mercoledì 13 novembre 2013

Saviano condannato per diffamazione

Libero

Lo scrittore dovrà versare 30mila euro di risarcimento per diffamazione: in "Gomorra" dipinse un uomo come narcotrafficante, ma non è vero


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Roberto Saviano è stato condannato per diffamazione e a risarcire con 30mila euro una persona citata nel suo best seller Gomorra. Lo ha deciso il Tribunale di Milano al termine di una causa civile intentata da Enzo Boccolato, assistito dall'avvocato Alessandro Santoro. Il giudice della prima sezione civile, Orietta Micciché, ha infatti ''accertato - come si legge nel dispositivo della sentenza - il contenuto diffamatorio in danno di Enzo Boccolato della frase contenuta a pagina 291 del libro intitolato Gomorra, nella parte in cui ''l'autore prospetta che Enzo Boccolato insieme ad Antonio La Torre, si preparavano anche a tessere una grande rete di traffico di cocaina'''.

Saviano paga i danni
- Il giudice ha quindi condannato ''Saviano e Arnoldo Mondadori Editore Spa (editore del libro, ndr) in via tra loro solidale al risarcimento del danno subito da Enzo Boccolato e a corrispondergli la somma di 30mila euro''. Il giudice ha anche ordinato ''la pubblicazione dell'intestazione e del dispositivo della presente sentenza a cura e spese dei convenuti una volta a caratteri doppi del normale sul quotidiano La Repubblica entro 30 giorni della notifica in forma esecutiva della presente sentenza''.

Aprire il portafoglio - A carico dei ''convenuti'' anche le spese legali del procedimento. ''Nel libro Gomorra Saviano - ha spiegato l'avvocato Santoro - aveva infatti descritto il Boccolato, che è incensurato e che da vari anni vive in Venezuela conducendo una florida attività nel campo ittico e del tutto estraneo ad ogni attività camorristica, come collegato ai La Torre in relazione al traffico internazionale di cocaina, sostenendo che questo, unitamente ai La Torre 'si preparava anche a tessere una grande rete di traffico di cocaina'''. Insomma adesso lo scrittore dovrà aprire il portafoglio e pagare di tasca sua chi ha diffamato.

Conti correnti, dal primo gennaio li possono chiudere

Libero

Dal 1° gennaio entra in vigore il decreto di Monti sulle comunicazioni bancarie: se non fai tutto per tempo dici addio alla tua posizione


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Il Grande Fratello fiscale, giorno dopo giorno, entra a regime, affila le lame. Ora mancano solo due mesi a un nuovo capitolo: dal primo gennaio 2014, infatti, scatterà la cosiddetta "linea rossa" per gli utenti bancari, finanziari, assicurativi e postali. Nel dettaglio, entreranno in vigore le nuove norme sull'adeguata verifica della clientela previste dal decreto legislativo del 21 novembre 2007. In soldoni, se i clienti (compresi quelli bancari) non trasmetteranno in breve tempo i documenti necessari, i rapporti (conti correnti, di deposito, conti titoli e quant'altro) dovranno essere prima bloccati, e poi chiusi. Anche il conto corrente.

Le fasi - Il cosiddetto provedimento di "adeguata verifica" prevede alcune fasi. Si parte dall'identificazione del cliente e di colui per conto del quale eventualmente opera (il titolare effettivo); poi la verifica dell'identità di questi soggetti; l'acquisizione di informazioni su scopo e natura di rapporti e operazioni; il monitoraggio costante del rapporto continuativo. Se dal prossimo 1° gennaio mancherà l'adeguata verifica, scatterà il blocco del rapporto, una novità, questa, prevista dal decreto 169/2012, firmato dal governo Monti. E' bene sottolineare che la verifica è a carico del cliente, che dovrà comunicare e attestare con documenti adeguati i dati fondamentali: il titolare effettivo, la natura e lo scopo del rapporto continuativo. Se i dati non verranno inoltrati, il rapporto verrà chiuso. Il vostro conto corrente verrà congelato e il saldo dovrà essere trasferito in un altro istituto indicato dal cliente stesso. Una questione che Il Sole 24 Ore definisce "assai problematica".

I dubbi - A rendere più contorto il quadro, c'è l'allarme suonato dagli esperti del settore, secondo i quali gli intermediari si avvicinano alla scadenza in ordine sparso: le banche e BancoPosta danno direttive interne agli sportellisti e a tutti i dipendenti, a cui si chiedee di eseguire controlli sui clienti che si presentano allo sportello per le richieste di informazioni inviate dall'istituto stesso. Altri intermediari, non tutti, hanno inviato ai clienti non in regola una comunicazione per segnalare il fatto che le posizioni non sono in ordine con la verifica, e che, dunque, è necessario recarsi in filiale e trasmettere agli sportellisti o ai direttori di agenzia la documentazione necessaria.

L'iter - Questa "novità" affonda le radici nel passato. Le norme di controllo dell'identità, del titolare effettivo e della natura e scopo "dei rapporti continuativi" sono in vigore dal 29 dicembre 2007, e sono applicate alla lettera dal 1° gennaio 2009. Ma il problema riguarda i rapporti preesistenti, che avrebbero dovuto essere controllati e regolarizzati nel minor tempo possibile. L'adempimento, però, è stato realizzato in modo sporadico, e tutt'ora non sono disponibili dei dati sulla sistematicità dei controlli. L'ultima tassello è relativo al 17 settembre 2012, quando è stato varato il già citato decreto 169 del governo Monti, che ha introdotto l'obbligo di chiusura dei rapporti in assenza di una adeguata verifica. L'obbligo è stato rimarcato dalla delibera della Banca d'Italia dello scorso 3 aprile.

Stipendi toghe della Consulta Onida: "Congruo mezzo milione"

Nico Di Giuseppe - Mer, 13/11/2013 - 16:13

Per l'ex giudice della Consulta lo stipendio è giusto. Ma dimentica dei benefit: alle toghe paghiamo pure il telefono di casa. E non solo


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Hai voglia a chiamarlo saggio. La verità è che Valerio Onida nell'ultimo periodo è diventato il re delle uscite a vuote. Prima la telefonata con la finta Hack, in cui confessava che i saggi di Napolitano servivano a poco se non a prendere tempo, ora quella degli stipendi dei giudici della Consulta.
Ricapitoliamo. L'ex giudice costituzionale dal 1996 al 2005, intervistato su Radio24, alla trasmissione "24 Mattino", parla degli stipendi dei suoi colleghi. Stipendi che vanno dai 549 mila euro del presidente ai centomila euro di un componente del collegio. Cifre da capogiro. Peccato però che per il saggio Onida trattasi di "retribuzione congrua" perché "la legge costituzionale 153 dice che non può essere inferiore a quella del più alto magistrato della  giurisdizione ordinaria. 
Noi non possiamo cumulare nient'altro, quindi per garantire l'autonomia del giudice è giusto che guadagni in modo da essere indipendente e non a rischio corruzione". Si parla tanto di sprechi e di spending review, ma guai a colpire la macchina della Consulta. E pensare che i giudici italiani guadagnano il triplo dei colleghi statunitensi e il doppio dei giudici britannici. Ma poco importa. Così come conta poco che le toghe usufruiscano di una serie di benefits pagati dallo Stato: dalle auto blu agli sconti per i trasporti di ogni tipo, dal cellulare al pc portatile fino alla foresteria.


Il saggio Onida: "I saggi sono inutili"

Luca Romano - Gio, 04/04/2013 - 21:57


Il presidente emerito della Consulta - nonché uno dei 10 saggi nominati da Napolitano - vittima di uno scherzo telefonico de La Zanzara ammette: "I saggi servono a coprire questo periodo di stallo". Poi arrivano le scuse a Napolitano e a Berlusconi: "Esprimo il mio rammarico, sono stato ingenuo ma resto al lavoro"

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"I saggi? Sono inutili". Parola di saggio. A dirlo è stato il presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida. Che, vittima di uno scherzo telefonico orchestrato da La Zanzara, parlando con una finta Margherita Hack ha ammesso: "I saggi servono a coprire questo periodo di stallo.

In realtà Onida si era già espresso più o meno in questi termini. Infatti, il primo aprile scorso, nella trasmissione di La7 Otto e mezzo, aveva espresso il suo scetticismo nei confronti della scelta del presidente della Repubblica. "Al momento è tutto molto aleatorio, non si può essere molto ottimisti sul risultato di questa operazione", aveva dichiarato Onida a proposito della commissione dei saggi.
Oggi dunque non ha fatto altro che ripetere, con altre parole, ciò che pensava da tempo.

"Questa cosa dei saggi, a me sembra sinceramente una cosa inutile", dice l'imitatore dell'astrofisica toscana. E la risposta di Onida è sulla stessa linea: "Ma guardi, sì, è probabilmente inutile...Serve a coprire questo periodo di stallo, dovuto al fatto che dal parlamento non è venuta fuori una soluzione mentre l'elezione del nuovo presidente è tra quindici giorni...Allora il nuovo presidente potrà fare nuovi tentativi o al limite sciogliere le camere, cosa che Napolitano non può fare. Dunque questo periodo di stallo è un po' coperto, diciamo così, da questo tentativo (ride)..Questa cosa...Sono d'accordo che non servirà nella sostanza...".

Inoltre, alla domanda sulla possibilità di cambiare legge elettorale, Onida risponde: "Cercheremo di fare una proposta, quello sarebbe un bel risultato. Penso che andremo a votare ancora, presto o prestissimo. È un parlamento bloccato, Grillo non ne vuol sapere, il Pdl vuole solo garantirsi di essere in campo, Berlusconi naturalmente spera sempre di avere qualche vantaggio o protezione, il Pd ha fatto questo tentativo di buttarsi con Grillo e non ce l'ha fatta. E c'è il blocco".

Alla fine, il presidente Onida è stato costretto a chiedere scusa. E a rilasciare una dichiarazione: "Sono stato ingenuo nel pensare che l’autrice della telefonata provocatoria fosse davvero la professoressa Hack. La pubblicazione del contenuto di una conversazione privata, nella quale l’interlocutore falsifica la propria identità, costituisce una grave violazione della libertà e segretezza delle comunicazioni garantita dalla Costituzione. Ciò detto, che non sia inutile il lavoro che stiamo facendo, lo dimostra il fatto che sono qui con gli altri colleghi a lavorare.  

Esprimo il mio rammarico per l’imbarazzo che la pubblicazione può aver creato al Presidente della Repubblica, e le mie scuse al Presidente Berlusconi perché un mio giudizio privato, espresso in chiave ironica e autobiografica - ho detto che sono un suo coetaneo - diventando pubblico potrebbe averlo ingiustamente offeso". Nella telefonata, Onida aveva detto di Berlusconi: "Vuole solo protezione, è anziano e speriamo decida di godersi la vecchiaia lasciando in pace gli italiani".

Frode fiscale da oltre 1 miliardo” Apple finisce sotto inchiesta a Milano

La Stampa

La multinazionale avrebbe sottostimato l’imponibile


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La Procura di Milano sta indagando su Apple per una presunta frode fiscale da circa un miliardo di euro. La notizia, anticipata dal sito dell’Espresso, è stata confermata da fonti giudiziarie. Da quanto si è saputo, la multinazionale avrebbe sottostimato l’imponibile fiscale per gli anni 2010-2011.

Stando alla ricostruzione del procuratore aggiunto Francesco Greco e del pm Adriano Scudieri, la multinazionale californiana avrebbe sottostimato di 206 milioni di euro circa l’imponibile fiscale del 2010 e di oltre 853 milioni quello del periodo d’imposta 2011, sulla base di una falsa rappresentazione delle scritture contabili e avvalendosi di mezzi fraudolenti. In sostanza, Apple avrebbe nascosto al fisco un 1 miliardo e 60 milioni di euro. Nei giorni scorsi, è stata anche perquisita la sede della Apple in piazza San Babila a Milano.

Il Comune "butta via" 700mila euro per il logo

Serena Coppetti - Mer, 13/11/2013 - 08:52

Altagamma offre un planning gratuito per il "brand Milano", Palazzo Marino paga un altro comitato

Mentre c'è chi studia e confeziona gratis un «brand» di alto livello per proiettare la Milano creativa nel mondo, il Comune riesce a far saltare fuori tra le righe del bilancio dell'assessorato di D'Alfonso 700mila euro per «un'operazione brand» che (dicono) durerà tre anni: il primo è il 2013 (che sta già finendo), l'ultimo il 2015 (l'Expo comincia il primo maggio).


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Operazione strategica, secondo il Comune, per «espandere l'interesse per la città su scala nazionale», come riportava qualche giorno fa con enfasi «Repubblica». A tirare le fila c'è un gruppo di lavoro ad hoc, il «comitato brand Milano», presieduto da Stefano Rolando professore di ruolo allo Iulm, che è stato «biografo» di Pisapia e ha collaborato anche all'ultima campagna elettorale. Un comitato che però non è nuovo, a differenza dei soldi. È stato infatti insediato parecchi mesi fa, a giugno 2012 proprio con l'obiettivo di costruire e promuovere l'immagine della città in occasione di Expo. Ha all'attivo in pratica tanti giorni quanti ne mancano all'appuntamento con Expo.

E questo non è consolante perché i lavori non sono mai partiti. Lo dice lo stesso Stefano Rolando in un'intervista che pubblica sul suo sito personale, in cui paragona il suo progetto a un «cantiere fermo». Era il giugno 2013, esattamente un anno dopo l'insediamento. Rolando racconta di avere prestato la sua opera in quel periodo «a titolo volontario e gratuito per aiutare a generare una trama di racconto per Expo». Ma per il progetto mancavano i finanziamenti. «Purtroppo - sono ancora parole di Rolando - queste risorse non c'erano nel 2012, ed è stato spostato nel 2013. Purtroppo - ribadisce - queste risorse anche minime pare non ci siamo ancora in questo inizio 2013». Il professore fa presente all'intervistatore che «i tempi sono strettissimi».

E difatti c'è un «ma» e un «però». Il «ma»: «Noi non abbiamo ancora cominciato i lavori. Il cantiere è fermo per mancanza di risorse». Ed ecco il «però»: «Le assicurazioni che vengono dall'assessore (D'alfonso ndr. a cui fa capo il comitato) è di pazientare». Pazienza che ha dato a quanto pare i suoi frutti. Proprio ora che, guarda caso, AltaGamma, la fondazione che riunisce le aziende dell'eccellenza italiana i cui marchi sono famosi a livello internazionale, ha deciso di offrire lei un brand forte. Ha riunito i protagonisti dell'eccellenza creativa di quella Milano che fa già parlare di sé nel mondo - ovvero Camera della Moda, e Cosmit (quello che organizza il Salone del mobile) e in collaborazione col Comune - questa volta l'assessore Tajani - ha deciso di regalare a Milano il «pacchetto» che sarà confezionato dall'agenzia FuturBrand, la multinazionale che ha al proprio attivo la creazione del marchio di Expo ad esempio, oppure quello delle Olimpiadi di Londra.

Qualche giorno fa si sono trovati tutti quanti attorno a un tavolo per capire, tra l'altro, se c'era anche qualche possibilità di collaborazione. Chissà. Intanto il progetto di Altagamma è stato presentato poco più di una settimana fa e i primi di dicembre i due loghi saranno già proposti alla città.



La pensione non basta, si fa spesa tra i rifiuti

Redazione - Mer, 13/11/2013 - 07:15


Arrivano con la loro busta di plastica vuota quando gli ambulanti stanno smontando le bancarelle. E con pazienza si mettono a frugare tra le cassette da gettare via. Lì trovano sempre qualche cespo di insalata o qualche finocchio ammaccato che torna ancora buono. Sono gli anziani, i pensionati, quelli che non tirano la fine del mese. La spesa tra gli scarti va in scena nei mercati del centro (da via Cesariano a viale Papiniano) come in periferia. E anche all'Ortomercato ci confermano: aumenta la gente che, soprattutto all'ultimo sabato del mese, chiede la merce di scarto e quella di ultima scelta per mettere assieme il pranzo.

All’asta i gioielli di casa Savoia Sfida tra un compratore in sala e i turchi in Rete

Corriere della sera

Chistie’s mette all’asta a Ginevra 13 lotti dei Reali piemontesi. Il pezzo più prezioso, un orologio, va a «monsieur Filippo»

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L’orologio da tavolo in madreperla e diamanti pagato 150.000 euroMILANO — Vanno all’asta i diamanti, gli smeraldi e gli ori di casa Savoia. E anche se chi vende appartiene a un ramo secondario dell’ex casa regnante, anche se la vendita viene celebrata in un tempio come la sede di Christie’s a Ginevra, è sempre un pezzo di storia che finisce chissà dove. E davvero non c’è confronto tra la spilla di perle e diamanti che ha adornato il collo della regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III, e le parure pur sfarzose dell’eccentrica ereditiera sudamericana Vera de Espirito Santo, battute nella rinomata casa d’aste pochi minuti prima dei cimeli sabaudi.

Si compie tutto in mezz’ora: tredici lotti che Christie’s definisce nel suo catalogo «property of the royal family of Savoy» passano di mano talvolta rimanendo al di sotto della valutazione degli esperti, ma in qualche caso raddoppiandola. La gara al rialzo più serrata si scatena per un orologio da tavolo art déco in madreperla incastonato di diamanti e pietre preziose: se lo porta a casa per 185 mila franchi svizzeri — 150 mila euro — un riservato «monsieur Filippo» (per la precisione Filippò, come viene chiamato più volte in sala). Vista la deferenza e la familiarità con cui il direttore dell’asta si rivolge a lui deve trattarsi di un collezionista o un commerciante del settore; comunque un personaggio di casa tra i velluti della sede ginevrina.

Filippò è stato il protagonista della giornata: orologio a parte, si è aggiudicato anche una collana di perle e una spilla di diamanti, staccando rispettivamente assegni per 32 mila e 38 mila franchi. Le aste al giorno d’oggi non si giocano solo con il rito delle alzate di mano in sala, i «player» possono rimanere nell’ombra partecipando in diretta via telefono o via Internet: e proprio un misterioso acquirente del web, collegato dalla Turchia, ha fatto suoi un medaglione con diamanti e zaffiri e un portasigarette in oro. Altre offerte sono arrivate dal Texas, rintuzzate però dall’implacabile Filippò.

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La regina Elena con un prezioso ciondolo poi donato a Lucia di BorboneFin qui gli acquirenti; ma come sono finiti nelle teche di Christie’s quei 13 cimeli così carichi di storia, che raccontano di nozze e sangue blu, di Belle époque, di un’Europa al tramonto e di lì a poco sconvolta dalla Grande guerra? Alcuni dettagli in calce al catalogo e soprattutto il dibattito che si è acceso tra i simpatizzanti monarchici d’Italia (in particolare il sito altezzareale.com) indirizzano verso un personaggio preciso, Maria Isabella di Savoia-Genova, discendente di un ramo secondario della Real Casa. Nata nel 1943, strettamente imparentata con gli ex sovrani d’Italia, la nobildonna oggi trascorre gran parte del suo tempo in Brasile e fa vita molto riservata; non ha voluto perciò svelare perché abbia deciso di privarsi di quel piccolo tesoro.

«Ma in realtà le vendite di pezzi pregiati da parte di famiglie reali non sono così infrequenti e anzi il significato storico di quegli oggetti attira sempre i collezionisti e gli appassionati» commenta Davide Colombo segretario nazionale dell’Umi (Unione monarchica italiana). «L’attenzione riservata all’evento ginevrino — prosegue Colombo — è la conferma del fascino che le monarchie continuano a suscitare al giorno d’oggi. Comunque non siamo di fronte a una “svendita dei tesori dei Savoia”, non ci leggerei una particolare valenza politica».

Sarà, ma tra i nostalgici delle teste coronate ieri tirava un’aria piuttosto mesta. Proprio come era accaduto nel settembre scorso quando Amedeo d’Aosta aveva annunciato la messa all’asta di una serie di oggetti che erano stati regalati a lui e alla sua famiglia. Posateria d’argento, bicchieri, qualche ritratto di antenati non destinato a entrare nella storia dell’arte: niente in grado di pareggiare con la lucentezza dei gioielli trattati ieri a Ginevra. Unica simbolica consolazione: Amedeo aveva affidato la vendita alla casa torinese Bolaffi, gesto interpretato come l’indissolubilità del legame con il Piemonte sabaudo.

13 novembre 2013

Anche la Rai "censura" Tortora Se questo è servizio pubblico...

Emanuela Fontana - Mer, 13/11/2013 - 08:22

Dopo l'esclusione del docufilm dal Festival del cinema di Roma un'altra bocciatura. Il Pd attacca viale Mazzini: "Occasione persa"

Il film escluso, condiviso, e ora «scippato». Enzo Tortora, una ferita italiana di Ambrogio Crespi è stato proiettato in anteprima nazionale ieri alla Camera dei deputati, ed è questa condivisione, tra parlamentari di partiti diversi, il riscatto per una pellicola esclusa dal Festival del cinema di Roma, ma ancora di più per Tortora e per la «malagiustizia», per dirla con le parole del regista.


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La polemica, partita proprio dal «no» alla proiezione all'auditorium dei red carpet, è sempre alta. E questa volta investe in pieno i concorrenti Rai e Mediaset. Stralci del film sono stati mostrati a Matrix ieri su Canale 5, e la produzione ha ufficializzato che la prima proiezione integrale è stata ottenuta proprio da Mediaset, a discapito della Rai. Rai che era la casa di Tortora e del suo Portobello. Il Pd ha fatto partire un bombardamento contro i piani alti di viale Mazzini: «Un'occasione persa per la Rai. L'azienda si è fatta scippare da Mediaset il docufilm». A firmare la dichiarazione i deputati Michele Anzaldi e Gero Grassi, con il senatore Federico Fornaro. Alla Rai non sarebbero mancati gli spazi per inserire il docufilm, insistono i parlamentari, «ma appare evidente che l'azienda ha deciso di regalare il ruolo di servizio pubblico a Mediaset, perdendo una nuova occasione per fare della buona informazione».

Non si conosce ancora la data della messa in onda del film, ma regista e produzione hanno precisato che l'interesse non è il lucro: «Questo film dovrà essere di tutti, proiettato nelle scuole», la precisazione ieri di Crespi. E a eccezione delle «piccole spese» di produzione, gran parte degli introiti sarà destinato alla fondazione presieduta dalla compagna di Tortora, Francesca Scopelliti. Un grazie per la proiezione in Parlamento «va ai radicali - chiarisce il regista - poco fa mi ha chiamato Pannella in lacrime, dopo aver visto il film. Se ripenso a quanto ha lottato in quegli anni, per me è il miglior premio che potessi ricevere».

È normale che ieri ci sia stata qualche garbata reazione al rifiuto della proiezione al festival romano. Tra le motivazioni della direzione: il film è troppo televisivo e «dura solo cinquanta minuti, forse non hanno controllato l'orologio», dice Francesca Scopelliti. In una conferenza stampa che ha preceduto la proiezione, l'ex compagna del conduttore ha poi invitato le forze politiche a pensare a una «legge Tortora»: sono ancora troppi i detenuti nelle carceri in attesa di giudizio, è necessaria una riflessione più approfondita «sulla modifica del codice penale». A 30 anni dall'arresto, 25 dalla morte, questa storia rimane sempre una «ferita» della giustizia. Una storia ora contesa dalla televisione, senza pace ma che parla «anche per coloro che non possono parlare», come ricorda Scopelliti citando una frase di Tortora. Un film che «non è né berlusconiano né antiberlusconiano», chiarisce Crespi. Non è «contro i magistrati», ma contro «la malagiustizia. Muller (il direttore artistico del Festival, ndr) è stato forse un po' miope nell'anima».

Disse in classe: «La Shoah non è provata» Assolto il professore negazionista

Corriere della sera

Per i giudici il fatto non sussiste. Contestata violazione della legge Mancino che non sanziona ancora queste dichiarazioni


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ROMA - Era il novembre del 2008 quando il professore Roberto Valvo, insegnante di Storia dell’arte al liceo artistico di via di Ripetta, venne denunciato dal padre di una studentessa della IV C, dopo che la figlia gli aveva raccontato a casa quanto successo in classe pochi giorni prima a proposito del suo cognome di origine ebraica: «Il professore dopo aver affermato che bisogna stare attenti agli ebrei perché sono furbi, intendendo disonesti, ha detto che secondo lui non erano veri i fatti dell’Olocausto e dei campi di concentramento e che i filmati sulle deportazioni erano falsi fatti anni dopo e non nel periodo storico originario. Ha messo in discussione il numero dei morti, dicendo che i sei milioni non erano sicuri, che la stima era errata. E che durante la guerra tutti erano magri, non solo chi era nei campi di concentramento».

Bufera, sospensione del prof e processo. Che ieri si è concluso con un’assoluzione «perché il fatto non sussiste». Il pm Perla Lori aveva chiesto una condanna a cinque mesi di carcere in base alla legge Mancino: discriminazione o odio etnico, nazionale, razziale o religioso.

«È stato affermato un importante principio sulla libertà di opinione», commenta l’avvocato Giuseppe Pisauro, difensore dell’insegnante. Ma in attesa delle motivazioni della sentenza, va valutata anche la possibilità che a pesare sia stata la mancanza nel codice penale di una specifica norma sul negazionismo.

«Sono amato, rispettato. Non sono un reo che debba chiedere di andarsene. Le ragioni della denuncia? Subcultura, ignoranza», aveva commentato Valvo al momento di essere reintegrato, cinque mesi dopo i fatti. Con altre parole aveva ripetuto gli stessi concetti in un consiglio di classe nel quale votò contro il viaggio d’istruzione ad Auschwitz: «I ragazzi devono pensare con la loro testa», spiegò.

E in un’altra aula - stavolta della Cassazione - il pg ha chiesto che l’Italia riconosca l’immunità alla Germania per tutti i crimini commessi contro cittadini militari e civili italiani durante il nazismo e rinunci a citare in giudizio la Repubblica federale tedesca per chiederle il risarcimento dei danni patiti dalle vittime come sancito dalla Corte internazionale dell’Aja. La decisione entro un mese. A dibattimento c’era il ricorso della Germania contro la sentenza con la quale la Corte di appello di Firenze, nel 2011, l’ha condannata a risarcire con 30 mila euro più interessi a partire dal 1945 un ex deportato italiano morto un anno fa a 87 anni.

13 novembre 2013

Cento cammelli di risarcimento Se la Sharia è legge anche in Europa

La Stampa

matteo alviti
berlino

In Germania si moltiplicano i casi di «giustizia parallela»: per regolare i conflitti tra le comunità di migranti fioriscono mediatori che applicano i princìpi del diritto islamico


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Cento cammelli come risarcimento per un figlio ucciso in un incidente stradale. In Germania si è diffusa una giustizia parallela informale che si rifà alla sharia, la legge islamica, usata per regolare conflitti tra comunità di migranti. Berlino, Brema, la Bassa-Sassonia e il Nordreno-Vestfalia, città e Länder dove la presenza di cittadini di origini straniere è più forte, vivono da tempo quello che le autorità tedesche iniziano a percepire come un problema serio. Sono soprattutto le grandi famiglie di origini libanesi, palestinesi e curde, che continuano a mantenere strutture claniche anche in Germania, scrive Die Welt in un lungo articolo, ad affidarsi a misure parallele gestite da mediatori.

Solo pochi mesi fa la famiglia Yaktin ha dovuto valutare una richiesta di risarcimento informale dopo che, quattro anni prima, uno di loro aveva investito il figlio 17enne di una famiglia di origini libanesi, gli Omeirat. A nulla è valso che la giustizia tedesca avesse scagionato l’autista dalle accuse. Colpevole o no per la Germania, il caso andava risolto «secondo la sharia», ha spiegato l’imam di una moschea berlinese chiamato a fare da arbitro e mediatore: la morte andava risarcita. Dopo una serie di minacce velate, riporta il quotidiano, si è arrivati alla richiesta dei cento cammelli. Naturalmente il risarcimento in bestiame era solo simbolico: gli Omeirat si sarebbero accontentati di 55mila euro, poi scesi a 20mila nel corso delle trattative.

«Non accettano lo Stato di diritto tedesco. E quel che prima era vissuto solo nelle grandi città, oggi è diventato un problema diffuso», spiega il presidente della polizia criminale della Bassa-Sassonia, Uwe Kolmey, che al quotidiano denuncia «una nuova dimensione della violenza contro la polizia e la giustizia». Non sono infatti rari i casi in cui le autorità, solo per aver tenuto fede al proprio dovere, diventino esse stesse bersaglio della sete di vendetta privata dei clan, in alcuni casi legati ad attività criminali. Del tema si occupa anche una nuova circolare della polizia berlinese, che spiega come le istituzioni «vengano consapevolmente aggirate e ostacolate». Dopo aver “spento il fuoco” della vendetta attraverso un accordo privato, la collaborazione con le autorità si interrompe: le eventuali denunce vengono ritirate, i testimoni spariscono. L’affare è concluso.

La questione è dibattuta da tempo. In un libro del 2011, Giudici senza legge: la giustizia parallela islamica mette in pericolo il nostro Stato di diritto, l’ex corrispondente da Londra della prima rete televisiva pubblica tedesca Ard, Joachim Wagner, si era occupato concretamente del tema. Il giornalista aveva puntato la luce soprattutto sulla figura, assai controversa, del mediatore, pedina immancabile di questo sistema di giustizia informale. La famiglia Yatkin, di origine turca, alla fine non ha accettato la mediazione e si è rifiutata di pagare i ventimila euro di “risarcimento extragiudiziale” cui aveva portato l’accordo. Gli Yatkin ora sono sotto protezione, visto che il clan rivale conta alcuni membri già noti alla giustizia. Se dovesse capitare qualcosa a qualcuno, ha spiegato a Die Welt Taccidin Yatkin, ex presidente del consiglio centrale dei turchi in Germania, è chiaro chi sarà responsabile: «Lo Stato tedesco».

Roma, il Comune scivola sul guano di 4 milioni di storni

La Stampa

mattia feltri
roma

Tagliati i 100 mila euro stanziati per allontanare gli uccelli


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Se è un segnale divino per spiegarci come siamo ridotti, forse è un eccesso di zelo. Ma la punizione che su Roma scende dall’alto ha una sua perfezione sferica, e va a posarsi sul selciato nello stridore di quattro milioni di storni che volteggiano sulla capitale, oscurandone il cielo a sprazzi, e recapitandole altrettanti quotidiani milioni di esiti intestinali. 

Lungo il fiume, nei giardini pubblici, sui viali alberati, la città è ricoperta di uno strato misto guano e fango, col contributo delle piogge di ieri. Nei giorni scorsi le fitte precipitazioni (quelle organiche) avevano ottenuto il risultato di rendere scivolosi alcuni tratti del Lungotevere fra la Sinagoga e l’Ara Pacis, fino al punto che ieri l’altro alcuni motociclisti sono finiti gambe all’aria, compreso un vigilie urbano che - dicono le cronache locali - è andato a fermarsi con il ginocchio contro un palo della luce. È stato l’infortunio più rimarchevole di sei consecutivi in un pomeriggio solo, se si vuole derubricare a semplice disagio il tuffo nello sterco, e i protagonisti probabilmente obietterebbero. 

Ogni anno, di questa stagione, Roma riceve gli storni. Il problema, dicono alla Lipu (Lega protezione uccelli), è che dal disastrato bilancio della capitale di questo disastrato Paese sono stati tagliati i centomila euro che di solito si stanziano per scoraggiare la permanenza dei pennuti. Si potavano i platani del Tevere, perché vi si annidasse un numero limitato di volatili, e con apparecchi audio si riproducevano i versi dei predatori dello storno (il più pericoloso pare sia il falco pellegrino), di modo che lo storno medesimo se la battesse in campagna, dov’è padrone di farne latrina. E però niente, i centomila euro non c’erano, e per tale somma Roma affoga in quello che avete capito. 

E quando la metafora non è più tale, vuol dire che le complicazioni sono serie. Dal Comune sostengono che i tagli risalgono all’amministrazione di Gianni Alemanno, e comunque hanno raccattato qualcosa per ripulire le strade e cacciare i sozzoni. Girare in centro è uno spettacolo unico, come si sarà intuito. I giardini di largo Arenula, a fianco del ministero della Giustizia, paiono la sede centrale degli storni. Sugli alti alberi, in un frastuono infernale e in un andirivieni frenetico, si alternano migliaia di uccelli. La gente che di sotto aspetta l’autobus tiene gli ombrelli aperti anche quando spiove. 

Dopo le quattro del pomeriggio la zona è infrequentabile: a proposito di ombrelli, li si prende anche in caso di sole per proteggersi da quell’altra grandinata. Qualcuno sferraglia con vecchie pentole per liberarsi del nemico giusto il tempo di salire in macchina. E che macchine: tempestate da centinaia di proiettili fisiologici, maniglie comprese. Le piste ciclabili che corrono a fianco del Tevere in alcuni punti erano sabbie mobili, prima che la piena ripulisse qualcosa, ma le proteste dell’Associazione BiciRoma, che conta novemila iscritti, sono state vane. 

I marciapiedi sono un supplizio, alcuni impraticabili se non con stivali da pescatore, altri meno orridi, ma comunque li si percorre sentendo sotto le suole uno sciaguattìo ripugnante. Per non particolareggiare sul fetore e i seri impedimenti all’equilibrio: si sta attenti a dove si mettono i piedi, e pure le mani, mentre ci si muove in una parabola biblica nella quale sguazziamo persino con agio.