domenica 10 novembre 2013

Cene e visite pagate Ecco il volontariato della Kyenge in Africa

Libero

Nel 2007 la onlus del ministro vuole aprire ambulatori a Lubumbashi. I partecipanti: "Non c'era nulla, saltò tutto. Serate di finanziamento da 100 dollari a testa"


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Domani il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge sarà ospite del consiglio comunale di Reggio Emilia. Qui non troverà razzisti con l’anello al naso pronti a lanciarle bucce di banana come hanno già fatto altri idioti. Ma ci sarà chi invece di applaudirla proverà a contestarle il suo passato prossimo e l’attività della sua associazione di volontariato Dawa, con sede nella vicina Modena. Infatti in comune c’è un consigliere, Zeffirino Irali, che in questi mesi ha raccolto numerose re soconti e ha realizzato un dos- sier sulle attività di Dawa. Un piccolo libro nero di cose non fatte o fatte male.

All’interno diverse testimonianze dirette di volontari e collaboratori della Kyenge. Libero ha incontrato con Irali diverse di queste persone e ha ascoltato le loro storie. C’è la funzionaria della Provincia sposata con un cittadino congolose, c’è la pensionata, c’è il professore universitario. Ma soprattutto c’è l’infermiera che ha lavorato nello stesso ambulatorio di Kyenge per molti anni. Tutta gente che, cedendo ai cliché, potremmo definire impegnati e di sinistra. E tutti, per usare un eufemismo, sono rimasti molto delusi dall’attività dell’associa- zione.

Ma chi c’è dietro a questa onlus? È praticamente un’organizzazione a conduzione famigliare: il presidente di Dawa è Franca Capotosto, amica personale di Kyenge, il «responsabile relazione esteri e comunicazione» è il marito di Kyenge, Domenico Grispi- no; la «responsabile arte e e cultura» è sua cognata, la pre- side di scuola media Maria Teresa Grispino; il revisore dei conti è l’altro cognato, il farmacista Gianni Mazzini. Su facebook la pagina dell’associazione ha un unico amministratore: il ministro Kyenge. Sul sito Internet si legge: «Dawa (magia, medicina, star bene in lingua swahili) è un’associazione non profit nata nel 2002» e che «concentra maggiormente i suoi sforzi nella Repubblica Democratica del Congo», Paese natio della Kyenge.

In particolare a Lubumbashi, la seconda città del Paese, e nel villaggio dove il ministro è nato. A leggere Internet, l’iniziativa più concreta risale al 2006: «Cene di beneficenza per il trasporto di un container e di un’autoambulanza». In effetti il carico prende il volo nel 2007 e i giornali locali strillano entusiasti: «Una delegazione di 12 reggiani guidati da due primari dell’arcispedale Santa Maria Nuova e composta da medici, farmacisti, biologi, infermieri, un geometra e un ingegnere sta partendo alla volta della Repubblica democratica del Congo».

La squadra dovrebbe inaugurare una nuova struttura sanitaria: «L’ingegner Domenico Grispino (marito di Kyenge ndr) è il responsabile del pro- getto per la costruzione di un ospedale all’interno del parco Kundelungu» scrive il giornale. E Kyenge sul quotidiano «ricorda di destinare il 5 per mille all’associazione che possiede». Di seguito, per i lettori, il codice fiscale. Sin qui tutto regolare. Peccato che in Congo le cose cambino e almeno metà dei partecipanti alla missione torni in Italia inorridita. Gli altri, a onor del vero, sono quasi tutti parenti della Kyenge. Con i nostri testimoni approfondiamo il racconto di quel viaggio. A partire dall’acquisto dei biglietti aerei.

Sul punto le versioni raccolte da Libero combaciano. «Avevamo trovato tariffe inferiori ai mille euro, ma Kyenge ci disse che ci avrebbe pensato lei» dichiara Manuela, professione infermiera. I volontari sono certi di risparmiare e invece il prezzo lievita sino a 1.200-1.400 euro a cranio. I malcapitati non capiscono, ma si adeguano. Nel frattempo, grazie alle cene di finanziamento, vengono riempiti due container di materiale, compresa un’ambulanza. Il trasporto viene organizzato da una zia di Manuela.

Il percorso previsto è Sassuolo-Bruxelles- Kinshasa. In Belgio vive una delle tante sorelle di Kyenge.
E qui avviene il primo disguido, visto che uno dei due cassoni d’acciaio non riesce a partire. Le cose peggiorano in Africa. «Avevo chiesto sei mesi di aspettativa per questa esperienza. Avrei dovuto occuparmi di seguire l’apertura di un poliambulatorio» avverte l’infermiera. «Ho rifatto i bagagli appena ho capito la situazione. Là non c’era proprio nessuna struttura da avviare». A Lubumbashi, all’interno di una delle proprietà dei Kyenge, i volontari trovano solo un «Centre maternité Kyenge»: «Un vero disastro. Non c’era un generatore elettrico, non esisteva il pavimento, i lettini erano praticamente inservibili.

In più venivano usati due soli strumenti per quindici donne per volta e la luce era quella delle candele. Condizioni estreme in cui era impossibile operare». Bruno, docente universitario di origini straniere d ex collega di Kyenge, rincara: «Ho portato con me dall’Italia due ostetriche, ma quando sono entrate per poco non vomitano, non sono riuscite a continuare perché la situazione era atroce. Non ho mai visto una cosa simile in vita mia e ho girato abbastanza». In quei giorni vengono organizzate due cene di finanziamento. La prima si svolge al villaggio Kyenge, quello dove è capotribù il padre del ministro, Kikoko, un omone vestito con scettro e pelle di leopardo, mise che ha sfoggiato, tra lo stupore generale, pure a Modena in occasione di una visita specialistica.

Esborso per la serata 60 dollari a testa. Una cifra così alta che alcuni volontari danno forfait. «L’altra cena è stata organizzata dal Rotary locale e costò ai partecipanti addirittura 100 dollari» assicura Mariangela, funzionaria della Provincia. Ma l’episodio che lascia esterrefatti diversi partecipanti è un altro. Uno dei volontari, Antoine, cittadino congolese trapiantato in Italia, in quei giorni si fa raggiungere da alcuni parenti residenti a Kinshasa. A spese loro. La madre viene visitata da Kyenge. Poi si avvicina al figlio: «Mi servono dieci dollari». Come dieci dollari? Domanda il giovane, cercando spiegazioni. I testimoni sostengono che Kyenge, senza batter ciglio, avrebbe replicato: «Certo.

Devono imparare a pagare, se no pretendono tutto gratis». I presenti in linea di principio avrebbero potuto pure essere d’accordo, ma ancora oggi si domandano dove siano finiti quei soldi, avendo loro partecipato all’impresa a titolo completamente gratuito. Anche perché dell’ospedale nessuno di loro ha più avuto notizie. Neppure dal sito Dawa. «Non mi risulta che sia stato realizzato. Il nostro sforzo socio-sanitario non è andato a buon fine nonostante il padre della Kyenge avesse molte conoscenze» ammette Bruno. La cui delusione è doppia.

Infatti in quella sfortunata trasferta aveva il compito di realizzare un gemellaggio con l’ateneo congolese per scambi universitari. «Per questo incontrai con Kyenge le autorità della provincia di Lubumbashi, il presidente della facoltà di medicina, firmai una convenzione. Cécile mi disse che si sarebbe occupata personalmente di tenere i contatti con la controparte congolese. Dopo sei anni sto ancora aspettando, nonostante i contratti firmati, l’inizio di quello scambio. Anche in questo caso, è andata buca». Non alla signora Kyenge che, grazie a quella sua attività non profit, si è fatta un nome ed è diventata ministro della Repubblica italiana.

di Ortensio Pizzanelli

Se Pisapia non si vergogna di questa Milano disumana

Cristiano Gatti - Dom, 10/11/2013 - 11:35

La foto-simbolo del degrado indigna tutti tranne il sindaco di Milano. La replica: "Quella persona ha sempre rifiutato l'aiuto". E basta per abbandonarla così?

Signor sindaco Pisapia, vogliamo provare almeno per una volta a non liquidare la questione con la solita scorciatoia della strumentalizzazione politica? In casi come questo non c'è proprio niente da strumentalizzare, perché chi osasse anche solo pensare una cosa simile sarebbe già di per sè fuori dal consesso umano.


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E comunque, per quanto mi riguarda, le posso garantire che mi rivolgo direttamente a lei solo in quanto sindaco, cioè «primo cittadino», cioè massimo responsabile della vita di Milano: ci fosse ancora la Moratti, o Albertini, questa storia non cambierebbe di una virgola. A che titolo vengo a stanarla? Diciamo soltanto come membro della stessa identica specie di quella della povera donna che dorme nuda nel lerciume della Stazione centrale. Siamo entrambi esseri umani, con pari dignità. A lei, certamente, è andata un po' peggio che a me.

Ma evidentemente non può essere questa differenza di fortune a costringerla in simili condizioni. Avrebbe tutte le ragioni di non accettarlo lei stessa, ma non posso accettarlo nemmeno io. Signor sindaco, lei mi dirà: e allora perché non ti muovi in prima persona. La risposta è molto semplice e sincera: lo riconosco tranquillamente, non ne sono all'altezza, non ho il fisico e tanto meno l'equilibrio morale per salvare i miserabili. Per loro fortuna - e per mia fortuna - c'è gente molto più attrezzata e competente di me, che ha scelto questo filone delle scienze umane, una vera conquista nell'evoluzione della cosiddetta società civile.

Capirà però anche questo, lei sindaco degli ultimi, lei sindaco che non vuole lasciare indietro nessuno: capirà quanto sia difficile, per me che non saprei da quale parte cominciare, mettermi tranquillo davanti alle spiegazioni fornite dall'ufficio stampa del Comune: «La persona fotografata è conosciuta dai servizi sociali, più volte l'abbiamo avvicinata, ma lei ha sempre rifiutato l'offerta di assistenza, che come noto non può essere imposta, se non in casi specifici previsti dalla legge, eccetera, eccetera, eccetera».

Ma davvero, primo cittadino Pisapia, possiamo chiudere la vicenda umana di quella donna - pietosa e feroce icona del degrado metropolitano - con questo puntiglioso comunicato? Le dico come la penso io: esprimendosi in questo modo, il Comune di Milano dà la netta sensazione di avere più a cuore la propria immagine, la propria illibatezza, la propria pedanteria burocratica che le sorti di quella donna persa e derelitta. Davvero la Milano che sta scalando i cieli con filari di grattacieli arditi può cavarsela con dieci righe ineccepibili, lasciando l'ultima degli ultimi al suo destino, solo perché il suo collassato sistema nervoso la porta a rifiutare un aiuto?

Personalmente sono molto preoccupato, come contemporaneo della ragazza e di questa lanciatissima Milano dell'Expo: mi preoccupo perché gli apparati organizzativi e ipertecnologici che superano mille ostacoli vanno in tilt davanti a una creatura in pieno naufragio personale. Lo so benissimo che non è il solo caso, ma so pure che adesso la ragazza nuda tra i rifiuti è il più caso di tutti, il caso che riassume e denuncia i tanti scheletri nascosti negli armadi della nostra società evoluta. La polvere che spazziamo sotto i tappeti.

Se è questa la Milano che dobbiamo tenerci, la Milano in cui i servizi sociali non riescono ad essere né servizi né sociali davanti a una donna alla deriva, io chiedo di fermare la corsa almeno per un attimo, perché voglio scendere. Ci stiamo dicendo che non riusciamo ad accudire quella donna e a restituirle una dignità: dal mio punto di vista, è il chiaro segno che abbiamo seri problemi. Più preoccupanti dei suoi. Sì, c'è qualcosa di molto più misero della donna nuda in mezzo ai cartoni: c'è un Comune che la considera accettabile. Se però, caro sindaco, vuole pensare che tutto questo polverone non nasca da istintiva pietà e da civica indignazione, ma da bassa speculazione politica, stia sereno: faccia conto che non ci siamo mai sentiti. E dorma un sonno sereno, se ce la fa.



Per Palazzo Marino tutto ok: deve vergognarsi il "Giornale"

Alberto Giannoni - Lun, 11/11/2013 - 08:19

Il caso stazione Centrale: per il vicesindaco è "inaccettabile strumentalizzazione". Ma la sinistra ha promesso una città più felice. E ora paga il vuoto della politica


«Strumentalizzazione». Palazzo Marino risponde così al caso sollevato dalla foto pubblicata sul «Giornale». Un'immagine di degrado estremo a due passi dalla Milano scintillante dei grattacieli.
Una giovane donna, seminuda e sola per terra in mezzo ai rifiuti, vicino alla stazione Centrale. L'ufficio stampa del Comune, sabato, aveva spiegato che la donna è «conosciuta dai servizi socio-assistenziali» e che ha «consapevolmente deciso di rifiutare l'offerta di assistenza che, come noto, non può essere imposta».

Il sindaco Giuliano Pisapia aveva scelto un profilo basso il giorno dopo, spiegando che la signora ha ricevuto dopo i soccorsi tutta l'assistenza necessaria. Un'informazione che tranquillizza. Ma il vicesindaco, Ada Lucia De Cesaris, sceglie di attaccare il Giornale: «La strumentalizzazione del caso da parte de “Il Giornale” non è accettabile - ha scritto su facebook - L'amministrazione ha da tempo in cura questo caso, ma trovare il modo per indurre una persona a fare qualcosa è delicato».

«Qualcuno lo dimentica troppo facilmente - aggiunge - ma esiste la libertà personale e l'impossibilità di far diventare coercitive le cure, principi costituzionali, che valgono per tutti. Sicuramente non bisogna abbandonarla ed è quello che si sta facendo da tempo». La vicesindaco, quindi, accusa il «Giornale» di «fingere umanità» strumentalmente. Ma è De Cesaris che, rispondendo, in realtà elude il problema. La difesa dell'avvocato De Cesaris svicola la questione vera, che non riguarda quella ragazza (il cui caso personale è giusto archiviare) ma l'intera città.

Se il vicesindaco non riesce proprio a dar conto al «Giornale», potrebbe forse rispondere a ciò che chiedeva, riferendosi anche a un caso analogo, don Virginio Colmegna, punto di riferimento di questa amministrazione (tanto da averle «prestato» il suo braccio destro, Maria Grazia Guida): «Nessuno ha aiutato la giovane donna fotografata dal “Giornale” mentre giace a terra svestita in mezzo a cartacce e rifiuti, in un angolo di via Tonale tra un muro scrostato e un'auto parcheggiata - scriveva sabato su “Repubblica” il fondatore della “Casa della carità” - Cosa sta succedendo in questa nostra città incupita dalla crisi economica, dal vuoto della politica, dal disagio sociale?».

E dovrebbe, infine, la Milano «arancione», dar conto non al «Giornale» ma ai suoi elettori, di un'illusione svanita chissà dove. Non hanno promesso una o dieci o cento cose pragmatiche e programmatiche, su tributi, rifiuti, traffico o altre misure concrete. Si è impegnata a regalarci una Milano più giusta, più equa e - letteralmente - «più felice». E - attenzione - ha evocato una felicità diversa da quella «made in Usa», dove la cornice istituzionale pubblica deve solo garantire la ricerca della libera realizzazione personale dei cittadini.

No, solo due anni fa parlavano di una felicità da costruire con una «politica nuova», e «diversa» capace anche di educare, intenzionata a incidere culturalmente sui cittadini. Due anni dopo abbiamo visto una pioggia di tasse, quelle sì per tutti (o comunque per centinaia di migliaia di famiglie). E ne hanno forse tratto beneficio i poveri? Quali? L'alba radiosa di questa città nuova e felice non l'ha vista nessuno. Intanto, nel «vuoto della politica», sono finite le illusioni. E l'indifferenza resta.

Boldrini: «Io mangio i prodotti che vengono dalla Campania»

Il Mattino

di Daniela De Crescenzo

Il presidente della Camera: «Aver reso pubbliche le dichiarazioni di Schiavone è servito a dare consapevolezza. Ora bisogna avviare le bonifiche»



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«Io i prodotti che arrivano dalla Campania li mangio. La desecretazione dell’audizione di Schiavone, l’operazione trasparenza che abbiamo voluto fare serve anche a questo. Vuol dire: perimetriamo e bonifichiamo le zone interessate dagli sversamenti tossici senza penalizzare tutto il territorio»: la presidente della Camera, Laura Boldrini, interviene per difendere la nostra terra martoriata dai veleni.

Perché all’improvviso tanto interesse da parte dei media nazionali e della politica su una storia nota da venti anni? «Ho visto che negli anni ci sono state interrogazioni e interpellanze. Quindi la politica se ne era interessata e nel 2006 è stata fatta una legge che ha regolamentato diversamente la materia: prima chi trasportava veleni era punito solo con una contravvenzione. Ritengo, però, che tutte queste attività non si siano tradotte in azioni concrete. È come se si fosse tamponato senza andare veramente all’origine del problema. Adesso bisogna concentrarsi sulle bonifiche. Senza falsi allarmismi che penalizzano il territorio bisogna intervenire sulle aree danneggiate».

Come dare a questi territori la possibilità di uscire dal tunnel? «La trasparenza serve a combattere la stigmatizzazione del territorio. Ha ragione Saviano quando dice che c’è questo rischio, ma l’obiettivo è esattamente l’opposto. Nel territorio campano ci sono aziende che danno ottimi prodotti che sono alla base della dieta mediterranea esportata in tutto il mondo. Queste vanno salvaguardate dagli allarmismi e valorizzate, come chiede anche la ministra De Girolamo».

Desecretare l’audizione di Carmine Schiavone è stato utile? «Facciamo chiarezza. La deposizione del collaboratore di giustizia è stata portata all’attenzione da una buona inchiesta giornalistica. Dopo il presidente della commissione Ambiente, Ermete Realacci mi ha chiesto di desecretare l’audizione del 97. Io ho portato la richiesta all’ufficio presidenza della Camera e la vicepresidente Marina Sereni è stata incaricata di fare un’istruttoria. Io ho poi ritenuto importante sentire il procuratore antimafia che ho incontrato a Pollica dove commemoravamo Angelo Vassallo e abbiamo parlato della vicenda. Poi gli ho inviato una lettera: non potevo sapere se c’erano altre indagini in corso. Lui ha risposto, dopo aver sentito le procure interessate, che per quello che lo riguardava il documento poteva essere desecretato e l’ ufficio di presidenza il 31 ottobre ha deciso all’unanimità di renderlo pubblico. A quel punto lo abbiamo messo sul sito»...

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domenica 10 novembre 2013 - 11:53   Ultimo aggiornamento: 11:57

Priebke, corteo dell'Anpi ad Albano: «Via i lefevriani dai Castelli»

La Stampa


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ROMA - È partito da piazza Mazzini ad Albano Laziale, in provincia di Roma, il corteo organizzato dall'Anpi per ribadire, a qualche settimana di distanza dal tentato funerale dell'ex ufficiale nazista Erich Priebke, la contrarietà del comune castellano a manifestazioni nostalgiche. In testa striscioni con le scritte 'Castelli Romani antifascistì, e 'Priebke boià. Sono presenti alla manifestazione il sindaco Nicola Marini, rappresentante delle amministrazioni comunali di Genzano e Castel Gandolfo e il parlamentare di Sel, Filiberto Zaratti. Priebke, come è stato pubblicato pochi giorni fa in un reportage da Repubblica, è stato sepolto nel cimitero in disuso di un carcere italiano.

«Quella confraternita di nazisti vestiti di nero non è ospite gradita: via la comunità di San Pio X da Albano. Finchè saranno qua non avranno pace, non camperanno sereni», è stato detto al microfono dal camion dell'Anpi di Albano che apre il corteo. La comunità dei lefevriani si era infatti offerta di ospitare le esequie. «Maledetti nazisti infami - è stato aggiunto - hanno difeso i peggiori nazisti per una notte intera là dentro. Il prefetto Pecoraro che ha permesso questo oltraggio dovrà dirci il perchè: ha tutelato i fascisti e ha fatto caricare i cittadini di Albano. Pecoraro vattene. Questa è una risposta ferma e democratica - ha detto il segretario dell'Anpi di Albano Ennio Moriggi - nei confronti di coloro che hanno messo in atto delle provocazioni e hanno fatto in modo che certe cose accadessero ignorando l'ordinanza del sindaco che aveva fatto presente che ci sarebbero stati problemi di ordine pubblico».



Priebke, sabato corteo antifascista ad Albano: rischio tensioni con estremisti destra
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Priebke, Marino: «Non potevo
non oppormi alla sepoltura a Roma»
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Priebke, in vendita su e-Bay le foto autografate del gerarca: il sito le rimuove
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Priebke, il sindaco di Albano Laziale: lasciato solo dalle istituzioni
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Priebke, Marino: «Ordinanza del prefetto, no alla sepoltura a Roma»
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Sabato 09 Novembre 2013 - 17:20
Ultimo aggiornamento: 21:01

BitTorrent punta sul cloud e lancia la nuova versione di Sync

Corriere della sera

L’azienda nota per il software di filesharing ha definito il sistema un cloud-free sync per condividere in rete i propri file

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Dal filesharing allo storage. Si potrebbe sintetizzare così la nuova sfida del gigante dello scambio file Bit Torrent. A pochi giorni dal lancio di Sync, infatti, la strategia di Bit Torrent appare chiara: i «pirati» vogliono cambiare faccia e allargare il proprio business, senza abbandonare il filesharing. Ma di certo, tutti i portali che offrono la possibilità di archiviare in rete materiale multimediale di ogni tipo, spesso gratuitamente, da oggi avranno un competitor di tutto rispetto. Con Sync, Bit Torrent offrirà una soluzione cloud gratuita e aperta a chiunque voglia usufruirne anche in mobilità, e senza alcuna limitazione. Nessun limite ai gigabyte a disposizione, né più attese snervanti per il caricamento di materiale «pesante», o costi mensili per conservare i propri file. La nuvola di Bit Torrent sarà infatti un non-archivio, ovvero l’utente potrà usare pc, tablet e smatphone come dei vasi comunicanti, privi di una vera e propria libreria virtuale su cui archiviare i file di volta in volta.

Al contrario, Sync consentirà di usufruire temporaneamente della rete torrent per spostare file da un dispositivo all’altro, proprio come si fa quando si scambia un file con altri utenti su Bit Torrent. La differenza, questa volta, sta nella persona che usufruisce del servizio, che è l’utente stesso, e da più dispositivi di sua proprietà. Ad esempio, se vorrà spostare sul tablet una foto scattata dallo smartphone, l’utente potrà metterla «in circolo» sulla rete torrent per andarla a recuperare e scaricare su un altro dispositivo. Risolta così anche l’«incomunicabilità» tra dispositivi di produttori diversi, che spesso finisce per limitare l’esperienza multipiattaforma dell’utente finale. Ma i veri tratti distintivi dell’offerta di Bit Torrent Sync sono essenzialmente tre: la gratuità del servizio, l’assenza di un archivio virtuale con relativo azzeramento dei tempi di latenza per il caricamento, e infine una velocità di banda garantita di 90 mb/s nel trasferimento da un dispositivo all’altro («10 GB in due minuti» promettono i produttori).

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COME FUNZIONA - «I file restano tuoi» recita lo slogan di Sync, quasi a voler ricordare l’assenza di intermediazione di Bit Torrent, che non interviene direttamente nella conservazione dei file sull’archivio virtuale-cloud dell’utente, che di fatto non esiste. Infatti, è necessario soltanto installare l’applicazione sul computer (e su qualsiasi dispositivo mobile, Android e iOs, che si intende utilizzare), e poi creare una cartella virtuale su cui sincronizzare i file, seppur solo figurativamente. Infatti una volta terminata la procedura da ciascuno dei dispositivi che si intende utilizzare, sarà necessario interrogare solo il file desiderato dalla cartella virtuale, per avviarne il trasferimento da un dispositivo all’altro. Ovviamente entrambi i dispositivi dovranno essere collegati contemporaneamente alla rete affinché avvenga lo scambio, e si potrà anche fornire a terzi la chiave d’accesso a una determinata cartella per condividerne il contenuto. Originale, poi, la procedura attraverso cui si potrà passare per registrare i diversi dispositivi che verranno adoperati dallo stesso utente.

Per selezionare un file da condividere con sé stessi si potrà anche cliccare con il tasto destro sull’elemento, scegliere «Condividi in mobilità» e aspettare che appaia un codice QR da inquadrare, poi, con l’obiettivo del dispositivo mobile su cui ricevere il file. L’applicazione, rilasciata in versione di prova lo scorso luglio, ha già catalizzato l’attenzione di oltre un milione di appassionati, che sono riusciti a scambiarsi circa 30 petabyte in pochi mesi. Com’era prevedibile sono state rilasciate anche le chiavi API dell’applicazione, che consentiranno a sviluppatori e appassionati di migliorarla, implementando anche nuove funzioni. Ma a sorprendere nella svolta di Bit Torrent è anche l’aspetto culturale. Offrire agli utenti una soluzione gratuita per mettere sulla nuvola i loro file, senza però mai rinunciare al controllo su di essi, significa anche denunciare un senso di sfiducia nel fornire i propri file personali ai classici portali di archiviazione. Non ci si consegna più, perciò, nelle mani di un intermediario che regala, o fa pagare, dello spazio in rete in cambio della rinuncia alla proprietà esclusiva dei propri file.

Al contrario, l’infrastruttura e la conoscenza proprie dei cosiddetti «pirati» vengono messe a disposizione della rete per creare un servizio gratuito, innovativo e legale. «Il nostro obiettivo è consentire la condivisione libera di enormi file e grandi idee, senza controlli e limiti alla velocità o alle dimensioni. I tuoi dati ti appartengono e Sync vuole metterteli sempre a disposizione ovunque ti troverai»recita infatti la nota sul blog ufficiale di Bit Torrent. Per una release, quella di Sync, che non sembra discostarsi di molto dalla storia di Mega e del suo fondatore Kim Dotcom. Nato dalle ceneri di MegaUpload, portale che ospitava anche contenuti coperti da copyright, Mega è un servizio di archiviazione e condivisione di file realizzato da Kim Dotcom, già fondatore anche del portale chiuso dalle autorità. Mega consente di archiviare online fino a 50GB di dati gratuitamente e di condividerli con terzi, lasciando libero l’utente anche di sottoscrivere un abbonamento per accrescere la disponibilità di spazio (500GB a 9,99 euro/mese, 2TB a 19,99 euro/mese, 4TB di spazio a 29,99 euro/mese).

435 MILIONI DI FILE - A dieci mesi di distanza dal 20 gennaio scorso, data di lancio del nuovo portale, Kim Dotcom ha già festeggiato i 435 milioni di file ospitati sulla sua creatura, per cui solo lo o.05 per cento ha ricevuto finora una richiesta di rimozione dai proprietari dei diritti d’autore. E nonostante sulle reti di Bit Torrent continuino a circolare ancora grandi quantità di materiale coperto da copyright, il lancio di Sync può davvero richiamare per certi versi l’obiettivo dello sbarco sul web di Mega. Due iniziative che intendono compiere un salto dal filesharing allo storage, per offrire un servizio gratuito, innovativo e, per una volta, anche legale.

10 novembre 2013

Il sindaco De Magistris ai giornalisti stranieri: «Città sana. Qui ci si innamora»

Il Mattino

di Gerardo Ausiello


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«Napoli è la città più bella del mondo e sui rifiuti ha già voltato pagina». Luigi de Magistris parla davanti ad una platea di giornalisti provenienti dai cinque continenti. A chi gli chiede dell’emergenza ambientale e dei rischi legati al consumo di prodotti agroalimentari, il sindaco risponde con una battuta: «A Napoli si sta bene, guardate me...». Poi rilancia: «Qui si mangia sano, si vive alla grande e ci si innamora. Tornate a trovarci. Specie a Natale».

L’occasione per difendere l’immagine del capoluogo partenopeo è offerta dalla giornata conclusiva del X Forum internazionale dell’informazione per la salvaguardia della natura, organizzato da Greenaccord e dal Comune di Napoli a Castel dell’Ovo. Un Forum che in quattro giorni ha visto confrontarsi esperti e politici, e al quale è giunto ieri il messaggio di Papa Francesco: un invito a scienziati e giornalisti «a sensibilizzare le istituzioni politiche e i cittadini perchè si diffondano stili di vita sostenibili sul piano umano ed ecologico» e a fare in modo che «il sistema economico non sia orientato al consumo delle risorse di natura e di esseri umani, ma promuova la piena realizzazione di ogni persona e l'autentico sviluppo del Creato».

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domenica 10 novembre 2013 - 10:34   Ultimo aggiornamento: 10:37


Svelato il mistero di Google La chiatta a San Francisco è un centro espositivo itinerante

La Stampa

paolo mastrolilli
inviato a new york

La struttura servirà a mostrare le novità di Mountain View in giro per i porti della California


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Segreto svelato: la grande chiatta di Google ancorata nella baia di San Francisco è un centro espositivo itinerante, che mostrerà le novità tecnologiche della casa di Mountain View in giro per i porti della California. Lo ha scoperto il San Josè Mercury News, leggendo i documenti scambiati con il comune per avere i permessi. Da diverse settimane una enorme chiatta ancorata al molo della Treasure Island stava attirando l’attenzione. A bordo c’era un’impalcatura molto alta, che dimostrava i lavori in corso per costruire qualcosa di grande e misterioso. Quando si è saputo che la chiatta apparteneva a Google, sono cominciate a girare le voci più originali: un centro di computer navigante, o magari una struttura per lo spionaggio.

La spiegazione è più semplice, secondo il Mercury News. La compagnia del motore di ricerca su internet più popolare al mondo sta costruendo uno spazio espositivo, dove mostrare al pubblico le sue ultime trovate più geniali: gli occhiali, certamente, ma anche i prodotti del dipartimento segreto Google X. Sulla chiatta ci sarà un grande atrio, e poi una struttura sovrastante con vista mozzafiato sulla baia. In cima verranno montate anche delle grandi vele a forma di pesce, per dare l’idea di trovarsi su una vera imbarcazione capace di navigare. Le stime dell’azienda prevedono che verrà visitata da almeno mille persone al giorno.

Siccome le leggi di San Francisco vietano di costruire strutture permanenti sulla baia, la chiatta dovrà spostarsi ogni mese da un molo all’altro. Nel lungo periodo, dovrebbe poi lasciare la baia e navigare lungo le coste della California, fino a San Diego. Le grandi vele però sono soprattutto un ornamento, e per spostarla veranno usati dei rimorchiatori. Un’imbarcazione simile è stata vista anche nelle acque del Maine, probabilmente per ripetere l’operazione anche sulla costa orientale.
Il problema principale, come al solito, è la burocrazia. Secondo gli avvocati di Google, il comune di San Francisco sta procedendo con le autorizzazione «ad una velocità glaciale». Per questo il progetto è in ritardo, ed è stato scoperto prima del lancio.

L’Italia deve fare di più Missioni nelle ex colonie”

La Stampa

marco zatterin
corrispondente da bruxelles

L’Europa: “Roma colpevole dell’abbandono di Somalia ed Eritrea”



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In Europa c’è chi pensa che l’Italia dovrebbe fare di più. Dicono che la tragedia di Lampedusa ha messo a nudo tutte le debolezze della politica comune dell’immigrazione e non solo. A Roma i paesi del Nord contestano il basso numero di rifugiati accolti, lo fanno senza considerare che da noi non si arriva in aereo ma salvati uno a uno in alto mare, però lo fanno.

Nei palazzi dell’Ue c’è invece chi imputa al governo un’eccessiva timidezza diplomatica. «Avete titolo per avviare un processo mirato a fermare le partenze dei migranti in Somalia ed Eritrea», dicono a Bruxelles: «Compito duro, certo, ma vedete altra possibilità?». La task force di tecnici che lavora per rafforzare il pattugliamento di Frontex nel Mediterraneo è riconvocata per il 20 novembre, due settimane prima della riunione dei ministri degli Interni che tenterà di scrivere il percorso verso una e più efficace strategia europea. Molti temono che non basti e che l’ondata migratoria si gonfierà in inverno per riversarsi in Sicilia quando la buona stagione calmerà il mare. Bisogna farli restare a casa. Coi siriani - 15 mila solo in Libia - «c’è nulla da fare», dicono a Bruxelles. Ma coi profughi del Corno d’Africa, lo scenario appare diverso.

Si registra nella capitale europea un tentativo di “moral suasion” molto morbido nei confronti della Farnesina. Contatti abbozzati per sondare il terreno, attenti a non creare imbarazzi, soprattutto alla luce delle numerose recenti missioni italiane nel Corno d’Africa. Una fonte governativa difende l’assiduità dell’opera di cooperazione, intelligence e formazione, e ricorda che un terzo degli stipendi della missione dell’Unione africana sono pagati da noi. Benissimo, incassano a Bruxelles, dove si chiede comunque di più: «Dovreste promuovere un’iniziativa Ue nel Corno d’Africa».

Non ci sono richieste formali, non sarebbe lo stile della casa. Però ci si domanda se «qualcuno ricorda che dopo averli spremuti durante e dopo la colonizzazione, l’Italia ha abbandonato eritrei e somali al loro destino, contribuendo a creare il caso che oggi spinge tanti a fuggire dal loro paese». Il passato, si elabora, è un grave peso e anche una opportunità da non sottovalutare. Come? A Bruxelles si immagina che in Somalia vada sostenuta la missione di stabilizzazione dell’Unione africana, facendo al contempo da stampella al governo di Mogadiscio nel tentativo di creazione di uno stato capace di fornire speranza credibile.

In Eritrea ci sono margini maggiori. A doppio taglio, però, poiché lo stato c’è, ma è oppressore. Ciò non toglie che nei palazzi europei si sia persuasi che anche questa amministrazione spietata si è aperto uno spiraglio di umanità, lo proverebbe la richiesta di riavere i morti di Lampedusa per seppellirli in patria. «E’ un’apertura potenzialmente traditrice - si ammette -, perché è facile che il regime eritreo intenda sfruttare a fini di propaganda il dramma dei profughi e magari perseguiti i parenti di chi è partito». Nonostante ciò, «perché non andare a vedere le carte del regime, sfidandolo apertamente su questo terreno?».

«Se le famiglie eritree lo chiedono - affermano a Bruxelles - Roma contatti il governo di Asmara», dove due volte al giorno si dice messa in italiano, e dichiari che è disponibile, in cambio di assicurazioni precise e verificabili a discutere le condizioni di vita nel paese. L’Italia ne ha titolo, così come l’Ue, poiché l’Eritrea è parte dell’Accordo di Cotonou che prevede un dialogo politico costante in cambio di sostegno allo sviluppo. 

Oltretutto, Asmara invoca da tempo una Conferenza sull’aiuto allo sviluppo nel Corno d’Africa. Italia e Ue dovrebbero mettere allo stesso tavolo Eritrea, Etiopia, Gibuti, e tentare di chiudere il contenzioso sulla frontiera etiope che offre l’alibi al regime eritreo per militarizzare il paese. Sarebbe l’avvio di un dialogo necessario sbbene non sufficiente: «L’isolamento - confessano a Bruxelles - aiuta i dittatori più che la gente». Per questo non si può solo guardare, serve l’azione e serve l’Europa. Ma, è la convinzione che cresce, occorre anche che l’Italia si armi di coraggio e apra le danze. In fondo, può farlo solo lei. 

Il capo dei vigili di Giggino? Il suo testimone di nozze

Carmine Spadafora - Dom, 10/11/2013 - 07:34

Napoli, la parentopoli di De Magistris si allarga a un ufficiale Gdf vicino al sindaco dai tempi delle inchieste. I precedenti del fratello consulente e della cugina in Comune


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Napoli - Allora, dove eravamo rimasti con la «parentopoli» allargata di Giggino De Magistris? Il fratello Claudio superconsulente, l'amica Anna Falcone nel cda di «Bagnolifutura», la cugina Lucia Russo nell'assessorato di Pina Tommasielli (poi silurata da Giggino), i compagni di scuola assessori Carmine Piscopo e Roberta Gaeta, l'amico di famiglia Omero Ambrogi a capo del cda di «Bagnolifutura».

Manca qualcosa?
Si, che manca qualcosa: il testimone di nozze. E ora c'è anche quello. Una figura indispensabile per la «casa di vetro», ovvero Palazzo San Giacomo. C'era una casella da riempire, una casella importante, come la figura del comandante dei vigili urbani. Da tempo designato da Giggino, a capo della polizia municipale andrà il tenente colonnello della Guardia di finanza, Luigi Acanfora. Un ufficiale di grande prestigio, non c'è alcun dubbio. Ma è, appunto, con la moglie il testimone di nozze dei coniugi Luigi De Magistris e Maria Teresa Dolce.

L'insediamento dell'alto ufficiale finora è slittato per motivi legati a problemi amministrativi. La nomina di Acanfora, infatti, rientra in un pacchetto di 18 assunzioni di dirigenti varato dalla giunta «arancione». Ad agosto scorso, in pieno clima vacanziero, l'amministrazione comunale aveva nominato ben 29 tra dirigenti e staffisti ma, dal governo era arrivato uno deciso stop a queste nomine, per porre dei limiti di spesa per il personale. Gli «arancioni» a quel punto hanno innestato la retromarcia revocando gli incarichi.

Ma, Giggino aveva già pronto un piano alternativo, che prevede il taglio di 11 dirigenti, riducendo cosi gli iniziali 29 a 18, per un costo di 2 milioni di euro. E tra gli scampati ai tagli vi è il compare di anello dei coniugi De Magistris. Ma il tenente colonnello delle fiamme gialle che guiderà i caschi bianchi non è il solo: c'è anche Luigi Filosa, che sarà nominato dirigente. Filosa è il cognato del campione di legalità e trasparenza, Franco Moxedano, assessore al Personale della giunta arancione, Idv della prima ora e appartenente a una famiglia che gestisce sale bingo.

Filosa era incluso tra i promossi a dirigente del blitz ferragostano: scampato ai tagli, entrerà a far parte dell'infornata novembrina. Ad agosto si erano scatenate delle roventi polemiche per la parentopoli arancione. Moxedano e Giggino furono attaccati anche da esponenti della stessa maggioranza, che li accusarono di «familismo amorale». Tra i neo dirigenti vi sono anche una compaesana di Antonio Di Pietro e Alessandro Nardi, sostenitore di Giggino in campagna elettorale, nominato vice capo di Gabinetto.

Faceva notare un semplice dipendente di Palazzo San Giacomo, che «ormai, da qualche tempo, nelle stanze dei bottoni della “casa di vetro” si parla più frequentemente il dialetto calabrese che quello napoletano». Una battuta, ovviamente ma, a Catanzaro, all'epoca in cui Giggino detto 'a manetta, oppure Giggino 'o flop, era pm, lavoravano anche il capo di Gabinetto, Attilio Auricchio (in qualità di ufficiale dei carabinieri), l'avvocatessa Anna Falcone, nominata nel cda di «Bagnolifutura» e ora, anche il futuro nuovo comandate dei vigili urbani, Acanfora.

Una bella rimpatriata, mentre Napoli muore: strade ancora scassate, file interminabili alle fermate dei bus, strade sporche, sicurezza sempre più a rischio per i cittadini. E una giunta della legalità con tanti indagati: a cominciare dal sindaco, il fratello Claudio, il vice sindaco, Tommaso Sodano, il capo di Gabinetto Auricchio. A Palazzo San Giacomo ironizzano e, in tanti, si dicono preoccupati: «Speriamo che Giggino-Napoleone non diventi un appassionato di cavalli. Altrimenti, prima o poi ci ritroviamo un ronzino alla guida di un assessorato oppure di una municipalizzata».
carminespadafora@gmail.com

Ecco la denuncia che inchioda l'Olivetti

Stefano Zurlo - Dom, 10/11/2013 - 10:05

Sono ventuno le morti sospette a causa dell'amianto negli stabilimenti Olivetti sulle quali a Ivrea è partita l'inchiesta. Undici le persone indagate, tra cui De Benedetti e Corrado Passera. La battaglia di Mario Pagani, ex lavoratore Olivetti, malato di mesotelioma

nostro inviato a Ivrea


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L'appuntamento è per la prossima settimana. «Andrò con il mio avvocato, Ezio Bonanni, dai carabinieri e firmerò la denuncia». È passato quasi mezzo secolo, ma solo ora Mario Pagani, tecnico informatico in pensione, presenta il conto all'Olivetti. Può sembrare strano a tanti anni di distanza, ma Pagani, che da quando è in pensione trascorre ore a inseguire il mesotelioma sui internet, ha una risposta per tutto: «Il registro della malattia della regione Lazio certifica che dalla prima esposizione all'amianto all'insorgere del male passano in media 45 anni. Io sono stato assunto all'Olivetti nel 1962, il mesotelioma si è manifestato a gennaio 2007. Esattamente quarantacinque anni dopo».

Stiamo parlando dell'Olivetti degli anni Sessanta, la stagione precedente l'ingresso di De Benedetti, ma è chiaro che l'indagine dovrà scandagliare tutta la storia dell'industria fino agli anni Novanta e tutti gli stabilimenti. Compreso quello di Milano, nel mirino dei legali della vittima: «Rimasi a Ivrea poco, poi fui trasferito sotto la Madonnina, nella sede di via Nuvolone. E qui l'amianto era dappertutto: nei computer e nei capannoni. Io adesso esigo che la procura ci dica cosa è successo in via Nuvolone». Dunque, dopo Ivrea ecco il capoluogo lombardo. L'inchiesta sull'amianto targato Olivetti accelera e, in prospettiva, raddoppia. Undici indagati, a cominciare da Carlo De Benedetti e Corrado Passera, almeno venti morti accertate e molte domande cui dare risposta: cosa sapevano i vertici aziendali del pericolo amianto?

E che cosa fu fatto, se fu fatto, per fermare quel contagio silenzioso e letale? «Realizzavamo computer, chiamiamoli così, giganteschi, da fantascienza in bianco e nero, come il mitico Gamma 3. Erano a valvole, occupavano spazi colossali, l'amianto era nei trasformatori. E poi un po' ovunque, nei capannoni. Ma all'epoca l'asbesto era una consuetudine: ricordo la pubblicità su una rivista in cui si inneggiava alle case con il tetto in eternit. E ricordo che dopo il '68 cambiai e andai a lavorare alla Mistral, una fabbrica di semiconduttori. Lì addirittura usavamo i guanti e i tappetini in amianto». Un impiego dopo l'altro. Pagani è una trottola e cambia ufficio e azienda. L'Olivetti è solo un flash del passato. Nel 2006 va in pensione e di lì qualche mese i ricordi tornano ad affollare il presente presentando il conto: mesotelioma.

«Nella disgrazia sono stato fortunato perché il male è stato diagnosticato subito, con grande tempestività. Avevo un tumore alla prostata e quello paradossalmente mi ha salvato: fra una radiografia e l'altra sono saltate fuori quelle macchioline sospette, mi hanno visitato e poi operato d'urgenza. Mi hanno tolto un polmone, sono ancora vivo e so di essere un'eccezione perché di solito la fine arriva in fretta. Molto in fretta». Invece Pagani è ancora qui a combattere e ha già vinto una prima, importante battaglia: «Dopo l'operazione sono andato all'Inail a chiedere una rendita, ma mi hanno fatto storie. Allora ho fatto causa: pensi che a Latina in tribunale non hanno avvisato nemmeno il mio avvocato, Bonanni, e hanno respinto la mia richiesta. In Corte d'Appello invece Bonanni è riuscito a ribaltare il verdetto: mi hanno riconosciuto un'inabilità al 50 per cento a partire dal 2008. Ho preso gli arretrati e ora percepisco mensilmente qualcosa come 600-700 euro».

La Corte d'Appello ha addirittura raso al suolo il precedente verdetto, dichiarandolo nullo perché il legale non era stato nemmeno chiamato in udienza. Ma questo, se si vuole, è un dato burocratico giudiziario che attiene alla via crucis di un pensionato malato senza santi in paradiso. Per Pagani l'elemento più importante è un altro: «La sentenza, che si basa sulla perizia di un professore, dice che l'esposizione all'amianto verosimilmente, questo è l'avverbio che usano, iniziò nel 1962, all'Olivetti. So che può sembrare archeologia giudiziaria, ma è la verità. Del resto la Regione Lazio sostiene che l'incubazione media è di 45 anni. E adesso che passo gran parte del mio tempo su internet so anche che il picco della mortalità in Italia arriverà fra qualche anno. L'asbesto presenterà il conto più pesante intorno al 2020, poi comincerà la discesa in corrispondenza con la leggi antiamianto degli anni Novanta».

È strano vivere sospesi fra un passato remoto e un futuro incerto, ma questo è il destino di Pagani. Che almeno, fra un impegno e l'altro, non ha il tempo per lasciarsi andare alla paura e la confina in un angolino: «Domani vado in ospedale per un controllo di routine. Che poi routine non è, perché io convivo con un nemico cattivo, spietato. Martedì invece sarò dai carabinieri: è ora di aprire il dossier Milano».

Comunismo cinese: cambiare tutto perché nulla cambi

Gian Micalessin - Dom, 10/11/2013 - 09:30

Plenum a Pechino: il nuovo leader Xi Jinping alla prova. Crescita in calo, malessere sociale e corruzione impongono scelte coraggiose (che paiono improbabili)

Quattro giorni per cambiare. Quattro giorni per non naufragare. Il programma del Terzo Plenum del Partito Comunista cinese apertosi ieri è tutto qui. Ma per cambiare bisogna rompere con il passato.


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Per farlo Deng Xiaoping e il Terzo Plenum di 35 anni fa non esitarono a buttare alle ortiche la Rivoluzione Culturale di Mao ed imboccare la strada delle riforme. Il presidente Xi Jinping e i 376 membri del Comitato Centrale del Partito Comunista non sembrano, per ora, disposti a fare altrettanto. Nonostante l'indecisione dei suoi nuovi leader la Cina è però ad un bivio altrettanto cruciale. L'economia dopo un ventennio di crescita a due cifre arranca intorno ad un «misero» 7,5 per cento annuo. 
In quel numerino sono rinchiusi gli incubi di Pechino. Quel tasso, inavvicinabile per qualsiasi Paese occidentale, non basta oggi a garantire una distribuzione della ricchezza abbastanza rapida e proporzionale da soddisfare una popolazione da 1300 milioni di abitanti. I «nuovi ricchi» cinesi con redditi da oltre un milione e 200mila euro all'anno superano ormai il milione. Ma la fortunata elite deve fare i conti con la rabbia, l'invidia e il malessere sociale di circa 128 milioni di connazionali, il 13,8 della popolazione, costretti a sopravvivere con meno di 25 euro al mese. E se a questa immensa forbice si aggiunge il fatto che la maggior parte di nuovi ricchi è in qualche modo legata al Partito si capirà a quali livelli di pericolosità stia arrivando il malcontento sociale.
Ma la forbice del reddito non è tutto. Vivere sotto la soglia dei 24 euro al mese significa non poter affittare una casa, non poter metter su una famiglia, non poter abbandonare le campagne dove l'inquinamento uccide. Significa, in altre parole, esser dei morti viventi. Quando gli zombie senza speranze e senza futuro superano i cento milioni il rischio di una rivolta della disperazione diventa però quanto mai presente. I segnali non mancano. Il misterioso attentato del 29 ottobre in piazza Tienanmen attribuito agli indipendentisti musulmani della minoranza uigura, le bombe esplose il 6 novembre intorno alla sede del Partito di Taiyuan, nel nord del Paese, minacciano di nascondere un iceberg molto più vasto.

Ogni anno il presidente Xi e i suoi fanno i conti con 150-200mila rivolte locali generate dal malessere di villaggi dimenticati, categorie sociali discriminate, lavoratori sfruttati. Fino ad oggi tutte queste sollevazioni sono rimaste isolate consentendo alla macchina repressiva del regime di schiacciarle. I più avveduti fra partecipanti al Terzo Plenum si chiedono, però cosa succederebbe se il malessere si saldasse in un'unica incontrollabile insurrezione. Per prevenire quel rischio chiedono di cancellare regole odiose come l'hukou, la legge sulla residenza che impedisce agli abitanti delle campagne si abbandonare la propria residenza pena la perdita di qualsiasi assistenza sociale, primo fra tutti il diritto alla sanità.

Ma il Terzo Plenum dovrebbe anche trasformare in proposte concrete la lotta alla corruzione promessa dal presidente Xi e liberare l'economia e la finanza dal rigido controllo del partito, liberalizzando i tassi d'interesse. Obbiettivi non facili dal momento che lo stesso presidente Xi, legato a doppio filo ai vertici militari del Paese, non sembra disponibile a lasciare industria e finanza nelle mani di imprenditori fuori controllo. E così l'eventualità di un drastico taglio con il passato simile a quello impresso 35 anni fa da Deng Xiaoping appare quanto mai improbabile.

«Il partito – spiegava giorni fa il Quotidiano del Popolo, ovvero l'organo ufficiale del comunismo cinese - deve mantenere il suo ruolo guida affrontando chi all'interno della nostra società invoca un'imitazione del modello Occidentale». Come dire: meglio morti che liberali.