Il volto di un Fisco imparziale (forse troppo) persino nei confronti di uno dei padri dell’Unità d’Italia. Piccolo dettaglio storico per aprire una questione molto attuale. Attualissima. Ma fino a che punto i contribuenti devono pagare per il servizio di riscossione delle imposte da loro stessi dovute? In termini tecnici si chiama «aggio», una sorta di commissione che l’esattore trattiene ogni volta che riscuote le multe o le imposte dovute, ma non versate dal contribuente. Una specie di tassa sulla tassa, dunque. Che nel caso di Equitalia, fino all’anno scorso, era fissata nel 9% e dal gennaio di quest’anno è stata ridotta all’ 8%. Un mini- sconto, segno di una nuova attenzione verso i contribuenti, che però non basta più. È una soglia che rimane decisamente troppo elevata. Anche perché la commissione si aggiunge alle già pesanti sanzioni e agli interessi dovuti.

Il governo se n’è accorto e nel decreto del Fare è stata prevista un rivisitazione di quell’aliquota. A condizione naturalmente che i costi di Equitalia restino sostenibili, dal momento che l’aggio serve proprio a mantenere la struttura che si occupa del prelievo fiscale. Eppure le buone intenzioni si sono fermate subito: non c’è ancora il provvedimento (la scadenza era settembre) che stabilisce la nuova tariffa. Quindi l’aggio è ancora fermo all’ 8%. Per i pagamenti effettuati entro 60 giorni dall’arrivo della cartella esattoriale è suddiviso così: il contribuente versa il 4,65% e l’ente creditore (il Comune o lo Stato, ad esempio) assicura il 4,35%. Un carico che pesa addirittura di più su chi versa che su chi incassa. Oltre i 60 giorni l’obbligo è tutto del contribuente.

Certo, nella revisione bisogna tenere conto dei bilanci di Equitalia, un’impresa che occupa circa 8 mila dipendenti, dei costi necessari per le notifiche, per le cartelle, per le ricerche, ma una soluzione va trovata. In ogni caso non è la società-esattrice (controllata per il 51% dall’Agenzia delle Entrate e per il 49% dall’Inps) a fissare la commissione ma il ministero dell’Economia. E non bisogna dimenticare che nella vecchia gestione, quella affidata alle banche, lo Stato girava agli istituti di credito circa 500 milioni di euro per lo svolgimento di questo compito pubblico. E con il cambio e le nuove norme anti-evasione la macchina ha cominciato ad essere più efficace (sia pure con qualche eccesso). Negli ultimi tempi sono state varate riforme migliorative per i contribuenti: dalla possibilità di saldare i debiti con il Fisco in 120 rate all’impignorabilità della prima casa, alla possibilità di rateizzare fino a 50 mila euro di debito con una semplice richiesta.

Ma sull’aggio siamo ancora troppo indietro. L’ 8% è un livello troppo alto. Anche se gli esattori privati, che ora lavorano per i comuni, arrivano a ottenere premi per la riscossione fino al 30%. Livelli che dovrebbero indurre i Comuni a rivedere il meccanismo. E proprio sul fronte locale il 2013 segnerà una svolta: dal 2014 non sarà più Equitalia a incassare le somme per conto degli enti locali. Che si sono già affrettati ad annunciare un fisco dal volto più umano, una maggiore comprensione verso i contribuenti. Promesse agili per il consenso, ma che dovranno essere confrontate con le esigenze (difficili) dei loro bilanci. Bene: l’a riduzione dell’aggio potrebbe (dovrebbe) essere la prima prova di federalismo delle entrate. Il Comune di Milano si è detto orientato a introdurre una tariffa fissa di dieci euro. Vedremo che cosa faranno anche gli altri. Sarebbe un primo passo positivo nell’anno del federalismo fiscal-comunale che parte all’insegna di Trise, Tari e Tasi.

08 novembre 2013

Il navigatore proiettato sul parabrezza

Corriere della sera

L’app HudWay è pensata per guidare in condizioni difficili. Ed è gratuita e non necessita di un proiettore

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MILANO - Guidare cercando contemporaneamente di seguire le indicazioni del navigatore satellitare non è sempre facilissimo e anche un solo attimo di distrazione può risultare fatale, soprattutto in caso di scarsa visibilità, come confermano le 350 morti giornaliere accertate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e causate dalle difficili condizioni di guida. Un problema che oggi può forse essere risolto grazie a all’app russa HUDWAY che, tramite un normale iPhone (la versione per Android è in arrivo a febbraio del 2014), proietta sul parabrezza tutte le informazioni utili alla navigazione, come la velocità di guida, la localizzazione geografica (grazie al GPS del telefono), l’andamento della carreggiata e la distanza decrescente delle svolte (evidenziando in rosso quelle considerate più pericolose).


Concepita prendendo spunto dall’Hud (Head-up-display) che Garmin ha presentato lo scorso luglio, HUDWAY vanta però due differenze sostanziali: non serve un vetro speciale per farla funzionare ed è gratuita (perlomeno la versione con la pubblicità, mentre quella ad-free costa 99 centesimi ). E per iniziare ad usare HUDWAY servono davvero pochissimi step: una volta scaricata la app da iTunes e posizionato l’iPhone (ma anche l’iPad o l’iPod Touch) sul cruscotto, preferibilmente su una superficie antiscivolo (perfetti in questo caso i tappetini di silicone), basta infatti inserire la propria posizione e digitare dove si deve andare per permettere all’applicazione di costruire il percorso più idoneo (è il solo passo dell’intero processo che richieda una connessione internet) e vederselo così proiettato sul parabrezza.

Stando agli esperti di Digital Trends che la stanno testando in queste settimane, uno dei principali limiti di HUDWAY potrebbe essere legato alla scarsa visibilità delle immagini proiettate sul parabrezza in pieno giorno, ma come spiegano sul Daily Mail i suoi ideatori «l’app è particolarmente indicata per la guida notturna e in condizioni di scarsa o nulla visibilità, come in caso di forte nebbia, pioggia o neve».

07 novembre 2013

Tolta definitivamente la figlia ai genitori-nonni

La Stampa

silvana mossano
ALESSANDRIA

Sentenza della Cassazione sul caso dei coniugi monferrini: troppo grande il divario di età



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Anche la Cassazione ha negato che i coniugi di Mirabello Monferrato Gabriella Carsano e Luigi Deambrosis possano essere i genitori di Viola (nome di fantasia), la bambina che la donna aveva dato alla luce 3 anni fa, quando la madre ne aveva 56 e il padre una settantina. La sentenza è stata resa pubblica questa mattina e ha sostanzialmente confermato quello che già avevano stabilito i giudici in primo grado e in appello.
La bambina era stata tolta ai genitori dopo pochissime settimane con il pretesto che era stata lasciata da sola in auto. In realtà dall’accusa di abbandono la coppia era stata assolta, ma ha pesato sicuramente il fatto del grande divario di età fra la piccola e i genitori. Viola nel frattempo era stata affidata a una famiglia e quindi con la sentenza definitiva in Cassazione viene confermata la sua adottabilità. Da questo momento i genitori naturali non potranno più vederla.



Genitori troppo anziani" E la figlia va in adozione
La Stampa

GRAZIA LONGO

Torino: 70 anni lui, 58 lei. I giudici: la piccola rischia di restare orfana



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Da una parte le ragioni del cuore. Dall’altra quelle della legge. Le prime hanno spinto una coppia a ricorrere alla fecondazione eterologa all’estero per diventare genitori nonostante l’età, 58 lei, 70 lui. Quelle del Tribunale dei minori di Torino hanno, invece, stabilito che la loro bambina dovrà essere data in adozione. Viola, il nome è di fantasia, oggi ha 16 mesi e da 15 vive con una famiglia affidataria. In tutto questo tempo i giudici, aiutati da psicologi e psichiatri, hanno studiato il caso. Una realtà complessa e delicata che vede come protagonista una giovane vita desiderata e concepita da quelli che molti definiscono come genitori-nonni.

Troppo anziani per allevare un figlio. E ora il verdetto del collegio presieduto dal giudice Donata Clerici fotografa la scelta di un uomo e una donna «fondata sulla volontà di onnipotenza, sul desiderio di soddisfare a tutti i costi i propri bisogni». E ancora: «Non si sono posti seriamente domande in merito al fatto che Viola si ritroverà orfana in giovane età». Eppure i genitori di Viola, Gabriella e Luigi Deambrosis - lei bibliotecaria, lui impiegato, ex sindaco di un piccolo centro del Monferrato -, raccontano un’altra verità. «Per noi è stato come subire un furto - dicono, tenendosi per mano -.

Ma le vere vittime di questa ingiustizia non siamo noi: è la nostra bimba. Perché deve essere strappata alla sua famiglia d’origine? Guardi queste foto, guardi come sorride quando sta con noi, la vediamo solo ogni quindici giorni e ogni volta, quando ci allontaniamo da lei, riviviamo quella mattina in cui i carabinieri vennero a prenderla a casa». Un passo indietro è doveroso. Perché se è vero che nelle 16 pagine della sentenza del Tribunale si pone molto l’accento «sull’eccessivo desiderio di genitorialità» della coppia, è altrettanto vero che esiste un antefatto, oggetto di una causa penale per abbandono dei minori.

Viola aveva appena un mese quando venne notata piangere disperata, da sola, sull’auto del papà vicino a casa, a Mirabello, un paese di mille anime poco distante da Casale Monferrato. «Stavo scaricando la spesa, mentre mia moglie era andata a farsi una puntura, ma non ho mai perso di vista né la bimba, né l’auto» si difende Luigi Deambrosis. «La bambina è rimasta sola sull’auto, non vigilata in modo costante, 40-45 minuti - scrivono i giudici -, il padre si è riavvicinato alla bambina senza mostrare allarme per il suo pianto e la madre, quando torna a casa, chiede al marito come sta la figlia, lui risponde bene senza dirle che è in auto, lei sale le scale e va al piano di sopra senza accertarsi della presenza e delle condizioni della figlia».

Difesi dall’avvocato Giulio Calosso, i genitori di Viola affronteranno a febbraio l’udienza preliminare del processo per questa storia. Intanto insistono nel ribadire il «nostro amore incondizionato per nostra figlia». La mamma: «Quando ci siamo sposati, nel ‘90, avevo 36 anni. Quando ho visto che non rimanevo incinta, mi sono sottoposta ad oltre 10 tentativi di fecondazione assistita in Italia. Tutti falliti. Cosa dovevo fare? Arrendermi? Io e mio marito ci siamo interrogati a lungo sull’opportunità di andare avanti e così abbiamo deciso di rivolgerci all’estero per l’eterologa». In mezzo ci sono state anche due richieste di adozione, la prima nel ‘99, la seconda nel 2003, entrambe respinte.

Assistita dagli avvocati Fabio Deorsola e Gianni e Antonio Dionisio, la coppia si appellerà alla sentenza del Tribunale dei minori. «Quello che ci amareggia di più, però, è il modo in cui ci hanno dipinto - dicono -, siamo brave persone, crediamo che un figlio sia l’espressione dell’amore di una coppia e invece ci hanno portato via la nostra dolcissima Viola». Secondo i periti del Tribunale il padre «ha scompensi in senso dissociativo e psicotico», la madre «non stabilisce con la figlia contatto emotivo, ... mostrando una ferita narcisistica intollerabile». Ma nelle foto Gabriella stringe e sorride sempre alla sua bambina. «Siamo di fronte a un pregiudizio - chiosa l’avvocato Deorsola - che vede l’adozione come alternativa al desiderio di genitorialità». 

Nikon Df: ecco dal vivo la controversa reflex full frame

Il Giorno

di Roberto Colombo


“Diversi aspetti della nuova Nikon Df hanno sollevato un coro di voci perplesse dal web: ecco il nostro primo contatto con la nuova full frame con il cuore di Nikon D4, un prodotto che punta a una nicchia di pubblico ben precisa e che fa dell'aspetto uno dei suoi cardini”

Per gli amanti dall'analogico, così come l'ha pensata Nikon




L'idea da cui sono partiti i tecnici Nikon è chiara: studiare un prodotto in grado di convincere a passare al digitale tutti quelli che in questi anni sono rimasti ancorati alla pellicola, non solo per una questione di qualità/piacevolezza dell'immagine, ma perché hanno sempre considerato le fotocamere digitali troppo lontane dall'esperienza di scatto delle vecchie analogiche in metallo. È la strada che, con una differente declinazione e in modo molto azzeccato, ha intrapreso anche Fujifilm con la sua Serie X, caratterizzata da utilizzo di metallo, ghiere fisiche e richiami estetici al passato.



I cardini su cui si fonda Nikon Df sono quindi orientati ad attirare il pubblico rimasto ancorato alla fotografia analogica: non possono quindi mancare un corpo in metallo e tutta una serie di ghiere per regolare i tempi, la sensibilità, il modo di scatto, la compensazione dell'esposizione. Ghiere dotate di sistema di blocco, utilizzabili tramite l'azione combinata su un bottone o il sollevamento della ghiera stessa. Si tratta di un prodotto che punta in primis sull'emozione piuttosto che sulle mere specifiche tecniche: l'intento di Nikon è quello di regalare agli amanti dell'analogico le stesse sensazioni di scatto tipiche delle vecchie reflex a pellicola. Estetica e sensazioni non sono aspetti secondari per Nikon Df.



All'interno di questo corpo in lega di magnesio con ampie zone con finitura gommata a effetto cuoio, Nikon ha trapiantato alcune delle sue tecnologie collaudate, come il sensore FX CMOS full frame da 16,2 megapixel di Nikon D4, il sistema autofocus a 39 punti di messa a fuoco con 9 punti a croce, 7 dei quali utilizzabili anche con ottiche f/8, già visto sulle consumer Nikon D600/D610. Il sensore è in grado lavorare a sensibilità comprese tra 100 e 12800 ISO, ma riesce a spingersi in modalità boost fino al valore di 204.800 ISO, compensando senza problemi la mancanza di un flash integrato. Sempre parlando di flash i nostalgici gradiranno certamente il connettore PC Sync sul lato sinistro, oltre alla slitta flash sopra il pentaprisma.

Quella piramide al porto è uno storico rifugio bellico. Bello e dimenticato

Corriere del Mezzogiorno

Testimonianza della Seconda guerra mondiale ignorata da Comune e Authority. Nessun progetto di recupero


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NAPOLI - Immaginiamo la scena. E’ un giorno qualsiasi dei primi mesi del ’43. I bombardamenti alleati su Napoli sono diventati sempre più frequenti e distruttivi. Stazioni, industrie e porto sono gli obiettivi principali. Per questo le attività dello scalo marittimo partenopeo si svolgono in modo ordinato ma frenetico: la tensione si taglia col coltello. Operai e militari lavorano e ogni tanto si voltano per dare un’occhiata alle nuvole. Da un momento all’altro potrebbe spuntare qualche squadriglia… D’improvviso, il suono cupo della sirena lacera l’aria. Bisogna mollare tutto e correre a cercarsi un rifugio. C’è una struttura in cemento armato a Calata Porta di Massa che è importante raggiungere rapidamente. Lì dentro si potrà attendere la fine della tempesta di fuoco, la fine della «nottata».


TESTIMONIANZA INTATTA - Dopo settant’anni il porto di Napoli è ovviamente molto cambiato. Le tracce di quelle terribili esperienze sono difficili da riscoprire, confinate ormai nei libri di storia. Di memoria materiale è rimasto poco o nulla, tranne quella solida costruzione sul molo. E’ di un grigio scuro un po’ tetro, ma sembra nuova: le bombe non l’hanno neanche scalfita. Una straordinaria testimonianza della Seconda Guerra Mondiale uscita indenne dal conflitto, intorno (e dentro) alla quale potremmo fermarci a riflettere. Invece riusciamo solo a vederla come una buona parete contro cui parcheggiare l’auto. Un piccolo ingresso è stato murato alla meglio, un altro è serrato da un cancelletto arrugginito. Nessuna indicazione, nessun riferimento storico. I turisti e i giovani napoletani scambiano senz’altro il rifugio per un deposito qualunque. Quelli più vecchi o che sanno per sentito dire, forse lo considerano un ingombro inutile. Comune e Autorità portuale non l’hanno neanche inserito nei progetti di recupero e valorizzazione. E così la «magia» si ripete: il patrimonio culturale c’è, lo si può toccare, ma diventa invisibile.

07 novembre 2013 (modifica il 08 novembre 2013)

Amici, fidanzate e trombati Ecco la parentopoli grillina

Paolo Bracalini - Ven, 08/11/2013 - 10:12

Sono arrivati 16mila curricula per aspiranti "assistenti parlamentari". Ma deputati e senatori grillini hanno chiamato figli o fidanzati di parenti. E i candidati trombati sono stati ripescati come portaborse. Il senatore Mastrangeli: "La base grillina è incavolata nera"

Sono arrivati 16mila curricula per aspiranti «assistenti parlamentari», ma molti deputati e senatori grillini han fatto prima a chiamare figli o fidanzati di parenti, o a sfogliare la rubrica di amici e candidati trombati del M5S, ripescati come portaborse.


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«La base grillina in Lazio è incavolata nera perché il deputato Luca Frusone ha preso come suo assistente la candidata non eletta alle regionali del Lazio, Enrica Segneri» racconta il senatore Marino Mastrangeli, ex M5S passato al Misto («è una persona fidata e competente» replica il deputato). I casi Lezzi e Moronese, le due senatrici che hanno assunto una la figlia del compagno e l'altra il fidanzato, hanno fatto azzuffare i parlamentari grillini, alimentando sospetti, veleni, voci incontrollate su altri assistenti assunti per via amicale o parentale.

«Non è il mio caso e posso dimostrarlo senza problemi» si difende Riccardo Fraccaro, uno dei deputati nel mirino dei rumors. Lui si è valso dei consigli di un avvocato del lavoro, Giovanni Zoppi, che è anche il fidanzato di sua sorella. L'ha spiegato in un video lo stesso deputato, specificando: «Spero in futuro di poterlo retribuire adeguatamente». Poi non se n'è fatto più nulla: «È tutto a titolo gratuito, c'è una rete di collaboratori scelta sulla base dei cv arrivati, nessuna parentopoli» assicura Fraccaro, sul cui statino (aggiornato a maggio), alla voce «Compensi per collaboratori», si legge «zero».

Diversamente dalla maggioranza dei parlamentari M5S, che invece impegna mensilmente da 2mila a oltre 3mila euro, prese dal lordo che Camera e Senato versa loro, per pagare assistenti e portaborse. È la voce di spesa più alta, anche per i gruppi. In cinque mesi il gruppo M5S Camera ha speso 640mila euro tra dipendenti e consulenti, mentre il M5S Senato rendiconta solo per il mese di maggio due bonifici di 33mila e 29mila euro, sempre per «retribuzione personale» (28 persone). Nell'area «trasparenza» dei gruppi M5S però non c'è nulla sull'identità degli assistenti scelti dai parlamentari.

«Molti di noi hanno scelto degli amici, o degli attivisti» ha detto la senatrice Barbara Lezzi, che invece ha scelto la figlia del suo compagno (subito dimessasi). Altri voci velenose sfiorano la senatrice emiliana Mussini («non può rispondere, è impegnata a Bruxelles» spiega la sua segreteria), il deputato laziale Iannuzzi («non può rispondere, mandi una mail» spiega la sua segreteria) che al Senato trova sua madre, l'infermiera Ivana Simenoni, e la riminese Giulia Sarti: «Il mio ragazzo mi ha fatto il sito? Sì, ma gratis, come aiuto.

Ed è vero che una delle mie due assistenti è una mia convivente, ma solo perché così dividiamo l'affitto e risparmio». I sospetti mettono radici su un terriccio che, in effetti, è pieno di intrecci famigliari. Le liste dei M5S erano piene di congiunti. Alcuni sono entrati in Parlamento, come la deputata Azzurra Cancellieri, sorella di Giancarlo capogruppo M5S in Regione Sicilia.

O come i fratelli Maurizio e Tiziana Buccarella, entrambi candidati in Puglia, lui ora deputato, lei no perché ritirata. Marito e moglie, la senatrice Tatiana Basilio e l'aspirante deputato Simone Ferrari (non eletto). La senatrice Cristina De Pietro invece ha il fratello consigliere comunale in Liguria. Laura Bignami, senatrice, è invece moglie di Giampaolo Sablich, capogruppo M5S al Comune di Busto Arsizio.

Nepotismi e favoritismi che si replicano a livello locale. A Treviso il consigliere comunale M5S Alessandro Gnocchi ha proposto, per la nomina all'Ente Parco del Sile, la sua fidanzata. Mentre quando il sindaco grillino di Mira ha dovuto scegliere un assessore all'Ecologia, non ha avuto dubbi nominando l'ing. Maria Grazia Sanginiti. Moglie del deputato Cozzolino. Mentre un po' ovunque i non eletti sono stati chiamati come collaboratori. Guai scordarsi degli amici.

Priebke sepolto nel cimitero di un carcere italiano

Il Messaggero

Il luogo della sepoltura scoperto da Repubblica


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Sarebbe sepolto nel cimitero di un carcere italiano, del quale è ancora ignoto il nome, l'ex capitano delle Ss Erich Priebke. A rivelarlo è il direttore di Repubblica Ezio Mauro che in un reportage pubblicato sul quotidiano descrive il luogo come «un cimitero in disuso» (e le foto lo confermano), dove «erano almeno vent'anni, qualcuno dice trenta, che non c'era una nuova sepoltura» anche se, precisa, «resta consacrato e il cappellano viene a benedire nel giorno dei Morti».

Sulla croce, racconta Mauro, non c'è il nome dell'ex nazista ma solo un numero. «È la sede di una sepoltura dignitosa, come un Paese civile deve garantire anche al suo nemico più terribile, e la prova di un conflitto irriducibile e permanente, perché la memoria non rinuncia al giudizio su ciò che è accaduto», scrive Mauro. A dicembre il figlio di Priebke verrà in Italia per visitare la tomba del padre.

Mauro ricostruisce i momenti del trasferimento della salma. «C'erano due uomini sull'auto arrivata alle 3.45 del mattino all'aeroporto militare di Pratica di Mare ma uno solo sapeva dove stavano andando e perchè, nella notte tra un sabato e una domenica di fine ottobre». Sulla tomba una croce di legno con sopra un numero che è «conservato in una busta con i sigilli nella cassaforte del funzionario che ha pilotato l'operazione. Verrà consegnato al figlio di Priebke che a dicembre arriverà da New York.

Il direttore del carcere, convocato a Roma per sapere che avrebbe dovuto ricevere l'ospite più indesiderato d'Italia, è ripartito col vincolo del segreto, nemmeno le guardie conoscono il nome dell'ultimo arrivato, e naturalmente non lo sanno il sindaco, il presidente della Regione, la comunità cittadina. Attraverso il segreto, l'autore di una strage ha potuto avere la sepoltura che una democrazia gli deve assicurare...». è un gesto di civiltà e un atto di umanità che deve accompagnarsi col ricordo di quanto è avvenuto, per non smarrire la nozione del Bene e del Male, dunque del giudiziò.

Il legale. «La verità è che su questa sepoltura abbiamo deciso in accordo con le autorità di fare silenzio fino a quando la situazione non sarà conclusa e ancora non lo è. Quindi non c'è nulla da dire», afferma all'Adnkronos l'avvocato Paolo Giachini, legale della famiglia dell'ex capitano delle SS. «È stato deciso di fare silenzio fino ad una soluzione definitiva cioè una degna sepoltura per il signor Priebke che permetterà a tutti di visitare la tomba e quando questo sarà definito allora si discuterà», conclude.


Giovedì 07 Novembre 2013 - 08:35
Ultimo aggiornamento: 19:24

Blitz della Finanza: tra la folla del Salone spunta la finta Vespa

Elena Gaiardoni - Ven, 08/11/2013 - 09:57

Sequestrati 13 mezzi presentati da produttori cinesi In due stand esposte anche le copie di modelli Honda

I motociclisti sono cambiati, ma purtroppo non cambiano gli uomini. E' una bionda, giovane mamma con un bimbo in braccio l'immagine di «Eicma», la fiera delle moto più grande al mondo in corso alla fiera di Rho - Pero.


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La donna è stata scelta come simbolo delle due ruote per la sua dolce facoltà di saper infondere sicurezza, e invece è stato proprio il principio di sicurezza ad essere stato messo subito a repentaglio alla settantunesima edizione dell'Esposizione internazione del motociclo. La Guardia di finanza di Rho ha sequestrato tredici imitazioni fatte dai cinesi di Honda e Piaggio, esposte al salone. Le moto molto simili nel design e nelle linee a quelle fabbricate dalle note case costruttrici facevano bella mostra di sé in dieci stand diversi.

Due stand esponevano un clone dello scooter «Pcx» della giapponese Honda. Gli altri otto mostravano undici motocicli identici alla Vespa della Piaggio, i modelli della serie Lx in produzione dal 2006. «Eicma» ha schiuso i battenti al pubblico solo da ieri per protrarsi fino a domenica e ha già dimenticato il riprovevole fatto, visto il record di accessi registrato in un solo giorno. Evidentemente le «Donne in sella», una delle realtà che impreziosiscono la fiera, portano fortuna, come porta buon vento la «Rosa d'inverno», nome femminile con cui si contraddistingue lo storico raduno che domenica porterà a Milano i centauri da tutta Italia.

Nei padiglioni della fiera sono 1408 gli espositori, in rappresentanza di 38 paesi, quattro delegazioni di Cina, Taiwan, Stati Uniti e Gran Bretagna all'interno di sei enormi padiglioni su una superficie di 280.000 mq. L'appuntamento meneghino è un must per addetti ai lavori, ma è una prelibatezza agli occhi anche per gli appassionati delle due ruote a motore, provenienti da ogni angolo del pianeta, soprattutto Europa ma anche America, Australia, Giappone, Taiwan e Cina. Nonostante la crisi finanziaria generale stia rallentando la creatività e la produttività del nostro Paese, il settore della moto continua a dimostrare una profonda volontà non solo di resistere ma di ripartire.

L'investimento che «Eicma» rappresenta per tutti i brand, la capacità delle case di presentare prodotti inediti al passo con le esigenze della nuova mobilità, moto, scooter e motocicli che luccicanti come cavallette scaldano la passione, fanno di questo evento una meta d'incontro tra passato e futuro. Innumerevoli i momenti di intrattenimento e di alta tensione, come il «MotoLive», 80 mila metri quadrati dedicati alle performace di piloti del manubrio più libero che ci sia.

«The green planet» è uno spazio riservato alla mobilità sostenibile con tutte le trovate dell'ibrido e dell'elettrico. Tradizionale ed eccentrica l'«Eicma Customs»; è riservata agli appassionati del custom e ai fans della personalizzazione, quell'arte easy che contraddistingue i centauri per gli accessori con cui riescono a trasformare la motocicletta in una casa. Casa: la parola più donna che ci sia, come vuole essere la parola «moto» sempre più gradita al gentil sesso tanto che oggi tutte le signore possono entrare gratis a «Eicma». Lo spazio «Sicurezza» è promosso da Confindustria Ancma e dall'associazione nazionale Ciclo, motociclo e accessori. Si svolge anche quest'anno la «Fashion Bike Week» che in tutta Milano parlerà dell'amore per la coppia di ruote con motore o senza.

Bolle d’acciaio

La Stampa


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Ieri la notizia più diffusa e chiacchierata del giorno è stata l’affermazione, attribuita a Enrico Letta da un giornale irlandese, di avere le palle d’acciaio.

Brunetta, dall’alto delle sue competenze siderurgiche, ha commentato che i lavoratori dell’Ilva gliele fonderebbero all’istante.

Beppe Grillo ha lanciato nella Rete una discussione urgente sul tema «Letta ballista d’acciaio».

Dalle Alpi alle Piramidi è stato subito un crepitio di tastiere. La battuta migliore: se i leader europei magnificano gli attributi di Letta, allora è vero che quando andiamo a Bruxelles ci caliamo le braghe. Anche il sottoscritto ha confezionato un corsivo sul celodurismo democratico che da alcuni minuti giace esanime nel cestino. Infatti in serata è emersa la banale verità: l’espressione palle d’acciaio («balls of steel») era una traduzione colorita del pensiero castigato di Letta da parte dell’intervistatore irlandese.

Non è il momento di soffermarsi sulla qualità della stampa di Dublino rispetto ai tempi di Joyce. Sta di fatto che abbiamo dato per buona una dichiarazione del presidente del Consiglio per la semplice ragione che era stata diffusa sul web. E che a mettere in moto la baracca mediatica non è stato un discorso, ma una battuta: volgare o estrema come quella (purtroppo vera) sugli ebrei, consegnata da Berlusconi al suo memorialista Bruno Vespa. Siamo all’informazione liofilizzata, alla politica Zelig: hai dieci secondi per dire o scrivere qualcosa di impressionabile, meglio se impressionante, altrimenti cala il sipario dell’attenzione. Il prossimo passo, esprimersi a gesti e grugniti. Bossi verrà ricordato come un precursore.

Dai porticati al catalogo

La Stampa

yoani sanchez


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Hanno inserito le foto di camicette, pantaloni e scarpe in un album fotografico matrimoniale. Non sono buone immagini, ma mettono in evidenza etichette e marche, che sono la cosa più importante per i compratori. Possiamo trovare di tutto: pigiami, scarpe da tennis, calze per adolescenti, indumenti sportivi e biancheria intima. La maggior parte della merce proviene da Panama ed Ecuador, ma entra anche dal terminal due dell’aeroporto internazionale. Viene portata dalle cosiddette “mule”, grazie a voli provenienti da Miami, tramite Nassau e le Isole Caiman. Moda effimera, colori del momento, capi sintetici e grandi nomi di ditte raffigurate sui tessuti, riempiono il precario catalogo che viene esibito di porta in porta. 

Le cosiddette “boutique” private o “abiti - shopping” nelle ultime settimane hanno ricevuto un duro colpo legale. Per molto tempo sono state un fenomeno in espansione per i porticati e le strade più centrali del paese, ma adesso si sono viste impartire un ultimatum e dovranno liquidare la loro merce. Fino al 31 dicembre potranno vendere le rimanenze dei magazzini, ma il 2014 sarà un “anno senza la vendita di vestiti importati dagli esercenti privati”. Un privilegio che sarà riservato ai negozi statali, dove un costume da bagno può costare l’equivalente di tre mesi di stipendio. I negozi di Stato vendono capi di abbigliamento desueti, di cattiva qualità e passati di moda, per questo non possono competere con le proposte più moderne ed economiche provenienti dal settore privato. 

Riluttante alla concorrenza – o incapace di competere – lo Stato cubano ha posto fine all’attività privata conosciuta come “abiti - shopping”. Diversi tra i locali più noti e frequentati hanno già chiuso le porte al pubblico. Chi ha investito denaro per ristrutturare il salotto di casa per ricevere i clienti, si è dovuto rendere conto che la sua florida attività ha i giorni contati. Tuttavia – come capita in un paese con tanti divieti – c’è già chi sta cercando una soluzione alla crisi attuale. Per il momento si tratta di passare dal porticato al catalogo; dalla vendita in un negozio, all’offerta casa per casa. Nessuna legge può impedire a una persona di cercare ciò di cui ha bisogno. Per questo motivo, clandestinamente, tutti continueranno a comprare gonne, pantaloncini, sandali… avvolti nell’aurea – così attraente – del nuovo e del proibito. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

La rivoluzione cubana mi ha deluso, torno negli Stati Uniti”

La Stampa

maurizio molinari
corrispondente da NEW YORK

Quasi trenta anni fa dirottò un aereo commerciale a Cuba, ma Fidel lo ha deluso ed ora William Potts ha scelto di tornare in patria, pur sapendo di finire in prigione. «Spero nella magnanimità della giustizia americana»


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Quasi trenta anni fa dirottò un aereo commerciale a Cuba, puntando a diventare un eroe della rivoluzione ma Fidel lo ha deluso ed ora William Potts ha scelto di tornare in patria, pur sapendo di finire in prigione. L’ex militante delle Black Panthers nel 1984 decise di compiere un eclatante gesto di sfida nei confronti degli Stati Uniti salendo a bordo di un aereo di linea a Newark, New Jersey, con destinazione Miami, Florida, per dirottarlo all’Avana.

Usò una pistola per obbligare il pilota ad atterrare sull’isola di Fidel Castro ma una volta compiuto il gesto, la delusione fu grande. Le autorità cubane, anziché accoglierlo come eroe rivoluzionario, lo condannarono per pirateria facendogli passare i seguenti 13 anni dietro le sbarre. Una volta tornato in libertà Potts si è sposato ed ha avuto due figlie - entrambe emigrate negli Stati Uniti nel 2012 - ed ora, superata la soglia dei 56 anni ha maturato la convinzione di “voler fare solo il padre perché la rivoluzione mi ha deluso”. Da qui la scelta di tornare in patria, con un volo dall’Avana a Miami concluso fra le braccia degli agenti dell’Fbi, che lo hanno subito ammanettato.

“Toccare il suolo della mia patria dopo quasi 30 anni è stato emozionante - ha dichiarato l’ex Black Panther ad un sito della Florida - molto è cambiato e voglio capire a fondo cosa è avvenuto”. Riguardo a quanto lo aspetta spera nella “magnanimità del sistema della giustizia”, si dice “pronto a riconoscere il reato commesso” e rinnova la richiesta di perdono indirizzata a Barack Obama in una lettera del 2009. Nella convinzione che “sia venuto il momento di tornare a casa”, lasciandosi alle spalle l’errore di scommettere su una rivoluzione che lo ha deluso, come si evince da quanto afferma: “Vi assicuro che stare per 13 anni in una prigione comunista non è come andare al Club Med”.

Apple, connessione a internet con il Bluetooth: "Il modo per far comunicare iWatch e iPhone"

Il Mattino


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ROMA - Condividere la rete remota attraverso il Bluetooth. È questo l'ultimo progetto della Apple sviluppato dagli ingegneri Daniel Borges, Jason Giles, e Michael Larson. In questo modo il dispositivo può accedere alla rete attraverso un semplice Bluetooth.

Voci di corridoio ipotizzano che questo brevetto venga utilizzato sull’iWatch per metterlo in comunicazione con l'iPhone. In particolare, il brevetto prevede che un primo dispositivo funge da hotspot e permette un collegamento a corto raggio (Bluetooth 4.0) con un secondo dispositivo. Sfruttando il Bluetooth a basso consumo i dispositivi entrerebbero in contatto tra loro senza l'uso del Wifi.

 
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venerdì 8 novembre 2013 - 09:18   Ultimo aggiornamento: 09:20

Rifiuti, salvati gli addetti-fantasma lavoreranno negli inceneritori da fare

Il Mattino

di Daniela De Crescenzo


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NAPOLI - Sono stati per anni il simbolo dello spreco nel settore dei rifiuti; secondo il piano della Regione, entro il 2016, i dipendenti dei Consorzi di bacino andranno a lavorare nei termovalorizzatori che però non ci sono. L’ipotesi è stata avanzata dalla Regione in un incontro con il ministro dell’Ambiente Orlando e il sottosegretario al Lavoro dell’Aringa. Quarantotto milioni di euro serviranno per garantire altri tre anni di stipendio; con altri stanziamenti si provvederà alla riqualificazione dei 1250 operai che da più di dieci anni sono pagati per non lavorare. Alla notizia del «salvataggio» dei Cub, le organizzazioni dei disoccupati hanno inscenato una protesta che ieri mattina ha paralizzato parte della città: chiedono di poter accedere anche loro alla formazione.

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venerdì 8 novembre 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: 08:18

Google e il mistero dell'hangar n.3: accordo sulla segretezza con il governo

Il Mattino

di Laura Bogliolo

L'azienda: spazi interattive per far conoscere nuove tecnologie


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Una chiatta, decine di container accatastati, recinzioni, guardie ovunque e un accordo di segretezza con il governo degli Stati Uniti. Si infittisce il mistero sull'hangar 3 nella baia di San Francisco: a fine ottobre il giornale specializzato CNET aveva ipotizzato la creazione di server galleggiante che avrebbero ospitato data center, gli enormi contenitori virtuali di informazioni recepite online. Server galleggianti per sfruttare il raffreddamento offerto dall'oceano e posizionati in acque internazionali, sfuggendo così alla giurisdizione Usa dell'Nsa.

Il mistero sull'hangar n. 3 resta anche se Google finalmente ha ammesso il suo coinvolgimento in quella costruzione ormeggiata all'ombra del Bay Bridge al largo di Treasure Island, ex postazione militare statunitense. “Un data center galleggiante ? Una chiatta che ospita l'ultimo dinosauro? Purtroppo, nessuna delle ipotesi precedenti . Anche se è ancora presto e le cose possono cambiare , stiamo esplorando la possibilità di utilizzare la chiatta come spazio interattivo in cui le persone possono conoscere le nuove tecnologie” ha dichiarato a Techcrunch un portavoce di Google.

Risolto il mistero? Non proprio. Non è ancora chiaro il futuro utilizzo della chiatta, mentre una seconda costruzione galleggiante molto simile è stata avvistata a Portland , nel Maine. L'unica cosa certa è la segretezza calata sulla misteriosa struttura, un prodotto sperimentale del famigerato Google X, il laboratorio avveniristico guidato direttamente dal co-fondatore di BigG Sergey Brin : secondo Reuter Google ha chiesto a funzionari del governo degli Stati Uniti di firmare accordi di riservatezza. Un dipendente della Guardia Costiera che ha visitato la struttura ha dovuto firmare un accordo di non divulgazione con il gigante di Internet, ha detto Barry Bena, portavoce della Guardia Costiera degli Stati Uniti. Secondo The Verge ci si è appellati al “segreto commerciale”.

Alcuni siti specializzati ipotizzano che all'interno dei misteriosi hangar possono nascere degli showroom per la vendita dei Google Glass. Il sindaco di San Francisco, come riportato dalla stampa online, dice di non sapere cosa sia, mentre la polizia spiega che non rientra nella sua giurisdizione. La costruzione è alta quattro piani, poggia su una chiatta ormeggiata a Treasure Island e non sulla terraferma, dove vigono forti tutele paesaggistiche e ambientali sia statali che federali. Il mistero continua.

 
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venerdì 8 novembre 2013 - 08:36

Abbandonato nel trasportino con un biglietto di addio e una pallina

Il Mattino


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Quando si pensa d'aver visto tutto al mondo c'è sempre qualcos'altro da scoprire. Nel bene e nel male. Stavolta fuori dalla porta del loro rifugio i volontari di una associazione in provincia di Napoli, hanno trovato un gattino rosso dolcissimo. Era in un trasportino. Dentro c'era anche una pallina gialla, forse il suo gioco preferito. Sulla gabietta in plastica, un biglietto: «Vado all'estero, non posso occuparmene, per favore pensate a lui. E' un angelo». E infatti questo micino è davvero un angelo: circa un anno, sano, castrato, di ottimo carattere. Bravissimo con tutti. E molto affettuoso. Ha già fatto anche i test del sangue ed è a posto. E' a Napoli ma è adottabile ovunque dietro controlli.  

Per info: 3393329192 oppure 3491840478.

 
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martedì 5 novembre 2013 - 00:22   Ultimo aggiornamento: mercoledì 6 novembre 2013 10:03