lunedì 25 novembre 2013

Jony Ive e l’asta benefica (record) del designer di Apple

Corriere della sera

Piazzata a 1,8 milioni di dollari una fotocamera Leica e a quasi 1 milione per un Mac Pro di colore rosso

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La «Leica M» che Jonathan Ive, vice presidente per il design di Apple, ha disegnato (in collaborazione con l’amico australiano Marc Newson) per «Red», il brand creato per raccogliere fondi in favore della lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria in Africa, è stata venduta all’asta da Sotheby’s per la cifra record di 1,8 milioni di dollari, pari a 1,3 milioni di euro. Un Mac Pro di colore rosso, invece, è stato battuto per oltre 720 mila euro.

BONO E L’AFRICA - L’asta Product (Red) a New York è stata un enorme successo: sabato scorso sono stati raccolti un totale di 13 milioni di dollari, ben oltre le aspettative. Dietro ai prodotti tecnologici di colore rosso ci sono, tra gli altri, anche il cantante degli U2 Bono. Parte del ricavato andrà infatti direttamente alla sua organizzazione benefica, la Global Fund. La stima di ricavo della «Leica Digital Rangefinder», un pezzo unico creato dal 46enne sir Jony Ive in 85 giorni di lavoro (dotata di sensore Cmos e del nuovo obiettivo Leica Apo-Summicron-M 50 mm f/2 Asph), era di «soli» 750.000 dollari, è stata invece venduta a quasi il doppio.


PIANOFORTE - Il Mac Pro rosso dal design tubolare ha chiuso la sua asta a 977 mila dollari, a fronte di una stima ben inferiore, fra i 40 e i 60 mila dollari, mentre le auricolari in oro per iPhone create dal britannico sono state acquistate per 461.000 dollari (340.200 euro). Per 1,7 milioni di dollari è poi passata di mano anche una (minimale) scrivania in alluminio disegnata da Ive e Newson. Il pezzo forte della serata è stato però un pianoforte rosso e bianco Steinway Sons (suonato durante l’asta da Chris Martin dei Coldplay) che il filantropo americano Stewart Rahr si è aggiudicato per 1,9 milioni di dollari.

25 novembre 2013

La generosità del signor Esselunga: Caprotti dona a parenti e amici 80 milioni

Corriere della sera

Bernardo Caprotti, 88 anni, ha firmato 40 atti notarili. In quelle carte si leggono anche le tensioni in famiglia


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Bernardo Caprotti (Imagoeconomica)«Ecco, caro, questo assegno da 4 milioni è per te, è una donazione». Tutti vorrebbero uno zio così. O un papà che un giorno ti chiama e ti dice: «Dai, andiamo dal notaio che ti voglio regalare 8 milioni di euro». O un marito che a un certo punto ti fa trovare sul conto in banca 18 milioni in Cct. Se poi sei la segretaria e il «capo» ti dona 10 milioni di euro cash, allora benedici ogni singola mattina che è suonata la sveglia nei 40 anni di lavoro.
È successo davvero. Bernardo Caprotti, 88 anni, mister Esselunga, in dieci anni a partire dal 2002 ha distribuito oltre 80 milioni, con atti di donazione regolarmente registrati dal notaio Giovanni Ripamonti e dall’Agenzia delle Entrate. Gli atti dicono, nella formula di rito, che i beneficiari accettano «la somma di euro ... con animo grato».

Tutti soldi e proprietà prelevati dal patrimonio personale dell’imprenditore che guida un’azienda con 6,8 miliardi di fatturato, 20 mila dipendenti e utili di 238 milioni (2012). E che, silenziosamente, si è adoperato anche per sostenere, con somme rilevanti, enti di assistenza o iniziative culturali. Ma restiamo in famiglia, o quasi: le disponibilità sono partite dal conto 34445 in Deutsche Bank e dal conto 51351 al Credit Suisse di Milano. Nel patrimonio regalato c’è anche un’azienda che alleva orate, branzini e ombrine.

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È un lato sconosciuto di questo imprenditore dal carattere spigoloso, nemico giurato della burocrazia e delle Coop, dipendente della sua azienda, che in passato si è scontrato con i fratelli e di recente con i due figli più grandi, Violetta e Giuseppe, nati dal primo matrimonio. Con loro oggi non ha rapporti. La grande giostra delle donazioni, una quarantina di atti notarili, riflette in parte, se si guarda bene, le tensioni in famiglia. Giuseppe Caprotti, 52 anni, il primogenito chiamato dal padre a dirigere l’azienda e poi bruscamente esautorato nel 2004, ha ricevuto un solo «regalino», secondo l’archivio Ripamonti: 2,82 milioni undici anni fa, poi più nulla. Violetta, 51 anni, l’altra figlia di primo letto, è rimasta a lungo nelle grazie del padre, almeno fino a quando, poco più di due anni fa, è esploso il contenzioso giudiziario, tuttora in corso, sulla titolarità delle azioni Esselunga, intestate fiduciariamente ai figli molti anni fa e poi «riprese» dal padre nel 2011 estinguendo il mandato fiduciario. Legittimamente, secondo Bernardo, illegittimamente secondo Giuseppe e Violetta.

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L’arbitrato per adesso ha dato ragione al padre, ma i figli sono in Corte d’appello (prossima udienza il 3 dicembre) e hanno anche avviato una causa civile. Violetta prima della rottura ha ricevuto assegni circolari per 7,5 milioni oltre al 100% della società svizzera, Caroz sa, proprietaria, nel cantone di Vaud, di una grande villa di famiglia e del terreno intorno. L’altro fronte è quello della seconda moglie, Giuliana Albera (73 anni), con la figlia Marina Sylvia (35). Se Marina (l’unica Caprotti, eccetto il padre, nei cda del gruppo) ha ricevuto, tutto cash, poco meno di 10 milioni, la moglie sei anni fa ha visto arrivare 18 milioni di Cct sul suo conto titoli in Deutsche Bank.

Si andavano ad aggiungere ad altre svariate donazioni di liquidità per un totale intorno ai 30 milioni di euro. Tra l’altro, benché coperta da un’intestazione fiduciaria alla Sirefid, fa capo alla signora Albera anche una società sconosciuta, la Dom 2000, centrale però nel «sistema» Esselunga. Infatti la Dom 2000 possiede, oltre alla casa di famiglia a due passi dalla Scala, una decina di grandi immobili locati a negozi Esselunga (tra cui via Washington e viale Jenner a Milano) che generano 15 milioni di ricavi.

I nipoti sono stati «sistemati» dallo zio ricco con un assegno circolare ciascuno da 4 milioni. Andrea un po’ di più comprendendo anche l’intero capitale di una holding, Sabbia Rosa, dentro la quale si trova una quota del 5% della società svizzera Geomag, famosa per i magnetini da costruzione per i bambini. Ma il vero business è un altro: il controllo della Compagnie Ittiche Riunite di Golfo Aranci (Olbia), che alleva pesci, li vende nel nord Italia e fattura 6,6 milioni. Il capitolo manager si risolve in una donazione una tantum a tre di loro di 1 milione (oltre all’8% di tasse), cui va aggiunto (non c’è negli atti) il regalo di una Bentley ciascuno.

Poi, però, c’è la signorina Germana Chiodi, ex segretaria personale di Bernardo Caprotti, diventata dirigente e oggi, a 65 anni, ormai in pensione ma con un contratto di consulenza. A lei in totale sono arrivati 10 milioni. Alcuni, dentro e fuori Esselunga, sostengono che la sua influenza e il suo potere nel gruppo sono cresciuti enormemente negli anni, fino a condizionare nomine e licenziamenti. «Non si muove foglia che Germana non voglia», si sente dire. D’altro canto chi è vicino al leader del gruppo riconosce l’intelligenza e le capacità dell’ex segretaria diventata di colpo plurimilionaria.

 

La famiglia al gran completo: (guarda le foto)



25 novembre 2013

Cina-Giappone, torna la tensione Nuovo scontro per le isole contese

La Stampa

Pechino annuncia la creazione di una zona di difesa aerea nell’arcipelago Senkaku. Tokyo: «Non la riconosciamo». Convocato l’ambasciatore nipponico


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Il governo di Pechino inasprisce i toni dopo le proteste di Giappone e Stati Uniti contro l’istituzione sabato da parte della Cina di una zona di difesa aerea nel Mar cinese meridionale, il tratto di mare dove si trovano le isole Diaoyu, in cinese, o Senkaku, in giapponese, ricche di materie prime e contese da Giappone, Cina e Taiwan. Intervenendo in parlamento oggi il premier giapponese Shinzo Abe ha dichiarato che «le misure adottate dalla parte cinese non hanno alcuna validità per il Giappone».

Il premier ha poi chiesto «alla Cina di revocare ogni misura che possa contravvenire al diritto di sorvolo nello spazio aereo internazionale». Per Pechino, la reazione nipponica «è assolutamente priva di fondamento ed inaccettabile». «Chiediamo alla parte giapponese - ha dichiarato Yang Yujun, portavoce del ministero della Difesa nazionale - di fermare ogni azione che infranga la sovranità territoriale della Cina così come le oservazioni irresponsabili che fanno fuorviare le opinioni internazionali e creare tensioni regionali». 

La misura adottata da Pechino ha per obiettivo la tutela contro possibili minacce al territorio cinese, ha spiegato un portavoce ufficiale citato dall’agenzia cinese Xinhua. Da parte cinese si chiede inoltre agli Stati Uniti di «rispettare onestamente la sicurezza nazionale cinese e cessare di fare dichiarazioni irrazionali». Il segretario alla Difesa statunitense Chuck Hagel aveva definito la decisione di Pechino «un tentativo destabilizzante di modificare lo status quo nella regione». «Questa mossa unilaterale accresce il rischio di incomprensione», ha aggiunto Hagel. «Questo annuncio non modificherà il modo in cui gli Stati Uniti svolgono le operazioni militari nella regione». 

Gran Bretagna: ora le soldatesse potranno accorciare il passo di marcia

Corriere della sera

Vinta una lunga battaglia legale: ogni passo sarà lungo 69 e non più 76 cm. Saranno poi le donne a dare il passo nelle marce «miste»

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Saranno 69 e non più 76 centimetri: d’ora in poi le soldatesse britanniche potranno marciare a passi più corti rispetto ai loro colleghi maschi. Il ministero della Difesa del Regno Unito ha reagito così ad una causa intentata da tre giovani reclute della Royal Air Force.

SOLDATI E SOLDATESSE - L’arte della guerra sta nelle gambe, amava dire il Maresciallo di Sassonia circa trecento anni fa. La marcia è infatti uno dei principali elementi dei successi di un esercito. Ecco perché i regolamenti militari fissano con grande precisione la lunghezza e la velocità dei passi. La lunghezza del passo di un soldato britannico è di circa 76 centimetri. Troppo lungo, pare, per le signore in divisa. Come riferito dal Mail on Sunday e confermato poi dal ministero della Difesa a Londra, le soldatesse non dovranno più fare passi che superano i 69 centimetri. Di più: d’ora in avanti saranno loro a dare il ritmo di marcia alle truppe in cui ci sono uomini e donne. Per l’esercito di Sua Maestà si tratta di un cambiamento radicale, preceduto da cinque lunghi anni di battaglia legale.

RISARCIMENTO - Le tre donne, di 17, 22 e 23 anni, avevano fatto causa perché quel passo troppo lungo - costretto a compiere per star dietro ai colleghi maschi - aveva causato loro danni alla schiena e al bacino. Ciascuna delle reclute avrà perciò un risarcimento di 100.000 sterline (pari a 120 mila euro) per i problemi fisici di cui tanto hanno sofferto durante le prime nove settimane della loro formazione nella base della Raf di Halton nel Buckinghamshire. La vicenda, ovviamente, ha fatto molto discutere. L’opinione degli utenti nei blog e social network della Gran Bretagna divergono: alcuni plaudono al coraggio delle giovani soldatesse, altri sono assai più sarcastici nei loro commenti. In un primo momento il ministero aveva accusato le donne di aver esagerato nel descrivere i loro sintomi. Ora, in un comunicato ufficiale, afferma: «Pagheremo il risarcimento, visto che siamo legalmente obbligati a farlo».

25 novembre 2013

Un pacco ogni 33 secondi” Bbc contro Amazon: “Troppo stress”

La Stampa

claudio gallo
corrispondente da londra

Secondo il broadcast britannico nel solo magazzino in Galles ci sarebbero condizioni di lavoro che rischiano di provocare “malattie mentali e fisiche”. Il gigante si difende: «La salute dei lavoratori è sempre stata una priorità»


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Proprio sotto Natale, il gigante della vendita online Amazon è messo sotto accusa dalla Bbc, perché nel suo magazzino in Galles ci sarebbero condizioni di lavoro che rischiano di provocare “malattie mentali e fisiche”. 

Una troupe della televisione pubblica britannica ha filmato segretamente il turno di notte, dal filmato di si apprende che agli addetti è chiesto di prendere un pacco ogni 33 secondi. Il programma investigativo Panorama ha mandato un giornalista in incognito a lavorare nel magazzino di Amazon a Swansea. Il reporter ha raccontato di aver dovuto indossare un braccialetto che contava i secondi impiegati per andare a prendere un pacco dagli scaffali. Il braccialetto emetteva un beep ad ogni errore della sua appendice umana.

Durante la notte, il giornalista ha camminato nelle 10 ore e mezza del turno per oltre 17 chilometri. La sua paga era di 8,25 sterline l’ora (poco meno di 10 euro). Il filmato è stato mostrato a esperti di stress che hanno commentato come “le prove mostrano un accresciuto rischio di malattie mentali e fisiche”. Il professor Michael Marmot ha detto alla Bbc: “Ci sono sempre stati lavori manuali, ma possiamo farli meglio o peggio. Credo che la richiesta di efficienza e i costi in salute individuale e in benessere debbano essere bilanciati”.

Amazon, che sta impiegando migliaia di lavoratori extra in occasione delle feste di fine anno, ha detto che la salute dei lavoratori è sempre stata una “priorità” e che ispezioni degli addetti alla sicurezza non hanno sollevato questioni. Il gigante americano ha detto alla Bbc di aver consultato degli esperti indipendenti che hanno concluso che per i raccoglitori di pacchi non c’è alcun rischio accresciuto di malattie fisiche e mentali.

Abbasso il "mostro utente" Chiudiamo i siti di recensioni di alberghi e ristoranti

Libero

Dare voti al cibo e ai letti è diventato un vero trip. Per chi sopporta le peggiori ingiustizie ma non sopporta la pasta scotta


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Prima o poi doveva succedere. A furia di improvvisarsi critici gastronomici, gli utenti di Tripadvisor cominciano a passare  qualche guaio. La prima italiana che inaugura la stagione della controffensiva legale dei ristoratori, è una professoressa di Bologna, che tornata a casa dopo una cena in una nota osteria del centro, ha fatto quello che ormai fanno un milione e duecentomila italiani dopo essere stati al ristorante: ha aperto il suo pc, è andata sul più grande portale di viaggi del mondo e ha scritto, testuale,  che in quell’osteria «il vino era imbevibile. Neanche avariato, ma una roba da creare problemi di salute». Dopo di che, non è ben chiaro se abbia chiamato il notaio per fare testamento o se sia andata al pronto soccorso implorando una lavanda gastrica, ma qualcosa mi dice che in realtà se ne sia rimasta davanti al computer a vedere se gli altri utenti le dessero ragione.

Di sicuro, non le ha dato ragione il proprietario dell’osteria bolognese, che alla lettura del suo commento, non ha di certo stappato una bottiglia. E non per evitare la reiterazione del reato di avvelenamento etilico, ma perché alquanto imbufalito, è andato alla prima stazione di polizia e ha denunciato la professoressa per diffamazione.  Lo ammetto. Pur riconoscendo l’utilità di un portale in cui gli utenti possono confrontarsi liberamente sui servizi degli hotel e sulla qualità del cibo servita nei ristoranti, io nutro una profonda e radicata insofferenza per Tripadvisor e per tutti quei portali che contribuiscono alla creazione del Mostro Utente.

Conosco i limiti dell’eccesso di democrazia sul web, conosco i limiti dell’anonimato 2.0 che apre le strade a meschinità e vigliaccate assortite, conosco certi italiani e la mitomania imperante alimentata da social, forum e portali in cui i contenuti li crea l’utente e dichiaro che la lettura dei giudizi degli utenti su Tripadvisor, Booking e  altri portali di viaggi, mi provoca una straziante mestizia.
Fatevi un giro su questi siti e vi farete una vaga idea di quello di cui sto parlando. Viviamo in un paese in cui ci facciamo andar bene tutto - ingiustizie, arroganza, corruzione, sopraffazione, mediocrità - ma se l’argomento è la melanzana alla parmigiana o la cotoletta milanese,  il petto si gonfia di italico orgoglio e ci trasformiamo in un popolo di implacabili giudici del gateau di patate. Basta scegliere  un ristorante a caso e leggere i giudizi degli utenti medi. Chi apostrofa una bistecca come neanche un pirata della strada che ha falciato il suo chihuahua.

Critica ai tovaglioli - Chi ha calcolato il tempo medio tra una portata e l’altra ricavandone un algoritmo che ti dirà in quanto digerirai il tiramisù. Chi si improvvisa arredatore e critica  l’abbinamento tovaglioli blu/tovaglia azzurra sostenendo che cozza con l’aspetto cromatico dei frutti di bosco ordinati a fine pasto. Chi sottolinea la cafonaggine dei camerieri fornendo, nel migliore dei casi, dei ritratti psicologici dei suddetti che neppure Freud nei suoi momenti migliori e, nel peggiore dei casi, l’indirizzo di casa per andarli a prendere a mazzate poiché colpevoli di non aver messo il cioccolatino sul piattino del caffè. Un tale mix di boria e gastronomica sicumera che Bastianich al confronto ha l’umiltà del lavapiatti. Ma non è finita qui, perché l’utente medio è anche light designer navigato e ha da ridire sulla luce dei faretti che illuminano la vasca con le aragoste.

Ferrato entomologo, poiché in grado di classificare tutte le specie di zanzare presenti nel giardinetto interno del ristorante, affermando che alcuni clienti sono stati fulminati dalla malaria prima di riuscire a terminare il dessert. Rigidissimi assessori all’urbanistica, visto che in molti lamentano ubicazione del ristorante, scelta del quartiere in cui è stato aperto, scarsa illuminazione del parcheggio e fantasia delle tende della signora del piano sopra al ristorante. E lo stesso vale per i giudizi sugli alberghi. Tu vuoi sapere com’è un albergo a Luxor e anziché trovare commenti su quello che vedi dalla finestra, gli italiani non fanno che commentare cosa vedi nel piatto. O al massimo, scrivono:  «Ah sì, bella la vista sul Nilo, ma la pasta era scotta, la carne troppo speziata, un giorno le patate erano crude, nel fritto si sentiva che l’olio era di girasole, il carrello dei dolci molto limitato, l’acqua troppo gassata e il caffè italiano è un’altra cosa».

Quelli che tornano e gli chiedi: «Ma quando siete usciti, siete stati al Tempio di Karnak?» e loro ti rispondono: «No guarda, abbiamo cercato un ristorante italiano, di quelli egiziani non ci fidavamo». Difendetevi - Per quello che mi riguarda, i ristoratori fanno bene a difendersi, tanto più che Tripadvisor declina ogni responsabilità sui contenuti, pur essendone a tutti gli effetti il proprietario, e rifiuta il concetto di tracciabilità dell’utente invocando la famosa democrazia 2.0. Ovviamente,  la tracciabilità gli farebbe perdere una buona parte di quelle 100 milioni di recensioni postate fino ad oggi da utenti di tutto il mondo, con gli italiani in prima linea nella feroce guerra al rigatone scotto. In compenso, Tripadvisor ha creato un attentissimo team antifrode a Londra formato da settanta persone. Sì, avete capito bene, settanta persone che vigilano su una media di sessanta commenti al minuto postati in tutte le lingue del mondo.

Immaginate un ligio dipendente londinese dell’ufficio antifrode di Tripadvisor che si trova a giudicare il seguente commento alla pizzeria “Da Ciro” a Napoli “’A pizz’ era ‘na chivica. Manco e cane. Puozze sculà!”. Ovviamente, questo caos di giudizi a briglie sciolte, ha creato ulteriori mostri:  oltre agli utenti mitomani, ci sono orde di ristoratori anonimi che demoliscono ristoranti concorrenti, consulenti reputazionali che anziché dare una mano a Berlusconi, vendono pacchetti di commenti positivi un tot al chilo, ritorsioni di rappresentanti di accappatoi o forchette consumate a colpi di giudizi negativi, con la conseguenza che un pallino in più o uno in meno su tripadvisor, talvolta può togliere il sonno ad albergatori e ristoratori già afflitti dalla crisi. Insomma, gli italiani non sono più un popolo di santi, poeti e navigatori. Sono un popolo di giudici di Masterchef. Il tutto, condito da una mortale aggravante, che come al solito si ripercuote sulle donne. Prima un uomo ti portava a cena e il dopocena era andare a casa sua. Ora è andare su Tripadvisor.

di Selvaggia Lucarelli

Anonymous “buca” la mail di Maroni migliaia di file riservati in rete

La Stampa

massimo numa
torino

«Tango down» nella tarda mattinata foto, lettere e anche carte giudiziarie



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La «primula rossa» degli hacker di Anon, Otherwise , l’unico a non essere (ancora) catturato dagli investigatori della polizia postale, è stato tra i primi a dare la notizia del «tango down» (obiettivo abbattuto) della mail box del governatore della Lombardia Roberto Maroni. Con questa frase rituale - #opItaly Governor of Lombardy Roberto Maroni massive docs leak - vengono allegati i server a cui collegarsi per scaricare la posta riservata dell’ex ministro. Migliaia di file riservati sono stati riversati in rete. È una nuova forma di violenza contro le persone, da cui è sempre più difficile difendersi.

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Gli hacker della rete antagonista si sono impadroniti, oltre di corrispondenze con altri esponenti della Lega Nord, anche di documenti personali, foto e persino dati sensibili sulla residenza e altri elementi legati all’entourage dell’ex ministro dell’Interno. Indagano tutte le sezioni della polizia postale, ci cerca di bloccare la diffusione di informazioni, in grado anche di pregiudicare la sicurezza di Maroni ma anche dei suoi familiari. «Otherwise» è l’unico a non essere stato catturato nel corso deell’operazione «Tango Down» del maggio 2012. Ai domiciliari, arrestato dalla polizia, anche un anarchico residente a Chiaverano (Ivrea), che si nascondeva dietro al profilo twitter «Madhat». Fu poi identificato in Jacopo Rossi, 28, anni, dell’area antagonista anarchica. 

Gli inglesi preferiscono le mappe

La Stampa



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Solo il 17 per cento dei guidatori si affida esclusivamente al navigatore satellitare. Una percentuale che diventa il 43 per cento quando si tratta di automobilisti tra i 18 e i 24 anni. Una variazione che indica però come presumibilmente il primato della carta non sia destinato a durare. Chi l’avrebbe detto? Mentre il mondo corre verso la digitalizzazione di qualsiasi cosa prevista da San Steve Jobs, gli automobilisti preferiscono ancora le vecchie mappe stradali di carta, quelle che non si riescono mai a piegare bene e proprio perciò, con l’uso, cominciano a strapparsi nelle pieghe.

Uno recente studio ha mostrato che, ovviamente, i meno affezionati alle mappe digitale sono i più anziani. Solo il 9 per cento degli ultra-sessantacinquenni usa il navigatore satellitare. In generale, il 63 per cento dei 23.824 automobilisti interpellati ha detto di aver usato una mappa cartacea negli ultimi sei mesi, mentre il 60 per cento aveva usato il più moderno navigatore. Più del 35 per cento aveva maneggiato sia la carta che il digitale. Questa percentuale diventa il 40 per cento nell’Inghilterra orientale e il 27 in Scozia.

Solo il 17 per cento dei guidatori si affida esclusivamente al navigatore satellitare. Una percentuale che diventa il 43 per cento quando si tratta di automobilisti tra i 18 e i 24 anni. Una variazione che indica però come presumibilmente il primato della carta non sia destinato a durare.

L’11 per cento ha ancora i pedi ben piantati nel passato e programma un nuovo viaggi aprendo la carta e prendendo appunti scritti. E infatti solo il 5 per cento dei giovani (18-24) li imita. Mike Parker, autore di “Mapping the Road” ha detto al Telegraph: “La storia dello sviluppo stradale britannico è anche la sua storia politica, economica e sociale. E l’auto, più di qualsiasi altro singolo fattore, ha dato forma al nostro paesaggio e cambiato le nostre mappe”.

Parker non avversa la tecnologia, ma ricordando i molti casi di automobilisti traditi dal navigatore, consiglia di portarsi dietro una vecchia carta stradale, “per poter vedere sempre le cose da un punto di vista più ampio”.

Atollo potrebbe diventare il primo sito «contaminato» dalla plastica

Corriere della sera

Agenzia ambientale Usa studierà i pericoli di tossicità racchiusi nei frammenti di plastica negli oceani
 
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È una piccola isola remota nell’arcipelago delle Hawaii, ricca di biodiversità ma anche di spazzatura di plastica: adesso potrebbe diventare il primo «sito contaminato» protetto dalla legge federale statunitense sui rifiuti pericolosi, dove il «rifiuto pericoloso» è proprio la plastica. L’isola Tern è un atollo di dieci ettari delle French Frigate Shoals (Banchi di sabbia della fregata francese, così chiamati dal Settecento in ricordo delle navi dell’esploratore francese de la Pérouse) a circa 900 chilometri a nord-ovest di Honolulu.

L’isola TernTERN - Tern fa parte nel Rifugio nazionale della fauna selvatica delle Hawaii. Ospita una delle più importanti colonie al mondo di volatili tropicali, che vengono sempre più decimati dalle montagne di plastica che s’impigliano ai suoi margini. La rete di coralli e atolli delle Hawaii settentrionali fa infatti da «effetto-pettine» rispetto ai rifiuti flottanti nell’oceano, che convogliano in massa verso l’isola di plastica del Pacifico (Pacific Garbage Patch) - l’enorme discarica galleggiante dalle dimensioni di difficile stima (a seconda della concentrazione di plastica tenuta in considerazione).

Da tempo Tern è diventata un magnete per la plastica. Mentre altri tipi di rifiuti affondano o si biodegradano, i frammenti di plastica – che viene ridotta a pezzettini dai raggi solari e dal moto ondoso – sono scambiati per cibo dagli animali e vengono ritrovati negli stomaci degli uccelli morti. I pezzi più grandi, come i sacchetti, sono un grave pericolo per foche, delfini e tartarughe.

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Plastica sulla spiaggia dell’isola TernINVESTIGAZIONE FEDERALE - L’Epa, l’Agenzia federale statunitense per la protezione dell’ambiente, ha svelato la scorsa settimana che inizierà le indagini sull’isola. Si tratta di una «valutazione preliminare», prima tappa nel processo d’inclusione del sito nella lista «Superfund», la legge federale che identifica e obbliga alla pulizia prioritaria dei siti contaminati da rifiuti pericolosi, così come da «inquinanti o contaminanti» definiti a più ampio raggio, che possono nuocere alle persone o agli ecosistemi locali. La legge del 1980 conferisce anche l’autorità alle agenzie federali che si occupano di risorse naturali, Stati e tribù native di riscuotere i danni derivanti dalla contaminazione. Se Tern venisse inclusa nella lista, sarebbe una mossa rivoluzionaria proprio in virtù del fatto che la «sostanza pericolosa» principale del sito è la plastica: si tratterebbe del primo caso negli Usa. L’isola non è nuova al disinquinamento: durante la seconda guerra mondiale c’era una struttura militare e alla fine venne ripulita da amianto e liquami.

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FRAMMENTI TOSSICI - La decisione dell’Epa è stata assunta sulla scia di una petizione fatta un anno fa dal Centro per la diversità biologica, che ha richiesto all’agenzia federale di studiare l’inquinamento da plastica nelle acque delle Hawaii nordoccidentali, inclusa una porzione dell’isola di plastica del Pacifico sotto la giurisdizione statunitense. L’Epa non ha dato il via all’ispezione dell’intera area, ma ha detto «sì» per Tern. L’agenzia si concentrerà sui pericoli di tossicità posti dai rifiuti di plastica nei confronti degli animali selvatici che vi abitano.

A risvegliare il suo interesse sono stati in particolare gli alti livelli di policlorobifenili (Pcb) riscontrati nelle foche monache. Si tratta di composti organici la cui tossicità persistente si avvicina in alcuni casi a quella della diossina. Negli Stati Uniti la loro produzione è stata bandita nel 1979, ma l’Epa sospetta che stiano entrando nella catena alimentare attraverso i frammenti di plastica, oltre a essere probabilmente contenuti nei dispositivi elettrici sotterrati in una discarica dell’isola, esposti da una violenta tempesta l’anno passato. La strada verso la classificazione del sito nelle liste Superfund è ancora molto lunga, in ogni caso questo primo studio ambientale dell’Epa, che si concluderà nel 2014, potrebbe esserne il primo passo.

25 novembre 2013

Governo, Letta: milioni di euro per il semestre europeo e briciole alla Sardegna

Libero

L'esecutivo ha stanziato 69 milioni di euro per il semestre di presidenza italiano nell'Ue. Ma per chi è nel fango ad Olbia arrivano solo 20 milioni


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Il semestre di presidenza dell'Unione Europea vale più dell'alluvione in Sardegna. Per Palazzo Chigi vale la pena aprire il portafoglio per Bruxelles e non per Olbia. Tra le pieghe della legge di stabilità ora al vaglio della Commissione Bilancio, spuntano finanziamenti per il semestre italiano in Europa che sono tre volte tanto la cifra destinata per l'alluvione sarda. “Lo Stato c’è e sta facendo il massimo”, aveva detto Enrico Letta immediatamente dopo la drammatica alluvione in Sardegna. E l’intervento è stato tempestivo: 20 milioni erogati. Tanti o pochi? Di sicuro sono briciole se confrontati ai 58 milioni di euro sborsati da palazzo Chigi per il semestre luglio-dicembre 2014 che vedrà l'Italia alla presidenza dell’Unione Europea.

L'Europa vale di più della Sardegna - All’articolo 9 della legge di stabilità, come racconta La Notizia, si legge che “per assicurare il tempestivo adempimento degli indifferibili impegni connessi con l’organizzazione e lo svolgimento del semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea del 2014 […] è autorizzata la spesa di euro 56.000.000 per l’anno 2014 e di euro 2.000.000 per l’anno 2015”. 58 milioni: quasi il doppio di quanto destinato per l’emergenza in Sardegna. Se qualcuno, infatti, pensava che questi 58 milioni servissero per assumere personale, deve immediatamente ricredersi.

I soldi servono per le spese di rappresentanza. Già, perché “per le straordinarie esigenze di servizio della Rappresentanza Permanente a Bruxelles connesse con il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, è autorizzata per l’anno 2014 […] nei limiti di 1.032.022 euro, la spesa per l’assunzione di personale”. In più ecco istituito anche un “fondo con una dotazione di 10 milioni di euro” presso il ministero degli Esteri. Ovviamente, ancora “per le iniziative connesse con il semestre di presidenza”. Totale: 69 milioni per sei mesi di presidenza in Europa. La Sardegna, per Letta, può attendere.

Napolitano ricatta

Alessandro Sallusti - Lun, 25/11/2013 - 10:10

Il presidente Napolitano passa alle minacce. Chi scenderà in piazza mercoledì e magari nei giorni successivi che cosa rischia? La galera, il fermo di polizia, la schedatura come sovversivo?

Il presidente Napolitano passa alle minacce. Della grazia a Berlusconi - dice - non se ne parla neppure.


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E fin qui, nulla di nuovo. Il salto di qualità arriva subito dopo. Se qualcuno vorrà manifestare contro la decadenza di Berlusconi - aggiunge l'inquilino del Quirinale - stia ben attento ai modi e alle parole. Siamo all'avvertimento, all'intimidazione. Perché, presidente, a che cosa dovremo stare attenti? Chi scenderà in piazza mercoledì e magari nei giorni successivi che cosa rischia? La galera, il fermo di polizia, la schedatura come sovversivo?

Ecco, allora si accomodi fin da subito perché le dico già ora che lei è il capo di una cospirazione che sta cercando di sovvertire la volontà popolare. Lei è un vecchio inacidito e in malafede indegno di occupare la più alta carica dello Stato. Lei vuole zittire milioni di italiani come ha zittito la Procura di Palermo che aveva trovato le prove delle sue malefatte. Lei ha il pallino di zittire i cittadini che manifestano per la libertà (le ricordo che ha sulla coscienza migliaia di ungheresi trucidati dai russi con il suo consenso morale e politico).

Lei per scalzare Berlusconi ha comperato prima Mario Monti con la carica di senatore a vita, facendolo pagare a noi fin che campa. Fallita la missione ci ha riprovato comperando un pezzo della dirigenza Pdl, quello più debole, compromesso e ricattabile. Ha taciuto sulle nefandezze della magistratura, ha venduto il Paese a Stati esteri, Germania in primis. Noi non ci faremo intimidire dalle sue minacce. Lei è un golpista, perché usa il suo potere al servizio della vecchia causa comunista oggi rivista e corretta in salsa lettiana. Noi scenderemo in piazza, contro la magistratura, contro la sinistra e contro di lei che rappresenta il peggio di questo Paese. Che le piaccia o no dovrà ascoltare.

Come ai tempi dell'ascesa di Grillo, dirà che non ha sentito. E allora urleremo più forte. Perché noi, a differenza sua e dei suoi tristi cortigiani, siamo uomini liberi.

Lei abbandona il figlio. E il padre per legge non può sapere dov'è

Paola Fucilieri - Lun, 25/11/2013 - 07:04

La fidanzata dell'uomo non riconosce il neonato. Così impedisce l'affido

A Riccardo, seppure molto a malincuore, non resta che rassegnarsi. Tuttavia al figlio no, non vuole rinunciare. E tenta in ogni modo di tenersi al corrente delle visite ginecologiche della sua ex, sempre molto restia nel fornirgli notizie del piccolo.


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Basti pensare che l'uomo viene a sapere che è un maschietto solo dalla cugina di Veronica, quasi per caso. Dal 23 maggio, infatti, la ex compagna non risponde più alle sue telefonate, agli sms e alle mail, arrivando non solo a disattivare il numero di cellulare, ma anche a cambiare domicilio.

Riccardo non sa più nulla di Veronica e di suo figlio. Comincia a credere di essersi immaginato tutto, di aver vissuto una realtà parallela ma inesistente. Tuttavia non riesce a dimenticare il suo bambino, sa che deve nascere ad agosto. E il portiere della casa di Veronica, il suo ex appartamento, gli dice di aver visto la donna, che va regolarmente a ritirare la posta, con il pancione: segno che non ha abortito. Così il giovane decide chiedere aiuto a un legale, l'avvocato Roberto De Maio, che manda una lettera alla vecchia casa di Veronica.

La donna non perde tempo e gli fa rispondere da un altro avvocato via fax: in merito alla «presunta paternità» di Riccardo lei non ha «nulla da dire». E a quel punto a De Maio non resta che rivolgersi al tribunale dei minori. Dove, dopo un mese d'indagini di polizia giudiziaria, viene riconvocato per essere fagocitato da una vicenda a dir poco kafkiana.

Il giudice, infatti, spiega candidamente al legale non solo che non può dirgli nulla, ma che non ha nemmeno la facoltà di svelargli la ragione di quel silenzio a cui è costretta. Pur avanzando qualche critica generica su norme che, seppur esistenti e valide sono anche poco etiche e anacronistiche, il giudice rifiuta infine anche di parlare del provvedimento in questione. «Altrimenti - chiosa la donna davanti all'avvocato sbalordito - lei potrebbe capire a cosa mi riferisco».

Il legale torna mestamente in studio chiedendosi cosa può essere successo alla madre e al bambino da dover rimanere oggetto di un tale segreto. De Maio sa che il piccolo è nato di sicuro altrimenti Veronica sarebbe stata indagata per interruzione di gravidanza fuori termine e il tribunale glielo avrebbe comunicato. Anche se avesse abortito per problemi medici del feto, non sarebbe stato necessario secretare il tutto.

A quel punto l'avvocato ha un'illuminazione: solo l'articolo 30 del dpr numero 396 del 2000 può imporre il silenzio totale e assoluto non solo al giudice del tribunale dei minori, ma anche all'ufficio di stato civile, all'ospedale, insomma a tutti. Secondo quell'articolo, infatti, la madre quando partorisce, ha la facoltà di non riconoscere il bambino (anche se è sposata) ma soprattutto di richiedere l'anonimato che costringe tutti alla segretezza. Con la conseguenza che diventa obbligo delle istituzioni farsi completamente carico del piccolo di cui la mamma, in questo modo, si libera completamente. Senza dare nemmeno la possibilità al padre, se lo desidera, di chiederne il riconoscimento e l'affidamento.

Ora è una lotta contro il tempo: dato che il bambino per il tribunale è stato dichiarato adottabile, qualora avesse già trovato una famiglia in cui essere accolto, Riccardo non potrebbe più fare nulla. «L'unica speranza che ci resta - conclude De Maio - è presentare un'istanza di sospensione del procedimento di adozione finalizzata al perfezionamento della richiesta di riconoscimento e affidamento del padre. Che, al momento, è un uomo distrutto».

La polizia municipale si porta avanti con il lavoro: ecco la multa del futuro

Il Mattino





La Polizia Municipale di Napoli prevede il futuro. Il giorno 16 Novembre del 2016 saró multato!!!

Sarà un Natale con la cometa? Arriva Ison (se sopravvive al Sole)

Corriere della sera

Ha una coda luminosa di 2 milioni di chilometri. Giovedì sfiorerà il Sole: se sopravviverà, sarà da record

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Il prossimo Natale la cometa non ci accompagnerà soltanto nella fantasia ma la vedremo luminosa in cielo portandoci addirittura nel nuovo anno verso l’Epifania. Questa è almeno l’aspettativa e la promessa degli astronomi per Ison, l’astro con la coda che, inseguito in cielo da mesi, ha offerto finora molti indizi per essere già battezzato la cometa del secolo. Ma le incognite volano nell’aria e con questi affascinanti corpi celesti visti come premonitori di guerre e grandi eventi oltre che di paure, non si può mai sapere come si comportino quando arrivano nel nostro cielo. Perché la loro natura di polveri e ghiaccio è per certi aspetti effimera e lo sfiorare il Sole potrebbe diventare pericoloso. Così si guarda a Ison (International Scientific Optical Network) con la speranza di un magnifico spettacolo celeste ma anche con l’apprensione di assistere all’annientamento di un sogno.

 Ison veniva scoperta soltanto il 21 settembre dell’anno scorso dagli astronomi russi Vitali Nevski e Artyom Novichonok impegnati nella caccia agli asteroidi in pericoloso avvicinamento alla Terra. Indicata prima come «C/2012 S1» poi era battezzata col nome della rete di telescopi in allerta cosmica. La sorpresa è stata subito grande. Primo perché questa è la prima volta che esce dalla sua culla d’origine, la Nube di Oort che circonda il sistema solare avvicinandosi al Sole dopo quattro miliardi e mezzo dalla sua nascita; poi perché lanciava segni che facevano subito immaginare un evento da ricordare. E più i mesi passavano l’ipotesi si consolidava azzardando effetti straordinari per una sua luminosità addirittura 15 volte più intensa della Luna.

Molti hanno nella memoria la cometa Hale-Bopp che nel 1995 segnava il cielo della sera con la sua visibilissima e lunga coda. Oppure Ikeya-Seki, rimasta famosa come la «Grande Cometa del 1965» e giudicata la più luminosa degli ultimi duemila anni tanto da vedersi anche di giorno. Ison batterà tutti i record? Lo vedremo nei prossimi giorni mentre si avvicina al Sole che sorvolerà il 28 novembre. Fino ad allora è visibile solo nelle prime ore dell’alba soprattutto con un binocolo, poi invece solcherà le ore della sera e quindi volerà più facilmente nei nostri occhi pienamente visibile.

Ma rimane un filo d’incertezza tanto da spingere Matthew Knight del Lowell Observatory in Arizona (Usa) a delineare tre possibilità. La prima è che segua il destino della cometa Lovejoy che girando intorno al Sole nell’autunno 2011 subì un’espansione tale da esplodere appena superata la fase più critica. Il suo nucleo era stimato intorno ai due chilometri appena e questo la rese vulnerabile. Purtroppo anche Ison ha una taglia analoga.

Il secondo scenario potrebbe essere normale come quello della cometa Encke, che si è avvicinata il 21 novembre scorso compiendo una settantina di visite nel nostro circondario da quando veniva scoperta alla fine del Settecento. La terza prospettiva, la più ottimistica, è che cerchi di eguagliare se non superare Ikeya-Seki.

Ma dato il suo nucleo di ridotte dimensioni, il fatto che si avvicina molto all’astro (circa 1,2 milioni di chilometri) riscaldandola sino a duemila gradi centigradi, i timori restano. E già due settimane fa si è temuto il peggio. All’improvviso, infatti, il suo bagliore aumentò in modo consistente interpretandolo come l’inizio della fine. Poi continuò la sua corsa trascinandosi una coda di due milioni di chilometri mentre gli astronomi spiegavano che una voragine poteva essersi aperta nella sua superficie alimentando l’uscita di polveri e vapori.

L’evento ha accresciuto ancor di più l’attesa tanto da mobilitare grandi osservatori internazionali compreso il telescopio volante Sofia della Nasa ma anche la rete degli osservatori italiani dell’Istituto nazionale di astrofisica e degli appassionati dell’Unione astrofili italiani. Le comete sono i relitti della formazione del sistema solare e studiarle significa scoprire le origini. Ancor di più è interessante Ison che, essendo al suo primo viaggio intorno al Sole. è un testimone ancora più vero, mai alterato, dall’azione del grande astro. Se manterrà le promesse.

25 novembre 2013

L’illusione del colore

La Stampa

yoani sanchez


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Ero appena tornata da scuola che vidi un uomo seduto nel pavimento davanti al televisore. Aveva la punta delle dita macchiata di pittura e alcuni tubetti d’olio erano sparsi tutto intorno. Era l’ultima moda nel quartiere: dipingere una maschera di colori su quei noiosi schermi in bianco e nero. La prima a farlo fu la vicina del piano terreno, sempre al corrente delle ultime tendenze che comprendevano manifesti di donne con vestiti molto leggeri - affissi alle pareti - e un’enorme tigre di porcellana all’ingresso di casa.

Lei dettava la moda per tutto il condominio, quindi quando trasformò la sua “stupida scatola” in un arcobaleno colorato di rosso e azzurro, tutti la imitarono. Nella mia casa al Krim 218 dipinsero sul televisore alcune frange e persino un cerchio centrale di diverse tonalità. La cosa più significativa è che anni dopo avrei ricordato i programmi dei disegni animati visti in quel “marchingegno”, come se fosse stata la loro policromia originale. Il mio cervello aveva collegato le sfumature e aveva costruito l’illusione del colore. 

Mi è tornato in mente questo aneddoto personale dopo aver letto le ultime statistiche contenute nel Censimento della Popolazione e delle Abitazioni 201. Quando sono venuta a sapere che a Cuba ci sono ancora oltre 700 mila televisori in bianco e nero, non ho potuto fare a meno di ricordare gli entusiasti vicini del mio quartiere mentre dipingevano i loro tubi a raggi catodici con le punte delle dita. Tra l’altro, le cifre attuali mettono in evidenza non solo chi vede ancora la programmazione televisiva in bianco, nero e grigio… ma anche chi vive in pessime condizioni economiche.

Si tratta di persone che non hanno potuto mettere da parte i pesos convertibili per comprare un Sony o un LG moderni. Persone che probabilmente non hanno familiari che vivono all’estero, non hanno trovato il modo per sottrarre risorse dello Stato o i cui privilegi sono terminati con la fine dell’URSS. Sono i poveri, che in una società così televisiva non sono riusciti a procurarsi le risorse per sfruttare tutte le tonalità dei colori. 

Mi chiedo se ancora sopravvive uno di quei vecchi televisori ritoccati con frange in verde, violetto, azzurrino… Se ci sarà ancora qualche bambino in questa Isola che, proprio come me e mia sorella, unirà mentalmente un pezzo di colore qui e un altro là, per immaginare la tonalità azzurra del cane Hucleberry Hound o il pelo marrone di Cheburaska

Adesso io non so, non riesco più a distinguere nella mia memoria, tra quel che ho visto grazie all’ingegno di colorare gli schermi e ciò che anni dopo avrei sfruttato in Technicolor.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Verona, quando il sacrestano è un musulmano

La Stampa

Nella chiesa di san Niccolò un 34enne ha accettato un tirocinio in affidamento dopo aver scontato cinque anni di carcere

Redazione
Roma



CatturaDa un anno la chiesa di San Nicolo' all'Arena, dietro piazza Bra a Verona, ha come sacrestano un musulmano. Una `libera´ scelta di Rida, 34 anni, che ha accettato un tirocinio con questo specifico ruolo in regime di affidamento, dopo aver scontato 5 anni di carcere.

La sua fede religiosa, come riferisce il Corriere del Veneto, non è un ostacolo: «che si preghi Gesù, Allah o Budda, sempre un Dio si segue e si rispetta. In modi diversi» spiega Rida rilevando che il suo credo è rispettato nella parrocchia dove può fare anche il Ramadan («faccio le 5 Salat quotidiane rivolte alla Mecca nei limiti del possibile e degli impegni che ho»).
Rida a San Nicolo' si trova bene, essere a servizio di don Marco e don Roberto non gli pesa per nulla, anzi si sente gratificato per il suo incarico che svolge in maniera certosina.

Che sia la lucidatura del legno dei banchi o la `difesa´ delle cassette delle offerte e degli oggetti sacri della chiesa, o nell'assumere il ruolo di filtro con le persone disagiate che si presentano per ottenere qualcosa. Rida si è integrato in questo mondo, condivide anche il pasto con il parroco e la sorella che lo invitano spesso nella loro casa, ed auspica, alla scadenza della pena, di non lasciare Verona, tentennando alle lusinghe della sorella che lo vorrebbe avere vicino a se nella sua abitazione trevigiana.

Giovanni Storti, in un libro la passione per la corsa «Meglio che perdere la testa per una ventenne»

Corriere della sera

Secondo l’attore, nel celebre trio comico con Aldo e Giacomo, sgambettare all’aria apera è uno sport socializzante


Cattura
Giovanni Storti (Newpress)Giovanni Storti, 56 anni, non è il portavoce ufficiale del trio comico Aldo Giovanni & Giacomo. Il ruolo parlante per l’attività artistica dei tre comici per consuetudine spetta a Giacomo. Ma, da quando è uscito il libro «Corro perché mia mamma mi picchia» (Strade Blu), scritto a quattro mani con Franz Rossi, Storti non smette più di parlare: interviste su interviste per spiegare la passione per la corsa, innamoramento che ha folgorato il comico milanese quando di anni ne aveva 50: «Ho sempre trovato difficile spiegare il lavoro che faccio con Aldo e Giacomo. Le nostre sono cose da vedere più che da raccontare. Invece, parlare della corsa è semplice. Corro perché mi piace viaggiare e mi piace farlo con gli amici. Nella corsa ci sono il viaggio e l’amicizia».

GARE IN TUTTO IL MONDO - Per quanto si alleni regolarmente («Tre-quattro volte la settimana») alla Montagnetta di San Siro o al Sempione, Giovanni Storti non si limita allo sgambettare nello smog metropolitano. Il suo curriculum riporta la partecipazione a competizioni internazionali, dall’Islanda al Marocco e all’Etiopia («Mi piace partecipare a specialità diverse, maratona, mezza, trial, eccetera, comunque sempre corse nella natura»). Anche in questo momento che è al telefono con il Corriere, l’attore si trova a Sondrio per partecipare al Valtellina Wine Trial «dove si corre tra vigneti e cantine. In realtà una scusa per mangiare pizzoccheri e bere vino locale. Questo per me significa correre». Gara mattutina, terminata la quale, onusto di pizzoccheri, tornerà a Milano dove oggi presenterà il libro all’interno di Bookcity.

LA CORSA AIUTA A SOCIALIZZARE - Dicevamo, le amicizie. Giovanni non nega che correre ha cambiato le sue relazioni sociali: «All’inizio anche Aldo e Giacomo pensavano fossi impazzito. Aldo mi ha seguito in qualche viaggio, poi ha smesso. Prima di darmi alla corsa giocavo a calcio con altri amici. Poi, normale, le amicizie rimangono o si stemperano a seconda degli interessi, è la vita». Ammette anche che questa nuova passione è coincisa con un’età fatale per i maschi, i 50 anni. Età in cui, dice la letteratura stereotipata, chi può si fa l’amante ventenne, o si compra l’Harley oppure la decapottabile. «L’ho scritto anche nel libro che, un po’ oltre il mezzo del cammin di nostra vita, mi sono messo a correre. La corsa mi ha reso più tenace, mi fa sentire più responsabile e cosciente del mio corpo, mi ha dato la misura di quello che posso e non posso fare. Ed è molto meno rischiosa di un’amante ventenne». Anche il titolo del libro, «Corro perché mia mamma mi picchia», contiene un fondo di verità:

IN CENTRO ALL’ALBA - «Quando ero bambino le mamme erano solite tirar dietro le ciabatte, o altri oggetti più pesanti, ai figli. L’ho romanzato un po’, però ci voleva una certa abilità nello schivare i colpi». Correre in giro per il mondo è bello, ma Montagnetta a parte qual è il circuito milanese da sogno? «Il centro all’alba. L’ho fatto un paio di volte, è fantastico correre quando la città non si è ancora svegliata. A quell’ora Milano è più bella». Mentre il trio Aldo Giovanni & Giacomo è al lavoro sul nuovo film («Stiamo scrivendo il soggetto, se non ci sono intoppi gireremo in estate per uscire nelle sale a Natale 2014»), basta parlare di corsa, chiudiamo con il calcio: all’interista Giovanni Storti che impressione ha fatto il nuovo proprietario dell’Inter Erick Thohir? «L’ho visto in tv da Fabio Fazio. Mi sembra appassionato, competente e intelligente. Insomma, le premesse sono interessanti. Poi, ovvio che alla squadra mancano un paio di giocatori di qualità e che Mazzarri sta facendo il possibile, ma sono fiducioso per il futuro dell’Inter».



La personale di Aldo Baglio a Monza (01/03/2013)
Aldo Giovanni e Giacomo (04/12/2012)
24 novembre 2013