venerdì 15 novembre 2013

Letta arruola la Concia: 50mila euro per i diritti dei gay

Libero


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L’ultimo contratto ha la data del 21 ottobre 2013. Secondo le regole di palazzo Chigi la presidenza del Consiglio dei ministri guidata da Enrico Letta ha fatto anche un regolare bando di gara. Tema: «Incarico per la realizzazione di una ricerca relativa alle politiche di prevenzione e contrasto alla violenza di genere e di ogni forma di discriminazione nel mondo dello sport anche in relazione al protocollo di intesa stipulato fra il ministro per le Pari Opportunità e il Coni dell’11 giugno 2013». Nel bando non ci sono molti altri particolari, ma nella sostanza si tratta di fornire a palazzo Chigi una bella ricerca sulle discriminazioni di genere all’interno del mondo sportivo, per fare conoscere a Letta le dimensioni di eventuali fenomeni di discriminazioni in base agli orientamenti sessuali di ciascuno.

Inutile dire che non si tratta di discriminazione di un sesso verso l’altro, perché il settore femminile e maschile dello sport italiano sono consolidati da tempo e non c’è particolare interesse ad indagare. Il tema è invece quello della discriminazione nei confronti di atleti o aspiranti atleti omosessuali, lesbiche o transgender  nello sport italiano.

Non si sa quanto corposa debba essere la ricerca, ma si conosce quanto viene pagata: 39.900 euro netti, a cui va aggiunta l’Iva al 22%, per un totale quindi di 48.678 euro. Al bando si è presentato un solo soggetto. Che naturalmente ha vinto. Così il 21 ottobre scorso il capo del dipartimento per le pari opportunità della presidenza del consiglio dei ministri, il consigliere Ermenegilda Siniscalchi ha inviato la lettera di incarico al vincitore, chiedendo di controfirmare un «contratto per prestazioni di carattere intellettuale», vista «la rilevante e comprovata esperienza in materia da ella maturata, di cui al curriculum vitae».

Il vincitore del bando si chiama Anna Paola Concia. È un ex deputato del Pd, eletta alla Camera in Puglia nel 2008. In parlamento ci sarebbe ancora se gli elettori non l’avessero clamorosamente bocciata in Abruzzo nelle elezioni del febbraio 2013, battuta sia da Stefania Pezzopane (eletta) che da Franco Marini (primo escluso).

Che abbia una lunga esperienza in tema di diritti di genere, è sicuro: la Concia è la portavoce ufficiale del tavolo LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) del Partito democratico, ed è stata anche la prima parlamentare italiana a dichiararsi apertamente lesbica e a battagliare pure alla Camera perché fosse riconosciuta l’assistenza sanitaria alla sua convivente. Ma come spesso capita in queste occasioni, l’idea di affidare una commessa pubblica a un ex parlamentare battuto alle elezioni più che scelta professionale ha il sapore di una riparazione con soldi pubblici fatta dal potente di turno, ed è inevitabilmente destinata a suscitare polemiche.

Letta, che sicuramente apprezza la Concia, può difendersi sostenendo che da quando è in carica il suo esecutivo ha avuto una attenzione speciale verso il mondo Lgbt, e che non è certo questa l’unica commessa fornita dalla presidenza del Consiglio. Il 15 maggio scorso fra i primi atti del governo c’è stata infatti la decisione di affidare all’Arcigay un incarico pagato 20.484,09 euro per «realizzare iniziative di sensibilizzazione e contrasto ad ogni forma di pregiudizio e discriminazione». L’occasione istituzionale era quella della giornata contro l’Omofobia calendarizzata per il 17 maggio.

Ma la commessa ha il sapore di un puro finanziamento di simpatia, perché la lettera di incarico all’Arcigay per realizzare quelle iniziative porta la data del 15 maggio. Anche ad essere geniali, sembra difficile in due soli giorni pensare e subito realizzare una campagna di “sensibilizzazione”. 
Il 21 maggio sempre la presidenza del Consiglio dei ministri ha fatto qualcosina di più che dare il patrocinio al gay pride che si sarebbe tenuto a Palermo il 23 giugno. Ha firmato un contratto con l’Associazione Palermo Pride per «l’organizzazione dell’iniziativa di sensibilizzazione e contrasto ad ogni forma di pregiudizio e discriminazione in occasione del Palermo Pride».

Costo previsto (e poi effettivamente pagato): 19.800 euro, compresa l’Iva che ammontava a 3.436,36 euro. Sempre per il Palermo Pride Letta ha pagato 3.857,24 euro alla Alias srl di Palermo per «il progetto grafico e l’allestimento della sala» dove si sarebbe tenuto il convegno di apertura della manifestazione. Il 28 maggio invece la presidenza del Consiglio ha firmato un contratto da 24.750 euro con il Gay center/Gay help line per la «costituzione e l’avvio di un laboratorio interculturale sulla tematica «Rifugiati e immigrati Lgbt», in occasione della Giornata del Rifugiato, in calendario per il 20 giugno. Qui almeno c’era quasi un mese di tempo per pensare e realizzare qualcosa che valesse quella cifra...

di Franco Bechis

Dal riso di mongrovia alla pianta della moringa: ecco gli sprechi di Pisapia

Domenico Ferrara - Gio, 14/11/2013 - 16:09

96mila euro per far conoscere l’albero di moringa in Congo, 102mila per migliorare la dieta dei profughi in Algeria, 78mila euro per la manioca in Sudan e ancora. La solidarietà è (solo) un bene da esportazione

La solidarietà è un bene da esportazione. La trovi nei progetti internazionali, immersa nel fiume di soldi elargiti per fini nobili, ma poi, quando magari sarebbe necessaria in casa propria se ne trovano tracce sbiadite.

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La crisi economica sferza il Belpaese e giganti del benessere e della produttività – come Milano - rischiano di trasformarsi in nani del degrado. Anziani ridotti a mendicare, emarginati nudi in strada vicino alla stazione, tendopoli in pieno centro: l'ex citta da bere non ha più bicchieri. Ecco dunque che quando ti imbatti nei progetti internazionali finanziati dal Comune di Milano e trovi cifre importanti usate per scopi quanto meno procrastinabili, il dubbio che si faccia poco per ovviare – prima – alla povertà nostrana prende campo.

Un esempio? Palazzo Marino spende 96mila euro per valorizzare e far conoscere l’albero di moringa nella Repubblica Democratica del Congo, precisamente tra le famiglie di Tshimbulu e della zona rurale circostante. In Algeria il Comune finanzia con 102mila euro il miglioramento della dieta dei profughi Sahrawi. E ancora: 155mila euro per contribuire alla salvaguardia e alla valorizzazione di una specie autoctona di cacao naturale (cacao nacional sabor arriba) in Ecuador.

Per sostenere l’avvio della filiera della manioca e migliorare la sicurezza alimentare della popolazione della Contea di Juba nel Sudan la giunta spende 78mila euro. Poi 150mila euro spesi per la valorizzazione delle specie autoctone del Rakhine con particolare riferimento alle specie di frutta tropicale e ortaggi nella Repubblica di Myanmar; 68mila euro per valorizzare la produzione del riso di mangrovia in Guinea. Sono solo alcuni esempi del progetto Funzionari Senza Frontiere.

Per carità, non è che le precedenti amministrazioni non abbiano investito risorse umane e finanziarie in iniziative simili, anzi. Il punto, su cui ci si potrebbe almeno interrogare, è quanto queste iniziative - in una situazione di crisi economica come quella che stiamo attraversando - siano utili e in che misura tolgano denaro che potrebbe essere riversato nella soluzione dei problemi cittadini: dalla disoccupazione alle persone bisognose. Soprattutto considerata la mole di rincari (Atm, Irpef, Tares, solo per citarne alcune) e di nuove tasse che ha investito i milanesi.

Apple, presto si potrà rintracciare l'iPhone smarrito anche da spento

Il Messaggero

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Se trovare il proprio iPhone smarrito o rubato è possibile con il software "Trova il mio iPhone", Apple sta progettando un nuovo sistema che potrebbe essere rivoluzionario. Con il nome “Apparatus and method for determining a wireless devices location after shutdown” (Apparati e metodi per determinare la posizione di un dispositivo dopo lo spegnimento), l'azienda di Cupertino ha brevettato un sistema che consente di mostrare la posizione GPS del dispositivo anche quando è spento.

Il dispositivo invierà la propria posizione da spento ai server dell’azienda solo se l’utente abiliterà e configurerà la relativa funzione: sarà richiesto infatti di inserire un codice in fase di spegnimento del telefono. Se il codice inserito sarà corretto, il dispositivo si spegnerà senza problemi, ma se dovesse essere quello errato, la funzione si abiliterà automaticamente ed invierà i dati ai server.


Venerdì 15 Novembre 2013 - 10:42

Potere rosa» alla Cia

La Stampa

paolo mastrolilli

Il 46% degli agenti della Central Intelligence Agency è composto da donne, e cinque delle otto poltrone più alte nella gerarchia della “Company” sono occupate da signore, inclusa quella del vice direttore dove siede Avril Haines.


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Chi ha visto il film “Zero Dark Thrty”, quello sulla caccia e l’uccisione di Osama bin Laden, sarà rimasto sorpreso nel vedere che i rudi uomini del Navy Seal Team 6, quelli che lanciarono il blitz di Abbottabad, erano guidati da un’agente della Cia di nome Maya. Non era una licenza cinematografica, perché nella realtà era andata proprio così. Una donna aveva scoperto il nascondiglio in Pakistan del capo di al Qaeda, e lei si era presa la responsabilità di raccomandare l’azione che lo aveva eliminato.

Il fatto più rilevante di questa storia, però, è che non si tratta di un caso. Oggi, infatti, il 46% degli agenti della Central Intelligence Agency appartiene all’ex sesso debole, e cinque delle otto poltrone più alte nella gerarchia della “Company” sono occupate da signore, inclusa quella del vice direttore dove siede Avril Haines. Poi ci sono Meroe Park, direttore esecutivo e numero tre dell’agenzia; Fran Moore che è il Director of Intelligence, cioé capo degli analisti;

Sue Gordon, Director of support, e varie altre colleghe che non si possono nominare perché hanno incarichi coperti dal segreto. In altre parole, se domani il direttore John Brennan inciampasse per le scale e non fosse in grado di andare alla riunione che ogni mattina alle 8,30 apre la giornata di lavoro, il più famoso servizio segreto del mondo sarebbe quasi completamente in mano alle donne.

Questi numeri sono sorprendenti, ma non proprio casuali. Fin dalla sua nascita, nel 1947, la Cia ha impiegato in media più donne delle 500 compagnie private che guidavano la venerata classifica del giornale Fortune sulle migliori aziende del paese. Il motivo sta nel fatto che gli agenti di sesso femminile portavano qualità molto necessarie al mestiere spionistico, nonostante poi tra i ranghi dominasse una cultura piuttosto maschilista. Questa cultura diventava evidente soprattutto in due settori: le posizioni operative, dove si trattava spesso di menare le mani e rischiare la vita, e quelle dirigenziali, dove per qualche ragione sembrava inevitabile che le poltrone più alte toccassero ai maschi.

Il mondo nel frattempo è cambiato, e soprattutto gli ultimi due direttori, il generale Petraeus e John Brennan, hanno insistito sulla necessità di aprire più porte alle donne, naturalmente senza dimenticare Leon Panetta, che si fidò del giudizio di Maya quando decise di consigliare al presidente Obama il raid contro Osama. Questo è successo semplicemente perché le donne erano già da tempo nell’agenzia, avevano dimostrato di saper fare il loro lavoro, e avevano solo bisogno di qualcuno con il coraggio di riconoscerlo e infrangere i vecchi stereotipi. 

Naturalmente la nuova cultura ha comportato anche dei costi, come quando nel 2009 due colleghe che guidavano la caccia a bin Laden furono uccise nell’attentato suicida che un infiltrato di al Qaeda lanciò contro Camp Chapman a Khost, in Afghanistan. Tra loro c’era Jennifer Lynne Matthew, capo stazione e madre di tre figli. Le due cadute, però, ricevettero lo stesso trattamento riservato ai maschi, e a terminare il loro lavoro ci pensò poi Maya.

L'Espresso: «Bevi Napoli e poi muori» Il consigliere Gabriele: è procurato allarme

Il Mattino

L'ex assessore invita i napoletani a non comprare il giornale. Replica del direttore: «Bisogna far finta di niente?»


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NAPOLI - «Bevi Napoli e poi muori». È il titolo choc del nuovo numero de L'Espresso dove, ovviamente, si parla dell'emergenza ambientale in corso in Campania, tra Terra dei fuochi e acque contaminate in base ad un rapporto dei militari statunitensi di stanza in Campania. Sulla copertina del settimanale (in edicola domani) c'è anche scritto «Acqua contaminata ovunque... Nessuna zona è sicura». L'inchiesta è firmata da Claudio Pappaianni e Gianluca Di Feo. In effetti l'allarme risale al 2009. Quattro anni fa fu commissionato lo studio sulle acque presumibilmente contaminate del Casertano (leggi l'articolo del maggio 2009).

LO STUDIO USA - I DOCUMENTI - Ecco tutti i report dei militari statunitensi effettuati in Campania.

«PROCURATO ALLARME» - Il consigliere regionale della campania del Pse, Corrado Gabriele, presa visione della copertina, ha avvertito che presenterà un esposto alla Procura della Repubblica di Napoli per chiedere: «di accertare se non sia il caso di verificare gli estremi della violazione dell'articolo 658 del Codice Penale e vietare l'uscita in edicola di domani delle copie».

L'ALLARME E IL DANNO - Secondo Gabriele, potrebbe configurarsi il reato di procurato allarme evidenziando «il danno all'economia campana e soprattutto il danno psicologico per milioni di cittadini napoletani e campani che oltre a subire le conseguenze dei rifiuti seppelliti in Campania devono vivere nel terrore di utilizzare l'acqua e i prodotti agricoli della nostra terra». A giudizio del consigliere regionale la copertina «è offensiva e andrebbe censurata». Di qui l'invito ai lettori «della storica rivista a boicottare la vendita la vendita delle copie dell'Espresso in edicola questa settimana».

«È assurdo - sottolinea Gabriele - che si faccia una campagna contro l'immagine della nostra città nel mondo: propongo a tutti i lettori abituali de l'Espresso di destinare il prezzo di copertina agli aiuti umanitari che l'Ong Save The Children sta promuovendo per i bambini delle Filippine rimasti senza casa e senza famiglia inviando sms al 45509». Analoga iniziativa, annuncia Gabriele, «sarà presentata a Roma dal capogruppo dei Socialisti alla Camera l'onorevole Marco Di Lello». Gabriele annuncia che sarà in giornata all'ufficio notifiche di reati, alla Torre B del Palazzo di Giustizia di Napoli, per presentare l'esposto.

LA REPLICA DEL GIORNALE - «Invitiamo il consigliere regionale Corrado Gabriele a leggere sull'Espresso in edicola domani l'accurata inchiesta sulla situazione ambientale in Campania prima di esprimere giudizi e addirittura chiedere l'intervento della magistratura per un eventuale reato di procurato allarme». È la replica della direzione dell'Espresso al consigliere regionale. «Pensiamo - continua la nota del settimanale - che far finta di niente, prendersela con chi fa informazione invece che con chi dovrebbe impedire il traffico di rifiuti tossici gestito dalla criminalità organizzata può solo peggiorare la vita di chi vive in quelle zone e da anni sopporta le terribili conseguenze dell'inquinamento».

ASSESSORI ROMANO E NUGNES - Contro l'inchiesta del settimanale si scagliano anche gli assessori regionali all’Ambiente all’Agricoltura, Giovanni Romano e Daniela Nugnes: «L'Espresso si avvia a condurre una campagna che rischia di diventare lesiva nei confronti di Napoli e della Campania in generale. Nessuno vuole nascondere i problemi ma devono essere chiari e certificati gli effetti reali, come le responsabilità e azioni messe in campo».

IL COMUNE DI NAPOLI: L'ACQUA È BUONA - Nel polverone, in tarda serata, si fa vivo anche il Comune di Napoli: «L'amministrazione - si legge in una nota - vuole rassicurare le cittadine e i cittadini sulla qualità dell'acqua erogata a Napoli, la quale risulta controllata e potabile. L'Abc (società pubblica che gestisce le risorse idriche in città, ndr) effettua quotidiani e numerosi controlli in diversi punti di prelievo del nostro sistema idrico nelle diverse zone della città (oltre 50 punti). Tali controlli avvengono parallelamente ai controlli effettuati dalla Asl Napoli 1. I prelievi compiuti dall’Asl vengono poi analizzati nei laboratori dell’Arpac che restituisce le informazioni alla Asl per la valutazione della potabilità. Nel contempo Abc effettua le analisi nel proprio laboratorio.

I contatti tra Abc e Asl garantiscono quindi le cittadine e i cittadini in merito alla potabilità dell’acqua erogata nella città, rilasciando anche un “giudizio di potabilità". Al fine di effettuare un adeguato controllo sulla qualità dell’acqua distribuita, le analisi effettuate nei laboratori dell'Abc sono numericamente 5 volte più frequenti rispetto al minimo stabilito dalla legge (D. Lgs 31/01). I dati delle analisi sono pubblici e consultabili sul sito (www.abc.napoli.it) dove è possibile verificare per la città di Napoli, zona per zona, i parametri delle acque che l'Abc distribuisce». Poi, tanto per cambiare, minaccia querela: «Il Comune attende l'uscita del settimanale L'espresso per leggerne i contenuti e valutare, qualora fosse opportuno, le possibili azioni a tutela dell'immagine della città».

14 novembre 2013

Togliatti ha tradito Gramsci: ecco le carte che lo provano

Francesco Perfetti - Ven, 15/11/2013 - 08:14

Un importante libro di Mauro Canali, basato su ricerche d'archivio, testimonia che il leader sardo fu abbandonato e osteggiato da Palmiro

Antonio Gramsci fu arrestato la notte dell'8 novembre 1926 a Roma dove viveva, in affitto, nella casa di due anziani coniugi, Giorgio e Clara Passarge, legati da rapporti di amicizia con Carmine Senise, già allora alto funzionario del ministero dell'Interno.


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Iniziò, così, il lungo calvario dell'esponente comunista tra confino e carcere. A quell'epoca i suoi rapporti con Palmiro Togliatti si erano già deteriorati. Sullo sfondo c'era lo scontro di potere all'interno del gruppo dirigente bolscevico dopo la morte di Lenin: Stalin e Bucharin, da una parte, Trockij, Zinoviev e Kamenev, dall'altra. Gramsci aveva inviato a Togliatti, rappresentante del Pcd'I nella III internazionale, un documento per i dirigenti sovietici nel quale lasciava trapelare il suo dissenso per il comportamento della maggioranza staliniana del Comitato Centrale del Pcus nei confronti dell'opposizione e auspicava un riavvicinamento ideologico con personalità che godevano di prestigio mondiale e andavano annoverate fra i «nostri maestri».

Togliatti, già folgorato dalla stella di Stalin, non consegnò il documento ritenendolo inopportuno ed ebbe con Gramsci un duro scambio di lettere. Fu il primo tradimento nei confronti di Gramsci. Non fu, però, il solo, come documenta un importante lavoro di Mauro Canali intitolato Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata (Marsilio, pagg. 256, Euro 19,50) e frutto di una capillare e puntigliosa ricerca archivistica.

Subentrato a Gramsci nella guida del Pcd'I, Togliatti fece imboccare al partito la strada della subordinazione allo stalinismo e di un sostanziale disinteresse per la sorte del leader comunista, il quale cominciò a nutrire dubbi e sospetti su di lui. Nel febbraio del 1928, a istruttoria ancora aperta, Gramsci, detenuto a San Vittore in attesa di giudizio, ricevette da Ruggero Grieco una lettera che lasciava intendere com'egli fosse il capo del partito e avvalorava di fatto le accuse. Il giudice istruttore la commentò così: «onorevole, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera».

Quella lettera non fu un gesto di leggerezza o di stupidità, ma, per usare le parole di Gramsci, un «atto scellerato», dietro il quale si poteva supporre una subdola mano ispiratrice. Che fosse quella di Togliatti, Gramsci lo sospettò subito e lo fece notare alla cognata Tatiana sostenendo che la lettera non era «tutta farina del sacco di Grieco». Anni dopo, egli avrebbe ribadito all'economista Piero Sraffa i suoi sospetti sulla responsabilità di Togliatti sia nella vicenda della lettera che aveva aggravato la sua situazione processuale sia nel boicottaggio alle trattative per la sua liberazione avviate dal governo sovietico con l'intermediazione di padre Tacchi Venturi.

Poi giunsero la «svolta» del 1930 decisa da Togliatti, Longo e Secchia in ossequio alle direttive della III Internazionale, l'espulsione di Bordiga, Tresso, Leonetti e Ravazzoli dal partito e la campagna contro il «socialfascismo». Dal carcere Gramsci lanciò la proposta di una Costituente antifascista per una mobilitazione congiunta di comunisti e socialisti. Le strade di Togliatti e di Gramsci erano ormai divaricate. Del resto poco aveva fatto il partito per il detenuto se non mandargli qualche finanziamento che la cognata Tatiana otteneva tramite un misterioso personaggio, «linge», che Canali ha identificato in Riccardo Lombardi, il futuro esponente del Partito d'Azione e, poi, nell'Italia repubblicana, del Psi.

Il dissenso di Gramsci nei confronti del partito trovò riscontro nel suo isolamento. I compagni incarcerati lo evitavano e lo guardavano con ostilità. Su questo punto c'è una testimonianza di Sandro Pertini che ricordò un episodio avvenuto in una fredda giornata invernale quando, dopo una nevicata, i carcerati si misero a tirare palle di neve. Racconta Pertini: «una palla s'infranse sul muro al quale Gramsci si appoggiava, e ne uscì fuori un sasso. Io gli ero accanto e lo udii dire: “Avevano messo un sasso nella palla di neve per colpire me”». È un episodio più che eloquente sull'isolamento di Gramsci.

Eppure, gli studiosi comunisti continuarono a ribadire, nel dopoguerra, l'esistenza di un rapporto organico fra Gramsci e il partito, fino al punto da sostenere che egli inoltrò la domanda di libertà condizionale seguendo le direttive dei vertici del partito. Canali dimostra, carte alla mano, che le cose andarono diversamente: non fu Gramsci a «rispettare le norme indicate dal partito», ma, fu, viceversa, «il partito a rincorrere l'iniziativa di Gramsci, per non farsi trovare spiazzato» da una decisione «presa in assoluta autonomia».

C'era una logica nella negazione della verità. Era necessario occultare e rimuovere l'eterodossia di Gramsci per poter affermare, nell'Italia postfascista, l'esistenza di una linea di continuità Gramsci-Togliatti che consolidasse la rappresentazione mitica e unitaria della storia del Pci. Il regista di questa operazione fu lo stesso Togliatti che fece un uso strumentale, certo funzionale ai suoi disegni politici, degli scritti gramsciani, i Quaderni del carcere e le Lettere dal carcere, gestendone la pubblicazione destrutturata e mutilata. Fu, in sostanza, come dimostra il libro di Canali, proprio Palmiro Togliatti, scaltro e intelligente, a operare il «tradimento» di Antonio Gramsci e del suo pensiero.

Inquisizione, scoperto a Roma manuale inedito per cacciatori di streghe

Il Messaggero

Ritrovato a Roma un manuale di "caccia alle streghe", il "Formularium" del frate domenicano Modesto Scrofeo.

La caccia alle streghe in Italia ha avuto un protagonista di primo piano caduto nell'oblio da secoli: il frate domenicano Modesto Scrofeo da Vicenza, inquisitore di Como negli anni '20 del 1500, ossia nel momento in cui essa toccò il suo apice in diverse parti del versante meridionale dell'arco alpino.
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La vasta diocesi di Como fu il cuore della persecuzione di streghe e stregoni in terra italiana anche per opera di Scrofeo, il quale, forte del sostegno che papa Adriano VI gli aveva manifestato il 20 luglio 1523 con il breve «Dudum, uti nobis», processò per stregoneria nel corso di quell'anno diverse decine di persone in Valtellina, mandandone al rogo almeno sette. È stato possibile ora ricostruire compiutamente la figura di frate Modesto grazie alla sua opera «Formularium pro exequendo Inquisitionis officio», inedita e mai studiata, tramandata in un solo esemplare manoscritto che è contenuto, insieme con altri scritti del domenicano in un volume conservato alla Biblioteca Casanatense di Roma.

La scoperta del manuale inedito per cacciatori di streghe, datato intorno al 1523, apprende l'Adnkronos, si deve a Matteo Duni, professore di storia della Syracuse University di Firenze. Da questo piccolo corpus emerge con nettezza il profilo di un uomo determinato fino all'ossessione a sterminare le streghe e capace di dispiegare al servizio del suo obiettivo una notevole conoscenza giuridica: tratto, quest'ultimo, non comune a quel tempo tra gli inquisitori italiani, che di solito avevano una formazione teologica più che giuridica.

Il «Formularium» ed altri notevoli scritti inediti di fra Modesto - analizzati da Duni per la prima volta in un articolo che appare sulla rivista «Archivio Storico Italiano» (Olschki editore) - sono un condensato di quell'esperienza, pensati con il doppio fine di fornire una guida ai colleghi inquisitori e di rispondere alle forti proteste suscitate dal suo operato. L'opera rappresenta una preziosa fonte d'informazioni su di una caccia alle streghe finora poco nota, e al tempo stesso permette di ricostruire il profilo personale e dottrinale di un ecclesiastico convinto che lo sterminio delle complici di Satana fosse la priorità assoluta.

Il «Formularium» e un altro testo nel volume della Biblioteca Casanatense di Roma, l«'Apologia fratris Modesti Scrophei de Vincentia», sono anche una testimonianza preziosa dell'intensa caccia alle streghe che insanguinò la Valtellina tra l'estate e l'autunno del 1523 e suscitò aperte proteste contro l'operato del tribunale della fede, ma è conosciuta molto frammentariamente a causa della perdita di gran parte degli atti processuali. Gli ultimi due testi del manoscritto inedito, infine, le prediche «Pro Societate Sancte Crucis» e «De maleficis puniendis», offrono - scrive lo storico Matteo Duni nel suo saggio illustrativo - uno scorcio piuttosto raro del versante omiletico del lavoro di un inquisitore e ne mostrano l'integrazione piena con quello giudiziario.

Nell'insieme l'esame di tutti questi scritti permette di collocare Modesto Scrofeo in quella pattuglia di agguerriti inquisitori domenicani che, ai primi del '500, unirono all'attivismo nella persecuzione della stregoneria la volontà di analizzare a tavolino quel che a loro appariva come il crimine nefando per antonomasia, e di approntare una strumentazione teologica e legale che sostenesse la crociata allora in corso per eliminarlo. Il frate vicentino, insomma, fu uomo dello stesso stampo di cacciatori di streghe accaniti come Bernardo Rategno, Silvestro Mazzolini e Bartolomeo Spina, tutti autori di opere importanti sulla stregoneria. Scrofeo, comunque, appare più simile a Rategno che agli altri due per il suo approccio prevalentemente pratico al lavoro dell'inquisitore, l'attenzione agli aspetti legali e il relativo disinteresse per le questioni metafisiche.


Giovedì 14 Novembre 2013 - 17:58
Ultimo aggiornamento: 17:59

Medico anti-aborto censura l’Asl

Corriere della sera

«Corregge» manifesto in ambulatorio. Azzi: prenderemo provvedimenti


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Aborto? Secondo alcuni non solo non si può praticare, ma non se ne può nemmeno parlare. Arrivando al punto da censurare le stesse comunicazioni dell’Asl. Se ne sono accorti i pazienti di uno studio medico di Bergamo, che si sono ritrovati una grossa strisciata di nastro da pacchi al posto delle informazioni sui servizi dell’Azienda sanitaria. Un nastro affisso dalla stessa titolare dello studio, obiettore di coscienza. A Bergamo i medici obiettori sono tanti, al punto da rendere a volte complicato l’effettuazione del servizio. All’ospedale di Bergamo sono obiettori 20 ostetrici-ginecologi su 27, 32 anestesisti su 100 e 52 membri del personale sanitario non medico su 125.

Nell’Azienda ospedaliera di Seriate sono obiettori 21 ostetrici-ginecologi su 33, 11 anestesisti su 33 e 46 membri del personale sanitario non medico su 87. A Treviglio non sono obiettori solo 4 dei 28 ostetrici-ginecologi, 35 dei 69 componenti dello staff sanitario non medico, e un anestesista su 25.

Tra i professionisti contrari all’interruzione volontaria di gravidanza ci sono anche tanti medici di base e titolari di studi privati. Come appunto Paola Lamura, medico chirurgo che condivide con due colleghi uno studio di via Borgo Palazzo 100. È lei che ha deciso di correggere a modo suo il manifesto dello Spazio giovani dell’Asl, centro di ascolto dove i ragazzi fra i 14 e i 21 anni possono ricevere informazioni su una serie di questioni legate ai problemi della loro età.

Si va dal «rapporto con il proprio corpo e i suoi mutamenti» a quello «con gli amici, la famiglia, la coppia e la scuola». E poi a «come vivere i rapporti sessuali in modo consapevole e responsabile», «la contraccezione», «le malattie sessualmente trasmissibili», «la gravidanza». Ci sarebbe anche «l’interruzione volontaria della gravidanza», come recita la scritta su fondo azzurro visibile in tutti i manifesti. In tutti tranne quello affisso nello studio della dottoressa Lamura, censurato con il grosso nastro marrone con un’iniziativa che ha stupito diversi suoi pazienti.

«Io sono obiettore e non pratico aborti - spiega -. Se qualcuno vuole sapere qualcosa su questo argomento ne parla con il medico, non leggendone sui manifesti. L’ambulatorio è mio e decido io cosa affiggere». Una posizione che non vede d’accordo la direttrice generale dell’Asl Mara Azzi: «L’obiezione di coscienza è una scelta morale rispettabile, tutelata dalla legge. Ma non deve in nessun modo prevalere sul diritto dei pazienti a essere informati sui propri diritti e sui servizi messi a disposizione dall’Asl. La spiegazione che l’ambulatorio è suo non regge. Contatteremo la dottoressa, faremo le nostre valutazioni e agiremo di conseguenza».

15 novembre 2013

Intercettazione, Vendola se la rideva sui tumori dell'Ilva

Luca Romano - Ven, 15/11/2013 - 12:10

Spunta una telefonata imbarazzante tra il governatore della Puglia e Girolamo Archinà, responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva

Spunta un'intercettazione decisamente imbarazzante per Nichi Vendola. Risale al luglio 2010. Il governatore della Puglia parla al telefono con Girolamo Archinà, responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva. Si parla di tumori e di dati sull'inquinamento, con la conseguente forte preoccupazione dei lavoratori. Vendola se la ride di gusto... Ma facciamo un passo indietro per capire meglio.

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Come ricostruisce Il Fatto quotidiano il governatore della Puglia è appena rientrato da un viaggio in Cina. I suoi collaboratori gli fanno vedere un video che sta spopolando su Youtube: risale al 19 novembre 2009, in occasione della presentazione del rapporto ambiente e sicurezza dell'Ilva. Un giornalista di Taranto, Luigi Abbate, si avvicina all'industriale Emilio Riva per contestare i dati: "La realtà non è così rosea visti i tanti morti per tumore”.

Riva tergiversa un po', alla fine replica "ve li siete inventati". La situazione rischia di infiammarsi, con il giornalista che lo incalza. A quel punto interviene Archinà: strappa di mano il microfono al giornalista "impertinente" (guarda il video).  L'Ilva è sulle pagine di tutti i giornali a causa della diffusione dei dati dell’Arpa sui livelli allarmanti di alcune sostanze inquinanti. Il video della conferenza stampa - e dello "scippo" del microfono - finisce al centro di una telefonata tra il governatore della Puglia e Archinà, che i pm la “longa manus” dei Riva.

Nell’intercettazione telefonica (Vendola è tra i 53 indagati dell’inchiesta "Ambiente svenduto" della Procura di Taranto) il governatore ride dicendo ad Archinà di avere molto apprezzato "lo scatto felino" con cui il suo interclocutore, come si vede nel video, toglie il microfono al giornalista.


"Una scena fantastica", prosegue Vendola, facendo addirittura i complimenti ad Archinà. Ma le cose forse ancor più imbarazzante vengono dopo. Riferendosi al giornalista, Vendola lo definisce "faccia di provocatore". E suggerisce al suo interclocutore di "stringere i denti" di fronte a questi improvvisatori "senza arte né parte". E si congeda da lui - oggi considerato l'eminenza grigia della fabbrica, il "maestro degli insabbiatori" - con una raccomandazione: "Dite a Riva che il presidente non si è defilato".

Oggi però Vendola scarica ogni colpa sull'Ilva: "Il torto maggiore - ha detto ieri sera rispondendo ad una domanda del direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, ad un convegno sul Sud all’Ateneo di Bari - è legato alla storia dell’industria, che è stata lungamente indifferente alla tutela della salute e dell’ambiente. Non so se è stato un reato. Se è stato un reato lo confesso" ha aggiunto Vendola riferendosi alla circostanza di essere finito tra gli indagati nell’inchiesta sull’Ilva di Taranto. "Per me - ha aggiunto - quello che la Corte Costituzionale ha chiamato dovere precipuo di ogni pubblico amministratore, cioè la contemperanza degli interessi, è stata la bussola con cui ho agito. E io rivendico con orgoglio questo lavoro e non me ne pento".

Foreste: in 12 anni persa un’area di 1,5 milioni di km²

Corriere della sera

L’andamento delle foreste nel mondo dal 2000 al 2012 ricavato dall’analisi di 654 mila immagini satellitari

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Per compilare la mappa sono stati analizzati 143 miliardi di pixel di 654 mila immagini dei satelliti Landsat. Al termine di questo immane lavoro è stata compilata la più accurata mappa della situazione del foreste nel mondo dal 2000 al 2012. Alla ricerca, che è stata pubblicata il 15 novembre sulla rivista Science, hanno partecipato scienziati dell’Università del Maryland, Google, la State University di New York, il Centro di ricercaWoods Hole, il Servizio geologico degli Stati Uniti (Usgs) e la South Dakota State University. Chiave di tutta la ricerca, però, è stato l’aiuto di Google Earth, che ha riprodotto nella «nuvola» Google i modelli matematici sviluppati all’Università del Maryland per analizzare i dati dei Landsat.

I DATI - È emersa la perdita di una superficie forestata pari a 2.300.000 chilometri quadrati. La parziale buona notizia è che in un’area di 800 mila km² sono cresciuti nuovi boschi. Ma nel mondo ci sono quindi 1,5 milioni di km² di foreste in meno. In dodici anni è sparita un’area boschiva grande quanto cinque volte l’Italia.

Mappa

 

RISULTATO - Dalla mappa si evidenzia che le maggiori perdite di foreste sono avvenute alle alte latitudini, in particolare in Alaska, Canada e nella Siberia orientale. Altre perdite considerevoli si sono verificate ai margini meridionali dell’Amazzonia, nelle foreste tropicali di Sumatra e del Borneo tra Indonesia e Malaysia, in Australia sud-occidentale. Per contro i maggiori incrementi forestali sono stati registrati negli Stati Uniti sud-orientali e in Cile. In Europa le foreste nei primi dodici anni del XXI secolo sono rimaste sostanzialmente invariate: perdite in Francia (Aquitania) e recuperi in Portogallo.

15 novembre 2013

Stazione, la traccia per i ciechi finisce nell’aiuola

Corriere della sera

L’arena è off-limits per i non vedenti


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Semaforo verde, avanti dritto, svolta a destra. Bum. Percorso finito nel mezzo di un’aiuola. Nuovo tentativo, seguendo la traccia (impropria) di sampietrini decorativi: fine corsa contro una palizzata di cantiere che, comunque, porterebbe al deposito delle biciclette. Vita dura per i non vedenti che si trovano ad attraversare il piazzale della stazione di Bergamo. Mentre il dibattito estetico impazza, l’arena nuova di pacca rivela un difetto che non può essere derubricato al classico «de gustibus»: la successione delle lastre zigrinate che dovrebbe indicare la strada ai ciechi, quando esiste, diventa un capolavoro dell’assurdo. Per individuare il limite, molto oggettivo, dell’opera non serve essere esperti di sistemi tattili e affini. «È vero.

Il percorso finisce nell’aiuola: ci conforta sapere che ad accorgersene sono state anche persone che ci vedono...», commenta Giovanni Battista Flaccadori. È il presidente dell’Unione ciechi e ipovedenti di Bergamo, che conta quasi mille associati, e non esita a definire «assurda» la situazione della piazza, «per la quale avevamo inoltrato varie segnalazioni, senza ottenere risposte». Il problema, in effetti, s’individua tenendo lo sguardo a terra: seguendo viale Papa Giovanni XXIII, a ogni snodo si incontrano le lastre con il percorso per chi si affida al bastone. Superato il semaforo all’altezza dell’Hotel Piemontese, ecco ricomparire la traccia: quattro metri scarsi, poi un gradino e la fantomatica a aiuola. No way . Altrove, tracce assenti.


«E dire che l’area è ampia. Venendo dall’interno della stazione è anche peggio - aggiunge il presidente -: appena varcate le porte, non si capisce più nulla. L’unica opzione è affidarsi a persone gentili e chiedere di essere “scortati” oltre la piazza». Il cantiere compete al Comune ma l’assessore ai Lavori pubblici Alessio Saltarelli si mostra sorpreso: «Non ero stato informato. E appena possibile farò un sopralluogo per capire come stanno le cose». Intanto, però, di carne al fuoco in piazzale Marconi ne resta parecchia.

Quello dello scalo ferroviario ormai è un tormentone: i disagi del cantiere interno (che compete alle Ferrovie) hanno appena finito di tenere banco, ma riprende vigore il dibattito, per la verità mai sopito, sull’esterno che invece è stato curato dall’amministrazione. Le panchine curve e futuristiche che mercoledì Palafrizzoni ha scelto di posare hanno provocato la reazione gelida della Soprintendenza, che con il referente Giuseppe Napoleone ieri ha fatto recapitare in municipio una lettera in cui si esplicita il «disappunto» per la «procedura seguita, che non rispetta gli accordi presi.

Eravamo in attesa - spiega l’architetto Napoleone - di un progetto che apportasse migliorie, dopo che erano emerse criticità. Questo progetto non è ancora stato depositato ma apprendiamo che le panchine sono state installate». Panchine dalla forma particolare, che però il referente dei Beni culturali definisce «in contrasto con quelle precedentemente posate», a forma di parallelepipedo. Saltarelli ieri ha confermato che «in effetti il nuovo progetto deve essere inoltrato, i tecnici lo faranno a breve. Queste panche però figuravano nel piano iniziale, che era stato visionato. Siamo pronti, se non piacessero, a spostarle, a frazionarle, ma non saranno cambiate in toto: tutti devono ricordare che ci sono soldi pubblici in gioco».

Toni pacati da entrambe le parti. Ma la tensione è evidente. Nella vicenda, intanto, emerge un retroscena: l’arredo urbano fa parte del restyling della piazza davanti alla ferrovia che ha ottenuto un finanziamento regionale. Parliamo di circa 1,7 milioni, su 4,4 investiti dal Comune. Quando, a settembre, sono state tolte le palizzate, è scattato un dibattito infuocato sull’aspetto della piazza con discesa in campo anche della Soprintendenza.

Ne era nato uno stop-and-go sulle rifiniture (panchine, verde da ampliare), che però ha avuto un contraccolpo: «Gli ispettori della Regione - spiega l’assessore - qualche giorno fa ci hanno fatto sapere che se non si fosse proseguito con il progetto sul quale è stato erogato il finanziamento, una parte dei fondi sarebbero stati ritirati. Le panchine erano state consegnate: le abbiamo messe in posa. Ma l’opera non è finita». E le migliorie non dovranno essere solo estetiche. Quel percorso diretto (verso un’aiuola) lo conferma.

15 novembre 2013

Batteri fecali negli acquedotti: ecco i documenti choc dei militari Usa

Il Mattino


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Colibatteri fecali, veleni di ogni tipo, percentuali a rischio: allarme Usa nella Campania. Uno studio condotto dalla marina militare statunitense (che potete leggere in calce a questo articolo) per verificare la qualità dell'ambiente, offre uno scenario devastante. Il dato emerge dall'ultimo documento reperibile online prodotto dalla Naval Support Activity Naples nel giugno 2010: uno "screening" dal punto di vista biologico delle terre comprese tra i Campi Flegrei e il Casertano, quelle in cui da anni gli americani risiedono, per comprendere i potenziali rischi della salute derivanti dall'"inquinamento storico della regione Campania". Rispetto a un primo documento già prodotto nel 2008, in questo più recente c'è un "focus" su ben 9 aree distinte - tracciate da Capodichino a Casal di Principe - in cui sono comprese 117 residenze Usa in Campania.

Il suolo. Dopo un'accurata analisi dei gas nel suolo - in cui sono stati riscontrate sostanze come benezene, cloroformio, etilbenzene - si passa allo studio delle acque. Nei campioni d'acqua di tutte le 9 aree - spiega il documento - sono state riscontrate quantità di arsenico, tetracloretano, nitrati. Le indagini sono state effettuate da Tetra Tech, leader nei servizi di consulenza ambientale e di analisi sulla contaminazione delle acque.

L'arsenico. Il livello di contaminazione più alto di arsenico, ad esempio, è stato rilevato nelle aree 1 e 5, ovvero quella intorno al sito di Carney Park (Quarto) e a quello di Lago Patria.

Gli acquedotti. Tutto nasce da una lunga e accurata analisi degli acquedotti: ne sono stati analizzati 14 lungo l'intera regione Campania (fatti selezionare dalla Protezione Civile e dal personale dei laboratori Arin). Per quanto riguarda l'acqua non trattata e non filtrata all'interno degli acquedotti, la concentrazione di arsenico riscontrata in 9 delle 14 condutture "si è rivelata superiore al livello massimo di contaminazione". In due distinti casi è stata riscontrata nell'acqua la presenza di batteri coliformi fecali; in quattro casi sono stati trovati coliformi totali. "D'accordo con le leggi italiane - scrivono gli americani nel loro documento - quest'acqua dovrebbe essere sottoposta a trattamento dalle autorità competenti prima dell'uso".

Coliformi fecali. Un trattamento quantomai necessario visto che bilogicamente i coliformi fecali raggiungono le acque superficiali soprattutto attraverso gli scarichi fognari e le acque di dilavamento di terreni destinati all’allevamento di animali e, attraverso il ciclo dell’acqua, possono raggiungere anche le falde acquifere. Tra essi c'è l'ormai celebre «Escherichia coli», responsabile, ad esempio, di dissenteria quando ci si reca in viaggio in Paesi in via di sviluppo. Nelle acque destinate al consumo umano, nelle acque di piscina o balneabili, è prescritta l’assenza obbligatoria di «Escherichia coli».

Tetracloretano. Secondo il report americano, le zone in cui l'acqua è più contaminata (qui si parla di tetracloretano) sono quelle di Casal di Principe e di Villa Literno. Il tetracloretano è un liquido incolore di odore soffocante, bolle a 146 ºC. Nonostante la tossicità relativamente elevata, è largamente impiegato come solvente industriale e nella preparazione di vernici e lacche, pellicole fotografiche e insetticidi.


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giovedì 14 novembre 2013 - 15:40   Ultimo aggiornamento: 17:22



L'inchiesta dell'Us Navy sull'ambiente: «Qui non bevete l'acqua del rubinetto»

Corriere della sera

Il report, in due volumi, è stato inviato ai ministeri della Salute, dell'Ambiente e Protezione civile

 

CASERTA - Acqua di rubinetto sconsigliata per i militari della marina militare americana e le loro famiglie, residenti fra Napoli e Caserta. A scopo precauzionale, e nonostante dati positivi (solo il 7 per cento delle utenze collegate ad acquedotti comunali ha fatto emergere problemi relativi all'acqua potabile, e solo in alcuni comuni del Casertano) la Us Navy rivolge questa raccomandazione in seguito al monitoraggio ambientale avviato nel 2008 e di cui sono stati diffusi i risultati. Il report, di oltre tremila pagine, è stato inviato ai ministeri della Salute e dell'Ambiente e alla protezione civile e i suoi contenuti illustrati nel corso di una 'open house' nella base di Capodichino.

Confermate le indicazioni emerse nel corso dei mesi scorsi: la marina militare consiglia a tutta la comunità militare e civile americana residente in Campania l'uso esclusivo di acqua minerale in bottiglia per bere, cucinare, produrre ghiaccio e lavarsi i denti. Nessun allarmismo, comunque. La Marina ha lanciato una campagna informativa rivolta alle famiglie dei militari residenti, con aggiornamenti settimanali sul settimanale della comunità partenopea "Panorama". "L'unica preoccupazione viene dall'acqua di rubinetto, ma per il resto mi sento sicuro qui a Napoli", ha detto il portavoce del "Naples public health evaluation", Jeff Mc Atee.

Nel corso della prima fase del monitoraggio, 130 abitazioni private fittate al personale della marina militare statunitense e dieci siti in fitto al Governo degli Usa sono stati sottoposti al campionamento del suolo, dei gas presenti nel suolo, dell'acqua di rubinetto e di quella d'irrigazione. Su 130 abitazioni esaminate, 48 presentavano "rischi non accettabili" se l'acqua del rubinetto fosse destinata al consumo umano (quindi circa il 30%), mentre 41 abitazioni presentavano tali rischi anche se l'acqua del rubinetto non fosse usata per bere. Nella condizione in cui l'acqua del rubinetto non sia utilizzata per bere, sono stati rilevati "rischi non accettabili" per il 7% delle abitazioni con acqua erogata da una fonte idrica pubblica e per l'81% delle abitazioni con acqua proveniente da pozzi privati o fonte sconosciuta.

I rischi erano in genere associati alla presenza di tetracloroetilene, coliformi fecali e nitrati. "Non ci spieghiamo - ha spiegato Anthony J. Carotenuto, del centro di Salute pubblica della Us Navy - come sia stato possibile rinvenire nei campioni d'acqua prelevati in alcune zone, un solvente utilizzato per le produzioni manifatturiere come il tetracluoroetilene". Fra le nove zone analizzate, tre sono state indicate come "New lease suspension zones", cioé zone in cui la marina militare americana ha sospeso tutti i contratti di locazione. L'area interessata abbraccia i comuni di Arzano, Casavatore, Marcianise, Capodrise, Casal di Principe Casapesenna, San Cipriano D'Aversa, Villa Literno e Villa di Briano.

Diciassette famiglie sono già state trasferite a scopo precauzionale: tutte residenti nell'area 8, quella che comprende Casal di Principe, nel casertano, e dintorni. Nessun trasferimento è stato effettuato invece per i siti affittati dal Governo Usa. Nuove clausole sono state intanto previste nei contratti di locazione. "Dal momento che - ha aggiunto Anthony J. Carotenuto - la contaminazione dell'acqua riguarda principalmente le abitazioni collegate a pozzi privati, è stato previsto l'obbligo per ogni proprietario di fornire prova documentata che l'abitazione sia direttamente collegata all'acquedotto municipale". Il proprietario è tenuto anche a provvedere alla manutenzione e alla disinfezione semestrale dei serbatoi idrici, oltre che a rifornire gli inquilini con acqua minerale proveniente da un fornitore approvato dalla marina.

Sul fronte diossina, i dati sono confortanti: un livello elevato di diossina è stato rilevato solo in 4 campioni di suolo su 166. Stesso discorso per il rischio malformazioni neonatali: le analisi fatte fino ad oggi non indicano un significativo aumento statistico delle deformazioni infantili per i neonati che hanno vissuto i primi tre mesi di gravidanza delle madri nell'area di Napoli. La fase 2 del monitoraggio è già in corso e porterà alla fine dell'anno ad avere un quadro completo della situazione. Saranno infatti monitorate altre duecento abitazioni e sarà effettuata anche un'indagine sull'aria.

Giorgio Santamaria
07 maggio 2009

I Navigli di Leonardo? Discarica della movida

Chiara Campo - Ven, 15/11/2013 - 09:00

I commenti dei turisti su TripAdvisor sono impietosi: "Che schifezza". E gli abusivi sono il biglietto da visita per Expo in Centrale e Galleria

Ottanta chilometri di degrado. Bottiglie, cassonetti, carrelli della spesa. Fotografia (purtroppo) sempre attuale per chi passeggia lungo i Navigli.


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Anche in questi giorni, i canali quasi svuotati dall'acqua, offrono l'immagine di una discarica a cielo aperto. In Darsena sono partiti i lavori per Expo, il bacino diventerà un bel porto ricco di attrazioni che i turisti certamente apprezzeranno. Nel 2o15, appunto. Ma oggi che scatti portano a casa quei turisti che si avventurano lungo il Naviglio Grande e Pavese? Niente a che vedere con le immagini sulle guide turistiche.

Quell'immondizia è diventata quasi una costante, persino i milanesi iniziano a pensare che ci sia lo zampino di «photoshop». Le istituzioni non possono accontentarsi di risolvere il problema entro Expo, mancano meno di diciotto mesi e i «biglietti da visita» vanno distribuiti in anticipo. Idem i milanesi, anche giovanissimi, devono partecipare. Bicchieri, piatti, mozziconi di sigarette, il popolo della movida lancia gli avanzi della serata nel Naviglio e i risultati sono nelle foto pubblicate in questa pagina.

Il risultato sono i commenti sul «distretto dei Navigli» pubblicati dai turisti di passaggio su TripAdvisor. «La movida milanese? Non credo sia questa - scrive un utente -. I Navigli sono da sempre in stato di degrado, un fiumiciattolo sporco con rifiuti galleggianti». Dal punto di vista sociale, scrive un altro giovane che frequenta molto la zona, la zona «è molto buona ci sono tantissimi locali, pizzerie, pub, ristoranti. Dal punto di vista estetico non ci siamo. Si vedono tutte le schifezze che le persone maleducate buttano nel Naviglio, dandogli meno importanza del cestino dell'Amsa».

I biglietti da visita per Expo. Dai Navigli alla stazione Centrale. Lo abbiamo denunciato nei giorni scorsi, se non si alza il livello dei controlli i turisti non penseranno di rimettere piede a Milano tra due anni. Dai mezzanini al piazzale, è un suk. E non si viene lasciati in pace nemmeno alla macchinetta dei biglietti, scatta un assedio organizzato di rom, che circondano il passeggero e lo pressano finchè non sgancia le monetine. In metropolitana, dalla Centrale alla Galleria sono quattro fermate con la linea gialla. Il turista scende e che ci trova, davanti alle boutique griffate e i ristoranti di lusso? Una fila di venditori cinesi e vù cumprù, chi mostra come funzionano gli elicotterini elettrici e chi propone borse e foulard, ovviamente contraffatti.

Anche la signora Daniela Cerri, residente che ieri ci ha spedito via mail immagini del degrado, critica la giunta che «si preoccupa di sfrattare i chioschi storici da piazza Duomo e non si preoccupa di questi irregolari che sono costantemente presenti». A ripulire invece largo Paolo Grassi deturpato dai vandali ci hanno pensato ieri i volontari dell'associazione nazionale antigraffiti. Hanno cancellato dal monumento dell'Unione Mutiliati per servizio le scritte rosse e blu comparse un paio di giorni prima.
Fai-da-te e fai prima?

Paghiamo noi la multa di Piera»

Maria Sorbi - Ven, 15/11/2013 - 07:13

E poi c'è una Milano che ti fa sentire orgoglioso. Che ti riempie il cuore con i suoi gesti semplici.
 

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Dopo aver letto la storia della signora Piera - che chiede l'elemosina davanti a Santa Maria delle Grazie - e del mendicante Giovanni - a cui un uomo ha rubato le stampelle - i lettori del Giornale si sono lanciati in una gara di solidarietà. Sincera e commovente.

Per Piera ieri mattina sono arrivate decine di telefonate al centralino del nostro quotidiano e varie mail per aiutarla a pagare la multa sul mancato pagamento della tassa di successione. Una multa che l'ha ridotta sul lastrico e che l'ha costretta, di nascosto dal figlio, a mendicare nelle vie più chic della città per racimolare due soldi. La sua storia, quella di una signora distinta e ben vestita costretta ad allungare la mano per chiedere l'elemosina, ha mobilitato parecchi milanesi.

Ieri in pausa pranzo un medico ha inforcato la moto ed è andato a cercare Piera lungo corso Magenta. «Vorrei poterle fare la spesa ogni tanto» si offre Francesca. Augusto e Umberto, altri due lettori storici del Giornale, suggeriscono di aprire una sottoscrizione «per rendere un po' felici gli ultimi anni della signora». «Non è umanamente possibile che ci siano situazioni cosi umilianti in una città come Milano» si indigna un'altra lettrice. Qualcuno comunica i suoi riferimenti, mettendosi a completa disposizione per pagare le rate della multa per qualche mese. Altri benefattori vorrebbero risolvere il dramma di Piera con cifre consistenti che diano alla signora un po' di respiro e la levino dalla strada.

A mobilitare la «catena del bene» è stata anche la storia di Giovanni, lo storico mendicante storpio di corso Buenos Aires, a cui un extracomunitario ha rubato le stampelle la scorsa settimana. Lui, claudicante e incapace di camminare senza protesi, è rimasto aggrappato a un palo della luce per ore prima di poter ricevere soccorsi. Nel leggere il suo caso, la signora Gemma ha provato una stretta al cuore. Ha alzato il telefono e ci ha contattato per aiutare l'uomo.

L'altro ieri si è perfino recata in corso Buenos Aires ed ha acquistato un paio di stampelle in una farmacia per fare un regalo a Giovanni. Anche lei, per un po' di tempo, ha dovuto usare le grucce e sa bene quanta fatica si fa se si hanno dei problemi alle gambe. «Ero stata scippata in viale Certosa e dopo quella caduta - racconta - ho subito un intervento al femore. Le stampelle che avevo però le ho già date a una mia parente. E poi non vanno bene per quell'uomo. Per lui ci vuole la misura giusta». Da qui l'acquisto in farmacia. «Si tratta di poca cosa» sdrammatizza lei. Si tratta di un cuore enorme, sosteniamo noi.

Bimba di tre anni in affido temporaneo a una coppia di omosessuali

Corriere della sera

Il giudice: «ci sono benessere e serenità». Le norme in materia sono più elastiche di quelle sull’adozione

BOLOGNA - Nella città che nel lontano 1982, prima in Italia, concesse a un’associazione gay, il «Circolo di cultura omosessuale XXVIII Giugno», una sede ufficiale, e proprio fra le mura di quella Porta Saragozza dalla quale da decenni passa la processione della Madonna di San Luca, oggi il Tribunale minorile concede in affidamento temporaneo una bambina di tre anni a una coppia omosessuale.
Siamo a Bologna. Una città ancora capace di distinguersi per un’attenzione particolare, nel dibattito, ai diritti civili. Soprattutto per quelli degli omosessuali. Soltanto che questa volta non è una giunta rossa a far parlare di sé, ma il Tribunale presieduto dal giudice Giuseppe Spadaro. E c’è da scommettere che la sua decisione farà discutere.

La coppia affidataria non vive nel capoluogo dell’Emilia Romagna, ma in un’altra città della regione. Si tratta di due uomini di mezza età, con un lavoro e un buon reddito, che convivono da tempo. Sono una coppia stabile e affidabile, secondo i servizi sociali, che hanno espresso parere favorevole al provvedimento. L’altra protagonista è una bambina di tre anni, che vive nella stessa città emiliana e che conosce bene i due gay. Li frequenta da tempo ed è talmente affezionata a loro da chiamarli «zii» sebbene non vi sia alcun legame di parentela. Insomma, i servizi, prima, e i giudici, poi, hanno ritenuto che ci fossero tutte le condizioni di benessere e serenità richieste dalla legge.

C’è questa constatazione - frutto di approfondite istruttorie - alla base della scelta del Tribunale minorile di Bologna, che si è mosso nel solco di una legge più fluida di quella sulle adozioni. Una legge dalle maglie molto più larghe. L’adozione recide il legame con i genitori naturali.

L’affidamento temporaneo no. L’obiettivo dell’affidamento temporaneo, infatti, è esclusivamente la tutela del minorenne, che spesso continua a frequentare i suoi genitori. E se per le adozioni la legge italiana parla espressamente di coppia sposata, per l’affidamento è previsto che la nuova famiglia possa essere una coppia tradizionale, meglio se con altri figli minori in casa, ma anche una «comunità di tipo famigliare» - formata da due persone che assolvono alla funzione di genitori - o anche un single. Non c’è una voce specifica per le coppie omosessuali, ma neppure nessun passaggio che le escluda.

D’altro canto, lo scorso gennaio, la Corte di Cassazione ha sancito il diritto dei gay a ottenere in affido un minorenne. Per i giudici supremi, sostenere che «sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale» è un «mero pregiudizio». Certo, questo è un caso diverso da quello bolognese: si tratta dell’affido di un bimbo alla sua mamma biologica, che convive con un’altra donna. Diversa, ancora più delicata, è la vicenda trattata ora dal Tribunale minorile di Bologna, perché non esistono legami di parentela fra la piccola e gli adulti. La coppia, tra l’altro, non era stata considerata all’altezza del compito dalla Procura minorile del capoluogo emiliano, che si era opposta all’affidamento temporaneo. E che magari, a questo punto, potrebbe anche decidere di impugnare il provvedimento.

Ma intanto, in un’altra città della pianura emiliana, ci sono due omosessuali che festeggiano e una bambina che presto andrà a vivere assieme ai suoi «zii».

15 novembre 2013

La riscossa della Fiat Duna Ora è un’ auto storica

Corriere della sera

Inserita nelle auto da tutelare dall’Automobil Club Italiano
Sbeffeggiata, derisa ma in fondo apprezzata da chi ce l’aveva. Protagonista di un indimenticabile calendario al vetriolo realizzato dalla rivista satirica Cuore, la Fiat Duna si prende la rivincita sui suoi detrattori. È un’auto «storica», merita di essere tutelata al pari della Mini o di una Bugatti d’epoca.


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DIVENTA UN PEZZO RARO-Così ha deciso l’Automobil Club Italiano stilando una lista di modelli «che testimoniano lo sviluppo automobilistico nel corso degli anni, in termini di tecnologia, design, eleganza e prestazioni sportive». La Duna è in buona compagnia: nel documento ci sono i nomi dell’Alfa Romeo Arna (che gli Alfisti vorrebbero cancellare dalla storia), fuoristrada esotici come la Daihatsu Feroza e altre stranezze. L’elenco è stato consegnato alle assicurazioni -spiegano dall’Aci «per fornire uno strumento utile a muoversi con uniformità ed efficacia nel settore dell’automobilismo d’epoca». Insomma, per capire chi può accedere alle tariffe agevolate dedicate ai mezzi storici. «Questo elenco rappresenta l’ossatura del Registro ACI Storico – commenta il presidente Angelo Sticchi Damiani - nel quale sono inserite comunque tutte le auto con oltre 40 anni di età; vogliamo tutelare tutti i collezionisti salvaguardando e rendendo efficaci i loro diritti indipendentemente dall’onerosa iscrizione a un club». Già ma perché mettere la Duna e l’Arna? «Ne sono rimaste pochissime - spiega Sticchi Damiani - le hanno quasi tutte rottamate, sono vetture ormai rare. I nostri dati dal Pra non mentono».


LO SCONTRO FRA I CLUB- È nota la battaglia dell’ Aci per creare un registro storico alternativo a quello gestito dall’Asi: l’Automobile Club non approva infatti che lo Stato abbia finora delegato a un ente privato compiti di defiscalizzazione sui veicoli senza fissare alcuna tariffa per l’erogazione del servizio a tutela degli utenti, obbligando gli automobilisti a tesserarsi a un’associazione per vedere riconosciuti i propri diritti sulle vetture storiche. ACI ha fatto redigere da un pool di esperti questa lista dei modelli ritenuti di interesse storico e collezionistico: l’elenco prevede al momento 340 modelli con almeno 20 anni di anzianità ai quali vanno poi aggiunti tutti i veicoli con più di 40 anni di età. «A queste vetture, secondo le prime indicazioni dell’ANIA – spiegano dall’Aci di Roma - le compagnie assicurative continueranno a riconoscere ogni beneficio, indipendentemente dall’adesione a un club». Ai fini della conservazione, invece, sarà poi opportuno individuare i modelli ultraventennali che possano godere dell’esenzione dalla tassa di possesso, anche in attesa di acquisire valore storico.

14 novembre 2013

Perchè abbiamo bisogno di cancellare la morte?

Il Giornale


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Per cancellare la morte sembra che ci siano nella società occidentale due modi. Il primo e di numerizzare il decesso, specie se si tratta di vittime di qualche avvenimento o processo distruttivo. Sei milioni di ebrei sterminati – poco importa il modo – una volta trasformati in cifre perdono la loro personalità, i loro sentimenti anche se ci sono scrittori testimoni – come Primo Levi o Elie Wiesel – che riescono ad impregnare le pagine dei loro libri del macabre, eroico, umano “sudore” della fame, della vergogna, del terrore che hanno provato, degli inimmaginabili atti di fede, coraggio, umanità a cui hanno assistito.

Lo stesso avviene con la numerizzazione di altri stermini umani perpetrati da umani. Cosa significa il milione di schiavi che sono morti nelle navi appositamente create da architetti navali immobilizzati nelle stive di velieri che hanno alimentato il commercio degli schiavi (cinque, dieci, venti milioni di africani , il numero é oggetto di sagge dispute fra gli storici) africani attraverso l’Atlantico? E i diecimila morti in questi giorni per la violenza combinata del mare e del vento nelle Filippine? Un brivido, un commento che si spegne con un click di TV o dopo la prima forchettata di un buon piatto di pasta asciutta. ” Le lacrime si fermano – è stato detto – davanti ai monumenti”.
E’ una realtà, che ci piaccia o no, che non si può cambiare. Non siamo in controllo né dell’ambiente (e ancor meno dell’universo) come della bestialità umana.

Mi sembra che ci sia però un altro modo, meno tragico, più banale e forse controllabile, di cancellare la morte: la necrologia.

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Premesso che nelle società così dette acculturate e sviluppate, nessuno sembra desinato a morire di morte naturale – si esce dalla società per cause di incidenti – non di fine di esistenze che per loro natura iniziano a morire con la nascita: lo scontro di veicoli sull’autostrada, il medico che ha sbagliato la diagnosi, l’overdose di droga, l’incapacità dei genitori (quando ci sono ancora al posto delle provette) a comprendere i figli, dei maestri gli allievi, per depressione con il suicidio, ecc ecc., in questo contesto di morte non naturale, la necrologia ha assunto due compiti fondamentali collegati con l’uscita per morte dalla società. Il primo è di ricordare che il morto o la morta sono esistiti. Altrimenti salvo gli stretti famigliari e amici nessuno lo saprebbe. Hanno vissuto come “morti che camminano” dicono molte religioni, e l’uscita dall’esistenza non fa grande differenza.

Più curiosa e moderna è la “partecipazione necrologica”, cioè l’associazione a pagamento al dolore per la scomparsa dei defunti.

Accettabile, anche se discutibile, la partecipazione pubblica e cartacea al “grande dolore”, alla inconsolabile perdita del defunto o della defunta (di personaggi femminili da compiangere pubblicamente e a pagamento sembra che ve ne siano meno ) trasformata in moda quella di defunti che spesso non si è mai conosciuti (o poco apprezzati). E’ un modo di farsi notare un processo pubblicitario – anche se inconscio – dettato da un’industria mortuaria che un tempo si accontentava del funerale e dell’annuncio affisso sulla porta di casa o della chiesa.
Ma perché sentiamo questo grande bisogno di cancellare la morte?

Frodi alimentari: Campania Record

Il Mattino

di Daniela De Crescenzo


Cattura
Tocca alla Campania il record delle frodi in materia di sicurezza dei prodotti agroalimentari. Nel 2012 il corpo forestale ha elevato in Campania contravvenzioni per 600 mila euro quasi il metà della cifra nazionale: 1.365.000 euro. La Guardia di Finanza ha verbalizzato in Italia 71 soggetti: 32 in Campania, 11 in Piemonte, 7 in Veneto e Sicilia, 2 in Emilia Romagna e Puglia, Toscana e Calabria e 1 in Trentino Alto Adige. Sequestrati prodotti di origine animale freschi (carne e pesce), surgelati e congelati, non più idonei all'alimentazione umana, perché scaduti, ossidati, disidratati e con etichettatura contraffatta. Per legge potevano essere mangiati solo dagli animali, ma alcuni imprenditori li avevano reimmessi fraudolentemente in commercio, mettendo a rischio la salute dei consumatori.

 
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giovedì 14 novembre 2013 - 15:42   Ultimo aggiornamento: 15:48