giovedì 28 novembre 2013

Alfano e i ministri del Ncd lodano governo, Mussolini li zittisce: "Buffoni, buffoni!"

Andrea Indini - Gio, 28/11/2013 - 14:02

"Buffoni, buffoni"



I ministri del Nuovo centrodestra indicono una conferenza stampa per lodare l'operato del governo. Non spendono una parola sulla decadenza. Irrompe la Mussolini e gli urla "buffoni". Loro sorridono, toccherà ai cittadini zittire quel ghigno


Come se niente fosse. I ministri del Nuovo centrodestra hanno sfilato davanti ai flash dei fotografi e agli obiettivi dei cineoperatori per mettere il cappello su una manovra scalcagnata e infarcita di tasse. Come se niente fosse. Tutt impettiti, in sala Koch, a presentare la legge di Stabilità e, in particolar modo, il decreto che riguarda l'Imu sulla prima casa e sui terreni agricoli. Come se niente fosse. Non è mancato nemmeno il vicepremier Angelino Alfano. Tutta la pattuglia si è presentata al gran completo: ministri e sottosegretari a sorridere ai giornalisti e a lodare l'operato del governo. Come se ieri il Senato, coi voti dei loro stessi alleati, non avesse cacciato Silvio Berlusconi dal parlamento.

Nessuno parla della decadenza. Maurizio Lupi si è limitato a citarla, prima della conferenza stampa, ai microfoni di Radio Anch'io:  

"Certamente, non solo vent’anni di storia non si cancellano ma, in democrazia, milioni di cittadini lo votano". Il ministro dei Trasporti ci ha tenuto a ricordare che la sfida il Nuovo centrodestra di Alfano punta a "costruire, insieme a Berlusconi, un nuovo grande centrodestra". Un proposito buono che va a cozzare con la decisione di rimanere al governo con chi ha pugnalato alle spalle il Cavaliere macchiando, ancora una volta, la democrazia italiano. Per Lupi la battaglia contro la decadenza è "legittima", ma non è sufficiente a "mandare il paese in una crisi al buio".
Così, poche ore dopo il voto liberticida, eccolo sfilare insieme agli altri ministri ex pidiellini in sala Koch per illustrare la legge di Stabilità. "Adesso sentiamo ancora di più la responsabilità di stare nel governo perché rappresentiamo milioni di cittadini del centrodestra che ci chiedono di portare il Paese fuori dalla crisi sulla base delle nostre proposte e dei nostri temi - ha spiegato Lupi - questa è la responsabilità su cui ci impegneremo e su chi saremo misurati"
E giù a snocciolare i risultati ottenuti, gli impegni mantenuti, le riforme messe in cantiere. Così, se il viceministro all’Economia Luigi Casero assicura di "non aver amentato le tasse", il ministro della Salute Beatrice Lorenzin si vanta di aver evitato, "per la prima volta dopo dieci anni", che i fondi alla sanità venissero tagliati. E ancora: il ministro alle Riforme costituzionali Gaetano Quagliariello ha premesso mari e monti annunciando una pronta revisione della legge elettorale e della Costituzione.
La sintesi della conferenza stampa la fa bene Alessandra Mussolini che, mentre i ministri del Nuovo centrodestra sciorinano promesse e buoni propositi, li fa ripiombare alla realtà. Un'incursione ruvida ma efficace, come direbbe Berlusconi. La senatrice azzurra si affaccia dalla porta di Sala Koch e urla: "Buffoni, buffoni!". I ministri restano impassibili, anzi sui volti di alcuni appare un leggero sorriso. Un sorriso amaro che, alle prossime elezioni, penseranno gli italiani a trasformare in muta sconfitta.

Pezzopane senza limiti. Sul suo profilo Facebook si inneggia a Tartaglia

Francesco Maria Del Vigo - Gio, 28/11/2013 - 08:32

Scivolone della senatrice Pd e vicepresidente della Giunta dele elezioni e delle immunità parlamentari

E' il giorno della decadenza di Silvio Berlusconi da senatore. Ma è anche il giorno del decadimento delle istituzioni e di molti suoi rappresentanti.


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I nemici del Cavaliere sbandano e sbrodolano una gioia sguaita che tracima nella volgarità. C'è chi parla di “cancro estirpato” (Francesco D'Uva del Movimento 5 Stelle) e chi brinda sguaiatamente. Ma c'è anche chi tira fuori i ricordi di una violenza ancora fresca. Stefania Pezzopane è una senatrice della Repubblica italiana, eletta nelle file del Pd, e divenuta celebre per essere stata coordinatrice dei lavori di ristrutturazione dopo il terremoto dell'Aquila. Era lei che accompagnava i grandi del mondo, durante il G8, attraverso le rovine della terra abruzzese. Ma non solo. E' anche – non è un particolare da poco – vicepresidente della Giunta dele elezioni e delle immunità parlamentari. La giunta, presieduta da Dario Stefàno, che si è espressa sulla decadenza di Berlusconi.

Militante incallita e antiberlusconiana convinta, la Pezzopane, non ha voluto perdersi questa occasione per festeggiare. Appena il Senato caccia il Cavaliere lei festeggia. Poco prima, tal Luigi Nusca, condivide sul profilo della senatrice una foto di Berlusconi sanguinante, ferito dal Duomo scagliato da Tartaglia. “Grazie Stefania, oggi si brinda”, scrive in calce all'immagine, il di lei amico. La foto rimane sulla “bacheca” della senatrice della Repubblica che sigla l'omaggio con un “mi piace”. Alla faccia della moderazione. Prima di tutto è decaduto il buon gusto. E il senso della vergogna.

Minacce degli animalisti a Garattini Stiamo dalla parte della ricerca

Corriere della sera

Manifesto firmato da medici e scienziati. Animal Amnesty ha annunciato un corteo al Mario Negri per sabato


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«Io sto con il Mario Negri»: è il titolo di un manifesto firmato da medici e scienziati per contrastare l’isolamento nel quale sono finiti i ricercatori a Milano e in Italia. Chi si occupa di sperimentazione e utilizza gli animali, dai topi al moscerino, secondo una certa propaganda è diventato un torturatore o giù di lì. In altri tempi non ci sarebbe stato bisogno di una raccolta di firme di illustri personaggi per testimoniare la vicinanza dell’opinione pubblica a un istituto che rappresenta un’eccellenza per Milano e il Paese: sarebbe bastata la voce di un sindaco o di un ministro per interrompere la deriva populista che mette in crisi la ricerca biomedica e farmaceutica. Oggi invece è importante far sentire la solidarietà al presidente dell’Istituto, Silvio Garattini, minacciato e indicato come simbolo del business della vivisezione, contro il quale un comunicato di Animal Amnesty annuncia un corteo ad hoc durante la manifestazione nazionale di sabato 30 novembre.

C’è una sproporzione sempre più evidente tra la libertà di esprimere un dissenso e la radicalizzazione di una protesta, che passa con disinvoltura dai blitz negli stabulari alla personalizzazione degli obiettivi. E c’è una disinformazione generale sul lavoro dei ricercatori, che cercano la conoscenza, il perché delle malattie e i possibili rimedi utilizzando la sperimentazione, spesso con stipendi da fame e la rinuncia ai guadagni dei brevetti (il Mario Negri ne fa un punto d’onore).

Se fosse reso possibile un altro modo per studiare gli effetti dei farmaci antitumore o quelli dei traumi nell’uomo senza l’utilizzo dei topi, credo che tutti i ricercatori e lo stesso Garattini tirerebbero un sospiro di sollievo: nessuno di loro è mosso da sadismo, nessuno di loro ubbidisce, come scrive il comunicato di Animal Amnesty, «al business della vivisezione e al complotto delle banche d’affari».

In genere questi ricercatori (quando non fuggono all’estero dove spuntano condizioni di lavoro decisamente migliori) sono motivati dalla consapevolezza che certi risultati e certi test si ottengono soltanto con ratti e drosofile e che le iniziative di stop vivisection meritano la giusta attenzione quando vengono poste nei termini appropriati, con le alternative giuste e i riscontri scientifici adeguati. Non con la prevaricazione o con le minacce.

Se lo scopo della protesta è quello di richiamare l’attenzione sui maltrattamenti o sulla segregazione di animali, l’indirizzo del Mario Negri è quello sbagliato. C’è un altro posto che nel fine settimana annuncia una mattanza: nel Cremonese. Qui le nutrie si sono moltiplicate provocando danni ai campi coltivati. La Provincia fornirà munizioni gratis ai cacciatori che le abbatteranno: licenza di uccidere, come nel Far West. Lasciamo ad Animal Amnesty il compito di convincere gli agricoltori in riva al Po a tenersi le nutrie nel giardino di casa. Quanto al Mario Negri, anche noi stiamo da quella parte. Dalla parte della ricerca che cura le malattie e aiuta i malati.

28 novembre 2013

Lo ammette anche Violante: "Le toghe hanno troppo potere"

Chiara Sarra - Gio, 28/11/2013 - 11:09

Il giurista ed esponente Pd è colpa della politica che ha delegato alla magistratura "tre grandi questioni: il terrorismo, la mafia, la corruzione"

"La politica ha delegato alla magistratura tre grandi questioni politiche, il terrorismo, la mafia, la corruzione, e alcuni magistrati sono diventati di conseguenza depositari di responsabilità tipicamente politiche".


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A dirlo è Luciano Violante, ex presidente della Camera e esponente del Partito democratico.

Secondo il giurista, inoltre, "la legge Severino testimonia il grado di debolezza" della politica perché non è "possibile che occorra una legge per obbligare i partiti a non  candidare chi ha compiuto certi reati". "È in atto un processo di spoliticizzazione della democrazia che oscilla tra tecnocrazia e demagogia", ha aggiunto, "Ne conseguono ondate moralistiche a gettone tipiche di un Paese, l’Italia, che ha nello scontro interno permanente la propria cifra caratterizzante".

Colpa anche di Silvio Berlusconi, che "ha reso ancora più conflittuale la politica italiana", ma anche della sinistra che "lo ha scioccamente inseguito sul suo terreno accontentandosi della modesta identità antiberlusconiana". "Ma neanche la Resistenza fu antimussoliniana, si era antifascisti e tanto bastava", aggiunge.

Quanto alle sue parole sulla legge Severino e la decadenza del Cavaliere, Violante aggiunge: "Ho solo detto che anche Berlusconi aveva diritto a difendersi. Quando ho potuto spiegarmi alle assemblee di partito ho ricevuto applausi, ma oggi vale solo lo slogan, il cabaret. Difficile andare oltre i 140 caratteri di Twitter". E sulle toghe aggiunge: "Pentiti e intercettazioni hanno sostituito la capacità investigativa. Con conseguenze enormi. Occorrerebbe indicare le priorità da perseguire a livello penale, rivedendo l’obbligatorietà dell’azione che è un’ipocrisia costituzionale resa necessaria dal fatto che i pubblici ministeri sono, e a mio avviso devono restare, indipendenti dal governo".

Quell'ipocrisia di mamma Mori sulla figlia gay

Valeria Braghieri - Gio, 28/11/2013 - 09:42

Si autocelebra come genitore e dimentica quando disse a Rosalinda: "Meglio una stanza vuota che una lesbica"

L'unica cosa che sembra dimenticare Claudia Mori in questo outing nell'outing è sua figlia Rosalinda. Nell'intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera la produttrice parla, in esclusiva, del suo essere madre di una donna gay.


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Ma sembra che la prima ad aver bisogno del coming out sia proprio lei: la moglie del Molleggiato. E in questo suo sfogo autocelebrativo («Per noi non cambiava nulla ma temevamo per lei, per l'ignoranza e le discriminazioni di questa orrenda società becera... Adriano è stato fantastico perché ha aggiunto amore e attenzioni... Chi sono io per giudicare?! vorrei solo aiutare altri genitori come me... i figli bisogna amarli come sono...»), c'è qualcos'altro che la Mori scorda: la versione di Rosalinda rilasciata a Vanity Fair solo una settimana prima.

Ricostruendo la prima confessione in casa, all'età di diciotto anni, circa le sue preferenze sessuali, Rosalinda racconta al settimanale: «Oggi i miei hanno fatto un salto in avanti, soprattutto dopo che sono finita in comunità, ma a 18 anni dovetti scappare di casa. Mia madre era autoritaria, severa. Mi sorprese a baciare un'amica. Pianse, mi chiese dove avesse sbagliato, disse: piuttosto che una figlia “così” - ma usò quel termine per me orrendo che è “lesbica” - meglio una stanza vuota. Disse pure che a darmi il resto ci avrebbe pensato mio padre in villa. La punizione fu dura. Mi consegnò anche una lettera di venti pagine che partiva da Adamo ed Eva e dalla religione per decidere che ero un'anormale».

Assieme alla sua terzogenita, quindi, la Mori dimentica altro. Oggi che Rosalinda ha una compagna che vorrebbe sposare (l'attrice Simona Borioni, mamma di un figlio, Samuele), oggi che quella sua tormentata figlia più piccola ha finalmente fatto pace con se stessa, abbandonando gli ettolitri di vodka, l'eutolesionismo, Schopenhauer, l'amore cosmico che per anni ha fatto fatica a incanalare dove avrebbe voluto, la magrezza cattiva, quella paralizzante sensazione di sentirsi abusiva ovunque.

Oggi che a fatica Rosalinda si è rappacificata con chi non aveva il coraggio di essere perché: «I nostri genitori ci hanno avuti troppo presto. Ricordo l'odore della pelle di una tata, Celestina, e poco quello di mia madre, perché quando sono uscita dall'incubatrice un problema di salute l'ha costretta solo a guardarmi. La mancanza d'amore fa disastri, per questo da ragazzina leggevo Schopenhauer e mi tagliavo. Fino a Simona sono stata autodistruttiva, piena di cicatrici, compresse e vodka, sempre più vicina al di là che al di qua. Se sono rimasta in piedi, è stato per incontrarla».

Nelle tante righe messe a sua disposizione dal quotidiano, la signora Mori-Celentano schiaccia ancora Rosalinda nel cono d'ombra, la prende a pretesto «con lei avrei dovuto aprirmi di più», per autocelebrare se stessa, per uscire (lei) allo scoperto, per addomesticare una realtà a suo favore. Quando forse avrebbe aiutato di più gli altri genitori «come lei» e la stessa Rosalinda, ammettendo, raccontando, che certe prese di coscienza ti arrivano in faccia come bombe d'acqua: lasciandoti in apnea. E che spesso, in affanno, si reagisce male, si colpisce senza volere, si diventa cattivi per paura. E c'è un momento in cui si è inutile a chi è in difetto d'amore. Fortuna che oggi è arrivato il momento di Rosalinda e della sua pace. Con Simona. «Oggi Rosalinda, guardandola, ritorna bambina, quando dalla fenditura della porta del bagno guardava la madre che si truccava gli occhi così uguali ai suoi.
“E volevo essere quel rimmel”».

Quando il compagno Giorgio esaltava la dottrina di Lenin

Stefano Zurlo - Gio, 28/11/2013 - 09:24

In un libro del 1962 Napolitano cita "il capitalismo di Stato" dell'Iri come la "via italiana al socialismo reale". Una teoria che fu sconfitta dalla storia

Manca la traduzione dal russo. Sì, perchè a furia di leggere citazioni del compagno Lenin viene il dubbio che l'opera si stata scritta direttamente dal padre fondatore dell'Unione sovietica.


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E invece no: a firmare il dotto saggio Movimento operaio e industria di Stato non è il compagno Lenin, ma il compagno Giorgio Napolitano. Proprio lui, il futuro doppio presidente della Repubblica. È il 1962, cinquantuno anni fa, un'eternità: il tempo ha sbriciolato le ideologie e ha piegato regimi d'acciaio come quello installato a Mosca. Ma nel 1962 il comunismo è ancora il sol dell'avvenire, il muro di Berlino è fresco di calce e la Guerra fredda tocca il suo picco più alto con la crisi cubana. Giorgio Napolitano, allora trentasettenne, comunista e migliorista, prende la penna e scrive alcune considerazioni su quel colosso chiamato Iri.

Poche righe sono più che sufficienti per capire che il giovane Napolitano si muove dentro una gabbia ben precisa: «In Lenin - nota l'attuale capo dello Stato - accanto alle audaci impostazioni del periodo della Nep (Nuova politica economica, ndr) sulla “necessità di ripiegare sulle posizioni del capitalismo di Stato”, sulla possibilità di una “combinazione” fra stato sovietico, dittatura del proletariato e capitalismo di Stato, sullo sforzo da compiere per “incanalare” il risorgente capitalismo nell'alveo del capitalismo di Stato - impostazioni che tutte evidentemente avevano per premessa l'avvenuto passaggio del potere statale nelle mani della classe operaia - si trova qualche prezioso accenno a situazioni diverse, che non siano, o non siano ancora caratterizzate dall'esistenza di una dittatura proletaria, di uno Stato proletario».

Il maestro Lenin, che per Napolitano è la bussola e anche qualcosa di più, parla certamente dell'Unione Sovietica che dal 1917 è nelle mani dei bolscevichi, ma ha anche teorizzato quel che i compagni devono fare, bontà sua, negli stati a trazione borghese. E quei suggerimenti, «preziosi», vengono saccheggiati dal giovane Napolitano per impostare i suoi ragionamenti.

Lenin, attraverso citazioni sempre più tortuose, detta la linea: «Nel settembre 1917 egli infatti sottolineava come già la sostituzione allo “Stato degli junker e dei capitalisti” di uno “Stato democratico rivoluzionario”, di uno “Stato cioè che distruggesse in modo rivoluzionario tutti i privilegi e che non temesse di attuare in modo rivoluzionaria democrazia la più completa” avrebbe fatto sì che il capitalismo di stato significasse “un passo, la marcia verso il socialismo”».

La marcia del lettore è faticosa, come sui tornanti di un passo dolomitico, ma la conclusione è chiara: più industria di Stato, più pubblico, più Iri, vuol dire un avvicinamento progressivo al socialismo e quindi alla felicità e a tutto il resto. Oggi, e senza voler disconoscere i meriti straordinari dell'Iri, si direbbe che Napolitano ha benedetto la dilatazione abnorme della cosa pubblica con tutto quello che ne è conseguito: deficit, spese incontrollabili, sprechi, assunzioni a pioggia e clientelari, carrozzoni ingovernabili sulle spalle dei contribuenti.

Ma il punto è un altro ed è politico: l'ossessione del giovane Napolitano, che pure appartiene alla corrente di destra del Pci, per Lenin. Del resto la domanda che l'autore si pone a pagina 21 è assai chiara: come realizzare «la via italiana al socialismo nel quadro, insomma, di una prospettiva rivoluzionaria?». Altro che revisionismo. Con la testa il Napolitano del 1962 starebbe a Berlino Est, dall'altra parte del muro. Napolitano nel 1962 è con Lenin e con l'Urss anche se ha iniziato la sua lunga marcia dentro le istituzioni che lo porterà fino al Quirinale. E Lenin torna ovunque, riga dopo riga, in un andirivieni frenetico di citazioni e virgolette aperte e chiuse: «Assai nota è la definizione di Lenin, secondo cui il capitalismo monopolistico di Stato «è l'anticamera del socialismo».

Non è stato così. Il socialismo, quel socialismo grigio è tenebroso, non c'è più, l'Unione Sovietica è un cimelio da museo e la Nep, la Nuova politica economica varata nel 1921 e elogiata da Napolitano, è nei manuali di storia. È andata in un altro modo. Per tutti, soprattutto per lui. Ma questa è un'altra storia.

Quell'abbraccio tra Pci e Md che fece scattare Mani pulite

Sergio d'Angelo - Gio, 28/11/2013 - 07:42

Magistratura democratica pianificò l'alleanza col Pds sul giustizialismo per ridare smalto alle toghe e offrire agli eredi del Pci il ruolo di moralizzatore contro la corruzione in Italia

La piattaforma politico-programmatica elaborata per la nuova Magistratura democratica poteva convincere ed attirare buona parte dei giovani magistrati, cresciuti politicamente e culturalmente nel crogiolo sessantottino.

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Ma bisognava fornire a Md una base giuridica teorica che potesse essere accettata dal mondo accademico e da una parte consistente della magistratura. Ancora una volta fu la genialità di Luigi Ferrajoli a trovare una risposta: «La giurisprudenza alternativa (...) è diretta ad aprire e legittimare (...) nuovi e più ampi spazi alle lotte delle masse in vista di nuovi e alternativi assetti di potere (...). Una formula che configura il giudice come mediatore dei conflitti in funzione di una pace sociale sempre meglio adeguata alle necessità della società capitalistica in trasformazione». In qualunque democrazia matura la prospettiva tracciata da Ferrajoli non avrebbe suscitato altro che una normale discussione accademica tra addetti ai lavori: ma la verità dirompente era tutta italiana.

Celato da slogan pseudorivoluzionari, il dibattito nel corpo giudiziario ad opera di Md negli anni '70 e '80 presentava questo tema fondamentale: a chi spetta assicurare ai cittadini nuovi fondamentali diritti privati e sociali? Al potere politico (e di quale colore) attraverso l'emanazione di norme (almeno all'apparenza) generali ed astratte, o all'ordine giudiziario con la propria giurisprudenza «alternativa»? Un dubbio devastante cominciò a infiltrarsi tra i magistrati di Md. Se la magistratura (o almeno la sua parte «democratica») era una componente organica del movimento di classe e delle lotte proletarie, allora da dove proveniva la legittimazione dei giudici a «fare giustizia»? Dallo Stato (come era quasi sempre accaduto), che li aveva assunti previo concorso e li pagava non certo perché sovvertissero l'ordine sociale? Dal popolo sovrano? Da un partito?

Quelli furono anni tragici per l'Italia. Tutte le migliori energie della magistratura furono indirizzate a combattere i movimenti eversivi che avevano scelto la lotta armata e la sfida violenta allo Stato borghese: i giudici «democratici» pagarono un prezzo elevato, l'ala sinistra della corrente di Md rimase isolata mentre l'ala filo-Pci di Md mantenne un basso profilo. Dell'onore postumo legato al pesante prezzo di sangue pagato dai giudici per mano brigatista beneficiarono indistintamente tutte le correnti dell'ordine giudiziario, compresa Md e la magistratura utilizzò questo vernissage per rifarsi un look socialmente accettabile. Solo la frazione di estrema sinistra di Md ne fu tagliata fuori, e questo determinò - alla lunga - la sua estinzione.

Alcuni furono - per così dire - «epurati»; a molti altri fu garantito un cursus honorum di tutto rispetto, che fu pagato per molti anni a venire (Europarlamento, Parlamento nazionale, cariche prestigiose per chi si dimetteva, carriere brillanti e fulminee per altri). Quelli che non si rassegnarono furono di fatto costretti al silenzio e poi «suicidati» come Michele Coiro, già procuratore della Repubblica di Roma, colpito il 22 giugno 1997 da infarto mortale, dopo essere stato allontanato dal suo ruolo (promoveatur ut amoveatur) dal Csm.

L'ala filo Pci/Pds di Md, vittoriosa all'interno della corrente, non era né poteva diventare un partito, in quanto parte della burocrazia statale. Cercava comunque alleati per almeno due ragioni: difendere e rivalutare un patrimonio di elaborazione teorica passato quasi indenne attraverso il terrorismo di estrema sinistra e la lotta armata e garantire all'intera «ultracasta» dei magistrati gli stessi privilegi (economici e di status) acquisiti nel passato, pericolosamente messi in discussione fin dai primi anni '90.

Questo secondo aspetto avrebbe di sicuro assicurato alla «nuova» Md l'egemonia (se non numerica certo culturale) sull'intera magistratura associata: l'intesa andava dunque trovata sul terreno politico, rivitalizzando le parole d'ordine dell'autonomia e indipendenza della magistratura, rivendicando il controllo di legalità su una certa politica e proclamando l'inscindibilità tra le funzioni di giudice e pubblico ministero.

Non ci volle molto ad individuare i partiti «nemici» e quelli potenzialmente interessati ad un'alleanza di reciproca utilità. Alla fine degli anni '80 il Pci sprofondò in una gravissima crisi di identità per gli eventi che avevano colpito il regime comunista dell'Urss. Non sarebbe stato sufficiente un cambiamento di look: era indispensabile un'alleanza di interessi fondata sul giustizialismo, che esercitava grande fascino tra i cittadini, in quanto forniva loro l'illusione di una sorta di Nemesi storica contro le classi dirigenti nazionali, che avevano dato pessima prova di sé sotto tutti i punti di vista.

La rivincita dei buoni contro i cattivi, finalmente, per di più in forme perfettamente legali e sotto l'egida dei «duri e puri» magistrati, che si limitavano a svolgere il proprio lavoro «in nome del popolo». Pochi compresero che sotto l'adempimento di un mero dovere professionale poteva nascondersi un nuovo Torquemada.

Il Pci/Pds uscì quasi indenne dagli attacchi «dimostrativi» (tali alla fine si rivelarono) della magistratura che furono inseriti nell'enorme calderone noto come Mani Pulite: d'altronde il «vero» nemico era già perfettamente inquadrato nel mirino: Bettino Craxi. Chi scrive non è ovviamente in grado di dire come, quando e ad opera di chi la trattativa si sviluppò: ma essa è nei fatti, ed è dimostrata dal perfetto incastrarsi (perfino temporale) dei due interessi convergenti. Naturalmente esistono alleanze che si costituiscono tacitamente, secondo il principio che «il nemico del mio nemico è mio amico», e non c'è bisogno di clausole sottoscritte per consacrarle.


Sergio D'Angelo
Ex giudice di Magistratura democratica

L’Nsa spiava le abitudini “porno” dei leader islamici

La Stampa

Un nuovo documento reso noto da Snowden. Gli 007 controllavano l’attività online di alcuni importanti esponenti del radicalismo con la passione per i siti hard, in modo da minare la loro credibilità


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Nel mirino dell’intelligence Usa erano finite anche le attività online a luci rosse di alcuni leader islamici. Secondo nuove rivelazioni di Edward Snowden, la talpa del Datagate, la National Security Agency (Nsa) ha dedicato un’attenzione particolare ad alcune persone, militanti islamici in grado di «radicalizzare» i loro seguaci, raccogliendo ogni traccia della loro attività sessuale online e visite a siti porno, con lo scopo di poterle al momento opportuno screditare, smontando la loro credibilità.

L’ennesima rivelazione sulle attività segrete della più grande agenzia di intelligence Usa arriva ancora una volta dalla `tesoro´ di documenti raccolti dalla talpa del Datagate, l’ex contractor Edward Snowden. In un Rapporto della Nsa datato 3 ottobre 2012 e pubblicato oggi con ampio rilievo dall’Huffington Post si fa ripetutamente riferimento al potere delle accuse di ipocrisia ad eventuali agitatori di masse, e si afferma che «i leader radicali appaiono particolarmente vulnerabili dal punto di vista della loro autorevolezza quando il loro comportamento privato non è coerente con il loro comportamento pubblico».

E allora, la Nsa cita come «esemplari» i casi di sei personalità, tutte musulmane, le cui «debolezze personali» possono essere apprese e documentate attraverso la sorveglianza elettronica. Debolezze che la Nsa individua in particolare nella «visione di materiale online sessualmente esplicito» e «l’uso di un linguaggio persuasivo sessualmente esplicito nel comunicare con giovani e inesperte ragazze».

Nel rapporto, le sei persone prese di mira non vengono indicate come collegate ad alcun complotto e l’Huffington Post non ne pubblica il nome, aggiungendo che nel testo non c’è inoltre alcun riferimento a vincoli di carattere etico o legale all’uso della sorveglianza elettronica per scopi di questo tipo. All’origine del documento, si legge, c’è la direzione della Nsa (DirSna) e tra i destinatari ci sono tra gli altri funzionari del Dipartimento di Giustizia, e del Commercio, e anche della Drug Enforcement Administration (Dea).

«Senza entrare in merito alle singole persone, non dovrebbe sorprendere che il Governo Usa utilizzi tutti gli strumenti legali a nostra disposizione per ostacolare gli sforzi di potenziali terroristi che tentano di fare del male alla nostra Nazione e di radicalizzare altri spingendoli alla violenza», spiega un portavoce della Nsa, Shawn Turner, in una e-mail all’Huffington Post.

Tuttavia, Jammel Jaffer, vice direttore dell’ organizzazione per i diritti civili American Civil Liberties Union (Aclu), ritiene che la nuova rivelazione sollevi serie preoccupazioni. «Dovunque tu sia - ha affermato - i database della Nsa immagazzinano informazioni sulle tue idee politiche, sulla tua storia medica, sulle tue relazioni intime e sulle tue attività online»`. La Nsa, ha aggiunto, ´`dice che non si farà un uso improprio di queste informazioni personali, ma il documento mostra che probabilmente la definizione di ´abusò della Nsa è alquanto limitata’’.

Moka Express Bialetti in mostra. La storia di un’intuizione diventata mito

Il Mattino


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MILANO - Nell’ambito dei festeggiamenti per l’ottantesimo compleanno della popolarissima caffettiera Moka Express, Bialetti ha organizzato fino all’8 dicembre presso la Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano, meglio nota come La Permanente, una mostra che ripercorre 80 anni di storia e cultura del caffè in Italia dalla prospettiva del celebre Omino coi Baffi.

La prestigiosa istituzione museale milanese accoglie così un allestimento che si snoda lungo un percorso espositivo che evidenzia il ruolo di Moka Express Bialetti sia come protagonista di un cambio nelle abitudini quotidiane degli italiani, sia come espressione allo stesso tempo autenticamente popolare e raffinatissima dell’ingegnosità e del design del nostro Paese. Le diverse sezioni previste guideranno i visitatori alla scoperta del mondo del caffè attraverso tappe storiche e culturali importanti.

“Dalla pianta alla tazzina”
Il percorso inizia, letteralmente, dalle radici storiche del caffè: “Un viaggio nella storia” è, infatti, il titolo della prima sezione della mostra, che racconta il lungo ed emozionante viaggio che, dal XIV secolo, ha portato il caffè fino ai giorni nostri. Ma la storia del caffè non è fatta solo di numeri e date: anche i numerosi miti che gravitano intorno alla bevanda esotica per eccellenza saranno protagonisti di una sezione specifica, “Leggende e tradizioni”, in cui troveranno spazio anche i racconti delle personalità italiane che per prime si sono interessate al caffè.

“Le caffettiere antiche”
Abituati come siamo a pensare al caffè come al prodotto della nostra Moka, gorgogliante sui nostri fornelli a gas, fatichiamo a immaginare metodi alternativi di estrazione della preziosa bevanda dal chicco di caffè. La mostra ideata da Bialetti ci viene incontro anche in questo, con una selezione di strumenti e caffettiere del periodo pre-Moka, tutti quei modelli che hanno finito per soccombere di fronte alla dirompente innovazione della Moka Express di Alfonso Bialetti.

“Un’intuizione diventata mito”
Eccoci così al fulcro della Mostra milanese: la Moka Express datata 1933, figlia dell’intuizione geniale di Alfonso Bialetti, che presidia la zona centrale dell’area museale. All’interno di uno spazio ottagonale, esplicito rimando alla caratteristica forma della Moka, si trova, infatti, esposta la caffettiera inventata ottant’anni fa da Alfonso Bialetti, che rivoluzionò il modo di pensare il caffè. Accanto a lei, regina incontrastata dell’esposizione, saranno in mostra anche una selezione di materiali storici provenienti dall’Archivio Storico Bialetti Industrie e mai mostrati al pubblico. Non mancherà la lisciveuse, il sistema utilizzato all’epoca per fare il bucato da cui Alfonso trasse ispirazione, accanto a tutte le evoluzioni della Moka a partire dalla sua invenzione fino alla versione definitiva degli anni ’50.

“La nascita di un’azienda” Da qui prende avvio la seconda parte del percorso, dedicata al passaggio da una realtà artigianale a una dimensione industriale, fortemente voluta dal figlio del geniale inventore, Renato Bialetti. In questa sezione sarà spiegato nei dettagli tutto il processo produttivo della Moka. L’esplosiva crescita dell’azienda è dovuta anche alla predisposizione comunicativa di Renato, che si rese conto prestissimo delle potenzialità espressive della tv e di quelle del Carosello. Questa parte della mostra, infatti, vede esposte anche le prime pubblicità e riviste dell’epoca all’interno dei quali l’Omino coi baffi era già protagonista. Un passaggio che ha portato l’approccio innovativo dei prodotti anche nella comunicazione.

“Moka Express, l’evoluzione della specie”
Il percorso prosegue con un’area dedicata all’esposizione di caffettiere realizzate in pezzi unici: progetti innovativi, caratterizzati da forme esclusive e particolari. Una seconda sezione di questo spazio sarà, invece, dedicata a modelli di caffettiere che sono diventate simbolo delle evoluzioni tecnologiche portate avanti dagli anni ’60 fino a oggi.

“Bialetti Industrie e le attuali innovazioni” La mostra è, infine, occasione per raccontare la storia recente dell’azienda, acquisita nel 1993 dall’attuale Presidente Francesco Ranzoni che, ancora oggi, ne porta avanti lo sviluppo e la crescita. La rievocazione storica ha, infatti, una naturale estensione nello spazio riservato a Bialetti I Caffè d’Italia, il progetto che racchiude al suo interno le miscele di caffè che Bialetti ha creato studiando le radicate diversità di abitudini e di gusto che caratterizzano il consumo del caffè in Italia, abbinate alle nuove macchine per espresso.

La visita della mostra rappresenta anche l’occasione per partecipare alle numerose attività che Bialetti ha in serbo per tutti gli appassionati di caffè: corsi di degustazione, lezioni dedicate al vasto universo delle caffettiere, dalle più antiche alle più particolari, incontri riservati a scuole e università, fino ai laboratori per i più piccoli. Da non perdere la premiazione dei vincitori dei due concorsi - Moka Express Yourself e Moka Celebration - lanciati da Bialetti nei mesi scorsi, accolti con grande calore e affetto da tutti i fan della Moka. Il calendario completo degli eventi è disponibile sul sito www.mokabialetti.it e sulla pagina Facebook di Bialetti Industrie.

 
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giovedì 28 novembre 2013 - 09:50   Ultimo aggiornamento: 09:54

Datagate, ecco le 13 richieste Ue agli Usa Reding: “Ora la Casa Bianca collabora”

La Stampa

dal corrispondente marco zatterin

La vicepresidente della Commissione ha presentato il primo pacchetto di risultati di 4 mesi di match con le autorità americane


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Il Commissario Europeo alla Giustizia Viviane Reding assicura che sono stati compiuti dei passi avanti e certifica che «il dialogo con Washington è costruttivo e le cose stanno cambiando». Non dice che gli americani ci spiano meno di prima, però ammette che le polemiche europee sulle intercettazioni alimentata dalla Merkel dagli altri leader hanno creato emozione dall’altra parte dell’Atlantico, e che «ora i cittadini di Obama si chiedono se, visto che gli europei erano così tanto controllati, magari accadesse lo stesso anche per loro».

I dati, però, invitano a qualche riflessione aggiuntiva. Gli States ammettono di «acquisire» l’1,6 per cento del traffico web globale, e di «trattare» lo 0,25 per cento. Sembra poco. Ma se consideriamo che dal totale bisogna togliere tutto il flusso non dati - streaming e downloading che rappresentando il grosso della torta - i numeri possono tranquillamente quadruplicare. Almeno. Secondo le stime del «Guardian», il traffico reale di posta elettronica equivale al 2,9% del totale americano. Se ne deduce che l’Nsa controlla all’incirca la metà del traffico globale di mail. Se si aggiunge la considerazione del fatto che oltre la metà delle mail sono spam, le dimensioni del traffico controllato assume proporzioni ancora più elevate.

La vicepresidente della Commissione Ue con la delega alla Giustizia e ai diritti dei cittadini ha presentato oggi il primo pacchetto di risultati di quattro mesi di match con le autorità americane. Il fascicolo di interventi - passato per consenso per la ferrea resistenza del membro britannico del collegio europeo, Catherine Ashton - contiene soprattutto le tredici raccomandazioni che Bruxelles invia alle autorità americane per rafforzare il funzionamento del cosiddetto «Safe Harbour», l’accordo di autoregolamentazione sul trasferimento dati negli Usa adottato dalla Commissione nel luglio 2000 (recepito in Italia nell’ottobre 2001).

L’intesa «Approdo sicuro» prevede l’adesione delle aziende americane (volontaria) ad un regime ispirato sulle medesime tutele previste dalla direttiva Ue sulla privacy varata nel 1995. La partecipazione evita alle imprese e alle multinazionali americane a stelle e strisce di esporsi a possibili interventi europei che potrebbero bloccare i trasferimenti di dati. Attualmente è utilizzato da 3246 società dei due blocchi commerciali. Secondo la Reding, che ha incontrato alcuni giornali europei fra cui La Stampa, si tratta di una buona idea che però ha dimostrato col tempo di avere parecchi limiti. Di qui l’intervento odierno.

Le tredici raccomandazioni affrontano quattro temi.
Trasparenza. Le società che scelgono l’autocertificazione devono dichiararlo pubblicamente. Le clausole di privacy dovranno essere incluse in ogni contratto. Il dipartimento del Commercio americano deve indicare chiaramente quali compagnia non partecipano all’Approdo sicuro.
Compensazione. “Oggi gli europei sono trattati negli Stati Uniti in modo diverso da come avviene per le aziende nazionali: questo deve cambiare”. la Reding ha un punto fermo, su questo.

Chiede a Washington di definire un legame diretto con gli Adr, i meccanismi di risoluzione alternativa che devono comporre contenziosi. Attuazione delle decisioni. Una percentuale predeterminate di società aderenti all’Approdo sicuro dovrebbe essere comunque vigilata su base regolare. In caso di mancato rispetto delle regole, una seconda inchiesta dovrà essere attuata entro un anno.

Accesso da parte delle autorità americane. E’ necessario che nell’intesa siano chiarite le condizioni secondo le quali la legge americana permette alle autorità pubbliche di raccogliere ed elaborare i dati del Safe Harbour. «E’ importante che le eccezioni siano usate sono in modo appropriato», avverte la Reding. Per la quale «anche i servizi segreto non possono essere al disopra della legge». 

Un esempio? Orange France usa un servizio di cloud computing offerto da Amazon Usa. Così immagazzina i suoi dati. Perché i riferimenti rilevanti dei cittadini europei possano varcare l’atlantico, Amazon deve essere iscritta al Safe Harbour e rispettarne i principi così da garantire i diritti dei clienti comunitari e certifica che siano in regola con quelli dei cugini statunitensi. Altrimenti, l’intesa non dovrebbe essere valida.

«Siamo anche pronti ad annullare il Safe Harbour se non si andrà avanti», minaccia la signora Reding, che rileva un cambiamento di attitudine anche a livello politico. «Sono stata al congresso - racconta - e ho trovato grande interesse sia a livello di democratici che di repubblicani. L’amministrazione ci aveva detto che politicamente non era possibile affrontare il problema della reciprocità, che non sarebbe stata toccata la legge che discrimina gli europei. I parlamentari mi hanno chiesto “come mai nessuno ci aveva informato delle vostre richieste?».

Interessante è il documento del lavoro della commissione bilaterale insediata in luglio. Sedici pagine di ricostruzione dei fatti e dei numeri che hanno caratterizzato le derapate del grande orecchio americano. Risposte vaga, in alcun casi. L’Ue voleva sapere quante unità di selezione seguivano il traffico europeo. Hanno risposto fra 300 e 10 mila, e si sono dichiari «impossibilitati» a specificare il numero di persone coinvolte nel programma.

Qui hanno precisato che lo 0,0004 per cento del traffico globale è controllato dall’agenzia dei servizi americani, la Nsa. Il dato, come sopra, non comprende il traffico commerciale, dunque appare sottodimensionato. Il rapporto delinea anche la dimensione del web-business europeo. Nel 2011 il valore stimato dei dai europei era di 315 miliardi di euro, cifra che si crede possa aumentare di un trilione l’anno sino al 2020. Interessa a tutti, aziende e governi. Per motivi diversi.

Qui salta fuori Tempora, il programma di sorveglianza e sicurezza informatico nascosto che risulta (uno scoop del Guardian) essere stato utilizzato dal Cchg, il British Government Communications Headquarters (quartier generale delle comunicazioni del governo britannico). Secondo le rilevazioni del whistleblower Edward Snowden, un ex collaboratore statunitense della Agenzia per la sicurezza nazionale statunitense, i dati raccolti dal programma Tempora è condiviso con l’NSA americana.
Bruxelles ha subbi sulla sua legalità.

Ma la Signora Reding ammette che c’è molto poco che si possa fare. «Ho una diretta competenza sul rispetto della legge ma non sui servizi segreti, che rimangono nella sfera degli stati membri». Gli stati sono stati accorti. Qui, come in altri domini sensibili, hanno conservato pieni poteri. Per poter fare il meglio a vantaggio dei cittadini. E anche no. 

Strage di Erba, identificato il testimone che scagionerebbe Olindo e Rosa

Il Giorno

di Gabriele Moroni


L'avvocato di Azouz Marzouk ha incontrato a Tunisi Ben Brahim Chemcoum

Erba, 28 novembre 2013


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Quel personaggio misterioso sulla scena della strage di Erba. Un fantasma più volte evocato, citato nelle aule di giustizia, sempre sfuggente. Azouz Marzouk, marito, padre e genero di tre delle quattro vittime, aveva fornito le prime dritte per risalire a lui. Adesso c’è la prova che esiste. È stato individuato, localizzato. Luca D’Auria, avvocato di Azouz, lo ha incontrato a Tunisi. Si chiama Ben Brahim Chemcoum e a seconda degli alias anche Bel Ali Charoun o Ben Braham Chhchoeb. In due occasioni ha riferito ai carabinieri di Erba dei suoi strani incontri la sera dell’11 dicembre 2006, mentre si consumava il massacro di Raffaella Castagna, del suo piccolo Youssef, della madre di Raffaella, Paola Galli, della vicina di casa Valeria Cherubini. Solo Mario Frigerio, marito della Cherubini, si era salvato perché una malformazione alla carotide aveva deviato il coltello dell’assassino. L’ex netturbino Olindo Romano e la moglie Rosa Bazzi sono all’ergastolo come responsabili della mattanza.

È il pomeriggio del 16 dicembre. Da cinque giorni l’Italia inorridisce per l’eccidio, chiede informazioni e giustizia per le vittime. Chemcoum è in caserma. Non dovrebbe avere molta familiarità con i carabinieri. Senza fissa dimora, nazionalità fluttuante, vagabonda da una città all’altra. È incappato in reati di rissa, ricettazione e altro. Risulta colpito da espulsione. Viene identificato grazie all’Afis, la banca dati delle impronte digitali. Racconta che attorno alle 20 ha notato davanti al condominio di via Diaz due o più persone all’apparenza italiane, ferme a parlare vicino un’auto bianca che gli è parsa Fiat Tipo bianca, iniziali della targa AX, e a una vettura rossa targata Milano. Ha colto due parole, «lascia stare», in italiano.

Nove giorni più tardi è Natale. Alle 18 Chemcoum si ripresenta in caserma. Dichiara di essere nativo della Tunisia. Fa un racconto più dettagliato e inquietante. Descrive un’auto e accanto un furgone bianco con a bordo almeno due uomini. Gli è arrivata la parola «benzina». Pochi minuti dopo sono echeggiate dal caseggiato le grida di un uomo, «Assassino, Aiutatemi». Chemcoum si è arrestato. Lo ha sfiorato un uomo massiccio, cappotto chiuso fino alle ginocchia, berretto scuro. Gli ha indirizzato un «buonasera» in italiano, accompagnato da una specie di ghigno, prima di affrettarsi verso il furgone da dove gli era stato indirizzato un richiamo in lingua tunisina: «Aia». Tradotto «Vieni subito».

Chemcoum è credibile? Le sue parole sono tutte da verificare. «Dovrà - dice l’avvocato D’Auria - essere sentito secondo le regole del codice e quindi attraverso le vie diplomatiche. Se risultasse affidabile, potrebbe essere utile ai fini della revisione del processo». Una revisione alla quale i difensori dei Romano (Fabio Schembri, Luisa Bordeaux, Nico D’Ascola) non smettono di lavorare.
gabriele.moroni@ilgiorno.net

 
FOTOSTORY - La strage di Erba
Riparte dalla Tunisia la caccia all’altra verità sulla strage di Erba
Il superteste: "Olindo e Rosa sono innocenti"
Strage di Erba, nasce il comitato per l'innocenza di Rosa e Olindo
Olindo scrive dal carcere
Strage di Erba, Marzouk: "Frigerio ritratti, Rosa e Olindo non sono colpevoli"
Strage di Erba, i legali dei Romano al lavoro su revisione del processo

La coda avvelenata

Corriere della sera

di Antonio Polito


Poteva finire meglio, questo lungo pezzo di storia d’Italia? Sì che poteva. E doveva. Forse non è neanche finito; e infatti già si ricomincia, berlusconiani contro antiberlusconiani. E poi il modo. Nella sede istituzionale di Palazzo Madama Berlusconi viene dichiarato decaduto in contumacia, mentre si asserraglia in quella privata di palazzo Grazioli con i suoi sostenitori, nella iterazione di un contrasto perenne tra piazza e Palazzo. E infine il clima. Surreale. Con gli sconfitti più loquaci dei vincitori, che si costringono a una compostezza quasi imbarazzata come i senatori del Pd, o appaiono smarriti, come i Cinquestelle, all’improvviso orfani del feticcio dell’ammucchiata contro cui scagliarsi e privati del monopolio dell’opposizione.

Si conferma la maledizione della vicenda italiana, nella quale sembra impossibile chiudere un’era politica senza un trauma e uno strascico di odio. Altri leader sono stati mandati a casa con l’aiuto di uno scandalo: Nixon, Kohl, Chirac. Ma in nessuno di questi casi si è detto che la democrazia era a lutto, perché in nessun luogo la democrazia si identifica con un uomo.

Di questo finale portano la responsabilità molti avversari di Berlusconi. C’erano vie per togliere alla inevitabile decadenza il sapore della vendetta, o addirittura il sospetto che serva per rendere il decaduto più vulnerabile alle Procure. Un voto segreto del Senato sarebbe stato rispettoso delle regole e politicamente più definitivo, avrebbe tolto al dibattito di ieri quell’aria di copione già scritto altrove.
Ma una forte responsabilità la porta proprio Berlusconi. La sua lunga militanza nelle istituzioni gli avrebbe dovuto suggerire comportamenti diversi. La condanna per un reato fiscale può considerarla ingiusta quanto vuole, e ad essa opporsi in tutti i modi.

Ma che fosse incompatibile con una carica pubblica era evidente, anche se non ci fosse stata la legge Severino. Avrebbe dovuto prenderne atto. Innanzitutto per i suoi elettori, che sono ancora tanti, forse più di quanti gli avversari pensano. Avrebbe dovuto offrire loro un progetto per tenere unito il centrodestra anche dopo di lui, per farlo tornare a vincere. Non chiedere l’ennesima battaglia pretoriana in difesa del capo, costi quel che costi al Paese, infatti rifiutata dai ribelli di Alfano.
E avrebbe dovuto chiedere la grazia, non pretenderla come una sottomissione dello Stato di diritto alla sua persona.

Invece Berlusconi ha scelto un’altra strada, per la felicità dei falchi di qua e di là. Spera così di costruire sul risentimento del suo elettorato l’ennesima resurrezione politica. Non sappiamo se ce la farà. Ma così non ce la farà l’Italia a voltare finalmente pagina.

28 novembre 2013

Stampato nel 1640, vale 14 milioni di dollari Battuto all’asta il libro più caro del mondo

Corriere della sera

Imperfetto e con errori: ma il Bay Psalm Book viene acquistato da un miliardario per una cifra record
 
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Nonostante alcuni studiosi di libri antichi ne contestino la qualità (l’inchiostro presente sulle pagine non è uniforme e vi sono nel testo numerosi errori di stampa), è stato battuto all’asta da Sotheby’s a New York per 14,2 milioni di dollari, diventando il volume stampato più costoso del mondo. Il Bay Psalm Book, il primo libro stampato nel territorio che sarebbe diventato Stati Uniti d’America, è stato acquistato dal miliardario americano David Rubenstein. Il magnate - fa sapere la celebre casa d’aste - avrebbe presentato la strepitosa offerta via telefono dall’Australia.

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I CONFRONTI - Il piccolo libro di salmi, stampato nel 1640 dai coloni puritani di Cambridge, nel Massachusetts, sarebbe una fedele traduzione in inglese dei salmi ebraici. Il record precedente per un volume stampato apparteneva aBirds of America di John James Audubon battuto all’asta sempre da Sotheby’s nel 2010 per 11,5 milioni di dollari. Il record assoluto di volume più costoso del mondo, come fa notare la Bbc, rimane al Codex Leicester, di Leonardo Da Vinci che nel 1994 fu venduto all’asta per la cifra record di 30,8 milioni di dollari. Ma il confronto è improprio ,perché in quel caso si tratta di un manoscritto, non di un volume stampato. Secondo Sotheby’s la copia dei Salmi sarebbe appartenuta all’Old South Church di Boston e il magnate che l’ha acquistata ha promesso che sarà concessa periodicamente in prestito alle più importanti biblioteche degli Stati Uniti.

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I DIFETTI - Dello stesso libro sarebbero sopravvissute altre 10 copie delle 1700 stampate originariamente. La Old South Church di Boston ne avrebbe ancora una, ma non è disposta a venderla, mentre le altre nove sono sparse in diverse biblioteche degli Stati Uniti. L’aprile scorso, quando si cominciò a parlare di una possibile asta, il reverendo Nancy Taylor confessò alla Bbc: «Si tratta di un libro straordinario, senza dubbio uno dei più importanti che esistano in questa nazione». Tuttavia già alcuni studiosi in passato avevano fatto notare che il volume presentava piccoli difetti: «E’ piena di errori ortografici e non ha una buona fattura - spiegava 200 anni fa l’editore e scrittore Isaiah Thomas - Chi lo ha redatto era del tutto ignaro di come si usa la giusta punteggiatura».



27 novembre 2013

Cade il mito di SpongeBob La spugna più famosa della tv scatena la polemica politica

La Stampa

francesco semprini
new york

Il dibattito scatenato dalla puntata del longevo cartone animato Usa “Critica contro le leggi sul lavoro e i servizi sociali americani usati per vivere alle spalle dello Stato”


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E adesso chi lo dice a Ginevra, Viktor, Singh, Liu, Pablo, Kerem, Olaf e gli altri milioni di bambini in tutto il mondo che hanno fatto di SpongeBob il loro mito animato? Chi glielo dice che la spugna più famosa del Pianeta è un provocatore politico, un agente della propaganda al servizio della destra quanto della sinistra, una sorta di mercenario infiltrato a diecimila leghe sotto i mari? Perchè è questa la vera identità del beniamino in giallo di tanti bimbi, non certo quella di una innocua spugna marina, un po’ goffa e per questo assai simpatica.

Si tratta piuttosto di un manifesto animato del marxismo antisistema, tanto quanto di un mazziere e guardiano del conservatorismo, che rischia di avere una sinistra (o destra) presa manipolatrice su povere anime innocenti. Perchè questo è emerso dal dibattito scatenato dalla puntata serale del longevo cartone americano dello scorso 11 novembre.

Tutto comincia perché “SpongeBob SquarePants” perde il lavoro al Krust Krab, il ristorante (di pesce) dove è impiegato da 15 anni. La crisi ha raggiunto anche gli abissi marini, fino alla comunità di Bikini Bottom, e il boss di SpongeBob calcola che rinunciando al suo dipendente può risparmiare sino a un nickel di contributi, ben cinque centesimi, e così non ci pensa due volte. Ricevuto il ben servito, SpongeBob si ritrova senza lavoro, senza un soldo, con la barba lunga e qualche buco sui suoi “pantaloni quadrati”. E col morale a terra. A cercare di dargli coraggio è il suo amico Patrick il quale gli dice che “una gloriosa disoccupazione” può essere divertente, anche perchè si ha tempo libero, aiuti sociali e molto relax.

Ecco allora che la povera spugna si fa trascinare dall’amico nella vita da nullafacente sino a quando però dinanzi a un pasto caldo ottenuto con i “food stamp”, i buoni pasto destinate alle persone meno abbienti, si rende conto che così non va bene. “Essere senza lavoro sarà pure divertente, ma io ho bisogno di un’occupazione”, dice la spugna che improvvisamente da homeless degli abissi torna ad essere brillante, energico e sbarbato. Ed ecco qui che ci sono tutti gli ingredienti per scatenare la rissa politica, le leggi del lavoro che pesano troppo sui datori, i padroni che non si fanno scrupoli a sbattere per strada fedeli dipendenti pur di risparmiare qualche moneta, la depressione da licenziamento, i servizi sociali usati per vivere alle spalle dello Stato, e uno SongeBob prima in versione “parassita” e poi in versione “krumira”.

Così Bikini Bottom si trasforma in arena politica. A scendere in campo sono i media conservatori che dapprima puntano l’indice sul fatto che la puntata di SongeBob è una forma di sottile quanto efficace propaganda sindacale perché mette in cattiva luce il povero datore di lavoro stretto nella morsa della crisi e quindi costretto a rinunciare al suo collaboratore di lungo corso. A tono la risposta dei media liberal secondo cui la povera spugna è la vittima di un sistema che non funziona, proprio come accade nella realtà. Quindi arriva il repentino cambio di fronte, dei conservatori New York Post e Fox New, forse consci del fatto che mettere SpongeBob in cattiva luce possa essere controproducente.

Così lo riabilitano dicendo che è iun esempio per tutti visto che ha deciso di non adagiarsi sui servizi sociali e i “food stamp”, come invece faceva l’amico “frikkettone” Patrick, ma si è messo a cercare subito un lavoro. Il dado è tratto: a stretto giro di posta si scatena Media Matters for America, osservatorio di stampo progressista: “I media della destra usano SpongeBob per attaccare i servizi sociali e gli ammortizzatori che il nostro Paese predispone per tutelare chi perde il lavoro, non è la prima volta che lo fanno e questa è una strumentalizzazione palese”.

Tra i botta e risposta di destra e sinistra a dare una chiave di lettura più lucida e serena è Russel Hicks, presidente di Nickelodeon, la casa produttrice del cartone. “Il successo di SpongeBob è quello di raccontare alcuni aspetti della realtà pur conservando quel carattere leggero e di simpatia per il quale piace tanto - spiega - E anche in quella puntata, come sempre, l’ottimismo del protagonista ha prevalso, ed è questo forse il messaggio più importante per tutti noi”. Un invito a rientrare nei ranghi, rivolto a destra quanto a sinistra.

Del resto non è la prima volta che la spugna marina più famosa del mondo è stata oggetto di tentata strumentalizzazione politica. Nel 2009 il neopresidente Barack Obama disse che guardava SpongeBob assieme alle figlie Malia e Sasha, creando malumori a destra, che nel 2011 ha accusato il cartone di promuovere un’agenda radicale sulla lotta ai cambiamenti climatici. Il tutto davanti agli occhi inconsapevoli e impotenti di Ginevra, Viktor, Singh, Liu, Pablo, Kerem, Olaf e degli altri milioni di bambini in tutto il mondo che adorano SpongeBob. E ai quali forse, è meglio non dire nulla questa volta, e risparmiare loro l’ennesima inutile provocazione da adulti frustrati.

Palermo, chiude l’albergo dei misteri

La Stampa

Lo storico Hotel delle Palme abbassa le saracinesche: dal saluto al barone Di Stefano alla morte di Raymond Roussel, una lunga storia di intrighi


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L’ultimo mistero lasciò l’hotel delle Palme di Palermo dentro una bara. Era il 6 aprile 1998 e il personale dell’albergo, di cui Acqua Marcia ha annunciato la chiusura entro gennaio a causa della crisi, era schierato nella hall per dare il commosso saluto al barone Giuseppe Di Stefano morto a 92 anni nella costosa suite 204 dove aveva trascorso per 50 anni un esilio dorato. I giornali descrissero con toni accorati quell’ultima pagina di gloria di un albergo che non è stato solo un teatro della vita per tanti personaggi del mondo dell’arte e dello spettacolo. Questo sontuoso edificio liberty, che chiude i battenti forse temporaneamente sotto i colpi della crisi, è stato anche il crocevia di intrighi del potere, trame della mafia, scandali della politica, avventure di personaggi stravaganti.

Costruito nel 1874 come residenza della famiglia aristocratica inglese Ingham-Whitaker, diventò nel 1881 la storica dimora dove Richard Wagner terminò il suo «Parsifal». Nel 1907 l’edificio venne ceduto al cavaliere Enrico Ragusa che lo fece diventare un simbolo della Belle Epoque dopo una trasformazione progettata da Ernesto Basile, caposcuola del liberty siciliano, impreziosita da marmi, specchi, arredi, statue e sale con soffitti intarsiati. Subito divenne il luogo del fascino e del lusso: la leggenda rimanda ancora il racconto delle cene con 12 portate organizzate da Vittorio Emanuele Orlando, il presidente della Vittoria.

Poi cominciò la lunga stagione dei misteri. Quello della fine di Raymond Roussel nel 1933, trovato morto dissanguato nel bagno della sua camera, intrigo’ tanto Leonardo Sciascia che ne ricavò un libro in cui mette in discussione la tesi ufficiale e sbrigativa di un suicidio. Nel 1943 l’hotel delle Palme, nato con il pretenzioso nome francese di Grand hotel et des Palmes in armonia con il clima aristocratico del tempo, venne requisito dalla Marina americana e diventò il centro direzionale di operazioni di intelligence ma anche di relazioni opache con personaggi della mafia siculo-americana. Qui Vito Genovese incontrava Charles Poletti, capo degli affari civili dell’amministrazione militare alleata.

E qui sarebbe venuto, nel 1946, appena espulso dagli Stati Uniti come «indesiderabile», il boss Lucky Luciano in compagnia della giovane amante Virginia Massa. Luciano sarebbe tornato nel 1957 per partecipare al vertice della mafia che decise i suoi nuovi assetti mondiali e l’eliminazione di Albert Anastasia. In una sala dell’hotel si ritrovarono con Luciano anche personaggi del calibro di Joe Bananas, Carmine Galante, Santo Sorge, Frank Garofalo, Vincenzo Rimi, Cesare Manzella, Rosario Mancino.

L’ombra della mafia si allunga anche sulla scelta del barone Di Stefano di ritirarsi nel lusso di una suite per mezzo secolo: forse era il viatico per sfuggire a un misterioso ricatto. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta le sale dell’hotel sono state testimoni delle trame della politica culminate con la caduta del governo autonomista di Silvio Milazzo. La crisi esplose quando un deputato Dc, Carmelo Santalco, portò in aula la registrazione, fatta in segreto in una stanza dell’albergo, di un colloquio per la compravendita di un voto di fiducia.

Da quel momento alle «Palme» prese il sopravvento una folla di personaggi dell’arte come Renato Guttuso e Giorgio De Chirico, del teatro come Tino Buazzelli e del mondo dorato del cinema come Vittorio Gassmann, Francis Ford Coppola, Al Pacino. Non passavano inosservati. E spesso lasciavano tracce nei ricordi del barman Toti Librizzi e della cronaca rosa. Ma anche quella stagione era ormai finita da un pezzo insieme con il crepuscolo dei suoi protagonisti.

(Ansa)

Sugli scogli di Senkaku si gioca la partita imperiale di Pechino

La Stampa

gianni riotta

Il gigante comunista rispolvera le mappe dell’800: in ballo un tesoro minerario e strategico


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È una storia del ventunesimo secolo che comincia nel diciannovesimo secolo, storia di Imperi caduti e rinati, potenze che non vogliono decadere, amici e nemici che cambiano fronte ad ogni generazione. La disputa sulle isole Senkaku, così le chiamano i giapponesi, o Diaoyu, secondo i cinesi, ha conosciuto un nuovo capitolo nei giorni scorsi, quando la Cina ha annunciato che avrebbe imposto alle compagnie aeree di comunicare i piani di volo sulla zona del Mar Cinese Meridionale, in gergo Adiz, che reclama come propria.

Le linee aeree hanno subito detto di sì, i rapporti militari tra Tokyo e Pechino, malgrado qualche recente miglioramento, non sono sincronizzati e il rischio di un incidente, un radar mal calibrato, la pressione di un militare falco, terrorizza l’aviazione civile. Ma il premier Shinzo Abe ha fatto subito fare retromarcia ai manager, nessuna comunicazione di rotte alle autorità cinesi, sarebbe un abdicare ai diritti sugli isolotti, disabitati e brulli. Gli americani hanno dapprima protestato con i ministri della Difesa Hagel e degli Esteri Kerry, poi mandato i bombardieri B52, simbolo di quel che resta dell’impero Usa, a volare sulle isole, a contestare la sovranità cinese. La reazione di Pechino è stata curiosa, non violenta nei toni, come sorpresa che giapponesi e americani rispondano alzando i toni, non abbassandoli.

Alla vigilia della festa del Ringraziamento, l’opinione pubblica americana è distratta sulle remote isole Senkaku-Diaoyu e l’Europa ignora la frizione. Un errore, perché quegli scogli possono diventare la Crisi di Cuba del nuovo secolo, come l’impasse che vide affrontarsi 51 anni fa Kennedy e Kruscev. Il Giappone fa risalire i propri diritti al 1894, tempi della guerra Sino-Giapponese, ma Pechino replica che già il governo nazionalista Kuomintang aveva disegnato una mappa delle aree di influenza «delle 11 linee» che comprendeva le isole disputate. La Cina comunista rivendica dal 1953 un’area semplificata a «9 linee» che include le isole Pratas, Stratly, Paracel, il Macclesfield Bank come riconquistati dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Molti passaporti di cittadini cinesi sono decorati con l’elegante filigrana della mappa «a 9 linee». Ma la Storia è più ruvida di una filigrana e gli americani e i giapponesi hanno differenti narrative. Quando il Giappone perde la guerra, gli Usa assumono il controllo del Paese, incluso l’arcipelago delle isole Ryukyu che - secondo l’interpretazione di Washington e Tokyo - comprende le disputate Senkaku-Diaoyu. Pechino, da ancor prima della vittoria di Mao, non si dice d’accordo. L’8 settembre 1951 tutto dovrebbe andare a posto con la firma del Trattato di San Francisco, Usa, Giappone e 47 Paesi che chiudono la tragedia della guerra mondiale.

Tokyo rinuncia a ogni rivendicazione sui territori di Corea, Taiwan (Formosa a quei tempi), Pescadores e Spratly. Quella carta diplomatica reca le tracce della tensione di oggi. Le Senkaku-Diaoyu non sono menzionate, perché, secondo Washington e Tokyo, fanno parte della «Prefettura di Okinawa» e, quando nel 1971 gli Usa restituiscono Okinawa ai giapponesi il patto è chiuso. In realtà né Taiwan né la Cina lo accettano, e l’alleanza militare nippo-americana del 1960 e la scoperta del petrolio nella zona, 1969, piantano a fondo i semi del veleno. Le isole sono al centro delle rotte commerciali e militari verso il Mar Cinese Meridionale, ricche di banchi di pesca e con il petrolio ormai accertato.

I sommergibili le usano come boa e il traffico di superficie è formidabile, 4000 miliardi di merci in euro incrociano dal Mar Cinese Meridionale in un anno, il 23% import-export americano, con 11 miliardi di barili di greggio, 1900 miliardi di piedi cubici in gas naturale. Entro 20 anni il 90% del petrolio medio orientale passerà da quelle acque. Pechino, Washington e Tokyo e gli altri Paesi che seguono la disputa, Filippine, Malesia, Vietnam, Australia, non hanno come posta isole senza case, che il Giappone ha in parte riacquistate da un proprietario, temendo finissero proprietà di estremisti nazionalisti.

Sanno che controllare quel mare, l’autostrada dello sviluppo dell’Asia in un secolo che intellettuali come Kishore Mahbubani a Singapore predicono «Secolo asiatico» significa controllare il Pacifico, il mondo, la pace e la guerra. La Cina ha varato una flotta d’alto mare, la prima dall’Impero, ristrutturando una portaerei ucraina che in queste ore, sotto le pretese di una «spedizione scientifica», naviga con quattro navi da guerra verso le Senkaku-Diaoyu. Vuol controllare lo stretto di Hormuz e l’imbocco dell’Oceano Indiano. Il presidente Xi Jinping ha avviato, cautissime, riforme economiche e demografiche interne, ma sa che davanti alle forze armate non può rinunciare ad accrescere l’egemonia cinese. La pressione del Drago getta quindi in braccio all’Aquila Usa amici e nemici di ieri, Giappone, Malesia, Filippine, Australia, Vietnam. Obama in Asia, continente al centro della sua strategia, non può sbagliare.

Servirebbe che nessuno facesse mosse precipitose, che Pechino chiedesse un arbitrato internazionale sulle isole e che Tokyo si dicesse disposta ad accettarne il verdetto. La scommessa è purtroppo un’altra: chi comanderà nel XXI secolo come la Gran Bretagna comandava nel XIX e l’America (e solo in parte l’Urss) nel XX? India e Pakistan, ma anche Indonesia, Malesia, Russia, stanno a guardare con interesse come la Cina se la cava. Pechino non è mai la prima ad alzare i toni, butta il sasso e aspetta di vedere come reagiscono i rivali.

Se resistono fa marcia indietro, se cedono, avanza. Le pittoresche Senkaku-Diaoyu sono un pericolo per i traffici che dominano, perché Pechino non può rinunciarvi e perché dopo il «flip flop» sulla Siria Obama non può sbagliare. In Giappone Shinzo Abe ritiene che la Seconda Guerra Mondiale sia ormai chiusa e che il suo Paese debba potersi difendere dallo storico avversario continentale. Occhio a una possibile guerra dei nostri tempi, eredità di tempi remotissimi, imperi e faide che non finiscono mai.

Twitter @riotta

Il perito non capisce il dialetto: tre anni in cella da innocenti

Libero

A causa di intercettazioni mal interpretate due fratelli pugliesi vengono scambiati per mafiosi e sbattuti in carcere. Ora chiedono allo Stato un milione di risarcimento


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In Italia puoi essere sbattuto dentro e restarci tre anni perché il consulente incaricato di analizzare le intercettazioni è di Bologna e, non capendo il dialetto delle tue parti, interpreta fischi per fiaschi. In Italia puoi esser agguantato d’improvviso insieme a tuo fratello perché «promotori di un sodalizio mafioso» che ti costerà 36 e passa mesi di cella. È possibile questo e pure altro, tanto non accadrà nulla a nessuno: tranne che a te, alla tua famiglia e al tuo lavoro.

Vecchia storia, solita storia. La stessa capitata ai fratelli Antonio e Michele Ianno, di San Marco in Lamis (Foggia) che un bel mattino si sono visti ammanettare dalla Dda di Bari.  Saranno detenuti «cautelarmente» tre anni uno e tre anni e mezzo l’altro, salvo accorgersi poi che non c’entravano niente,  che quel clan non l’avevano mai costituito e che il duplice omicidio in concorso di cui erano accusati non lo avevano compiuto. E neppure un altro tentato omicidio, il porto d’armi illegale, niente di niente. Insomma, si trattava di un gigantesco abbaglio giudiziario.

Nel giugno del 2004 il gip del tribunale di Bari firma la richiesta di custodia cautelare del pm della Dda per Antonio e Michele Ianno, poco meno che 40enni all’epoca, di professione «mastri di cantiere», cioè piccoli imprenditori edili formatisi a botte di secchi di calce sulle spalle. Sono considerati promotori di una compagine malavitosa facente capo alle famiglie Martino-Di Claudio, operante nel contesto della così detta mafia garganica. Associazione mafiosa (il “mitico” art. 416 bis), concorso in tentato omicidio e in duplice omicidio, porto illegale di armi, il tutto con l’aggravante di voler favorire i clan. Una gragnuola di accuse da svenire solo a leggerne i capi d’imputazione, un fulmine che incendia la vita dei due. E non solo.

La difesa, rappresentata dal prof. avv. Giuseppe Della Monica, prova a spiegare che stavano prendendo un granchio ma quando le cose prendono una certa piega raddrizzarle è impresa titanica. Sarà così tutto un crescendo di ricorsi e controricorsi, un supplizio di “calamandreiana” memoria. In queste storie, in genere o c’è un «pentito» che si ricorda di te oppure, intercettando a strascico in una certa area sensibile, si rischia di scambiare lucciole per lanterne. Se di sbagliato poi c’è anche la relazione di un consulente del pm che -chissà perché scovato a Bologna - fraintende il dialetto pugliese ecco che la faccenda si complica, fino a farsi kafkiana grazie a un’altra ordinanza che colpirà i fratelli, per giunta per gli stessi reati più un’estorsione che prima non c’era: un modo come un altro per mandare a farsi benedire il ne bis in idem.

Negli atti si legge un po’ di tutto oltre al sangue versato: appalti del comune di San Marco in Lamis di esclusivo appannaggio degli Ianno mentre invece l’ente attesterà che non era vero esibendo l’elenco delle opere pubbliche; oppure il pericolo di fuga a giustificazione dell’arresto: per la Dda i due s’erano dati alla macchia per evitare lo Stub (il guanto di paraffina) ma la difesa riuscirà a provare che non era così perché un vigile urbano li aveva identificati su un cantiere per le proteste di un vicino disturbato dai rumori proprio il giorno del reato contestato.

Siamo nel 2006, due anni sono già trascorsi intanto. La seconda ordinanza viene annullata totalmente in udienza preliminare e il giudice ordina la scarcerazione «se non detenuto per altro motivo». L’altro motivo, però, c’era ed era la prima ordinanza, i cui effetti erano ancora in itinere dinanzi alla Corte d’Assise di Foggia. Per farla breve, i giudici alla fine si accorgeranno dell’errore della procura e scarcereranno prima Michele e poi Antonio, a distanza di sei mesi uno dall’altro. Inutile dire delle conseguenze dirette ed indirette patite. Risultato? Lo stato prepari un bell’assegno circolare da un milione di euro: tanto hanno chiesto nel 2010 - quando tutto è passato in giudicato - cioè il massimo previsto dalla legge (500mila euro cadauno) per tanta gratuita tragedia. Ovviamente ancora aspettano.

di Peppe Rinaldi

Chi c’è dietro Change, l’ex maestra che cambia il mondo con le battaglie civili

Corriere della sera

di Marta Serafini

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Cinquanta milioni di utenti. E cinquecento mila petizioni. Dalla richiesta di aumentare l’illuminazione nel quartiere, passando per i diritti degli scout gay fino alle attività di lobbying per modificare le costituzioni. Quando nel 2007 Ben Rattray decise di creare una piattaforma di petizioni online, non immaginava che sarebbe diventata uno degli strumenti di democrazia liquida più usati in rete. E non pensava che il Time di lì a pochi anni lo avrebbe inserito tra i cento personaggi più influenti al mondo. Oggi le petizioni lanciate su Change.org arrivano sul tavolo di Obama, finiscono nelle caselle di posta dei premi Nobel e contribuiscono, qualche volta, a migliorare le sorti dell’umanità. Ma non solo. A utilizzarla sono soprattutto i giovani e le donne (il 60 per cento degli utenti sono di sesso femminile).

Asso nella manica di Rattray è Jen Dulski, ex maestra ed ex manager di Google. Questa quarantenne dall’aria apparentemente gentile ma che in realtà ha la fermezza di una leonessa, da poco è diventata Chief operating officer di Change.Org. Più vicina a Naomi Klein e alle studiose  di tecnologia come Parmy Olson che alle femministe da cover patinata come Sandberg e Mayer, Jen va dritta al punto quando spiega:

“Google ha reso possibile la diffusione del sapere. Ma non tutto quello che esce dalla Silicon Valley è bene. Occorre dunque riequilibrare lo strapotere delle big companies e riportare un po’ di democrazia sul web”.
Dulski decide di passare a Change dopo la morte di Trayvon Martin, ragazzo di colore ucciso da un poliziotto in Florida solo perché aveva un atteggiamento sospetto. “Mi sono sempre chiesta come si possano accorciare le distanze tra i cittadini e la politica. E ho trovato nella petizione online un mezzo”. L’appello via web è solo un piccolo passaggio del processo di decision making (il processo decisionale). Ma, se si considera che ogni giorno commentiamo le notizie di cronaca sulle nostre bacheche Facebook e Twitter, ci indigniamo e segnaliamo ingiustizie e soprusi, incanalare questo flusso di informazioni non è un’idea poi così stupida. E l’idea è ancora più intelligente se frutta denaro. Change funziona grazie a un sistema di donazioni spontanee. Il meccanismo è semplice: chiunque può registrarsi al sito e avviare, gratis, una petizione riguardo un determinato tema. In cambio può lasciare da un euro/dollaro in su.

Secondo i maligni, i ricavi di Change sono enormi. Wired addirittura li ha paragonati a quelli di Google. Un’esagerazione. Ma di sicuro questo servizio all’apparenza no profit in realtà mira a fare profitti. Le Onlus e le associazioni che vogliano promuovere le loro campagne possono farlo a pagamento sulla piattaforma. Inoltre da gennaio verrà lanciata la possibilità per i decision maker (che siano politici o meno) di aprire degli account e di ricevere direttamente segnalazioni e petizioni.  Un servizio, insomma. O un Amazon della carità come mormorano i detrattori.

Change ha conquistato anche il pubblico italiano (gli utenti nel nostro Paese sono 1 milione e 700 mila). Non a caso a Roma si è formato un team di quattro persone, tutte provenienti dal mondo del no profit, capitanate da Salvatore Barbera, ex campaign manager di Greenpeace. Tante, oltre seimila, le petizioni che sono rimbalzate sugli schermi del nostro paese. Dalla cittadinanza italiana per Cristian, discriminato in quanto affetto da sindrome di Down, lanciata dalla madre Gloria Ramos (la sua storia è stata raccontata per la prima volta da Alessandra Coppola  sui blog del Corriere della Sera I nuovi italiani e la Città Nuova ).

Ma anche l’appello di Gabriele Muccino per limitare l’ingresso delle grandi navi nella laguna di Venezia o la petizione per sostenere la nomina del Maestro Claudio Abbado Senatore a vita, promossa da Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario al Ministero dei Beni Culturali. Tutte iniziative che sono andate a buon fine e che hanno contribuito ad accrescere il successo di questa forma di marketing sociale. E che  – come spiega Barbera – “hanno il merito di nascere dal basso e di scalfire il corporativismo italiano”.

Twitter @martaserafini

Lo statista D’Alema perso in una buca dà gli ordini a Lupi: "Riparami la strada"

Libero

L’ex premier al ministro per le Infrastrutture: "Devi sistemare l’asfalto vicino alla mia Fondazione: è in centro, mica a Torbellamonaca..."


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La buca è, probabilmente, un risucchio dell’anima. «In de la mia strada gh’è ona busa noeuva / ona busa noeuva che jer la gh’era nò. / L’hoo minga vista, porca d’ona Eva/quella busa noeuva e, pamm, son borlaa giò!», nella mia strada c’era una buca nuova, non me ne sono accorto e ci sono rotolato dentro (assieme al vigile), cantava Nanni Svampa, nella suametafora sociale. Ma quella, diomio, era una buca plebea, una buca di Milano. Le buche nel porfido di Roma - come quella in via dei Baullari tra piazza Navona e piazza Farnese - che s’intromettono nel passeggio quotidiano del viandante Massimo D’Alema; be’, quelle sono tutt’altro.

Sono stizza ideologica, materia di dibattito politico, finanche cupio dissolvi. Capita che Max D’Alema s’avveda della buca a Roma, a due passi dalla sede della sua Fondazione Italiaeuropei; e, invece di incazzarsi col suo sindaco Marino, Pd, trovandosi di passaggio a Milano, pensa bene di rivolgersi al ministro dei Trasporti, il milanesissimo Maurizio Lupi, ex Pdl: «L’hanno scavata, la buca, e nessuno l’ha ancora richiusa. All’estero avrebbero arrestato il responsabile di uno scempio simile: è in pieno centro, mica a Torbellamonaca...». La qual cosa, nel claustrale Lupi, a cui pur s’addice una naturale disposizione penitenziale, fa sorgere inquietanti interrogativi: ma dove va all’estero, Massimo D’Alema? Perché, allora, Ignazio Marino è ancora a piede libero?

Di quante buche è disseminato l’asfalto degli sfigati di Torbellamonaca?; e soprattutto quando mai c’è passato, il pariolino D’Alema, a Torbellamonaca? Lupi, con la sua bella faccia da pugile, si limita a sussurrare: «Adesso dovrò occuparmi anche della buca di D’Alema...», dando l’im - pressione di poter davvero arrivare, personalmente e cristianamente, in via Baullari, armato di cazzuola, cappelluccio da muratore e cemento a presa rapida. E, insomma, il ministro la chiude lì. Ma pecca, invero, di superficialità. Perché, per quel che è oggi Il fantasma del leader di un centrosinistra che fu e non è più (bella definizione dall’omonimo libro di Alessandra Sardoni, Marsilio) la buca di D’Alema è una ferita profonda, una straordinaria mancanza di rispetto.

Quella buca, per l’ex leader senza sorriso è, in realtà, la discesa nel Maelström di E.A. Poe. Il vortice dell’impo - tenza. Un po’ la sua personale metafora della sconfitta. E non importa che davanti a quella depressione stradale (che è davvero ignorata, da tre mesi, dal Comune) vi sia tanto di cartello con lastra per il passaggio annessa. Quella buca, sul basculare quotidiano di colui che fu il capo indiscusso, è lì a ricordargli tutte le buche degli ultimi anni. Cito random, estraendo puredaun sito di militanti di sinistra disillusi: la passeggiata a braccetto con Hezbollah;

e l’accarezzamento della foto di Vasto «il futuro»; e il sogno del ministero degli Esteri con Monti attraverso la rete europea di endorsementlaburisti di Gianni Pittella (trombato Monti e trombato pure Pittella); e il sostegno di Boccia alle Regionali e di Bersani alle Primarie (e s’è visto...); e fare le Primarie finte; e «fare le Primarie vere, perderle di fatto e dire che le primarie sono una cazzata »; e Grillo che è «solo l’incrocio fra Umberto Bossi e il Gabibbo»; e la Bicamerale; e «se votassero solo quelli che leggono libri e giornali vinceremmo noi»; e quell’ «igno - rante di Renzi», giusto per citarlo.

Forse è tutto questo che scorre nella testa dell’ex politico più intelligente d’Italia, mentre, ingobbito e invecchiato, ogni giorno, sfiora le auto di passaggio in via dei Baullari onde evitare che, causa la maledetta buca, sterzino e rischino di arrotarlo. Che poi, in fondo, è l’unico modo per far fuori D’Alema. O magari, semplicemente, la risposta sta nelle scarpe. Anni fa, in una cena a casa dell’amico Alfredo Reichlin, Max ne sfoggiava un paio costate un milione e mezzo di lire. Incredulità degli astanti, scrisse Concita De Gregorio: «Ma sono fatte a mano ». «Ah, ecco». Nel suo incedere a testa alta, l’incubo dello statista è essere inghiottito dai piedi, specie se avvolti nel cuoio pregiato...

di Francesco Specchia