martedì 19 novembre 2013

Tutti fuggiti i superstiti di Lampedusa li aveva accolti Marino, sono spariti

Corriere della sera

Gli 89 rifugiati eritrei hanno lasciato il centro di accoglienza che li ospitava facendo perdere le loro tracce


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ROMA - Fuggiti. Se ne sono andati tutti gli 8 9 immigrati eritrei superstiti del tragico sbarco a Lampedusa del 3 ottobre scorso che - soltanto una settimana fa - erano stati accolti nella Capitale e ospitati in una struttura. La notizia è stata confermata martedì 18 dall’assessorato al Sostegno Sociale e Sussidiarietà di Roma Capitale: i rifugiati (in attesa di riconoscimento dello status) hanno lasciato la casa dell’istituto «Teresa Gerini» dei Salesiani, dove dormivano, e si sono allontanati facendo perdere le proprie tracce. Erano stati accolti tutti insieme nella stessa struttura, «perché la tragedia li aveva uniti». E tutti insieme devono aver pensato di continuare il loro viaggio su altre strade.


 JEANS E BUSTE DI PLASTICA - Lo scorso 12 novembre era stato lo stesso sindaco di Roma, Ignazio Marino, ad accoglierli al loro sbarco da un boeing 737 delle compagnia Mistral Air, proveniente da Lampedusa e atterrato all’aeroporto di Fiumicino poco dopo le 13. Ora l’assessorato al Sostegno Sociale e Sussidiarietà minimizza: «Hanno deciso di lasciare il centro di accoglienza». I migranti - come altre 64 persone tutti sopravvissuti al naufragio del barcone a Lampedusa, nel quale avevano perso la vita 366 persone - si sono allontanati con le loro poche cose: jeans, scarpe da ginnastica, felpe e buste di plastica da supermercato piene degli effetti personali raccolti a Lampedusa.

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 TELEFONICA IN TASCA - Erano 88 uomini e una donna, in tasca avevano una lettera di benvenuto, una scheda telefonica internazionale, una cartina della città, un kit di prima accoglienza (shampoo, sapone e asciugamano) e 35 euro al giorno di diaria. Un pacchetto della durata di sei mesi assicurato dal Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) del Ministero degli Interni, con il contributo dello stesso Comune di Roma per una quota pari al 20 per cento (7 euro). Per loro si era mossa anche la comunità ebraica che tramite il presidente Riccardo Pacifici aveva assicurato aiuto e la disponibilità a offrire lavoro.

«NON SAPPIAMO IL MOTIVO» - «Confermo che se ne sono andati via tutti o quasi tutti», ammette un portavoce dell’assessorato competente. «Tra domenica e lunedì, in varie tranche hanno abbandonato il centro in cui li avevamo ospitati. Non sappiamo il motivo, anche perché avevamo offerto loro la migliore accoglienza possibile. Può essere che molti di loro volessero raggiungere il Nord Europa, magari dove già hanno parenti, e muovendosi per lo più in gruppo questo spiegherebbe la partenza in massa». I profughi eritrei, infatti, «sono liberi di andarsene dal centro di accoglienza e, quando otterranno lo status di rifugiati politici, saranno liberi di andarsene anche dall’Italia».

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NESSUN PREAVVISO - «Non hanno dato preavviso, né del resto erano tenuti a darlo. Nel centro erano ospiti, non prigionieri, liberi di andarsene quando volevano». L’improvvisa fuga non cambia i programmi delle istituzioni: «I loro posti verranno dati ad altri richiedenti asilo, perché vogliamo proseguire nella politica di accoglienza in discontinuità col passato». Quanto al conto dedicato che era stato attivato, spiegano dal Comune, «Verrà destinato ad altri rifugiati, ma essendo appena successo sono solo ipotesi, vedremo nell’immediato futuro».



19 novembre 2013




Lampedusa, arrivati aRoma 91 superstiti eritrei del naufragio

Corriere della sera

Accolti da sindaco Marino all’aeroporto di Fiumicino.Saranno ospitati in istituto religioso


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ROMA - Sono giunti a Roma 91 dei 155 migranti superstiti della tragedia di Lampedusa avvenuta lo scorso 3 ottobre. Saranno ospitati in una struttura della Capitale. L’aereo, un boeing 737 delle compagnia Mistral Air, proveniente da Lampedusa è atterrato all’aeroporto di Fiumicino poco dopo le 13. I migranti, accolti dal sindaco di Roma Ignazio Marino, dopo le pratiche burocratiche saranno condotti in un istituto salesiano.

QUASI TUTTI GIOVANI - La maggior parte in jeans, scarpe da ginnastica e felpe, molti dei 91 superstiti - tra cui solo una donna - tenevano in mano buste di plastica da supermercato con i pochi effetti personali raccolti a Lampedusa. Quasi tutti giovani, hanno mostrato volti sorridenti quando, sotto una leggera pioggia, sono scesi dalla scaletta del Boeing e hanno preso posto sul mezzo che li ha condotti al Terminal 5., quello dedicato ai «voli sensibili», che dopo le prime ore del mattino è praticamente deserta di passeggeri.

NIENTE FLASH - Marino ha accolto i migranti senza fotografi nè reporter. Le operazioni di sbarco e l’espletamento delle formalità burocratiche sono state effettuati dagli agenti della Polizia di frontiera diretti da Antonio Del Greco. Sull’aereo 23 agenti della Polaria hanno effettuato il servizio di scorta. Anche il direttore Enac dell’aeroporto, Vitaliano Turrà, si è trattenuto con i migranti prima che salissero a bordo dei pullman da turismo che li hanno portati alla loro destinazione.

 (Fonte Ansa)
19 novembre 2013

Cartello choc dell'ufficio pubblico: «Non siate insistenti, vi prendiamo a parolacce». La replica: solo una goliardata interna

Il Mattino


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La Pubblica Amministrazione dovrebbe dare il buon esempio di etica e di civiltà. Ma a volte, anzi spesso, non è così. Tutto accade niente di meno che fuori dall'Ufficio Gestione Verde Urbano, a Roma. Un utente, indignato, ha fotografato un cartello esposto fuori dalla porta e lo ha postato su una pagina Facebook. In moltissimi si sono scatenati contro il messaggio contenuto nel cartello, tanto da creare un vero e proprio caso. C'è comunque chi mette in dubbio la veridicità del cartello, e chi crede che sia stata una trovata da parte di qualcuno per sottolineare la maleducazione degli impiegati.

Ecco cosa c'è scritto: «Il pubblico si riceve nei giorni di martedì e venerdì dalle ore 10.00 alle ore 12.00 previo appuntamento telefonico. L'altri giorni (l'errore è del cartello ndr) dobbiamo lavorare. Si prega d non essere insistenti, altrimenti ci vedremo costretti, anche se contrario alla nostra educazione, a prendervi a parolacce ed insulti».

La replica del Campidoglio: solo una goliardata interna «Questa mattina ci e' stata segnalata l'esistenza di un incredibile avviso, offensivo nei confronti degli utenti, esposto in un ufficio dell' amministrazione capitolina. In qualita' di vicesindaco e di assessore al Personale, ho predisposto un' immediata verifica: il cartello era effettivamente esposto presso i locali di un servizio operativo di supporto agli uffici di gestione del Verde urbano, spazio che, mi è stato assicurato, non e' aperto al pubblico». Lo scrive su facebook il vicesindaco di Roma, Luigi Nieri. «Il cartello era una sorta di atto goliardico interno - aggiunge - Ho sentito l' assessore all'Ambiente che mi ha confermato che il cartello e' stato immediatamente rimosso, a tutela dell' immagine di Roma Capitale e della serieta' dei suoi dipendenti, che si impegnano ogni giorno, fra mille difficolta', a fornire il miglior servizio possibile alla cittadinanza».

 
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martedì 19 novembre 2013 - 16:10   Ultimo aggiornamento: 18:11

Le api rischiarono la fine dei dinosauri 65 milioni di anni fa

Corriere della sera

Studiare quanto avvenne è important anche per capire la crisi odierna degli alveari e le ripercussioni sull’agricoltura

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Circa 65 milioni di anni fa, la grande estinzione di massa che segnò il passaggio dall’era mesozoica a quella cenozoica, non spazzò via solo i dinosauri. A quanto pare a farne le spese furono anche le api. Secondo ricercatori dell’Università del New Hampshire, capire cosa è successo in passato a questi insetti impollinatori può essere utile a comprendere meglio e fronteggiare i rischi che corrono oggi, e non solo per arginare gli effetti sulla biodiversità ma anche per le possibili ripercussioni sull’agricoltura, che dipende dalle api per l’impollinazione di molte coltivazioni.

API CARPENTIERE - Come spiega sulla rivista Plos One Sandra Rehan, insieme a colleghi australiani della Flinders University e del South Australia Museum, per molto tempo si è ipotizzato che il diffuso declino delle api carpentiere (della sottofamiglia Xylocopinae), verificatosi in concomitanza con la scomparsa dei grandi dominatori del pianeta, al termine del Cretaceo e all’inizio del Paleocene, fosse legato all’estinzione delle piante con fiori, le angiosperme, che erano fondamentali per la loro sopravvivenza. «Ma diversamente dai dinosauri, non ci sono numerose tracce fossili di api, quindi è sempre stato molto difficile confermare questa ipotesi», precisa Rehan, docente di scienze biologiche all’Università del New Hampshire.

FILOGENESI MOLECOLARE - Per ovviare alla mancanza di consistenti resti fossili, il team di ricercatori ha utilizzato una tecnica chiamata filogenesi molecolare. Hanno cioè analizzato le sequenze di Dna di 230 specie appartenenti a quattro «tribù» di api carpentiere di tutti i continenti per comprenderne la storia evolutiva e individuare somiglianze e differenze emerse nel corso del tempo. Incrociando i dati fossili con le analisi genetiche, i ricercatori hanno dunque elaborato un modello che fa luce sulla grande moria di api che si è verificata in passato. E hanno riscontrato che «qualcosa di importante è accaduto a queste popolazioni di api, proprio mentre i dinosauri si estinsero».

LA STORIA EVOLUTIVA - Le loro analisi indicano alcuni aspetti cruciali della storia evolutiva delle Xylocopinae: la loro origine risale al Cretaceo medio, circa 150-100 milioni di anni fa, in parallelo alla rapida espansione delle eudicotiledoni, un importante gruppo di angiosperme. Poi, sostengono i ricercatori, indipendentemente dai diversi fattori che possono aver contribuito a modificare gli ecosistemi terrestri al termine del Cretaceo e all’inizio del Paleocene (l’impatto di un meteorite, i cambiamenti climatici dovuti a mega-eruzioni e quelli del livello dei mari), ci sono prove evidenti che proprio circa 65 milioni di anni fa il rapporto insetti-piante è stato stravolto. «E data la stretta relazione tra eudicotiledoni e api, è plausibile che il declino delle piante fiorite ha avuto un impatto sulle api, e viceversa» spiega l’autrice dello studio. Insomma, alle api è toccata la stessa sorte delle piante che impollinavano.

SALVIAMO LE API – Capire come questi insetti impollinatori hanno risposto alle perturbazioni ambientali in passato può essere determinante anche per fronteggiare i pericoli che corrono oggi. «E se si potesse raccontare tutta la storia evolutiva delle api, forse oggi ci preoccuperemmo di più di proteggerle», conclude Rehan, ricordando quanto le api siano fondamentali (insieme ad altri colleghi impollinatori) per l’agricoltura e non solo. Infatti sono preziose per l’ambiente, in quanto favoriscono la biodiversità impollinando numerose colture e piante selvatiche. Ma da decenni ormai si assiste alla sindrome dello spopolamento degli alveari: le api stanno cioè scomparendo. E a mettere a rischio la loro sopravvivenza sono diversi fattori, tra i quali l’uso dei pesticidi e l’infestazione di parassiti che possono provocare esplosioni virali incontrollate. Così come sotto accusa è finito anche l’inquinamento prodotto dai gas di scarico delle automobili, perché interferisce sulla capacità delle api di impollinare i fiori, alterando la loro capacità di riconoscere gli odori floreali.

19 novembre 2013

L'ex Br Faranda espone opere a Modica Il prof: «Sempre la postina del sequestro Moro»

Corriere della sera

Polemica per l'attenzione riservata all'artista da pubblico e media. Lo storico Barone: «Mi provoca frustrazione»


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RAGUSA - Dopo le polemiche che due anni fa accompagnarono l'inclusione di Adriana Faranda tra gli artisti selezionati da Sgarbi per Torino Esposizioni, nuove critiche investono l'ex Br, messinese di Tortorici, e stavolta nella sua Sicilia. Venerdì scorso Faranda ha inaugurato una mostra di alcuni suoi lavori in una libreria di Modica, nel Ragusano, la personale «Curve di transizione», galleria di immagini digitali, ideate e realizzate attraverso la rielaborazione creativa di ritratti fotografici di Gerald Bruneau. Molti i curiosi e gli appassionati che si sono recati alla mostra, ascoltando con interesse le parole dell'autrice. Ma c'è chi non ha apprezzato.

LE CRITICHE - Uccio Barone, storico e preside della facoltà di Scienze Politiche di Catania, dice: «Sarà un'artista oggi affermata, si sarà pure dissociata e pentita, ma per me rimane la postina delle Brigate Rosse durante i drammatici 55 giorni del sequestro e dell'assassinio di Aldo Moro. Vederla a Modica, sentirla parlare di poesia e arte, circondata da curiosi e da qualche ammiratore, mi lascia un vuoto profondo nel cuore e da storico mi procura un senso di impotente frustrazione».

Locandina

CHI È - Adriana Faranda, dopo aver militato in alcune formazioni minori di lotta armata attive a Roma, entrò a far parte delle Brigate Rosse, insieme al suo compagno Valerio Morucci, nell'estate 1976, dirigendo la colonna romana e svolgendo un ruolo importante durante il sequestro Moro. Si distaccò dalle Brigate Rosse per contrasti sulle scelte strategiche dell'associazione terroristica nel gennaio 1979. Arrestata il 30 maggio 1979 insieme a Morucci, durante gli anni Ottanta si è dissociata dal terrorismo beneficiando delle riduzioni di pena previste dalla legge e uscendo dal carcere nel 1994.

19 novembre 2013

La Kyenge convince i sindaci Trentamila bimbi stranieri già con la cittadinanza onoraria

Libero

Oltre 200 comuni hanno conferito il nuovo status ai figli di immigrati nati in Italia


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Trentamila bambini di origine straniera nati in Italia hanno già ricevuto da alcuni comuni la cittadinanza onoraria. Domani toccherà al sindaco Ignazio Marino conferire lo status a 42 minori che vivono a Roma, ma è solo uno dei duecento primi cittadini che hanno già deliberato o si sono impegnati a promuovere il superamento della legge 91/92 attraverso un atto che non ha alcun valore giuridico, ma è altamente simbolico per promuovere l'inclusione e la tutela del diritto di tutti i bambini.

Insomma ancor prima che lo Ius Soli diventi legge, i sindaco, aderendo alla campagna dell'Unicef si sono mobilitati e domani saranno in prima fila durante la Giornata dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, per richiamare ulteriormente l'attenzione dell'opinione pubblica sul diritto alla cittadinanza quale premessa per l'esercizio di diritti fondamentali per tutti i minorenni. L'idea dell'Unicef è quella di "catena umana", anche virtuale, che da Sud a Nord dell'Italia, chieda a gran voce alle istituzioni la non più rimandabile riforma della legge 91/92.

Verranno promossi spontanei momenti di aggregazione di cittadini, bambini, adolescenti, amministratori locali e altri, che tenendosi per mano e con un simbolo unitario ben riconoscibile, evidenzino la propria adesione all'iniziativa. L'Unicef in questa campagna chiamata "Io come TU" ha al suo fianco l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (Anci) che ha sollecitato gli 8.100 Comuni Italiani a conferire - ove lo ritengano - la cittadinanza onoraria ai bambini di origine straniera, figli di genitori non cittadini, che vivono sul territorio comunale.

Garante: ecco come tutelare gli utenti dalle 'chiamate mute'

Quotidiano.net

Le 'chiamate mute' provenienti dai call center provocano diffuso allarme sociale: ora il Garante della privacy ha fissato regole alle imprese di telemarketing e ha attivato una consultazione pubblica online

Roma, 19 novembre 2013


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Utenti più tutelati contro le “telefonate mute”. Gli operatori di telemarketing dovranno adottare specifiche misure per ridurre drasticamente questo tipo di disturbo che provoca diffuso allarme sociale. Numerosissime sono state infatti le segnalazioni al Garante privacy per la ricezione di telefonate nelle quali, una volta risposto, non si viene messi in contatto con alcun interlocutore; in alcuni casi, anche per 10-15 volte di seguito.

LE REGOLE - All’esito delle verifiche effettuate, l’Autorità ha accertato che il problema deriva dalle impostazioni dei sistemi centralizzati di chiamata dei call center, rivolte a massimizzare la produttività degli operatori. Per eliminare tempi morti tra una telefonata e l’altra, infatti, il sistema genera in automatico un numero di chiamate superiore agli operatori disponibili. Queste chiamate, una volta ottenuta risposta, possono essere mantenute in attesa silenziosa finché non si libera un operatore. Il risultato è appunto una “chiamata muta”, che può indurre comprensibili stati di ansia, paura e disagio nei destinatari.

L’Autorità, per eliminare gli effetti distorsivi di questa pratica commerciale, senza penalizzare l’efficienza delle imprese di telemarketing, ha stabilito precise regole: i call center dovranno tenere precisa traccia delle “chiamate mute”, che dovranno comunque essere interrotte trascorsi 3 secondi dalla risposta dell’utente; non potranno verificarsi più di 3 telefonate “mute” ogni 100 andate “a buon fine”. Tale rapporto dovrà essere rispettato nell’ambito di ogni singola campagna di telemarketing; l’utente non potrà più essere messo in attesa silenziosa, ma il sistema dovrà generare una sorta di rumore ambientale (ad es. con voci di sottofondo, squilli di telefono, brusio) per dare la sensazione che la chiamata non provenga da un eventuale molestatore.

Ancora, l’utente disturbato da una chiamata muta non potrà essere ricontattato per una settimana e, al contatto successivo, dovrà essere garantita la presenza di un operatore; i call center saranno tenuti a conservare per almeno due anni i report statistici delle telefonate “mute” effettuate per ciascuna campagna, così da consentire eventuali controlli.

Sulle misure individuate nello schema di provvedimento generale il Garante ha avviato una consultazione pubblica, invitando tutti i soggetti interessati (ad esempio associazioni di categoria, lavoratori, consumatori) ad inviare commenti e osservazioni (all’indirizzo chiamatemute@gpdp.it ) entro 60 giorni dalla pubblicazione del relativo avviso sulla Gazzetta ufficiale.

“E’ importante garantire la massima produttività dei call center, ma i costi della loro attività non possono essere scaricati sugli abbonati inermi. Se alcune pratiche di marketing telefonico - ha dichiarato il Presidente dell’Autorità, Antonello Soro - vengono vissute dagli utenti addirittura come una forma di stalking, significa che l’impresa non sta facendo bene il suo lavoro. E’ prioritario per le stesse società di telemarketing che le cosiddette “chiamate mute” vengano drasticamente ridotte”.

Su Google Earth la foto di un 14enne morto

Corriere della sera

Il padre di Kevin Carrera, ucciso a colpi di pistola nel 2009, ha chiesto al colosso di rimuovere l’immagine

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MILANO - Un binario ferroviario, un’ampio spazio deserto, un’auto della polizia e alcune persone in piedi. Siamo a Richmond, in California, e questa a prima vista è solo un’altra delle milioni di immagini provenienti da Google Earth, il servizio di mappatura satellitare di Big G. Qui però c’è un elemento in più: un ragazzino morto. In basso a destra sul terreno si vede il corpo di Kevin Carrera, 14 enne che è stato ucciso a colpi di pistola nel 2009. Adesso il padre, Jose Barrera, ha chiesto a Google che quella foto sia rimossa. «Quando vedo questa immagine mi sembra che sia successo ieri», racconta l’uomo alla rete televisiva californiana KTVU. «E questo mi riporta alla mente tanti ricordi». Barrera si è accorto dell’immagine circa una settimana fa , ora chiede rispetto per la morte del ragazzino ed è pronto a dare battaglia per vedere quell’immagine rimossa.

FOLLIE GLOBALI - I casi di scatti involontari su Earth, così come sul parallelo Google Street View sono innumerevoli. E il colosso di Mountain View solitamente non pone attenzione alle molte richieste di rimozione, anche perché fortunatamente le foto curiose superano nettamente quelle tragiche. Come il noto caso dell’uomo cavallo, un fenomeno virale nato quando un uomo si è presentato vicino alle fotocamere della Google Car intenta a riprendere le strade con in testa una maschera da equino. Quello è stato il gesto di scherno più famoso contro Street View e da lì si sono visti uomini vestiti da sub intenti a leggere il giornale in mezzo alla strada e ogni altra assurdità. Grazie alla Rete infatti ci sono numerosi forum dove i burloni si danno convegno segnalando gli avvistamenti delle vetture che scattano le foto per poi preparare un altro scherzo e farsi trovare in strada giusto in tempo.

SENZA UNA REGOLA - Altre immagini sono involontarie, le auto scattano senza soluzione di continuità, e senza un “cervello umano” che capisca quando non è il caso di procedere. Vengono riprese persone che fanno sesso in strada, uomini che passeggiano con bambole gonfiabili, chi fa la pipì sui muri e chi mangia in piazza indossando solo delle mutande, ma anche prostitute intente a salire sul camion di un cliente, arresti dal vivo, ladri in azione, furgoni che prendono fuoco. Alle fotocamere infatti nulla sfugge e riprendono senza spirito critico tutto ciò che gli si para davanti. Vista la quantità di immagini riprese, Google non può fare una cernita e manda tutto in Rete così com’è salvo sfumare i visi e le targhe delle auto, una censura che spesso sfugge.

CASO PARTICOLARE - Google al momento non ha ancora agito, e infatti l’immagine drammatica è ancora lì. Ma con un’email inviata in risposta a una richiesta dell’emittente californiana, Brian McClendon, vicepresidente di Google Maps, ha assicurato che l’azienda farà un’eccezione alla propria politica, accelerando la pratica per rimuovere quell’immagine di un 14enne morto. Delitto per il quale non è stato ancora effettuato un arresto. «Il nostro pensiero è con la famiglia del ragazzo», scrive McClendon. «E dunque faremo un’eccezione per questo caso». Un’eccezione che conferma la regola, ossia rispondere no, o meglio, non rispondere a qualunque richiesta di rimozione.

19 novembre 2013

Bolletta elevata e in ritardo: Enel condannata

Laura Verlicchi - Mar, 19/11/2013 - 09:26

Il Giudice di pace di Milano dà ragione a un condominio. La società farà ricorso

C'è un giudice a Milano. Lo possono dire i numerosi utenti - si parla di migliaia - intrappolati dagli elevati conguagli applicati dall'Enel: bollette di luce e gas, a volte per migliaia di euro, ben superiori ai consumi abituali, che arrivano in seguito al cambio di gestore, ma vengono emesse dopo molti anni.


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Inutile contestare: il contatore non sbaglia, è la risposta standard. Finora tutto quello che i clienti avevano potuto ottenere era di rateizzare gli importi. Ma adesso c'è la prima sentenza, a firma del Giudice di Pace Michela Casiraghi, che dà ragione al consumatore contro il colosso energetico. Anche se Enel ha già avviato il ricorso in appello.

Protagonisti un amministratore di condominio e lo studio legale dell'avvocato Paolo Lombardi. Tutto comincia il 27 febbraio 2012, quando al condominio arriva una fattura di conguaglio per la fornitura elettrica nel periodo gennaio dicembre 2008 da 3.666,12 euro: più del doppio dell'importo già fatturato in quel periodo, l'ultimo con l'ex monopolista visto che il condominio era passato ad altro fornitore. Il 18 aprile Enel fa il bis, con un altro conguaglio da 661,45 euro per gennaio aprile 2009, quasi il triplo della fatturazione ordinaria. L'amministratore chiede spiegazioni, tanto più che in quasi 4 anni i condomini sono cambiati: suddividere i costi è impossibile.

Enel ribalta la responsabilità del ritardo sul nuovo fornitore, che ha tempo fino a 5 anni per comunicare le letture. Ma l'amministratore passa alle vie legali. Enel, scrive l'avvocato Lombardi nella citazione, ha violato il dovere di buona fede che - come ha stabilito la Cassazione - «deve presiedere all'esecuzione del contratto, così come alla sua formazione e alla sua interpretazione e in definitiva accompagnarlo in ogni sua fase». È evidente come «il comportamento tenuto da Enel Energia causi un ingiusto danno economico al condominio»: si tratta, quindi, di un «abuso del diritto». E il giudice gli dà ragione: conguagli cestinati e spese a carico dell'Enel.
 
Il gruppo, interpellato dal Giornale, precisa: «Nel rispetto del contesto normativo vigente ed entro i termini quinquennali di prescrizione, Enel ha fatturato, prima in acconto e poi in via di conguaglio, i corrispettivi dovuti in relazione al consumo di energia effettuato dal cliente nella misura ed entro i termini comunicati dal distributore competente per territorio. L'azienda ribadisce il proprio impegno affinché, anche grazie all'intervento dell'Autorità per l'energia, episodi del genere non si verifichino più e il dialogo tra distributori e venditori migliori per garantire una maggiore qualità nel servizio».

Una sentenza del Giudice di Pace non fa giurisprudenza, e manca ancora l'appello. Ma potrà influenzare le decisioni future. E non mancheranno di studiarla le associazioni dei consumatori, quotidianamente tempestate di richieste di aiuto. Una famiglia di Venezia, per esempio, si è vista addebitare 4mila euro di conguaglio per la fornitura elettrica di tre anni prima: e addirittura 8mila euro si è ritrovata in bolletta una signora di Matera.

Genocidio in Tibet, dalla Spagna mandato d'arresto contro dirigenti cinesi

Andrea Cortellari - Mar, 19/11/2013 - 12:08

Tra gli imputati l'ex presidente e l'ex premier di Pechino. La corte ha emesso sette mandati d'arresto

Continua alla Corte nazionale spagnola il procedimento per genocidio contro le alte autorità cinesi, sotto accusa per l'occupazione del Tibet.


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Il tribunale madrileno ha emesso oggi sette mandati d'arresto contro l'ex premier di Pechino, Li Peng, l'ex presidente, Jiang Zemin, e altri cinque dirigenti di rilievo. A inizio ottobre la Corte ha accettato la richiesta di appello presentata dal Comite de Apoyo al Tibet (Cat), gruppo parte del più ampio International Tibet Network, organizzazione ombrello che raccoglie oltre 190 associazioni a livello globale.

L'ordinanza di arresto emessa dal giudice Ismael Moreno, arriva dopo sei anni dall'istituzione del processo per genocidio e dopo che in un primo momento la causa era stata rigettata. Permetterà la cattura dei sette indagati in Spagna o in quei Paesi che abbiano firmato trattati d'estradizione con Madrid. Il sistema legale spagnolo riconosce il principio di giurisdizione universale, che permette di processare i sospettati per genocidio e altri crimini gravi, come il terrorismo, al di fuori del proprio Paese d'origine.

La possibilità d'azione dei giudici è limitata dal coinvolgimento nei fatti di un cittadino spagnolo, come vittima, sospetto artefice o per evidenti legami con la Spagna. In questo caso il ricorso è stato presentato dal Cat insieme a Thubten Wangchen, esiliato tibetano e direttore della Casa del Tibet di Barcellona. Agli imputati sono contestate azioni volte a "eliminare l'esistenza" del Tibet, un obiettivo che sarebbe stato raggiunto con l'imposizione della legge marziale e la deportazione forzata degli abitanti, ma anche con "l'eliminazione progressiva" della popolazione locale e una politica di aborti e sterilizzazione forzata.

I reati contestati sono riferiti agli anni dal 1987 al 1989. Le truppe della Cina comunista presero il controllo del Tibet nel 1950.

Rai, quinquennio nero: scivola al terzo posto Sky realizza il 5% in più di ricavi con il 65% di dipendenti in meno

Il Messaggero


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MILANO - La Rai regala poche gioie e molti dolori alle casse dello Stato: tra il 2008 e il 2012 il gruppo televisivo pubblico ha accumulato 408 milioni di euro di perdite, distribuito zero dividendi al Tesoro (l'ultima cedola risale al 2004) e visto esplodere il debito finanziario (da 12 a 377 milioni). Un risultato, emerge da un'analisi dell'ufficio studi di Mediobanca, raggiunto nonostante 8,3 miliardi di euro incassati dai contribuenti sotto forma di canone, con una crescita del 7,9% tra 2008 (1.603 milioni) e 2012 (1.729 milioni), in gran parte frutto dell'aumento della tassa da 106 a 112 euro.

Il consueto aumento dei ricavi da canone non ha però impedito alla Rai, già distanziata da Mediaset, di scivolare lo scorso anno in terza posizione per fatturato, sorpassata anche da Sky Italia: colpa del crollo degli introiti pubblicitari della tv pubblica (-37,3% dal 2008 e -22,8% lo scorso anno) a fronte di un aumento dell'8,1% degli abbonamenti della pay-per-view di Rupert Murdoch, che ha registrato anche un balzo del 32,3% della pubblicità (+11,1% nel 2012). Ma Mediobanca mette sale anche sulle ferite del costo del lavoro della Rai. Nel 2012 Sky è riuscita a fare il 5% in più di ricavi della concorrente pubblica (2.813 contro 2.677 milioni) con il 65% dei dipendenti in meno (4.005 contro 11.596). Mentre Mediaset ha fatturato il 37,5% in più (3.683 milioni) con poco più della metà dei dipendenti.

A ciò si aggiunga una produttività del lavoro per dipendente della Rai più bassa (76 mila euro) sia rispetto a Sky Italia (103 mila euro) che a Mediaset (105 mila). Così, mentre la Rai scontava il suo lustro nero, Mediaset conseguiva 1.021 milioni di utili e Sky Italia 802 milioni, distribuendo rispettivamente 1.193 milioni e 630 milioni di euro di dividendi ai soci. Peggio della Rai faceva solo Ti Media, il gruppo controllato da Telecom di cui faceva parte La7 prima di essere ceduta a Urbano Cairo, che tra il 2008 e il 2012 accumulava 546 milioni di perdite. Nel 2012 i colpi della crisi hanno però colpito un pò tutti. I ricavi aggregati dei quattro maggiori operatori televisivi italiani sono scesi del 7,4% a 9,4 miliardi, come risultante del calo del fatturato di Mediaset (-12,5%), La7 (-10,8%), Rai (-7,6%) e della sostanziale tenuta di Sky (+0,3%).

Un risultato che va letto anche alla luce dei dati sulle fonti dei ricavi: alla caduta della raccolta pubblicitaria (-16%) ha fatto da contraltare la tenuta delle tv a pagamento (+0,2%), mentre la Rai ha limitato i danni ancora una volta ricorrendo ai soldi dei contribuenti (+2,4% ricavi da canone).


Lunedì 18 Novembre 2013 - 21:18
Ultimo aggiornamento: 21:19

Il grimaldello infallibile che mette ko ogni serratura

Stefano Vladovich - Mar, 19/11/2013 - 09:02

Un kit da scasso "autocodificante" apre porte e casseforti e clona anche le chiavi più elaborate. È l'arma segreta degli specialisti georgiani supertecnologici

Entrano, svuotano appartamenti e casseforti e scompaiono nel nulla. Facendo bene attenzione nel riporre al proprio posto la serratura appena fatta saltare. Con che cosa? Si chiama «grimaldello bulgaro», uno strumento sofisticato in mano a pochi esperti, ma «letale» per le nostre porte.


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I dati confermano: secondo una ricerca Confabitare, i furti in casa nell'ultimo anno sono aumentati del 28%. I ladri più abili sono i georgiani, fabbri eccezionali come hanno scoperto, dopo due anni di indagini, i carabinieri del comando provinciale Roma, alle prese con una banda in grado di svaligiare case di lusso senza lasciare traccia. «Usano materiali costosissimi, macchinari sofisticati - spiegano i carabinieri - gli unici in grado di produrre il super grimaldello, a un costo di migliaia di euro».

La mappatura dei colpi Da Milano a Bergamo, da Parma a Firenze, da Ancona a Trapani passando per la capitale: in meno di tre anni sono migliaia i furti in palazzine e ville eseguiti a regola d'arte. Ovvero con l'utilizzo del passepartout ad oggi infallibile. Secondo una «leggenda» sarebbe stato inventato, appunto, dai servizi segreti bulgari. Gli «spioni» dell'Est lo avrebbero messo a punto per superare le nuove frontiere in fatto di sicurezza domestica: porte blindate e, soprattutto, le famigerate serrature a doppia mappa, da rimettere a posto al termine del «sopralluogo» come se nulla fosse.

I ferri del «mestiere» Per violare ogni serratura, compreso il «cilindro europeo», basta procurarsi il kit giusto. Un'operazione nemmeno tanto difficile sul mercato tanto da esserci riuscito il responsabile modenese dell'Unione Nazionale Consumatori, Adalberto Biasiotti che ha spiegato alla Gazzetta di Modena: «È un chiavistello per aprire le serrature a doppia mappa, tra le più diffuse in Italia. Il kit è composto da una serie di grimaldelli e chiavi autocodificanti capaci di aprire serrature e casseforti senza lasciare segni di scasso».


Secondo polizia e carabinieri in pochi minuti qualsiasi serratura di questo tipo può essere neutralizzata. «Il proprietario può trovare la sorpresa della casa svaligiata al rientro dal lavoro o dalle vacanze - continua Biasiotti - e ancora peggio, con la serratura richiusa». Molte compagnie di assicurazione, difatti, potrebbero avanzare dubbi se sia realmente avvenuto o simulato, il furto. Il grimaldello bulgaro, una volta inserito all'interno della serratura, assume progressivamente il profilo di dentatura della chiave arrivando infine ad aprire. Volendo, con l'impronta ottenuta sul decodificatore, si possono creare anche i duplicati della chiave originaria.

I casi più recenti
In due distinte operazioni dei carabinieri di Roma Trionfale gli inquirenti hanno messo le mani (nonché le manette) su un'agguerrita organizzazione criminale composta, come detto, da cittadini georgiani. Ben 54 le persone arrestate fra il marzo del 2012 e lo scorso luglio su richiesta del sostituto procuratore Vincenzo Barba. Tutti con compiti precisi all'interno della gang.

Il modus operandi
Sempre lo stesso sistema tanto da permettere ai militari di capire in anticipo le loro mosse e di cogliere i banditi sul fatto. Nell'organigramma anche tre donne, incaricate di far visionare la refurtiva ai ricettatori. Nel gruppo agivano varie «squadre operative», ognuna composta al massimo da quattro soggetti. Di questi, due avevano il compito di individuare, dopo un accurato sopralluogo, l'obiettivo: soprattutto abitazioni con porte dotate di serrature con cilindro di tipo europeo. Successivamente ai primi due il compito di indicare ai complici l'appartamento da colpire attraverso segnali convenzionali, di solito lo zerbino posizionato in un certo modo. In rari casi segni a matita sul muro secondo la tecnica imparata dagli zingari. I due si preoccupavano, poi, di posizionare carta adesiva sugli spioncini delle abitazioni vicine. Infine a questi la funzione di vedetta, ovvero far da «palo» occupando posizioni strategiche (sul portone o in strada).

La tecnica
Agli altri due banditi veniva affidata l'apertura della porta utilizzando il metodo del key bumping, dall'inglese «bump key», chiave limata. Un grimaldello appositamente limato e utilizzato come tensore viene inserito nella serratura seguito da quello decodificatore, la «chiave morbida». Questa ha denti mobili, regolati da una frizione che riesce a rilevare la posizione dei denti della chiave originale. «Con il tensore e la “chiave morbida” utilizzati in sincronia - precisa il responsabile modenese dell'Unc, Adalberto Biasiotti - attraverso colpetti i malviventi procedono al palpeggio grazie al quale la dentatura si adatta alla serratura. La particolarità è quella di aprire la porta senza lasciare segni. In alternativa vengono usate chiavi a bussola per agganciare l'intero cilindro strappandolo dalla serratura».



Come difendersi dai nuovi passepartout

Stefano Vladovich - Mar, 19/11/2013 - 08:43


In Rete attrezzi da scasso a 150 euroOcchio: il periodo "caldo" non è l'estate. E scegliete chiavistelli a doppia mappa

Ecco, in sintesi, quali sono le nuove frontiere del furto. La novità che mette a dura prova ogni sistema di sicurezza arriva dal web.


Sembra un semplice trapano, in realtà è un grimaldello elettronico a pistola, l'ultimo ritrovato proveniente anch'esso dall'Europa dell'Est in grado di aprire tutti i tipi di porte blindate.Il primo sequestro dell'attrezzo micidiale è avvenuto a Caltanissetta, dopo un centinaio di furti avvenuti in pochi mesi. Il grimaldello elettronico si può acquistare comodamente da casa: un sito specializzato lo mette in catalogo con tanto di video tutorial sul suo utilizzo. Costa 150 euro ma per il set completo si arriva fino a 500 euro.

Come evitare la visita di sgraditi ospiti? Non c'è un solo metodo ma una serie di accortezze per diminuire il rischio ladri. Fra queste: blindare anche le finestre con delle inferriate, se si esce per poche ore lasciare le luci accese, infine installare un sistema di allarme elettronico a sirena, meglio se collegato al 113. Comunque montare serrature di ultima generazione avendo cura di affidare l'intervento a fabbri qualificati, meglio se aderenti all'associazione di settore. Il sistema migliore? Installare serrature a doppia mappa combinate a serrature a cilindro europeo. Le prime, di nuova generazione, sono difficili da aprire con il grimaldello bulgaro e le seconde sono comunque inattaccabili con questo attrezzo. I costi vanno dai 280 ai 700 euro, ma evitano brutti «rientri».

Esistono anche agevolazioni fiscali sulla sicurezza. Dallo scorso maggio infissi, inferriate e sistemi di allarme godono infatti dello sgravio del 50 per cento della spesa totale (in dieci anni) attraverso la dichiarazione dei redditi. Basta avere l'accortezza, oltre che di pretendere la fattura fiscale dal professionista, di pagare attraverso un bonifico bancario compilando l'apposito modulo per i lavori di ristrutturazione. Per pagare l'aliquota Iva ridotta al dieci per cento, infine, basta presentare all'artigiano un'autocertificazione per interventi di restauro e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia e urbanistica.

Ma quali sono i modi e le abitudini dei «topi d'appartamento»?. Un luogo comune da sfatare è quello che i ladri preferiscono agire durante l'estate o nelle lunghe assenze dei proprietari. I dati relativi alle grandi città, Milano in particolare, dimostrano il contrario. Ovvero che i furti invernali superano quelli estivi. Nei primi quattro mesi dell'anno passato i colpi messi a segno nel capoluogo lombardo sono stati oltre i 1900 mentre quelli nei successivi 4 mesi estivi solamente (si fa per dire) 1240. Esistono anche casi «illustri»: fra gli ultimi episodi nella capitale, il furto in casa dell'ex sindaco Gianni Alemanno alla Balduina, nell'appartamento dell'ex comandante della polizia municipale, Angelo Giuliani, il blitz all'ex presidente della Provincia, oggi alla Regione Lazio, Nicola Zingaretti e l'assalto tentato all'abitazione dell'ex Governatore regionale Renata Polverini. I dati della Questura di Roma, però, fotografano una realtà inedita: anziché affrontare i sofisticati impianti di allarme dei quartieri alti, i ladri preferiscono puntare a refurtive di medio calibro, agendo attraverso porte e finestre non blindate della periferia.

Il mistero del soldato sparito nel nulla: «Lo aspetto da 6 mila giorni, tornerà»

Corriere della sera

A casa della madre di Guy Hever, svanito al confine siriano
DALLA NOSTRA INVIATA


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KOCHAV YAIR (Tel Aviv) - Seimila giorni senza Guy. Seimila giorni, tra poche settimane, senza mai smettere di aspettare il suo ritorno: da una galera siriana, probabilmente. O dall’inferno o dalla luna, non importa. Rina sa che suo figlio, il soldato semplice Guy Hever, svanito nel nulla oltre 16 anni fa sulle alture del Golan, al termine del suo turno di guardia dentro una torretta a meno di un chilometro dal confine con la Siria, un giorno tornerà.

Sarà un uomo e non più il ragazzo di 20 anni che mal sopportava la disciplina militare della base israeliana di Haraam (il «Tuono»), all’epoca segreta, cui era stato assegnato al secondo anno di servizio di leva. Sarà un uomo, e non un redivivo come lo riterrà il resto di Israele e del mondo, perché, per Rina Hever, Guy non è morto. Non si è ucciso, come insinuarono a suo tempo le inchieste militari. Non è precipitato in un burrone. Non si è perso negli anfratti del Golan. È semplicemente scomparso alle 9 di una domenica mattina, il 17 agosto 1997. Il giorno prima aveva ricevuto la visita dei genitori e gli oggetti che aveva chiesto loro: libri di fantascienza, la sua passione; accessori per il computer, un paio di forbici.

«Oggetti normali - ricorda sua madre -. Ci aveva telefonato il venerdì, cinque volte, sempre per aggiungere qualcosa che gli mancava. E questa è sembrata una stranezza agli investigatori, quasi il preambolo di una fuga. Ma che c’è di strano in un libro o in un paio di forbici?». Nulla, in confronto alla smaterializzazione di un soldato in divisa d’ordinanza, a piedi, con il suo fucile a tracolla, in un’area assai poco popolata, al confine con il territorio siriano: «È stato rapito - ripete, senza stancarsi, Rina -. Di lui non è stato ritrovato più nulla. Né l’arma, né la piastrina di riconoscimento, i documenti, niente di niente.

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Ma c’è una donna, una tedesca vissuta a lungo in Israele, Miriam, che nel 2005 fu arrestata dalla polizia segreta a Damasco, e sospettata di essere una spia israeliana. Le portarono davanti un giovane magro, timido, che non le parve arabo e che le rivolse delle domande in ebraico perfetto». Liberata, la donna riferì tutto all’ambasciata israeliana a Berlino, ipotizzando che si trattasse di Ron Arad, il pilota militare catturato in Libano nel 1986 e mai restituito. «Ma quando le mostrarono una foto di Ron, ammise di essersi sbagliata». Solo anni dopo, vedendo il volto di Guy in Internet, si convinse che era lui il misterioso ragazzo:

«Ci incontrammo - continua Rina -. Le chiesi se quando sorrideva, quel giovane avesse le fossette ai lati della bocca. Mi rispose: non ha mai sorriso». Anche Rina sorride raramente. Sa che, per buona parte delle autorità politiche e militari del suo paese, «Guy è ormai un mucchietto di ossa sparse da qualche parte sul Golan. Fin dall’inizio non è stato considerato missing in action, disperso in azione. Nessuno voleva sentirne parlare. Lui non è Gilad Shalit», il carrista sequestrato da Hamas, a Gaza, nel 2006 e scambiato cinque anni dopo con un migliaio di detenuti palestinesi.

Pochi chilometri a nord est di Tel Aviv, la casa di Rina Hever, di suo marito Eitan, fisioterapista, e dei due figli gemelli, Shir e Or, dodicenni all’epoca della scomparsa di Guy, è il quartier generale dell’associazione dedicata a Guy e presieduta da Dan Hadany, ex pilota militare, ex negoziatore nello scambio di prigionieri che seguì alla guerra dei Sei giorni, nel 1967. Per ora c’è poco da negoziare. Nessuno, dalla vicina Siria, ha rivendicato il rapimento del soldato Hever tranne, nel 2007, un fantomatico gruppo di «Resistenza per la liberazione del Golan», che non portò prove a sostegno della sua richiesta di barattarlo con alcuni prigionieri drusi. Il presidente siriano, Bashar Al Assad, interpellato attraverso politici e diplomatici, ha scosso la testa anche davanti alla foto di Guy che gli mostrava Jimmy Carter: «Non vogliono parlarne» teme Rina.

Nel giardino di casa Hever, proprio davanti alla porta, c’è l’elmetto nero appartenuto a un soldato siriano e trovato, assieme a una piastrina araba, negli stessi luoghi in cui è sparito Guy. E lei l’ha messa on line, sperando che un giorno qualcuno faccia altrettanto con quella di suo figlio.

19 novembre 2013

I tre spari che sconvolsero il mondo

Corriere della sera


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Ritratto di un Presidente
Immagini Corbis Images, John F. Kennedy Library and Museum, LaPresse


John e Jackie
Immagini Corbis Images, John F. Kennedy Library and Museum, LaPresse


La politica interna e la lotta alla disoccupazione
Immagini J.F.K Presidential Library and Museum


La politica estera fra le crisi internazionali
Immagini Corbis Images, John F. Kennedy Library and Museum, LaPresse


L'attentato di Dallas e i funerali
Immagini Ap Photo, Corbis, J.F.K Presidential Library and Museum


Dallas, l'atmosfera dopo l'assassinio
Immagini di Duilio Pallottelli (L'Europeo), Centro Documentazione Rcs

Fotoediting: Barbara Miccolupi e Leda Balzarotti

Domani muore Internet

Il Giornale

Brescia, 13 novembre 2013.


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Piove ancora, e ovviamente anche oggi la mia connessione va a singhiozzi. Un anno fa abbiamo optato per un operatore locale, che trasmette via radio ad una parabola posta sopra il tetto di casa. Il prezzo dell’abbonamento è davvero competitivo, e la trasmissione è comunque buona.
Se non piove. Quando devo mandare una mail importante, da casa mia, nove su dieci diluvia. La parte odiosa di tutto questo non è l’assenza della connessione, bensì il vai-e-vieni del segnale: prima ti illudi che stia andando, un attimo dopo è tutto bloccato. Poi sembra ripartire, ma ci mette una vita, e così via, fino alla mia solita (ed inutile) reazione infantile.

Parolacce.

Spengo e riavvio tutto. Mentre aspetto, inizio a camminare per la stanza cercando di scaricare la bile.
A proposito di connessione. Ieri ho visto Michele Alto Adige. Michele è di Reggio Calabria, ma ce la mette tutta per parlare con l’accento del Nord. Dice che del suo si vergogna.

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Pota, preferirei di gran lunga la cadenza altoatesina” mi ha detto il giorno del nostro primo colloquio.

“Scusi, ma perché non le piace l’accento calabrese?”.
Pota Dottore” risponde Michele in un improbabile bresciano. “Se mi fosse piaciuta la Calabria non sarei mica venuto fin qui a mangiare la vostra nebbia, non crede?”.

Cerco di spiegargli che cercare di scimmiottare il bresciano secondo me enfatizza ulteriormente la sua parlata del Sud, ma faccio un buco nell’acqua. Da allora lo chiamo Michele Alto Adige.

“Magari Dutur…” sorride lui.

Nel colloquio di ieri abbiamo affrontato il tema delle relazioni virtuali. Michele passa buona parte della giornata in rete, chattando con tutta una serie di persone, in giro per il mondo. Sono tante, forse troppe. Ultimamente non riesco più a tenere il conto.

Michele Alto Adige è uno studente universitario non troppo impegnato. E’ venuto al Nord per studiare musica, ma secondo me è una scusa. Voleva cambiare aria, ma non ho ancora capito per quale ragione. E’ single. E’ vergine, ma dice che questa cosa non lo preoccupa più di tanto.

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Aveva un compito. Per la seduta di ieri mi doveva portare un piccolo tema, dal titolo Domani muore Internet: come cambia la mia vita? Siamo partiti leggendo il suo lavoro.
“E’ davvero difficile rispondere alla domanda: e se domani morisse Internet? Ho passato gli ultimi sei anni della mia vita a stringere relazioni virtuali con persone diverse e sicuramente perderei i contatti con molte di loro. Il rapporto si è mantenuto esclusivamente virtuale principalmente per la distanza fisica che intercorre tra me e loro, per lo più persone che abitano dall’altra parte del pianeta.

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Se domani morisse Internet perderei i contatti con tutto ciò che ha reso la mia vita ciò che è a partire dai primi anni di liceo fino ad oggi. Risulta quindi impossibile immaginare che direzione avrebbe preso se tutto questo non fosse mai esistito. Morendo Internet morirebbero anche molte delle mie passioni, che sono nate e si sono sviluppate grazie ad esso, e sulle quali difficilmente riuscirei ad ottenere aggiornamenti con la facilità che contraddistingue la tecnologia in tempo reale.
Posso dire con assoluta certezza che trovarsi a vivere senza Internet da un giorno all’altro creerebbe in me un senso di sconforto così tale che non credo di averlo mai provato (e spero mai lo proverò). Non riesco a vedere soluzioni semplici a una sconfitta di tale portata. La morte di Internet comporterebbe uno stravolgimento totale dei miei ritmi di vita e del modo di relazionarmi con la gente.”

Un attimo di pausa.

E’ come se Michele stesse parlando della perdita della vista, o dell’udito. Ho pensato a come sarebbe la mia vita se da un momento all’altro diventassi muto, o cieco. Un conto è nascere non vedenti, un conto è perdere la vista ad un certo punto. Penso al fatto che io e Michele abbiamo quasi vent’anni di differenza. Lui praticamente è nato con un senso in più. Non parlo semplicemente di Internet, quanto piuttosto della profonda sensazione di poter accedere con facilità al resto del mondo, grazie alla rete.

“A proposito Dottò“, dice improvvisamente Michele scordandosi per un attimo di aver ingaggiato una lotta contro le proprie radici linguistiche. “Volevo dirle che da una settimana sono ufficialmente impegnato!”

“Ha conosciuto una ragazza? Bene, sono contento, ottima notizia! E dove abita?”
“Nel Connecticut”.
“Fantastico…immagino vi vedrete spesso”.
“Ogni sera Dottò, via Skype“.

Continuo a camminare per la stanza, e ripenso al colloquio di ieri con Michele Alto Adige. Se domani morisse la rete? Boh, forse riuscire a sopravvivere. Certo, dovrei risistemare buona parte della mia vita, soprattutto quella professionale.

Ma conoscendomi, saprei prenderla con filosofia.
A questo punto il mio portatile dovrebbe essersi riavviato.

Start.
Internet Explorer.
Google.
Non sei connesso a una rete.
Nessuna connessione.

“Lo spacco questo maledetto computer, giuro.”