mercoledì 27 novembre 2013

Il Senato ha votato la decadenza di Berlusconi

Corriere della sera

Non passano gli ordini del giorno in difformità con la relazione della giunta per le elezioni che decretava l’ineleggibilità del Cavaliere

Il Senato ha votato la decadenza di Silvio Berlusconi.
 

CatturaNon approvando i nove ordini del giorno presentati contro le conclusioni della giunta per le elezioni del Senato, l’assemblea di Palazzo Madama ha decretato l’ineleggibilità del Cavaliere che perde pertanto lo status di parlamentare e che sarà presto sostituito dal primo dei non eletti nella regione Molise, dove il leader di Forza Italia - che si era presentato in diverse circoscrizioni come capolista - ha scelto di risultare eletto. E’ questo l’epilogo di una lunga maratona iniziata di fatto con la votazione nella notte del maxiemendamento alla legge di stabilità, con 171 sì e 135 no .

VOTO SEGRETO - Tornando in aula, la prima richiesta di Forza Italia, per bocca della senatrice Elisabetta Alberti Casellati, è stata quella di istituire il voto segreto: istanza presto condivisa dagli ex-compagni di partito tramite Schifani (Ncd) . Ma il presidente Grasso non ha accolto l'istanza del centrodestra: «La Giunta per il Regolamento del Senato - dice - il 30/10 ha stabilito che per casi di non convalida dell' elezione il voto fosse palese perché a tutela della composizione del plenum e non sulla persona. Non ci sono novità per riaprire ora il dibattito».

CASINI E LA SOSPENSIVA- Poi sono state presentate, da parte del centrodestra, 6 questioni pregiudiziali e 7 ordini del giorno in difformità della relazione della Giunta per le Immunità. Mentre si alternavano dunque diversi esponenti di Forza Italia(da Mussolini alla Gasparri), spiccava la proposta di Pierferdinando Casini : « Una sospensiva e il rinvio alla decisione della Corte di Cassazione sul riconteggio dell'interdizione: non possiamo liquidare la storia di 20 anni come un evento criminale».

ATMOSFERA MOLTO TESA- L'atmosfera in Aula è parsa comunque molto tesa: Sandro Bondi e Roberto Formigoni hanno avuto un alterco, Alessandra Mussolini se l'è presa con Angelino Alfano: «È un piranha, lo chiamo Lino e non Angelino», mentre ancora Bondi e Gasparri hanno apostrofato i senatori a vita: «Vergognatevi» . Colpevoli, secondo i due forzisti, di essersi presentati soltanto in occasione del voto sull’espulsione del Cavaliere. Gli alfaniani intanto danno appuntamento alle 18.30, dopo il voto, per fare il punto.

27 novembre 2013



Forza Italia attacca i senatori a vita: «Non ci siete mai, perché oggi sì?»

Corriere della sera

Percentuali bassissime di presenze per i membri nominati da Napolitano. Piano non ha mai votato. Ma neppure Berlusconi

Cattura
Il loro voto potrebbe essere determinante sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Per questo i senatori a vita recentemente nominati da Giorgio Napolitano sono finiti nel mirino di Sandro Bondi e Maurizio Gasparri: «Vergognatevi!».
Bondi lo ha detto a chiare lettere in conclusione del suo intervento in aula: «Chiedo ai colleghi senatori se ritengono opportuno e accettabile se coloro che sono stati di recente nominati senatori a vita che non si sono contraddistinti per una loro presenza fattiva siano oggi presenti per un voto come questo sulla decadenza del leader del centrodestra italiano». Un appunto a cui ha subito replicato il capogruppo dei senatori del Pd, Luigi Zanda: «Il nostro ordinamento costituzionale prevede la presenza dei senatori a vita che, dal momento della loro nomina, sono senatori a tutti gli effetti».

La presenza dei senatori a vita di più recente nomina, però, non è in effetti stata particolarmente assidua. Da quando sono stati nominati dal presidente della Repubblica lo scorso 30 agosto, le sedute del Senato sono state 48, per un totale di 629 votazioni. Tolto Claudio Abbado assente per motivi di salute (e non è presente neppure oggi, come sempre per motivi di salute l’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi), gli altri tre hanno collezionato un numero risibile di presenze.

Elena Cattaneo, ad esempio, la più assidua dei tre, ha preso parte a 115 votazioni, pari al 18,28% del totale. Carlo Rubbia ha votato solo 5 volte, per una percentuale dello 0,79%. Renzo Piano, infine, non ha mai votato sino ad oggi: zero presenze in occasione dei 629 voti a cui avrebbe potuto partecipare e di conseguenza 0% sul totale . Per questo motivo proprio lui è finito nel mirino di Gasparri che lo ha chiamato in causa per nome e cognome. C’è tuttavia anche un altro senatore che risulta non avere mai partecipato ad alcuna votazione: è proprio Silvio Berlusconi che il sistema di rilevazione dei voti di Palazzo Madama non ha mai registrato come presente in alcuna delle 1.856 votazioni effettuate dall’inizio della legislatura: anche per lui un inesorabile 0%.

(Fonte: Senato.it-Riepilogo votazioni con sistema elttronico)
27 novembre 2013





Decadenza Berlusconi, il voto del Senato

Corriere della sera

di Aldo Cazzullo
Mercoledì, 27 novembre 2013

13:33 Bondi ormai pare santa Teresa in estasi del Bernini

13:33 Intensissimo il volto di Bondi che osserva la sua donna difendere il suo capo con la bocca socchiusa e la salivazione azzerata

13:32 La Repetti, accanto al compagno Bondi che la guarda adorante, non tradisce le aspettative: "quest'aula, che dovrebbe essere un tempio di saggezza, commetterà un delitto politico..."

13:29 Attesissimo l'intervento della senatrice Repetti, che in mattinata ha avuto uno scontro quasi fisico con Formigoni

13:28 Giovanardi denuncia il calvario di Forlani: "eravamo a cena insieme e alle 9 di sera è dovuto scattare in piedi e andarsene perché era ai servizi sociali..." O era una scusa per liberarsi di Giovanardi?

13:26 Il sen. Falanga: "B continuerà a essere amato da me, e da milioni di italiani!". Soprattutto da lui

13:19 Il Nobel Rubbia si aggira da solo e spaesato nei corridoi del Senato: "Bondi e Gasparri mi attaccano? Non mi preoccupo, nessun problema"

13:12 Parla Giarrusso dei Cinque Stelle, Bondi ha una smorfia di disprezzo e sofferenza

13:07 Strepitoso paragone tra B e Mandela: "i grandi leader continuano a fare politica anche se privati della libertà..."

13:01 Voto su B anticipato alle 17, in concomitanza con il suo comizio

12:59 Storica stretta di mano tra il leggendario Scilipoti e il mitico Razzi. Ci vorrebbe Crozza per raccontarla

12:57 Prende la parola il sen. Caliendo: fuggi fuggi generale. Grasso costretto a chiedere: "chi intende lasciare l'aula è pregato di farlo in silenzio..."

12:49 Grasso costretto a precisare che il senatore Abbado non c'è perché "gravemente ammalato"

12:47 Gasparri appoggia l'attacco di Bondi ai senatori a vita: "siete qui per unirvi alla gogna..."

12:46 Bondi somatizza la sofferenza del suo presidente, reclina il capo tra le mani, sinceramente affranto

12:41 Bondi lamenta la presenza dei senatori a vita: "non ci siete mai, siete venuti solo oggi! Vergogna!". La sua compagna senatrice Repetti: "Vergognatevi!"

12:40 La Finocchiaro favorevole al rimpasto di governo, Formigoni preoccupatissimo: "il rimpasto no, altrimenti viene giú tutto..."

12:39 Naccarato insiste: "ho copia di una lettera in cui Cossiga vaticina a B: sarai cacciato dal Parlamento e rischierai di finire in galera"

12:32 Sollievo in sala stampa: è arrivato Gustavo Selva (ma non avrà un nipotino da portare all'asilo?)

12:31 Naccarato, altro alfaniano, ha la cravatta dei Quattro Gatti di Cossiga: "Il presidente aveva predetto questa giornata..."

27 novembre 2013 





Parlamento story: i 10 momenti top del Cavaliere

Corriere della sera

Mercoledì 27 novembre potrebbe essere l’ultimo giorno da parlamentare di Silvio Berlusconi, dopo quasi vent’anni di presenza interrotta nelle due camere: il Cavaliere ha occupato uno scranno a Montecitorio e uno a Palazzo Madama.


È stato nelle retrovie e al centro, quattro volte presidente del consiglio. Ha pronunciato discorsi passati alla storia, tra amici rinnegati e poi ritrovati, nemici diventati alleati (e viceversa), colpi di teatro e virate a 360 gradi. In questa carrellata abbiamo scelto dieci tra le più significative immagini del “presidente-parlamentare”: iniziamo col primo governo Berlusconi, maggio 1994,ci sono gli «azzurri della prima ora», da Giuliano Ferrara ad Antonio Martino. Ed è la prima di dieci istantanee che sono la storia di questo Paese, di questo ventennio che si è articolato tutto intorno alla figura del Cavaliere. E che forse ora si chiude. (A cura di Matteo Cruccu- ilcruccu@twitter.com)


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Da Craxi a Obama: gli incontri con i leader|FOTOSTORIA
Dalla «discesa in campo» alla decadenza FOTO E VIDEO

I senatori a vita assenteisti si fiondano in Aula per fucilare il Cav

Nico Di Giuseppe - Mer, 27/11/2013 - 12:36

Sono Elena Cattaneo, Carlo Rubbia e Renzo Piano. C'è anche Monti



Alcuni di loro, fino al 7 novembre, non avevano collezionato alcuna presenza in Senato.


Oggi, giorno della decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, si sono fiondati a Palazzo Madama. Roba da stakanovisti. Parliamo di tre dei quattro senatori a vita nominati nell'ultima tornata del 30 agosto da Giorgio Napolitano. Sono Elena Cattaneo, Carlo Rubbia e Renzo Piano. Proprio contro quest'ultimo si è scagliato Maurizio Gasparri, che ha parlato di "un comportamento discutibile di un senatore a vita recordman di assenteismo, si presenta oggi per contribuire al vergognoso rito dell’illegalità, il fatto si commenta da solo. 

Che brutta figura". Anche il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi, si è scagliato contro i senatori a vita: "Vergognatevi. Chiedo ai colleghi senatori se ritengono opportuno e accettabile se coloro che sono stati di recente nominati senatori a vita che non si sono contraddistinti per una loro presenza fattiva siano oggi presenti per un voto come questo sulla decadenza del leader del centrodestra italiano". 

A inizio novembre, Pdl e M5S hanno trovato convergenza su un ordine del giorno che prevedeva l'allargamente dell'absence tax (quel meccanismo per cui un senatore per ogni giorno in cui non è presente ad almeno il 30 per cento delle votazioni si vede decurtare un quindicesimo della parte variabile della diaria) anche ai senatori a vita. Presente in Senato anche l'altro senatore a vita, Mario Monti, anche lui nominato dal Colle.

"L’articolo 1 del regolamento del Senato afferma che i senatori acquisiscono le prerogative della carica e tutti i diritti per il solo fatto dell’elezione e della nomina. Questo può bastare", ha dichiarato il presidente del Senato Pietro Grasso. Anche il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, è intervenuto affermando che "i senatori a vita sono senatori a tutti gli effetti e partecipano a tutte le sedute. Mi auguro che continuino a partecipare attivamente".

Claudia Mori:«Mia figlia Rosalinda gay, dovevo dirle che per me non cambiava nulla»

Corriere della sera

La produttrice: avevo paura che soffrisse, spero che la mia esperienza aiuti altri genitori

Cattura
«Avrei voluto dirle prima che per noi non cambiava niente». Quando parla di sua figlia Rosalinda, è l’unica cosa che Claudia Mori rimpiange. Attrice al cinema e in tv, 45 anni, Rosalinda Celentano è la terzogenita del Clan. La scorsa settimana ha raccontato al settimanale Vanity Fair la sua storia con Simona Borioni, 40 anni, anche lei attrice, la donna che ama e vorrebbe sposare. È la prima volta che Rosalinda parla pubblicamente della sua relazione, dopo un lungo percorso che l’ha portata dai dubbi sul suo orientamento sessuale a un equilibrio finalmente conquistato. Sua madre Claudia, 69 anni, il matrimonio-sodalizio con Adriano Celentano, una vita nello show business e oggi produttrice, si è sempre rifiutata: ha sempre difeso con le unghie e con i denti la privacy della sua famiglia, un angolo di normalità sottratto ai riflettori. Se ora accetta di farlo è solo perché spera di poter «essere d’aiuto a genitori e figli che dovessero trovarsi nella stessa situazione».

Lei scoprì l’attrazione di sua figlia per le donne perché la sorprese adolescente a baciare un’altra ragazza. Anche per questo Rosalinda teme di aver deluso le sue aspettative. È stato così? «Per la verità io allora interpretai la cosa come un’ingenuità tra ragazze. Una “bravata”, quasi. Tra l’altro Rosalinda è sempre stata espansiva con tutti...».

Non fu neppure sorpresa?
«Questo sì, ma niente di più. E non perché volessi scacciare l’idea che Rosalinda potesse essere attratta dalle donne. Non cambiò in alcun modo il rapporto con lei».

Ne parlò con qualcuno?
«Ne ho parlato subito a Rosita (la figlia più grande, ndr ) che sul momento ha negato. Ma presto ha iniziato a farmi domande: “Mamma ma anche se fosse, cosa ci sarebbe di grave? Non è importante solo la sua felicità?”. Rosita è stata ed è una sorella meravigliosa, ha avuto un ruolo importante nel percorso di Rosalinda. Con Adriano ne ho parlato un po’ dopo. Con estranei mai: ho sempre pensato che fosse una forzatura che poteva diventare addirittura una discriminazione».

Avete mai temuto che vostra figlia potesse in qualche modo soffrire?
«Come molti genitori abbiamo pensato e temuto che la vita sarebbe potuta essere più difficile per l’ignoranza e le discriminazioni, ormai parti imperanti di questa orrenda società becera. Ma le nostre reazioni e sentimenti partivano sempre dalla condanna di qualsiasi pregiudizio. Non voglio dire e far credere che sia stato tutto così automatico e logico, sarei bugiarda. Anche noi abbiamo avuto dei momenti cupi ma non ci siamo mai chiusi nel silenzio, nel “far finta di niente”... mai».

Suo marito come ha reagito? «È stato fantastico perché ha aggiunto amore e attenzioni a quelle per sua natura già molto presenti».

Oggi sappiamo che non è così, ma a lungo si è pensato che l’omosessualità fosse dovuta a uno sviluppo mancato della psiche. E spesso la prima reazione di un genitore di fronte a un figlio gay è: «Cosa ho sbagliato?». Le è successo? «Non ho mai provato alcun senso di colpa, semplicemente perché non esiste alcuna colpa e diversità da “riparare”. Mia figlia Rosalinda non sempre l’ho capita e non sempre ho condiviso certi suoi atteggiamenti o dichiarazioni. Ma mai per i suoi orientamenti sessuali. Io credo fermamente che questi ragazzi vadano aiutati non a cambiare, ma a sopportare questa società violenta e razzista».

Rosalinda, nel tempo, ha cambiato il modo di parlare della sua attrazione per le donne: dà l’impressione di essere passata da un rifiuto a una maggiore serenità. Pensa che sia quel rifiuto ad averle creato problemi, ora superati, con l’alcol? «Sì, credo che lei non si accettasse fino in fondo. Penso alle sue interviste, dove parlava di amare tutto: un albero, un tramonto, una statua, un bambino... Lei è anche questo, ma oggi sono portata a pensare che fosse un modo per mandare dei segnali. A un certo punto l’abbiamo convinta a farsi guidare in un percorso di conoscenza di sé. E credo che questo cammino “guidato” abbia avuto un ruolo importante. La questione dell’alcol potrebbe essere collegata a questo».

Le cose tra voi due sono cambiate? «Recentemente, d’accordo con Adriano, ho deciso di parlarle apertamente, dicendole che per noi non sarebbe cambiato nulla sapendo dei suoi orientamenti sessuali. Lei sarebbe rimasta la nostra figlia amorosa di sempre, che vorremmo vedere più felice e serena perché la nostra felicità è direttamente legata alla sua. Vorrei solo averlo fatto prima. E penso che comunque Rosalinda abbia fatto benissimo a rivelare la sua natura: non è una malattia o un errore che andrebbe “corretto”. Sono altre le tendenze da correggere!».

Cosa direbbe a un genitore che scopre l’omosessualità di suo figlio?
«Non sono capace di dare consigli, direi solo di non farli mai sentire soli. E se ci troviamo impreparati, come genitori ma anche come figli, cerchiamo di scoprire insieme il modo di comprendere gli uni e gli altri. “Chi sono io per giudicare?”: papa Francesco lo ha detto e la strada è questa».

Lei come madre, grazie a Rosalinda cosa ha capito? «Che i figli bisogna amarli come sono e guidarli nel cercare di non fare errori irreparabili, che certo non sono l’omosessualità o altre scelte di vita. Guidarli nel rimanere persone oneste e buone. I nostri figli lo sono: di questo sono certa e orgogliosa».

27 novembre 2013

Wikipedia: l' enciclopedia che pochi comperano e tutti usano

Corriere della sera

gianluca nicoletti


Da quando abbiamo smesso d' acquistare enciclopedie a rate, i più ne fanno uso  senza chiedersi chi paghi per quel servizio.


Cattura
Saremmo disposti a pagare per  consultare Wikipedia? Se improvvisamente il servizio non fosse più gratuito, di sicuro, sarebbero in molti a farlo senza pensarci un momento. La libera enciclopedia on line è sedimentata oramai nell’uso quotidiano di ogni utente della rete, sarebbe impossibile farne a meno. Possiamo discutere fino all’ esaurimento sulla differenza con le fonti più autorevoli e certificate nel mondo concreto. Wikipedia però è più che sufficiente a fornirci strumenti immediati di consultazione su quella parte di scibile umano che a noi necessita per un uso quotidiano. Serve per colmare vuoti di memoria, per sapere date, titoli, riferimenti, per fare citazioni, per scrivere note, per lavorare, per fare colpo.

Eppure fino ad ora nessuno ci ha chiesto mai di pagare per poterla consultare. Solo se si fa attenzione ogni tanto l’occhio cade su un appello del fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales. Ci ricorda discretamente che Wikipedia è il quinto sito più visitato al mondo e ogni mese è utile a 450 milioni di persone, che visualizzano miliardi di pagine. Lui la vede come un parco pubblico, o meglio un tempio per la mente. Chiunque può andarci a riflettere, imparare, condividere la propria conoscenza con gli altri. Il signor Wales non ha nulla contro la pubblicità, ma preferisce lasciare pulite le sue pagine e si affida al contributo volontario dei suoi lettori. Se ogni persona connessa al messaggio donasse 5 euro, basterebbe un giorno per sostenere il lavoro di un anno.

Fino a ora sembra che, anche se a fatica, sembra ce l’ abbiano fatta. Significa che risulta convincente anche una richiesta fatta così sottovoce, senza finestre colorate che invadono il monitor, senza video promozionali che partono a tutto volume, senza popup, senza offerte speciali. Chi usa quel servizio quindi lo apprezza e, senza esserne obbligato, contribuisce a tenerlo in piedi.

Appena fatto il pagamento arriva immediato il ringraziamento on line personalizzato, dove si spiega come saranno impiegati i soldi: “È così che Wikipedia paga le proprie bollette”, spiegandoci che la donazione rende il servizio utilizzabile da tutti. Anche se quando cita qualche esempio di persone che potrebbero beneficiarne, a dirla tutta, fa un po’ virare la comunicazione sull’ onda emotiva di una catena di S. Antonio:  

“Un'ambiziosa bambina di Bangalore che sta imparando da autodidatta a programmare al computer; una casalinga di mezza età di Vienna alla quale è stato appena diagnosticato il morbo di Parkinson; un romanziere che sta studiando la letteratura britannica di metà Ottocento; un bambino salvadoregno di dieci anni che ha appena scoperto Carl Sagan.”

Andrebbe aggiunto che si contribuisce anche per i tanti che ne fanno uso continuato senza nemmeno chiedersi chi paghi per quel servizio. Pronti comunque a sostenere che non serve a nulla se smettesse d’ essere free per tutti. Fermo restando che l’ app con l’ oroscopo quotidiano, o il servizio sms per conoscere la propria compatibilità con un eventuale partner, non se lo nega nessuno, anche se si paga.

Bisognerebbe fare uno sforzo di memoria e tornare con la mente agli anni opulenti della nostra storia patria, quelli in cui le medie famiglie italiane si sono svenate per comperare a rate montagne di enciclopedie illustrate per ragazzi. Erano mobilitate intere scolaresche e portate a forza nei cinema. Ai ragazzi, con almeno un genitore in accompagno, veniva propinato un filmetto di Franco e Ciccio e nell’ intervallo tra i due tempi la platea era presa d’ assalto da un esercito di venditori (per lo più studenti in cerca di quattro soldi), che circuivano mamme, zie e nonne con allettanti offerte di rateizzazioni invisibili e un fanta omaggio che avrebbero portato a casa all’ istante. Spesso si trattava di un un giocattolo intelligente, o set da disegno, o plasticame appariscente.

Pochi genitori si astenevano, anche per non sembrare pidocchiosi di fronte agli altri. Pensavano in fondo di fare un investimento utile per i loro figli. Oggi quel monumento pesantissimo di decine di volumi resiste nei mercatini vintage, ma era destinato a una vita limitata. L’enciclopedia on line, che si auto produce e sovrascrive di continuo, invece probabilmente continuerà a essere utile ancora per le generazioni passate e quelle a venire. La fetta di umanità che di questo è certa, almeno nell’ acquisto d’enciclopedie, oggi si fa carico anche di tutti quelli che non si pongono il problema di abbia messo mano al portafogli per far sembrare loro meno ignoranti.

Abbandonata dopo la nascita, fa causa al padre e la vince: sarà risarcita

Il Messaggero


Cattura
È stata abbandonata poco dopo la nascita dal padre che, pur avendola riconosciuta, non se ne è mai occupato dal punto di vista morale, nè materiale. Divenuta maggiorenne la ragazza, assistita dall'avvocato Iacopo Gori, ha deciso di fare causa all'uomo e l'ha vinta: il Tribunale di Mantova ha infatti condannato il padre a versarle un risarcimento. «La giovane è figlia di una coppia sposata - racconta il legale - Il padre l'ha riconosciuta, ma di fatto non se ne è mai occupato. Dopo poco la nascita della bambina, si è trasferito in Lombardia e si è rifatto un'altra vita e un'altra famiglia.

La bambina ha vissuto con la madre e a nulla sono valsi i tentativi, portati avanti anche tramite parenti, di riallacciare il rapporto con il padre». «Così, diventata maggiorenne, la ragazza ha deciso di fargli causa - spiega l'avvocato Gori - La richiesta iniziale era di oltre 100mila euro, alla fine il giudice ha ridotto il risarcimento a 1000 euro per ogni anno fino a 18 anni e 500 per ogni anno successivo. Ma è importante il fatto che è stato affermato un principio: il diritto a mantenere un rapporto durante la crescita con entrambi i genitori e il diritto a un danno esistenziale se questo diritto viene leso». Il risarcimento dunque ammonterà all'incirca a 22mila euro.


Martedì 26 Novembre 2013 - 22:18
Ultimo aggiornamento: 22:20

La verità sulla strage di Brescia se uccidi un uomo, uccidi il mondo

La Stampa

ferdinando camon

Benedetta Tobagi ricostruisce sogni, amori e progetti delle vittime di piazza della Loggia. E si chiede se gli stragisti crolleranno mai


Cattura
I tedeschi hanno un problema terribile, lo chiamano «il passato che non passa», ed è questo: come possono andare avanti, lasciandosi alle spalle i crimini mostruosi che hanno commesso nella seconda guerra? La generazione dei padri non sa come consegnare quel passato alla generazione dei figli. Perciò non ne parla. Di fatto, applica un insegnamento del filosofo Habermas, assurdo sul piano teorico, che dice: «Il passato di un popolo è quella parte del suo passato che il popolo accetta». Come dire: il passato è figlio del presente. Bello. Ma la verità è l’esatto contrario: il presente è figlio del passato.

L’abbiamo sempre creduto un problema tedesco, ma è diventato anche un problema italiano: abbiamo accumulato tante colpe negli ultimi decenni, omicidi e stragi impunite, non siamo riusciti a fare giustizia, e finché non facciamo giustizia quel passato non passa, fermenta nel nostro cervello come un tumore, e poiché la nostra difficoltà a fare giustizia dipende anche o soprattutto dalla non-collaborazione dello Stato, o di parti dello Stato, questo problema intorbida il rapporto di noi cittadini col nostro Stato. È un rapporto malato.

Fare giustizia degli attentati e delle stragi che un popolo patisce rientra nel dovere di protezione e di sicurezza, che è il compito principale di uno Stato: uno Stato nasce ed esiste per questo. Se fallisce in questo, fallisce nella sua essenza. Se in quel fallimento c’è una dose di consapevolezza e di volontarietà, dello Stato o di una parte dello Stato, allora il cittadino si pone il problema se lo Stato lo difende o se deve difendersi dallo Stato.

Questo problema è tenuto aperto dall’assenza di verità su tante stragi, di Milano, Brescia, Bologna, nelle piazze, nelle stazioni, nei treni, nei cieli, come quello di Ustica. Troppe volte la giustizia è arrivata a comporre quasi interamente il puzzle della verità: c’erano tutti i tasselli, coerenti e concordanti, tranne qualcuno, ma quel qualcuno mancava non perché non fosse stato trovato ma perché era stato levato.

Nel caso della strage di Brescia, quel qualcuno, uno solo, mancava non perché non ci fosse, ma perché qualcuno diceva che non c’era. Si poteva arrivare a condanna, in quel processo. Fosse stato un processo per mafia, con quelle prove e quegli indizi e quelle testimonianze, la condanna sarebbe stata pronunciata, senza dubbio. Ma questo è un processo per strage. E nelle stragi scattano coinvolgimenti e interessi che scavalcano la Giustizia e il popolo, e toccano il Potere.

Processare le stragi significa processare il Potere, una parte, non sappiamo quanto grande, del Potere. Un processo per strage è uno scontro tra Popolo e Potere. Da tanti decenni, il Popolo esce sconfitto.

In ogni strage ci sono tante vittime ognuna delle quali è un mondo. La cultura ebraica ha diffuso un motto del Talmud, per premiare i giusti che aiutavano gli ebrei: «Chi salva un uomo, salva il mondo». Percorrendo con tenacia l’iter della strage di Brescia (i processi, udienza per udienza; il viaggio della bomba, da Venezia a Brescia, città per città, alloggio per alloggio), per scrivere

Una stella incoronata di buio (Einaudi), libro inobliabile che strizza il cuore e sveglia il cervello, Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista assassinato dalle Brigate Rosse, applica il motto speculare: «Chi uccide un uomo, uccide il mondo». Benedetta parte dalla lapide con i nomi delle vittime di Brescia, poi entra in ciascuno di quei nomi e lo apre per ricostruirne il mondo. Un mondo abbagliante di minuscoli progetti, intimi amori, viaggi, sogni…: umanità.

Si chiede, l’autrice: «Sentiranno mai il peso del male che han fatto, gli stragisti? Crolleranno mai, sotto quel peso?». Ahimè no. I piccoli esecutori possono crollare, come nel caso di Brescia (poi però il collaborante ha un ictus, e le sue testimonianze si fanno confuse), ma i grandi teorici, i neri angeli sterminatori, sono a prova di crisi. Non impazziranno mai. Perché sono già pazzi.

fercamon@alice.it

Io, ex toga Md vi racconto come i giudici di sinistra sono diventati un partito

Sergio d'Angelo - Mer, 27/11/2013 - 08:06

Negli anni Settanta i movimenti eversivi rossi trovarono un appoggio nella magistratura. Così i pm avrebbero fatto la guerra alla borghesia

La magistratura non è più un ordine costituzionalmente riconosciuto, bensì un disordine legato soltanto dalla velleitaria individuazione di quello che appare di volta in volta il nemico comune da combattere.


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Magistratura democratica nacque nel 1964, coagulando intorno a sé magistrati genericamente «di sinistra» o «progressisti»: i suoi aderenti erano particolarmente motivati dall'affermazione della piena autonomia ed indipendenza dell'ordine giudiziario rispetto al potere politico ed alla struttura gerarchica dei giudici. Il 30 novembre 1969, tuttavia, la formazione si spaccò: ne uscirono tutte le componenti moderate, accusando la frazione di sinistra di essere troppo sbilanciata a favore dei nuovi movimenti operai e studenteschi sorti nel '68.

L'occasione della rottura fu rappresentata dal «caso Tolin». Francesco Tolin era direttore del periodico Potere Operaio, che il 30 ottobre 69 pubblicò un articolo dal titolo Sì alla violenza operaia, che portò successivamente alla condanna del direttore a 17 mesi di carcere senza condizionale. Una parte di Md si schierò in difesa dell'articolo contro i reati di opinione, e successivamente criticò con toni molto duri la sentenza di condanna: atteggiamenti che non furono tollerati dalla parte moderata di quel raggruppamento, che diede successivamente vita alla corrente «Impegno Costituzionale».

Questi ultimi, dunque, rimasero fermamente ancorati alle regole dello Stato di diritto, pur rivendicando ai giudici il potere-dovere di applicare integralmente i dettami della Carta Costituzionale, e la piena autonomia ed indipendenza dell'ordine giudiziario rispetto al potere politico, senza mai uscire dai canoni tradizionali della legge: certezza del diritto, generalità ed astrattezza della norma da applicare al caso concreto. Solo in Italia i movimenti eversivi di estrema sinistra trovarono un appoggio nella più conservatrice delle corporazioni: la magistratura. Fu un caso? Certamente no, e in seguito se ne spiegheranno le ragioni.

Alla neonata Md era necessario fornire un background politico che le garantisse una forte connotazione di sinistra (anzi, di estrema sinistra): per questo non c'erano eccessivi problemi, in quanto la maggior parte delle teste pensanti di quel gruppo si erano formate - negli anni '67/74 - nei grandi calderoni politico-ideologici che erano in quel periodo le Università, e trovavano un forte supporto nei movimenti antagonisti emergenti. Fu Luigi Ferrajoli, mente finissima e giurista eccellente, poi uscito dalla magistratura per abbracciare la carriera accademica) il cuore pulsante dell'elaborazione politica della nuova Md, che vedeva nei gruppuscoli extraparlamentari di sinistra i portatori del «sol dell'avvenire», i quali avrebbero inevitabilmente abbattuto lo Stato borghese e le sue disuguaglianze di classe. Con il documento

Per una strategia politica di Magistratura Democratica Ferrajoli - insieme a Senese ed Accattatis - presentò una relazione al congresso della nuova Md tenutosi a Roma il 3 dicembre 1971, in cui la piattaforma politica del raggruppamento definiva la «giustizia borghese come giustizia di classe» e la stessa Md «come componente del movimento di classe», che avrebbe dovuto far ricorso alle «contraddizioni interne dell'ordinamento: la giurisprudenza alternativa consiste nell'applicare fino alle loro estreme conseguenze i principi eversivi dell'apparato normativo borghese».

Il giurista Tarello, nella sua relazione, concludeva l'intervento in termini estremamente preoccupati, affermando che «...questo tipo di analisi politica porta a favorire non una vera indipendenza ma piuttosto una dipendenza e un controllo della magistratura». Nessuno, allora e per molti anni a venire, colse appieno il pericolo (e il segnale) che poteva derivare dalle teorizzazioni di Ferrajoli e del gruppo toscano, e dalla critica aspra di Tarello: nessuno, tranne i membri di Md più vicini al Pci e - molto tempo dopo - i massimi dirigenti di questo partito.

Una risposta alla strategia politica messa in campo dai giudici di estrema sinistra fu data da Domenico Pulitanò - giudice di Milano notoriamente legato all'epoca al Pci: «La prassi dei magistrati democratici si pone e vuole porsi come alternativa non già ai valori democratico-borghesi (il che rischierebbe di portarci oltre la legalità) ma alle loro deformazioni autoritarie nella giurisprudenza corrente. Si può definire un “uso alternativo del diritto”? Il problema è solo terminologico... L'uso alternativo del diritto, là dove praticabile, è per noi un problema politico prima che teorico, e la discussione metodologica non deve far perdere di vista il fine politico».

Non servono parole ulteriori per chiarire quale differenza abissale di prospettive vi fosse tra l'estrema sinistra e la sinistra moderata di Md: l'uso alternativo del diritto, infatti, non era per nulla un «problema terminologico». Intorno ad esso si giocava una scelta di campo di dimensioni storiche, perché, a memoria, per la prima volta una parte consistente (e soprattutto ben attrezzata culturalmente) della burocrazia statale si schierava nella lotta di classe, sentendosene pienamente partecipe. Dopo di allora, la frazione filo-Pci di Md praticò una sorta di entrismo: né aderire né sabotare, ma restare in attesa, secondo il vecchio principio leninista pas d'ennemi à gauche («Neanche un nemico a sinistra») nella sua accezione meno truculenta e stalinista. La magistratura milanese - dove pure la frazione di estrema sinistra di Md era la più forte d'Italia - si adeguò pienamente a questa tattica.

Virdis, un gourmet in area di rigore Dalla maglia rossonera alla gastronomia

Corriere della sera

Il debutto al Milan nell’84: il goal più importante, quattro anni dopo, nella partita (vinta) con il Milan


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Pietro Paolo Virdis originario di Sindia, classe 1957, è sempre stato attento alla qualità, infatti adesso gestisce un’apprezzata bottega di cose buone (con cucina) a Milano, «Il gusto di Virdis». Attaccante completo, forte di piedi e di testa (in ogni senso), esordisce in serie A a Cagliari, a 17 anni, il 6 ottobre 1974 con il Vicenza. Nel 1977 arriva la Juventus ma, lui come Gigirriva, fa il gran rifiuto a Madama. Questioni personali (una ragazza?). Boniperti, vecchia volpe, lo stana: firma in uno scantinato di Santa Teresa di Gallura. Alla Juve è chiuso da tanti campioni e da acciacchi variopinti (mononucleosi, infezione alle tonsille). Torna al Cagliari, prima, e va all’Udinese poi.

1L’ARRIVO AL MILAN - Sempre professionale, arriva al Milan nel 1984 con qualche perplessità: sembra «vecchio». Virdis dimostra con i fatti di avere un cervello sotto i capelli brizzolati. Spigoloso e ironico, rimane in rossonero fino al 1989: 186 presenze e 76 gol, i più importanti, dopo il titolo di capocannoniere del 1987 (17), li segna il primo maggio 1988 a Napoli nell’incrocio scudetto che il Milan di Sacchi vince (3-2) con una sua doppietta. Scudetto, la Coppa dei Campioni 1989 (mezzora per Gullit nella finale). Chiude al Lecce. Non sfonda come allenatore (non è nei giri giusti), ma come gourmet conquista il nostro palato.





26 novembre 2013

Col turbante non giochi»: calciatore sikh Lasciato in panchina dall’arbitro

Corriere della sera

A dieci minuti dalla fine il colpo di scena finale: «Ho cambiato idea, può giocare»


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« O toglie il copricapo o il ragazzo non gioca». Così ha detto l’arbitro ad un giovane calciatore sikh prima dell’incontro Montirone-Sant’Eufemia, disputatosi nella bassa bresciana il 17 novembre scorso . E Gurpartap Singh è rimasto in panchina, incredulo e amareggiato. Perché secondo la sua religione quel turbante non può mai essere tolto. Perché è molti anni che gioca a calcio e quella richiesta assurda non gli era mai stata fatta da un direttore di gara, proprio perché quel turbante (a termini di regolamento) non mette in pericolo nè lui nè gli avversari.

L’ episodio di intolleranza è raccontato sulle colonne del quotidiano Bresciaoggi: il 17 novembre i ragazzi dell’Uds Montirone (categoria Allievi) si devono confrontare con la capolista, il Real Sant’Eufemia. Fanno un breve riscaldamento prepartita e Gurpartap, come sempre, indossa il suo turbante. Negli spogliatoi, però, l’arbitro non sente ragioni. “O lo toglie o non gioca”. I tecnici della squadra cercano di farlo ragionare, ma l’arbitro è irremovibile. Non è chiaro il motivo della sua scelta, le regole dicono che un copricapo va tolto solo se può risultare pericoloso. Ma non è certo questo il caso. “Un gesto vergognoso”, dicono i dirigenti della squadra che hanno denunciato l’episodio alla Figc. Senza contare la beffa finale: a dieci minuti dalla fine l’arbitro si avvicina all’allenatore. E gli dice che ha cambiato idea: “il ragazzo può giocare”. Ma lui, Gurpartap, è rimasto seduto in panchina. Con gli occhi pieni di sdegno.

27 novembre 2013

Interrogazione alla Commissione Ue per il “Premio Hitler”

La Stampa

Polemiche per il riconoscimento ideato da Federfauna come ferma «condanna di chi calpesta i diritti umani in nome di ideologici diritti degli animali»


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L’ideazione del “Premio Hitler”, inventato dall’italiana Federfauna come «condanna di chi calpesta i diritti umani in nome di ideologici diritti degli animali», è stata a sua volta condannata dall’eurodeputato Tiziano Motti (Udc/Ppe) che ha presentato una interrogazione urgente alla Commissione europea e inviato una lettera al presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz. Il premio, secondo Motti, è un «fatto grave, visto che Federfauna ha ricevuto l’accreditamento presso le Istituzioni europee e nel proprio Statuto riporta “la promozione dei valori europei e democratici”».

Il “Premio Hitler”, puntualizzava nella nota il legale di Federfauna, Massimiliano Bacillieri, «non condanna certo chi ama gli animali, tra i quali noi stessi ci collochiamo. Le analogie tra animalisti e nazisti - chiosa - non significano certo che coloro che dichiarano di amare gli animali siano tutti cattivi, ma sicuramente che non siano tutti buoni come qualcuno vorrebbe far credere». La seconda edizione del premio è stata attribuita da Federfauna (sindacato delle associazioni di allevatori, commercianti e detentori a vario titolo di animali) all’ex ministro dell’ambiente e presidente della Lega italiana per la difesa degli animali e dell’ambiente, Michela Vittoria Brambilla. L’ex ministro non ha ritirato il premio, una targa con una immagine del Fuhrer che accarezza un pastore tedesco e la scritta Animal Reich al posto della parola Rights cancellata da una croce.

Curriculum ‘gonfiato’ e reso più ricco: condannato

La Stampa


Fatale la candidatura inviata da un uomo a un Comune, nell’ottica della costituzione di un collegio di esperti. Il bluff, relativo alle precedenti esperienze lavorative, viene subito scoperto, ed è sanzionabile alla luce della norma sulle false dichiarazioni sulle proprie qualità personali. 

Il caso

CatturaDomandone da un milione di euro: come preparare il proprio curriculum vitae per renderlo efficace e, passateci il termine, ‘competitivo’? Di risposte ne troverete a migliaia – basta una ‘navigata’ online per rendersene conto... –, ma su un punto non vi possono essere dubbi, incertezze, differenze di opinioni: mai bluffare! Perché si rischia una condanna... (Cassazione, sentenza 26600/13). A dare il ‘la’ alla vicenda giudiziaria è il progetto di un Comune meridionale per la formazione di «un Collegio di esperti, denominato Nucleo di valutazione». Come facilmente immaginabile, le candidature sono una vera e propria valanga, e corposo è il lavoro di scrematura. Ma è un curriculum vitae, in particolare, a richiamare l’attenzione...

Per quale ragione? Perché esso si rivela essere un bluff. Difatti, le precedenti esperienze professionali messe ‘nero su bianco’ – «responsabile della gestione valutazione del personale» di una società, «caporedattore e responsabile del personale» per una emittente televisiva, ancora «redattore con funzioni di coordinamento e valutazione redazionale» per una seconda emittente televisiva –  sono fittizie. Bluff scoperto, quindi, e che, per giunta, viene sanzionato in maniera dura: difatti, l’uomo, che ha presentato il curriculum ‘tarocco’, è condannato, sia in primo che in secondo grado, «per il delitto di false dichiarazioni sulle proprie qualità personali».

E questa linea di pensiero viene condivisa anche dai giudici della Cassazione, i quali, respingendo le rimostranze manifestate dal legale dell’uomo, confermano la condanna, sottolineando che «per qualità personali si deve intendere ogni attributo che serva a distinguere un individuo nella personalità economica o professionale». All’interno di questo quadro, è evidente, «una qualifica professionale, ovvero l’effettivo esercizio di un’attività lavorativa, rientrano nel novero delle qualità personali da dichiarare nella loro reale consistenza».

Tale visione calza a pennello, ad avviso dei giudici, alla vicenda in esame, perché «l’allegazione, ad una domanda rivolta ad un ente pubblico, di un curriculum vitae contenente false dichiarazioni circa proprie esperienze lavorative vale ad integrare gli estremi oggettivi del mendacio», richiesto dalla norma del Codice Penale. E, viene aggiunto, non è rilevante la «mancata sottoscrizione del curriculum», richiamata dall’uomo a propria difesa, per la semplice ragione che «la sottoscrizione in calce alla domanda presentata al Comune vale a rendere proprie» del candidato «anche le allegazioni riguardanti le pregresse esperienze lavorative, sia pur indicate in diverso foglio».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Madre di tre gemelli scopre vecchio bot nella casa dei nonni: è diventata ricca

Il Messaggero


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A una casalinga di Macerata, separata e madre di tre gemelli, il Ministero dell’economia dovrà pagare 185mila euro per un certificato di debito pubblico di 50mila lire del 1956. R.M. durante alcuni lavori di ristrutturazione della casa degli avi a Macerata, ha ritrovato nella soffitta una scatola contenente un involucro con alcuni vecchi ricordi di famiglia, tra i quali un certificato di debito pubblico dello Stato Italiano del 1956 del valore nominale di lire 50mila. Il titolo è stato fatto stimare da Agitalia, a cui si è rivolta la donna, a un nostro consulente contabile ed è risultato un valore monetario attuale, tra interessi, rivalutazione e capitalizzazione, per circa 57 anni di giacenza nelle casse dello Stato di 185mila euro (calcolo effettuato dal 2 luglio 1956 al 15 ottobre 2013).

La donna ha conferito mandato all'ufficio legale di Agitalia per agire al fine del recupero della somma presso la Banca d’Italia ed il Ministero delle Finanze obbligati in solido ad “onorare” tutti i debiti degli Istituti bancari non più esistenti e dei titoli pubblici facenti capo allo Stato italiano. A fine ottobre 2013 è stata inoltrata la richiesta al Ministero dell’Economia ed a Bankitalia per la restituzione della somma maggiorata con tutti gli emolumenti di legge. Nel frattempo è stata avviata anche la procedura di mediazione tornata obbligatoria a seguito delle recenti riforme normative. Per informazioni relative alla riscossione dei libretti bancari o dei buoni postali scaduti è sufficiente visitare il sito www.agitalia.info o scrivere alla Associazione all’indirizzo agitalia@virgilio.it per ricevere telematicamente e gratuitamente tutte le informazioni necessarie a riscuotere i titoli di credito dei decenni passati.


Mercoledì 27 Novembre 2013 - 10:18
Ultimo aggiornamento: 13:16

Per giocare alle slot-machine servirà la tessera sanitaria

Corriere della sera

La proposta del comitato che sta lavorando alla legge sulla ludopatia. Miotto (Pd): «Così si risparmia»

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Per giocare al videopoker o alle slot-machine servirà la tessera sanitaria. Lo ha deciso il comitato ristretto che, in Commissione Affari sociali della Camera, sta lavorando per unificare le sette proposte di legge per «la prevenzione, il contrasto e la cura della ludopatia». Attraverso il tesserino sanitario sarà possibile accedere a una banca dati che contiene tutte le informazioni sulla tipologia di giocatore: quanti soldi ha giocato, quando, con quale frequenza. Sarà inoltre possibile introdurre un tetto di «autolimitazione» oltre il quale non è possibile scommettere. Il provvedimento dovrebbe arrivare in Aula per la discussione nella seconda metà di dicembre.

STRUMENTO ECONOMICO - «È uno strumento più economico dell’apposita tessera del giocatore, inizialmente vagliata e consente di interrogare una banca dati che permette la conoscenza di tutto quello che si è giocato» spiega Margherita Miotto del Pd, membro del comitato che sta esaminando il provvedimento sulla ludopatia. Il problema anche in questo caso è trovare la copertura finanziaria. «Non ci possiamo permettere una legge manifesto, per questo ora dobbiamo capire dove prendere i soldi» ammette Miotto. Che aggiunge: «Il gioco d’azzardo patologico è stato oggetto di ben tre provvedimenti nel corso degli ultimi anni, ovvero il decreto Balduzzi, il decreto interdirigenziale collegato alla Finanziaria del 2011 e la delega fiscale». Se fossero stati tradotti in pratica gli intenti, conclude, «non ci troveremmo qui a discutere».

RISCHIO FRODE - Non è d’accordo con la proposta del comitato Andrea Cecconi, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione Affari Sociali della Camera. Secondo lui, «la tessera sanitaria per poter giocare d’azzardo è uno strumento meno sicuro di una tessera espressamente dedicata, simile a quella del tifoso, che avrebbe reso più difficile un utilizzo fraudolento della stessa. Anche un minore potrebbe prendere il tesserino sanitario del nonno e andare a giocare», spiega. Per Cecconi questo sistema «renderebbe più difficile introdurre un’autolimitazione del tetto di spesa o l’autoesclusione dal gioco».

MALATTIA, NON VIZIO - La «malattia del gioco d’azzardo» fa paura, soprattutto in mezzo a una crisi economica. Colpisce, o rischia di colpire «un numero di italiani che va da 800mila a un milione e mezzo - secondo lo psichiatra Michele Sforza, intervenuto al meeting “Non mettiamo in gioco la salute” al Casinò di Campione d’Italia -. Bisogna poi aggiungere almeno otto persone per ciascun giocatore, tra familiari, amici e altri che vengono coinvolti in questa patologia e in qualche modo ne fanno le spese». «Il gioco d’azzardo di per sé non è patologico - precisa Sforza - ma può assumere le caratteristiche di una vera e propria malattia quando diventa una modalità ripetitiva, compulsiva». I giocatori patologici sono una minoranza dei giocatori d’azzardo (tra l’1,5 e il 3%). L’importante è, spiega Sforza, «poter disporre del concetto di malattia, e non considerare più il problema della dipendenza da gioco come un vizio. Le malattie infatti non si rimproverano, si curano. Oltre a curare i malati, però, ci sta molto a cuore la prevenzione. È fondamentale impedire che da un gioco normale si arrivi a un gioco patologico».

26 novembre 2013

Un provider può essere obbligato a bloccare dei siti che offrono materiale protetto da copyright

Il Messaggero

Svolta nelle norme per la protezione del diritto d'autore. I provider che hanno sede fuori dall'Ue, in quanto "intermediari", saranno perseguibili nel caso in cui offriranno dei siti con contenuti protetti da copyright. Un internet provider può essere così obbligato a bloccare ai suoi clienti l'accesso ad un sito internet che viola il diritto d'autore: è quanto afferma l'avvocato generale Cruz Villalon nelle conclusioni della causa tra l'internet provider austriaco UPC Telekabel Wien e società Constantin Film Verleih e Wega Filmproduktionsgesellschaft.


CatturaLe conclusioni dell'avvocato generale in genere sono riprese nelle sentenze dei giudici Ue. In base al diritto dell'Unione, spiega l'avvocato generale, gli Stati membri devono assicurare che i titolari dei diritti d'autore possano chiedere un provvedimento inibitorio nei confronti di intermediari i cui servizi siano utilizzati da un terzo per violare i loro diritti. I fornitori di accesso a internet (gli internet provider) vanno considerati come intermediari. Nella prassi i gestori di un sito internet illegale o tali internet provider di siti online operano di frequente al di fuori dei confini europei oppure occultano la loro identità, così da non poter essere perseguiti.

La suprema Corte austriaca «ha chiesto quindi alla Corte se anche il provider, che si limiti a procurare agli utenti l'accesso a internet di un sito internet illegale, debba essere considerato un intermediario da prendere in considerazione nel caso in cui i suoi servizi siano utilizzati da un terzo - quale il gestore di un sito internet illegittimo - per la violazione di un diritto d'autore, di modo che anch'esso possa essere assoggettato ad un provvedimento inibitorio».

Su domanda della Constantin Film e della Wega i giudici dei precedenti gradi di giudizio hanno proibito all'UPC di fornire un accesso ai suoi clienti al sito internet kino.to. Tale sito internet permette agli utenti l'accesso a film i cui diritti ricadono nella titolarità della Constantin e della Wega, che possono essere visti in streaming oppure scaricati. L'UPC non ha alcun rapporto giuridico con i gestori del sito internet e non metteva a loro disposizione nè un accesso a internet nè uno spazio per la memorizzazione.

Secondo la suprema Corte austriaca, si può però ritenere con quasi assoluta certezza che alcuni clienti dell'UPC abbiano fruito dell'offerta di kino.to. Perciò l'avvocato è del parere che anche l'internet provider dell'utente di un sito internet che viola il diritto d'autore debba essere considerato come un intermediario i cui servizi sono utilizzati da un terzo per violare il diritto d'autore e di conseguenza deve essere preso in considerazione quale destinatario del provvedimento inibitorio.


Martedì 26 Novembre 2013 - 16:54
Ultimo aggiornamento: 16:57

Ciclisti e automobilisti guai a guidare con le cuffie

La Stampa
beppe minello

E l’auricolare dev’essere singolo: si rischiano 160 euro di multa. Lo prevede il codice del 1993


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Esageriamo: per una volta siamo avanti rispetto a Londra. Se vi ha colpito l’ordinanza del sindaco Boris Johnson contro i ciclisti sotto il Big Ben che pedalano nel traffico con la testa immersa nella musica sparata nelle orecchie da cuffie acustiche sempre più professionali e colorate, sappiate che qui, e in tutto lo Stivale, è vietato dal ’93. Lo sanno i vigili - non tutti, ve lo assicuriamo - e sicuramente i 12 ciclisti con le orecchie tappate multati nel 2012 (nove) e i tre beccati nel 2013 (il dato risale a fine settembre).

Per loro un salasso di 160 euro che oggi, se pagati entro i 5 giorni previsti dalla nuova legge, possono vedere alleggerito a 112 euro che sono pur sempre una bella zuppa. Una violazione prevista dal Codice della Strada entrato in vigore il primo gennaio del ’93. «Il Codice - spiegano il comandante dei vigili, Gregnanini, e Giovanni Acerbo - dice che è vietato al conducente (e il ciclista è un conducente come il guidatore di un autotreno, ndr) di far uso durante la marcia (e non al semaforo, ndr) di apparecchi radiotelefonici, ovvero di usare cuffie sonore ad eccezione delle Forze armate e di pubblica sicurezza. Una volta erano compresi anche gli autisti dei bus, ma sono stati esclusi».

Il vivavoce è perfetto
Sono autorizzati, va da sè, i «vivavoce» e, attenti, l’«auricolare», al singolare: occhio a guidare, o pedalare, con quei begli auricolari stereo nati con i moderni smartphone capaci di prestazioni musicali degni di un impianto Bang&Olufsen. Insomma, se mentre guidate utilizzate gli auricolari in entrambe le orecchie, almeno teoricamente rischiate la multa. Nessun problema, invece, per i pedoni e in particolare i jogger: nessun Codice della strada vieta di correre con la musica nelle orecchie. E qui siamo messi peggio di New York dove se vi capita di messaggiare con il cellulare mentre attraversate la strada vi possono punire. Giovanni Acerbo che si destreggia tra commi e cavilli meglio del miglior Thoeni tra i paletti dello Speciale, sostiene che, «sia pur a livello teorico, un articolo per sanzionare simili comportamenti ci sarebbe: il 190 che elenca come deve comportarsi il perfetto pedone, ma credo che nessuno l’abbia mai utilizzato per prendersela con qualcuno che passeggia con la testa tra le note». Per far capire quanto il divieto alle cuffie sia sconosciuto ai più, dovete sapere che i dati sulle multe ai ciclisti sono emersi ieri mattina in Sala Rossa, illustrati dall’assessore Giuliana Tedesco al leghista Carbonero.

I pedoni furibondi
Quest’ultimo, orgoglioso ciclista come ha tenuto a precisare all’aula, ha però sposato le tesi dei pedoni arrabbiati, spesso a ragione, con la protervia delle due ruote sfreccianti sotto i portici, contromano e via ad elencare: «I vigili hanno mai multato qualcuno di questi comportamenti incivili?» voleva sapere Carbonero. «Sì» gli ha risposto Giuliana Tedesco: «Ben 75 volte nel 2012 e 48 quest’anno e i dati sono fermi a fine settembre».

In bici senza mani
Nel dettaglio, le multe più numerose (28, metà nel 2012, metà quest’anno) sono state inflitte a modi originali e pericolosi di condurre la bici: ad esempio senza mani; altre sei per mancata precedenza, nove perché guidavano «in stato di ebbrezza», tre perché drogati; dodici, come già detto, perchè avevano le cuffie acustiche sulle orecchie. Un dato non comunicato a Carbonero il quale, all’oscuro come la maggior parte di noi del divieto già previsto dal Codice, ha controreplicato reclamando da assessore e sindaco, «nuovi regolamenti o ordinanze» per bloccare «il pernicioso problema delle cuffie utilizzate da chi guida».

Su Facebook il Kosovo adesso è indipendente

La Stampa

giuseppe bottero


Il colpo della diplomazia digitale: così dopo il caso Palestina-Google la rete disegna la nuova geopolitica
giuseppe bottero


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La «diplomazia digitale» batte un altro colpo. Se, fino a ieri, i 200 mila utenti Facebook attivi in Kosovo erano registrati dal social network come serbi, adesso nella sterminata repubblica di Zuckerberg possono sventolare la bandiera dell’indipendenza. Su Facebook, infatti, il Kosovo è riconosciuto come stato autonomo.

Petrit Selimi, viceministro degli Esteri, si dice «in estasi» e parla di «un passo importante negli sforzi diplomatici della giovane repubblica». Selimi, che su Twitter è una star (oltre 6mila follower), racconta che il via libera di Palo Alto, oggi, rischia di valere più di quello di Mosca. «Facebook ha 1,2 miliardo di utenti e cresce più velocemente di quanto abbiano fatto cristianesimo e Islam». Concretamente cambia poco: qualcosa a livello di pubblicità, la possibilità, per le imprese, di avere una cyber-vetrina più riconoscibile. «Gli ambasciatori digitali sono importanti - dicono gli animatori del sito digitalkosovo - perché possono migliorare la reputazione del Paese». L’attivismo in Rete della piccola repubblica è da record, se confrontato con i Paesi dell’ex Jugoslavia. Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso il 73,29% degli utenti kosovari ha un profilo su Facebook. Il 65,37% fa uso di Skype. Il 65,25% consulta con frequenza la posta elettronica. L’83% delle famiglie che risiedono fuori dai centri urbani ha una connessione.

Non è la prima volta che il Web entra a gamba tesa nella geopolitica. Lo scorso maggio era toccato a Google riconoscere la Palestina, cinque mesi dopo la decisione del Palazzo di Vetro che l’ha ammessa come Stato «osservatore non membro». La mossa aveva suscitato la protesta di Israele. «Una iniziativa sorprendente», diceva allora Yigal Palmor, portavoce del ministero degli Esteri. Per Mountain View, invece, tutto regolare. «Cambiamo il nome “Territori palestinesi” in “Palestina” in tutti i nostri prodotti - ha scritto in un comunicato - . Per attribuire i nomi dei Paesi consultiamo una serie di fonti e di autorità. In questo caso ci atteniamo all’Onu, all’Icann e all’Iso, oltre ad altre organizzazioni internazionali». 

Al Bano non più "persona non grata" per Azerbaigian

La Stampa

Il nome del cantante era finito per una visita in una provincia armena


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Al Bano non è più "persona non grata" in Azerbaigian. L'ha confermato all'agenzia TMNews l'ambasciatore azero in Italia Vagif Sadiqov. Il cantante italiano era stato inserito nella "balck-list" per una sua visita in Nagorno Karabakh, la provincia occupata dagli armeni per la quale Baku rivendica la sovranità. "Il nome di Albano Carrisi era stato incluso nella lista delle persone il cui ingresso nel territorio della Repubblica dell'Azerbaigian è stato sospeso a causa delle loro violazioni della normativa azera", ha affermato Sadiqov. "Come sapete - ha continuato - nel 2010 Carrisi ha visitato i territori dell'Azerbaigian occupati dall'Armenia, senza il consenso delle autorità azere". Tuttavia, ha precisato il diplomatico "il nome di Carrisi è stato rimosso da quella lista. Questo passo è stato assunto dopo un appello di Carrisi alle autorità azere, nel quale ha espresso dispiacere per la visita".

Al Bano ha scritto alcune settimane fa una lettera di scuse a Baku per la visita del 2010. Secondo quanto si è appreso dai media azeri, in quella missiva il cantante aveva precisato di non aver avuto alcuno scopo politico con quella visita e ha espresso il desiderio di tornare presto in Azerbaigian. L'Azerbaigian richiede che chiunque si rechi in Nagorno Karabakh si procuri un visto presso la più vicina ambasciata o consolato del paese. Italia e Azerbaigian hanno importanti relazioni economiche, anche nel settore del turismo. "Siamo fiduciosi che ci siano grandi potenzialità di cooperazione nel campo del turismo", ha detto ancora il diplomatico azero.

Il numero di turisti italiani che visitano l'Azerbaigian ogni anno "è in continua crescita". Il 18 novembre scorso si è svolto a Roma il primo Forum del Turismo Italia-Azerbaigian, al quale hanno preso parte oltre 100 operatori. Nel 2015 Baku ospiterà le prime Olimpiadi europee.

L'Unione Camere Penali scende in campo per Provenzano: «Inaccettabile il 41bis»

Corriere della sera

I legali chiedono intervento di ministro, giudici e Dap, perché il boss «è ridotto ad uno stato quasi vegetativo»


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PALERMO - L'ultima pronuncia sul caso è stata quella della Corte Europea dei diritti dell'uomo, per la quale non esistono le condizioni perché Bernardo Provenzano debba essere scarcerato o sottoposto a regime diverso da quello del 41 bis. Ma adesso, a perorare la causa del boss di Corleone, il cui avvocato si è visto respingere il ricorso presentato a Strasburgo, è addirittura l'Unione delle Camere Penali, per la quale è«inaccettabile» che Provenzano, «ormai ridotto ad uno stato quasi vegetativo», sia ancora al 41 bis. L'associazione dei penalisti chiede l'intervento «immediato» dei magistrati competenti, del Dap, e del Ministro della Giustizia, «se veramente si vuole dimostrare di aver voltato pagina rispetto ai diritti dei detenuti, specialmente quelli in condizioni di salute estreme: senza distinzioni, senza discriminazioni, senza privilegi».

«CONTRADDIZIONE» - «Non lo impone solo il senso di umanità, o il rispetto delle Convenzioni e della Costituzione», scrivono i penalisti, «ma anche e soprattutto il fatto che lo Stato deve dimostrare che è proprio il rispetto della legalità a renderlo più forte della criminalità», afferma l'Ucpi, che sottolinea «l'evidente contraddizione fra il riconoscimento, da un lato, del grave stato di salute di Bernardo Provenzano, che non gli consente di partecipare validamente al processo sulla trattativa Stato-Mafia, e, dall'altro, il mantenimento in stato di detenzione, per di più in un regime inumano». I penalisti evidenziano il silenzio sul caso, anche da parte di «coloro che, d'abitudine, si indignano per le violazioni dei diritti umani».

E, ancora, i penalisti sottolineano: «Se un'autorità giudiziaria ha accertato l'irreversibile processo degenerativo fisico e psichico di un uomo, al punto da rendere impossibile la sua partecipazione ad un processo ciò significa evidentemente che egli è incompatibile con ogni forma di detenzione, figurarsi il regime del "carcere duro". Un regime che mira a condizionare il comportamento processuale dei detenuti e di cui i penalisti sono tra i pochi a denunciare la vera natura di «tortura legalizzata», sempre ingiusto anche nei confronti di persone in buone condizioni ma che svela la propria intollerabile natura vessatoria rispetto a chi non è più in possesso delle proprie facoltà fisiche e mentali».

26 novembre 2013

Bruxelles, hacker violano il sistema informatico del Parlamento Europeo

Corriere della sera

Da lunedì il sistema , ritenuto finora inviolabile, è in tilt. «Cambiate immediatamente la vostra password»

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BRUXELLES - Wi-fi spento, email in tilt e cyber-indagini per sapere se gli hacker, probabilmente francesi, abbiano provocato altri danni al blindato sistema informatico del Parlamento europeo. Da due giorni il palazzo del potere dell’Europa, a Bruxelles, è sotto l’assedio dei pirati informatici che hanno attaccato, come mai successo in passato, le difese complesse e a volte persino logorroiche dell’Ue. Secondo alcune indiscrezioni, confermate da alcuni deputati e funzionari, gli hacker lunedì mattina sono riusciti ad aggirare i potentissimi firewall della rete mettendo in scacco il sistema. Tanto da costringere l’organizzazione ad inviare messaggi di scuse a funzionari, dipendenti ed europarlamentari, circa quattromila.

FUNZIONARI ESTERNI IN CODA - Mentre il collegamento via cavo e a fibra ottica pare abbia continuato a funzionare, i problemi maggiori si sono registrati con gli hot spot e le varie password degli indirizzi di posta elettronica. «Ma soprattutto i guai seri li stanno affrontando gli esterni che sono moltissimi e importantissimi per il funzionamento del Parlamento - spiega l’europarlamentare Susy De Martini, membro delle commissione Affari Esteri - che non riescono a collegarsi a Internet. I funzionari, e sono migliaia, sono addirittura in coda in attesa di una nuova password».

SISTEMA «INESPUGNABILE» - Son in corso accertamenti per riuscire a comprendere come sia stato possibile l’attacco anche perché siano ad oggi sistemi informatici del Parlamento europeo erano considerati praticamente inespugnabili.

«CAMBIATE LA PASSWORD» - In un documento diffuso a parlamentari e funzionari, i responsabili della Rete hanno spiegato che gli hacker sono riusciti ad entrare nella rete Wi-fi del parlamento e in conseguenza a questi attacco alcune mail box sono state violate e compromesse invitando gli utenti a cambiare immediatamente le password per non essere intercettati. Da qui la decisione di bloccare temporaneamente i collegamenti Wi-fi siano a quando la sicurezza non sarà nuovamente garantita.

26 novembre 2013