lunedì 18 novembre 2013

IPhone 5C, fermata la produzione a Taiwan

Il Messaggero


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I timori stanno diventando realtà. La Foxconn, l'azienda taiwanese che per conto di Apple produce gli iPhone, avrebbe fermato la produzione dei nuovi iPhone 5C, uno dei due ultimi modelli lanciati quest'anno dall'azienda di Cupertino. Lo scrive la stampa di Taiwan.

Il nuovo melafonino low cost, è in produzione nello stabilimento della Foxconn di Zhengzhou, nella provincia centrale dell'Henan, dalla quale escono 50.000 telefonini a settimana. Secondo le notizie che circolano, la produzione sarebbe stata interrotta a causa dei molti difetti riscontrati nello smartphone e sulla stessa catena il 5C sarà sostituito dal 5S.

Lanciato lo scorso 20 settembre insieme al 5S, il 5C, che doveva essere nelle intenzioni dei vertici di Apple il primo iPhone low cost, non ha riscontrato il successo sperato. Il 5C, infatti, rappresenta il 21,4% delle vendite totali di Apple in Cina, mentre il 5S rappresenta il 78,6%. Nel mercato globale, per ogni 5C sono stati venduti 2,23 iPhone 5S, cosa che ha spinto la Apple a ridurre gli ordini per l'iPhone 5C del 20% dalla Pegatron, altro fornitore e di un terzo dalla Foxconn, con la possibilità che la diminuzione degli ordini possa aumentare.


Lunedì 18 Novembre 2013 - 13:08
Ultimo aggiornamento: 13:10

La grande accusa di Armstrong “L’Uci mi ha sempre coperto”

La Stampa

Doping, l’attacco all’ex numero uno Zurbriggen: «Sapeva tutto e mi aiutava a fuggire dai controlli»


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Giura di non volere più mentire, né coprire chi per anni lo ha aiutato a farla franca: con le sue ultime rivelazioni Lance Armstrong alza il tiro e accusa l’ex presidente dell’Uci Hein Verbruggen di complicità.

In cerca di una difficile riabilitazione che gli garantisca uno sconto della pena, il ciclista texano sembra intenzionato a voler rivelare ogni dettaglio delle sue pratiche dopanti, elencando nomi, date e circostanze. Come richiesto d’altronde dalla federazione internazionale di ciclismo, che ha istituito una commissione indipendente proprio per fare luce su quegli anni. Una nuova inchiesta che dovrà accertare le responsabilità dei vertici del ciclismo mondiale, dai dirigenti ai team manager.

A cominciare da Verbruggen, che - nell’accusa di Armstrong - risulta aver accettato il doping senza combatterlo. Non solo. Forse anche incoraggiandolo. Come in una specifica occasione, durante il Tour de France 1999, quando lo stesso Verbruggen sarebbe intervenuto per coprire la positività del texano, consentendogli così di trionfare per la prima volta a Parigi. Il primo dei sette successi di Armstrong alla Grande Boucle. Tutti cancellati dagli annali dopo la condanna per doping che gli è costata la squalifica a vita.

«Verbruggen sapeva che facevo uso di sostanze dopanti e mi aiutava a nasconderlo - ha raccontato Armstrong in un’intervista esclusiva al britannico Daily Mail -. Durante il Tour del 1999 risultai positivo ad un test e lui era tra le persone che mi permisero di portare a termine la corsa». Il nuovo presidente dell’Uci, Brian Cookson, ha lasciato intendere che di fronte ad una piena confessione Armstrong potrebbe vedere la sua squalifica ridotta a otto anni. Un’occasione che l’americano sembra voler sfruttare.

Come dimostrato nell’intervista, nella quale ha anche spiegato il meccanismo delle prescrizioni retrodatate che gli permettevano di sfuggire alle eventuali sanzioni.
«È ridicolo pensare che io voglia proteggere queste persone dopo tutto quello che mi hanno fatto - le parole di Armstrong -. Io non sto proteggendo proprio nessuno. Non provo nessun senso di lealtà verso di loro. Anzi li odio proprio. Mi hanno gettato sotto un bus in corsa. Con me hanno chiuso». Contattato dal Daily Mail, Verbruggen non ha voluto rilasciare commenti.

Delitto Jfk : luoghi a confronto 50 anni dopo

Corriere della sera


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La storia di Burak, da stella del calcio tedesco a combattente islamico ucciso in Siria

Corriere della sera

Karan, 26 anni, è morto in un bombardamento dei lealisti. I parenti: «Non era lì per la jihad ma per aiutare la gente»

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Ha giocato nella nazionale di calcio giovanile tedesca Under 17 con futuri campioni internazionali come il madridista Sami Khedira e l’ex stella del Milan Kevin-Prince Boateng. Sarebbe potuto diventare ricco e famoso. O almeno, come ha dichiarato alla Bild il suo ultimo allenatore, Thomas Hemgen dell’Alemannia di Aquisgrana, «era in grado sicuramente di vivere facendo il calciatore». Ma Burak Karan, 26 anni, ha preso un’altra strada, quella del fondamentalismo islamico. Nel 2008, il taglio radicale con la sua vita precedente. Poi, qualche anno dopo, il trasferimento in Siria, dove è morto tragicamente l’11 ottobre durante un bombardamento compiuto dalle forze fedeli al presidente Assad nei pressi di Azaz, nella regione di Aleppo, non lontano dal confine con la Turchia. Di lui resta solo un video in cui viene dipinto come un «valoroso combattente» della jihad. E una fotografia con al fianco un fucile mitragliatore.

«ERA LI’ PER ATTIVITA’ UMANITARIE» - La procura federale di Wüppertal, nella Nord Renania-Vestfalia, ha aperto intanto un’inchiesta per accertare se l’ex calciatore abbia sostenuto «una rete del terrore straniera» vicina al movimento salafista. «Una tragica storia», scrive la stampa tedesca. Ma molti risvolti non sono chiari. Secondo il fratello Mustafà, Burak non era un guerrigliero ed era andato a vivere in Siria con la moglie e i due bambini piccoli per compiere attività umanitarie. Si trovava nel luogo dove è stato ucciso per controllare che gli aiuti alle popolazioni della zona venissero distribuiti nella maniera più efficace. «La carriera e il denaro non erano importanti per lui. Era terribilmente angosciato per le vittime del conflitto. Ma non voleva combattere», ha aggiunto.

«IL VIDEO CON IL MITRA? UN EQUIVOCO» - Secondo altre testimonianze dei familiari, anche il video che ha raffigurato l’ex giocatore della under 17 tedesca come un miliziano anti-Assad sarebbe il risultato di un equivoco. A proposito della mitraglietta che compare nell’immagine, Mustafà ha detto che il fratello «era armato per proteggere i suoi veicoli».

I 200 JIHADISTI TEDESCHI - La vicenda di Burak Karan è venuta alla luce poche settimane dopo l’allarme dei servizi segreti sull’aumento dei «jihadisti» di nazionalità tedesca che hanno deciso di unirsi alle forze in lotta contro il regime di Damasco. Secondo i dati in possesso dell’Ufficio federale per la protezione della costituzione (BfV), citati dal settimanale Der Spiegel, sarebbero circa duecento i fondamentalisti islamici arrivati dalla Germania in Siria, dove sarebbe stato fondato anche un «campo tedesco». La preoccupazione è accresciuta dall’attività di reclutamento che sarebbe stata avviata su Internet e sui social network.

18 novembre 2013

Ecco perché gli albatros riescono a volare per chilometri senza stancarsi

Corriere della sera

Applicati su sedici albatros dei Gps satellitari e misurata la loro posizione dieci volte al secondo

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MILANO - La sua capacità di fare lunghi viaggi senza stancarsi mai ha sempre destato l’ammirazione non solo dei marinai, ma anche di grandi poeti come Charles Baudelaire che in una celebre poesia definì l’albatros “il principe dei nembi”. Adesso uno studio pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Experimental Biology” ci spiega come questo uccello marino riesca a volare per decine di migliaia di chilometri in un solo viaggio e a circumnavigare il globo in appena 46 giorni senza spendere energie.

TECNICA DI VOLO - Gli studiosi hanno applicato su sedici albatros che vivono nell’Oceano Indiano dei Gps satellitari e sono riusciti a misurare la posizione di ogni uccello marino dieci volte al secondo seguendo dettagliatamente il loro percorso di volo. Gli scienziati hanno appurato che gli uccelli marini riuscirebbe a eseguire con le loro enormi ali, che raggiungono una lunghezza di 3,5 metri, una manovra molto dinamica che consiste nel guadagnare altezza allungando le ali mentre volano nel vento e poi di girare e di scendere in picchiata raggiungendo una velocità fino a oltre 100 km/h. Ripetendo continuamente questo movimento, questi uccelli possono viaggiare per migliaia di km sfruttando i venti favorevoli. Tuttavia - spiegano gli autori dello studio - gli albatros non sono semplicemente “soffiati” dalla brezza marina, ma riescono a raggiungere una velocità pari 3 volte a quelli dei venti

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MOVIMENTO AFFASCINANTE - L’ingegnere aerospaziale Gottfried Sachs, che insegna all’Università tecnica di Monaco in Germania e che è uno degli autori dello studio, spiega che questo modo di volare ad alta quota era già stata osservata dagli studiosi del passato, ma mai spiegato scientificamente: “Questa tecnica è così affascinante da guardare - spiega lo studioso all’Independent di Londra C’è grande eleganza nel loro aspetto e nel loro tipo di volo. Le persone hanno osservato questi uccelli e sono rimasti impressionati perché si tratta di una manovra affascinante. Ci si chiede come faccia a eseguire questo tipo di volo senza sbattere le ali. In passato sono state formulate svariate teorie, ma adesso pensiamo di avere trovato la soluzione”.

ESTINZIONE - Secondo le stime dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, tutte le 22 specie di albatros, sebbene vivano sulla Terra da circa 50 milioni di anni, sono in pericolo e almeno otto rischiano l’estinzione. I pescherecci che navigano negli oceani e che usano palangari, lunghe lenze di grosso diametro, catturano e uccidono inavvertitamente gli albatros che vengono a cercare cibo. Ogni anno muoiono circa 100.000 uccelli marini, circa uno ogni cinque minuti: “Il loro numero è cominciato a diminuire drasticamente nel secolo scorso - spiega Grahame Madge della Rspb, la più grande associazione ambientalista britannica - La velocità con cui essi vengono catturati nella pesca dimostra che stanno perdendo un bel po’ della loro popolazione ogni anno “

18 novembre 2013

Aeroporti cubani: il nodo nell’imbuto

La Stampa

Yoani Sánchez


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Le gente si accalca, il caldo è soffocante e alcuni recano in mano cartelli con scritti dei nomi. È appena atterrato all’Aeroporto Internazionale José Martí il volo proveniente da Madrid, con il quale arriveranno turisti e molti connazionali residenti nella Penisola Iberica. Ognuno di loro dovrà attendere come minimo dai quaranta minuti a un’ora prima di poter varcare la porta d’uscita. L’aeroporto dell’Avana è tra i più lenti del mondo, tra i meno illuminati e tra quelli che offrono meno servizi per il viaggiatore.

In un paese che riceve quasi tre milioni di turisti all’anno, modernizzare le strutture aeroportuali sarebbe vitale per l’economia. Se certi luoghi non raggiungono gli standard internazionali, è poco probabile che l’Isola possa accogliere - a breve o medio termine - un maggior numero di ospiti. Consapevole delle sue grandi deficienze, ECASA (Impresa Cubana di Aeroporti e Servizi Aeronautici S.A.) ha dato il via a un processo di rinnovamento che interessa alcune sale d’arrivo e di partenza, ma il problema è così grave che ci sarebbe bisogno di ben altro rispetto a semplici miglioramenti e piccoli ritocchi.

I limiti principali non sono soltanto di ordine materiale, ma riguardano anche i controlli eccessivi, le carenze di comfort e il comportamento degli impiegati. Alina è arrivata all’aeroporto avanero con tre ore di anticipo, ma può darsi che non basti. Potrà fare il check-in soltanto nel bancone dell’aerolinea, perché non esistono macchinari per sbrigare la pratica in autonomia. Un simile limite allunga le code d’attesa, rallenta tutto il processo per ottenere la carta d’imbarco (boarding pass) e conferisce un’immagine da salone perennemente affollato che caratterizza l’Aeroporto José Martí.

Alina viaggia spesso in direzione della Spagna, grazie al suo nuovo passaporto comunitario, quindi è venuta preparata a compiere un iter faticoso e stancante. Vola dal terminal numero 2, perché il 3 - più moderno e grande - è in fase di ristrutturazione ed è reduce da un recente incendio. Nella sua borsa porta anche una merenda preparata in casa, perché sa che in aeroporto i prezzi sono stratosferici e le offerte molto limitate.

La cattiva segnaletica completa il quadro. Per dieci minuti la frustrata cliente cerca un bagno ma i cartelli per orientarsi sono scarsi e non sono ben visibili. Nel soffitto ci sono poche lampade accese e diverse zone del salone restano in penombra. Nonostante tutto i passeggeri in partenza sono tenuti a pagare le tasse aeroportuali. In fila per pagare i 25 pesos convertibili (28 dollari), si sentono turisti lamentarsi del pessimo rapporto qualità - prezzo delle strutture. Tuttavia, i passeggeri cubani attendono in silenzio, non vogliono avere problemi proprio il giorno in cui stanno partendo dall’Isola.

Senza una rete Wi-Fi di accesso a Internet, qualsiasi aeroporto moderno perde diversi punti nella scala di qualità. Sotto l’aspetto della comunicazione, nessun luogo d’imbarco aereo cubano è competitivo, neppure quello di Varadero. I pochi telefoni pubblici e la carenza di una rete senza fili che permetta l’accesso al web, riducono le possibilità di comunicazione. A questo si aggiunge che i televisori diffondono immagini di noiose pubblicità turistiche e programmi ideologici come la Tavola Rotonda di Cubavisión. Non esistono edicole che espongono riviste o periodici, ma ci sono soltanto alcuni chioschi di souvenir che vendono le opere di Ernesto Guevara o i discorsi di Fidel Castro.Alina si è preparata per non annoiarsi mentre aspetta di partire: ha portato un paio di cuffie e un po’ di musica nel telefono mobile. Attende davanti alla porta di uscita - ce ne sono soltanto due: A e B - fino a quando un’impiegata grida a gran voce che è possibile prendere posto in aereo.

Arrivi o l’impatto con la realtà

Humberto arriva a Cuba dopo aver fatto un viaggio negli Stati Uniti. È stato il suo primo viaggio all’estero, ed è ancora spaventato dalla grandezza dell’aeroporto di Miami. Nel volo di ritorno a Cuba ha compilato il modulo della Dogana e in tasca conserva la copia della carta d’imbarco rilasciata in fase di partenza. Fa una lunga fila nel settore immigrazione, deve rispondere a una breve inchiesta medica ed è obbligato a firmare. Passata questa fase, l’attende la riconsegna delle valige, il momento più lento dell’ingresso in terra cubana. Tutti i bagagli vengono passati sotto uno scanner per indagare sul loro contenuto.

Una volta analizzate borse e valigie, verranno indicati con un contrassegno i bagagli da ispezionare. Una piccola striscia rossa annodata nel manico del bagaglio può significare che contiene un elettrodomestico o un computer. Se invece, contiene un hard disk esterno, allora vengono scritte alcune sigle sulla striscia di carta che identifica il volo. Non c’è modo di evitare questo iter. I doganieri sono addestrati a non lasciar passare una lunga lista di oggetti.

Le nipoti di Humberto, nate a Coral Gables, gli hanno regalato un computer portatile e un telefono di ultima generazione. Per questo motivo deve passare dal tavolo della dogana, dove gli aprono la valigia e controllano minuziosamente ogni cosa. Portano il computer in un ufficio, dove probabilmente ispezioneranno gli archivi multimediali e ne faranno copia. È già passata un’ora e mezza da quando l’aereo ha toccato terra e probabilmente dovrà attendere ancora di più. Mentre perquisiscono i suoi effetti personali gli dicono che non può fare chiamate dal telefono mobile. “Benvenuto a Cuba”, dice a se stesso quando un ufficiale gli chiede che cosa siano quelle cose di cotone pressato “a forma di palla”. “Assorbenti per mia figlia”, risponde infastidito.

Due ore dopo aver fatto ritorno al suo paese, Humberto può oltrepassare la porta del terminal 2. A quella stessa ora, Alina è già seduta al suo posto di un volo che attraverserà l’Atlantico. Guarda dal finestrino e sussurra: “Addio aeroporto dell’Avana, spero di non vederti per molto tempo!”.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

La Grande Pappa

La Stampa

massimo gramellini


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Prefetti in carica che si ingozzano a sbafo di aragoste nel resort di Ligresti (li trovate nell’intervista all’ex direttore dell’hotel). La Cancellieri che non trova imbarazzanti gli strusci di un ministro della Repubblica con una famiglia di pregiudicati. E la telefonata di Vendola a un pezzo grosso dell’Ilva poi finito ai domiciliari. L’avete sentita? Il governatore della Puglia ha appena visto il pezzo grosso in televisione, impegnato nell’eroica impresa di togliere il microfono a un giornalista che stava chiedendo conto dei morti di tumore. Il leader della sinistra allergica ai compromessi e vestale della Costituzione si complimenta col censore aziendale per lo «scatto felino» con cui ha zittito il cronista. Sghignazza addirittura nella cornetta, al ricordo di quella «scena fantastica». E, cosa anche più grave, per il resto della conversazione non ammaina mai un certo tono amichevole e deferente.

Il bubbone italiano è tutto in questa danza che i potenti ballano tra loro, in questa confusione continua di ruoli che non sempre configura dei reati, ma instaura comunque un clima complice, un circuito chiuso al cui interno si consuma lo scambio dei privilegi e dei favori. Chi è fuori dai giochi vi assiste con rabbia o con invidia, a seconda dei gusti e del carattere. È un bubbone incurabile. Si può soltanto estirpare, sostituendo radicalmente la classe dirigente e fissando regole che ne prevedano il ricambio totale ogni dieci anni. Prima che si formi il nuovo bubbone. Non è detto che chi arriva sia migliore di chi se ne va. Ma il salto nel torrente è preferibile a questa pappa in cui ormai si può solo affogare.



Poveri ricchi

La Stampa

massimo gramellini


Per il fisco italiano i lavoratori dipendenti guadagnano più degli imprenditori. Aveva ragione la mia mamma a diffidare di qualsiasi attività che non contemplasse una busta paga. Ora è finalmente chiaro a tutti che la libera iniziativa è l’anticamera della miseria e il dipendente l’unico mestiere che rende. Basti pensare che contribuisce per l’83 per cento alle entrate fiscali, insieme con quell’altra categoria di privilegiati, i pensionati.

Senza stipendiati e pensionati, lo Stato non avrebbe più i soldi per pagare stipendi e pensioni. Si sorride per non urlare, ma la realtà è che non si urla neanche più. Certe notizie rilasciano ormai un effetto di morfina: a furia di sentirle ci si fa l’abitudine. Un «pensionato d’oro» da 2000 netti al mese fa più scandalo di un evasore che ostenta beni di lusso. Il lavoro nero viene accettato come se fosse una scappatoia inevitabile e un furto contro ignoti, dal momento che lo Stato, essendo di tutti, è considerato di nessuno. E il cordoglio per tanti imprenditori onesti, vessati fino al suicidio da tasse bislacche e creditori volatili, annacqua l’indignazione per i disonesti, quelli che prevalgono sulla concorrenza proprio perché evadono le imposte.

A chi fosse ancora in cerca di emozioni forti, segnalo la ricerca dell’Ocse sugli emolumenti dei manager pubblici. I più pagati al mondo sono gli italiani: il triplo dei tedeschi. Una valutazione dettata sicuramente dalla competenza, oltre che dall’efficienza dei servizi offerti. I manager pubblici rientrano nella categoria dei lavoratori dipendenti. Saranno stati loro ad alzare la media? 

Google blocca la pedopornografia: nuova tecnologia limiterà le ricerche sui minori

Il Messaggero


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Era tempo che si chiedeva al motore di ricerca più famoso del mondo di impegnarsi attivamente per contrastare la pedopornografia in rete. E così l'amministratore delegato Eric Schmidt ha annunciato lo stop alle ricerche di contenuti pedopornografici con Google: il gruppo sta sviluppando una nuova tecnologia che consentirà di bloccare un gran numero di ricerche pedopornografiche su Internet.

Schmidt, in un articolo pubblicato dal tabloid britannico "Daily Mail", spiega che sono stati individuati più di 100.000 tipi di ricerca legati alla pedopornografia: ora potranno essere bloccati. Le limitazioni si applicheranno inizialmente ai paesi di lingua inglese, ma saranno estese entro sei mesi al resto del mondo (altre 158 lingue). L'annuncio arriva poco prima del vertice sulla sicurezza in Internet che si terrà oggi a Londra.

Il premier David Cameron a Downing Street incontrerà i vertici di Google, di Microsoft e altre società per fare un punto della situazione . Google - spiega l'ad - ha mobilitato più di 200 dipendenti sullo sviluppo di nuove tecnologie per controllare il problema: «Abbiamo impostato con precisione Google Search per individuare nei nostri risultati i link legati all'abuso sessuale sui bambini. Anche se nessun algoritmo è perfetto e Google non può impedire che i pedofili aggiungano nuove immagini sul web, le novità introdotte hanno consentito di ripulire i risultati di più di 100.000 applicazioni potenzialmente correlati di abusi sessuali sui minori».


Lunedì 18 Novembre 2013 - 08:11
Ultimo aggiornamento: 09:05

Salvini, il comunista padano che per Milano dà il sangue

Giancarlo Perna - Lun, 18/11/2013 - 10:00

Il nuovo (probabile) leader della Lega da ragazzo frequentava i centri sociali. È stato consigliere comunale della sua città per 19 anni, è volontario dell'Avis e detesta Roma

Il superfavorito alla segreteria della Lega Nord, Matteo Salvini, ha una psicologia elementare che coincide con la scritta della sua maglietta verde preferita: «Milano. Viverci un onore, difenderla un dovere». Matteo, detto Teo, è tutto qui: il Nord, la Padania, Milano, il Milan.


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Se si confermeranno le previsioni, il 7 dicembre, giorno dell'elezione, la Lega avrà per capo un baldo quarantenne impregnato così tanto di padanità che, al confronto, i due predecessori, Bossi e Maroni, fanno figura di spiriti universali. Umberto e Bobo, infatti, sono diventati con gli anni uomini di mondo, hanno soggiornato a Roma, frequentato salotti e accettato compromessi. A Teo, invece, Roma fa venire l'orticaria.

Due volte gli è toccato scendere laggiù e solo perché era stato eletto deputato. In entrambi i casi, è fuggito appena ha potuto, preferendo allo scirocco romano le bore di Strasburgo. Nel 2008, resistette un anno. Poi, esausto, si fece eleggere alle Europee del 2009 e filò via. Rieletto a Roma con le Politiche di quest'anno, ma ancora in forze nell'Ue, optò per il seggio europeo, lasciando la scranna di Montecitorio a un collega. Insomma, con la capitale evita rapporti così come con il Centrosud. Anche perché, quando ci è venuto a contatto, è stato deluso.

Venerando Bossi fin dalla puerizia, Teo volle imitarlo prendendo per moglie una ragazza di origine meridionale. Così impalmò la pugliese Fabrizia, di cui era innamoratissimo, e ne ebbe Federico, oggi di dieci anni. Ma a parte il fatto che lei era vicina ad An e lui un comunistoide in salsa padana, le cose tra loro si guastarono presto. Teo ne trasse conferma di essere incompatibile con ciò che oltrepassa i confini meneghini. Ora vive con Giulia da cui, un anno fa, ha avuto Mirta.

Non si deve dedurre da questa traversia sentimentale, che Salvini sia ondivago o incostante. Fantasioso nelle sue iniziative, Teo è in realtà molto lineare nei comportamenti fondamentali. Ha quattro idoli, sempre gli stessi: Bossi, Maroni, Fabrizio De Andrè, il Milan. Bossi è il mito astratto, Maroni il riferimento concreto.Ciò significa che se ora Bossi si getterà nella lizza per contendergli la segreteria, Teo lo combatterà con ogni mezzo, senza timori reverenziali.

Per lui è, ormai, puramente un'immagine votiva cui accendere un cero. Nelle cose serie, l'unico che pesi è Bobo. De Andrè, invece, è la sua fissazione dai tempi in cui frequentava il Leoncavallo, il centro sociale che lo ha nutrito di blande convinzioni di sinistra e che gli ha lasciato il marchio dell'orecchino alla Nichi Vendola che continua a portare.

L'estate, quando come sempre va in Sardegna, trascina parenti e amici a Tempio Pausania in visita alla casa dove il cantautore fu rapito dai briganti. Il Milan, infine, rappresenta per lui le domeniche allo stadio tra i tifosi della curva e l'unico legame con il Cav che, per il resto, gli è indigesto. Tanto è vero che, per le politiche di quest'anno, aveva ostacolato l'alleanza tra Lega e Pdl «perché la presenza in campo di Berlusconi non ci aiuta».

Di famiglia benestante - il papà era dirigente d'azienda - Teo ha sempre avuto un temperamento ruspante. Poteva diventare un distinto pollone della Milano da bere, con un bel master e un avvenire in banca. Ha scelto, invece, di trascorrere le giornate vestito di verde nei mercatini rionali a distribuire volantini. Anziché laurearsi - dopo le Medie dai preti e il liceo classico al Manzoni -, ha piantato le tende alla Facoltà di Storia. È lì da ventuno anni, senza dare esami ma rinnovando l'iscrizione tanto per non gettare la spugna.

Non è un curriculum da intellettuale ma conferma la costanza cui accennavo sopra. A diciassette anni, nel 1990, Teo prese la tessera della Lega. Per amore della Padania, diradò la frequentazione della parrocchia dei Santi Narbore e Felice, dove aveva debuttato come boy scout e proseguito poi come sgambettatore del pallone. A vent'anni (1993), è entrato in Consiglio comunale, rimanendoci per diciannove primavere di fila.

Prendeva l'equivalente di 800 euro il mese. Tanto gli è bastato per una dozzina d'anni finché dal 2004, si sono aggiunti altri incarichi tra cui, per due legislature, la poltrona di deputato europeo. Salvini non è uno che si è arricchito con la politica. Modesto all'inizio, dimesso tuttora, sua massima aspirazione è diventare un giorno sindaco di Milano. Altre cariche non lo solleticano. Gli piace «fare politica» che equivale, nella sua testa, ad armare un casino, movimentare la giornata, provocare.

Già nel 1997 si fece notare alle elezioni dell'autoproclamato Parlamento della Padania, per il nome della lista che capeggiava: «Comunisti padani», frutto della già descritta propensione leoncavallina. Da allora, ha fatto sparate a iosa. Dalla proposta di riservare alle donne alcuni vagoni della Metro milanese per sottrarle «all'invadenza degli extracomunitari», al rifiuto, da consigliere di maggioranza, di stringere la mano al presidente Ciampi in visita a Milano dicendogli: «Lei non mi rappresenta».

Una volta, sempre come consigliere, drizzò un mercatino abusivo davanti alla sede dei Vigili urbani, per rinfacciare sarcasticamente l'inerzia del Corpo verso il dilagare in città del vero abusivismo. Così, si è fatta fama di Pierino. Ma, considerato innocuo e talvolta utile, è benvisto anche dagli avversari.

La giornata tipo di Teo comincia alle sette con le apparizioni nelle piccole tv regionali, da Telenova a Tele Padania. Poi corre qua e là per risolvere problemi minuti della gente, dall'ascensore rotto di una casa popolare, all'assistenza. Il grosso del tempo lo passa però nei mercatini, dove organizza banchetti leghisti, fa propaganda maroniana, raccoglie petizioni, ecc. Una variante, nella sua qualità di deputato Ue, è volare a Bruxelles di prima mattina per fare lobby padana e rientrare nel pomeriggio per fare all'incirca lo stesso a Milano.

Ha due appuntamenti fissi. Il venerdì accompagna in parrocchia il figlio Federico, che vive con la moglie separata, a giocare a pallone come faceva lui nella speranza che in futuro segue le sue orme anche come boy scout e leghista professionale. L'altra immancabile scadenza è con l'Avis. Teo è infatti un generoso e quasi fanatico donatore di sangue che, in casi di emergenza, organizza anche scambi trasfusionali tra militanti della Lega. Un idiota gli ha chiesto se fosse un espediente per evitare al sangue padano di finire in vene extracomunitarie. «Il sangue ha un solo colore», ha osservato Salvini, dimostrando che la risposta più semplice è la migliore per dare del cretino a un cretino.

Dirigenti di Palazzo Chigi premiati con 30mila euro Motivo? Hanno usato le mail

Franco Grilli - Lun, 18/11/2013 - 10:00

Nel 2011 il bonus è spettato al 98% dei funzionari più alti di Palazzo Chigi e nel 2012 al 99% dei dirigenti. Solo per avere inviato mail...

Alla faccia degli sprechi. I dirigenti di prima fascia della presidenza del Consiglio hanno ricevuto un premio da trenta mila euro.


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Per cosa? Per inviare email. Non è uno scherzo. Ne parla Federico Fubini su Repubblica, aggiungendo che, nel 2011, questo bonus è spettato al 98% dei funzionari più alti di Palazzo Chigi, e nel 2012 al 99% dei dirigenti. Insomma, praticamente a tutti. Premi di rendimento che vanno dai 26.600 euro ai 31.600. Il tutto senza considerare che di solo stipendio i 104 dirigenti della presidenza del Consiglio guadagnano circa 180mila euro all'anno. Il governo ha fatto sapere di aver già pensato di cambiare le carte in tavola per quanto riguarda il 2013.

Tuttavia, guardando la documentazione e le prerogative necessarie a raggiungere i premi di produttività si legge che tra gli obiettivi ci sono "il miglioramento dell'organizzazione del lavoro, la riduzione dei tempi di lavorazione e la diminuzione del flusso cartaceo" nonché un "ampliamento dell'uso delle tecnologie della comunicazione". Insomma, basta scrivere meno lettere e usare più internet e le mail per essere premiati. A suon di quattrini.

La ragazza No Tav del bacio: “Non era un messaggio di pace”

La Stampa

andrea sceresini
milano

“Volevo ridicolizzare i poliziotti”



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Si chiama Nina De Chiffre, vive a Milano, ha 20 anni, studia e lavora. È lei la manifestante No Tav che sabato pomeriggio, durante il corteo in val di Susa, è stata fotografata mentre baciava il casco di un poliziotto in tenuta antisommossa. «Ci sono due cose che vorrei subito chiarire – puntualizza lo giovane attivista, militante del collettivo meneghino Remake -. Quella foto non è stata assolutamente organizzata ad arte, come molti hanno insinuato. Il fotografo ha solamente avuto fortuna. Ma soprattutto: il mio intento non era quello di lanciare un messaggio di pace alle forze dell’ordine. Al contrario: volevo ridicolizzare i poliziotti. Volevo metterli in imbarazzo: volevo prenderli in giro. Direi che ci sono riuscita».

Come è avvenuto l’episodio?
«È molto semplice. Stavamo marciando in corteo, quando improvvisamente ci siamo trovati di fronte questo schieramento di polizia. Gli agenti in tenuta antisommossa, per regolamento, non possono reagire ad alcuno stimolo proveniente dai manifestanti. Così mi sono avvicinata con la mani in alto. Ho visto un giovane agente – avrà avuto 20 anni – e ho iniziato a provocarlo. Prima gli ho leccato il casco, poi gliel’ho baciato. Infine ho infilato le mie dita nelle sue labbra, ma in quel momento è intervenuto un suo superiore che mi ha allontanato».

Cosa hai visto negli occhi dell’agente?
«Il panico, solo il panico: non sapeva come reagire. Ed era quello che volevo».

Perché accanirsi in questo modo?
«Ecco, ho pensato a Marta, una ragazza No Tav di Pisa che a luglio di quest’anno è stata picchiata e molestata dalle forze dell’ordine durante uno scontro in val di Susa. Intendo dire: molestata sessualmente, da uomini in divisa. Perciò ho voluto provocare quel giovane agente: è stato il mio modo di reagire a ciò che è successo a Marta. Ho utilizzato due sole armi: l’ironia e il grottesco».

Ieri eri sulle prime pagine di tutti i giornali.
«Lo so. Quello che mi dispiace è che il vero intento del mio gesto – la provocazione – non sia stato colto quasi da nessuno».

Cosa vorresti dire al quel giovane poliziotto?
«Gli direi: so che sei molto giovane. Probabilmente, come tutti noi, anche tu soffri la crisi: è per questo, forse, che hai indossato quella divisa. Una scelta che ti ha portato a schierarti dalla parte del potere, e io non posso né comprenderla né condividerla».

Rifaresti quel gesto?
«Ovviamente sì».



Parla il poliziotto del bacio “È stata una provocazione”

La Stampa

massimo numa maurizio tropeano


Quel tentativo di bacio tra un poliziotto in assetto anti-sommossa e un’attivista, proveniente dall’area autonoma milanese poteva sembrare un gesto distensivo. Ma in realtà così non è. Il giorno dopo i No Tav e la polizia danno la stessa interpretazione: nessun gesto di pace e/o amore. Anzi. «Sta accadendo qualcosa molto più grande di me, mi viene attribuito un comportamento che non mi appartiene. Ho spinto via la ragazza, per due volte, so come devo comportarmi, nessun turbamento». Il poliziotto al centro di un intenso interesse mediatico e protagonista involontario dei social network è un ragazzo siciliano di 25 anni, da pochi mesi a Torino. Fa parte del V Reparto Mobile e ieri mattina, scorrendo giornali e tablet ha avuto un soprassalto. E la ragazza, sul profilo Facebook, la racconta così: «Stavo pigliando per il c... una schiera di poliziotti antisommossa, che ci impedivano la strada».

Giuseppe Corrado, collega e caposquadra del giovane poliziotto conferma: «Bacio? Diremmo forse meglio un tentativo fallito di provocazione risolto grazie alla professionalità del nostro operatore». Ancora: «E’ stato un gesto fondamentalmente ostile, e che quasi rasenta un reato penale, oltraggio a pubblico ufficiale. Il collega ha mantenuto i nervi saldi, è stato ineccepibile sul piano professionale, nessuno di noi cade in questi equivoci». La ricostruzione del caposquadra va avanti: «Dopo il bacio sulla visiera, la ragazza che era stata gentilmente allontanata, si era infilata due dita in bocca, le aveva bagnate di saliva e poi aveva tentato di toccare il volto dell’agente.

Francamente, non mi sembra un gesto granché romantico. Un’altra ragazza, poi, aveva leccato la visiera di un altro poliziotto, insomma, a questi episodi va dato solo il significato che hanno, e non altro». E aggiunge: «I nostri reparti, in Val Susa, hanno un compito delicatissimo, quello di consentire che le proteste, legittime in un Paese democratico, si svolgano nella legalità. Purtroppo, in passato, non è avvenuto. E ora siamo qui, a discutere se quello fu un bacio gradito oppure no».

Quello scatto che ha fatto il giro delle redazioni e anche dei siti del movimento si è portato dietro un mare di polemiche. Non è un caso che Lele Rizzo, uno dei leader del movimento e del centro sociale Askatasusa, vada all’attacco: «Quella foto che ha suscitato tanta approvazione in realtà deve essere letta per quello che è: un’azione non a favore ma contro le forze dell’ordine». Dal suo punto di vista si tratta «dell’ennesimo tentativo da parte dell’informazione di criminalizzare il movimento facendo passare l’immagine che ci sono buoni e cattivi tra i No Tav e che ci sono metodi pacifici e violenti di lottare».

E i social network ribollono di commenti anche di attivisti della Valsusa. Quella foto piace, non piace lascia dubbi ma in tanti si dicono convinti che «tre anni di militarizzazione non si cancellano con un bacio». È il loro punto di vista che arriva dopo una manifestazione di protesta di migliaia di persone assolutamente pacifica che è servita anche per rilanciare la mobilitazione che mercoledì dalla Valsusa si sposterà a Roma in occasione del vertice bilaterale tra il presidente francese François Hollande e il premier italiano, Enrico Letta. I No Tav scenderanno verso la capitale dove troveranno ad attenderli gli attivisti del movimento per il diritto alla casa per l’assedio al supertreno.

Washington e Mosca alla guerra del Gps

La Stampa

maurizio molinari
corrispondente da new york

La minaccia arriva dalle antenne installate dai russi negli Usa


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Cia e Pentagono si oppongono a creare negli Stati Uniti le «stazioni di monitoraggio» necessarie a Glonass, il sistema russo che si propone di rivaleggiare con il Gps americano. È stata Mosca a chiedere a Washington di poter installare sul territorio americano delle «antenne» che consentono di garantire ai satelliti orbitanti la precisione del rilevamenti sul territorio: una di queste postazioni è stata già creata in Brasile ed altre sono in discussione con i governi di Spagna, Indonesia e Australia.

Il Dipartimento di Stato, secondo il «New York Times», non avrebbe sollevato obiezioni alla richiesta ricevuta dal Cremlino nel 2012, giudicando «inoffensivo» il Glonass russo e ritenendo che l’accettazione da parte di Washington potrebbe contribuire a migliorare i rapporti con Mosca dopo la tempesta dell’asilo russo a Edward Snowden, la gola profonda dell’intelligence elettronica. Ma Pentagono e Cia sono in disaccordo, affermando che non si tratta di «antenne innocue» bensì di un sofisticato sistema di sorveglianza che potrebbe in futuro essere adoperato da Mosca per migliorare la qualità dello spionaggio all’interno del territorio degli Stati Uniti.

Tali obiezioni sono state fatte proprie da Mike Rogers, repubblicano dell’Alabama e capo della commissione Forze Armate alla Camera, che in una recente lettera al Dipartimento di Stato, Pentagono e direzione dell’intelligence si chiede «perché gli Stati Uniti devono favorire lo sviluppo di un sistema in competizione con il nostro Gps». In effetti Russia, Cina e Unione europea sono impegnate nella realizzazione di proprie alternative al Gps americano, puntando a conquistare quote di un ambito mercato globale. Il disaccordo fra Dipartimento di Stato, Pentagono e intelligence sulla cooperazione con il Glonass è tale da far supporre che dovrà essere il presidente Barack Obama a decidere se accettare o meno le «antenne» della discordia sul territorio nazionale. 

Ecco il primo Esposito del mondo: è «Fabritio de anni due»

Il Mattino

di Paolo Barbuto

Il documento è conservato all'archivio dell'Annunziata a Napoli. Nel 1623 venne dato per la prima volta, ufficialmente, quel cognone che è divenuto simbolo della città.



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Il viaggio nell’archivio dell’Annunziata non è un percorso tra gli scaffali ma un tuffo nella storia. Ci sono luoghi, qui dentro, dove il tempo s’è fermato. Solo il trillo dei cellulari è fuori contesto, tutto quel che c'è intorno profuma d’antico, non di vecchio.

E ogni singolo oggetto racconta una storia. Gli archivisti amano quelle carte. Lo si capisce da come guardano i fascicoli, dai guanti che indossano quando devono prenderli, per evitare di rovinarli. Sorridono davanti all’emozione di chi segue il rito con il fiato sospeso. Viene pescato il volume più antico. Sfogliato con carezze leggere. Pagina numero uno: anno 1623, primo gennaio, alle tre e mezza è stato «gettato» all'Annunziata «Fabritio de anni due». Non c’era bisogno di scrivere il cognome, si sarebbe chiamato Esposito, come le altre migliaia di bimbi abbandonati dopo di lui ed «esposti» alla protezione della Madonna dell'Annunziata. Fa un certo effetto trovarsi di fronte a quel documento.

Eccolo, è il primo Esposito di Napoli, almeno il primo del quale si abbia una testimonianza scritta e ufficiale. L’antenato di tutti gli Esposito della città. E del mondo. L’archivio si trova in via dell’Annunziata, al numero 34. Possono avere accesso ai registri gli studiosi e i diretti interessati (o i discendenti). Contiene tutti i documenti ufficiali dei bimbi che venivano affidati all'Annunziata. La consultazione è consentita solo quando sono trascorsi settanta anni dall’iscrizione nei registri. Ancora oggi le visite sono centinaia. La «ruota» è stata chiusa il 22 giugno del 1875 ma i bambini sono stati accolti nel brefotrofio fino al 1980: da tutto il mondo scrivono per conoscere le proprie origini «fatemi sapere chi era la mia vera mamma». Ma centinaia di persone vengono invitate ad aspettare la scadenza imposta dalla legge.

Gli studiosi e i ricercatori qui dentro sono di casa e non fanno più caso alla macchina da officina, piazzata al centro della scrivania. Quella macchina serviva a legare il passato al futuro: numerava e sigillava un piombino messo al collo dei bimbi appena abbandonati dentro la ruota dell'Annunziata. Una lettera e un numero, I 1027, poi I 1028, all’infinito, senza sosta. Quella sigla avrebbe accompagnato il bambino per tutta la vita. Era quello il vero nome, non l’«Esposito» segnato sui documenti ufficiali. E se un giorno una mamma pentita voleva tornare sui suoi passi, si presentava all'Annunziata ricordando data e ora dell'abbandono. L'archivista s'infilava tra le mensole e tornava con un faldone immenso. Per ogni data e per ogni ora, c'era un solo numero possibile di collegamento.

Alle pagine del librone era cucito il segno di riconoscimento: una immagine sacra strappata a un angolo, una medaglietta divisa a metà, un lenzuolino al quale mancava un angolo. Se la donna aveva la parte combaciante, le era concesso il diritto di conoscere il nome del figlio. Ancora oggi la storia degli "Esposito" napoletani è custodita all'Annunziata. I faldoni sono conservati nell'ospedale, in uno dei quattro archivi comunali. Quellgli stanzoni negli anni hanno subito di tutto, allagamenti, piccoli crolli, abbandono. La location è avvilente, l'imbarazzo e la rabbia, però, svaniscono di fronte agli scaffali del lungo corridoio della memoria napoletana. Qui ci sono tutti gli avi di tutti gli Esposito di Napoli, e del Mondo. A partire da «Fabritio de anni due».


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Esposito quel cognome considerato «infamante», abolito nel 1800

Il Mattino



di Paolo BarbutoQuel cognome, «Esposito», di cui raccontiamo l'origine, era considerato un marchio infamante, che rendeva impossibile la vita delle persone cresciute all’Annunziata. Così nel 1814 Gioacchino Murat cancellò l’usanza di chiamare così tutti gli abbandonati.

Da allora, l’ufficiale civile che registrava gli ingressi, aveva anche il compito di inventare un cognome nuovo per ogni giorno dell’anno. Si ispirava alla quotidianità: se c’era il sole, i bimbi di quel giorno avrebbero avuto tutti come cognome «Splendente». Se qualcuno bussava alla porta mentre veniva abbandonato il primo bimbo della giornata, il cognome sarebbe stato «Tocco». Capitò così anche con il piccolo Vincenzo che nel 1862 si ritrovò come cognome «Genito», poi per errore di trascrizione diventato Gemito.

Quel Vincenzo Gemito sarebbe diventato artista illustre, portandosi dietro un cognome inventato al momento e anche trascritto male. La ruota degli esposti era nata per accogliere solo neonati, ma le madri disperate lasciavano anche bimbi più grandi: li cospargevano di olio per consentirgli di attraversare il meccanismo. Troppo spesso quel passaggio causava fratture e lesioni interne alle creature, così lo spazio per deporre i bimbi fu ridotto da un palmo quadrato a tre quarti di palmo.

Quando le bambine accudite all'Annunziata crescevano ed arrivavano all’età da marito, veniva organizzata una festa danzante nel bellissimo salone del brefotrofio. Erano invitati tutti gli uomini senza moglie della città, ma si presentavano, abitualmente, le persone più avanti con gli anni, senza più speranze di trovare una sposa. Durante quegli incontri si svolgeva il rito del fazzoletto: le ragazze lo lasciavano cadere, chi si chinava a raccoglierlo le aveva scelte come spose.

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lunedì 18 novembre 2013 - 10:34   Ultimo aggiornamento: 10:35

Topolino compie 85 anni e dice addio ai calzoncini corti

La Stampa

nadia ferrigo

Il personaggio dei fumetti debuttò il 18 novembre del 1928: orecchie e coda lo hanno reso una leggenda


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Niente più calzoncini rossi, ma coda e orecchie sono sempre le stesse. Mickey Mouse, il nostro Topolino, compie ottantacinque anni e non li dimostra affatto. Il topo più famoso del mondo debuttò il 18 novembre del 1928 al Colony Theatre di New York nel cortometraggio «Steamboat Willie», «Il Vaporetto Willie», fischiettando allegro al timone di un battello a vapore. Tutto sembra filare liscio, fino a che arriva il vero capitano della nave: Big Bad Pete, niente meno che Pietro Gambadilegno, suo acerrimo nemico. Negli otto minuti del cortometraggio c’erano già tutti gli ingredienti che avrebbero contribuito al suo grande successo: una rivalità quasi affettuosa con il malvagio gattone e un grande amore. In «Steamboat Willie» fece per la prima volta la sua comparsa anche Minerva Mouse, la nostra Minni, eterna fidanzata in tacchi e gonnellino. 

Per Walt Disney, all’epoca un giovane regista che navigava in cattive acque, il successo del film fu un colpo di fortuna: nessun grande distributore si mostrò interessato a quel bizzarro topo parlante, cosi si trovò costretto ad accettare la proposta di una piccola sala di Broadway. Il pubblico si innamorò subito del topolino dal cuore grande e l’aria sveglia. Il film è celebre anche per essere uno dei primi ad avere un audio sincronizzato. «L’effetto sul nostro piccolo pubblico era niente di meno che elettrico. Risposero quasi istintivamente a questa unione di suono e movimento. Pensavo che mi stessero prendendo in giro – raccontò Disney qualche anno dopo -. Fu terribile, ma meraviglioso!». Ub Iwerks, animatore e fumettista che produsse il film insieme a lui, commentò: «Non sono mai stato così entusiasta in vita mia». 

Un successo di pubblico e di critica: Variety, una rivista di intrattenimento americana fondata nel 1905, scrisse qualche giorno dopo la prima di «Steamboat Willie»: «Non è il primo cartone animato ad essere sincronizzato con effetti sonori, ma il primo ad attirare un’attenzione favorevole. Rappresenta un alto ordine d’ingegno del cartone animato, sapientemente combinato con effetti sonori. L’unione ha portato a risate a bizzeffe. Le risatine sono arrivate così in fretta al Colony Theater che stavano inciampando l’una sull’altra». 

E pensare che Disney creò Topolino per rifarsi di un duro colpo: si era visto rubare tutti i diritti del suo primo personaggio di successo, «Oswald il coniglio fortunato». L’unico a restargli accanto fu proprio il suo braccio destro Iwerks. Il resto è storia: Mickey infila un successo dietro l’altro e conquista grandi e piccini in tutto il mondo. Apparve per la prima volta in Italia il 30 marzo del 1930, sul settimanale torinese «Illustrazione del Popolo». La prima striscia, disegnata da Iwerks, si intitola «Le avventure di Topolino nella giungla».

Due anni dopo uscì il primo libro illustrato italiano con le sue immagini e, poco più tardi, il 31 dicembre del 1932, il primo numero del settimanale. Se negli Stati Uniti la fama di Mickey Mouse si mantiene con i parchi di divertimento, nel nostro paese continua a litigare con Gambadilegno e flirtare con Minni grazie alle matite dei disegnatori e sceneggiatori italiani: sono loro a creare le storie poi distribuite – e amate – in tutto il mondo. 

Ecco il primo cortometraggio con Topolino

L’algoritmo sbagliato che gonfiava le multe delle quote latte

Corriere della sera

Il gip: così si giustificavano le sanzioni. Il giudice, rifiutando l’archiviazione, ipotizza il reato di falso in atto pubblico

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Per quanti anni una mucca produce latte? Chi risponde circa 8 anni, come i bambini sui libri di scuola, è fuori strada. Perché una mucca può fare latte sino a 82 anni. Parola di un algoritmo dei funzionari dell’Agea, l’Agenzia ministeriale per le erogazioni in agricoltura. Solo che ora questo algoritmo, assurdo ma valevole una montagna di soldi visto che in passato ha gonfiato del 20% il parco bovini da latte italiano, trova una embrionale censura per la prima volta in un provvedimento giudiziario: l’ordinanza con la quale un giudice respinge una richiesta di archiviazione formulata da un pm e ordina alla Procura di indagare i funzionari Agea per l’ipotesi di reato di falso in atto pubblico.

La vicenda delle quote latte si trascina dal 1984 con decine di processi per i più svariati filoni in tutta Italia, al costo di 4 miliardi di euro di sanzioni, di cui circa 1,7 miliardi (si stima) a carico della collettività, secondo una prassi censurata dall’Unione europea che equipara alle vietate sovvenzioni statali i casi nei quali siano appunto le casse dello Stato a far fronte alle multe al posto degli allevatori splafonatori. Le quote sono infatti limiti alla produzione di latte che ogni Paese ha negoziato per evitare che un eccesso di offerta penalizzi la remunerazione degli allevatori: se un produttore sfora la sua quota, o ne trova un altro che abbia prodotto meno e sia dunque disposto a comprare il di più del collega, oppure è obbligato a pagare un prelievo supplementare fortemente disincentivante.

Negli anni, tuttavia, questo mondo produttivo (coccolato a lungo dalla Lega) è stato teatro di ogni genere di trucchi, per lo più ormai prescritti perché antecedenti il 2003/2004. Gli allevatori onesti hanno patito la concorrenza sleale di chi produceva in nero; di chi introduceva in Italia latte straniero contrabbandato per nazionale; e anche di chi riassegnava una parte delle quote italiane a produttori fittizi, riducendo così le quote vere per i produttori seri e spingendoli a sforare e ad accumulare multe. Sulla scorta di una querela sporta a Roma contro Agea da parte di un gruppo di allevatori milanesi rappresentati dall’avvocato Consuelo Bosisio, la magistratura è stata investita della non corretta quantificazione delle quote latte, e quindi degli errori di calcolo nelle sanzioni inflitte per il superamento teorico della singola quota latte attribuita.

Per giustificare gli errori commessi , e quindi schivare le responsabilità contabili che rischiavano, i funzionari Agea - ricostruisce ora la giudice preliminare romana Giulia Proto - «hanno chiesto la modifica dei criteri di calcolo del numero dei capi potenzialmente da latte. All’inizio l’algoritmo, che si basa sul lavoro della commissione Mariani, prese in considerazione l’età dell’animale tra i 24 mesi e 10 anni di età». Ma «successivamente sono stati modificati i criteri per l’ottenimento dell’algoritmo» e il limite massimo di età «è passato da 120 a 999 mesi (ossia 82 anni di età)!». Il punto esclamativo è del giudice, che sulla base di alcune mail agli atti scrive che «ciò avvenne per espressa richiesta dei funzionari di Agea, con l’evidente fine di giustificare il dato in eccesso che aveva determinato le sanzioni».

Il risultato, indicato sin dal 15 aprile 2010 da un’informativa del colonnello dei carabinieri Marco Paolo Mantile, è che «portando il limite massimo da 120 mesi a 999 mesi, si ha una differenza in aumento di 300.000 capi, pari a oltre il 20% dell’intera popolazione bovina a indirizzo lattifero». Una scoperta politicamente insostenibile nei rapporti con Bruxelles, stando a quello che il 20 luglio 2010 l’allora capo di gabinetto del ministero delle Politiche agricole dirà (non sapendo di essere registrato) al colonnello per provare a convincerlo dell’opportunità di ammorbidire la relazione.

Ora il gip romano scrive che l’algoritmo da 999 mesi, «il cui inserimento è stato fortemente voluto dai funzionari di Agea che non potevano certo ignorare la sua inverosimiglianza, comporta calcoli non rispondenti al vero», inseriti in atti pubblici, «il cui contenuto deve pertanto ritenersi ideologicamente falso». Di qui il no del gip all’archiviazione, e la restituzione degli atti al pm affinché indaghi i funzionari Agea per l’ipotesi di reato di falso in atto pubblico.

18 novembre 2013

Il giornalaio che «salva» i bambini con le figurine «Giocando, restano lontani dalla droga»

Corriere della sera

Ex elettricista, rimasto senza lavoro, Roberto Artisi si è reinventato edicolante e organizza tornei di carte animate


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È cresciuto al Giambellino ai primi tempi dell’eroina, quando le compagne di classe «i buchi li nascondevano sotto le unghie e in mezzo alle gambe», poi si è trasferito in un’altra periferia, nei paraggi del San Paolo, alla Barona, tra le vie di Rudinì e De Nicola dove oggi ha una casa popolare, una compagna e due figli. Il 48enne Roberto Artisi, uomo - va da sé - allergico a retorica e manie di protagonismo, pare perfetto per i posti di frontiera. Impiantista elettrico di lungo corso, senza lavoro per colpa della ditta che ha chiuso, un anno fa s’è reinventato edicolante investendo per l’appunto su un prodotto - quotidiani e riviste - dato per morto e sepolto. Non bastasse, in una zona complicata che soffre per droga e abusivi nei casermoni, baby rapinatori e anziani soli, Artisi organizza tornei di figurine per bimbi e ragazzini: ne ha appena allestito uno che già i genitori e soprattutto i figli hanno chiesto il bis.

STRATEGIA E INTUIZIONE - Le figurine sono carte plastificate collezionabili. Il gioco, che si chiama Yu Gi Oh!, nato in Giappone ed emanazione dei manga, è popolato di mostriciattoli, supereroi, trappole, energia da acquisire, punti di difesa e attacco. Servono testa e strategia, calcoli e intuizioni. «Il prossimo appuntamento è il primo dicembre e ho già quaranta iscritti. L’altra volta, sempre di domenica, per cinque ore, tanto era durato il torneo, nessuno aveva tirato fuori un cellulare. Silenzio e concentrazione».

AGGREGAZIONE IN UNA ZONA DIFFICILE - Artisi non lo dice, poiché non gli interessa candidarsi ufficialmente quale presidio sociale in una terra di abbandono. Ma grazie a questi particolarissimi campionati si fa aggregazione, nascono nuove amicizie, si svuotano i cortili di certi palazzoni che offrono esempi negativi, qui un ventenne boss arricchito e là il nipote strafottente d’un pluripregiudicato. Peraltro s’è prima parlato di abbandono: ecco, a volte servono soltanto le didascalie per inquadrare un angolo di Milano.

Artisi mostra una piazzetta, non lontano dall’edicola, passando per via De Nicola. Nella piazzetta, popolata di spacciatori che arruolano giovanissimi come pony-express e vedette sui motorini, avevano messo delle telecamere. Sono state rotte perché davano fastidio. Nessuno ha pensato, oppure ritenuto opportuno ripararle. «Le telecamere non cambiano il mondo e figurarsi il nostro quartiere. Però, punto primo: da sole non bastano, ovvio; dopodiché, punto secondo, se ce le avete date badate alla loro manutenzione, no?».

SPACCATO DI UMANITA’ - Nell’edicola entra un’anziana, cammina a fatica, avanza piano, la stampella fa quel che può; un ragazzo italiano l’ha vista per strada e l’ha accompagnata. La signora compra un quotidiano, esce sorretta da Roberto, più avanti sul marciapiede incontra un’amica, una mamma egiziana con i due piccoli che ha comprato tre biglietti dell’Atm per andare a fare la spesa. Molla la pensilina, prende su la vecchietta, la scorta fino a casa e sicuramente ci avrà impiegato così tanto da aver perduto il bus. Pazienza. Artisi sorride, orgoglioso. «Non voglio risultarle banale. Io queste strade le adoro... C’è umanità, c’è la gente che fatica, che si alza all’alba, che suda, che sbuffa, che si barcamena».

«UOMO DI CASA» - Al proposito, è cosa naturale introdurre il tema dell’«uomo di casa». La definizione è del medesimo Artisi. Prima dell’azienda fallita, era stato occupato in un’altra società, sempre nel campo degli impianti elettrici. Problemi anche allora e scelta obbligata di ripartire da capo. Lui, nella veste di «uomo di casa», correva a risolvere ogni tipo di problema. Una gomma bucata, il gabinetto rotto, le tapparelle da sistemare, un garage da piastrellare, la lavatrice da riparare, la televisione da sintonizzare. Cinque, dieci, quindici euro a missione. Le giornate passavano, la voce girava. Artisi vorrebbe tornare a quell’impiego, è un suo sogno.

Ma scusi, lascerà l’edicola? «No, se riusciamo a incastrare i turni della mia compagna, impiegata in un supermercato del bricolage, potrei avere più tempo da dedicare alle chiamate a domicilio. Ci sono dei residenti che quasi mi supplicano di fare una scappata... Spiace, ma non posso mollarla, l’edicola, per ora. Non ho tempo. Attacco alle cinque, vado avanti fino a sera, mi prendo una pausa dall’una alle tre. Per mangiare? Eh, dovrei pranzare, peccato che spesso cada sul divano a riposare...».

«MAI ARRENDERSI» - Passano un papà e il figlioletto, interessati alle bustine di Yu Gi Oh!, ne comprano due, spesa totale di 10 euro. In mattinata Artisi, che non le manda a dire, ha avuto una discussione, abbastanza intensa, con una mamma. «Abbiamo bisticciato sul fatto che accompagna la figlia a scuola... Fa già la seconda media... E quando cresceranno mai? Io alla mia, in prima media, ho fatto l’abbonamento ai mezzi e ciao ciao ciccia, lo vedi il pullman? Forza, pedalare, buona giornata... Quella mamma, stamane, ha obiettato che il quartiere ha i suoi rischi e i suoi pericoli. Sono d’accordo, ci mancherebbe. Ma il quartiere è nostro, non di quelli che lo rovinano... Non ci si arrende».

17 novembre 2013

Kennedy 50 anni dopo L'attentato visto dalla finestra del cecchino

Quotidiano.net

di ALESSANDRO FARRUGGIA
Dallas, 17 novembre 2013

Tra gli scatolini di libri dove Oswald si appostò in attesa del presidente


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UNA STACCIONATA di legno sopra una collinetta erbosa. La finestra al sesto piano del vecchio deposito di libri scolastici dello stato del Texas. Il sotterraneo di una stazione di polizia, la stanza delle emergenze numero uno del Parkland hospital. È qui che è andata in scena la fine di John Fitzgerald Kennedy, e i tragici eventi che ne sono seguiti.

Cinquant’anni dopo gli echi degli spari ancora risuonano a Delaney Square. E di sicuro non è andata come ci hanno raccontato. La scena del delitto, ancora oggi, parla. E ancora oggi parlano le immagini girate dal cineamatore Abraham Zapruder: 26 secondi, 486 fotogrammi che raccontano in super 8 il momento nel quale l’America ha perso la sua innocenza.

Visto dalla finestra dalla quale avrebbe sparato il presunto assassino Lee Oswald, sembra tutto dannatamente facile. L’ultima finestra a destra del penultimo piano del Texas Book Depository è affacciata su Delaney Square. Il ‘nido del cecchino’ era protetto alle spalle da una pila di scatoloni di libri ed era abbastanza alto da non mostrarsi a chi stava in piazza: solo all’ultimo momento sarebbe stato necessario far uscire la canna del fucile e fare fuoco. Non era certo un colpo impossibile.

IL PUNTO di Elm Street - la strada che taglia trasversalmente Delaney Square - nel quale JFK fu raggiunto dal primo dei colpi di fucile è a una sessantina di metri. Per un buon tiratore dotato di fucile con mirino di precisione c’era tutto il tempo per seguire il corteo presidenziale svoltare da da Huston Street, prendere con calma la mira e fare fuoco. Qui all’epoca lavorava Oswald, che era stato un tiratore scelto nei Marines e che aveva una fama, invero assai dubbia, di comunista filocubano con tanto di defezione verso l’Unione Sovietica prontamente rientrata (e dopo la quale aveva curiosamente ottenuto un posto di lavoro in una società che processava le segretissime foto raccolte dagli aerei spia U2). E Oswald è ufficialmente l’assassino.

MA LA VERITÀ ufficiale cozza con altre verità. Dei 277 testimoni identificati, 107 hanno espresso un’opinione sul punto di provenienza degli spari e ben 77 di loro hanno detto che almeno un colpo, se non due, sono stati sparati dal ‘grassy knoll’, un declivio erboso che tuttora si apre a piazza Delaney sulla destra del percorso del corteo presidenziale ed è riverito come un’icona da chi crede nel complotto. "Un colpo, l’ultimo — racconta ancora oggi Bill Newman, 72 anni, che con la moglie Gayle e i due figli piccoli si trovava lungo Elm street, a dieci metri dalla limousine di JFK — è sicuramente venuto dalle nostre spalle, dal grassy knoll.

Ho visto l’impatto sulla testa del presidente, il suo cranio aprirsi. È stato orribile". Altri, come James Tague, oggi 77 anni, che fu ferito al volto dalla scheggia di un colpo che mancò la limousine, vanno oltre: "Due colpi, il primo e l’ultimo, venivano da destra". Dal grassy knoll, da quella staccionata ancora esistente dalla quale l’allora ventiduenne soldato Goldon Arnold fu allontanato da un presunto agente del Secret Service (ma naturalmente nessun agente del Secret Service risultava in servizio in quella piazza).

QUELLA staccionata bianca a 30 metri dalla limousine, dietro la quale altri testimoni — Lee Bowers, Howard Brennan, Cheryl Mc Kinnon, Amos Evins, Sam Holland — negli attimi attorno al delitto videro due uomini e uno sbuffo di fumo o un bagliore. "Dalle ferite che ho visto — dice tuttora il dottor Robert Mc Lelland, 83 anni, uno dei medici che cercò di salvare Kennedy — non c’è dubbio che c’è stato un secondo sparatore".

E SE OLTRE che dalla finestra al sesto piano si sparò anche dal grassy knoll questo significa che fu complotto e non l’azione di un pazzo isolato. Resta la giunga di piste, ma anche la convinzione che complotto fu. E del resto, come non potrebbe visto quello che accadde a Lee Oswald il giorno dopo nel sotterraneo della ‘centrale’ della Dallas Police, ammazzato dal mafioso di mezza tacca Jack Ruby che, grazie alle sue aderenze tra i poliziotti locali, fu fatto entrare da una porta laterale e freddò Oswald con un colpo di revolver in diretta tv, facendolo tacere per sempre.

In questa storia dalle mille verità, con un boss (Carlos Marcello, intercettato nel 1987 dall’Fbi) e uno sparatore (James Files) rei confessi ai quali nessuno dà troppo credito, nella quale il mistero giova a tutti coloro che hanno panni sporchi, dieci verità significano nessuna verità e Dallas può continuare a coltivare il mito, che le macchiò l’immagine ma che oggi — tra museo al settimo piano dell’ex Book Repository, un fiorire di gadget e libri e turisti in arrivo per le ricche celebrazioni — è un mistero che frutta dollari. Siamo in America, dopotutto.