giovedì 21 novembre 2013

Affare Bitcoin, la moneta digitale in bilico tra ufficializzazione e assassini digitali

Corriere della sera

La quotazione della valuta fatta di bit balza in attesa del parere favorevole da parte del Senato Usa. Ma sconta gli utilizzi in attività illecite che ne sfruttano l’anonimato assoluto

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MILANO - La quotazione dei Bitcoin lievita, anzi ha spiccato un balzo sorprendente. Nei giorni scorsi la moneta digitale ha quasi raddoppiato il proprio valore negli exchange più o meno ufficiali in giro per il web. Da poco più di 300 dollari dei primi di novembre agli oltre 600 di martedì (addirittura 640 secondo uno degli exchange più trafficati, Mt.Gox). A motivare tale crescita il parere favorevole che il Senato Usa dovrebbe dare alla moneta digitale. Ma proprio nei giorni più felici dal punto di vista regolamentare si registrano anche nuove attività illecite finanziate dai Bitcoin. Dopo SilkRoad è la volta di un sito di scommesse sulla morte di personaggi politici eccellenti al limite, o forse oltre, della caccia all’uomo.

SEC - Il Dipartimento di giustizia e la Security and Exchange Commission (SEC) saranno ascoltati dal Senato nei prossimi giorni e daranno il loro parere sulla moneta digitale e sul nuovo sistema di pagamento. Ad agosto la SEC insieme ad altre agenzie a stelle e strisce, compresa l’FBI, hanno sentito le ragioni dei rappresentanti di Bitcoin.org, l’associazione che sviluppa il software con cui si crea una rete peer-to-peer per scambiare anonimamente i Bitcoin. Le audizioni sembra che siano andate bene: la criptomoneta non sarà osteggiata dalle istituzioni. Il che vuol dire non tanto che i Bitcoin saranno considerati legali (a oggi non sono illegali, almeno negli Usa) ma che non verranno imposte regolamentazioni al loro utilizzo.

Tanto è bastato per far decollare la quotazione presso gli Exchange – le società che permettono di scambiare la moneta digitale con le altre valute tradizionali – più rappresentativi. Uno degli argomenti che sembra essere stato determinante per l’approvazione della SEC è che se si ostacolano i Bitcoin si ostacola l’economia (anch’essa in rapida crescita) ad essi legata lasciando ad altri Stati, Cina in primis, l’opportunità di accaparrarsela.

EXCHANGE - Il presunto giudizio positivo sulla cripto-moneta sarà relativo all’uso puro e semplice dei Bitcoin, dalla loro ‘estrazione’ a colpi di calcoli alla loro circolazione tra utenti; non riguarderà però gli Exchange, che invece con ogni probabilità – almeno stando al precedente pronunciamento in merito da parte della Financial Crimes Enforcement Network (FinCEN) – dovranno sottostare alle leggi previste per i cambiavalute tradizionali.


TAGLIE E SEGRETI - Il contraltare dell’atteso annuncio della SEC è la nuova iniziativa allestita da anonimi per scommettere sulla data di morte, o meglio dell’assassinio, di rappresentanti delle istituzioni politiche e finanziarie. Il sito, Assassination Market, è nascosto nel dark (o deep) web e protetto dalla rete di anonimizzazione Tor. L’organizzatore del macabro progetto ha rilasciato alcune dichiarazioni, piuttosto deliranti, a Forbes, rilanciando l’allarme per gli usi illeciti di Bitcoin dopo che la chiusura di SilkRoad aveva calmato un po’ le acque. Le puntate e i pagamenti avvengono infatti solo con la nuova moneta digitale, per garantire ancora di più l’anonimato degli scommettitori e dei vincitori. Sebbene le regole della lotteria degli assassini politici non incitino direttamente a eliminare il candidato prescelto, sia nelle dichiarazioni dell’ideatore che nelle pieghe del regolamento di Assassination Market si trovano indicazioni che, se non incitano, quantomeno suggeriscono di fare piazza pulita di personaggi che hanno causato dolore a molte persone ma che sono al di sopra della legge per via del ruolo che ricoprono. La lista al momento contempla sei papabili, tra i quali nomi molto celebri come il Presidente francese Francoise Hollande, il Presidente Usa Barack Obama e il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke. Bernanke è il più quotato, finora il montepremi sulla sua eliminazione ammonta a 124,14 Bitcoin, una cifra che oggi equivale a 75mila dollari. Forse non abbastanza per invogliare un sicario ma certo nemmeno per dissuaderlo.

SANJURO E SATOSHI - L’ideatore di Assassination Market si presenta con lo pseudonimo di Sanjuro Kuwabatake, che è il nome del protagonista del capolavoro di Akira Kurosawa, Yojimbo (La sfida del samurai). Come Yojimbo, il perfetto samurai, anche lui sente di avere una missione importante da compiere: nientemeno che liberare il mondo dai politici (“distruggere tutti i governi, ovunque”), colpevoli di tutti i mali odierni. La sua convinzione, il suo delirio, è che senza politica termineranno le guerre, le repressioni, le armi nucleari, la sorveglianza orwelliana. L’ideatore – o gli ideatori – di Bitcoin, noto solo attraverso lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, condivide con il novello Yojombo oltre alla passione per l’anonimato solo l’avversione per il controllo centrale, ma quello delle banche. Il sistema che ha messo in piedi permette infatti di scambiare denaro digitale anonimamente e in modo sicuro senza appoggiarsi a istituzioni che garantiscano gli utilizzatori della validità delle transazioni. Il peer-to-peer allestito da Satoshi mira a eliminare l’intermediario rappresentato dagli istituti di credito e dalle banche centrali, che è già assolutamente rivoluzionario senza scadere nella patologia psichiatrica o nell’omicidio. E soprattutto Bitcoin è un software geniale, che risolve complessi problemi di logica e si avvale dei migliori sistemi di crittografia. Sanjuro si è solo impossessato della katana di Satoshi, ma la agita in aria disordinatamente minacciando i potenti. Satoshi ha i crismi del genio, Sanjuro questa volta quelli del cattivo.

21 novembre 2013




Bitcoin, come funziona la moneta elettronica?

di Carlo Davide Lodolini


Di Bitcoin si parla molto in questi giorni, soprattutto in relazione alla crisi di Cipro. Ma come funziona la moneta elettronica? Abbiamo cercato di capirne di più


Giappone, vulcano erutta e nasce un’ isola

Corriere della sera

La nuova formazione sulla costa di Nishinoshima. Tokyo: «Si espandono le nostre acque territoriali»

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Un’eruzione vulcanica e una nuova isola. L’Agenzia metereologica giapponese ha comunicato che, in seguito alle attività di un vulcano della costa di Nishinoshima, si è formata una piccola isola, larga 200 metri e alta 2o. L’isola si trova nell’arcipelago delle isole Ogasawara, nel Ring of Fire (anello di fuoco), zona sismica a mille chilometri a sud di Tokyo.


 LE ACQUE TERRITORIALI - Il vulcano ha prodotto cenere e lapilli altissimi, ripresi dalla tv giapponese. Durante una conferenza stampa il capo di gabinetto giapponese ha confermato la formazione dell’isola e ha aggiunto che « le acque territoriali del paese si espanderanno». Il vulcanologo. Hiroshi Ito, ha spiegato che se l’attività del vulcano cessasse l’isola sarebbe sommersa dal mare ed erosa nel tempo, ma altrimenti potrebbe «anche restare in modo permanente».



Giappone: così nasce l'isola che non c'era (21/11/2013)
 
Giappone: un vulcano in eruzione (18/08/2013)
 
21 novembre 2013

Scroogled, tazza e magliette: Microsoft va avanti

Corriere della sera

Continua la campagna di Redmond atta a swcreditare il grande rivale Google. Con gadget venduti online
 
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MILANO - La guerra tra aziende hi-tech non si gioca solo a colpi di denunce o nelle aule di tribunale, talvolta sfocia anche nell’arena globale, la Rete, con risvolti molto simpatici. In questo caso è Microsoft ad affrontare di petto Google mettendo in vendita sul proprio sito una linea di gadget composto da tazze, magliette e felpe che si prendono gioco del rivale. La tazza, venduta a 7,99 dollari, presenta il logo di Chrome, il browser di Big G, con la scritta «Keep Calm while steal your data», «Mantieni la calma mentre rubiamo i tuoi dati». L’idea viene dal manifesto «Keep calm and carry on» («Mantieni la calma e vai avanti») diffuso in Gran Bretagna durante la Seconda guerra mondiale per tenere alto il morale dei propri sudditi e riemerso nel 2000 diventando un fenomeno virale con ogni sorta di parodia.


 LE MAGLIETTE - «Step into our web» («Entra nella nostra Rete») si legge sulla maglietta da 11,99 dollari in cui compare un grosso ragno nero con la parte posteriore formata dal logo del browser. La descrizione è ancora più diretta: «Se usi Gmail, Google Search, Gchat o Google+ sei una mosca intrappolata nella ragnatela di Google» dove «ragnatela» in inglese si dice «web». Più simpatica la t-shirt grigia con Chrome che indossa un cappello e un impermeabile da investigatore perché «I’m watching you», ti sto guardando.

1NON FARTI FREGARE - Su tutti i prodotti però appare anche una seconda scritta, «Don’t get Scroogled», termine coniato dall’azienda di Bill Gates che invita a «Non farsi fregare» giocando in parte sul nome di Ebenezer Scrooge, l’avido senza cuore del «Canto di Natale» di Charles Dickens, ma anche su «Screwed by Google», «Fottuti da Google». Partita alla fine dello scorso anno, la crociata anti-Google è stata ideata da Mark Penn, il consulente della campagna presidenziale di Hillary Clinton del 2008 che aveva tagliato ogni rapporto con la donna perché non gli era stato concesso di attaccare frontalmente Obama. Ora Penn può finalmente sfogarsi e usare tutti gli strumenti a sua disposizione perché Microsoft sembra pronta a sferrare colpi senza nessuna pietà. Partita con il sito Scroogled.com, in cui avvertiva che i risultati di Google Shopping sono tutti veicolati dalla pubblicità, si era poi passati a un video che spiegava perché è meglio evitare i servizi di Big G e adesso è il turno dei gadget che, guarda caso, sono stati svelati giusto in tempo per il Natale.

IDEE GENIALI - A Microsoft non mancano certo i motivi per odiare, letteralmente, Big G. Chrome ha rotto le uova nel paniere al suo Internet Explorer, Android ha conquistato gli smartphone lasciando solo le briciole a Windows Phone e poi c’è Google stesso, il sito più frequentato al mondo, che batte di misura il motore di ricerca di Redmond, Bing. A prescindere da ciò che si pensi di questa sfida dobbiamo ammettere che la descrizione della tazza ha un che di geniale: «Metti 15 once della tua bevanda preferita in questa tazza per far sapere al mondo che anche se Google sta cercando di fare soldi su quasi ogni aspetto della tua vita digitale tu sei ancora calmo». Applausi.

21 novembre 2013

Oltre i “wearables”: nel futuro porteremo un tatuaggio elettronico sulla gola

La Stampa

federico guerrini


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Altro che gadget da indossare, come gli occhialini di Google o i braccialetti per misurare i bioritmi di Jawbone. Il futuro ci riserva forse un’integrazione ancora più stretta fra uomo e tecnologia, tanto da rendere quanto mai concreto e attuale il termine “cyborg”. Gli esempi non mancano, ed è quanto sembra prefigurare, fra l’altro, una recente richiesta di brevetto depositata da Motorola, presso lo “United States Patent and Trademark Office”. L’azienda di telefonia comprata nel 2012 da Google ha progettato una sorta di “tatuaggio elettronico” da applicarsi alla gola, in grado di comunicare via Bluetooth con smartphone, tablet e altri gadget a cui impartire comandi vocali. L’utilità di una simile invenzione, oltre a rendere più fluida l’interazione con i dispositivi mobili, consisterebbe, secondo gli ingegneri di Motorola, nella possibilità di ridurre in questo modo il rumore di fondo. 

“Le comunicazioni in mobilità – si legge a questo proposito nel documento di dieci pagine consegnato all’ufficio brevetti – si svolgono spesso in ambienti rumorosi. Per esempio grandi stadi, strade affollate, ristoranti e le situazioni di emergenza possono essere molto concitate, con intereferenze acustiche su varie frequenze”. Il tatuaggio elettronico verrebbe applicato con un adesivo, oppure tramite un collare e sarebbe dotato di antenna, microfono e di una minuscola fonte di alimentazione. Quest’ultima consisterebbe con ogni probabilità di una minuscola batteria ricaricabile, ma negli schemi progettuali sono previste anche delle alternative: un piccolo pannello solare, un dispositivo a nanotecnologia, oppure un sistema per ricaricare il tatuaggio producendo corrente tramite i movimenti di chi lo indossa. 

Accanto ad altri dettagli di colore, come il fatto di prevedere l’illuminazione del tatuaggio in risposta a determinati comandi vocali, o più tecnici, come la necessità di assegnare un unico codice identificativo all’impianto, per evitare sovrapposizioni nel caso fossero presenti contemporaneamente più persone con lo stesso gadget sulla gola, la previsione più bizzara contenuta nel documento, riguarda forse la possibilità di adoperare l’invenzione come “macchina della verità”. Misurando, grazie al contatto epidermico, il grado di resistenza delle pelle alla conduttività elettrica.

“È pensabile – dicono gli autori della domanda di brevetto – che una persona nervosa o impegnata a raccontare bugie, mostri una diversa risposta galvanica della pelle rispetto a un individuo più sicuro, che dice la verità”. Non si sa per quale uso, ma i cervelloni di Motorola prevedono che il tatuaggio possa essere adoperato anche sugli animali.

Quel bacio interrazziale che rivoluzionò la tivù

La Stampa

marco zatterin

Quarantacinque anni fa in Star Trek il capitano James T Kirk e l’ufficiale capo dell’Enterprise, Nihota Uhura, diedero scandalo. L’attore Shatner nella sua autobiografia afferma che le labbra non si sono toccate


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Quarantacinque anni fa il primo bacio interrazziale sul piccolo schermo? C’è chi dice che non è vero, ma - almeno in questo caso - perché rovinare una bella storia raccontando la nuda verità?

Il 22 novembre 1968 va in onda sulla stazione americana Nbc un episodio della terza serie di Star Trek, leggendaria saga spaziale inventata da Gene Roddenberry. Si intitola «I figliastri di Platone» (Plato’s Stepchildren), tradotto liberamente in italiano come «Umiliati per forza maggiore». Secondo la vulgata contiene il primo bacio fra un umano caucasico e una donna afroamericana, fra il capitano James T Kirk (William Shatner) e l’ufficiale capo delle comunicazioni dell’Enterprise, Nihota Uhura (Nichelle Nichols).

L’episodio è un cocktail squisito fra fantascienza e filosofia. L’equipaggio dell’Enterprise è reso schiavo da un popolo di «essere superiori» detti Platoniani e costretto a esaudire i loro desideri e capricci. Una delle prove consiste nel costringere un Kirk bardato in una toga corta color mattone a baciare una Uhura in formato Penelope. Il set è surreale, sembra disegnato da De Chirico. La donna dice, “ho paura”. I platoniani se la ridono proclamando che “troppo amore è pericoloso”.

Shatner cerca di resistere. “La paura, è quello che vogliono, li fa sentire vivi”. Colonna sonora drammatica. Niente da fare. I platoniani sono più forti. La scena fa scalpore. Al punto che l’attore americano, oggi straordinario crooner rock e quasi punk, afferma nella sua autobiografia che le labbra non si sono toccate. La circostanza è smentita dalla Nichols. L’esito alla moviola è dubbio, visto che la camera da presa si muove verso lo spettatore e non offre l’ardito dettaglio. Sembra, però.

In un primo momento, la NBC si spaventò per quanto aveva deciso di fare. Furono girate alcune scene alternative e pare che solo su pressione della stessa Nichols si decise di tenere il bacio. Le reazioni furono copiose, quasi tutte positive. L’attrice ha avuto odo di raccontare che una lettera, in particolare, la colpi. Era uno spettatore del Sud. «Sono completamente contrario alla mescolanza delle razze. Comunque, una volta che un americano dal sangue caldo come il Capitano Kirk prenderà nelle sue braccia una magnifica donna come Uhura, non mi opporrò».

La rivoluzione era cominciata, per il geniale Roddenberry era l’ennesima vittoria. Oggi che il presidente americano è afroamericano, mentre il sindaco di New York e un italiano sposato ana donna di colore, la storia può sembrare naif, ma nell’America degli Anni Sessanta non era certo una ovvietà. Le cose sono cambiate, anche grazie alla tv. Il che fa ha auspicare a Star Trek padana che corregga l’approccio di taluni nei confronti delle genti che hanno i tratti e la pelle diverso dal nostro. E che impieghi meno di quarant’anni ad avere effetto.

Detto questo, ecco la verità. Sino alla prossima smentita il primo bacio televisivo interrazziale potrebbe essere quello fra la cantante figlia d’arte Nancy Sinatra e il pluriartista Sammy Davis Jr. i uno speciale chiamato “Movin’” andato in onda l’11 dicembre del 1967. Partecipava anche Dean Martin, come ti sbagli, siamo nella miracolosa zona del «Rat Pack». Davis balla intorno a Nancy che canta “What’d I say” e la bacia sulla guancia.

E’ un bacetto da zio, sia chiaro, che rivaluta quello di Star Trek come più sensuale e chiaramente previsto dalla sceneggiatura, al punto da invocare un verdetto ai punti nella quale è facile far vincere Kirk. Il capitano che, nella missione «di esplorare strani nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima», era riuscito a includere anche le labbra della bella Uhura.

Google lancia la sua carta di debito prepagata

La Stampa

Disponibile al momento solo negli Usa, permette agli utenti di accedere ai soldi sul proprio account per pagare nei negozi e prelevare contanti

ROMA


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Google Wallet, il «borsellino» elettronico di Big G che negli Stati Uniti consente di fare acquisti con il proprio smartphone grazie a un’applicazione dedicata, ora avrà anche una carta di debito prepagata, fisica, con cui effettuare pagamenti nei negozi e prelevare contanti dagli sportelli Atm. Lo ha annunciato il colosso di Mountain View sul suo blog sottolineando che la carta può essere ordinata gratis e non prevede alcun canone.

La carta, disponibile al momento solo negli Usa, permette agli utenti di Google Wallet di accedere ai soldi che sono sul proprio account e potrà essere usata in «milioni di luoghi» che accettano carte del circuito MasterCard nonché presso gli sportelli Atm. Nessun canone annuale o mensile sarà addebitato. In questo modo Google punta ad incrementare il numero di utenti di Wallet. Secondo un rapporto pubblicato all’inizio di quest’anno da Businessweek, Google avrebbe infatti speso intorno ai 300 milioni di dollari per lo sviluppo del servizio senza però che Wallet raggiungesse la popolarità di altri come Gmail o YouTube.

In quanto a privacy è un’altra novità alla quale gli utenti dovranno fare attenzione. Secondo quanto riferito da un portavoce di Google a Reuters , i dati relativi alle transazioni con la carta (la descrizione dei beni acquistati, l’ammontare delle transazioni e i dati del venditore) saranno immagazzinati nel profilo interno dell’utente per Google, che può essere usato per indirizzare la pubblicità.

(ANSA)

Shopping compulsivo? Separazione a carico della moglie

La Stampa

La separazione va addebitata alla moglie se è provato che sia affetta da «shopping compulsivo», i cui comportamenti «configurano violazione dei doveri matrimoniali» Lo afferma la Cassazione nella sentenza 25843 del 18 novembre 2013.


Il caso

CatturaIl Tribunale di Pisa addebita al marito la separazione e lo condanna a corrispondere alla moglie l’assegno di mantenimento. Il marito propone appello contro la decisione, mentre la moglie ne chiede il rigetto. Segue la conferma della sentenza impugnata. La Corte d’Appello di Firenze riforma la sentenza di primo grado, pronunciando la separazione personale dei coniugi, con addebito alla moglie e con conseguente esclusione dell’assegno di mantenimento a suo favore. La moglie ricorre in Cassazione.

Se è vero che la domanda di addebito implica l’imputabilità al coniuge del comportamento lesivo, è anche vero che è necessaria l'esistenza di un rapporto di causalità tra quest’ultimo e la sussistenza dell’elemento di intollerabilità da parte del coniuge che non è escluso, come sostiene la ricorrente, dalla distanza tra i comportamenti tenuti e la separazione.

A tal proposito, a sfavore della tesi della donna, secondo la quale la sentenza impugnata avrebbe letto riduttivamente i risultati della consulenza tecnica d’ufficio, il CTU ha verificato l’uso da parte della donna di denaro sottratto a familiari e a terzi per acquisti sempre più frequenti e dispendiosi. Sono tutti sintomi, come dimostrato dal test di Rorscharch, di una nevrosi caratteriale repressa che porta a una diagnosi di “shopping compulsivo”, di cui la donna era perfettamente conscia.

Ciò porta ad escludere l’incapacità di intendere e volere. Se, dunque, la ricorrente è imputabile, i comportamenti riscontrati configurano violazione dei doveri matrimoniali (art. 143 del codice civile), quindi giustificano il rigetto del ricorso e la condanna della moglie al pagamento delle spese processuali.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Mio padre a 93 anni si è ritrovato su YouTube in un video di guerra»

Corriere della sera

Un filmato anonimo del '42 di soldati in partenza. «Vedi quegli ufficiali sorridenti? Sono quelli che ci mandavano a morire»

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YouTube ha 8 anni, mio padre 93. Fino a poche settimane fa non si erano mai incontrati: l’uno a inseguire il futuro tra miliardi di clic e nuovi Psy, l’altro aggrappato alla memoria per afferrare la coda della vita, sognando di allungarla all’infinito. Poi un giorno è accaduto, complice il tablet, e la memoria è diventata futuro, il presente un brivido intenso.

Mio padre si è riconosciuto, settant’anni prima, in un video anonimo girato nella caserma di Novara alla vigilia della partenza del suo reggimento per il fronte russo. Pochi secondi d’immagini sono bastati per riavvolgere il film di una vita intera. Come una nuova venuta al mondo, perché lui è uno di quegli uomini, ne rimangono pochi, che hanno vissuto due volte: prima e dopo la guerra, dentro e oltre l’orrore, quello vero, quello assoluto, alla Conrad. Un filmato di quasi due minuti, trovato per caso nell’infinità della Rete, girato da chissà chi... Ecco com’è andata.

«Papà, guarda, questo è un piccolo computer». «Ma dai? - dice lui - Quella roba lì piccola e piatta un computer?». «Sì, basta scrivere il nome di quello che vuoi cercare e lui lo trova». Non l’avevo portato a caso, il tablet, da mio padre. Da qualche tempo, da quando le forze l’hanno abbandonato ed è confinato nello spazio di casa - lui ciclista da salite e pedalate Colnago -, viaggia all’indietro nel ricordo dei suoi anni, di «quegli» anni. Gli anni della guerra, dei tre fronti, della lunga prigionia in Russia.

«Proviamo - m’interroga - a vedere se funziona. Scrivi “campagna di Russia”». Google sforna centinaia di siti. Ne scelgo uno che parla di reduci e di caduti. Troviamo nomi, i volti di qualche ragazzotto con la vitalità dei vent’anni ma l’inquadratura già fissa e sfumata delle epigrafi. «Capitano Toscano, cerca Toscano. E poi Olginati Pompeo, lo zio di tua madre. Aveva ventun’anni, è saltato in aria per una bomba qualche trincea più in là della mia».

Mio padre a 93 anni si è rivisto in un video su YouTube (21/11/2013)

Ci sono tutti, con le date di nascita e di morte, luoghi lontani, ricordi che prendono vigore. «Sono l’unico a essere tornato vivo del mio paese», Bellinzago Lombardo, campagna milanese, un migliaio di anime contadine allora, qualcuna di più oggi. «Quando le mamme degli altri soldati m’incontravano per strada abbassavo gli occhi, provavo imbarazzo per essermi salvato al posto dei loro figli. A volte cambiavo strada, altre mi facevo forza e le affrontavo. Mi chiedevano: ma hai visto il mio Emilio? E il Pietro? E del Carlo, che ne è stato del Carlo? Ripetevo a tutte quello che avevo visto, quello che sapevo. Poi acceleravo il passo e filavo a casa». Si passa una mano sulla fronte, mimando il gesto che faceva quando portava l’elmetto, dopo essere scampato a un bombardamento. «Non ho mai sparato un colpo - dice in automatico, come a ribadire a se stesso l’idea che l’ha sempre sostenuto, allora come oggi - non ho mai pensato di poter uccidere un uomo».
 
Poi rivolge lo sguardo al tablet, affascinato da quel quadretto luminescente. E insiste: «Prova con Sforzesca, la mia divisione». Clicco s-f-o-r-z-e-s-c-a e entro nel sito sforzesca.altervista.org. Ci sono tutte le notizie. Vado alla voce multimedia, trovo cinque filmati postati su YouTube. La data è 1942. «L’anno in cui sono partito per la Russia. E avevo già fatto due fronti». Clicco sul numero 4. Non so perché non seguo l’ordine normale, il cursore finisce subito sul 4. Il filmato comincia con l’inquadratura della scritta «Caserma Passalacqua».

«È la mia - si anima mio padre -. Quella di Novara, sono partito da lì. Riconosco il cortile, era tutto circondato da alberi». Le immagini scorrono veloci, in bianco e nero, come nelle comiche che da bambino guardavo in tv il sabato dopo la scuola; la musica che le accompagna, invece, è lenta e struggente. Si vede un plotone marciare e ufficiali conversare sorridenti nelle uniformi nere. «Eccoli lì, sono loro, quelli che ci mandavano a morire»; poi è ripreso il palco con un microfono, alcune donne sullo sfondo ad aggiustarsi il vestito della festa, prima di esibirsi per tenere alto il morale della truppa.

E infine loro, i soldati, quelli che ricevono il pacco da portare al fronte per il viaggio in fondo alla notte: scatolette, tabacco, piccoli arnesi; quelli che salutano i parenti come si fa quando si parte per le vacanze; quelli che guardano fissi l’obiettivo della cinepresa o il vuoto che da lì a pochi giorni, nella steppa russa, li avrebbe inghiottiti. Ancora un primo piano su un gruppo di ufficiali, poi una carrellata sui soldati seduti in attesa dello spettacolo. Da destra a sinistra. Uno, due... «Papà, ma quello sei tu», dico sottovoce tra lo stupefatto e il timore di illuderlo. «Io? Dove?», si china in avanti. «Sì, eri tu, sei uguale a quelle foto che mi hai fatto vedere tante volte». Pausa, cursore del filmato all’indietro. Minuto 1 e 32 secondi.

Mio padre mi chiede «la tavoletta», si avvicina al video, sgrana gli occhi. Play. Al minuto 1 e 35” metto in pausa e fermo l’immagine. «È vero, sono io», sussurra rialzandosi di scatto come a prendere le distanze da qualcosa che impressiona. «Fammelo rivedere». Una, due, dieci volte. E poi ancora. Alla sua destra due donne, una è crocerossina, alla sua sinistra un soldato. «Non lo riconosco, però quello dietro di me forse sì».

Cinque secondi arrivati dal buco nero della storia, cinque secondi preziosi come la memoria. Guardo mio padre e mi chiedo se sia più felice o sconvolto. «Ho visto qualcosa - confessa - che non mi uscirà più dalla mente». Poi volta la testa e allontana il suo piatto dalla tavola apparecchiata. «Non ho fame, vado a stendermi un po’». Si passa la mano sugli occhi. Mia madre si avvicina e gli dice: «Sei ancora uguale ad allora». Settant’anni dopo. In mezzo la vita normale di un uomo comune: Francesco Brambilla, da sempre per tutti Mario, classe 1920, caporal maggiore del 54° Reggimento Fanteria. Un uomo normale con una storia speciale, che grazie a YouTube vivrà nel futuro.

21 novembre 2013

Cancellieri, Jonella Ligresti ai domiciliari

Libero

I LIGRESTI SONO TUTTI SALVI. Dopo i domiciliari per Giulia pure la sorella Jonella va a casa


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Tutti salvi. Il ministro Cancellieri è stato salvato dal Parlamento. La mozione di sfiducia del M5S è stata respinta. Il Guardasigilli resta al suo posto, Letta pure e il Pd ingoia il rospo. Fin qui i fatti di giornata. Ma poco dopo il passaggio in Aula della mozione ant-Cancellieri ecco che arriva il verbale dei pm di Milano che hanno setino Salvatore Ligresti in cui l'immobiliarista mette in difficoltà ancora il ministro dicendo di averla "raccomandata presso il Cav per farla restare a Parma quando era prefetto (commissario, ndr)". Il ministro smentisce prontamente: "E' tutto falso". Ma a movimentare la giornata della Cancellieri arriva un'altra notizia. Jonella Ligresti ha ottenuto, dopo il parere favorevole della Procura di Torino, gli arresti domiciliari.

Jonella torna a casa - Detenuta dal 17 luglio scorso nell'ambito dell'inchiesta Fonsai, la primogenita di Salvatore Ligresti può lasciare il carcere di San Vittore a Milano e tornare a casa. La decisione del giudice è da ricondurre alle minori esigenze cautelari, considerato che nei giorni scorsi Jonella ha avanzato una richiesta di patteggiamento, sulla quale c’è l’accordo con la procura di Torino, a una pena di 3 anni e 4 mesi. L’udienza per la discussione è attesa agli inizi di dicembre. Insomma per l'asse Cancellieri-Ligresti, la giornata si chiude col segno positivo. Il ministro resta al governo, un'altra Ligresti torna a casa. Tutti salvi.

L'Arcangelo custode dei cani del Monte Somma: una vita dedicata ai randagi

Il Mattino

di Daniela Spadaro


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Somma Vesuviana. Anche i cani hanno l’angelo custode. Anzi, l’Arcangelo. Nel nome c’è già tutto, come una missione, perché l’angelo dei cani che vivono liberi sui sentieri del Monte Somma si chiama Arcangelo De Falco e ha 71 anni.
Ex ferroviere oggi in pensione, una moglie e due figlie ma, a casa sua, nessun cucciolo. «Sono convinto che debbano vivere liberi, io non ho spazio sufficiente, non starebbero bene». Ma fa per i suoi «fratelli» a quattro zampe molto più di tanti altri e così ogni giorno, spesso in compagnia dell’amico Gino Velotti, percorre la salita di Castello e si addentra nei sentieri. Lo attendono decine di cani, restano lì ben sapendo che il loro «angelo» arriverà.

Carne in scatola, avanzi, pasta. «Preferiscono i maltagliati con la carne» - dice Arcangelo, sorridendo. Li conosce tutti, i cani del Monte Somma. Ma non ha dato loro un nome. «Per me sono tutti bellissimi, li chiamo così: belli». Solo ad una aveva trovato un nomignolo, ma non c’è più. «Si chiamava Bianchina». Sempre più convinto, Arcangelo, che i cani «della montagna» vogliano restare senza padroni, scorazzare in libertà. Hanno solo bisogno di almeno un pasto al giorno ed è quello che da tempo lui gli regala.

I cani aumentano, di tanto in tanto. Forse sanno, come per un singolare passaparola canino, che da quasi dieci anni c’è chi pensa a loro, chi fa in modo che non debbano frugare tra la spazzatura per nutrirsi, chi li ama. Con i fatti, non a parole. Così, senza chiedere nulla, porta loro da mangiare e i cani ricambiano, accompagnandolo nel trekking tra i sentieri. «Li conosce tutti quei sentieri, come fosse una guida»- dice il suo amico Gino Velotti che lo ha fotografato insieme ai suoi «cuccioli».

La passione di Arcangelo per la montagna, e per tutti i suoi abitanti, è proverbiale. Ma è anche una sofferenza. «Una sofferenza che si rinnova ogni giorno nel vedere i sentieri invasi da spazzatura, le violenze che si compiono contro la nostra montagna vulcanica, unica al mondo, chi ce l’ha una montagna così bella?» dice l’ex ferroviere che gli amici chiamano affettuosamente la «guida onoraria del Monte Somma». Invece no, finora solo parole e promesse e sentieri nel cuore del Parco Vesuvio che sono divenuti sversatoi. Per i ritardi, la burocrazia, per l’incuria di chi va a smaltirvi rifiuti spesso pericolosi, di chi magari, stufo di un animale preso come fosse un giocattolo, lo ha abbandonato lì. Alla vita randagia. Che se però si incontra un Arcangelo, può essere degna di essere vissuta. In libertà.

 
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giovedì 21 novembre 2013 - 02:30   Ultimo aggiornamento: 09:14

Centinaia di profili Facebook bloccati per ore: che cosa è successo?

Corriere della sera

di Marta Serafini


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Il tuo profilo Facebook è stato sospeso, mandaci la tua carta di identità o dimostraci in qualche modo che sei tu se vuoi che ti riattiviamo l’account. E’successo l’altro ieri a centinaia di persone in Italia. Famose e non. Che di colpo si sono trovate con la pagina Facebook bloccata. Tra questi, anche il giornalista del Corriere della Sera Pierluigi Battista, la scrittrice Loredana Lipperini, la giornalista di Vanity Fair Silvia Nucini e Massimo Bordin direttore di Radio Radicale.

A tutti quanti è stato inviato il seguente messaggio:



Alcuni di loro, pur trovandolo scorretto, come Loredana Lipperini hanno inviato la scannerizzazione del loro passaporto/documento di identità. Mentre altri, come Battista, non si sono scomposti più di tanto e hanno scherzato su Twitter.

@nomfup gomblottone, mi hanno bloccato l’account , a me m’ha rovinato la guera aho
— Pierluigi Battista (@PierluigiBattis) 19 Novembre 2013
Tanti ovviamente anche gli utenti meno noti che hanno protestato e si sono arrabbiati. Risultato, dopo mezza giornata gli account sono tornati attivi.



Ma cosa è successo?
Dall’ufficio stampa del social network di Zuckerberg arriva un secco comunicato:
Facebook ha chiesto ad alcuni suoi utenti di verificare i dettagli del proprio account. Si tratta di una procedura richiesta regolarmente a tutte le persone iscritte a Facebook, volta a garantire l’autenticità dei profili – sia che si tratti di persone comuni o di personaggi pubblici – e a mantenere alta la qualità dell’esperienza degli utenti sulla piattaforma.
Come dire, tutto nella norma. Ma secondo Loredana Lipperini c’è dell’altro:
“Proprio quel giorno avevo polemizzato in modo del tutto lecito ed educato con un editore sul mio profilo Facebook. Probabilmente è stata fatta una segnalazione e gli amministratori del social network hanno agito senza verificare. Cosa che trovo dannosa e poco corretta nei confronti degli utenti”.
Pierluigi Battista, che invece l’ha presa sul ridere, scherza e grida al “Gomblottone”. E spiega:
“Di sicuro la mia pagina Facebook è stata più volte segnalata dai grillini con cui polemizzo e che blocco su Twitter. So che ormai è partita la guerra delle segnalazioni. Ma non possiamo che riderci su”.
Al di là delle polemiche, probabilmente un baco (o un impiegato troppo zelante) ha bloccato tutti i profili che in passato avevano ricevuto delle segnalazioni per contenuti non appropriati. Ciò spiegherebbe anche perché ci sono così tanti giornalisti nel numero di utenti bannati. Proprio per la natura del loro lavoro più facilmente entrano in polemica con altre persone e questo li rende più vulnerabili a questo tipo di “attacco”. Che, tradotto, significa: si fanno più nemici e dunque vengono spesso segnalati.

Censura moderna? L’episodio dimostra quanto avevamo già scritto. Ossia, che lo strumento della segnalazione viene ormai usato anche per fini politici: non sono d’accordo con te, allora segnalo la tua pagina nella speranza che ti blocchino in modo da arrecarti così un danno. Anche se tu non hai scritto niente di inappropriato. Sta succedendo nel Pd e nel M5S, e in altri partiti, dai quali vengono stipendiate squadre di persone con il compito di trollare i profili del nemico.

E non solo. E’ ormai cosa nota (lo dimostra questo episodio e quest’altro) che Facebook blocca e banna in modo abbastanza indiscriminato.Risultato, capita che contenuti pedopornografici rimangano online per ore e facciano il giro del mondo. Il tutto mentre la pagina delle Femen, attiviste a seno nudo per protesta, viene oscurata immediatamente. Il che non è frutto di un complotto. Ma di una difficoltà da parte di Facebook nella gestione di milioni di segnalazioni che ogni giorno arrivano.

Il problema però rimane.

In piena emergenza alluvione in Sardegna sono rimaste online per ore pagine in cui i sardi venivano insultati con frasi del tipo “finalmente si lavano”. Frasi scritte da dementi di prima categoria. Con l’aggravante che probabilmente questi geni lo fanno per raccattare click e contatti.
E’ agghiacciante che questa pagina sia rimasta attiva per un interno giorno, prima che qualcuno la tirasse giù, mentre in Sardegna morivano 16 persone.
E il dubbio rimane: sarebbe successo lo stesso se ad essere insultato fosse stato un personaggio importante o un esponente politico?
Twitter @martaserafini

Studenti allergici alla scuola Strane macchie quando entrano in aula

Corriere della sera

Un mese di test dell’Asl senza trovare la causa. I disturbi scompaiono quando restano nell’atrio. Il caso in due classi del linguistico Falcone a Bergamo


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Quando entrano nell’atrio della scuola non hanno nessun problema, mentre percorrono il corridoio nemmeno, ma appena si affacciano nelle loro aule cominciano ad avere problemi respiratori, avvertono prurito e il loro corpo si copre di macchie rosse. È un vero mistero, lo strano disturbo che da un mese colpisce otto studenti del Liceo linguistico «Falcone» di Bergamo: nemmeno gli stessi tecnici dell’Asl, che ormai da settimane stanno effettuando controlli negli ambienti della scuola e sta eseguendo test sugli studenti, ne ha ancora compreso le cause. Ad esserne colpiti sono quattro studentesse della classe Seconda I, e due ragazze e due ragazzi della confinante Quarta I nella sezione staccata del «Falcone», il piccolo edificio che si affaccia su via Meucci, a Loreto.

Otto studenti (anche se i sintomi acuti riguardano solamente cinque di loro) che sono costretti a stare il più possibile alla larga dall’aula dove i loro compagni seguono tranquillamente le lezioni, e che sono costretti ad ingegnarsi per non restare indietro con il programma. Tanto che alcuni di loro sono arrivati al punto di dover effettuare le verifiche seduti nell’atrio, lontani dal disturbo che li perseguita. E dire che negli anni scorsi gli otto studenti avevano seguito le lezioni nello stesso edificio senza andare oltre i normali malanni di stagione. Il problema ha cominciato a manifestarsi il 7 ottobre per due ragazzi della Quarta, per poi allargarsi a due compagni della stessa classe e dal 24 ottobre anche a quelli dell’aula vicina:

«L’abbiamo visto succedere diverse volte - racconta uno studente di Seconda all’uscita dalle lezioni -. Non hanno niente quando entrano nella scuola e stanno bene fino al corridoio, anche perché lì le finestre vengono sempre tenute aperte in modo da lasciarlo areato. Poi appena entrano in aula cominciano a respirare male, dicono che gli si gonfia la gola e dopo un pò iniziano a sentire prurito in tutto il corpo e cominciano a grattarsi. Un mio compagno mi ha fatto vedere, era pieno di macchie sul torace e sulla schiena».

Quando poi i ragazzi escono dall’aula, anche solo limitandosi a restare nell’atrio, il disturbo scompare. Quando si è capito che non si trattava di un episodio e che il problema non riguardava situazioni esterne, anche perché si tratta di ragazzi che non si frequentano al di fuori della scuola, il preside Enzo Asperti si è rivolto al Servizio prevenzione dell’Asl: «Per ora si sa soltanto che si tratta di qualche tipo di reazione allergica - spiega il dirigente -. I tecnici dell’Asl hanno effettuato profilassi e controlli, e hanno applicato un grande numero di cerotti ai ragazzi interessati dal disturbo per capire quale sia l’origine dell’allergia.

Da parte nostra, seguendo le loro indicazioni, abbiamo fatto sospendere l’utilizzo di detergenti chimici per le pulizie; adesso utilizziamo le “vaporelle” a cento gradi contro i germi in tutto l’edificio e teniamo areata la scuola il più possibile, sia prima, sia dopo le lezioni. Ma il disturbo non è scomparso e non si è ancora riusciti a capire a cosa sia dovuto». Si sono verificati anche alcuni casi di svenimento da parte di altri studenti ma non è chiaro se i due problemi siano collegati: «Può capitare qualche caso su 1.400 iscritti - considera il preside -, magari perché uno non ha fatto colazione o per qualche altro motivo».

Oltre a dover affrontare i problemi di salute gli otto studenti perseguitati da questa «strana maledizione» devono industriarsi anche per trovare il modo di non restare indietro con il programma. Diversi di loro sono rimasti a casa, qualcuno ogni tanto segue le lezioni dalla porta aperta sul corridoio. E quando la Seconda ha svolto un tema in classe, i quattro a rischio di allergia si sono dovuti accomodare su banchi piazzati nell’atrio. Ora si sta pensando di allestire un collegamento via Skype in modo di permettere di seguire le lezioni a distanza per coloro che decidono di restare a casa, lontani dal disturbo che li perseguita, almeno fino a quando si sarà capito di cosa si tratta.

21 novembre 2013

L'esercito Usa non vuole le belle donne. Il colonnello: «Le brutte sono più competenti»

Il Mattino


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WASHINGTON - "Lo zio Sam non vuole le belle donne nell'esercito". La frase è frutto di una proposta choc del colonnelo Lynette Arnhart che sostiene una tesi piuttosto "particolare". "Le belle ragazze non mostrano grande interesse per l'esercito, sembra che abbiano paura di rompersi le unghie". Ha detto il colonnello che sostiene come invece le "brutte" siano "più competenti". Per questo motivo per le selezioni per le foto promozionali sono state scartate tutte le soldatesse ritenute troppo attraenti.

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giovedì 21 novembre 2013 - 11:03   Ultimo aggiornamento: 11:14

Giornali gratis sul web: la Finanza chiude 12 siti di maxi-edicole 'illegali'

Quotidiano.net

I siti, tutti su server esteri, erano destinatari di milioni di contatti e utilizzavano i contenuti delle case editrici, indebitamente ottenuti. Blitz in collaborazione con la Fieg

Roma, 21 novembre 2013


Accedere gratuitamente a riviste, quotidiani e libri era tanto facile quanto navigare sul web. Il nucleo frodi tecnologiche della Guardia di finanza ha interrotto l’attività di 13 siti che consentivano di consultare e scaricare riviste e quotidiani, talvolta anche in concomitanza con la loro distribuzione nelle edicole, in violazione del diritto d’autore.

I siti, tutti su server esteri, erano destinatari di milioni di contatti e utilizzavano i contenuti delle case editrici, indebitamente ottenuti, creando maxi edicole digitali, dalla cui visione acquisivano illeciti ingenti guadagni sfruttando i sistemi pubblicitari cosiddetti ‘pay per click’ ovvero attraverso banner e pop-up.

La struttura di queste edicole era talmente ben congegnata che consentiva, addirittura con motori di ricerca interni, di trovare più facilmente i contenuti. I gestori dei siti, sfruttando sofisticati sistemi di anonimizzazione e allocando le risorse su piattaforme sparse in tutto il mondo, non sono tuttavia sfuggiti alla rete degli investigatori che, sulla scorta di provvedimenti cautelari emessi dal tribunale di Roma, hanno posto sotto sequestro i siti illegali con l’operazione ‘Free Magazines’.

L’attività, svolta in collaborazione con la Federazione italiana editori giornali (Fieg), nell’ambito dei rapporti istituzionali con le associazioni di categoria, si inquadra nel più ampio contesto della tutela della sicurezza economica delle imprese italiane, che il legislatore ha affidato in via esclusiva alla guarda di finanza.

L’era della cravatta finisce dopo 400 anni

La Stampa
vittorio sabadin

L’accessorio più inutile, scomodo e duraturo è in crisi. Chiudono i negozi, i giovani la ignorano: ci mancherà


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La catena di negozi di cravatte Tie Rack chiuderà entro la fine dell’anno tutti i punti vendita in Gran Bretagna. Gli affari non vanno bene, la concorrenza dei centri commerciali di abbigliamento è spietata, ma la vera ragione della chiusura è un’altra: la cravatta non la porta più nessuno. 

Tie Rack era nata nel 1981 dall’idea di un commerciante di origine sudafricana, Roy Bishko, che faceva la coda ogni anno ai saldi di Harrods per comprare cravatte a buon prezzo. Guardandosi intorno, aveva notato quanti uomini volevano la stessa cosa e pensò che un negozio di sole cravatte, vendute a un costo ragionevole, avrebbe avuto successo. Alla fine degli Anni 90 i negozi erano più di 400, anche grazie a un’attenta strategia di marketing. Tie Rack si inventò la cravatta «Glasnost», con bandiere degli Usa e dell’Urss intorno a una colomba, che George Bush senior indossò nel 1989 al vertice di Malta con Gorbaciov. 

Ma negli ultimi anni gli affari sono andati sempre peggio, anche dopo la cessione dell’azienda al gruppo italiano Fingen. La realtà, ammettono i gestori di Tie Rack, è che la cravatta ha fatto il suo tempo. Anche il premier Cameron non se la mette più nemmeno quando deve incontrare Obama, e per le strade di Londra è davvero difficile vedere qualcuno che la indossa. 

La moda ci ha abituato a improvvisi funerali e ad altrettanto rapide resurrezioni, ma questa volta sembrano non esserci speranze. Per sapere che cosa i giovani pensano della cravatta, basta guardare quei bambini inglesi che sono obbligati a indossarla con l’uniforme scolastica: la portano sulla schiena, o annodata con il più insolente dei nodi, o nascosta dentro la camicia. Le aziende che sono più note ai ragazzi, come Amazon, Google, Microsoft, eBay, hanno liberato da tempo i dipendenti dall’obbligo della cravatta e anche gli uffici più tradizionalisti hanno adottato il «casual Friday», il venerdì in cui ci si può vestire come si vuole. 

Se la moda o l’abbigliamento avessero qualcosa di razionale, bisognerebbe ammettere che non ci sono molte ragioni per portare una cravatta e che pochi accessori sono più scomodi. Eppure gli uomini la indossano da quattrocento anni, da quando i mercenari croati di Luigi XIV sfilarono per Parigi con i loro foulard annodati al collo, subito adottati dal re e dalla corte con il nome di «sciarpa croatta», poi sintetizzato in «cravate». 

Nel corso dei secoli, la cravatta è diventata il modo migliore per farsi un’idea di una persona quando la si incontra. Se è allentata sul collo, se è troppo corta, se il nodo è malfatto, se non c’entra nulla con il resto dell’abbigliamento - per tacere di quando è sporca - ci comunica una sensazione di disordine e di inaffidabilità, un avviso a essere diffidenti. Sono stati ovviamente gli inglesi a farne il capo più significativo di un uomo elegante. 

Quasi tutti i nodi della cravatta hanno nomi inglesi, dal semplice Four In Hand ai sette passaggi del St. Andrew, fino agli otto dell’ingombrante e impossibile Windsor. Negli Anni 20 era considerato un accessorio casual e lo si indossava per giocare a golf, cavalcare o scalare montagne. O per sottolineare l’appartenenza a un club, o a un reparto militare. 

Le Regimental a strisce che vanno dalla spalla sinistra al fianco destro possono essere portate con noncuranza ovunque, ma non in Inghilterra, dove sono ancora usate per sottolineare un’appartenenza. Un distintivo preso così sul serio che quando a New York Brooks Brothers decise di imitarle, per rispetto disegnò le strisce dalla spalla destra al fianco sinistro. La cravatta è la più inutile delle cose che portiamo addosso, ma ci mancherà. 

Giustizia per il cane Joseph Quattro anni sempre alla catena

La Stampa

antonella mariotti

Lasciato con poca acqua e cibo legato a un albero. Il proprietario: «Era solo un cane»


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E’ diventato un’icona. Di lui si trovano decine di foto online, una emblematica con lo sguardo rivolto verso l’alto, altre del suo corpo ferito e smagrito. Lui è Joseph quello che rimane di un bel pastore tedesco che per quattro anni ha vissuto a Middletown in Ohio legato a un albero, senza mai potersi spostare se non nella lunghezza della sua corta catena, senza una cuccia, avendo cibo e acqua solo qualche volta a settimana. Joseph è stato “liberato” a fine settembre, era in situazione fisica e psicologica al limite della sopravvivenza, ma per nulla aggressivo. Si è lasciato prendere dai volontari di Paws (People helping animals) e portare in una clinica veterinaria. Il proprietario a chi lo accusava di maltrattamenti ha semplicemente risposto:

“Era solo un cane”.
Fin qui sembra una storia come tante altre, purtroppo, di sevizie e abbandono di cani o altri animali. Ma Joseph è diventato un simbolo, forse per quel suo sguardo prima sofferenze e poi stupito verso il mondo che quasi non conosceva. I suoi ritratti stanno facendo il giro del mondo, migliaia i suoi sostenitori, che inviano fondi per le cure e per sostenere la famiglia che ora lo ha in temporaneo affidamento in attesa di adozione definitiva. Uno dei suoi ritratti più famosi è la trasformazione di una fotografia che sembra quasi un quadro di Andy Warhol, con il muso all’insù che mostra il collo seviziato da collare e catena. Con quella foto sono state realizzate T-shirt e calendari per la raccolta fondi. 

Come capita ormai sempre in questi casi c’è la sua pagina Facebook Justice for Jospeh (Giustizia per Joseph) con oltre 31 mila visitatori, con le sue foto e le iniziative dell’associazione che si occupa di lui, nel diario di ogni giorno si possono vedere i miglioramenti di Joseph. Anche se le orecchie ora sono ben ritte, il suo appetito è insaziabile e la sua forma fisica quasi perfetta, rimane quello sguardo sofferente, quegli occhi così attoniti verso la gentilezza di un biscotto o il gioco con un pupazzo di peluche. Sono quegli occhi che lo hanno reso “famoso”, lo sguardo che racconta tutta una vita di sevizie. 

twitter@lamariotts

Macché complotti d'India Ci umiliano per i marò e pure per Finmeccanica

Fausto Biloslavo - Gio, 21/11/2013 - 08:59

In bilico la vendita di 12 elicotteri italiani a New Delhi. Per i dietrologi la prigionia di Latorre e Girone era il prezzo da pagare per l'appalto

Il governo indiano potrebbe stracciare il contratto per gli elicotteri italiani dell'Agusta Westland e i marò sono sempre in attesa di processo a Delhi.


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Due pugni nello stomaco dell'Italia con l'aggravante che in India è già iniziata un'infuocata campagna elettorale. E il leader nazionalista dell'opposizione torna a cavalcare la vicenda dei nostri fucilieri di Marina. Nelle ultime ore è tornato d'attualità il contratto di 560 milioni di euro per 12 elicotteri Agusta, società del gruppo Finmeccanica, che dovevano venir venduti al ministero della Difesa indiana.

In fiumi di articoli gli specialisti dei «complotti» hanno sempre sostenuto strane e oscure connessioni con la vicenda dei marò, che al riscontro dei fatti e dei tempi dell'appalto non risultavano fondate. La tesi che andava per la maggiore era la svendita della pelle dei marò, in cambio dei 12 elicotteri. Altre ipotesi parlavano di innominabili «scambi» di favori sull'inchiesta per corruzione relativa all'appalto e quella su Latorre e Girone accusati di aver ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati.

Ieri i rappresentanti di Agusta si sono recati al ministero della Difesa indiano. Il giorno prima la stampa di Delhi aveva dato per spacciato il contratto. In realtà il governo di Delhi deciderà cosa fare il 26 novembre, dopo aver ricevuto ulteriori risposte scritte dalla società sulle accuse di aver pagato tangenti. Agusta Westland ha annunciato di aver designato un ex giudice, B.N. Srikrishna, per l'arbitrato previsto dal contratto. L'alto magistrato è stato presidente dell'Alta corte del Kerala, dove è iniziata l'odissea dei marò.

Gli esperti di dietrologia troveranno chissà quali connessioni, ma la verità è che l'Italia risulta fregata, da tempo, sul caso marò e pure sulla vendita degli elicotteri fortemente a rischio. Lo scandaloso do ut des teorizzato dai complottisti, se fosse vero, si starebbe rivelando un sonoro bidone sia per i fucilieri di Marina, bloccati a Delhi, che per la possibile perdita economica di un contratto da mezzo miliardo di euro. L'inviato speciale del governo italiano, Staffan De Mistura, è a Delhi per l'ennesima missione, ma non si sbilancia sui tempi di chiusura dell'indagine della polizia anti terrorismo. Si spera in un mese, praticamente sotto Natale e si teme un capo d'accusa pesante, che poi potrebbe venir smontato in aula.

Avanti di questo passo il processo della corte speciale rischia di iniziare il prossimo anno nel pieno della campagna elettorale, già cominciata, per le elezioni nazionali in primavera. Il blocco dell'opposizione guidato dal partito nazionalista indù e dal suo discusso candidato, Narendra Modi, ha rispolverato il caso marò. Nel mirino c'è il partito del Congresso, che rischia di perdere le elezioni, guidato da Sonia Ghandi di origine italiana. Modi l'accusa di avere un occhio di riguardo sulla vicenda dei fucilieri di Marina. Il risultato è che gli indiani si muovono con i piedi di piombo sul lato giudiziario e i marò potrebbero diventare di nuovo dei capri espiatori della politica locale, che per motivi di propaganda elettorale agiterà la richiesta di una pena esemplare.

Per risollevare l'attenzione dell'Italia sullo spinoso caso i familiari di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno indetto la manifestazione, «Tutti insieme per i marò», sabato prossimo nella capitale. «Non è una marcia su Roma, ma semplicemente una marcia per le vie di Roma con l'obiettivo di dimostrare tutti insieme la solidarietà degli italiani» hanno spiegato i familiari. Alle 15 il corteo partirà da piazza Bocca della Verità. Nessun incontro con esponenti del governo e sono vietati simboli o bandiere di partito. Le associazioni combattentistiche degli alpini, bersaglieri, paracadutisti e dei «Leoni del San Marco» hanno aderito al corteo. La compagna di Latorre, Paola Moschetti, spera che «tutto si risolva il prima possibile, ma neppure pensiamo al Natale. L'importante è che i marò tornino a casa con onore».

www.faustobiloslavo.eu

Il nazismo sta per tornare grazie al tesoro di Hitler...

Marco Buticchi - Gio, 21/11/2013 - 09:28

Una storia mozzafiato di Buticchi: i fanatici vogliono rinnovare l'Olocausto. Saranno i misteriosi libri di Dio a salvare il mondo?

Pubblichiamo un racconto di Marco Buticchi  scritto in esclusiva  per il Giornale in occasione dell'inizio della manifestazione milanese Bookcity (da oggi fino al 24 novembre)
Monaco di Baviera, 5 novembre 2013


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Quando varcò la soglia del vano segreto si sentì spaesata. Le opere, più di un migliaio, erano impilate con ordine negli scaffali alti sino al soffitto. Karen Lewish aveva da poco passato i sessanta, era una donna energica e non si sarebbe mai data per vinta di fronte alle difficoltà. Inforcò gli occhiali e si mise al lavoro di buona lena: la maggior parte di quei capolavori non era mai stata catalogata. La sede dell'associazione culturale si trovava in Karlsplatz a Monaco. Sulla porta una targa d'ottone recitava: Fondazione Shaffer.

«Gli inquirenti gli stavano dietro, insospettiti dal valore delle opere che avevamo messo in vendita. E gli sono piombati addosso», disse uno dei partecipanti alla riunione. «Si sono bevuti, però, la versione di Hans Magruder: la collezione era stata immagazzinata da suo padre, noto gallerista incaricato da Hitler di raccogliere e distruggere ogni forma d'Arte degenerata». «Le opere furono invece collocate in depositi segreti voluti dal Führer. Quei capolavori, sottratti a ebrei e nemici, oggi rappresentano la fonte di finanziamento del Nuovo Ordine», intervenne il presidente Shaffer. «Dobbiamo far sparire il contenuto degli altri depositi, se vogliamo completare il nostro disegno. Lasciatemi solo con Sinalov. Cercherò di prendere tempo».

Oleg Sinalov era un facoltoso e chiacchierato uomo d'affari russo. «Ho appena ricevuto il via libera», disse Sinalov. «La consegna dell'ordigno avverrà, contestualmente al saldo, direttamente a Tel Aviv. Sarà pronto all'uso e come utilizzerete la bomba non è affar nostro». «C'è un contrattempo, Oleg», lo interruppe il presidente. «Hanno scoperto uno dei depositi di opere d'arte che servono per finanziarci. Ti chiedo solo pochi giorni…» «Pochi giorni?!», i toni del russo si fecero aspri. «Per quanto credi non si accorgeranno della bomba chimica che abbiamo trafugato?»

Hans Magruder, il custode della collezione segreta, rispondeva a monosillabi all'interrogatorio.
«Ci vuole ripetere l'origine della collezione, signor Magruder?», chiese il procuratore Deker.
«Mio padre era un gallerista. Ha acquistato i dipinti nel corso della sua vita, spesso per pochi spiccioli». «…O venivano pagati pochi spiccioli a persone in difficoltà, come le famiglie ebree costrette a disfarsi dei propri beni con i nazisti alle calcagna?» «Non ho idea delle modalità di acquisizione: non ero neppure nato». «Facciamo una pausa e poi proseguiremo», disse Deker. Magruder si passò il fazzoletto sul volto e dosò una bustina di dolcificante nel suo caffè.

Portò la tazza alle labbra e sorseggiò la bevanda. Il magistrato era convinto che, prima o poi, Magruder sarebbe crollato. Il collezionista accennò un sorriso, poi si alzò di scatto, portò le mani alla gola, emise un suono roco e crollò a terra. Karen Lewish fu riscossa dalla voce della sua collaboratrice: «Guardi, dottoressa! L'ho trovata sotto una pila di documenti». Sulla cartellina si stagliava la dicitura RSHA, la macchina spionistica del Reich comandata da Reinhard Hedyrich. Karen sentì un brivido lungo la schiena: molti dei suoi parenti non avevano fatto ritorno dai campi di prigionia, dove uomini come Heydrich li avevano resi schiavi.

Prese il registro dalla cartella. La calligrafia era antica: Johann Gutenberg aveva puntigliosamente annotato di pugno data e ora di stampa per ogni copia della Bibbia. Erano anche protocollate cinque edizioni speciali del Pentateuco, corredate dai disegni originali eseguiti dai più grandi maestri dell'epoca. Inoltre, nel fascicolo, si trovava un rapporto stilato dai collaboratori di Heydrich. «Almeno tre di quelle copie erano ancora in buono stato poco prima della guerra», commentò Karen scorrendo le note. «Volumi “archiviati” nel 1940. In calce la firma per ricevuta di Luc Magruder, padre del nostro Hans…»

Il giudice Deker la raggiunse poco dopo. Karen, considerata una tra le migliori esperte d'arte europee, collaborava con lui da tempo. «Hanno avvelenato Hans Magruder», disse il giudice. «Qualche novità che possa esserci d'aiuto, dottoressa Lewish?» «Solo documenti antichi da cui risulta che Gutenberg stampò cinque volumi fuori tiratura. Tre di quei libri potrebbero essere stati recuperati dagli uomini della Gestapo».

Paderborn, 12 novembre 2013
Il castello di Wewelsburg dominava la collina con la sua forma a punta di freccia. Himmler lo aveva prescelto come sede per l'addestramento degli ufficiali SS. Due uomini, all'apparenza turisti in visita al maniero semideserto, entrarono nella torre nord, una stanza di una dozzina di metri di diametro delimitata da dodici colonne. La loro missione era recuperare il contenuto di un deposito segreto. Al centro del pavimento in marmo policromo, era intarsiato un sole nero i cui raggi erano simili alle rune, sinistro simbolo delle SS. Lì gli uomini di Himmler officiavano i loro misteriosi riti esoterici. Uno dei due appartenenti al Nuovo Ordine estrasse un mazzuolo e prese a frantumare il marmo in un punto preciso. Pochi minuti più tardi i due si allontanavano indisturbati dal Wewelsburg, dopo aver prelevato ciò che cercavano

Monaco di Baviera 13 novembre 2013
Oleg Sinalov aspettava quella telefonata: l'ordigno rubato incominciava a scottare.
«Ho di che pagarti, Oleg. Un mese per farlo in contanti, altrimenti in natura…», disse il presidente.
«Non c'è tempo, Shaffer. Chiederò a un esperto una valutazione di ciò che vuoi conferire in pagamento», rispose il russo. Qualche ora più tardi il telefono nell'ufficio di Karen prese a trillare.
«Il mio nome è Oleg Sinalov, dottoressa Lewish. La disturbo per una consulenza: vorrei acquistare alcuni pezzi pregiati e avrei bisogno del suo titolato parere...»

«Sono desolata, signor Sinalov, ma... «...Si tratta di opere di enorme valore e, conoscendo la sua passione, sono convinto che non potrà resistere alla tentazione di esaminarle: tre copie del Pentateuco, stampate da Gutenberg nel 1455 e recanti ciascuna 10 illustrazioni originali di Piero della Francesca, di Paolo Uccello e del Veneziano...» Quando Karen posò il ricevitore, la mano era scossa da un tremito. «I libri di Dio», sussurrò.


Kurt Shaffer prese la parola dinanzi al direttivo del Nuovo Ordine tre giorni più tardi: era soddisfatto. Presto si sarebbe concluso lo scambio. «... poco dopo», proseguì Shaffer in un crescendo di toni, «il nodo nevralgico dell'Impero di Sion sarà decapitato: ogni forma di vita nel quartiere degli affari di Ramat Hachayal a Tel Aviv sarà cancellata. Uno sterminio secondo soltanto all'olocausto. Gli ebrei ci metteranno un po' prima di riprendersi. Presto mi recherò a Tel Aviv per lo scambio; poche ore dopo, tutto sarà finito».

Tel Aviv, 20 novembre 2013
Sinalov era seduto all'aperto nel Caffè Aroma di Tel Aviv. La borsa da viaggio a terra accanto a lui, al suo interno un ordigno al gas nervino dalla potenza devastante. Kurt Shaffer avanzava lungo Habarzel Street sbilanciato da una borsa identica a quella di Sinalov. Sedette dopo aver posato la sua borsa a fianco dell'altra. L'aria era calda e nulla lasciava presagire il finimondo che si sarebbe scatenato. Le comparse si trasformarono in protagonisti: passanti, operai, camerieri e fattorini, diventarono padroni della scena e, armi in pugno, intimarono a Sinalov e Shaffer di non muoversi.

Nella confusione che seguì, Shaffer afferrò la borsa con uno scatto repentino e un sorriso folle gli illuminò il volto. «Innescherò la bomba!», gridò infilando il braccio all'interno. «Ci penserà il Sarin a portare a termine il disegno del Nuovo Ordine!» Mentre la mano frugava ebbe un istante di smarrimento, sufficiente perché gli uomini dei corpi speciali israeliani aprissero il fuoco. Shaffer cadde a terra crivellato di colpi. La borsa gli ruzzolò a fianco e ne uscirono tre libri antichissimi: I libri di Dio.

Migliaia di vite erano salve grazie a un errore banale: nella concitazione del momento il neonazista aveva preso la borsa sbagliata... o forse era stato proprio un intervento di Dio a impedire che gli uomini macchiassero la loro Storia con una nuova follia.

Danni da errore medico? Ti risarcisce la Regione

Corriere della sera

Più «fondi di garanzia» al posto di assicurazioni troppo care. Gli eventi avversi vanno monitorati per poterli prevenire

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Raccogliere i dati sulle richieste di risarcimento da parte di cittadini danneggiati per presunti errori medici è importante per capire perché si è verificato l’incidente e mettere in atto misure di prevenzione. Le Regioni sono tenute a comunicare le informazioni sulle denunce dei sinistri al Simes - Sistema informativo per il monitoraggio degli errori in sanità, istituito presso il Ministero della Salute.

A monitorare i sistemi regionali di gestione di sinistri e polizze assicurative nel periodo 2012-2013 c’è un’indagine realizzata dall’Agenzia nazionale dei Servizi regionali sanitari, in collaborazione con il Comitato tecnico delle Regioni per la sicurezza del paziente. Ebbene, nella Provincia autonoma di Trento e in sei Regioni - Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Piemonte, Toscana - c’è un sistema di gestione dei sinistri che opera già a regime; in Sicilia e in Veneto il sistema è in fase sperimentale, mentre le altre Regioni non lo hanno ancora predisposto o lo stanno avviando.

SICUREZZA - «Il monitoraggio della gestione del rischio clinico - spiega una delle curatrici del rapporto, Barbara Labella, della sezione “Qualità e accreditamento” di Agenas - serve a promuovere la sicurezza dei pazienti. La comunicazione dei dati al Simes rientrerà a breve tra gli adempimenti previsti per il “mantenimento dei Lea” (Livelli essenziali di assistenza, cioè le prestazioni da garantire a tutti i cittadini, ndr), che le Regioni devono rispettare per poter accedere ai finanziamenti integrativi, nell’ambito del riparto del Fondo sanitario nazionale». L’indagine di Agenas ha preso in esame i modelli organizzativi che alcune Regioni stanno adottando per far fronte a polizze assicurative sempre più care o alle disdette dalle compagnie, per cui i pazienti che hanno subito un danno rischiano di non essere risarciti.

GESTIONE DIRETTA - «Stanno aumentando le Regioni che optano per una gestione diretta dei sinistri, istituendo un proprio fondo assicurativo - riferisce la dottoressa Labella - . Toscana e Liguria hanno ormai adottato un sistema di gestione diretta; altre tre Regioni - Basilicata, Puglia ed Emilia Romagna - lo stanno sperimentando: quest’ultima prevede il ricorso alla polizza assicurativa per i risarcimenti elevati, e anche il Piemonte ha adottato un modello misto. Nelle Marche la sperimentazione della gestione diretta è stata avviata in un’Asl. In altri casi, come in Campania, qualche Azienda sanitaria vi fa ricorso perché non è riuscita a stipulare polizze assicurative».

21 novembre 2013





Come ricevere cure in sicurezza
Corriere della sera

Bisogna verificare (e pretendere) il rispetto delle procedure di prevenzione

Misure per prevenire le ulcere da pressione e per evitare le infezioni da cateteri venosi o urinari, o da ventilazione meccanica; igiene delle mani; check list prima di un intervento chirurgico. E ancora: non usare abbreviazioni quando si prescrivono farmaci o esami, profilassi tromboembolica in chirurgia per scongiurare la comparsa di emboli o trombosi, uso di “barriere” per la sicurezza (come, per esempio, guanti sterili o l’ecografia per posizionare correttamente un catetere). Tutte “strategie” da mettere in atto per evitare danni prevenibili o ridurne l’impatto negativo, raccomandate da uno studio pubblicato sulla rivista Annals of Internal Medicine, che ha passato in rassegna ricerche internazionali sul tema.

PREVENZIONE - «Si tratta di pratiche cliniche, basate sull’evidenza scientifica, che tutti gli ospedali dovrebbero seguire - sottolinea Riccardo Tartaglia, coordinatore nazionale del Comitato tecnico delle Regioni per la sicurezza delle cure -. Se correttamente applicate, queste strategie servono a evitare incidenti ed eventi avversi, e a salvare vite umane». Secondo lo studio, per garantire la sicurezza dei pazienti vanno poi adottati interventi per prevenire le cadute in ospedale e eventi avversi da farmaci, va prevista la formazione non solo del singolo medico ma del gruppo di professionisti, va introdotto in ospedale un team “a risposta rapida” in caso di arresto cardiaco, e va utilizzata la cartella clinica elettronica. «Molte di queste strategie sono già contenute in Raccomandazioni ministeriali e Linee guida - ricorda Tartaglia - . È necessario, però, che anche gli assistiti le conoscano e pretendano la loro applicazione».

RUOLO ATTIVO - Suggerimenti su come pazienti possano esercitare un ruolo attivo per incrementare la sicurezza delle cure sono contenuti anche nel libro “Prevenire gli eventi avversi nella pratica clinica”, che sarà presentato a fine mese al “Forum risk management in sanità” di Arezzo. La pubblicazione, curata da Tartaglia e Andrea Vannucci dell’Agenzia regionale di sanità della Toscana, ha coinvolto alcuni dei maggiori esperti nazionali e internazionali in materia. «Occorre innanzitutto fornire ai medici informazioni complete sul proprio stato di salute: a volte si trascurano particolari che sembrano irrilevanti - consiglia Tartaglia -. Va controllato anche il rispetto di precauzioni come il lavaggio delle mani o l’uso dei guanti e, se bisogna sottoporsi a un intervento chirurgico, va chiesto se è utilizzata la check list in sala operatoria». E poi agli operatori sanitari vanno chieste spiegazioni esaurienti e, se necessario, bisogna farsi ripetere ciò che non si è ben compreso: è un diritto del paziente.

21 novembre 2013

Quanti muri nel mondo Costruiti altri 8.000 km dopo il crollo di Berlino

Gian Micalessin - Gio, 21/11/2013 - 09:03

Il 9 novembre 1989, quando il muro di Berlino venne giù, molti sognarono un mondo senza più divisioni. Illusioni. Ventiquattro anni dopo, come racconta il quotidiano britannico The Guardian, i «muri» vivono e crescono tutt'attorno a noi.
 

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In tutto ottomila chilometri di cemento armato, reti, filo spinato, sensori elettronici tirati su ai quattro angoli del globo e utilizzati per tener lontani «nemici», «terroristi», «clandestini», «contrabbandieri» e «delinquenti». Ottomila chilometri di barriere progettate nel nome della sicurezza di chi «sta dentro», ma destinati a moltiplicare la voglia d'entrare di chi «resta fuori». Non tutto è iniziato dopo quel 1989 destinato, idealmente, a segnare e l'avvento delle democrazie e la fine della storia. Il muro tra i quartieri benestanti di Alphaville da quelli ad alto tasso criminale di San Paolo in Brasile risale al 1978 e continua ad allungarsi. I pochi chilometri di 35 anni fa sono diventati oltre 60 e proteggono una comunità di 60mila residenti difesi da 960 guardie.

Ma i muri a volte fanno vincere le guerre. La barriera di cemento e filo spinato, disseminata di mine e sensori, costruita nel Sahara dal Marocco ha segnato la sconfitta degli indipendentisti del Polisario. Il muro iniziato nel 1980 ha bloccato gli attacchi dei guerriglieri in lotta per la «liberazione» degli ex territori spagnoli annessi da Rabat. E cancellato le speranze di 60mila profughi saharawi condannati a languire nel deserto.

Un muro ha segnato l'epilogo della «seconda intifada», la rivolta palestinese segnata dagli attacchi dei kamikaze di Hamas. Da quando nel 2002 Israele ha sigillato con una barriera di 498 chilometri i territori palestinesi in Cisgiordania gli attacchi si sono drasticamente ridotti. Ma quella barriera di cemento, reti e sensori ha sancito l'annessione di fatto del 9 per cento dei territori palestinesi e trasformato in una gabbia la Cisgiordania.

Gli Stati Uniti, d'altra parte, hanno atteso solo sei anni dalla caduta del muro di Berlino per costruirne uno tutto loro. Fu il democratico Bill Clinton nel '94 ad approvare i progetti per delimitare con 555 chilometri di barriere d'acciaio il confine messicano tra El Paso e Ciudad Juárez e tra San Diego e Tijuana.

Quei 555 chilometri sono poca cosa rispetto al «vallo» di 4023 chilometri progettato dagli indiani per bloccare l'esodo dei 20 milioni di clandestini tracimati dal vicino Bangladesh. Muri e barriere sono la soluzione scelta anche da Grecia, Turchia e Bulgaria per sigillare i propri territori. I turchi lavorano alla costruzione di un muro nel distretto di Nusaybin, di fronte alla città siriana di Qamishli, destinato a chiudere i 900 chilometri di frontiera e bloccare i siriani in fuga. E altri muri sorgono più a occidente.

La Grecia ha delimitato con una decina di chilometri di filo spinato gli accessi dall'Evros, il fiume che fa da confine con la Turchia. La Bulgaria annuncia invece la cotruzione di 107 chilometri di recinzione per ostacolare gli ingressi illegali dalla Turchia. Sul fronte occidentale della «fortezza Europa» sono invece gli 11 chilometri di muraglie e filo spinato erette dagli spagnoli nelle enclavi di Ceuta e Melilla sulla costa marocchina ad arginare le migliaia di disperati che premono dall'Africa.
E a 23 anni dalla caduta di Berlino restano in piedi e si moltiplicano pure le barriere dell'odio.

Un muro di cinque chilometri circonda oggi Bab el Amra, il quartiere simbolo di Homs dove la protesta diventò, tre anni, fa lotta armata. E nell'Irlanda del nord le comunità cristiane e quelle protestanti continuano, nonostante la pace, a vivere separate da 99 muri estesi per una lunghezza di oltre 48 chilometri. Ma il vero simbolo della divisione, ultima eredità della «guerra fredda» resta la recinzione di 250 chilometri tra le due Coree e che neppure 60 anni di trattative sono riuscite ad abbattere.

Donne incinte e gatti, la tv fa terrorismo

Oscar Grazioli - Gio, 21/11/2013 - 09:21

Aaaargghhh… Un altro mito che deflagra, nel museo della mia vecchia camera da letto Sulle pareti resistono i manifesti di Bogey, Marilyn, Syd (Barrett) Angelo Lombardi, Mariolino (Corso) e Moana (ebbene sì, giuro che l'ho amata non corrisposto purtroppo), mentre mi è toccato strappare la 10 x 13 di Luciano Onder che, pur relegata in un angolo un po' oscuro, faceva bella mostra di sé nel mio pantheon.
 

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Da quando ho iniziato la professione di medico veterinario, la sua immagine rassicurante, mentre intervista i professoroni nello storico contenitore di Rai2 «Medicina 33», mi è stata accanto ogni giorno, un sereno conforto sui progressi della scienza medica. Bonario, pacato, sguardo pulito, voce accattivante, con quel tantino di saccente (lasciato disinvoltamente trasparire) di chi ha insegnato all'università. Lo ricordo, alla fine del TG, mentre chiede al cattedratico di turno una parola di ottimismo sulle novità terapeutiche all'orizzonte per la tale malattia.

Chiedo venia, non vorrei si cadesse in un equivoco. Luciano Onder è vivo e vegeto. È solo caduto dal piedistallo dove metto i miei miti, quando ieri l'altro, durante la trasmissione I fatti vostri, il vicedirettore di Rai2 si è avventurato a parlare di toxoplasmosi, una malattia molto discussa nei tempi antichi per la sua possibile interferenza con la gravidanza. Essa trova il suo naturale serbatoio nel gatto, magari in quello nero, messo al rogo da Torquemada quale «spirito» di Satana, assieme a eretici e streghe.

Fatto sta che, durante la trasmissione il nostro storico (Onder è laureato in Storia Moderna) si trova davanti una ragazza che i parenti serpenti hanno messo in guardia perché possiede un gatto e un cane e intenderebbe anche possedere presto un bebè. «Che fare Dr. Onder per evitare questa toxoplasmosi che mi dicono pericolosa per il bambino e trasmessa da cani e gatti?».

Il Nostro non ci pensa un secondo. «Se, fatto l'esame del sangue, lei dovesse risultare negativa, ovvero priva di anticorpi, dovrebbe preoccuparsi, come giustamente le hanno indicato e la cosa migliore sarebbe mettere in pensione il cane e il gatto, magari dalla sorella, dalla zia, o meglio dalla nonna (forse perché difficilmente potrebbe restare gravida ndr) per un periodo di 10-15 mesi almeno». Ohibò, mi son detto, stavolta Onder ha confuso la gestazione della donna con quella della balena. E sì che la ragazza, davanti a lui, era un fuscello, una taglia 38 direi.

Caro Onder, finora ho un po' scherzato, ma queste notizie da panico sono quelle contro cui mi sono battuto aspramente, assieme a centinaia di miei colleghi (che infatti in queste ore sono in rivolta sul web), con pediatri e ginecologi: ma oltre 30 anni fa! Qualcuno resiste ancora, ma oggi anche gli studenti di veterinaria del secondo anno, sanno che il cane non c'azzecca niente con la toxoplasmosi e che, per quanto riguarda il gatto di casa alimentato con cibi commerciali, basta usare guanti a perdere, cambiare la sabbietta tutti i giorni, perché il parassita non possa «sporulare» e diventare infettante, riducendo il rischio praticamente a zero.

Quanto a eventuali altre malattie trasmissibili da cani, gatti, conigli nani e compagnia bella alle donne in gravidanza, non saprei proprio cosa inventarmi, perché non ce ne sono, a meno di non andare alla ricerca di esotiche rarità. Più che opportuno invece il consiglio di evitare le carni crude o poco cotte come le verdure non accuratamente lavate e rilavate. Qui si annidano i pericoli non nel gatto nero porta sfiga.