sabato 9 novembre 2013

Fbi, caccia a Carlos l'hacker che ha creato il virus per spiare le fidanzate

La Stampa

di Laura Bogliolo


Cattura
Si chiama Carlos Enrique Perez-Melara l'ultimo "most wanted" inserito nella lista dei ricercati dell'Fbi che offre 50.000 dollari a chiunque fornisce informazioni sul giovane che si nasconde dal 2003. A scatenare la caccia a Carlos è Lover Spa il malware che l'hacker ha creato e venduto a un migliaio di persone riuscendo a infettare oltre 2.000 computer. Il "most wanted" prometteva ai suoi acquirenti online di riuscire a spiare fidanzati e fidanzate fedigrafe. Le persone che hanno acquistato lo spyware sono state accusati di intercettare illegalmente le comunicazioni online.

Secondo l'Fbi Carlos Enrique Perez-Melara gestiva un sito web che offriva ai clienti un modo per cogliere in flagrante la dolce metà sospetta di tradimento con l'invio di spyware mascherato da un biglietto di auguri. Aprendo il messaggio il malware entrava in azione nel computer registrando ogni tipo di attività. Il programma Lover Spy veniva venduto a 89 dollari. Mr Perez - Melara è stato incriminato nel luglio del 2005 e da allora è sempre riuscito a fuggire. Si trovava negli Stati Uniti con un visto di viaggio per studenti . Le accuse contro il signor Perez - Melara riguardanola vendita di un dispositivo di intercettazioni illegali. L'ultimo avvistamento di Carlos è stato a San Salvador. «Si tratta di persone che sanno benissimo come nascondersi» ha detto John Brown responsabile della cyber- divisione dell'FBI. L' agenzia ha offerto una ricompensa di 50.000 dollari a chi dà informazioni che portino al suo arresto.


laura.bogliolo@ilmessaggero.it
Blog: Daily web

Sabato 09 Novembre 2013 - 14:03
Ultimo aggiornamento: 19:29

Copyright, si infiamma la polemica sulla bozza di delibera Agcom per le norme anti-pirateria

La Stampa


Cattura
Mentre secondo quanto riporta oggi Alessandro Longo , giornalista del Gruppo Espresso, scoppia un caso istituzionale sulle nuove norme con cui l’Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) intende rivoluzionare il copyright e la lotta alla pirateria in internet, gli avvocati esperti di diritto d’autore rispondono su La Stampa

Si sta sviluppando un conflitto che contrappone Parlamento e Governo, intorno non solo alle nuove norme ma anche al ruolo di Agcom. Da una parte, si è compattato un gruppo di parlamentari Pd che hanno firmato una proposta di legge per bloccare Agcom e riformare, in chiave progressista, il diritto d’autore online. Dall’altra, presso la Presidenza del Consiglio qualcuno lavora per inserire, nella Legge di Stabilità, una norma che blocchi il fronte delle proteste. 

L’aspetto più criticato è che in nome del copyright Agcom si vuole attribuire il potere di oscurare siti web accusati di pirateria, con una delibera prevista a giorni. Le critiche si concentrano sulla bozza di delibera .

Commenta l’avvocato Fulvio Sarzana : «Inserire l’AgCom nella legge di stabilità come collegato serve ovviamente a sfruttare il voto di fiducia che certamente il governo porrà. Si tratta di una tecnica che abbiamo già visto: ad un certo punto diranno “stop agli emendamenti in commissione”, smetteranno di discutere e, se saranno riusciti a infilare due righe sull’AgCom all’ultimo momento, arriveranno in aula.

L’obiettivo, da molto tempo, di chi preme per questa delibera, che ha caratteristiche uniche nel suo genere. Infatti, per i detentori dei diritti d’autore l’AgCom sarebbe un poliziotto a costo zero capace di chiudere siti, occuparsi velocemente di una eventuale violazione con una forma di accertamente extra giudiziaria. Neppure l’Hadopi è così, perché prevede un costo per il segnalatore».


Il dibattito nel blog:

- Carlo Blengino: “Copyright? Agcom regoli il mercato delle reti di comunicazione elettronica”
- Guido Scorza su Agcom e diritto d’autore: “Ricominciamo dall’onestà intellettuale”
- Marco Ricolfi: “Agcom non può e non deve disciplinare il copyright”

IPad esplode in un negozio, paura in Australia

Corriere della sera

Il tablet Apple ha preso fuoco a Canberra: intervengono i pompieri, evacuato lo store di Vodafone

Cattura
MILANO - Attimi di paura mercoledì scorso in un negozio Vodafone di Canberra, in Australia, quando uno degli iPad Air in esposizione si è surriscaldato ed è esploso all’improvviso, costringendo lo staff a chiamare i vigili del fuoco per spegnere l’incendio. Lo store è stato evacuato e i resti del dispositivo, andato completamente distrutto, sono stati requisiti da un responsabile Apple, che li ha subito inviati alla casa madre negli Stati Uniti per le analisi di rito, visto che – come ha puntualmente ricordato il Daily Mail riportando la notizia, è la prima volta che esplode un iPad (in precedenza, c’erano stati infatti incidenti analoghi con degli iPhone e con altri smartphone , ma mai con un tablet).

Stando al racconto dei testimoni (comprensibilmente molto spaventati, anche se non si sono registrati feriti), le fiamme si sono sprigionate dalla porta di ricarica del dispositivo senza apparente motivo, diventando subito così forti da essere incontrollabili e rendere quindi necessario l’intervento dei pompieri. Malgrado le continue e numerose sollecitazioni dei media australiani, per ora da Cupertino non sono però arrivate dichiarazioni ufficiali sull’accaduto: è probabile che i tecnici della Apple aspettino di controllare i resti dell’iPad prima di pronunciarsi, onde evitare di creare inutili allarmismi.

Alcuni siti specializzati, come MacRumors, insinua il dubbio che ad andare in fumo non sia stato uno dei nuovissimi iPad presentati ad inizio novembre, bensì un modello più vecchio, avvalorando l’ipotesi dello scambio di tablet con il fatto che il termine “’iPad Air” di cui si parlava nella notizia originaria sia stato successivamente corretto con un più generico “iPad”, ma soprattutto evidenziando come nel dispositivo bruciato mostrato nelle foto online manchino le cornici laterali più strette, che sono invece tipiche del nuovo modello di punta della Apple.

09 novembre 2013

Anonymous: «Attaccheremo i computer dei governatori di Campania e Sicilia»

Corriere del Mezzogiorno

Gli attivisti hacker lo annunciano dopo essere riusciti ad entrare nel pc del presidente della Regione Calabria


Cattura
Il sito del gruppo di pirati informatici Anonymous ha pubblicato oggi un post nel quale annuncia che gli hacker avrebbero violato il pc del presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti. Gli attivisti della rete di hacker, che annunciano di avere infettato la maggior parte dei personal computer di altri amministratori regionali italiani, propongono in rete una schermata contenente diversi messaggi di posta indirizzati al presidente Scopelliti. Nella pagina pubblicata dal sito nel primo leak - cui dicono ne seguiranno altri - vengono allegati alcuni pdf di documenti che Anonymous sostiene di avere prelevato direttamente dal pc del governatore della Calabria. Stesso trattamento, è scritto nel post, verrà riservato agli altri presidenti di Regione nel mirino e cioè i governatori di Lombardia, Toscana, Sicilia, Campania e Puglia. «Questo - minacciano gli anonimi hacker - è solo l'inizio».


09 novembre 2013

Spazio, maxi-satellite sta per precipitare sulla Terra La Protezione civile: "Rischio che cada sull'Italia"

Quotidiano.net


Era stato lanciato nel 2009 per stendere una mappa del campo gravitazionale terrestre ma ha esaurito il combustibile. Quando avrà raggiunto gli 80 km finirà in pezzi e i frammenti più grandi potranno pesare circa 200 chili. La Protezione civile: "Stare in luoghi chiusi"

Bruxelles, 9 novembre 2013


Cattura
Non si sa dove ma tra domenica sera e le prime ore di lunedì, un satellite dell’agenzia spaziale europea (Esa) da 1,1 tonnellate precipiterà sulla superficie. Il satellite di ricerca ‘Goce’ era stato lanciato nel 2009 per stendere una mappa del campo gravitazionale terrestre ma lo scorso mese ha esaurito il combustibile. Al momento si trova in un’orbita discendente a 160 km di quota. Una volta che avrà raggiunto gli 80 km finirà in pezzi e i frammenti più grandi potranno avere le dimensioni di un motore di auto e pesare circa 200 kg. Le chance di essere colpiti da un frammento secondo gli astronomi sono 250.000 inferiori a vincere il primo premio ad una lotteria.

PROTEZIONE CIVILE: NON E' ESCLUSO IL RISCHIO ITALIA - Non è possibile prevedere quando e dove cadranno sulla Terra i frammenti del satellite europeo Goce e di conseguenza non su può escludere il rischio che alcuni di essi possano cadere in Italia. Lo afferma in una nota la Protezione civile, che fa parte del gruppo costituito per monitorare la situazione e composto da Agenzia Spaziale Italiana (Asi), Dipartimento dei Vigili del Fuoco, Enav, Enac, Ispra, Comando Operativo Interforze e del Friuli Venezia Giulia in rappresentanza di tutte le Regioni.

La Protezione civile ritiene “possibile fornire, pur nell`incertezza connessa alla molteplicità delle variabili, alcune indicazioni utili alla popolazione affinché adotti responsabilmente comportamenti di auto protezione qualora si trovi, nel corso degli intervalli temporali di interesse per l`Italia, nei territori potenzialmente esposti all`impatto: è poco probabile che i frammenti causino il crollo di strutture: per questo sono da scegliere luoghi chiusi; i frammenti impattando sui tetti degli edifici potrebbero causare danni, perforando i tetti stessi e i solai sottostanti: pertanto, non disponendo di informazioni precise sulla vulnerabilità delle strutture, si può affermare che sono più sicuri i piani più bassi degli edifici; all`interno degli edifici i posti strutturalmente più sicuri dove posizionarsi nel corso dell`eventuale impatto sono i vani delle porte inserite nei muri portanti (quelli più spessi)”.

Secondo la Protezione civile, in ogni caso, “non esistono comportamenti di autotutela codificati in ambito internazionale da adottare a fronte di questa tipologia di eventi”.


L’omaggio a Mina ancorato al passato

Corriere della sera


Cattura
Come interprete Mina non si discute, è la più grande, è inarrivabile. Qui si discute dei programmi su Mina, l’ultimo dei quali si chiama «D’altro canto» e fa parte di una serie ideata e condotta da Giorgio Verdelli. Il materiale è sempre quello, già visto più volte, compresi i suoi «Caroselli» (Rai2, giovedì, 21.10). L’unico aspetto curioso è che, nel raccontare Mina, c’è una sorta di salto generazionale.

Sottratta allo stile rammemorativo dei Limiti o dei Governi, Mina è parlata anche da Marco Mengoni, dai Subsonica, da Piero Pelù, da Elio e le storielle tese (erano in formazione ridotta), da Aldo, Giovanni e Giacomo, da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, ma anche da Giusi Ferré, Tatti Sanguineti, Achille Bonito Oliva, Luca Ronconi, persino da Guido Barilla, finalmente affrancato dalla radio della Confindustria.

Niente di nuovo sotto il sole pallido di Lugano: c’è il figlio Massimiliano, produttore/compositore/arrangiatore, che ha trasformato la madre quasi in un’industria (un disco all’anno, succeda quel che succeda), ci sono le amabili cortesie dei colleghi cantanti, c’è Piero Pelù che invece di dire «tigre di Cremona» poetizza sull’animale brado della savana, c’è la voce fuori campo di Enzo De Caro, piuttosto sbiadita. C’è, soprattutto, il prezioso materiale delle Teche.

Mina non è mai stata così presente da quando è assente: forse questo era il vero tema, mediatico e metafisico, da affrontare per una rete, Rai2, che ambirebbe rivolgersi a un pubblico più giovane. E invece quello che più rattrista del Servizio pubblico è la sua totale incapacità di guardare avanti, il suo sguardo è costantemente rivolto al passato, è nostalgico.

«D’altro canto» va ascritta nelle operazioni di «moderato aggiornamento», nessun approfondimento ma solo un’aneddotica condita di pareri illustri. Mina dovrebbe essere salvaguardata dai suoi estimatori luogocomunisti, i veri tarli del mito.

09 novembre 2013

Calderoli attacca la procura e chiede un’ispezione

Corriere della sera

Il senatore a processo per le offese al ministro


Cattura
A processo per le offese al ministro Cécile Kyenge? Roberto Calderoli non abbozza («è stato sconcertato avere la notizia dai giornali») e anzi passa al contrattacco. «Adesso inoltrerà una richiesta perché il ministro della Giustizia attivi un’ispezione al Tribunale di Bergamo perché venga appurato se ci sono state irregolarità in questa vicenda». Il senatore leghista si sente vittima di un trattamento «di favore» da parte del giudice per le indagini preliminari che in tempi molto rapidi ha accolto la richiesta del pubblico ministero di mandarlo a processo per le pesanti affermazioni fatte il 13 luglio scorso durante il comizio tenuto a Treviglio alla festa del Carroccio.

«Generalmente celerità fa rima con efficienza ma in materia di giustizia penso abbia una certa rilevanza anche il rispetto delle procedure». E qui scatta l’affondo. Calderoli paragona il suo caso a quello che più ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, non solo bergamasca, negli ultimi anni.
«Auspico la medesima solerzia ed efficienza anche per la risoluzione del caso di Yara Gambirasio, per cui parenti e amici attendono giustizia da quasi tre anni, anche se capisco bene che una frase detta in un comizio sia molto più grave dell’omicidio di un’innocente tredicenne...». All’ironia fanno ricorso anche due colleghi di partito del senatore orobico. A partire dal segretario federale della Lega Roberto maroni: «Quando vuole la giustizia funziona nei tempi... ma non aggiungo altro».

Una frase sibillina accompagnata da un eloquente sorriso. Sulla stessa linea il presidente della Regione Piemonte Roberto Cota: «Quello che è successo a Calderoli è incredibile, una giustizia super veloce. Tanto veloce che la fissazione delle udienze la si apprende dai giornali». Lui, l’imputato, ora chiede che si muova il ministro della Giustizia. E spiega perché. «Nel primo passaggio, dai pm al gip, c’è stata “permeabilità”. Ma nel secondo caso arriviamo all’irregolarità, perché né io né il mio avvocato abbiamo ricevuto alcuna comunicazione sull’udienza, e questo sarebbe un passaggio necessario». Val la pena di ricordare che la prima udienza del processo a carico di Calderoli, con l’imputazione di diffamazione aggravata ai danni dell’ex ministro dell’Integrazione, è stata fissata per il 6 maggio del prossimo anno.

09 novembre 2013

Vespa: "La sinistra mi fece fuori. Poi arrivò Berlusconi..."

Libero

Il conduttore di "Porta a Porta" rivela: "Mi dicevano che se volevo fare un servizio non si doveva vedere il mio volto"


Cattura
Bruno Vespa ammette: ha ricominciato a lavorare dopo la vittoria di Silvio Berlusconi. Già, perché la sinistra, semplicemente, lo aveva fatto fuori. Lui, che aveva esordito nel giornalismo come cronista al Tempo, era un giovane democrastiano affascinato da Fanfani, del cattolicesimo sociale, poi quando passò in Rai e si dimise da direttore del Tg della rete ammiraglia, spiega, fu vittima di mobbing. O meglio, fu vittima del "settarismo della sinistra". "Ero direttore del Tg1. Mi dimisi senza trattare nulla: un vero cretino". L'aneddoto viene rivelato in un'intervista rilasciata a Sette, il magazine del Corsera, in occasione dell'uscita del suo ultimo libro. "Non mi fecero più lavorare. Chiedevo: direttore posso girare un servizio? Risposta: 'Sì, ma non si deve vedere la tua faccia'. Ricominciai solo dopo la vittoria di Berlusconi, che non conoscevo. In un pomeriggio intervistai Occhetto, Martinazzoli che annunciò le missioni e la sera il Cavaliere in tuta che preparava il programma di governo".

Deliri di onnipotenza - Aldo Cazzullo nell'intervista incalza Vespa sul suo sogno, e quello di Gianni Letta, di un Cav "democrastinizzato". "Berlusconi ha grandi difetti", puntualizza il conduttore Rai, "ma ha dato voce un'Italia, tutt'altro che minoritaria, che non l'aveva mai avuta. Alla fine anche lui ha ceduto al delirio di onnipotenza che prima o poi colpisce tutti i politici, compreso Mario Monti: il Cavaliere è caduto sulle donne, il Professore sulla "salita in politica"; se fosse rimasto fermo, oggi sarebbe al Quirinale".  Non manca nell'intervista un ricordo di Vespa su Massimo D'Alema e il giornalista lo tira fuori per fare un esempio sul già citatto "settarismo della sinistra": "Mi disse 'Non capisco perché uno come lei non possa votare per noi'. Subito aggiunse: 'Ho capito, la sinistra Dc. Ma io la distruggerò...".

Piazzale Negrelli al Comune Un «tesoro» alle proprietarie

Chiara Campo - Sab, 09/11/2013 - 07:12


Le sciure Brambilla l'hanno spuntata. Il Comune si «comprerà» per un milione e mezzo di euro piazzale Negrelli, proprietà delle sorelle Laura e Anna Maria, che anni fa minacciarono persino di sfrattare il capolinea del tram 2 dal loro «cortile».
 

Cattura
Perché tale va considerata, incredibile a dirsi, la piazza. Proprietà privata. Anche se si parla di uno slargo di 2.500 metri quadri lungo il Naviglio Grande, perdipiù uno snodo cruciale per il passaggio dei mezzi pubblici. Il consiglio comunale ha approvato due giorni fa all'unanimità un emendamento al Bilancio 2013, primo firmatario il Pd Francesco De Lisi, che autorizza la giunta a spendere fino a 1,5 milioni per trovare un accordo transattivo e chiudere un braccio di ferro che dura da anni. Palazzo Marino, che sta trattando con l'avvocato della famiglia, conta alla fine di chiudere la trattativa ad un prezzo un po' inferiore.

La battaglia in tribunale era iniziata nel 2008. Piazzale Negrelli è una terra di proprietà ottocentesca, tramandata di generazione in generazione fino alle sorelle Brambilla, due signore sulla settantina. Da sessant'anni l'area, diventava nel tempo un piazzale, veniva concessa in locazione al Comune per il capolinea del tram 2. Prezzo: 6.408,76 euro all'anno in due rate. Quando nel 2008, alla scadenza del contratto, Atm (controllata al 100% dal Comune) smise di pagare l'affitto le Brambilla intimarono lo «sfratto» ai mezzi pubblici. Binari, paline e fermate comprese. L'ex sindaco Letizia Moratti cercò un accordo.

Il consiglio comunale deliberò l'esproprio di piazzale Negrelli con un indennizzo da 600mila euro. Non abbastanza equo secondo le ereditiere dell'area, e infatti portarono il Comune davanti al Tar. E nel 2011 la svolta: vittoria delle Brambilla, la piazza tornava proprietà di famiglia, i giudici dichiararono incostituzionale la norma utilizzata dal Comune. Nel frattempo il piazzale è diventato una zona degradata e le proteste del quartiere si sono infittite. Palazzo Marino ha predisposto piani di riqualificazione, ma sarebbe come intervenire in un «giardino» altrui. Anche se la manutenzione ordinaria, precisa il legale della famiglia, è a carico dell'affittuario, sebbene in questo caso senza titolo dal 2008.

L'emendamento al Bilancio 2013 porta a chiudere una vicenda quasi paradossale. Tanto più che piazzale Negrelli, sul Naviglio, si trova lungo quel percorso delle Vie d'acqua per Expo. «I lavori di restyling dovranno partire al più presto» fa presente il consigliere De Lisi, che ha portato a casa il voto unanime. Una volta acquisita in via definitiva l'area, il Comune-proprietario presenterà al quartiere i progetti per risistemare l'area. Con l'ok dell'aula il Comune può procedere a una vera e propria trattativa privata per la compravendita. E sembra che un'offerta triplicata in tre anni soddisfi le «terribili» sorelle Brambilla.

La sinistra: «Sui rom ripartire da zero»

Alberto Giannoni - Sab, 09/11/2013 - 07:13


Un passo indietro, dopo la rissa fra clan che è degenerata in un omicidio nel parcheggio del San Raffaele. Nella storia della sinistra l'autocritica è una cosa seria.
 

Cattura
E spesso inizia così, con «un passo indietro», cui seguono gli immancabili due o più «passi avanti». Mirko Mazzali, da ottimista, intende farne addirittura dieci, in avanti. Ma la sostanza non cambia: fermarsi, cambiare direzione, ripartire. Da presidente della commissione Sicurezza del Consiglio comunale di Milano la sua convinzione non può essere fondata sul «sentito dire». Da esponente di Sinistra, ecologia e libertà, fedelissimo del sindaco, Giuliano Pisapia, e suo generoso sostenitore nelle polemiche interne, la sua opinione ha un peso non irrilevante nella maggioranza.

Ed eccola, questa idea, affidata a un intervento molto deciso, com'è nel suo stile: «Ripartire da zero. Gli ultimi tragici avvenimenti verificatesi al San Raffaele, con la morte di una persona, impongono una seria riflessione sul campo Rom di via Idro». Il «campo comunale - riflette Mazzali - è stato per lunghi anni un esempio di integrazione, con un forte e importante apporto dei cittadini e delle associazioni di volontariato. Purtroppo la situazione è andata via via degenerando, il campo si è via via degradato, i rapporti fra coloro che ci vivono hanno raggiunto in livello di tensione e violenza non più tollerabile».

E dunque, per ripartire da un proverbiale interrogativo anch'esso storico a sinistra: che fare? «Forse - risponde Mazzali - è giunto il momento di ripartire da zero, di prendere coscienza del fatto che la situazione è ormai irreversibile, che occorre occuparsi, assistendoli, di chi vuole continuare il percorso intrapreso e di essere intransigenti con chi incute timore e pone in essere atti di violenza e prevaricazione. Perché l'esperienza di via Idro non può andare dispersa e neanche andare avanti senza una progettualità. Fare un passo indietro per farne dieci avanti». Basta mettere in fila gli aggettivi per rendersi conto che non è il solito discorso di circostanza che vuole correggere una linea. La svolta è drastica: le violenze sono «non più tollerabili», la situazione è «irreversibile», occorre essere «intransigenti».

L'avvocato Mazzali è molto noto nella politica milanese per essersi accreditato come l'anti-De Corato; per essersi cioè affidato il compito di incarnare (su immigrati, centri sociali, nomadi, sicurezza e temi simili) una politica opposta a quella delle amministrazioni di centrodestra, che avevano affidato la delega alla Sicurezza, per interi lustri, a Riccardo De Corato, ex Msi poi An e Pdl, per 15 anni vicesindaco - prima di Gabriele Albertini e poi di Letizia Moratti - e oggi vicepresidente del Consiglio comunale in forza a Fratelli d'Italia, la formazione nata alla destra del Popolo della Libertà. Mirko Mazzali, forse a ragione, si arrabbierebbe se gli attribuissero una svolta «a destra». Ma forse qualcuno, legittimamente, potrebbe dire che oggi (un po') dà ragione al suo nemico-De Corato.

Telefoni, la Camera butta un milione e mezzo ma la Boldrini se ne frega

Andrea Cuomo - Sab, 09/11/2013 - 10:24

Perché spendere 258 euro in telefonia quando se ne possono spendere 40 per lo stesso servizio? Se Montecitorio concludesse 630 contratti "all inclusive", la spesa annua di ogni deputato sarebbe di 480 euro anziché di 3mila. Ma la Boldrini se ne frega

Perché spendere 258 euro quando se ne possono spendere 40 per lo stesso servizio? Domanda sciocca, che qualsiasi buon padre di famiglia (figura mitologica evocata spesso dal codice civile) nemmeno si porrebbe, facendo spallucce.


Cattura
Ma nei Palazzi con la P maiuscola evidentemente di buoni padri di famiglia ce ne devono essere pochi. E quei pochi son lì che telefonano.

Già, parliamo di telefoni. Una voce di spesa non trascurabile per qualsiasi famiglia. E anche per il Parlamento italiano. Certo, è difficile orientarsi nella giungla di offerte all inclusive, tra scatti alla riposta, Adsl, canone, attivazione, chiamate su rete fissa o mobile. Ma di certo non ci vuole molto a trovare un piano tariffario migliore di quello che noi cittadini di fatto paghiamo ai nostri eletti. Prendete la Camera dei deputati: i 630 onorevoli si vedono riconoscere ogni anno 3.098 euro e 74 cent come rimborso per le spese telefoniche.

In pratica 258,22 euro al mese. Che si sommano naturalmente a tutte le altre voci che fanno del parlamentare un lavoro decisamente ben pagato: indennità, diaria, rimborso spese, spese di trasporto e viaggio, assistenza sanitaria, assegno di fine mandato e vitalizio. E al Senato? Non esiste una voce specifica. Dal 2011 «i Senatori - si legge su Senato.it - ricevono un rimborso forfettario mensile di euro 1.650, che sostituisce e assorbe i preesistenti rimborsi per le spese accessorie di viaggio e per le spese telefoniche».

Quindi possiamo basarci soltanto su qui 258 euro e passa che costituiscono la bolletta telefonica mensile dell'«on». Uno sproposito. I calcoli li ha fatti Adriana Santacroce, giornalista di Telenova, conduttrice della trasmissione Linea d'Ombra, che ieri ha twittato la sua proposta: se Montecitorio azzerasse quella voce forfettaria e stipulasse per ogni suo deputato un contratto all inclusive di 40 euro al mese - quanto paga la stessa giornalista - spenderebbe 480 euro all'anno. Con un risparmio rispetto al rimborso forfettario di 2.618,74 euro all'anno per deputato.

Basta moltiplicare per i 630 deputati per scoprire un possibile risparmio di 1.649.806,20 euro. Soldi che invece ora finiscono per rimpinguare il già non magro stipendio dei deputati. E questo senza considerare che probabilmente se la presidente della Camera Laura Boldrini alzasse il telefono (appunto) e chiamasse i vari gestori proponendo la stipula di 630 contratti riuscirebbe a spuntare tariffe ancora più economiche di 40 euro/mese. E magari con tanto di cellulare in omaggio, che invece la Camera non fornisce ai suoi deputati.

La giornalista dell'emittente milanese non si è fermata a fare i conti. Ha scritto alla presidente della Camera Laura Boldrini, proponendo la sua semplice soluzione per un risparmio di un bel po' di soldi pubblici. «La mail è stata spedita il 29 ottobre e non ho ancora ricevuto nessuna risposta», racconta la Santacroce. Fossimo in lei non ci preoccuperemmo: probabilmente la Boldrini sta confrontando le offerte su www.tariffe.it.

Alluminio contro sughero, la disfida dei tappi

Corriere della sera


Cattura
«Signori, si stappa». L’ingegnere-sommelier del film «Straziami ma di baci saziami» è in estasi. «Pianin, maledeto, vai di spalla, non a strappo», sibila il padrone di casa al cameriere (Nino Manfredi) indaffarato con il cavatappi su una  bottiglia «di 57 anni». Il tappo esce, l’ingegnere gioisce. Poi scopre che non sta bevendo un «Frescobaldi 1911» ma un vinello di Velletri dell’ultima vendemmia. Finisce a sberle.

Lo spezzone del film di Dino Risi (1968) viene proiettato in questi giorni al Vittoriano, a Roma, alla mostra «La cultura del vino». Fotografa in chiave comica un mondo pieno, ieri come oggi, di sedicenti palati d’oro e di portatori di certezze assolute. Come quella che un vino non è tale se non ha un buon tappo di sughero.

Il dibattito sui tappi è rilanciato da una nuova legge. Rende possibile usare le capsule a vite su ogni bottiglia, lasciando i regolamenti ai Consorzi locali. La regola che prevedeva per i vini Dogc, come Brunello e Barolo, l’uso esclusivo del sughero, è cancellata. Una norma che divide: i tradizionalisti pensano che solo il sughero garantisca longevità e classe, gli innovatori ribattono che i nuovi tappi non solo eliminano il fastidio di incappare in bottiglie difettose, ma consentono  pure invecchiamento più lento e minor uso di solfiti.

Parecchi vignaioli altoatesini già usano le chiusure a vite. Tra i primi Martin Aurich di Unterortl (l’azienda di Reinhold Messner), convinto che così si esaltano sapidità e mineralità del suoi Riesling e Müller Thurgau Castel Juval. Peter Pliger di Kuenhof, per i suoi morbidi Gewürztraminer e Sylvaner, ha ripudiato il sughero. Come Martin Kobler (Chardonnay ma anche Merlot) che sostiene: “Faccio vini di qualità, non al botox con il tappo a vite per restare artificialmente giovani». Il friulano Silvio Jermann usa la chiusura a vite anche per il celebrato Vintage Tunina e sui rossi.

Un altro patriarca friulano, Livio Felluga, la sperimenta da tempo anche sul suo vino-bandiera, Terre Alte, così «ogni bottiglia si esprime al meglio». Molti altri gli esempi italiani: dal veneto del Soave, Pieropan, all’azienda del Roero piemontese, Matteo Coreggia, con la sua capsula verde per il Brachetto. Le nuove capsule sono diverse da quelle usate decenni fa nei bottiglioni. Sono tecnologiche e in alcuni casi contengono un sistema anticontraffazione. Marco Giovannini, è presidente di Guala Closures Group (4.000 dipendenti, 13 miliardi di chiusure vendute in 100 Paesi, mezzo miliardo di fatturato):

«Fino al 12% delle bottiglie italiane esportate – sostiene -, vengono rimandata indietro a causa del cosiddetto “sapore di tappo”. Prima Argentina, Nuova Zelanda e Australia, poi Austria e Svizzera hanno svoltato usando l’alluminio al posto del sughero. Su 20 miliardi di bottiglie prodotte ogni anno nel mondo, 4 hanno già la chiusura a vite. Con la nuova legge, anche da noi c’è ora libertà di scelta».
Frena gli entusiasmi Renzo Cotarella, enologo e amministratore delegato di Marchesi Antinori, 150 milioni di fatturato:
«Stiamo sperimentando anche noi il tappo a vite, in qualche caso è diventato quasi obbligatorio, come per le forniture alle compagnie aeree. Il tappo a vite può funzionare per l’estero e per certe fasce. Ma il consumatore dei mercati tradizionali per le grandi bottiglie pretende un bel tappo di sughero carico di fascino».


Gli americani hanno un approccio più disincatato. Robert Parker, il più influente critico del vino al mondo, prevede che nel 2015 le bottiglie  col sughero saranno la minoranza. I dati, raccolti da  Wine Spectator, indicano che ciò non è probabile: in Nuova Zelanda i vini con la capsula sono il 91%, in Australia il 70%, in Argentina il 15%, in California l’8%, quasi come in Spagna (7%), mentre Francia e Italia sono in coda, con il 3% e il 2%. James Laube, esperto di  californiani della rivista, ha lanciato un appello ai produttori: «Eliminare i tappi tradizionali è la migliore mossa per migliorare il vostro vino».

Sull’onda della liberalizzazione, il Consorzio del Soave e  quello della Valpolicella, permettono il nuovo tappo anche per il Classico. E aprono a quello di vetro, già usato dai fratelli abruzzesi Ulisse per il Pecorino Unico e dai Loacker (gli austriaci dei wafer) nelle tenute toscane: «È  riciclabile e, grazie a un anello in Pec, chiude la bottiglia in modo sicuro». Se oggi si girasse il remake di «Straziami…», l’ingenere-sommelier non scambierebbe più la bottiglia antica con quella recente della cantina sociale. Invece di usare il cavatappi «con la spalla»  Manfredi si fermerebbe davanti al tappo a vite.

La leggenda dello yeti distrutta dal test del Dna “È un orso arcaico”

La Stampa

enrico martinet

Messner si arrabbia: lo dico da anni, nessuno mi ha creduto. La prova nei due peli analizzati dal genetista inglese Sykes


Cattura
Due peli e una leggenda finita in frantumi. Quella dello yeti, l’«abominevole uomo delle nevi», che non è un gigantesco ominide ma un grande orso. I due peli raccolti da una carcassa nel Ladakh e da una foresta di bambù nel Bhutan, ai due estremi della catena himalayana, sono finiti sul tavolo da scienziato del genetista inglese Bryan Sykes e il mito si è dissolto. O forse no. Quei peli trovati a una distanza di 1200 chilometri narrano di un grande plantigrado che ha resistito nei millenni. È una creatura che non dovrebbe più esistere, frutto di un lontano matrimonio tra un orso polare e un orso bruno.

Nulla a che vedere con la specie umana, neppure con le scimmie, come qualcuno favoleggiava, ma un animale del passato, tra i 40 mila e i 120 mila anni fa. In quei due peli il professor Sykes dell’Università di Oxford ha trovato l’impronta genetica trovata nella mandibola di un orso polare conservato dal ghiaccio delle isole norvegesi Svalbard di almeno 40 millenni fa. Quell’ibrido d’orso ha continuato a vivere nelle montagne più alte del mondo. La leggenda può continuare, soprattutto sopravvive nelle «teste degli uomini», come ha detto un irato Reinhold Messner in un’intervista a Radio Capital. Il «re degli ottomila» lo dice da decenni che lo yeti è un orso. Nel 1986 l’ha visto e ne ha parlato, nel 1998 l’ha raccontato in un libro. «Sai che scoperta - dice -. E ci volevano milioni e gli scienziati per dire ciò che sapevo da sempre. Biologia e genetica non c’entrano, ci voleva uno studio approfondito sulla leggenda».

Per tibetani e nepalesi che vivono nelle terre più alte del pianeta lo yeti (traduzione possibile è «quello là») rappresenta una paura ancestrale. Un animale aggressivo che popola i loro sogni e di cui conservano resti. Fra questi ce n’è uno in una scatola di vetri lucchettata nel monastero di Khumjung, nella valle nepalese dell’Everest: la parte sommitale di un cranio con scalpo marrone. La carcassa trovata nel Ladakh circa 40 anni fa da un cacciatore impaurì l’uomo. Conservò alcuni resti e disse che «quell’animale era strano», lui che di orsi ne aveva cacciati. Particolare che fa dire al professor Sykes: «Forse è una specie più aggressiva, ha un comportamento diverso, cammina di più, rispetto agli altri, su due zampe». Si spiega così la confusione con un nome primitivo, un Neanderthal con pelliccia.

«Rimarrà così nell’immaginario», dice Messner che ha cestinato due offerte americane per collaborare ad altrettanti film sulla scoperta. E l’alpinista più famoso al mondo è stato oggetto di scherno per anni, quando divulgò di aver visto lo «yeti», spiegando che era un orso. Si ironizzò sugli effetti dell’altitudine, quindi della rarefazione dell’ossigeno, agli ottomila metri. E invece aveva ragione. Lo stesso Simone Moro, anch’egli himalaysta, pur non avendo mai visto lo yeti né le sue tracce, racconta di «grandi alpinisti che l’hanno visto e si sono ben guardati di dirlo per paura di perdere di credibilità».

Dell’animale gigantesco e favoloso si parla dal 1898, anno in cui il colonnello inglese Laurence Waddell trovò una grande orma alle pendici dell’Everest. Sempre lì videro parecchie tracce anche i primi uomini sul Terzo Polo, sir Edmund Hillary e Tenzing Norgay. Ma la fama dell’«abominevole uomo delle nevi», termine coniato sempre in Inghilterra nel 1921, si propagò con la fotografia di un’impronta sui ghiacciai dell’Everest dall’alpinista inglese Eric Shipton nel 1951. Da allora lo yeti accompagna anche i nostri sogni. E lì rimarrà. 

Via Gluck, un bene da tutelare» La giunta chiede il vincolo paesaggistico

Corriere della sera

Insieme con l’area dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, il quartiere Qt8 e il Villaggio dei Fiori


Cattura
Vincolo paesaggistico per via Cristoforo Gluck, l’area dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, il quartiere Qt8 e il Villaggio dei Fiori. Quattro luoghi-simbolo di Milano che, secondo l’amministrazione, meritano di essere tutelati come «aree di notevole interesse pubblico». La giunta di Palazzo Marino ha deciso venerdì di chiederne la tutela alla Direzione regionale dei Beni culturali in quanto «complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale». La scelta, annunciata dal vicesindaco e assessore all’Urbanistica Lucia De Cesaris, è stata fatta con la volontà di assicurare «la tutela architettonica, del disegno urbano e del paesaggio di quartieri storici che rappresentano luoghi di forte identità per la città.

«NATO PER CASO IN VIA GLUCK» - La prima area riguarda quell’angolo di vecchia Milano cantato da Adriano Celentano ne «Il ragazzo della via Gluck», nella zona nord del capoluogo lombardo, dietro la Stazione centrale. Sarà anche un «omaggio all’uomo che ha legato a quel luogo la sua nascita e la sua crescita, una personalità che con particolare sensibilità ha dimostrato attenzione al territorio», come ha spiegato il vicesindaco e assessore all’Urbanistica Lucia De Cesaris. «Celentano è nato lì e ha cantato le caratteristiche identitarie e storiche di quel quartiere, il modo di essere di Milano - ha detto De Cesaris - in quel periodo. C’è ancora qualcosa in quel luogo che può essere salvaguardato». Di qui la scelta della giunta per la via Cristoforo Gluck, fra viale Lunigiana e via Bruschetti, dove «si può riconoscere il nucleo abitativo originario di quel brano di città dei primi anni del Novecento, significativa testimonianza storico-culturale - si legge nelle motivazioni della richiesta - dello sviluppo insediativo della periferia milanese strettamente collegato alla crescita industriale del periodo».



NON E’ STATO INTERPELLATO - Inoltre, per iniziativa di alcune associazioni e del Consiglio di Zona 2, al civico 14, dove il cantante è nato, verrà posta una targa, concordata con Claudia Mori, con alcuni versi del testo presentato al Festival di Sanremo del 1966. «Non abbiamo sentito Celentano in questa fase - ha spiegato De Cesaris - perché è una celebrità e se lo si cerca è di fatto perché se ne vuole il sostegno. Noi volevamo dare una risposta, fare una cosa in cui crediamo, non mettere una bandierina. Ci piacerebbe di più coinvolgerlo a fine progetto e se poi ci sostiene è perché è libero di farlo».

Celentano e la via Gluck Celentano e la via Gluck Celentano e la via Gluck Celentano e la via Gluck

LE ALTRE AREE - Accanto a via Gluck, l’iniziativa del Comune - sulla quale è competente in ultima istanza la Direzione regionale per i Beni Culturali - ha riguardato anche il Villaggio dei fiori, nato in risposta alla richiesta di alloggi di emergenza e temporanei in grado di ospitare gli sfollati delle distruzione belliche; il quartiere dell’VIII Triennale (QT8), «quartiere modello» esito di tre successivi piani urbanistici, sin dall’inizio innovativo progetto pilota; e infine l’ex ospedale Paolo Pini, insediamento che compenetra costruzioni e verde e che rappresenta una prima «cittadella satellite» di Milano. «Non dobbiamo pensare al vincolo come qualcosa che bloccherà l’evoluzione di queste aree, ma come qualcosa che ne conservi il nucleo identitario anche nelle future trasformazioni. Chiediamo il riconoscimento di alcune caratteristiche che non possono essere modificate». Il vicesindaco e assessore all’Urbanistica ipotizza che dall’avvio del processo alla effettiva decisione della direzione Beni Culturali passi «almeno un anno». Nel frattempo, sulle quattro aree si apre un periodo di salvaguardia.

LA POLEMICA - Sull’area dell’ex Paolo Pini, però, la Provincia ha presentato da tempo un progetto di housing sociale. Da qui la reazione dell’assessore provinciale alla Pianificazione territoriale Franco De Angelis: «Sulle aree di proprietà della Provincia lo stesso Pgt, varato da Palazzo Marino, conferma la possibilità di effettuare interventi di natura edilizia. In tal senso, ribadisco la volontà di Palazzo Isimbardi di procedere con la realizzazione del Piano di housing sociale nella logica concordata con l’assessore all’Urbanistica, Ada Lucia De Cesaris, di riconsiderare il progetto insieme con i cittadini e le associazioni. Mi riservo, tuttavia, di predisporre ulteriori verifiche di carattere giuridico in merito alla decisione assunta dal Comune».

08 novembre 2013





Celentano: «Tutelare via Gluck? Non sono d’accordo, è una delle vie più brutte d’Italia»

Corriere della sera


L’artista ringrazia chi si è dato da fare per ottenere il vincolo paesaggistico, ma è di diverso parere


Cattura
«Ringrazio gli amici della Martesana e tutti coloro che si sono adoperati per dare lustro a via Gluck, anche se, pur comprendendo la motivazione affettiva nei miei confronti, non sono affatto d’accordo che sia un bene da tutelare come area di notevole interesse pubblico». Adriano Celentano replica così alla decisione annunciata venerdì dal Comune di Milano di tutelare l’angolo della Milano vecchia cantato nella sua celeberrima «Il ragazzo della via Gluck».

«OGGI NO» - «Questo lo si poteva dire una volta quando la via Gluck era davvero un bene da tutelare - spiega il Molleggiato - come quasi tutta Milano era un bene da tutelare, per non dire l’Italia intera. Ma oggi no. Oggi la via Gluck è una delle vie più brutte d’Italia».

LA REPLICA - «Ci tengo a chiarire ad Adriano Celentano che non si tratta di una dichiarazione di vincolo per un luogo di interesse pubblico generale, ma della richiesta di conservare e preservare alcuni elementi storico-culturali che sono ancora presenti e alla base della forte identità di tipo popolare dei caseggiati di ringhiera - ha subito replicato la vicesindaco con delega all’Urbanistica Ada Lucia De Cesaris - ciò anche al fine di rinnovare e riqualificare la zona nel rispetto di questa importante memoria storica. Non me la sento di condividere il giudizio di Celentano sulla via Gluck, non solo per quanto già detto, ma anche per la forte partecipazione affettiva della gente che quel luogo lo vive e che con l’Amministrazione ha condiviso questo percorso».

I RESIDENTI - A favore di via Gluck si stanno muovendo da tempo i circoli milanesi di Legambiente e l’Associazione amici della Martesana. Sono 90 metri di strada, e in quel palazzo di fine Ottocento al civico 14 è rimasta solo la signora Ginetta con il marito Amedeo. Con Adriano è cresciuta ed è l’unica che in quel palazzo oggi multietnico può ancora dire di ricordare. Adriano Celentano vi abitò con la famiglia: mamma Giuditta era sartina e aveva il negozio affacciato sulla strada. L’artista però non è mai tornato nella sua vecchia casa e non ha mai mostrato interesse per le iniziative sul rilancio del quartiere.

08 novembre 2013

Regione, ecco tutti i redditi Assessori di Maroni ai raggi X

Il Giorno

di Gui. Ba. 


Il più ricco è Mario Mantovani, sindaco non ancora decaduto di Arconate e numero uno alla Sanità. Secondo posto per Gianni Fava

Milano, 9 novembre 2013


Cattura
Conti in tasca ai vertici della Regione. Non solo consiglieri regionali, ma anche assessori esterni, scelti dal presidente Roberto Maroni (Leggi la lista). Subito da segnalare il più facoltoso: con 276.925 euro di imponibile fiscale nel 2011, Gianni Fava, assessore all’Agricoltura, manca di meno di 20mila euro il record di Mario Mantovani, primo in Giunta, ma stacca di più del doppio gli incassi del presidente Roberto Maroni. L’assessore a Lavoro e Istruzione, Valentina Aprea, denuncia 125mila euro di imponibile, ma non è quella che guadagna di più fra le donne della squadra del governatore. Maria Cristina Cantù, assessore alla Famiglia, incassa 162mila euro.

La dichiarazione più scarna invece è quella della mantovana Paola Bulbarelli: 19.300 euro di imponibile. Non le erano bastate, nel 2011, le partecipazioni in due aziende, fra cui una immobiliare, per ottenere un reddito più alto. Ha guadagnato 47mila euro lordi, invece, Simona Bordonali, che ha al suo attivo anche la sua abitazione nel Bresciano e la quota di 49% di un bar, l’Otium Cafè, a San Zeno Naviglio, sempre nel Bresciano.

Decisamente più alto l’incasso nel 2011 per Cristina Cappellini, con 109mila euro di imponibile. Guadagni lordi poco inferiori a quelli del presidente Maroni, invece, per l’ex canoista Antonio Rossi, che ha dichiarato 100mila euro lordi. Al suo attivo, le parti di alcuni immobili nel Lecchese e diverse partecipazioni azionarie: banche, assicurazioni, società energetiche e qualche ex partecipazione statale. Quanto basta per sistemare qualche risparmio. Claudia Terzi, assessore all’Ambiente, dichiara 68mila euro. Fra i beni dichiarati, una Fiat Punto, vecchia di sette anni. Massimo Garavaglia, che ha l’onere di tenere sotto controllo i conti della Regione, in famiglia, invece, ha diverse auto. Evidente una passione per la tecnologia tedesca, in particolare d’epoca. Nel garage di casa, una Bmw R65 del 1980 e un Maggiolone del 1974, cui fa compagnia la versione moderna del 2001. Il reddito nel 2011? Quello dello stipendio da Senatore della Repubblica: 136mila euro lordi.


LA LISTA COMPLETA - I redditi di tutti i consiglieri (pdf) I REDDITI DEGLI ASSESSORI I REDDITI/1 I REDDITI/2 I REDDITI/3 I REDDITI/4



Regione, ecco tutti i redditi Al capogruppo Pdl il record: Parolini, mister 418mila euro

Il Giorno

di Stefania Consenti e Guido Bandera


Solo secondo Mantovani, che supera di tre volte Maroni. Il Governatore si "ferma" a 108mila euro e viene superato anche dal suo ex competitor Umberto Ambrosoli. Ad occupare gli ultimi posti in classifica sono i Cinque stelle

 
Cattura
Milano, 8 novembre 2013 - Per una volta il Paperone del Pirellone arriva da fuori Milano. L’uomo dei record è Mauro Parolini, bresciano, capogruppo del Pdl. Nel 2011 ha guadagnato 418.598 euro, tasse escluse. Mario Mantovani, vicepresidente della Giunta Maroni e assessore alla Salute, invece, arriva secondo. Con un imponibile annuo pubblicato sul sito del Consiglio regionale di quasi 292mila euro. A sua volta, il numero due sorpassa il presidente, Roberto Maroni, che non rientra certo nella classifica degli «over 200» del Pirellone, poiché si ferma solo a 108mila.
Uno stacco enorme fra il presidente della Regione leghista e il fedelissimo di Berlusconi (dimenticavamo, pure sindaco di Arconate poiché non ancora decaduto) che è proprietario di numerosi immmobili oltre alle partecipazioni in diverse società.

Sono cinque i politici regionali che si collocano nella fascia più alta di reddito. oltre a Parolini. Dopo Mantovani il ciellino Stefano Carugo (226.210) di Monza seguito a ruota da Enrico Brambilla (227.386, unico del Pd), Raffaele Cattaneo (204.903), attuale presidente del Consiglio regionale, e Alberto Cavalli (202.651), architetto, ex presidente della Provincia di Brescia, attuale assessore al Commercio. Cavalli non è certo un volto nuovo, è stato anche sottosegretario alla Ricerca e Università nelle ultime giunte di Formigoni.

Se per questo nemmeno Cattaneo che, si ricorderà, è stato assessore alle Infrastrutture nelle precedenti giunte di Formigoni, finito sotto i riflettori per la polemica sollevata, con un suo sfogo su Twitter, contro i tagli del governo alle Regioni decisi da Monti («Guadagno ottomila euro al mese. Vivo di ciò che fra un mese mi verrà dimezzato, come farò a pagare il mutuo e tutto il resto?»). Polemica che aveva «irritato» non poco il Celeste.

Ma sono tempi andati. Perché il nuovo padrone di casa, il governatore Maroni, ha uno stile tutto diverso e anche se denuncia di avere una barca a vela ormeggiata in Sardegna, una macchina (Volkswagen Polo del 2010) e un vecchio motorino, si deve accontentare di ingaggiare un testa a testa con il Pd Carlo Borghetti (109.181). Quindi nelle sfere più basse, insidiato in questa fascia da un buon numero di consiglieri. Una sorta di «ceto medio» del Pirellone i cui guadagni si attestano mediamente sui 150mila euro.

Maroni viene sorpassato dal suo maggiore competitor alle ultime elezioni, l’avvocato Umberto Ambrosoli del Patto Civico (172.520) che fra le sue proprietà denuncia, ecco una piccola curiosità che spunta guardando le dichiarazioni online, anche un’auto d’epoca, una «Fiat 500» del ’70.
Ad occupare gli ultimi posti in classifica sono i Cinque stelle. I pentastellati lombardi sono i consiglieri che guadagnano meno. Dei nove in Consiglio, Silvana Carcano, ex capogruppo (ora per effetto della rotazione è stata nominata Paola Macchi) è quella che ha dichiarato zero imponibile in buona compagnia di Andrea Fiasconaro, studente. Reddito minimo per un altro giovanissimo, il Pd Jacopo Scandella (5.554) che si sta facendo le ossa in Consiglio.

La «battagliera» grillina Iolanda Nanni (41.469), un punto di riferimento per i pendolari del pavese e molto impegnata in Commissione sul tema della riforma Aler, col suo reddito supera il collega Eugenio Casalino (28.817) ma anche Giampietro Maccabiani (37.915). In casa della Lega, invece, Massimiliano Romeo, capogruppo, fedelissimo di Maroni, risulta più «povero» (105.975) rispetto agli altri del suo gruppo, da Angelo Ciocca (166.443) a Fabrizio Cecchetti, ex presidente del Consiglio, nominato in sostituzione dell’indagato Davide Boni.

Motorola e il tatuaggio-microfono

Corriere della sera

L’azienda controllata da Google ha depositato il brevetto per un “tattoo” che invia i segnali sonori allo smartphone

Cattura
MILANO - Il 7 novembre l’americana Motorola ha depositato una richiesta per un tatuaggio elettronico che si connette ai dispositivi mobili. Definito genericamente “Coupling An Electronic Skin Tattoo To A Mobile Communication Device”, si tratta di un oggetto non ben precisato che funge da microfono prendendo i suoni direttamente dalla gola.

INNESTI CIBERNETICI - Roba da cyborg insomma che dimostra come la tecnologia fa un passo avanti e da indossabile diventa integrata nel nostro corpo, passando da oggetti come smartwatch o occhiali intelligenti a veri e propri innesti cibernetici, come li definisce la letteratura di genere. A leggere la descrizione di Motorola il sistema non ha un vero e proprio microfono ma un sensore che riceve il flusso audio direttamente dalla gola, lo decodifica e poi lo invia sotto forma di suono al telefono o al tablet tramite Bluetooth o NFC. Si parla quindi senza muovere la bocca, semplicemente pronunciando le parole ma senza emettere alcun suono. Così si eliminano alla fonte tutti i rumori di fondo ed eventuali interferenze e in un centro commerciale affollato, allo stadio o a un concerto la comunicazione risulterà chiara come in una stanza insonorizzata.

ANCHE GLI ANIMALI - Chiaramente le applicazioni della nuova idea sono definite solo per grandi linee, la paura che qualcuno se ne appropri è sempre alta, e la fantasia vola a briglia sciolta. Come sempre è meglio essere cauti ma ciò che emerge dalla richiesta è che il tatuaggio potrebbe essere applicato “anche agli animali”. Dopotutto lì si parla infatti genericamente di gola, suoni e rumore e nulla esclude che altre specie oltre alla nostra possano beneficiare della nuova tecnologia. Da ultimo è l’idea di tatuaggio a lasciare perplessi. Potrebbe infatti riferirsi a un disegno permanente tracciato sulla pelle o più probabilmente a una sorta di cerotto che aderisce al corpo e può essere rimosso.

1IL CEROTTO DIGITALE – Questa seconda soluzione sembra più probabile soprattutto alla luce delle recenti ricerche di Google, che da due anni controlla la divisione mobile di Motorola. I due colossi infatti stanno investendo nelle cosiddette Biostamp, dei cerotti trasparenti con dei circuiti elettronici che si collegano senza fili allo smartphone. Nel maggio scorso la vice presidente della Ricerca e Sviluppo di Motorola Regina Dugan aveva dato una breve dimostrazione di questi cerotti: bastava avvicinare il cellulare al corpo per sbloccarlo senza toccare nulla. Certo, siamo ben lontani dalle prospettive futuristiche del microfono senza suoni ma a quanto pare le aziende stanno lavorando per passare dalla realtà aumentata all’umanità aumentata. Non proprio come i cyborg ma quasi.

08 novembre 2013

Arrestato il sindaco leghista di Adro

La Stampa

Oscar Lancini era «famoso» per aver tappezzato la scuola del paese con il sole delle Alpi



Cattura
Quando i carabinieri del Nucleo investigativo di Brescia si sono presentati per notificargli un provvedimento di arresti domiciliari, pare che Oscar Lancini, vulcanico sindaco leghista di Adro, non abbia dimesso il suo atteggiamento da guascone che lo rese famoso per aver tappezzato la scuola del paese con 700 simboli verdi del Sole delle Alpi e per aver negato la mensa ai bambini che non potevano pagare: si è messo a ridere.

A non ridere sembra invece sia la magistratura bresciana che lo accusa di falso in atto pubblico, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e turbata libertà degli incanti con gran parte della sua giunta. Ai domiciliari sono stati posti, infatti, anche Carmelo Bagalà, segretario comunale, l’assessore ai Lavori pubblici Giovanna Frusca, il responsabile dell’ufficio tecnico Leonardo Rossi e due imprenditori edili, Alessandro Cadei e Emanuele Casali.

L’inchiesta nasce da un esposto dell’opposizione, incentrato sulla cosiddetta “Area feste del paese”. È soprattutto riguardo a quest’opera che la Procura parla di «inquietante quadro in ordine alle modalità con le quali la cosa pubblica viene amministrata ad Adro, laddove emerge una gestione secondo logiche del tutto privatistiche, connotate da una sorta di “furberia” di base attraverso la quale, con “architetture” procedimentali del tutto spregiudicate, si ottengono molteplici obiettivi». E gli obbiettivi sono: «far passare per gratuite opere che non lo sono, ma così artatamente aumentando il consenso popolare sulla persona del sindaco che assume la paternità delle stravaganti idee» e «far lavorare, costantemente, i classici amici degli amici e cioè la coppia Casadei-Casali, politicamente legati al Lancini».

Lo sceriffo, così come era chiamato Lancini nelle intercettazioni, secondo il gip Cesare Bonamartini, «non risulta avere tratto un vantaggio personale dai reati posti in essere, i quali sembrano trovare la propria causa nella ricerca del consenso elettorale e nella gestione delle clientele di area politica», ma «l’assenza di remore evidenziata» con «la formazione di delibere mai adottate al solo fine di dare regolarità formale ad affidamenti di opere già eseguite esclude che si tratti di soggetti che versano solo accidentalmente nell’illecito».

Un baratto indecente, ipotizzano i magistrati, tra gli imprenditori che dovevano gli oneri di urbanizzazione e invece fornivano materiale, a detta di Lancini a prezzi stracciati o manodopera spacciata come volontaria: prezzi che forse così convenienti non erano, così come forse la manodopera non era proprio del tutto volontaria se, secondo il pm Silvia Bonardi, «il risultato è stato che il Comune di Adro, quale parte contraente in contratti onerosi, ha sopportato ingenti costi per la realizzazione dell’opera (per un totale stimato per difetto tra i 400/500 mila euro)».

Lancini «nella più completa ignoranza della normativa della Repubblica sulla pubblica amministrazione – per il pm - è spinto dalla sfrenata ambizione di dimostrare alla cittadinanza come sia in grado di dotare il Comune di opere di vario genere (sulla cui essenzialità ci si permette di avanzare più di una perplessità) a costo zero». Il sindaco, quindi, «non si fa riguardo nel contattare direttamente i privati, proporre loro l’esecuzione di opere pubbliche (che, come visto, dovrebbero essere affidate secondo non il “Lancini-pensiero” ma in base al Codice degli Appalti), portare il tutto in Giunta, confezionare delibere postume, senza che mai venga minimamente valutato il reale costo dell’opera e, soprattutto, assicurato il conseguimento del miglior risultato al minor prezzo». Il risultato del Lancini pensiero è stato però, secondo l’accusa, che, dal 2009, «l’unica vera opera pubblica mai appaltata dal Comune di Adro è stata la realizzazione del famigerato polo scolastico Miglio»: quello del Sole delle Alpi.



Finisce ad Adro l’era del leghismo ultrà
michele brambilla
milano

Soli, mense e taglie sui clandestini: l’arresto mette fine al grande show dell’uomo che imbarazza Maroni



Cattura
Anche se l’inchiesta è appena iniziata e tutto potrebbe pure risolversi con un proscioglimento, è difficile non vedere nell’arresto di Oscar Lancini, sindaco di Adro in provincia di Brescia, la simbolica chiusura di un’era: quella del leghismo ultrà.

In un partito dove le intemperanze verbali sono sempre state sovrabbondanti - tra dito medio, proposte di seggiole separate sui bus per gli stranieri, cori anti-napoletani e paragoni tra ministri e orango - Lancini è stato forse il più ultrà degli ultrà. Nato a Rovato 48 anni fa, è diventato sindaco di Adro nel 2004 e nel 2009 è stato rieletto con un quasi plebiscito: 62 per cento. Segno che i concittadini lo apprezzano. Ma da quando ha cominciato a far parlar di sé all’infuori di Adro, è diventato motivo di imbarazzo persino per la Lega. Prima ha istituito una taglia di 500 euro per i vigili urbani che stanano i clandestini. Poi ha mandato a mangiare a casa i bambini figli dei genitori (quasi tutti immigrati) morosi nel pagare la retta della mensa scolastica.



Videoblob - Gli show dello “Sceriffo” 
Poi, nella stessa mensa, ha istituito il «menu padano», con abbondanza di carne di maiale per far dispetto ai musulmani. Infine, ha fatto decorare il polo scolastico del paese con settecento Soli delle Alpi. Una bravata per la quale è ancora in corso una causa civile. Neppure la Lega riuscì a difenderlo, dopo la storia dei Soli. Maroni, che era ministro dell’Interno, si trovò in difficoltà. E Bossi, quando Lancini andò a cercarlo in via Bellerio, non si fece trovare. Oggi Bossi in via Bellerio non ha più nemmeno l’ufficio, Maroni si occupa della Regione e la Lega ha ben altri grattacapi. Così, il tramonto di Oscar Lancini sembra davvero segnare la fine di un’epoca.

Notizie in retromarcia

La Stampa

massimo gramellini


Cattura
Premesso che i giornalisti sono responsabili di ogni malvagità del creato, dalla glaciazione che sterminò i dinosauri alle dichiarazioni travisate di Cicchitto, bisognerà cominciare a riflettere sulla credibilità delle fonti: le cosiddette Autorità, che diffondono o avallano le notizie con il peso della loro carica. Se il vescovo ausiliario dell’Aquila dichiara urbi et orbi (soprattutto orbi) che nella sua diocesi ci sono ragazzine che si prostituiscono in cambio di una ricarica del telefonino, le persone semplici sono portate a credere che non stia parlando per dare aria ai suoi santissimi denti, ma abbia raccolto testimonianze affidabili e dall’alto del pulpito intenda denunciare un problema. Invece appena vede i titoli sui giornali (titoli aizzati da lui) il vescovo si affanna a far sapere che il suo era solo un allarme preventivo: esiste sempre la possibilità che le ragazzine possano peccare, ma per il momento le ricariche sono al sicuro. 

Se ci si sposta dal potere religioso a quello civile, il tasso di serietà non cresce. Campi Salentina è un paese che in tempi più fortunati diede i natali a Carmelo Bene e adesso a un sindaco che prima conferma alla stampa locale che una bambina di undici anni è incinta di un diciassettenne e poi, tramortito dalle pagine dedicate al morboso argomento, ammette di avere dato fiato a una diceria. Sarà smania di protagonismo, superficialità, italica fanfaronaggine. Ma se l’Autorità non è più neanche lontanamente autorevole, chi possiamo ancora prendere sul serio, oltre i comici? 

Russia, la battaglia del soldato Markin per ottenere il congedo di paternità

La Stampa

anna zafesova

Un ex ufficiale dell’ex Armata Rossa porta il suo caso fino alla Corte di Strasburgo, che accusa Mosca di «discriminazione di genere». L’Alta Corte russa si prepara alla battaglia: «La priorità dei verdetti nazionali rispetto a quelli europei diventi legge»


Cattura
Mentre la comunità internazionale si preoccupa per i diritti dei gay in Russia, a Mosca alla Corte Costituzionale sono in corso le audizioni per un altro caso clamoroso di discriminazione di genere. Il suo protagonista è eterosessuale, anzi, un ex ufficiale dell’ex Armata Rossa, ma alcuni media hanno già definito il caso “Capitano Markin contro la Federazione Russa” il “più scottante” della storia dell’Alta Corte di Mosca, e dal verdetto potrebbero dipendere i diritti di tanti altri russi.

Tutto è cominciato nel 2005, quando Konstantin Markin, operatore del radiospionaggio in una guarnigione vicino a Pietroburgo, si è separato dalla moglie dopo la nascita del terzo figlio della coppia. Il capitano ha ottenuto il consenso della ex signora di avere i bimbi in custodia, e ha chiesto il congedo di paternità di tre anni per accudire il piccolo Kostia, oltre a Timofey e Areseniy che avevano all’epoca rispettivamente 11 e 5 anni. Si è scoperto però che la legge russa non prevede il congedo di paternità per i militari, mentre per i civili può venire richiesto indifferentemente dal padre o dalla madre.

Probabilmente una banale svista dei legislatori, anche perché in un Paese dove le pari opportunità non sono un terreno di battaglia, nemmeno tra i maschi in borghese c’era grande richiesta di accudire i propri figli, e nessun militare prima aveva espresso il desiderio di cambiare i pannolini invece di difendere la patria. Il comandante della guarnigione ha consigliato all’ufficiale di congedarsi, oppure di consegnare il bimbo in un orfanotrofio. Markin si è rivolto al tribunale militare locale, a quello regionale, a tutte le istanze successive fino ad arrivare alla Corte Costituzionale, ma dovunque si è sentito rispondere “niet”: un ufficiale russo non aveva diritto a fare il papà a tempo pieno.

Markin si è rivelato però un uomo estremamente cocciuto e ha portato la sua causa alla Corte Europea per i diritti umani a Strasburgo. Che gli ha dato immediatamente ragione, stabilendo che la Russia nel negargli un permesso di paternità retribuito operava una discriminazione di genere e violava i diritti fondamentali dell’ufficiale. I giudici europei hanno stabilito che Markin aveva diritto a un risarcimento di 6 mila euro, tra congedo mancato e spese processuali. Incredibilmente, il ministero della Difesa glieli ha anche versati (nel frattempo un altro comandante aveva concesso il congedo di paternità a suo rischio e pericolo, gesto per il quale è stato poi inquisito).

Ma il capitano, oltre ai soldi, voleva anche giustizia e ha chiesto la revisione del verdetto del tribunale russo. E a quel punto il suo caso è passato dalla categoria di incidente giudiziario a terreno di scontro internazionale. Il presidente della Corte Costituzionale Valery Zorkin si è infuriato: “La Corte Europea ha messo in dubbio il nostro verdetto. Ha diritto a indicarci gli errori legislativi, ma quando i verdetti di Strasburgo entrano in contraddizione con la Costituzione russa il nostro Paese deve difendere i propri interessi nazionali”.

I pannolini dei piccoli Markin così sono diventati nientemeno che una questione di sovranità nazionale, e ora l’Alta Corte di Mosca è tornata sul caso con l’intento di stabilire come precedente il principio che i verdetti di Strasburgo non possono essere obbligatori in territorio russo. “I verdetti europei non possono contraddire quelli della Corte Costituzionale russa”, ha dichiarato Dmitry Viatkin, rappresentante della Duma presso il più alto organismo giudiziario di Mosca. E il rappresentante della presidenza – il caso Markin ha convocato alla Corte gli emissari di tutti gli organismi supremi del potere russo – ha parlato di una ambiguità giuridica che “può creare la tentazione di scavalcare i verdetti russi rivolgendosi all’Europa”.

La tentazione è evidente: circa un quinto dei casi in esame a Strasburgo arrivano dalla Russia. Il Tribunale europeo è l’ultima istanza per oligarchi rinchiusi in carcere (Strasburgo ha imposto una compensazione per incarcerazione illegale per il socio di Mikhail Khodorkovsky, Platon Lebedev, che però non è mai stata pagata), profughi ceceni, vittime di torture in carcere e abusi giudiziari. Far capire a tutti questi disperati che il ricorso all’Europa è inutile eviterebbe a Mosca tante brutte figure.

E infatti il senatore Alexandr Torshin promuove da mesi una legge che stabilisca una volta per tutte la priorità della legge russa rispetto ai verdetti europei. Il capitano Markin nel frattempo si è licenziato dall’esercito e ora fa l’avvocato, forse anche grazie all’esperienza acquisita in otto anni di processi. Si è anche rimesso con la moglie e hanno fatto una quarta figlia, Natasha. Suo figlio ormai va a scuola. Un emendamento alla legge che preveda il congedo di paternità anche per i militari non è nemmeno in discussione. In compenso la battaglia per il diritto a cambiare i pannolini di un ufficiale dell’ex Armata Rossa è diventata un braccio di ferro sul diritto dei russi alla giustizia.

Apple e gli ostacoli per piazza Duomo

Corriere della sera

«Per una strana maledizione i progetto ambrosiani della società di Cupertino incontrano sempre qualche ostacolo»


Cattura
Si racconta che Steve Jobs venuto a Milano si fosse innamorato della Galleria di piazza Duomo e volesse aprire proprio lì un Apple Store, grande almeno quanto quello di Londra. Ma i fan della Mela che in questi anni hanno aspettato l’evento con trepidazione dovranno probabilmente attendere ancora molto, perché per una strana maledizione i progetti ambrosiani della società di Cupertino incontrano sempre qualche ostacolo.

L’episodio più clamoroso risale al novembre del 2011 quando si aprirono le buste per aggiudicarsi lo spazio ex McDonald’s nel centro della Galleria Vittorio Emanuele. Tutti in Comune e in città erano convinti che vincesse la Apple e invece fu il trionfo di Prada che con un maxirilancio d’asta bruciò gli americani, messi fuori strada dall’idea di aver consegnato il progetto più innovativo e di conseguenza di aver già tagliato per primi il traguardo. Dal punto di vista politico-amministrativo la gara si svolse a cavallo del cambio a Palazzo Marino, il bando era stato curato dalla giunta Moratti ma le buste furono aperte con la giunta Pisapia e la discontinuità politico-amministrativa non deve aver giocato a favore di Apple.

Dopo lo smacco è passato del tempo e i contatti sono stati ripresi direttamente tra i rappresentanti del gruppo americano e quello che nel frattempo era diventato il nuovo assessore alla Cultura, Stefano Boeri. Si era partiti con la richiesta da parte della Apple di posizionare il Cubo trasparente in piazza del Duomo e di conseguenza erano state vagliate alcune ipotesi, tutte complicate perché è evidente che il Comune di Milano non poteva e non può lasciare il campo del tutto libero ma deve conciliare l’attrazione di investimenti con la tutela dei beni pubblici. La prima e più interessante ipotesi vagliata è stata quella di provare a utilizzare per lo store la seconda torre dell’Arengario, ancora oggi occupata dagli uffici di un assessorato, dal consiglio di zona 1 e dalle sedi di alcune associazioni. Nei discorsi fatti in sede di negoziato non si era parlato solo di una mera operazione immobiliare bensì di una collaborazione pubblico-privato molto più ampia.

Quando l'entusiasta Steve Jobs presentava il quartier generale Apple a Cupertino (05/04/2013)
La Apple avrebbe realizzato nel cuore di Milano un vero flagship con un orario di apertura molto lungo e che fosse anche sede di corsi di formazione e attività culturale. In più gli americani si sarebbero potuti far carico di sviluppare dal punto di vista multimediale il vicino Museo del ‘900 dotandolo di tutti gli standard digitali più avanzati e competitivi. Quest’ipotesi di lavoro è stata approfondita e vagliata per diversi mesi che sono serviti anche a consultare preventivamente la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici di Milano e ovviamente il quartier generale di Cupertino che si era fatto assistere in Italia dalla Cushman & Wakefield. Fatti, o comunque progettati, i coperchi è però saltata la pentola: per contrasti con il sindaco Pisapia l’assessore Boeri è stato congedato nel marzo 2013 e tutto il lavoro di approfondimento che era stato fatto si è azzerato d’un colpo. Ancora una volta le vicende amministrative sono state decisive e il progetto Apple ha subito il secondo e imprevisto stop.

Arriviamo ai giorni nostri quando, seppur timidamente, in città si è ricominciato a parlare dello store che incredibilmente aspetta di essere aperto da almeno due anni. Ufficialmente, come dichiara il vicesindaco Ada De Cesaris, la Apple non si è rifatta viva a Palazzo Marino né ha partecipato - per fare un esempio - alla gara per aggiudicarsi l’ex albergo diurno Cobianchi - altra ipotesi teoricamente percorribile - che è andata deserta già per due volte. C’è la convinzione , però, di essere alla vigilia di un terzo atto. Se gli americani rinunciassero a piazza del Duomo le soluzioni per la loro flagship , pur in pieno centro, sarebbero molteplici e potrebbero interessare, ad esempio, l’ex palazzo delle Poste di piazza Cordusio, gli edifici che l’Unicredit ha lasciato vuoti in centro, l’ex garage multipiano Traversi di piazza San Babila e via di questo passo.

Se invece, obbedendo al desiderio di Jobs, gli americani puntassero solo ed esclusivamente sulla piazza-salotto di Milano si dovrebbero ricominciare a vagliare ipotesi come quella della seconda torre dell’Arengario o magari del palazzo della Ragione ma stiamo parlando di un dialogo tutto da ricostruire. E il cui iter si presenta comunque lungo.

08 novembre 2013