lunedì 11 novembre 2013

Camera, 7,8 milioni per la carta, ma ai parlamentari paghiamo tablet e pc

Libero

Nel 2012 Montecitorio ha speso 7,8 milioni di euro tra stampe e fotocopie. Nel 2013 altri 5 milioni sono stati spesi nei primi 6 mesi. Ma ai parlamentari diamo 2500 euro per il pc


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Carta canta, si diceva un tempo. Già un tempo, perchè oggi nell'era del web fotocopie e testi sono di fatto scomparsi dalle scrivanie di chi lavora. L'ufficio e il tavolo da lavoro si è ridotto di dimensioni perchè deve far spazio solo ad un pc portatile. Ma il progresso non ha ancora varcato le porte di Montecitorio. Come racconta l'Espresso, alla Cmaera si spende e spande ancora per stampare migliaia di pagine su mozioni, disegni di legge, relazioni, discorsi e interventi da leggere in Aula. La carta della Casta ci costa ben 7,8 milioni di euro all'anno.

Tanto ha speso Montecitorio nel 2012 per assicurare durante le sedute d’Aula e di commissione una copia cartacea degli atti in discussione. La Camera ha infatti impegnato la bellezza di 7.813.009,54 euro. Una cifra non solo di tutto rispetto ma perfino maggiore del 2011, quando per questo capitolo di spesa furono stanziati 7.768.441,11 euro. Per effetto della “dematerializzazione” quest’anno la spesa dovrebbe scendere di un buon 20 per cento e attestarsi a 6,2 milioni. Restano comunque troppi.

Gli paghiamo pure pc e tablet -
Intanto nei primi sei mesi di quest’anno la Camera ha già staccato un assegno da 5 milioni e 140 mila euro a favore degli Stabilimenti tipografici Carlo Colombo, che curano la stampa di atti parlamentari. Ma i nostri parlamentari in realtà potrebbero evitarci questo salasso. Come? Da due legislature i deputati possono usufruire di un generoso rimborso di 2.500 euro per l’acquisto di prodotti informatici effettuati nell’arco della legislatura. L’agevolazione, istituita nel 2006, è stata ribadita nel 2008 e confermata la scorsa estate.

Ma la Casta di rinunciare alla carta non vuole saperne. Va detto che per alcune attività parlamentari le copie stampate dei testi sono indispensabili. Ma il sospetto è che i parlametari usino il bonus per acquistare i pc e i tablet solo per uso privato evitandone un uso concreto che possa abattere i costi della carta. Risparmiare tra i 5 e i 7 milioni di euro porterebbe un pizzico di ossigeno nel bilancio di Monetcitorio. Ma dalle parti della Camera lo spreco è di casa. C'è poco da fare.

La parola più usata al mondo su Internet nel 2013? 404. Ovvero il numero di “pagina non trovata”

Corriere della sera

L’analisi sui termini (inglesi) della società Global Language Monitor Sul podio anche “fail!” e hashtag. Al quarto posto il Papa: @pontifex

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La parola inglese più usata in Rete nel 2013? “404”. Sì, proprio il numero che indica un errore nella ricerca di una pagina. E a proposito di errori, anche la seconda parola della classifica, stilata dalla società Global Language Monitor, non si discosta molto dalla prima: è “fail” (fallimento).

IN TESTA - La top 5, compilata passando al settaccio 1.025.109,8 parole in lingua inglese presenti sul Web e utilizzate da 1,83 miliardi di persone in tutto il mondo, prosegue con “hashtag” (la “parole-chiave” su Twitter, preceduta dal simbolo #), @pontifex (l’account su Twitter del Papa) e “the optic”. Mentre tra le prime dieci parole si trovano anche “surveillance” (sorveglianza, legata all’affaire NSA), “drones” (droni, tema del quale si è dibattuto parecchio nel corso dell’anno), “deficit”, “sequestration”, “emancipate”.

IL 2013 DAL 404 AL PAPA - “Il numero 404 è finito sotto i riflettori in quanto simbolo del fallimento”, ha spiegato Paul JJ Payack, presidente di Global Language Monitor. Sempre a proposito di fallimenti, pure le espressioni più utilizzate nel corso dell’anno hanno ben poco di positivo: in cima alla classifica ci sono “toxic politics”, “federal shutdown”, “global warming”. Più varia, invece, la lista dei nomi più usati: si va da “Pope Francis”, cioè Papa Francesco, a “ObamaCare”, la riforma della sanità voluta dal presidente degli Usa. Poi si passa a “NSA”, “Ed Snowden” e – sorpresa – “Kate Middleton”.

NEL 2012 - L’anno scorso la parola più utilizzata era “Apocalypse / Armageddon” (ricordate? Il mondo sarebbe dovuto finire, secondo la profezia dei Maya, il 21 dicembre), l’espressione “Gangnam Syle” (il titolo della canzone del cantante Psy boom di click in Rete); tra i nomi invece primeggiavano, a pari merito, Newtown (la cittadina americana dove Adam Lanza fece una strage nella scuola elementare) e Malala Yousafzai, la bambina pachistana simbolo della lotta per i diritti delle donne contro la segregazione imposta dai talebani.

ANNI PRECEDENTI - Nel 2011, invece, la parola vincente era risultata “Occupy”, l’espressione “Arab Spring”, il nome “Steve Jobs”. Scorrendo la lista delle 14 edizioni del Global Language Monitor di ripetizioni se ne trovano parecchie: “Obama”, per esempio, dal 2008 ad oggi è una presenza fissa, come anche “climate change”, il cambiamento climatico che fa capolino quasi ogni anno dal 2007 in poi. Un’altra grande protagonista è la crisi (che si tratti di “The Great Recession” , “Financial Tsunami” o “deficit”). Poi ci sono le parole che si riferiscono agli eventi principali accaduti nel corso dell’anno: nel 2009, per esempio, Michael Jackson entra sia nella top 3 dei nomi che in quella delle espressioni (con “King of pop”), mentre il 2010 vede la “vuvuzela” come seconda parola più utilizzata al mondo. Tra una lista annuale e l’altra la società ha compilato anche la top 3 delle parole inglesi più utilizzate nel corso dei primi dieci anni del nuovo millennio: la medaglia d’oro va a “global warming”, quella d’argento al “9/11”, mentre il bronzo spetta a “Obama”.

11 novembre 2013

Una pistola vera realizzata con stampa 3D

La Stampa
claudio leonardi

È una replica della calibro 45 M1911. Ma per ora è ancora frutto di una tecnologia industriale


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È una pistola vera e propria, in metallo, una replica della calibro 45 M1911, usata per 70 anni dall’esercito americano, un pezzo di storia Usa dove la passione per le armi è diffusa e popolare. L’arma di cui parliamo, però, è la prima realizzata con una stampa 3D dalla società Solid Concepts . In precedenza era stata prodotta una pistola battezzata con dubbio gusto The liberator, da un gruppo chiamato Defense Distributed . Era in plastica e in grado sì di funzionare, ma meno affidabile e resistente, soprattutto dopo un uso intenso e ripetuto.

Il video che la Solid sta facendo circolare online, invece, mostra la calibro 45 sparare 50 colpi consecutivamente, senza perdere efficacia e precisione, tanto da riuscire a colpire un bersaglio posto a 30 metri di distanza. E tuttavia, per gli analisti non bisogna sovrapporre i due progetti, separati da un abisso di intenti. Il modello The Liberator, apparentemente meno letale, è nato per volontà del giovane Cody Wilson, sostenitore e promotore del diritto dei singoli di possedere armi e, perfino, di stamparsele in proprio.

La dimostrazione della Solid Concepts, invece, avrebbe semplicemente un significato promozionale, sarebbe uno spot a uso interno e non una campagna per la diffusione delle armi da fuoco tra le masse. La pensa così, per esempio, Pete Basiliere, l’esperto del settore stampanti di Gartner: “Se la loro stampante 3D è quello che penso, probabilmente è un dispositivo che costa più di di 500 mila dollari”, ha dichiarato al sito americano di Computerworld .

Si tratta, cioè, di modelli industriali ancora lontani dalle nostre case, in grado di usare il laser per fondere leghe e metalli a temperature superiori a 3.000 gradi Fahrenheit. Le stampanti 3D funzionano fissando un sottile strato di polvere e quindi utilizzando un laser per fondere granuli insieme, per poi costruire un oggetto strato per strato partendo da zero.

In termini tecnici, si parla di sinterizzazione del metallo, un processo in grado di compattare le polveri e tradurle in oggetti solidi. Le stampanti 3D in grado di mettere in pratica queste tecniche funzionano in modo molto diverso da quelle di cui molto si parla e che sono ormai diventate quasi oggetti da scrivania e certamente da piccoli laboratori. Questi modelli, infatti, producono oggetti sciogliendo solamente filamenti di plastica e “soffiandoli” in modo da costruire un oggetto tridimensionale.

La Solid stessa sottolinea la differenza dei propri macchinari industriali e delle competenze che li governano: “ La stampante industriale che abbiamo usato costa più delle mie tasse universitarie (e sono andato in una università privata)” ha dichiarato Kent Firestone, uno dei manager dell’azienda, sostenendo che “Gli ingegneri che gestiscono le nostre macchine (...) sono esperti che sanno cosa stanno facendo e capiscono la stampa 3D meglio di chiunque altro in questo business”. 

Il prototipo della pistola è composto da più di 30 componenti stampati in 3D, molti dei quali in acciaio inossidabile. Secondo la società, la stampa 3D del metallo soffre meno dei problemi di porosità che si sono visti con il metodo tradizionale di colata delle parti metalliche.

“Stiamo dimostrando ciò è possibile fare, la tecnologia è arrivata a un punto per cui siamo in grado di realizzare una pistola con stampa 3D”, ha detto Firestone, aggiungendo d’essere “l’unico fornitore di servizi di stampa 3D con un porto d’armi federale (FFL). Ora, se un cliente qualificato ha bisogno di una singola parte di pistola in cinque giorni, siamo in grado di offrirgliela”.

La rivoluzione, insomma, in questo caso riguarda ancora la produzione industriale e probabilmente inquieta meno della prospettiva di una popolazione che può stampare in casa propria un’arma micidiale. Ma forse, a ben pensarci, un po’ di inquietudine la mette anche un’industria che annuncia e promuove con video su YouTube di potere assemblare armi professionali nel giro di qualche giorno.

Sulla Terra è scoppiata la “diminuzione”

La Stampa

lucio biancatelli

Intervista a Giuliano Cannata, uno dei padri dell’ambientalismo scientifico in Italia: il problema, ora, è governare la decrescita


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“In Italia ormai è una tragedia, nasce un terzo in meno dei bambini che dovrebbero nascere, ma anche nei paesi del Terzo mondo questo dato sta diminuendo rapidamente, come media mondiale è sceso sotto al 19,1 per mille (1,91 %.)”.Giuliano Cannata è uno dei padri dell’ambientalismo scientifico in Italia. Tra i fondatori di Legambiente, è stato per decenni pianificatore (anche in Africa) mentre in Italia è stato, tra le altre cose, Segretario di Bacino del Sarno, docente di Pianificazione dei bacini fluviali e assessore all’Ambiente a Napoli.

Di recente (giulianocannata.com) ha dato alle stampe il suo secondo saggio dedicato al tema della demografia, “Dizionario dell’estinzione” (Nda Press). La tesi che anima l’appassionata ricerca di Cannata (Il libro contiene anche interventi del demografo Livi Bacci e del Presidente di Legambiente, Cogliati Dezza) è molto semplice: siamo ormai entrati nell’era della diminuzione, siamo di fronte a un trend di calo accelerato delle nascite, e dovremmo seriamente interrogarci su come governare la decrescita. Insomma, la “bomba demografica” si starebbe in pratica disinnescando da sola. “Pensavo fosse già di dominio pubblico questa tesi della diminuzione - ci dice candidamente Cannata - invece mi sono accorto che non è così”. 

Quali sono i dati più significativi che la portano a parlare di flop demografico?
“Il dato più significativo è quello delle nascite. Se la vita media di una persona è 70 anni, vuol dire che il 14,5 per mille ogni anno muore. Ormai il filo del rasoio che separa le nascite dalle morti è 19 ,1 contro 14,5. Il dato di 19 nascite è il più basso mai toccato: nel 1990, quando il crollo è cominciato, si era a 24 per mille . In Italia abbiamo perso tre milioni di abitanti in 10 anni, rimpiazzati dall’immigrazione. Continuando di questo passo, è probabile che già nel 2024 si arrivi a crescita 0. L’altro dato chiave, ormai schiacciante, è il numero di figli . Il numero minimo perché ci sia compensazione tra nascite e morti è 2,2 figli per donna. Nel mondo siamo scesi a 2,6. I paesi sviluppati stanno a 1,6-1,7. Raggiungere questo pareggio a 2,2, con il diminuire delle nascite e l’aumentare delle morti finora frenato all’invecchiamento della popolazione, è un dato di fatto”.

Nel suo libro lei sostiene non solo che l’umanità va verso la diminuzione, ma anche che ognuno di noi consuma meno di quanto consumava prima o di quanto consumavano i suoi genitori...
“La stessa Fao, nonostante la sua politica sviluppistica, lo ammette. Venendo a noi, il gruppo ISSI di Edo Ronchi (Istituto Sviluppo Sostenibile Italia) per esempio sulla domanda di energia elettrica in Italia dà dei numeri schiaccianti. A questo punto l’abbassamento è un dato di fatto, inarrestabile e incontrovertibile”. 

Lei è affascinato dalle suggestioni filosofiche e antropologiche, e non fa mistero di aver spesso utilizzato le “chiavi” dell’antropologia nella pianificazione. Dunque quale quali risposte si è dato?
“C ’è il fenomeno che ancora non si capisce e non si accetta, del femminismo. Una volta la donna non sapeva come non farli, i figli, oggi ogni scelta è ragionata e ponderata, ma partecipa dei condizionamenti economico- sociali ma anche psicologici, antropologici, istintuali. Nel dare la vita a un figlio c’è la sua possibile esposizione all’infelicità, e comunque alla morte. Nell’esitazione, o nel rifiuto c’è la proiezione inconscia della propria vita, della sua accettazione. Un mondo femminile è strutturalmente più giusto, meno violento.” 

Nel suo libro, la prefazione di Andrea Camilleri (che ci racconta di una Sicilia in cui nel XVII° secolo improvvisamente si smise di fare figli) propone che forse tra le cause di questo “improvviso rifiuto del procreare” ci sia la perdita del senso della vita”.
“Tutte osservazioni che devono farci riflettere. Non c’è bisogno di produrre di più, stop al consumo di risorse, stop al consumo di suolo. Costruire nuove case con popolazione in calo è una truffa”.

A proposito: lei mette sotto accusa l’Unione Europea, che sostiene l’agricoltura per produrre eccedenze.
“In Italia ci sono 4 - 5 milioni di ettari irrigui, con un consumo di 30 miliardi di metri cubi d’acqua, il 60% di tutta l’acqua. Con 5 milioni di ettari irrigui oggi mangiano mediamente 200 milioni di persone, noi siamo 60. La lobby dei produttori, soprattutto di fertilizzanti, di pesticidi ha una forza smisurata”. 

Solo questo?
“No di certo, c’è anche l’aspetto antropologico-culturale. La cultura, da che esiste il mondo, è stata una cultura di scarsità, è difficile adesso abituarsi ad una cultura in cui siamo in sovrabbondanza e spreco (un terzo del cibo finisce nella spazzatura), in cui salvare l’ambiente può voler dire rinaturalizzazione, abbandono”.

Cosa dice la FAO?
“Si tende a far pesare l’oggi, quando invece nelle statistiche di base c’è tutto, paese per paese, le nascite sono scese sotto il 19 per mille, trent’anni fa erano il 30 ... Sono solo 4 o 5 i grandi paesi ancora sottoposti a pressione demografica: Nigeria, Etiopia, Tanzania, Bangladesh… Tutti insieme fanno 400 milioni di abitanti, ma solo in Europa siamo il doppio, tutti quelli con le nascite sotto alle morti”. 

Come si governa questa fase di decrescita?
“Con la pianificazione. Per la prima volta ci troviamo in stato stazionario, possiamo modellizzare l’economia secondo giustizia e secondo i bisogni reali. Abbiamo per la prima volta gli strumenti antropologici per recepire e soddisfare i bisogni umani, non solo ma anche quelli della biosfera. Uno strumento piccolo ma efficace è la carbon tax. Incentivare le produzioni utili e disincentivare quelle dannose e nei paesi sviluppati sta già avvenendo, ma nei paesi secondi e terzi il peso della speculazione è talmente forte che fa sì che vengano finanziate produzioni insostenibili dal punto di vista economico, ecologico, ambientale.

In Italia, mi sarei aspettato tutt’altra risposta da un governo di tecnici come quello Monti”. Dunque la Terra sta tornando in equilibrio? Lei non è certo un fautore dell’ipotesi Gaia di Lovelock : “agli individui, la specie non importa nulla” si legge nel suo libro. Eppure, mentre il mondo si trova ad affrontare la crisi ecologica, questa sembrerebbe quasi una risposta del Pianeta: “Voi mi distruggete? E io non vi faccio nascere”. “Suggestiva, ma sappiamo che non è cosi: secondo Monod, secondo Darwin, è il caso che governa l’evoluzione”.

Petizione contro la svendita del palazzo di Via Solferino 28

Corriere della sera

Per firmare basta collegarsi al link allegato della piattaforma Change.org

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Cari lettori, il comitato di redazione, in nome dei giornalisti del Corriere della Sera, lancia un appello pubblico contro la svendita del palazzo storico di Via Solferino 28. Il 5 novembre il Consiglio di amministrazione di Rcs Mediagroup ha deciso di cedere l’edificio progettato da Luca Beltrami nel 1904 al fondo americano Blackstone per una cifra pari a 120 milioni. Un prezzo da saldo.

NON SI SVENDE L’IDENTITA’ - Chiediamo ai lettori di aiutarci a bloccare un’operazione che cancella un pezzo del patrimonio storico-culturale di Milano e del Paese. Via Solferino è la casa del Corriere, una casa aperta a tutti. Per firmare basta collegarsi al link della piattaforma Change.org che ringraziamo per la collaborazione.

L’appello contro la svendita



Svendita del Corriere della Sera , il Cdr: «Bene la Consob, ma è solo un primo passo

Corriere della sera

Cari lettori,


il Comitato di redazione del Corriere della Sera prende atto che la Consob ha finalmente deciso di fare luce sulla svendita del palazzo di via Solferino al fondo americano Blackstone. Due giorni fa la Commissione ha convocato l’amministratore delegato Pietro Scott Jovane e ieri ha comunicato al Cdr di aver preso visione delle otto domande poste dai giornalisti del Corriere della Sera . Ma questi primi passi non sono sufficienti. Gli interrogativi restano aperti anche in considerazione dei molteplici conflitti di interesse che toccano azionisti e creditori di Rcs Mediagroup.

L’amministratore delegato Jovane ha rimandato i chiarimenti al 13 novembre, quando la società approverà l’ultima trimestrale di bilancio. Troppo tardi, considerata l’accelerazione impressa alla compravendita, e visto che Rcs fino allo scorso 2 settembre aveva dichiarato al mercato e alla stessa Consob che avrebbe ceduto solo la parte dell’edificio di via San Marco, salvo poi cambiare improvvisamente i programmi senza informare lo stesso organismo di controllo (fatto denunciato pubblicamente dal Cdr).

In parallelo il Comitato di redazione sta andando avanti nella valutazione degli eventuali risvolti penali dell’operazione. Ieri mattina il Cdr ha avuto una serie di colloqui negli uffici della Procura della repubblica di Milano. Nei prossimi giorni valuterà se presentare un esposto sull’operazione di compravendita, collegandola agli altri due capitoli sui quali la stessa Procura ha già aperto due inchieste. Da una parte i magistrati indagano sull’affare Recoletos (il gruppo editoriale spagnolo acquisito da Rcs) all’origine dell’abnorme indebitamento di Rcs Mediagroup.

Dall’altra su Rcs Sport, società attiva nel settore delle sponsorizzazioni sportive interamente controllata da Rcs Mediagroup. Indagine, per altro, avviata dopo un esposto presentato dagli attuali vertici di Rcs. Su questo versante sembra vicina una svolta clamorosa: la Guardia di Finanza ha già acquisito la documentazione bancaria e ha ricostruito ammanchi per oltre 20 milioni di euro. E ora sta verificando l’esistenza di eventuali responsabilità all’interno dell’azienda.

Da febbraio a oggi Rcs Mediagroup ha messo in cassa integrazione decine di dipendenti e chiesto tagli e sacrifici al resto del personale. Quanti posti di lavoro vale un furto da 20 milioni? Il Cdr chiede all’azienda di collaborare fino in fondo con la magistratura e di adottare drastiche misure per correggere il sistema di controlli interni.

Purtroppo tutte queste zone d’ombra stanno disorientando anche gli investitori. Il titolo Rcs ha perso circa l’8% in due giorni.

Il Comitato di redazione vuole ancora credere che esistano margini per rivedere le scelte compiute sulla vendita di via Solferino. Resta, dunque, come ha fatto negli ultimi mesi, disponibile a studiare insieme con l’azienda e la direzione ipotesi alternative per la valorizzazione dell’immobile.

08 novembre 2013
11 novembre 2013

L’automobile del futuro? Andrà a torio

Corriere della sera

Una società del Connecticut, sta lavorando ad un innovativo sistema di azionamento per le auto: «Nessun pieno fino al 2113»

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Immagina: non dover fare il pieno fino al 2113. Una società del Connecticut, la Laser Power Systems, sta lavorando ad un innovativo sistema di azionamento per le auto: il torio. Cos’è? È un elemento chimico (il simbolo è Th) e un metallo radioattivo naturale che viene utilizzato per la fabbricazione di vetri speciali e di filamenti per lampade a incandescenza. È tra gli elementi più densi che si trovano in natura. Molto presto, l’auspicio dell’azienda americana, l’energia per far muovere le macchine potrebbe arrivare proprio da questo elemento. La vettura non produce emissioni nocive. Di più: otto grammi di torio sarebbero sufficienti per «un pieno» che dura 100 anni.

MINI-TURBINA - Non è la prima volta che il torio viene (seriamente) preso in considerazione come combustibile. È visto pure come ottimo candidato per sostituire l’uranio nei reattori nucleari in quanto relativamente sicuro. Tuttavia, la Laser Power Systems è la prima azienda a lavorare su un motore a torio prodotto in serie. E, particolare non trascurabile, la vettura si presenta come la Batmobile dell’uomo pipistrello. Come riferisce il portale Industry Tap, la Lps sta sperimentando con dei piccoli blocchi di torio. Il calore emesso dal materiale viene utilizzato per un laser che riscalda l’acqua e col vapore alimenta una mini-turbina. La turbina, a sua volta, genera corrente elettrica che fa muovere il veicolo.



VANTAGGI - Il torio - un materiale radioattivo - fu scoperto nel 1828 dal chimico svedese Jons Jakob Berzelius. Prende il nome dal dio nordico Thor. Grazie alla sua elevata densità è in grado di produrre enormi quantità di calore. Altri punti di forza: rispetto all’uranio è meno radioattivo, più facile da estrarre dal terreno e produce molti meno danni ambientali. E poi, un propulsore alimentato a torio non può portare ad una reazione nucleare a catena, come è il caso dei reattori ad uranio. I modelli attuali pesano circa 250 chilogrammi e possono essere integrati nelle automobili, spiega Charles Stevens, Ceo di Lps. Che sottolinea: «Un grammo di torio dispone della stessa energia di 28.000 litri di benzina». Facendo due conti, otto grammi del materiale sarebbero sufficienti per alimentare un veicolo per 100 anni.

IN SERIE - La ricerca degli americani nel campo dei reattori alimentati a torio per la produzione di energia risale agli anni ‘60. Tuttavia, la ricerca ha ampiamente privilegiato i reattori ad uranio per via della loro abbondante produzione di plutonio. Cina e India stanno cercando di rilanciare questa tecnologia e lo stesso sta facendo la Norvegia. Ciò nonostante, il torio non sarebbe la soluzione per evitare la proliferazione militare nucleare come da molti sperato. Il progetto di un’auto a torio risale al 2009 quando Loren Kulesus sviluppò la World Thorium Fuel Concept Car presentata da Cadillac al Salone di Chicago. Lps si trova ora in una fase avanzata dello sviluppo e la tecnologia sarebbe pronta per la produzione in serie.

11 novembre 2013

L’incubo del masso che income su Pietracamela Per la rimozione evacuata metà del paese

Corriere della sera

La roccia in bilico di oltre mille metri cubi sul Gran Sasso a 200 metri dalla piazza principale della cittadina abruzzese



PIETRACAMELA (Teramo) - Ancora un paio di giorni e Pietracamela, caratteristico borgo alle pendici del Gran Sasso, sarà libera dall’incubo del masso. Un blocco roccioso di oltre mille metri cubi (equivalente a un palazzo di sei piani) incastonato nella parete di Capo Le Vene, a duecento metri di distanza in linea d’aria dalla piazzetta centrale del paese. Lo spettacolare intervento di rimozione è previsto mercoledì pomeriggio. Per l’occasione il borgo, che conta 298 residenti (ma solo sulla carta, in realtà sono molti di meno in questo periodo), dovrà essere parzialmente evacuato. Le famiglie che abitano a meno di 200 metri dal punto dell’esplosione dovranno lasciare le loro case. Divieto di uscire, invece, per chi si trova nella fascia compresa tra 200 e 400 metri. Nelle prossime ore si saprà qualcosa di più circa l’effettiva estensione dell’area di sgombero.

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SUL VERSANTE DISABITATO - C’è da dire tuttavia che, una volta polverizzate, le pietre dovrebbero cadere sul versante disabitato. L’intervento, delicatissimo, costa 513 mila euro ed è finanziato dalla Regione Abruzzo con i fondi della Protezione Civile stanziati dopo il terremoto del 2009 per i comuni che rientrano nel cosiddetto «cratere». L’esplosivo, composto da una serie di mine che saranno posizionate nella roccia, arriverà da Narni. Il “botto” durerà appena un secondo ma produrrà significativi risultati anche dal punto di vista scientifico. Gli esperti di geofisica dell’Università di Napoli, infatti, ne approfitteranno per registrare l’effetto sismico che l’esplosione avrà sulla montagna.

Dopo il sisma del 2009, che in parte ha danneggiato gravemente questo luogo affascinante ai piedi del Gran Sasso (si trova a pochi chilometri dalle piste da sci dei Prati di Tivo ed è considerato uno dei borghi più belli d’Italia), gli abitanti di Pietracamela hanno dovuto affrontare due anni fa, il 18 marzo 2011, un secondo incubo: il crollo di un intero costone di roccia del volume di diecimila metri cubi dalla parete di Capo Le Vene, fortunatamente senza danni se non per quelli provocati ad alcune importanti pitture rupestri realizzate negli anni Sessanta dal collettivo di artisti “Il Pastore Bianco” fondato da Guido Montauti.

IL CROLLO - Sul crollo, due anni fa, la magistratura aprì un’inchiesta. Da allora non deve essere stato facile per i “pretaroli”, i pochi residenti effettivi nel comune, vivere con l’incubo del masso ed essere ostaggio del rischio idrogeologico. Rischio che, come spiegano i tecnici, attanaglia il paese da sempre, ma che ha avuto punte di criticità (e paura) solo negli ultimi anni. Per la messa in sicurezza di tutta la zona servirebbero circa 5 milioni di euro. «Domani – annuncia il sindaco, Antonio Di Giustino – abbiamo un’ulteriore riunione con il questore e le forze della sicurezza per fare il punto della situazione. L’intervento è complesso e va ovviamente eseguito nelle condizioni di massima sicurezza. Quella che affrontiamo è un’emergenza, ma in futuro sarà necessario intervenire con misure di contenimento ulteriori, oltre a quelle già esistenti, anche per l’altro masso che sovrasta il paese e che è il simbolo di Pietracamela».

10 novembre 2013

Papa Francesco, ora pro autobus

Marcello Veneziani - Dom, 10/11/2013 - 15:00


Papa Francesco ha gran successo perché scopre l'acqua calda e, in certi casi, l'acqua sporca. Dice verità assolute nella loro banalità, parla a nome di Dio come se l'avesse sentito un momento prima, si rivolge ai fedeli come il vicino che ti chiede il prezzemolo e in cambio ti dà la vita eterna. Pensavo a lui mentre ero sul mitico 64, l'autobus che porta dalla Stazione Termini al Vaticano passando per il centro. È il mezzo più affollato della Capitale, 18 bus su e giù per un'utenza straripante.

Ma da giorni arriva di rado, strapieno, assalto alla diligenza, la gente schiacciata si sente male, tanti, come me, fanno esercizi eroici per timbrare il biglietto. Poi apprendo due cose. La prima: per via di bestiali tagli hanno ridotto i 64 da 18 a 11 bus, incuranti dell'utenza altissima. La seconda, nella ladroneria denunciata dal Papa, c'è pure uno schifoso mangia-mangia sui bus romani, con vendita di biglietti falsi per finanziare i partiti; iniziò con le giunte di sinistra, ma fu ecumenico, cioè soldi pure alla destra.

Allora rivedo la sequenza: la gente schiacciata ma pagante il biglietto, i ladri fregano i soldi dei biglietti, l'azienda taglia le linee più affollate, pure i borseggiatori rubano sul 64, il Papa al capolinea denuncia la dea tangente. Qual è la soluzione? Indulgenza plenaria a chi sale sulla via crucis del 64, cacciare i tagliatori e incarcerare i ladri? Ma no, condannateli a girare in eterno sul 64, ben più sovraffollato delle carceri. O facciamo la rivolta: ieri i sessantottini, oggi i sessantaquattrini.

La vedova Kappler come Priebke "Sepolta in segreto"

Luciano Gulli - Lun, 11/11/2013 - 08:21

Se ne è andata in silenzio e ha voluto una tomba lontana dalle profanazioni. Perché soltanto l'odio non muore mai

 

Certo lei era meno in vista. Chi si ricordava più, a chi importava della vecchia Annielise, la donna che si era portata via il marito in valigia, quel Ferragosto del '77, facendolo evadere dal Celio? Sicchè non le è stato difficile andarsene come aveva voluto: in punta di piedi, nel silenzio, senza neppure un manifesto attaccato a una cantonata; giusto una pattuglia di sette amici dietro il feretro su cui giaceva un unico, spaesato mazzo di rose bianche.


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Lui, il colonnello Erich Priebke invece non ce l'ha fatta, perché ci sono ferite che non rimarginano mai. Dicono che lui e lei si fossero sentiti un'ultima volta questa estate. Una premonizione, chissà. Succede, in certi destini incrociati. Come se presentissero entrambi che non sarebbe durata ancora tanto, la tragedia che anche per loro, nonostante l'immenso carico di dolore da cui vivevano schiacciati, aveva preso il nome di vita. Il destino, certe volte. Ora che Erich Priebke riposa in pace, in una località che doveva restare segreta, e segreta non è, come diremo, ecco affacciarsi il fantasma di Annielise Kappler, vedova del colonnello Herbert Kappler, l'uomo che ordinò la rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Annielise, una di quelle energumene bionde che piacevano tanto al Fuhrer se ne è andata a 88 anni, nella sua linda stanzetta al terzo piano dell'ospizio «San Bardo» di Friedberg, nella regione dell'Assia.

Era lì da sette anni, ma per tutti era la signora Wenger, il suo cognome da nubile. Un infarto. Sui giornali tedeschi, che quando nell'aria risuona l'aggettivo «nazista» montano in automatico la sordina, nemmeno una parola. Segreto il luogo della sepoltura, che però all'ospizio dicono essere «lassù», nel nord, dove Annielise aveva lavorato come fisioterapista.

Lei e Kappler, entrambi divorziati, si erano sposati nel carcere militare di Gaeta il 25 marzo '72, testimone il maggiore Walter Reder, anche lui detenuto come criminale di guerra. Di quel matrimonio c'era solo una foto. Annielise la teneva nel suo armadietto, insieme con i ricordi di una vita e le lettere che si era scambiata con politici italiani e alti prelati della Curia romana, nel tempo che precedette la rocambolesca fuga di Kappler dall'ospedale militare del Celio verso Soltau, Bassa Sassonia.

Quell'armadietto ora è vuoto. Inutile chiedere dove sono, chi ha preso quelle carte. Nessuno vuole rinfocolare vecchie polemiche, a Berlino. A un cronista del Tempo di Roma, che ha pubblicato la notizia, il figlio di Annielise Kappler, Eckehard Walther, ha confermato la notizia della morte: «Ho seppellito mia madre in un luogo segreto, evitando che qualcuno possa profanare la sua tomba, com'è accaduto a quella del mio patrigno, nel cimitero di Soltau. Per anni, quella tomba è stata oggetto di profanazioni continue.

É un odio che non si estingue...». Come quello per Priebke, la cui tomba «segreta» sarebbe in Sardegna, nel piccolo cimitero della colonia penale di Isili. Lo dice un ex carcerato, Evelino Loi, 68 anni, figlio di detenuto sepolto proprio lì, a Isili. E naturalmente a Evelino, che si è fatto 30 anni di carcere, la presenza delle spoglie di Priebke accanto a quelle di suo padre, che morì in carcere per aver rubato un pezzo d'asino, non garba. Dal carcere smentiscono, l'avvocato di Priebke non conferma, e noi siamo qui a occuparci di faccende che dovrebbero essere morte e sepolte. Ma non ci riescono.

Talos, l’armatura per i supersoldati del futuro

Corriere della sera

Avviata in Usa la produzione tra esoscheletri e visori agli infrarossi alla «Google Glass»

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Darpa, la divisione ricerche avanzate della Difesa americana, ci sta lavorando dal 2011 nell’ambito del progetto Warrior Web: l’obiettivo era di realizzare entro il 2014 un esoscheletro per ridurre l’affaticamento e allo stesso tempo proteggere le caviglie, il bacino e le ginocchia dei soldati durante gli spostamenti in zona di guerra, spesso con carichi vicini ai 50 chili. Insomma una vera e propria armatura alla Iron Man, con l’intenzione di integrarvi progressivamente nuove tecnologie mano a mano che diventano accessibili (in termini di costi e peso) e di renderla utilizzabile dal 90% della popolazione, sia uomini che donne.

TALOS - Ora il progetto sta per diventare realtà, attraverso gli ultimi sviluppi apportati da un’iniziativa congiunta tra la divisione Research, Development & Engineering Command (Rdecom) dell’esercito Usa e il Massachussetts Institute of Technology (Mit). Si chiamerà Talos, acronimo per Tactical Assault Light Operator Suit (sistema di assalto tattico per operatori leggeri) e la sua prima promessa è quella di fornire agli operatori Socom (Special Operations COMmand, le forze speciali americane) una forza sovrumana e allo stesso tempo una maggiore protezione dai proiettili e dal fuoco.

ALLA IRON MAN - Per farlo l’armatura introdurrà una serie di tecnologie che potrebbero sembrare tratte direttamente dagli scenari bellici della fantascienza – o da Iron Man. Il visore sarà simile ai Google Glass, cioè potrà offrire informazioni in realtà aumentata di fronte al campo visivo del soldato, solo che sarà in grado di farlo anche al buio attraverso la visione a infrarossi. Sensori nell’armatura permetteranno di rilevare la temperatura corporea, il battito cardiaco e i livelli d’idratazione, oltre a eventuali ferite che potranno addirittura essere medicate automaticamente attraverso una schiuma cicatrizzante. Per bloccare pallottole o schegge metalliche e proteggere i soldati dal fuoco, l’esoscheletro Talos sarà ricoperto da uno strato di materiali liquidi definiti «magnetoreologici», in grado cioè di solidificarsi nel giro di pochi millisecondi quando vengono attraversati da una corrente elettrica o da un campo magnetico.
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TRA ALIEN E TERMINATOR - Oltre ad Iron Man, nel progetto Talos c’è anche un po’ di Terminator e un po’ di Alien, se ricordate l’esoscheletro utilizzato da Sigourney Weaver per affrontare la regina dei mostri alla fine di Aliens. Eppure l’armatura è ancora lontana dalla perfezione: il nome Talos, il gigante di bronzo degli Argonauti, non è stato scelto a caso e il peso dell’esoscheletro potrebbe risultare difficile da gestire, anche perché, a oggi, non disponiamo della fonte d’energia illimitata di Tony Stark (l’eccentrico miliardario che nei fumetti e nei film indossa l’armatura di Iron Man) e i soldati saranno quindi obbligati a trasportare numerose batterie ingombranti.

SVILUPPO - Ma lo sviluppo dell’armatura ormai è ben avviato e questi problemi potrebbero essere risolti dai futuri sviluppi tecnologici. «La descriviamo, a volte, come l’armatura di Iron Man anche per attirare l’attenzione, per scatenare l’immaginazione e far crescere l’entusiasmo dell’industria e del mondo accademico», ha ammesso Michel Fieldson, capo del progetto Talos per il Socom. «Il nostro obiettivo principale è far conoscere il progetto per far collaborare al meglio tutti gli operatori e le aziende coinvolte. L’armatura infatti integrerà molte diverse tecnologie che oggi sono ancora in fase di sviluppo e quindi per perfezionarla sarà necessario uno sforzo congiunto da parte di tutti». L’idea del Socom, con il pieno sostegno del suo comandante in capo, l’ammiraglio William McRaven, è di integrare le prime funzionalità entro i prossimi dodici mesi e di avere un’esoscheletro pienamente funzionante entro 4-5 anni.

11 novembre 2013

Whatsapp, così ti parlo

La Stampa

marco belpoliti


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Forse ci avete fatto caso anche voi: sempre più i ragazzi – e non solo loro – si spediscono «note audio» attraverso la chat di Facebook, e soprattutto via Whatsapp. Sono seduto in una sala d’aspetto di una stazione (una delle poche ancora con panchine) e una ragazza sta ascoltando il messaggio di un’amica. Il suono è abbastanza alto perché senta cosa le dice. Si trova all’estero e le racconta cosa succede nella nuova scuola e nel giro degli amici. Ogni tanto l’audio del messaggio viene coperto dalle risate della ragazza che mi è a fianco, e a questo punto non capisco bene cosa le dice l’amica. 

Aveva ragione Padre Ong quando negli Anni Ottanta pubblicava il suo «Oralità e scrittura» (il Mulino); in quel decennio si stava assistendo al ritorno dell’oralità grazie alle nuove tecnologie. Solo nell’età elettronica ci si è resi conto delle differenze che esistono tra oralità e scrittura; la radio, il telefono e la televisione stavano decretando il ritorno del parlato rispetto allo scritto. Il gesuita, amico e collega di McLuhan, aggiungeva che l’esistenza di questi nuovi media non era disgiunta da quella della scrittura e della stampa. Poi era arrivato il cellulare – il telefonino – e tra le giovani generazioni l’oralità aveva scalzato la scrittura: fine delle lettere. L’avvento dell’email ha riportato, per quasi un decennio, al centro della comunicazione la scrittura. Prima erano email lunghissime, poi sempre più brevi, sino a decretare il trionfo dell’aforisma. Adesso la scrittura è concentrata in Twitter e nelle comunicazioni aziendali.

Tutti, in quel periodo, scrivevano, sempre. Soprattutto in Facebook, che tuttavia era nata, e continua a sussistere (sebbene ora in calo) soprattutto quale album d’immagini: comunicazione scritto-visivo. La parola scritta come commento, didascalia, informazione. Ora l’arrivo dei messaggi audio, tramite Whatsapp, potrebbe cambiare ancora il rapporto tra oralità e scrittura, e dare ragione allo studioso americano che ispirò Galassia Gutenberg. La voce ascoltata sullo smartphone – dove si è trasferita sia la scrittura sia l’oralità – ha qualcosa di più caldo e di più empatico che non la scrittura, nonostante l’uso delle «faccine» (disponibili in Whatsapp). Ma come ci insegna Walter J. Ong, si tratta pur sempre di un movimento pendolare tra scritto e parlato. Nell’ambito della cultura e della comunicazione nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto viene e va, a seconda delle necessità e delle esigenze.

In arrivo una “web tax” per combattere la concorrenza sleale

La Stampa


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Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera e promotore dell'emendamento alla Ddl Stabilità 2014, ha delineato ieri i tratti della nuova "web tax". La nuova "web tax" servirà a combattere il dumping fiscale, ossia la concorrenza sleale che le piattaforme dell' e-commerce stabilite all'estero fanno verso gli imprenditori italiani che agiscono nello stesso settore. Secondo Francesco Boccia sono però ancora da tratteggiare i contorni di questa proposta: non interesserà soltanto chi vende pubblicità in Italia attraverso piattaforme estere, ma anche l'intero cosmo e-commerce.

Anche se questi due colossi verrebbero colpiti in modo significativa dalla nuova imposta che impone di avere una partita IVA a chi vende prodotti in Italia via web (siano essi pubblicità o oggetti), la tassa riguarderebbe altri ambiti, quali il poker on line e altri giochi sul web, le cui piattaforme sono per la maggior parte all'estero. La concorrenza sleale si estrinseca nel fatto che i soldi vengono fatturati in Italia, ma poi vengono pagate le tasse in Irlanda o in Lussemburgo, due dei Paesi con aliquote molto più contenute rispetto delle nostre. In attesa che si giunga ad una integrazione della disciplina a livello fiscale, l’Esecutivo vuole agire nell'interesse delle nostre imprese. Intano è già cominciato il valzer delle cifre: secondo uno spartito il possibile gettito sarebbe da quantificarsi in soli 50-60 milioni €, mentre da cori interni alla Commissione ma si tratterebbe di svariate centinaia di milioni di euro. Entrate che in ogni caso potrebbero concorrere ad alleggerire il cuneo fiscale.

Fonte: http://fiscopiu.it/news/arrivo-una-web-tax-combattere-la-concorrenza-sleale

Via Gluck, Pisapia in campo "Dispiaciuto per Celentano Ma il vincolo è molto utile"

Il Giorno

di Massimiliano Mingoia


Dispiaciuto per il giudizio di Adriano Celentano, compiaciuto per quello di Claudia Mori. Il sindaco Giuliano Pisapia interviene sul caso via Gluck dopo la bocciatura da parte del Molleggiato della richiesta di vincolo paesaggistico chiesta dal Comune

Milano, 10 novembre 2013


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Dispiaciuto per il giudizio di Adriano Celentano, compiaciuto per quello di Claudia Mori. Il sindaco Giuliano Pisapia scende in campo sul caso via Gluck dopo la bocciatura da parte del Molleggiato della richiesta di vincolo paesaggistico chiesta dal Comune alla direzione regionale dei Beni culturali per la strada resa famosa dalla canzone di Celentano. Il primo cittadino replica così al «ragazzo della via Gluck»: «Mi dispiace per il giudizio di Celentano, che forse non era a conoscenza che la proposta del Comune su via Gluck fa parte di un progetto complessivo per rendere più attraente la città partendo da luoghi importanti per la storia di Milano come via Gluck.

Questo progetto, oltretutto, prevede la valorizzazione del verde della zona». Nuovo capitolo nei rapporti tra Pisapia e Celentano. Nel febbraio del 2012 il Molleggiato decise che avrebbe donato a Palazzo Marino parte del suo cachet per la comparsata a Sanremo. Due mesi dopo, nell’aprile 2012, invece, il cantante scrisse al sindaco per protestare a causa del taglio dei platani nel cantiere della Stazione Centrale. Venerdì l’ultimo capitolo: la polemica sul vincolo paesaggistico su via Gluck approvato in Giunta con una delibera firmata dal vicesindaco con delega all’Urbanistica Ada Lucia De Cesaris. Dure le parole di Celentano: «Pur comprendendo la motivazione affettiva nei miei confronti, non sono affatto d’accordo che sia un bene da tutelare come area di notevole interesse pubblico. Oggi la via Gluck è una delle strade più brutte d’Italia».

Eppure nella famiglia del Molleggiato non tutti la pensano così. In un intervento sul Giorno, infatti, la moglie Claudia Mori ha espresso un giudizio sostanzialmente favorevole al vincolo per la strada raccontata nel 1966 dalla canzone del marito: «La via Gluck, quale testimone silenziosa e innocente di quell’umanità, non può scomparire, ma deve rimanere come monito per chi ha depauperato tutto ciò e non ha ancora finito». Parole che non sono sfuggite a Pisapia: «Mi ha fatto molto piacere il giudizio di Claudia Mori e di tanti cittadini che vivono nella zona e che vedono positivamente questa scelta di valorizzare l’area». Il primo cittadino sceglie la linea soft per replicare a Celentano. Ma in Comune c’è anche chi non le manda a dire al Molleggiato.

L’assessore ai Lavori pubblici Carmela Rozza sferza il cantante: «Celentano rimpiange la via Gluck di un tempo? Allora tiri fuori qualche soldo e concordi con il Comune un progetto per la riqualificazione della strada. Celentano dia qualcosa alla sua città invece che riservarle solo critiche. Dalle parole passi ai fatti».



Teocoli boccia l’amico "Difende il suo orticello ma vive altrove da anni"

Il Giorno

 

Teo Teocoli punzecchia anziché no l’amico Adriano Celentano, che due giorni fa ha bocciato la proposta di vincolo paesaggistico su via Gluck avanzata dal Comune



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Milano, 10 novembre 2013 - «Cos’ha da lamentarsi? Lui vive a Galbiate, non rompa le scatole...». Teo Teocoli punzecchia anziché no l’amico Adriano Celentano, che due giorni fa ha bocciato la proposta di vincolo paesaggistico su via Gluck avanzata dal Comune: «Questo lo si poteva fare una volta — lo sfogo del Molleggiato — quando tutta Milano era un bene da tutelare, per non dire l’Italia intera. Ma oggi no». «Come al solito — replica l’attore — ha calcato troppo la mano con la sua visione catastrofica del mondo...».

Ha esagerato?
«Milano non è così male: non sarà più quella degli anni Sessanta, ma credo non abbia mai perso la sua vocazione di città a misura di persona. Non diventerà mai una megalopoli da 10 milioni di abitanti: è piuttosto conservatrice».

Quindi, lei è d’accordo con l’idea di Palazzo Marino?
«Non mi pare una cattiva idea quella di salvaguardare un pezzo di strada che ricorda la Milano di una volta».

Ma Celentano dice che ormai via Gluck è diventata brutta.
«Ci sono passato qualche anno fa e non mi è sembrata molto cambiata. Sì, non c’è più il tabaccaio, ma le case di ringhiera ci sono ancora, anche al civico 14. E poi, cosa vuole Celentano? Anche il quartiere Niguarda è cambiato: e allora?».

Lei è cresciuto a Niguarda.
«Sì, abitavo dalle parti di via Adriatico. Ricordo che allora facevano la trebbiatura a poche decine di metri dalle case: era tutta campagna tra Milano e Bresso, noi ragazzi ci divertivamo come pazzi. C’era la corsa al tram...».

Cioè?
«Ci attaccavamo al tram che faceva il giro a Niguarda per tornare indietro: il conducente e il controllore scendevano a far pipì e noi davamo l’assalto alla diligenza. Poi i due facevano finta di tirarci dei sassi e noi battevamo in ritirata».

Bei tempi andati.
«Eh sì, ma è quasi inevitabile: la Milano di oggi non può essere certo quella di allora, ma non è necessariamente un male. Certo, Adriano e io abbiamo avuto modo di vedere negli anni tutti i cantieri del metrò, con strade sventrate, scavate, bucate. Però i milanesi ci hanno anche guadagnato, anzi siamo arrivati in ritardo rispetto alle altri capitali europee».

Inutile lamentarsi, quindi?
«Io mi lamenterei più per la mancanza di aree verdi che per i cambiamenti in via Gluck: costruiscono grattacieli e si dimenticano degli alberi. Qualche anno fa, firmai un appello per salvare le piante secolari del bosco di Gioia: tutto inutile, alla fine ci costruirono sopra la nuova sede della Regione Lombardia».

Allora sta con Celentano?
«No, perché lui pensa solo al suo orticello: lui scrive, scrive, ma di gesti concreti non ne vedo tanti. Di cosa si lamenta? Lui vive a Galbiate (in una villa nel Lecchese, ndr)...».

Ma via Gluck è la via di Celentano, o no?
«Ci è cresciuto, per carità, ma credo sia troppo legato alla sua immagine di bambino che gioca libero nei campi. Anch’io ci sono affezionato, ma capisco pure che si tratta di ricordi. “Non lasciano l’erba”, canta lui. Lo so che non lasciano l’erba, Adriano. Ma cosa ci vuoi fare? Dai, non rompere troppo le scatole...».

Tra vecchi amici ci può stare. E giù una risata.


di Nicola Palma
nicola.palma@ilgiorno.net

Il creatore di Twitter: "Ho fatto ricco chi mi ha fatto fuori"

Giuliana De Vivo - Lun, 11/11/2013 - 08:26

Noah Glass ha inventato il nome di  un social network che fattura miliardi: "Che rabbia vedersi derubare fama e soldi". Ma non è l'unica vittima degli "amici"...

Siete sicuri di sapere tutto dei creatori di Twitter? Oltre all'attuale presidente Jack Dorsey, all'ex Ceo e principale azionista Evan Williams e a Biz Stone (oggi capo della Jelly Industries) c'è un quarto fondatore che quasi nessuno conosce.


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Si chiama Noah Glass, ha lavorato al social network del cinguettìo dalle origini, inventandone il nome, ed è stato buttato fuori, con pochi spiccioli, poco prima che Twitter diventasse il fenomeno che è. Ora che il più noto sito di microblogging al mondo - oltre 230 milioni di utenti - è sbarcato in Borsa rendendo miliardari Dorsey, Williams e Stone (e parecchi altri azionisti) la sua storia suona ancora di più come una beffa. Non che non lo fosse già: Glass - che Twitter lo usa, e sotto il nome utente ha scritto «I starded this», con orgoglio e probabilmente una buona dose di stizza - in un'intervista del 2011 a Business Insider ha esposto la sua versione dei fatti, che si discosta parecchio da quanto dichiarato dagli altri tre. Facciamo un passo indietro.

Nel 2005 Noah lavora con una dozzina di persone nella società Odeo. Evan Williams, fresco di un altro successo - ha creato Blogger, vendendola poi a Google - investe in Odeo, ne diventa Ceo e coinvolge l'amico Christopher, detto «Biz», Stone. Nel frattempo a lavorare con Glass arriva Jack Dorsey. È sua l'idea di uno strumento con cui gli utenti possano condividere il proprio «status»: l'embrione di quello che sarà il social network dell'uccellino blu. A febbraio 2006 Glass, Dorsey e il resto dello staff presentano il progetto: si chiama Twitter, e il nome, così come l'aspetto esteriore, racconta Nick Bilton nel libro La nascita di Twitter: una storia di soldi, potere, amicizia e tradimento, fu opera di Glass. Un lampo di genio dopo tanto lavoro:

«Ci vollero tonnellate di sforzo e di energia - ha detto, aggiungendo - Non ho creato Twitter da solo, ma senza di me Twitter non esisterebbe». Glass ci crede, al punto da voler staccare Twitter dal resto di Odeo, fondando una propria società. Cominciano gli attriti con Williams, acuiti dal crescente nervosismo di Glass, che ai tempi stava anche divorziando. Noah si confida con l'amico Jack Dorsey. Che però preme per farlo licenziare. Il tradimento si consuma a luglio del 2006: Williams compra Odeo, Twitter compreso. Fonda la società Obvious. Dorsey diventa Ceo. Glass è licenziato. Buttato fuori, non senza un dollaro, ma con le briciole: «Se fossi rimasto dentro avrei guadagnato molto, molto di più.

Ho intascato una cifra molto esigua a fronte del mio coinvolgimento in Odeo», ha fatto notare. Il 13 settembre scorso ha scritto, con notevole aplomb: «Auguro alla squadra di Twitter la migliore fortuna, sono certo che avranno successo». Forse lo ha aiutato il periodo di isolamento volontario dopo la vicenda: «Sono andato a Los Angeles a lavorare da solo. Ora sono tornato a San Francisco, un piccolo passo per cercare di riprendere a lavorare con altri. Non è facile dopo tutta questa storia. Collaborare a qualcosa di cui altri prendono tutta la gloria, la fama e i soldi è frustrante».

Twitter @giulianadevivo

Cos’è la quinoa sacra agli Inca e anche all’Onu

La Stampa

claudio gallo
corrispondente da londra

Ban Ki-moon l’ha dichiarato cibo dell’anno. Ora è chic ma ha secoli di storia alle spalle


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Gli australiani rimasero stupiti quando, nella fase preparatoria delle Ashes, il mitico torneo di cricket tra Australia e Inghilterra, tra le 82 pagine di richieste dietetiche della squadra ospite era sovente citata la quinoa, un rossiccio semino sudamericano catalogato misteriosamente come pseudo-cereale: «Credevamo che gli inglesi mangiassero soltanto pasticcio (pie)», titolò il Sydney Morning Herald. 

Nel giro di pochi anni questo supercibo andino sacro agli Inca, che lo chiamavano «madre di tutti i semi», è diventato in Occidente non soltanto famoso ma anche chic. Questo immeritato coté snob è bersaglio sul web di satire più o meno spiritose, diventate virali. Il blog canadese «Cinque ragioni per odiare la quinoa» si è guadagnato una citazione sul Wall Street Journal: «Provate a togliervi quella roba dai denti senza un bicchiere d’acqua e 12 metri di filo interdentale».

Ma ben prima dei fighetti, a scoprire la quinoa negli Anni 80, con studi sulle varietà e sulle tecniche di coltivazione, è stata la Brigham Young University, l’università dei mormoni nello Utah. E al di là della bizzarra percezione sociale nelle ricche società occidentali, la quinoa è una cosa seria da secoli. All’inizio dell’anno il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon lo ha dichiarata cibo dell’anno: «Spero che questo Anno internazionale serva a focalizzare l’attenzione sul potenziale dietetico e economico della quinoa, sulla sua sostenibilità specialmente tra i piccoli produttori». 

Coltivabile dal livello del mare fino a quattromila metri di altitudine, sopporta temperature da -8 a 38 gradi e sopravvive alla siccità. I semi, commercializzati come se fossero un cereale con tanto di produzione di farine, provengono in realtà da una pianta erbacea simile agli spinaci e alla barbabietola. Hanno uno straordinario contenuto proteico e sono privi di glutine. Contenendo tutti gli aminoacidi essenziali, per essere completi dal punto di vista proteico non richiedono abbinamento con i legumi, come nel caso del riso integrale. Sono ricchi di calcio, magnesio, fosforo e ferro.

Dall’area tradizionale di coltivazione, tra la Bolivia e il Perù, proviene ancora il 90 per cento della produzione. Ma ormai è diventato un seme globale e l’ultima frontiera della sua corsa dal passato verso il futuro potrebbero essere gli Emirati Arabi. La sua incredibile adattabilità, che gli consente di crescere in ambienti con alti livelli di salinità, ha colpito i ricercatori di Dubai, intenti da qualche anno a selezionare le varietà più adatte per crescere in quel clima. I risultati sono promettenti, anche se ci vorranno ancora una decina di anni prima che una eventuale coltivazione a livello commerciale possa prendere il via.

Henry Dimbleby, co-fondatore della catena di ristoranti Leon ha detto a The Independent di aver introdotto la quinoa nei suoi menù fin dal 2004, quando nelle insalate il cibo chic per eccellenza erano le lenticchie. Dimbleby sostiene che l’etichetta snob è dovuta anche al nome difficile da pronunciare. I più dicono «qwin-oh-a», inglesizzando la parola spagnola, ma la pronuncia più vicina all’originale in lingua quechua è «kinwa». 

Ora nei salotti saprete come dire.

Arrestato Gabriele Paolini, è accusato di prostituzione minorile

Corriere della sera

Il disturbatore tv bloccato da carabinieri. Deve rispondere anche di detenzione di materiale pedopornografico

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Il noto disturbatore tv Gabriele Paolini, 39 anni, è stata arrestato domenica sera a Roma dai carabinieri della capitale con l’accusa di induzione e sfruttamento della prostituzione minorile.

LE INDAGINI - Paolini secondo le indagini avrebbe avuto rapporti con minori (un ragazzo di 14 e uno di 16 anni) ed è anche accusato di detenzione di materiale pedo-pornografico, in cui il «disturbatore televisivo» sarebbe immortalato in alcune foto e video.


I PRECEDENTI - Fino a qualche anno fa, Gabriele Paolini è stato anche attore di film porno. Paolini ha diversi precedenti per molestie. Secondo quanto si è appreso l’indagine che ha coinvolto Paolini non ha alcun legame con l’operazione «Ninfa» che ha portato alla luce un giro di baby prostitute nel quartiere Parioli della capitale.


Dai calci di Frajese all’irruzione con la Cnn
L’insultò al papa

Arrestato Gabriele Paolini, quando al Tg1 insultò il Papa (10/11/2013)

10 novembre 2013






La conquista dei media di Gabriele Paolini
La Stampa

gianluca nicoletti

Il disturbatore arrestato per prostituzione minorile ha raggiunto il suo scopo. Tutti parleranno di lui.


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E’ stato arrestato il “disturbatore” Gabriele Paolini.  È stato accusato di prostituzione minorile. Non esiste più gloriosa apoteosi per un presenzialista, che essere sospettato di storiacce sessuali con minorenni.  La mannaia che si leva per  una tale onta, è sostenuta dalla cosmica esecrazione.  
Chi si conquista le prime pagine per presunte fornificazioni con soggetti under 18, ha la certezza che il più solido dei mormorii resterà impresso, a lettere di fuoco, sulla sua immagine pubblica. Il cartello “prostituzione minorile” appeso al collo conduce inesorabilmente alla ghigliottina mediatica, chi si sente vivo solo se mediatizzato, non potrà aver sperato di meglio.

La ricerca spasmodica della perfezione   lo ha portato a trovarsi nel ruolo del reprobo per eccellenza. Lo sporcaccione compulsivo può giocare facilmente sul velato consenso, sulla comprensiva complicità occulta, sull’ indulgenza delle coscienze non sempre immacolate…Chi invece si trova impastoiato in porcellerie con lolite (o loliti…) può essere sicuro di suscitare il coro compatto della più ferma e fragorosa esecrazione. 

Tradotto in soldoni questo significa tante foto e titoli nella prima pagina dei giornali, tanti talk show pomeridiani con mamme indignate, tante ufficiali dichiarazioni serali di ferma condanna. Insomma, questa si che è vita per chi si è consumato gran parte dell’ esistenza reale in anni di appostamenti in ogni luogo liturgico da diretta tv.  

Forse il disturbatore mediatico ha finalmente raggiunto il suo scopo. La sua vocazione all’ auto martirologio ha raggiunto ora il punto fatale che lo porta all’ultimo scalino prima del patibolo. Altro che sgraffignare inquadrature dietro alle spalle di impassibili telegiornalisti in diretta. La sua massima ambizione di collezionare azioni di disturbo, lo ha finalmente portato a lambire la più disturbante delle azioni possibili. Il disturbatore non si era fermato mai, neppure di fronte ai disastri, ai morti ai funerali. Non c’ è stata crisi politica, cronacaccia o telepettegolezzo che non portasse impresso, come bollino di qualità, qualche frame della sua nera silhouette, subito scansata dall’operatore. 

Ora però Paolini non disturba più nessuno, anzi i potenti media saranno ben contenti di dare a lui tutto lo spazio possibile, un po’ per vendetta (doveva aspettarselo), un po’ perché è sicuramente meno imbarazzante discutere del "caso Paolini", piuttosto che dovere  tirare fuori i misteriosi nomi eccellenti di stimati professionisti, integerrimi padri di famiglia, noti personaggi dello spettacolo e della politica e, in genere, tutte le gatte morte che nel brutto giro delle baby squillo avranno lasciato lo zampino. 

Ora Paolini ha smesso di vivere dei ritagli di luce dei riflettori altrui, ne ha acceso uno bello potente sulla sua faccia. Ne avrà di essere appagato di sicuro per un bel po’ di tempo.


Vittime di Paolini 2 studenti di 16 anni
grazia longo

Gabriele Paolini fotografato ieri al Foro italico mentre viene allontanato da alcuni agenti della Polizia di Stato dopo un’ennesima “incursione di disturbo“

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Pur di ottenere un facile guadagno due ragazzini si sono concessi al trentaquattrenne noto per le sue incursioni in televisione. Potrebbero esserci altri minori coinvolti, anche più giovani
I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma hanno arrestato Gabriele Paolini, 34 anni, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP presso il Tribunale di Roma, Alessandrina Tudino, su richiesta dei PM della Procura della Repubblica di Roma, Maria Monteleone e Claudia Terracina, per i reati di prostituzione minorile e pornografia minorile in danno di due ragazzi sedicenni italiani, con cui l’arrestato risulta avere avuto rapporti sessuali a pagamento, riprendendoli con una videocamera.

Non solo ha pagato due ragazzini per avere rapporti sessuali, ma li ha anche ripresi e fotografati, ancorché con il loro consenso. Il molesto disturbatore tv Gabriele Paolini é stato arrestato per «induzione alla prostituzione e produzione di materiale pedopornografico» dai carabinieri della capitale su mandato del pm Claudia Terracina.

Nelle grinfie di Paolini sono finiti due giovanissimi romani, studenti di 16 anni, che pur di ottenere un facile guadagno si sono concessi al trentaquattrenne noto per le sue incursioni in televisione (la più nota è quella su Rai 1 con il giornalista Paolo Frajese che per difendersi lo prese a calci). Un terzo ragazzo, uno studente di nazionalità romena, è stato ripreso nudo mentre Paolini gli chiedeva un rapporto sessuale. 

All’attenzione della procura c’è ora la verifica sull’esistenza di altri vittime dell’arrestato che reclutava le sue giovanissime prede sul web e all’uscita di locali. Personaggio da sempre polemico e contraddittorio, tempo fa Paolini aveva dichiarato di volersi battere contro la pedofilia perché anche lui l’aveva dovuta subire da ragazzino. «Sono stato violentato da un prete quand’ero poco più di un bambino» dichiarò. Accuse pesanti che non hanno tuttavia trovato riscontro. Mentre contro di lui, ora, per i carabinieri e la procura esistono prove incontrovertibili, tanto da far scattare appunto le manette.

I Carabinieri hanno avviato le indagini a seguito di una denuncia presentata dai titolari di un laboratorio fotografico di Riccione che avevano ricevuto per via telematica da un punto vendita di Roma, via Nomentana, alcuni file fotografici da stampare che ritraevano scene di sesso tra il Paolini e alcuni ragazzi che sembravano minorenni.

Nel corso delle operazioni sono state effettuate perquisizioni domiciliari e sequestrato materiale, anche di natura informatica, ritenuto utile al proseguo delle indagini. E’ stata anche individuata e sequestrata la cantina ove venivano portati i giovani in argomento per consumare i rapporti sessuali a pagamento.

Il fantasma di Monaco, fotografato il custode del «tesoro dei nazisti»

Corriere della sera

Cornelius Gurlitt «beccato» a fare la spesa in un centro commerciale

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BERLINO – Il «fantasma di Monaco» gira per la città. Cornelius Gurlitt, il misterioso settantanovenne nel cui appartamento sono stati trovati oltre 1.400 capolavori – da Chagall a Picasso - sequestrati dai nazisti o acquistati da ebrei in fuga dalla Germania hitleriana, è stato visto e fotografato dai reporter di Paris Match. Faceva la spesa venerdì pomeriggio in un centro commerciale del suo quartiere, Schwabing. Si è trattato di un vero scoop per il giornale francese, dal momento che il figlio del critico e mercante d’arte Hildebrand Gurlitt era riuscito fino ad oggi a sfuggire dall’assedio della stampa e aveva cercato di far perdere le sue tracce. Grazie all’eccezionale riserbo delle autorità tedesche, non si sapeva ufficialmente nemmeno se fosse vivo o morto. L’unica cosa certa, rivelata una settimana fa dal settimanale Focus, è che nella sua casa è stato trovato quello che è stato immediatamente ribattezzato «il tesoro dei nazisti». Il valore delle opere d’arte si aggira intorno al miliardo di euro.

ESISTENZA DA RECLUSO - Tutto iniziò da un casuale controllo su un treno per la Svizzera. Quando è stato intercettato, Cornelius Gurlitt era vestito elegantemente, con un cappotto scuro e una sciarpa grigia a disegni scozzesi. Ha rifiutato di parlare nonostante le insistenti richieste, limitandosi a pronunciare una frase piuttosto enigmatica: «Una approvazione che viene dalla parte sbagliata e la cosa peggiore che possa arrivare». La voce era tremante. Lo sguardo pieno di collera e di paura. Cornelius ha vissuto per decenni un’esistenza da recluso, interrotta soltanto dalla sporadica vendita di qualche quadro della sua incredibile collezione.

LA LETTERA - Il suo desiderio di evitare qualsiasi contatto con il mondo viene confermato da un lettera che Der Spiegel pubblica nel numero in edicola lunedì. Il custode del «tesoro dei nazisti» chiede espressamente alla direzione del settimanale di «non pubblicare mai più» il proprio nome. Nella lettera – datata 4 novembre, scritta a macchina e firmata a mano - l’uomo nega inoltre che il padre avesse avuto un rapporto privilegiato con il regime hitleriano. Una tesi difficile da accettare, se sono veri i documenti pubblicati oggi dalla Bild am Sonntag secondo cui duecento capolavori sequestrati dai nazisti perché ritenuti espressione di «arte degenerata» e ritrovati dalla polizia nell’appartamento di Schwabing vennero ceduti nel 1940 dal gerarca Joseph Goebbels a Gurlitt padre per venti franchi svizzeri ciascuno. Il mercante d’arte tedesco versò una cifra di 4.000 franchi (circa 3.250 euro di oggi) su un conto corrente denominato «arte degenerata». In realtà sembra che pur avendo una nonna ebrea, fosse riuscito a diventare un uomo di fiducia del ministro della Propaganda.

Ritrovati i tesori d'arte di Hitler, 70 anni dopo (03/11/2013)

LE BUGIE - In questa vicenda, comunque, le bugie sono sempre state numerose. Basti pensare alla lettera della moglie di Hildebrand,, ritrovata nei giorni scorsi, in cui si sosteneva che la collezione era stata distrutta durante il bombardamento alleato di Dresda, Un anno dopo quella specie di «regalo» di Goebbels, il mercante d’arte morto nel 1956 in un incidente d’auto acquistò altre 115 opere, continua la Bild am Sonntag, ricostruendo così le origini di una parte del «tesoro». Secondo il giornale domenicale tedesco, l’atto di vendita potrebbe rendere difficile la restituzione ad eventuali eredi dei proprietari. Questo rimane il più grosso problema di un caso dai risvolti clamorosi che a detta di molti è stato affrontato inizialmente con troppa lentezza dalle autorità tedesche. E ancora è in discussione la possibilità di pubblicare un inventario completo, come chiedono a gran voce i legali dei possibili eredi e le organizzazioni del mondo ebraico. «Sono stati sprecati diciotto mesi» , ha detto oggi Charlotte Knobloch, una delle dirigenti della comunità ebraica di Monaco. Nessuno vuole aspettare ancora.

10 novembre 2013

Duomo, ecco il progetto del nuovo ascensore Sala:«Lo chiedono i turisti, traino per Expo»

Corriere della sera

I rendering del nuovo progetto sono già pronti, ma manca il parere della Sovrintendenza, contraria a interventi di questo tipo




I turisti chiedono il Duomo ed Expo ha bisogno del Duomo. Lo dice senza mezzi termini il commissario e ad della società, Giuseppe Sala: «Sicuramente è il luogo più attrattivo della città e la recente inaugurazione del Museo della Cattedrale lo rende ancora di più punto di riferimento imprescindibile per i visitatori di Expo, stranieri e italiani». Anche alcuni sondaggi fatti in vista di Expo dimostrano che in cima alle richieste dei turisti c’è proprio il Duomo, seguito da Scala e Castello Sforzesco. Ma c’è un problema: chi visita il Duomo vuole spesso anche salire in cima alle guglie, soprattutto perché, al di là di Pirellone e Palazzo della Regione, è il punto pubblico panoramico piu alto della città. Le terrazze oggi sono visitate da 700 mila persone all’anno (rispetto a 5 milioni che entrano in Duomo), Expo ne porterà in media 120-130 mila al giorno, con punte di 250 mila nei giorni «caldi» e nei weekend.

CatturaL’ASCENSORE ESTERNO - Quindi? Sala ha affrontato la questione con i vertici della Veneranda Fabbrica che hanno riproposto il progetto dell’ascensore esterno, più veloce e panoramico (è completamente trasparente) di quello esistente (GUARDA LA SCHEDA). Verrebbe collocato, come si vede dai rendering già pronti, dietro alla cattedrale, nella parte che si affaccia su corso Vittorio Emanuele. Sala non ha dubbi: «Questa struttura sarebbe molto utile e ci potrebbe garantire la possibilità di avviare una proficua partnership con il Duomo. Potremmo pensare a un biglietto cumulativo, oppure a eventi mirati per le delegazioni più importanti dei Paesi espositori, come qualche serata-concerto fra le guglie. Sono sicuro che la città ne avrebbe un grande ritorno in termini di immagine, che sarebbe un traino importante per richiamare visitatori ad Expo e che aiuterebbe le casse del Duomo alla continua ricerca di fondi per i restauri e la manutenzione».

PROGETTO COPERTO DA SPONSOR - Fra l’altro, l’intervento sarebbe a costo zero sia per la Veneranda Fabbrica, sia per gli enti pubblici: il progetto dell’architetto Paolo Caputo verrebbe coperto da sponsor (e dalle pubblicità). Tra l’altro l’intervento potrebbe essere realizzato in sei mesi e la nuova struttura, ecosostenibile e montata con l’utilizzo di materiali riciclabili, sarebbe completamente autonoma e non interferirebbe con il monumento. Altro particolare non da poco, l’ascensore verrebbe fondato su un terreno già interessato dagli scavi della metropolitana e Mm ha contribuito alla verifica delle interferenze eventuali con i sottoservizi.

Infine, qualora non dovesse piacere ai milanesi, l’intera struttura potrebbe venire smontata alla fine del semestre di Expo ed eventualmente ricollocata altrove. Sala non ha dubbi: «Si tratta di una grande opportunità che non possiamo lasciar cadere». Fra l’altro, il Duomo potrebbe venire «lanciato» anche all’interno di Expo, dal momento che il Vaticano ha già prenotato un proprio padiglione nell’area espositiva e nei prossimi giorni l’ad della società incontrerà il commissario della struttura, monsignor Gianfranco Ravasi per fare il punto della situazione.

IL NO DELLA SOPRINTENDENZA - L’ostacolo è noto. La soprintendenza, che a suo tempo ha già esaminato progetto e rendering, avrebbe avanzato diverse perplessità, lasciando chiaramente intendere che l’impianto stonerebbe rispetto al complesso architettonico: manca, quindi, il benestare decisivo. Sala insiste: «Mi chiedo se ci si renda conto della posta in gioco e comunque sarebbe interessante riuscire a lanciare una sorta di sondaggio fra milanesi. per capire se un ascensore che porta alle guglie più turisti non possa essere considerato un valore aggiunto». Insomma: cosa ne pensano i cittadini? Il dibattito è aperto.

10 novembre 2013

Ospite» inatteso nelle banane comprate al supermercato: il ragno più velenoso al mondo

Corriere della sera

La disavventura è capitata ad una madre ventinovenne nella capitale britannica: la frutta arrivava da Oltreoceano

Cattura
Una madre ventinovenne di Londra si era recata in un supermercato della capitale per comprare delle banane. Nel carrello aveva messo quelle equo-solidali, coltivate biologicamente senza l’uso di pesticidi e prodotti chimici. Tuttavia, una volta arrivata a casa, e dopo il primo morso, lo choc: sul frutto si celava una colonia dei letali ragni delle banane, la specie considerata la più velenosa al mondo.

LA STORIA FA IL GIRO DEL MONDO - La disavventura capitata a Consi Taylor è stata raccontata sui media inglesi nei giorni scorsi e ancora in queste ore continua a preoccupare (e affascinare) la Rete. Sono sempre di più, infatti, i ragni altamente velenosi a finire sulla frutta che acquistiamo al supermercato e che, in molti casi, arriva nel Vecchio Continente da Oltreoceano. Un dato: nel corso degli ultimi 150 anni, secondo uno studio, sono state ben 87 le specie di ragni esotici ad arrivare in Europa da oltremare. Quanto più sono numerose e veloci le rotte commerciali che collegano l’Europa e con le altre regioni del mondo, tanto più facilmente possono sopravvivere le specie esotiche nei container, e da noi seminare il panico. L’ultimo episodio: Londra. La madre di due bimbe, dopo aver comprato il frutto esotico in un supermercato Sainsbury di Hampton, a sud-ovest della capitale inglese, si è ritrovata la casa infestata di ragni letali.

KILLER - Dopo il primo morso Consi Taylor si è insospettita da una macchia bianca sulla buccia di una banana. Forse è solo muffa o il frutto è un po’ malconcio, ha pensato. Invece quella macchia ha iniziato a muoversi di colpo; dei puntini neri hanno cominciato a saltare sul tappeto. Quei puntini, a dozzine, erano in verità i pericolosi aracnidi Phoneutria nigriventer (o ragno delle banane), una specie di origine brasiliana considerata la più velenosa al mondo. Con un solo morso può uccidere un individuo nel giro di due ore. Ma questo la donna lo avrebbe scoperto solo più tardi. Riporta le banane al supermarket e qui le danno un buono da 10 sterline inglesi (circa 12 euro). Per precauzione decide però di scattare una foto del frutto e di mandarla ad un esperto del controllo parassiti. Ed è presto chiaro: si trattava del temuto ragno del genere Phoneutria. Phoneutria, tra parentesi, arriva dal greco e può essere tradotto col termine «assassina».

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La foto scattata da Consi Taylor ASPIRAPOLVERE - Ma ritorniamo a Londra. Il disinfestatore consultato da Consi e dal marito Richard aveva messo in guardia la famiglia: la casa poteva difatti essere invasa dagli aracnidi tossici che avrebbero potuto mettere seriamente a repentaglio la vita dell’intero nucleo. Il veleno, sprigionato anche in piccole quantità, rilascia delle tossine in grado di influire sul sistema nervoso. Il risultato sono problemi respiratori, paralisi e asfissia. Si sono registrati anche casi di tachicardia, vomito, diarrea, parestesia, edema e choc anafilattico. Benché la donna fosse ricorsa a salviette antibatteriche per rimuovere i ragni (misurano 15 centimetri di lunghezza, incluse le estremità delle zampe) e avesse pulito il pavimento con l’aspirapolvere, non era sicura di aver catturato tutti gli indesiderati insetti a otto zampe.

SCUSE - La famiglia è perciò dovuta scappare dalla propria abitazione e trascorrere un soggiorno obbligato in albergo. Dopo tre giorni è potuta rientrare in casa. Il supermercato si è fatto carico dei costi per i lavori di disinfestazione, l’equivalente di circa 3.300 euro, e successivamente si è scusato con la famiglia. «I prodotti importati - hanno spiegato i responsabili della catena Sainsbury’s - sono soggetti a severi controlli, dalla raccolta al trasporto. Pertanto, un incidente come quello vissuto da Consi Taylor, capita estremamente di rado». Consi Taylor, nel frattempo, spera di non aver ingerito accidentalmente uno dei ragnetti. Nonostante tutto, le banane continuano a piacerle, ha detto. Ma a comprare la frutta fresca al supermercato d’ora in poi manderà il marito.

10 novembre 2013