giovedì 14 novembre 2013

Kyenge: ecco le spese pazze per l'integrazione

Libero

Quarantamila euro stanziati dal governo per un convegno sui Rom, poi ci sono quelli sui trans, sui rifugiati e i migranti


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Quando si tratta di trovare soldi per gli esodati, di abolire le tasse sulle casa, di abbassare il cuneo fiscale la risposta che ci vengono date sono: non ce lo possiamo permettere, siamo in tempo di crisi, i soldi servono ad altro, bisogna tirare la cinghia. Peccato che però quando si tratta di soddisfare i capricci della Casta i soldi si trovano. Si trovano per la nuova poltrona di Enrico Letta che ci è costata 24mila euro, per il consulente artistico della presidente della Camera Laura Boldrini, per gli spot del presidente di Palazzo Madama Grasso e pure per molti, troppi convegni, che non portano alcuna utilità ai cittadini se non offrire a spese nostre una ribalta a personaggi che nessuno conosce e a finanziare associazioni, onlus, organizzazioni "amiche".

Oggi il Giornale racconta delle spese pazze di dipartimenti come quello delle pari opportunità e dal suo ufficio antidiscriminazioni. Proprio questo ufficio ha recentemente stipulato un contratto che costa ai contribuenti qualcosa come 40mila euro per organizzare il meeting internazionale Chaorom, in collaborazione con il Consiglio d'Europa, dedicato all'inclusione sociale del popolo Rom. Ovviamente il meeting è stato aperto dal ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge.

Altri 9.900 euro, rivela Antonio Signorini, se li è messi in tasca l'associazione "Romà Onlus" che è stata incaricata di realizzare il progetto "Dik I Na Bistar", ovvero di mandare 40 giovani rom e non rom a rappresentare l'Italia a una conferenza internazionale sul tema che si è tenuto in Polonia. Quasi ottomila euro, per la precisione 7.920 euro, è costato il workshop sulle politiche di accoglienza dei migranti.

E ancora: 17.820 euro sono usciti dalle casse dello Stato per il laboratorio di formazione antirazzista e 9.852 per il laboratorio di disegno e scrittura "La mia idea di razzismo". Poi c'è il capitolo "convegni sugli omossessuali": più di mille e cinquecento euro sono stati spesi per tre coffè break  sulla valutazione delle domande di asilo presentate da gay, lesbiche e trans, mille euro per tracciare una "strategia nazionale Lgbt" e 5.940 euro per la realizzazione di due seminari al festival del cinema transessuale. Poi dicono che non ci sono soldi...



Roma, il liceo che sul libretto scrive "genitore 1" e "genitore 2"

Libero


La scuola radical-chic di Roma che cambia il libretto per le giustificazioni

 


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No, non è affatto un liceo come gli altri. Anzi, come gli altri licei romani d’elite, quelli dove “l’intellighenzia de’ sinistra” ha studiato e dove ora manda figli e nipoti, il Mamiani è strutturalmente costretto a dover esser un passo avanti agli altri per non restare indietro.  In tutto e per tutto.

Sarà per questa ragione che al posto di “padre” e “madre”, sul libretto delle giustificazioni degli studenti dello storico liceo classico della Capitale, ci sarà la dizione “genitore 1” e “genitore 2”, come aveva chiesto il ministro Cecile Kyenge, scatenando un’ondata di polemiche. E così dopo Bologna, che ha battuto tutti sul tempo adottando la soluzione “neutrale” per i moduli d’iscrizione alle scuole del comune, la dizione uno e due sbarca nella Capitale,  seppur su un semplice libretto.

L’importante, stando al regolamento scolastico, è che la firma riportata nella giustificazione sia la stessa depositata in segreteria. La novità, essendo stata introdotta da quest’anno, ha costretto i dirigenti del liceo  a ristampare tutti i libretti, dicendo addio a mamma e papà. Volendo essere veramente progressisti, in barba alla Costituzione e alle regole condivise, un po’ di euro spesi così non sono un problema. Anzi,  «è stata una scelta delle famiglie», spiega la preside dello storico liceo Tiziana Sallusti.

Insomma, per i radical chic essere un passo avanti è una necessità, che va al di là della logica e del dibattito politico.  In fondo il Mamiani è sempre il liceo di “Porci con le ali”,   uno dei simboli del ’68, il liceo della borghesia di Prati, della “Roma bene” progressista e che vanta tra i suoi alunni dal Nobel Emilio Segrè ai fratelli Muccino, da Altiero Spinelli a Nicola Piovani, tanto per fare qualche nome.
E allora «genitore 1 e genitore 2 non vuole essere un’offesa a nessuno, sia ben chiaro, meno che mai alla famiglia», spiega la preside, «non c’è nulla di più prezioso di una madre e di un padre, ma non si può fare finta di non vedere che oramai più della metà dei nostri studenti vive in famiglie allargate, dove uno dei due non è il genitore naturale, ma si prende cura del ragazzo come se lo fosse».  

Certo, i vertici dell’associazione Gay Center giudicano  «positiva» la scelta della preside, che «va nella direzione giusta anche per non discriminare i genitori gay e lesbiche», afferma Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center .Ma se la famiglia è un bene, e un padre e una madre sono quanto di più «prezioso» c’è, come sostiene la preside del liceo Mamiani, perché eliminarli, anche solo dal libretto della giustificazioni? Al di là dell’evidente contraddizione con le parole della  preside, c’è qualcosa che non torna.

E i conti non tornano a tanti. «Ogni ragazzo nasce da un padre e da una madre», afferma Antonio Affinita, direttore generale del Moige, suscita perplessità la scelta di cancellare la parola madre e padre sui libretti di giustificazioni, peraltro senza coinvolgere, in una scelta democratica e condivisa tutti i genitori nella scuola». «Sono temi che toccano le identità delle persone, con questa scelta si discriminano i genitori che ancora si sentono padri o madri e non genitore 1 e genitore 2».  Ancor più duro il commento di Fabio Rampelli, vicecapogruppo di alla Camera di Fratelli d’Italia. «Un’idiozia ideologica che Fdi contrasterà in ogni modo».  A partire proprio dalla scuola.

di Enrico Paoli

Dopo 109 anni il palazzo di Via Solferino 28 viene svenduto alla finanza speculativa

Corriere della sera

Lanciata su change.org una petizione contro la vendita: raccolte già 10 mila adesioni. Resta da esercitare il diritto di prelazione

Cari lettori,

questo giorno rimarrà nella memoria di tutte le persone legate al Corriere della Sera . Dopo 109 anni il palazzo di via Solferino, dove il giornale è ideato e realizzato, viene svenduto alla finanza speculativa. Teniamo a mente i nomi di questi azionisti: Fiat, Mediobanca, Banca Intesa Sanpaolo, Pirelli, Pesenti, Unipol. E i nomi di questi consiglieri: Pietro Scott Jovane, amministratore delegato; Angelo Provasoli, presidente del Consiglio di amministrazione; Roland Berger, vicepresidente; Fulvio Conti, consigliere; Luca Garavoglia, consigliere; Laura Mengoni, consigliere; Carlo Pesenti, consigliere. Ricade su di loro la responsabilità storica di un’operazione gretta e di breve respiro. Rcs Mediagroup incasserà 120 milioni frazionando l’edificio che comprende anche via San Marco e via Balzan e per il quale l’azienda ha speso 73,8 milioni di ristrutturazione solo pochi anni fa. Il ricavato della cessione non servirà certo a risanare lo squilibrio finanziario del gruppo, originato (va sempre tenuto presente) dall’avventuroso acquisto della società spagnola Recoletos (2007).

CatturaIl contratto di vendita strappa l’edificio alla sua secolare destinazione e lo getta nel vortice della speculazione immobiliare. L’acquirente, il fondo americano Blackstone, si impegna a non vendere a un terzo soggetto solo per un anno. Una clausola che può fruttare grandi guadagni al fondo americano in brevissimo tempo. Blackstone si è comunque cautelato, imponendo a Rcs Mediagroup un contratto di affitto della durata di nove anni per il blocco di via Solferino e di sei anni per San Marco-Balzan. Nel 2014 Rcs verserà 10,3 milioni di affitto, vale a dire l’8,5% rispetto alla somma che verrà incassata a fine anno (120 milioni). Difficile, davvero, immaginare, per Rcs, un affare peggiore e, di converso, per Blackstone un’opportunità migliore.

A questo punto, cari lettori, resta solo una possibilità. Il palazzo di via Solferino è stato, grazie anche all’intervento dei precedenti Comitati di redazione del Corriere , vincolato dal Ministero dei Beni Culturali. La legge prevede che la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici di Milano possa chiedere alle istituzioni competenti di esercitare il diritto di prelazione entro sessanta giorni sul blocco di Via Solferino, ceduto a Blackstone per 30 milioni.

Il Comitato di redazione del Corriere della Sera batterà fino in fondo questa strada, con l’obiettivo di bloccare l’operazione, senza gravare sui bilanci pubblici. I giornalisti del Corriere contano sul sostegno dei lettori. Lunedì 11 novembre il Comitato di redazione ha lanciato una petizione contro la svendita sulla piattaforma online Change.org (http://www.change.org/ViaSolferino28 ). In due giorni sono state raccolte oltre 10 mila firme. Auspichiamo di poter contare sull’appoggio del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, del presidente della Provincia, Guido Podestà, del presidente della Regione, Roberto Maroni. Oltre che della direzione del Corriere e delle prestigiose personalità culturali che da anni scrivono sul quotidiano, lasciatecelo dire ancora una volta, di via Solferino.

14 novembre 2013

Sparisce la mappa di Israele dalle avventure di Geronimo Stilton

Corriere della sera

La statunitense Scholastic dimentica lo stato ebraico dalle mappe del libro «Caccia allo scarabeo blu»

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GERUSALEMME – Scompare Israele dalla mappa di Geronimo Stilton. Nell’edizione statunitense di una delle ultime avventure della serie per bambini, la «Caccia allo scarabeo blu», interpretata dalle Tea Sisters, l’Egitto moderno confina a est solamente con la Giordania. Una «toposvista» o una dimenticanza voluta? L’errore, rilevato dal Times of Israel è tanto più grave in quanto commesso da una casa editrice di testi scolastici. Anzi, il maggiore editore al mondo di libri pedagogici e per adolescenti, titolare esclusivo – per esempio – dei diritti di Harry Potter negli Usa: Scholastic. Che assicura di non essersi reso conto dell’assenza dello stato ebraico sulla cartina dell’attuale medio oriente stampata all’inizio del libro.

UNA MAMMA - Se n’è accorta invece una mamma recentemente immigrata in Israele dal Canada quando ha voluto mostrare al suo bambino, utilizzando un volume del suo topo preferito, dove si erano trasferiti. E scoprendo così di essere emigrati in Giordania. Almeno per Geronimo Stilton e le sue Tea Sisters. Interpellata dal Times of Israel, la casa editrice americana, fondata in Pennsylvania nel 1920, ha promesso di correre ai ripari, interrompendo la vendita del libro fino alla sua ristampa in versione completa. In realtà sul mercato editoriale del mondo arabo il libro è probabilmente più che corretto così com’è: nel 96% dei testi scolastici palestinesi Israele non appare. Ricambiando così la speculare cortesia israeliana di non inserire quasi mai nelle cartine la definizione di «territori palestinesi» per contraddistinguere Gaza e Cisgiordania.

14 novembre 2013

Gli sprechi dell'antirazzismo: le spese pazze di Kyenge & C.

Antonio Signorini - Gio, 14/11/2013 - 14:35

Sborsati 8mila euro per spiegare come accogliere i migranti. Palazzo Chigi finanzia a pioggia le associazioni per la difesa delle minoranze. Dal viceministro del Pd Guerra 17mila euro per "battere gli stereotipi"

 In Italia tutto finisce in un convegno. Abbiamo l'allergia per l'ordinaria amministrazione e anche le riforme più blande si inceppano. Ma quando si tratta di chiacchiere, non ci tiriamo mai indietro e affrontiamo con disinvoltura problemi planetari. 



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Generosi di analisi e iniziative, a patto che il tutto avvenga nel corso di meeting, workshop e seminari internazionali, erogando soldi pubblici ad associazioni di varia natura. Abitudine dura a morire anche in questi tempi di crisi economica e di servizi essenziali compromessi dai tagli alla spesa pubblica. Un saggio di questa vocazione sono le spese del dipartimento alle Pari opportunità sostenute negli ultimi due governi, quello Monti (interim del ministro del Lavoro Elsa Fornero) e in quello Letta (guidato prima da Josefa Idem e ora dal viceministro Maria Cecilia Guerra, entrambe Pd) e del suo Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Non c'è dimensione dell'intolleranza e della discriminazione che non sia stata scandagliata dall'organismo alle dirette di pendenze della Presidenza del Consiglio. Dai contratti del dipartimento emerge, ad esempio, una grande attenzione all'integrazione dei nomadi.

Per citare un caso abbastanza recente, dall'ufficio antidiscriminazioni è stato dato un incarico formale all'Eurostars Roma Aeterna Hotel di Roma (quartiere Pigneto, teatro di un tentativo di recupero urbano che sta naufragando per problemi di ordine pubblico) di organizzare il meeting internazionale Cahrom, in collaborazione con il Consiglio d'Europa, dedicato all'inclusione sociale del popolo Rom. Un contratto che vale più di 40mila euro. Intervento di apertura, del ministro per l'Integrazione Cecile Kyenge. «Ospitare per la prima volta in italia una conferenza di così alto livello sulla tematica dei diritti umani dei Roma è il segnale di una rinnovata attenzione del governo italiano ad un problema tanto scottante», ha spiegato il ministro aprendo il convegno.

Normale contratto con un privato per un servizio. Ma i destinatari delle fatture anti razzismo sono soprattutto le associazioni. Come quella di «promozione sociale Romà Onlus» che è stata incaricata di realizzare, per 9,900 euro, il progetto «Dik I Na Bistar!», tradotto «Guarda e non dimenticare, Roma (sempre nel senso di Rom, ndr) genocide Remembrance initiative». In pratica, sono stati mandati 40 giovani, «rom e non rom», a rappresentare l'Italia a una conferenza internazionale sul tema che si è tenuta in Polonia.

Ma il razzismo è un tema più generale e così il dipartimento ha accettato la proposta avanzata nel giugno scorso dall'associazione «Prendiamo la parola»: realizzare un laboratorio di formazione antirazzista con docenti universitari. Obiettivo: «il raggiungimento di una maggiore conoscenza delle ideologie razziste e (sic) a fornire strumenti di riconoscimento e destrutturazione degli stereotipi». Costo della destrutturazione, 17.820 euro.

Accettato, anche il preventivo dell'associazione Carta Giovani che ha proposto iniziative di «sensibilizzazione rivolte al target giovanile» in occasione della settimana antirazzismo. In pratica, «un laboratorio di pittura espressivo-tematica, “coloriamo il mondo contro il razzismo” rivolto a bambini e adolescenti» e un «laboratorio di disegno e scrittura, “la mia idea di razzismo”». Il tutto per 9.850,50 euro. Le cifre sulla soglia dei 10 mila ricorrono spesso nei contratti. All'associazione Sos Razzismo Italia sono invece andati 7.920 euro per la realizzazione, nell'ambito del Meeting Internazionale antirazzista, di un «workshop di approfondimento in tema di politiche di accoglienza dei migranti e di integrazione».

Tutto in Italia passa per i corpi intermedi. Sindacati, associazioni, corporazioni. E così anche l'omofobia diventa l'occasione per dispensare soldi pubblici ad associazioni private. È il caso del Movimento italiano transessuali al quale è stato dato l'incarico di «organizzare due seminari nell'ambito della quarta edizione del festival del cinema transessuale “Divergenti”, dedicato alla narrazione e rappresentazione dell'esperienza transessuale e transgender».

Costo, 5.940 euro. Traccia di spese minori, sempre in tema. Per tre coffee break durante il Seminario sulla valutazione delle domande di asilo dei richiedenti d'asilo Lgbt (acronimo di Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender). Spesa poco più di 1.500 euro. Poi mille euro per il trasporto di settanta colli e quattro libri relativi al volume «Strategia nazionale Lgbt».

Ming la vongola» era la creatura più vecchia al mondo. Poi gli scienziati l’hanno uccisa

Corriere della sera

Ai tempi di Shakespeare aveva già un centinaio d’anni


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Quando William Shakespeare scrisse l’Amleto e Giovanni Keplero riconobbe la natura ellittica delle orbite planetarie e le leggi del moto su di esse, «Ming la vongola» aveva già un centinaio d’anni. Se i due personaggi sono oramai storia lontana, il mollusco è sopravvissuto fino all’autunno del 2006, anno della sua scoperta. Università di Bangor, nel Galles: nel corso di uno studio sul cambiamento climatico un team di ricercatori avevano infatti pescato una vongola oceanica di poco più di 400 anni lungo le coste dell’Islanda. Secondo le prime analisi il mollusco era la creatura vivente più vecchia mai scoperta al mondo. Aveva sbaragliato tutti i precedenti record di longevità ed era entrata di diritto nel Guinness dei primati. Tuttavia, i più recenti metodi di datazione hanno rivelato che Ming, in realtà, aveva ben 507 anni di età. L’attempata vongola, il cui nome scientifico è Arctica islandica, è stata uccisa quando gli scienziati hanno aperto il suo guscio.

100 ANNI IN PIÙ - Era sopravvissuta al regno di Elisabetta I, a Napoleone, alla rivoluzione industriale, a due guerre mondiali. E prontamente era stata battezzata Ming, dal nome della dinastia cinese che regnava ai tempi della sua nascita. Se gli scienziati, sette anni fa, non sapevano spiegarsi l’età biblica del bivalve, la scoperta aveva elettrizzato il mondo accademico. Questa creatura, di fatto, poteva offrire interessanti informazioni sui segreti della longevità e rivelare preziose informazioni sull’evoluzione delle condizioni chimiche e climatiche dell’ambiente oceanico circostante. Come per i tronchi degli alberi, gli studiosi avevano calcolato l’età del mollusco osservando gli anelli della conchiglia: la nonna di tutte le creature animali aveva tra i 405 e i 410 anni. Per questa operazione, tuttavia, avevano dovuto sacrificare il mollusco. Ora, sette anni dopo - e grazie a nuovi metodi di datazione (tra cui il metodo del carbonio-14) - i ricercatori sono arrivati alla conclusione che «Ming la vongola» è nata nel 1499 e arrivata alla veneranda età di 507 anni.

CONTRIBUTO - Ming, insomma, ha pagato con la vita il suo contributo alla scienza. Ciò nondimeno, grazie a un finanziamento di 40mila sterline arrivato nel 2006 da un’associazione inglese, i ricercatori della scuola Oceanografica della Bangor University possono continuare gli studi. L’analisi degli isotopi di ossigeno negli anelli potrebbero svelare quale meccanismo fisiologico abbia permesso a questo mollusco di vivere così a lungo e aiutare a comprendere come poter ritardare (o anche bloccare) la naturale senescenza. «La prima volta abbiamo sbagliato a determinare l’età - ha spiegato a ScienceNordic http://sciencenordic.com/new-record-world%E2%80%99s-oldest-animal-507-years-old il ricercatore Paul Butler - e forse siamo stati un po’ frettolosi, ma non pensiamo che la discrepanza possa fare la differenza».

14 novembre 2013

Cancellieri, anche il marito parlava con i Ligresti

Libero

L'indiscrezione, un tabulato che scotta: quella chiamata di cui non c'è più traccia e il colloquio di Peluso con Antonino


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Nuovi particolari, altre telefonate, una posizione - quella del ministro Annamaria Cancellieri - che si fa sempre più complessa. La notizia viene rilanciata da Repubblica, che parla di un "tabulato che scotta". Un tabulato che contiene la traccia di altri contatti tra il ministro della Giustizia e la famiglia Ligresti (per la quale si sarebbe applicata, obiettivo la scarcerazione di Giulia, malata). E non solo. Già, perché dai tabulati, secondo quanto si è appreso, emergerebbero anche altri contatti: quelli tra il marito della Cancellieri, Sebastiano Peluso, e Antonino Ligresti, il fratello di Salvatore. Si tratterebbe di telefonate che confermano la preoccupazione della famiglia Cancellieri per quello che stava accadendo agli amici Ligresti. Inoltre, nel medesimo tabulato, ci sarebbe traccia anche di una terza telefonata tra il Guardasigilli e Antonino Ligresti, del 21 agosto, di cui però non c'è traccia negli atti depositati. Che cosa si sono detti a sette giorni dalla scarcerazione di Giulia?

Che si sono detti? - La terza chiamata tra la Cancellieri e Antonino Ligresti, inoltre, cade proprio poche ore prima dell'interrogatorio con i pm di Torino, che hanno sentito il ministro come teste. Si tratta di una conversazione di sette minuti e mezzo, piuttosto lunga per un ministro che si suppone sia molto impegnato. Che cosa si dicono il ministro e il fratello di un carcerato a poche ore dall'arrivo nell'ufficio del Guardasigilli dei carabinieri, che la interrogeranno proprio sui rapporti con la famiglia Ligresti. Un investigatore citato da Repubblica, che ha visto i numeri dei tabulati, spiega: "Quel che si sono detti non lo sappiamo. Ma certamente si sono parlati. Resta agli atti solo la versione del ministro". Il caso, dunque, si complica. Le telefonate si moltiplicano, chiamate con un tempistica piuttosto sospetta. Ma la Cancellieri tira dritto, resta al suo posto, si difende, scaccia le accuse. E non si dimette

 Perché?

Il mio gattino Acetino

La Stampa

yoani sanchez


Alla memoria di Teresita Fernández.



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Perché quella canzone del gattino Acetino ci penetrava così tanto l’anima? Non credo che la risposta sia da cercare nel panorama audiovisivo infantile che caratterizzava gli anni Settanta e Ottanta, occupato quasi completamente dalle produzioni Made in URSS o di altri paesi dell’Europa Orientale. Non credo sia merito neppure di un’indiretta allusione alla ricerca della propria identità, già magistralmente descritta nel Brutto Anatroccolo di Hans Christian Andersen. 

No, non erano soltanto questi i motivi che ci spingevano a ripetere quel motivetto orecchiabile. 
La storia di Acetino, il gatto salvato dalla strada, presentava quel lato sensibile e dolce che mancava a tanti disegni animati di stampo socialista. Questi ultimi erano di sicuro sobri, tragici e istruttivi, ma erano carenti di quel melodramma composto da pennellate di umorismo e di ridicolo che caratterizza l’identità cubana. A partire dal nome - diminutivo di quel condimento acido usato in cucina - lo spelacchiato felino ci imponeva al tempo stesso di amarlo e di ridere di lui. Era davanti ai nostri occhi una storia di rifiuto, redenzione e cambiamento.

Acetino finiva per trasformarsi in ciò che nessuno avrebbe mai creduto: una mascotte bella e felice che affondava placidamente i suoi baffi nel latte. Difficile non identificarsi con il gattino “brutto e macilento” raccolto per strada, quando eravamo in molti a sentire che “fuori” c’era la perdita del nostro io e la fine dell’individualità. Acetino tornava - al posto nostro - a stare in casa, stretto dal caldo abbraccio della famiglia e circondato di attenzioni. Lui si era riscattato, mentre noi ci perdevamo. Lui trovava casa, mentre molti di noi andavano incontro a un albergo, un accampamento, un plotone. Lui miagolava alla luna… mentre noi perseguivano un miraggio ideologico. 

Per fortuna abbiamo potuto contare sulla sua coda e sul suo amore per il pesce, altrimenti tutto sarebbe stato molto più noioso.


Traduzione di Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

Prodi e l'assegno da San Marino che i magistrati hanno ignorato

Stefano Zurlo - Gio, 14/11/2013 - 08:33

La vendita di una casa dell'ex premier finì nel mirino della Finanza. Il denaro veniva dalla Banca del Titano, poi fallita. Ma i pm non indagarono


Una segnalazione del Nu­cleo valutario rimasta in un cassetto per quat­tro anni e mezzo. Oggi che l’in­chiesta è finita scopriamo che i militari delle Fiamme gialle avevano trasmesso alla procu­ra di Roma i dati relativi ad una compravendita immobiliare effettuata da Romano Prodi.


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Un’operazione lecita ma che presentava un peccato origina­le per investigatori accorti co­me gli specialisti della Guardia di finanza: i soldi arrivavano da San Marino e dalla Banca del Ti­tano, poi fallita, e dunque inte­ressavano ai segugi che stava­no appunto studiando i misteri e gli illeciti di una finanziaria sanmamrinese. Peccato che quello spunto in­vest­igativo non sia mai stato svi­luppato. Ci sono gli appunti del­l’epoca e nulla più. I soliti so­spetti. E le precisazioni del fon­datore dell’Ulivo che al Corrie­re della Sera dice: «Nessun mi­stero ». Solo una transazione normalissima, come mille al­tre: è il 2004 e Prodi vende un ap­partamento a Bologna, in Stra­da Maggiore. Il prezzo pattuito è di 550mila euro. A comprare è Cassio Morselli e Morselli ver­sa il dovuto con un assegno, in­cassato dall’allora presidente della Commissione europea preso la Banca Antoniana Po­polare Veneta di Bologna.

Rou­tine .

A parte il nome che ovvia­mente colpisce di Romano Pro­di. Il passaggio che però incu­riosisce i militari è quello prece­dente: i soldi sono partiti dalla Banca del Titano e hanno fatto tappa alla Bnl di Bologna. E allo­ra le Fiamme Gialle, alle prese con gli affari sporchi gestiti dal­le finanziarie di San Marino, fanno due più due: il caso po­trebbe meritare un approfondi­mento. Ci sono gli spostamenti del capitale, gestito da Morsel­li; e poi c’è quel nome così in­gombrante: Romano Prodi.

A Milano, ai tempi di Mani pulite, avrebbero probabil­mente scandagliato in lungo e in largo tuta la vicenda nei suoi molteplici risvolti, così da sgombrare il campo da ogni equivoco. E invece no: la Procu­ra di Roma riceve la segnalazio­ne ma la lascia cadere nel nul­la. Del resto l’affare risulta per­fettamente lecito e non si vedo­no reati all’orizzonte. Oltretut­to l’indagine è già di per sé va­stissima e deve rincorrere mol­te operazioni di riciclaggio. Un lavoraccio. Prodi, almeno alla procura di Roma, cade nel di­menticatoio. Finché, a distan­za di tanto tempo, l’indagine ar­riva alla conclusione e si sco­pre quell’appunto dimentica­to. L’ex premier risponde sera­fico: «Ricevetti quell’assegno dal signor Morselli, che cono­scevo e al quale avevo ceduto un appartamento».

Nessun giallo, dunque. Qual­che dubbio però resta. A voler essere perfidi c’era materiale sufficiente per cominciare un’esplorazione,una delle tan­te compiute in questi anni dal­la magistratura italiana: San Marino è una location sui gene­ris , quasi naturalmente sospet­ta­sulla prima linea dei finanzia­menti illeciti, dell’evasione fi­scale, del riciclaggio. Tutti dos­si­er aperti sui tavoli delle Fiam­me gialle. Invece nessuno è an­dato a sollevare il coperchio o a sviscerare i rapporti fra il presi­dente del traballante istituto di credito e il professore bologne­se, peraltro da sempre buon amico della piccola repubblica con vista sull’Adriatico.

Anche per ragioni geografiche l’emi­liano Prodi ha sempre avuto ot­time entrature sul Monte Tita­no e sul Titano erano presenti molte aziende di quelle parteci­pazioni statali che l’ex presi­dente del Consiglio ben cono­sce per essere stato, in due suc­cessive tornate, fra il 1982 e il 1994, a capo di quel colosso chiamato Iri. La storia invece finisce pri­ma ancora di cominciare. Pro­di non ha mai saputo nulla del­l’informativa e dei ragiona­menti dei militari e solo ora ri­costruisce quel che avvenne nell’ormai lontano 2004:«È sta­to fatto tutto alla luce del sole, alla presenza di un notaio. Chiunque può verificare». La magistratura, però, non l’ha fa­to.

Al via l’anagrafe dei farmaci I bugiardini sbarcano online

La Stampa

Ottomila medicine catalogate dall’Aifa in un unico database accessibile a tutti via Internet. È il primo così completo in Europa



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Stop a foglietti illustrativi minuscoli o non aggiornati, o a siti incompleti e con informazioni fuorvianti. I “bugiardini” di oltre ottomila farmaci, insieme a molte altre informazioni fondamentali per i pazienti e professionisti, sono stati raccolti dall’Aifa in un unico database accessibile a tutti, il primo così completo in Europa, presentato e messo online oggi a Roma.
La banca dati, la prima di questo genere in Europa e più completa anche di quella dell’Fda, contiene sia i classici “bugiardini” che i Riassunti Caratteristiche Prodotto (Rcp), dei fogli con informazioni aggiuntive come le proprietà farmacocinetiche, i tempi cioè di metabolizzazione dei farmaci, o i titolari dell’autorizzazione all’immissione in commercio. Tutti i dati, che per la prima volta per un sito italiano sono certificati dall’Aifa o dall’autorità europea, vengono continuamente aggiornati quasi in tempo reale. Nel portale sono già presenti dati su oltre 64mila confezioni autorizzate, con 16mila tra “bugiardini” e Riassunti Caratteristiche Prodotto. 

In futuro sarà possibile accedere alla banca dati oltre che dal sito dell’Aifa anche da dispositivi mobili, e saranno inserite ancora più informazioni. «La nascita della Banca Dati - ha spiegato il Direttore Generale di Aifa Luca Pani - rappresenta un ulteriore passo fondamentale verso la costruzione di un unico, dinamico e integrato database del farmaco che l’Agenzia sta realizzando e che sarà una svolta decisiva per la condivisione e lo scambio di conoscenze, il miglioramento delle strategie di cura e quindi la garanzia di una assistenza più efficiente e immediata per tutti i cittadini».
Proprio l’aggiornamento in tempo reale è una delle caratteristiche più importanti, ha spiegato Pani. «Supponiamo di dover prendere sempre la stessa compressa spezzata in quattro - ha affermato - attraverso il servizio di feed Rss del portale si potrà essere avvertiti se viene autorizzata una forma farmaceutica più adatta. Tutti i documenti inoltre sono presenti in pdf, e ad esempio possono essere stampati nelle dimensioni desiderate, per poter essere letti più agevolmente».

Il servizio, ha sottolineato il Direttore Generale, sarà utile anche a medici e farmacisti. «Solo lo scorso anno abbiamo avuto più di 5mila domande di variazioni a “bugiardini” e Rcp - ha spiegato Pani - e i cambiamenti vanno dall’aggiunta di effetti collaterali, i più importanti, alla diversa posologia. I medici e gli altri operatori dovrebbero `fare un giro´ sul sito ogni tanto, per essere sicuri di essere aggiornati». 


Mariele Ventre, presentata la domanda per la beatificazione

Corriere della sera

L'iniziativa di padre Berardo, tra i fondatori dell'Antoniano: «Era più francescana di noi»



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BOLOGNA - Minuta, bruna, sempre sorridente ma tenace e autorevole, un totem per i bambini cresciuti a Zecchino d'oro e tv per i ragazzi. Mariele Ventre, la storica direttrice del Piccolo coro dell'Antoniano di Bologna, che, dal 1963 al '95 ha insegnato a cantare ai bambini del coro dello Zecchino d'oro, potrebbe diventare beata. La domanda di beatificazione è stata presentata alla diocesi di Bologna dal francescano padre Berardo, tra i fondatori dell'Antoniano e biografo della Ventre.

PADRE BERARDO - A riportare la notizia è il settimanale Credere che racconta come padre Berardo abbia dedicato gli ultimi anni della sua vita a raccogliere testimonianze per l'apertura del processo di beatificazione la cui domanda, appunto, è stata presentata due anni fa. Il frate, morto l'estate scorsa, era infatti convinto della santità di Mariele Ventre che definiva «più francescana di noi francescani».

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LE ORIGINI - Il Piccolo coro, ricorda Credere è ancora una scuola di vita, come quando nacque, nel 1963. Allora Mariele era una giovane e promettente pianista, appena diplomata al Conservatorio di Milano. Il padre, ricorda il settimanale, la vedeva già proiettata in una carriera da concertista, ma i frati le avevano chiesto di preparare i piccoli solisti dello Zecchino, che due anni prima si era trasferito a Bologna da Milano, e lei era rimasta folgorata dalla scoperta del valore pedagogico e formativo della canzone e del canto corale per l'infanzia. Così aveva fondato il Piccolo coro, un'esperienza unica nel panorama del nostro Paese. Da quel momento aveva dedicato tutte le sue energie alla musica e ai bambini. Mariele Ventre è morta il 16 dicembre 1995, a venti giorni dal suo ultimo Zecchino.

Guarda il video



(fonte: Ansa)
13 novembre 2013

I ricercatori e il piano flop “Tornati in Italia e maltrattati”

La Stampa

flavia amabile
roma

Contratti precari e demansionamenti dopo aver rinunciato alle carriere all’estero


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Quando Anthony Marasco ha sentito quella frase si è arrabbiato ancora di più. Già è furibondo per come l’Italia lo ha trattato, le parole della ministra dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza gli sono sembrate uno schiaffo dritto in faccia, e ha deciso di rispondere. «A differenza del passato - aveva spiegato la ministra parlando del suo nuovo programma per il rientro dei cervelli fuggiti all’estero - stavolta garantiremo il consolidamento dei ricercatori in arrivo dall’estero all’interno del sistema universitario. Non si può fare l’attrazione con i contratti a termine.

Occorre rendere chi rientra professore, con una posizione decorosa e degna dello sforzo che ha fatto per tornare in Italia». Dopo averla letta, Anthony Marasco ha scritto una lunga lettera che è stata firmata da oltre 30 altri che, come lui, si erano fidati negli anni scorsi delle promesse dei governi italiani. Alcuni di loro pagando la scelta a caro prezzo. «Chi scrive - spiega Marasco - è parte di quel “passato” a cui si riferisce il ministro.

Noi siamo fra coloro che, a vario titolo e in vario modo, si sono trovati senza garanzie e senza certezze a dover fare i conti con una realtà che cambiava di giorno in giorno. Alcuni di noi sono stati stabilizzati; altri per essere stabilizzati hanno dovuto accettare un abbassamento di rango e di stipendio; altri ancora sono dovuti ritornare all’estero o hanno dovuto cambiare mestiere. Per tutti, comunque, si è trattato di un inutile calvario, con atti formali presi all’ultimo minuto, leggi che cambiano improvvisamente, procedure farraginose e incerte.

Fa piacere leggere che tutto questo ora non accadrà più. E non voglio avere alcun dubbio che davvero non accadrà più, ma mi sembra incredibile che un ministro ammetta che finora delle persone siano state trattate in modo non dignitoso e che le ignori come se fossero cadaveri. Noi non siamo cadaveri, siamo persone con delle vite che abbiamo messo in gioco perché ci siamo fidati. Non si può voltare pagina facendo finta che non esistiamo». 

Esistono, invece, e porteranno per sempre su di loro i segni di questo tradimento. Come Carlo Caruso, italianista che l’Italia non vuole e che è tornato a lavorare in Gran Bretagna da cui era rientrato, uno che all’università di Durham oggi lavora con una borsa di studio da 130mila sterline. «Con altre università il mio curriculum è fonte di attenzione e di stima. In Italia mi sono sentito un ostacolo. Persino chi è a costo zero come noi che eravamo finanziati dal Miur, venivamo ostacolati solo perché esterni rispetto al corpo docente». 

Lo stesso vale per Anthony Marasco, Phd a Berkeley, specializzazione in Storia intellettuale, nel 2004 arriva all’università Ca’ Foscari di Venezia ad insegnare Letteratura Americana. «L’entrata è stata da rockstar: applausi, complimenti, tutti felici, tutti attorno. Quattro anni dopo l’uscita è stata da incubo.

Persino la docente che mi aveva chiamato per partecipare al programma non mi salutava più per strada. Da risorsa ero diventato un problema». Dopo aver combattuto e vinto la battaglia per far stabilizzare anche i ricercatori come lui, alla Ca’ Foscari, che fino ad allora aveva rifiutato la sua stabilizzazione perché la legge non lo permetteva, ha scoperto che il suo corso non interessava più, che la letteratura americana poteva anche non essere insegnata.

«In realtà poi hanno proposto il corso ad una persona con competenze completamente diverse. Non sarei dovuto tornare in Italia, ma di fronte alla promessa di un posto stabile perché non sarei dovuto rientrare?». E ora che ha moglie e figli, trovare di nuovo un percorso all’estero non è semplice, spiega. E quindi è qui, lavorando come può.

«Non siamo dei martiri - scrive nella lettera alla ministra Carrozza -, ma persone in carne e ossa che avevano contato su un Programma ministeriale per poter continuare la propria ricerca in Italia. È troppo tardi? E perché mai? Tutti sanno - continua - a che cosa siamo andati incontro, e pochi sono disposti oggi ad accettare quella che è una vera e propria roulette russa. Sia coraggiosa signora Ministro, e metta fine a una stagione poco felice per aprirne una completamente nuova». 

Drive in compie trent’anni la risata che cambiò la tv

La Stampa

luca dondoni
milano

Antonio Ricci: ci hanno accusati di volgarità ma siamo stati lo specchio feroce degli Anni 80



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Il mitico Drive In, programma seminale nel campo dei varietà di satira politica, compie trent’anni e per celebrarlo Antonio Ricci ieri ha presentato una collezione di sei dvd e altrettanti fascicoli con la storia, gli aneddoti e le curiosità che lo riguardano. «Drive In - ha detto Ricci – è stato dapprima un oggetto misterioso guardato dal basso in alto, poi uno spettacolo di cui Federico Fellini scrisse: “è l’unico programma per cui valga la pena accendere la tv”; più recentemente per qualcuno è stato un totem da abbattere.

Contro di noi c’è stato addirittura un tentativo di usare il metodo Boffo, in realtà diventato un metodo buffo al limite del ridicolo». Per dimostrare che ridicolo è stato chi negli anni si sono scagliati contro la trasmissione Ricci ha parlato per due ore difendendolo da tutte le polemiche e annunciando che il 4 dicembre Canale 5 trasmetterà un documentario con la storia di questi trent’anni, tra tv, politica e costume, curato da Luca Martera. 

Tra uno spezzone e uno stacchetto che ricorderà gli sketch di Ezio Greggio, Gianfranco D’Angelo, Giorgio Faletti, Gaspare & Zuzzurro, Sergio Vastano, Boldi & Teocoli, Enrico Beruschi, Tinì Cansino, Lory Del Santo, i Trettrè ecc. vedremo le immagini degli albori della tv privata. Con la bocca aperta e i ricordi che si rincorrono vedremo registrazioni de «La Bustarella» di Antenna 3 o «L’aria di mezzanotte» di Telealto milanese.

Quei programmi erano pieni di donne quasi totalmente nude che hanno anticipato le ragazze Fast Food del Drive In che per quei tempi erano vestite da educande. «Siamo stati additati – dice Ricci – come l’origine di ogni male ma al contrario, come qualche giornalista ha scritto, per noi esisteva la regola della doppia lettura. Non c’era sketch, battuta o ammiccamento di Greggio, delle Fast Food, della Del Santo o della Cansino che non nascondesse un sottointeso, una denuncia o una battuta (spesso) al vetriolo».

Per confermare quanto il programma andato in onda solo per cinque anni dal 1983 al 1988 sia stato importante per la tv italiana, il documentario di 90’ proporrà anche le interviste a personaggi come Pippo Baudo, Walter Veltroni, Ciriaco De Mita, Enrico Vanzina e Gad Lerner. Carlo Freccero e Gianpiero Mughini sono stati interpellati per la collezione dei dvd e leggendo le tante firme che si sono spese in complimenti che hanno sublimato il lavoro svolto da Ricci e i suoi autori, si scopre un Luciano Salce che lo premiò con un «dieci con lode», il critico Giovanni Raboni che ne scrisse come di «un congegno tv a orologeria». 



L'egemonia culturale del Gabibbo
 
La Stampa
alberto mattioli

Un libro di Panarari elegge gli intellettuali di oggi: Signorini e De Filippi. Ed è subito rissa



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Al dibattito mancava solo il contributo dell'unico intellettuale rosso rimasto in Italia: il Gabibbo. E puntualmente ieri l'altro il pupazzo vendicatore ha detto la sua in prima pagina sul Riformista: «Compagni, Drive in non si tocca». E giù una serqua di frustate sulla «cricchetta dei besughi» che fa discorsi «al livello di Fantocci». Alt. Rewind. Cosa ha scatenato l'ira di Antonio Ricci per interposto Gabibbo? Tutto nasce da un saggio, L'egemonia sottoculturale. L'Italia da Gramsci al gossip, di impeccabili credenziali «di sinistra» perché pubblicato dall'Einaudi e firmato da Massimiliano Panarari, professore di Analisi del linguaggio politico e collaboratore di Repubblica.

La tesi di Panarari è semplice: una volta c'era l'egemonia culturale gramsciana, oggi quella televisiva, lo strapotere «delle armi di distrazione di massa». Ma, attenzione, gestite con frivolezza apparente, in realtà con sottile acume egemonico dalle «emittenze grigie», gli intellettuali di riferimento del berlusconismo triumphans. Non certo dei professori o dei noiosi intellettuali, ma i volti di una «Weltanschauung pop» (nientemeno) che noi povere oche teledipendenti crediamo ci intrattenga o, in rari casi, ci diverta. E invece ci domina, arma segreta per gli immancabili destini elettorali del Cavaliere. In particolare, Panarari mette sulla graticola cinque maître-à-penser dell'Italia del Duemila: Alfonso Signorini («intellettuale organico del nazionalgossip»), Antonio Ricci («situazionisti si nasce... e si rimane»), Maria De Filippi («arbitra elegantiarum della neo-Italia»), Simona Ventura (il «neorealitismo») e Bruno Vespa («la fine dell'opinione pubblica»).

Fin qui il libro (pagg. 148, e16,50), peraltro argomentato bene e meglio scritto. Ma quello che affascina sono le reazioni furibonde che ha scatenato, mentre presumibilmente all'Einaudi godono come ricci (con la minuscola) per il baccano suscitato. Intanto, le due prime recensioni, curiosamente uguali e contrarie. Repubblica ha fatto il pezzo scandalizzato da «professoresse democratiche» (copyright del compianto Edmondo Berselli) sulle malefatte della banda dei Cinque, deplorando per la tremilionesima volta la tivù formato tette & culi, la morte degli ideali, lo strapotere mediatico della destra e l'incapacità della sinistra a trovare un'alternativa: dunque, pollice verso anche per le comparsate di Fassino con la tata a C'è posta per te e di Bersani con i cantanti a Sanremo.

Libero ha invece ripetuto per la quattromilionesima volta che la scelta di accendere la tivù o di comprare Chi è libera, che nelle aziende del leader massimo del Popolo della libertà (Einaudi compresa) è massima anche la libertà, che il popolo è sovrano e sceglie da solo se e come imbarbarirsi (e come votare) e comunque basta con questo culturame.

Però è interessante il passaggio successivo. Da destra, sul giornale del capo dell'opposizione, sì, insomma, sul Secolo d'Italia, l'ideologo di Fini, Luciano Lanna, apprezza il libro e ne approfitta per bastonare Sandro Bondi che continua a intonare la vecchia canzone dell'egemonia culturale della «nomenclatura» di sinistra, senza rendersi conto che «la vera discriminante non è quella definita dalle categorie ottocentesche di destra e di sinistra ma quella attuale e devastante tra politica e antipolitica» (e, verrebbe da aggiungere, se non riesce a fare una politica culturale di destra nemmeno il ministro di destra dei Beni culturali, allora chi deve farla? Il punto è che ogni volta che qualche amico di Bondi occupa, poniamo, un teatro, il massimo del nuovo che sa proporre è Zeffirelli...).

Da sinistra, sul Riformista, anche Luca Mastrantonio elogia il libro, perché «mette a fuoco il rapporto tra questa sottocultura e il potere», quindi nel Pd e dintorni si dovrebbe smetterla di sospirare sulla tivù bernabeiana educata ed educativa sì bella e perduta (e che infatti è rimpianta soprattutto a sinistra, vedi Fazio o il veterodemocristiano Baudo) e di usare «categorie desuete, vetero-gramsciane o da vintage Anni Sessanta e Settanta». Insomma: in perfetta simmetria, gli ortodossi delle due parti stroncano il libro, gli eretici lo approvano.

Finché deflagra la letteraccia del Gabibbo: «Sostenere che è tutta colpa del Drive in è come dire che se c'è la camorra la colpa è di Saviano». E giù mazzate, queste magari meno gradite nella sacre stanze di via Biancamano: «Il saggio dell'Einaudi è un classico esempio di come si sia ridotta la casa editrice nelle tremule mani dei berlusconiani. Giulio Einaudi non avrebbe mai pubblicato un saggio fast food, non privo di una certa carineria frou frou, ma facilmente smentibile». Curioso, però. Proprio Panarari, per deplorare il declino dei quotidiani, citava il saggio Massimo Fini («I giornali, quando chiedono un commento, non si rivolgono a Emanuale Severino ma ad Alba Parietti») rincarando pure la dose: «e perfino al Gabibbo di Striscia, si potrebbe aggiungere». Detto fatto.



Ricci: “La Tv serve a vendere ma nel Paese dell’ipocrisia le chiedono di insegnare”

La Stampa
paolo festuccia


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L’Italia, dice Antonio Ricci, «è il Paese delle ipocrisie, dei luoghi comuni, di quanti chiedono alla Tv di fare cultura, lasciando, però, la scuola nello stato in cui è». E chi, come lui, si è messo in testa di combattere l’ipocrisia sa che è una guerra persa, «ma la goduria è nel provarci. Pensi che nel mio vecchio “Drive in” di 30 anni fa c’era già tutto dell’Italia di oggi». L’occasione è il premio dei “Senza testa” che la città di Osimo assegna a chi con la testa ha fatto successo. Ricci ci scherza su, ma il profilo calza a pennello: programmi di successo, ascolti record e critiche spietate. 

Drive in, per i suoi nemici, è la radice di ogni male. È così?
«Fosse vero, andrei in giro a pavoneggiarmi. I nemici sono necessari per la dialettica, per tenerti in vita. Per anni mi hanno accusato di comicità demenziale, mentre mi sono sempre sentito un figlio dei lumi. La mia televisione era un manifesto iperrealista dell’Italia Anni 80. Ci lavorava il meglio dell’intellighenzia satirica, da Elle Kappa a Staino a Stefano Disegni. All’epoca Angelo Guglielmi dichiarò che non se ne lasciava sfuggire nemmeno una puntata, e lo scelse come modello».

L’Italia è così, accusa e si ricrede. Poi riabilita tutti: dalla politica alla televisione…
«Il nostro è un Paese cattolico e mafioso che vive di ipocrisie. Tutti si indignano in maniera strumentale, salvo poi ricredersi. Se le cose vanno male, non è sempre colpa del ventennio o di quello che ha il cane Dudù o del nipote di Letta, democristiano nel Dna. È che se non si guarda in faccia alla realtà i problemi non si risolvono».

E qual è, allora, il ruolo della Tv?
«La televisione è fatta per provocare e per vendere, non per discutere o scoprire la verità. Non interagisce con il pubblico e soprattutto non insegna niente, e quando lo fa va contro natura perché è il più grande Postalmarket del mondo. Con la Tv non si ragiona perché è rappresentazione. Lo dimostrano i programmi di cucina: non si riesce a capire una ricetta, è lo spettacolo che domina. Un apprendimento che vada oltre l’uovo sodo è impossibile. Lo stesso accade nei talk show».