venerdì 29 novembre 2013

Ecco il caricabatteria per cellulari che va a idrogeno

Corriere della sera

 

Ecco Brunton, il carica batteria con reattore ad idrogeno adatto per smartphone, tablet e console per videogiochi (Olycom)

 

 

 

Urss, Kissinger, massoneria Ecco i misteri di Napolitano

Paolo Bracalini - Ven, 29/11/2013 - 08:21

Da dirigente Pci intrattenne rapporti riservati con Unione sovietica e Usa, dove andò durante il sequestro Moro. E da allora la "fratellanza" mondiale lo tratta con riguardo

«Il presidente Napolitano è stato sempre garante dei poteri forti a livello nazionale e degli equilibri internazionali sull'asse inclinato dal peso degli Stati Uniti» scrivono i giornalisti di inchiesta Ferruccio Pinotti (del Corriere della sera) e Stefano Santachiara (Il Fatto) in I panni sporchi della sinistra (ed. Chiarelettere).


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Il primo ritratto, di 60 pagine, è dedicato proprio al presidente della Repubblica («I segreti di Napolitano»), «l'ex ministro degli esteri del Pci» come lo definì Bettino Craxi interrogato dal pm Di Pietro nel processo Enimont. I rapporti con Mosca, quelli controversi con Berlusconi (il mensile della corrente migliorista del Pci, Il Moderno, finanziato da Fininvest, ma anche dai costruttori Ligresti e Gavio), e le relazioni oltreoceano, con Washington.

Una storia complessa, dalla diffidenza iniziale del Dipartimento di Stato Usa e dell'intelligence americana («nel 1975 a Napolitano gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti»), alle aperture dell'ambasciata Usa a Roma, al «misterioso viaggio» di Napolitano negli Stati uniti nel '78, nei giorni del sequestro Moro, l'altro viaggio insieme a Occhetto nel 1989, fino «all'incontro festoso, molti anni dopo, nel 2001, a Cernobbio, con Henry Kissinger, ex braccio destro di Nixon, che lo saluta calorosamente: “My favourite communist”, il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: “Il mio ex comunista preferito!”».

Il credito di Napolitano presso il mondo anglosassone si dipana nel libro-inchiesta anche su un fronte diverso, che Pinotti segue da anni, la massoneria, e che si intreccia con la storia più recente, in particolare con le dimissioni forzate di Berlusconi nel 2011, a colpi di spread e pressioni delle diplomazie internazionali. Su questo terreno gli autori fanno parlare diverse fonti, tra cui una, di cui non rivela il nome ma l'identikit: «Avvocato di altissimo livello, cassazionista, consulente delle più alte cariche istituzionali, massone con solidissimi agganci internazionali in Israele e negli Stati Uniti, figlio di un dirigente del Pci, massone, e lui stesso molto vicino al Pd».

Il quale racconta: «Già il padre di Giorgio Napolitano è stato un importante massone, una delle figure più in vista della massoneria partenopea» (proprio nei giorni successivi all'uscita del libro sarebbe spuntata, dagli archivi di un'associazione massonica di primo piano, la tessera numerata del padre di Napolitano, ndr). Tutta la storia familiare di Napolitano è riconducibile all'esperienza massonica partenopea, che ha radici antiche e si inquadra nell'alveo di quella francese...».

Avvocato liberale, poeta e saggista, Giovanni Napolitano avrebbe trasmesso al figlio Giorgio (legatissimo al padre) non solo l'amore per i codici «ma anche quello per la “fratellanza”» si legge. E poi: «Per quanto riguarda l'attuale presidente, negli ambienti massonici si sussurra da tempo di simpatie della massoneria internazionale nei confronti dell'unico dirigente comunista che a metà anni Settanta, all'epoca della Guerra fredda, sia stato invitato negli Stati Uniti a tenere un ciclo di lectures presso prestigiosi atenei. Napolitano sarebbe stato iniziato, in tempi lontani, direttamente alla «fratellanza» anglosassone (inglese o statunitense)».

Da lì il passo ad accreditare la tesi, molto battuta in ambienti complottisti, di un assist guidato a Mario Monti, è breve, e viene illustrata da un'altra fonte, l'ex Gran maestro Giuliano Di Bernardo («criteri massonici nella scelta di Mario Monti») e da uno 007 italiano. L'asse di Berlusconi con Putin - specie sul dossier energia - poco gradito in certi ambienti, entra in questo quadro (fantapolitica?). Con un giallo finale nelle pagine del libro, raccontato dalla autorevole fonte (senza nome): Putin avrebbe dato a Berlusconi delle carte su Napolitano. Se queste carte esistono, riguardano più i rapporti americani di Napolitano che quelli con i russi». Materiale per una avvicente spy story su Berlusconi, Napolitano, Monti, Putin, la Cia, il Bilderberg...

Il coniglio e i piccoli uomini

Alessandro Sallusti - Gio, 28/11/2013 - 15:00

Si chiama Pietro Grasso, da poco è presidente del Senato. Ha diretto il plotone di esecuzione violando anche le ultime norme che erano rimaste da violare

Piccoli uomini, senza il senso della Storia, della giustizia e della libertà hanno messo in scena una Piazzale Loreto bis, aggiungendo vergogna a vergogna nazionale.


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Il piccolo presidente Napolitano, detto dagli amici «il coniglio», si è goduto lo spettacolo al riparo della fortezza del Quirinale durante la giornata, per poi festeggiare in serata all'Opera di Roma. Ha mandato avanti, il coniglio, un altro piccolo uomo suo servitore, che guarda caso è un fresco ex pm. Si chiama Pietro Grasso, da poco è presidente del Senato. Il Grasso ha diretto il plotone di esecuzione violando anche le ultime norme che erano rimaste da violare, così, tanto per non farsi mancare nulla. Gli altri non meritano neppure citazione, tanto piccoli uomini si sono dimostrati. Faccio un'eccezione per il piccolo Schifani, il più infido tra i traditori di Forza Italia. Nei suoi mielosi interventi dentro e fuori l'aula per l'ipocrita difesa di Berlusconi, ha detto di sentire un «dovere morale». Dichiarazione fuorviante perché potrebbe far credere ai più distratti che lui sappia che cosa sia la morale. Meglio avrebbe fatto a dire: faccio così perché sono «uomo d'onore».

E come sempre, quando c'è da fare scorrere sangue senza nulla rischiare, non potevano mancare gli intellettuali. In questo caso si chiamano “senatori a vita”, tipo l'architetto Renzo Piano e lo scienziato Carlo Rubbia. Parliamo di due amici di Napolitano (tanto amici che ce li farà mantenere a noi fin che campano) che l'Italia sanno a malapena dove è sulla cartina geografica. Ma hanno un pregio persino superiore ai loro meriti accademici: sono rigorosamente di sinistra. Ieri, per la prima volta da quando sono stati nominati, hanno onorato (si fa per dire) il loro lauto vitalizio e si sono presentati in aula per partecipare alla mattanza e da domani, orgogliosi, racconteranno l'avventura e l'emozione alle dame dei salotti radicalchic, sorseggiando champagne tra una tartina di caviale e l'altra.

Questa è l'Italia che vorrebbe riscrivere la storia: due compari siciliani, Grasso e Schifani (fino a pochi mesi fa il primo praticamente indagava sul secondo), quattro rimbambiti grillini (che se Berlusconi non avesse governato a lungo mai e poi mai avrebbero avuto la giusta libertà di dire e fare ciò che hanno detto e fatto negli ultimi anni), un centinaio di senatori di sinistra così ipocriti e vigliacchi da non fare scattare neppure l'applauso all'annuncio della decadenza. Se l'avessero fatto, li avrei rispettati. Ma in tal caso si parlerebbe di uomini, non di piccoli uomini.

Quando il pool graziò il Pds e i giudici diventarono casta

Sergio d'Angelo - Ven, 29/11/2013 - 08:25

Mani pulite con la regia di Md sfiorò il partito per dimostrare che avrebbe potuto colpire tutti Il Parlamento si arrese, rinunciando all'immunità. E così consegnò il Paese ai magistrati

Per rendersi credibile alla magistratura, il tacito accordo tra Md e Pds avrebbe dovuto coinvolgere magistrati della più varia estrazione e provenienza politica e culturale.

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Nel 1989 era entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale che apriva la strada ad un'attività dell'accusa priva di qualunque freno, nonostante l'introduzione del Gip (giudice delle indagini preliminari), in funzione di garanzia dei diritti della difesa. C'è un significativo documento - intitolato I mestieri del giudice - redatto dalla sezione milanese di Md a conclusione di un convegno tenutosi a Renate il 12 marzo 1988, in casa del pm Gherardo Colombo. In quel testo l'allora pm di Milano Riccardo Targetti tracciò una netta distinzione tra «pm dinamico» e «pm statico», schierandosi naturalmente a favore della prima tipologia, come il nuovo codice gli consentiva di fare.

Che cosa legava tra loro i componenti del pool Mani pulite? Nulla. Che Gerardo D'Ambrosio (chiamato affettuosamente dai colleghi zio Jerry) fosse «vicino» al Pci lo si sapeva (lui stesso non ne faceva mistero), ma non si dichiarò mai militante attivo di Md. Gherardo Colombo era noto per aver guidato la perquisizione della villa di Licio Gelli da cui saltò fuori l'elenco degli iscritti alla P2: politicamente militava nella sinistra di Md, anche se su posizioni moderate.
Piercamillo Davigo era notoriamente un esponente di Magistratura indipendente, la corrente più a destra. Francesco Greco era legato ai gruppuscoli dell'estrema sinistra romana (lui stesso ne narrava le vicende per così dire «domestiche»), ma nel pool tenne sempre una posizione piuttosto defilata. Infine, Di Pietro, una meteora che cominciò ad acquistare notorietà per il cosiddetto «processo patenti» (che fece piazza pulita della corruzione nella Motorizzazione civile di Milano) e l'informatizzazione accelerata dei suoi metodi di indagine, per la quale si avvalse dell'aiuto di due carabinieri esperti di informatica.

Il 28 febbraio 1993, a un anno dall'arresto di Mario Chiesa, cominciano a manifestarsi le prime avvisaglie di un possibile coinvolgimento del Pds nell'inchiesta Mani pulite con il conto svizzero di Primo Greganti alias «compagno G» militante del partito, che sembra frutto di una grossa tangente. Il 6 marzo fu varato il decreto-legge Conso che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti. Il procuratore Francesco Saverio Borrelli va in tv a leggere un comunicato: la divisione dei poteri nel nostro Paese non c'era più. Il presidente Oscar Luigi Scalfaro si rifiuta di firmare il decreto, affossandolo.

Alla fine di settembre il cerchio sembra stringersi sempre di più intorno al Pds, per tangenti su Malpensa 2000 e metropolitana milanese: tra smentite del procuratore di Milano Borrelli e timori di avvisi di garanzia per Occhetto e D'Alema, la Quercia è nel panico. Il 5 ottobre Il Manifesto titola I giudici scagionano il Pds: l'incipit dell'articolo - a firma Renata Fontanelli - è il seguente: «. La posizione di Marcello Stefanini, segretario amministrativo della Quercia e parlamentare, verrà stralciata e Primo Greganti (il «compagno G») verrà ritenuto un volgare millantatore. Il gip Italo Ghitti (meglio noto tra gli avvocati come «il nano malefico») impone alla Procura di Milano di indagare per altri quattro mesi poi il 26 ottobre come titola il Manifesto a pagina 4 titola D'Ambrosio si ritira dal pool per impedire speculazioni sui suoi rapporti «amicali» con il Pds.

Quali indicazioni si possono trarre da questa vicenda? Il pool dimostrò che la magistratura sarebbe stata in grado di colpire tutti i partiti, Pds compreso; la Quercia era ormai un partito senza ideologia e il suo elettorato si stava fortemente assottigliando (era al 16%): c'era dunque la necessità di trovare un pensiero politico di ricambio, che poteva venire solo dall'esterno; nessuna forza politica avrebbe mai potuto modificare l'assetto istituzionale nonché l'ordinamento giudiziario senza il consenso della magistratura; alla magistratura fu fatto quindi comprendere che l'unico modo di conservare i propri privilegi sarebbe stato quello di allearsi con un partito in cerca di ideologia.

Il Psi con Bettino Craxi, Claudio Martelli e Giuliano Amato avevano minacciato o promesso un drastico ridimensionamento dei poteri e privilegi dell'ordine giudiziario. Ma la reazione delle toghe fu tanto forte da indurre un Parlamento letteralmente sotto assedio e atterrito a rinunciare ad uno dei cardini fondamentali voluto dai costituenti a garanzia della divisione dei poteri: l'immunità parlamentare. A questo punto il pallino passò al Pds, che non tardò a giocarselo.

Di giorno nel centro di accoglienza, di notte i raid: presi dopo 54 colpi

Il Giorno

di Paola Pioppi


Tre in manette ma la banda potrebbe essere più articolata. Indagini scattae dopo colpo a Cavallasca. Ricostruiti altri 53 furti, di cui 19 commessi nel Comasco e 9 nel Lecchese


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Como, 29 novembre 2013 - Di giorno ospiti del centro di accoglienza, di notte in giro per la Lombardia a commettere furti nelle abitazioni, incuranti della presenza dei proprietari. Sono 54 i colpi che l’indagine, condotta dalla Squadra Mobile di Como, contesta a un gruppo di albanesi domiciliati nel centro di accoglienza di via Saponaro di Milano o in campi nomadi dell’hinterland milanese. Sono i luoghi dove la refurtiva veniva smerciata, di ogni genere e valore. In carcere, su ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Maria Luisa Lo Gatto e chiesta dal sostituto procuratore Antonio Nalesso, sono finiti tre albanesi, ma gli inquirenti ritengono che la banda responsabile di quei 54 colpi fosse più articolata, e gli accertamenti sono ancora in corso.

Zenel Gjoni, albanese di 23 anni residente a Rozzano, era in carcere al Bassone già da agosto, condannato a due anni per un furto in abitazione commesso a Lenno, dove era stato arrestato dai carabinieri. L’ordinanza ha raggiunto in carcere anche Fadil Bajrami, 26 anni, detenuto a Tolmezzo sempre per furti, mentre nel campo nomadi di via Novara a Milano, è stato arrestato Francesck Gjerkaj, 21 anni.

Le indagini sono partite un anno fa da un furto in abitazione realizzato a Cavallasca, il 20 novembre: gli investigatori, avevano tenuto sotto controllo alcuni dei telefoni rubati in quell’occasione. Da quel momento, sono stati ricostruiti altre 53 furti, di cui 19 commessi nel Comasco e 9 nel Lecchese. La banda ogni notte colpiva più abitazioni di una stessa zona, per poi affrettarsi a vendere la refurtiva ad altri stranieri, realizzando il guadagno in poche ore. Il quartier generale dello smercio era soprattutto il centro di accoglienza di via Saponaro, mischiati tra un centinaio di ospiti e capaci di nascondere sia la refurtiva che i luoghi in cui veniva conservata.

Nel corso delle indagini sono state recuperate una decina di auto rubate utilizzate per gli spostamenti, mentre durante gli arresti è stata recuperata refurtiva recente: 11 telefoni cellulari, 4 penne usb, un computer portatile, orologi, anelli, occhiali. Il 24 febbraio la banda aveva agito in due case a Vertemate con Minoprio, due giorni dopo altre due a Capiago Intimiano, tra 28 marzo e 1° aprile ad Albese, Eupilio, Barni e Longone al Segrino, a inizio maggio tra Fino Mornasco e Grandate, per posi spostarsi ad Alzate Brianza il 15 maggio, dove ha realizzato tre furti, e tre giorni dopo a Erba, Albese, Luisago. Nel Lecchese i colpi contestati sono stati realizzati a Cassago a fine marzo, a Oggiono il 26 marzo, il 13 metà aprile a Galbiate, Valgreghentino, Olginate: una sequenza di sette colpi in una notte.

Io, cieco, rischio la vita per andare a lavorare”

La Stampa

giampiero maggio
ivrea (torino)

Ivrea, la battaglia di un disabile: “Scendo dal bus e resto senza aiuto”



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Umberto Breglia ha 43 anni ed è cieco. A portargli via la vista, un po’ per volta, è stata una retinite pigmentosa genetica. Lui, che all’epoca aveva 20 anni, ha capito quel che gli stava capitando. Si è adeguato all’handicap e ha lottato: ha imparato il linguaggio braille, ha continuato a studiare e ha insegnato in un centro professionale. Fino a 25 mesi fa, quando è rimasto senza lavoro.

Ma nemmeno questa volta si è arreso. Lunedì prossimo, dopo aver vinto un concorso, farà il centralinista al carcere di Ivrea. Poco più di 1100 euro al mese. Ogni mattina partirà da Torino, dove vive, per raggiungere la casa circondariale. Un’ora di viaggio, tra metro, treno e autobus, senza problemi. Fino all’ultima fermata del pullman prima del carcere: scenderà direttamente sulla statale, dove sfrecciano decine di auto al minuto. Da qui in avanti per lui sarà impossibile raggiungere il posto di lavoro. «A meno che - spiega - io non voglia rischiare la vita finendo sotto una macchina».

Quasi 150 metri di tragitto pieno di ostacoli. Senza strisce pedonali, senza un semaforo con un segnalatore acustico, senza un marciapiede che conduca alla casa circondariale. Banalità per chi non è costretto a convivere con un handicap del genere, una priorità per chi, come Umberto, deve muoversi sfidando il buio. 


Ora lancia un appello: «Aiutatemi, mettetemi nelle condizioni di poter andare al lavoro senza dover rischiare la vita ogni giorno». Ha chiesto al Comune di Ivrea che venisse spostata la fermata il più vicino possibile al carcere. E che, soprattutto, venissero disegnate le strisce pedonali a ridosso del semaforo. Tutto inutile.

La prima risposta lo ha lasciato impietrito. Poche righe inviate via mail dal Comune. C’era scritto: «Le devo comunicare che, purtroppo, ci sono criticità strutturali su quel nodo per cui nell’immediato risulta molto complicato attuare delle modifiche». Detto in burocratese, si dovrà arrangiare. Il sindaco della città, Carlo Della Pepa, ora assicura: «Faremo il possibile per aiutarlo». L’alternativa, per Breglia, sarà il taxi: «Ma ho già fatto i conti. Dalla stazione di Ivrea al carcere mi costerà più di 400 euro al mese...». 

Fra 4 giorni dovrà prendere servizio al centralino. Sveglia alle 5,30, anche se il treno, a Torino, partirà due ore dopo: «Chi è come me deve essere il più lucido possibile, nessuna imprudenza. Dovrò essere bello sveglio». Poi, prima delle 9, puntuale, sarà alla fermata vicino al carcere: «Rinunciare a quel lavoro? Non ci penso nemmeno». 

In fondo chiede soltanto una cosa: poterci arrivare sano e salvo. 

La caduta di Nigella, da dea del focolare a “schiavista drogata”

La Stampa

alessandra rizzo
londra

Le dipendenti accusate di truffa: era una tiranna



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Da anni era per tutti Nigellissima, la dea del focolare che dai canali della Bbc o dalle pagine dei suoi libri condivideva ricette di Natale e altre delizie. Ma da giorni Nigella Lawson è stata travolta da uno scandalo che ha fatto a pezzi la sua immagine: sarebbe una cocainomane dedita all’uso quotidiano di stupefacenti e avrebbe comprato il silenzio di due collaboratrici per evitare che il marito, oggi ex, lo venisse a sapere.
La saga, scatenata da un processo a due ex impiegate di origine italiana, sta appassionando il paese e dominando da giorni le pagine dei tabloid britannici. Da star della tv, Nigella è diventata bersaglio di accuse in tribunale e di scherno su Twitter.

Per lei, 53 anni e due figli, è un crollo d’immagine verticale. Figlia dell’ex cancelliere dello scacchiere di Margaret Thatcher, Nigel Lawson, laureata ad Oxford, una vita tra i palazzi eleganti di Chelsea, Nigella ha conquistato il successo grazie ad un’immagine sexy e al tempo stesso rassicurante. Nel 2003 aveva sposato in seconde nozze il miliardario e collezionista Charles Saatchi. Matrimonio finito male, con una fotografia che lo scorso giugno ha fatto il giro del mondo: Saatchi che le stringe le mani intorno al collo in un ristorante di lusso a Londra e, secondo le ricostruzioni dei giornali, Nigella che scappa in lacrime. Da lì una causa di divorzio e l’inizio di una saga sfociata nelle rivelazioni di questi giorni.

L’accusa di essere cocainomane giunge infatti da Saatchi, nel corso del processo a carico delle sorelle Francesca ed Elisabetta Grillo. Le due sono accusate di aver abusato della carta di credito affidata loro per lavoro, utilizzandola invece per spese personali per centinaia di migliaia di sterline. Tra gli acquisti a loro imputati ci sarebbero 4.700 sterline in voli per New York, un conto da 1.200 sterline all’hotel Ritz a Parigi, e articoli di Miu Miu e altri stilisti. Le due negano la frode.

Eppure sembra quasi che il processo sia a carico di Nigella. Prima l’accusa dell’ex marito, in un’e-mail letta in aula: «È chiaro che adesso le Grillo se la caveranno sulla base del fatto che tu eri così sconvolta dalle droghe che hai permesso loro di spendere a piacimento... E sì, credo a ogni loro parola». Poi l’avvocato delle due imputate ha rincarato la dose: «Se il signor Saatchi dice la verità, allora la signora Lawson è una criminale recidiva». Infine le accuse delle sorelle che, di fronte alla richiesta di spiegazioni, si lamentavano di essere trattate dalla coppia «peggio di schiave filippine», secondo la ricostruzione di uno degli assistenti finanziari di Saatchi. 

Per Nigella, le ripercussioni potrebbero essere onerose. La sua partecipazione al programma americano «The Taste», sul canale Abc, appare in dubbio. Resta confermata per il momento la nuova serie per la Bbc prevista a Gennaio. Ma il danno è fatto. «Nessuno in Gran Bretagna sarà in grado di guardare la serie se non per morbosa curiosità, e sghignazzando ogni volta che Nigella misura la farina», ha scritto il «Daily Telegraph». «Nessuno invidia più la dea de focolare».



Londra, la star tv Nigella presa per il collo dal marito

La Stampa

La furiosa lite tra il miliardario e la conduttrice immortalata dai paparazzi. Scotland Yard indaga



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Lui è Charles Saatchi, miliardario e famoso collezionista d’arte. Lei è Nigella Lawson, cuoca e star televisiva. Insieme da 10 anni, sono stati pizzicati dai `paparazzi´ del britannico Sunday People in un ristorante di mayfair; E le foto-shock della furiosa lite tra i due sono una testimonianza emblematica della violenza sulle donne. E ora Scotland Yard ha deciso di indagare. 

In una foto su vede Charles Saatchi che mette una mano sulla bocca della donna, come a volerla far tacere, in un’altra le stringe il collo e lei sembra implorarlo, con gli occhi spalancati come nello sforzo. I due hanno lasciato il locale separatamente e lei è stata fotografata mentre attraversa la strada in lacrime, il volto sconvolto. La coppia non ha voluto fare commenti sull’accaduto. Ma Scotland Yard ha fatto sapere che, per quanto Nigella non abbia presentato alcuna denuncia, gli inquirenti vorranno interrogare i due sull’accaduto. Sposati da dieci anni, lui è al terzo matrimonio, lei al secondo.

Napoli, tra le armi storiche spuntano i mitragliatori Uzi: l'inchiesta

Il Mattino


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Cosenza.I carabinieri del Nucleo Tutela patrimonio culturale hanno sequestrato, in esecuzione di un decreto emesso dalla Procura di Cosenza, settanta armi di interesse storico a palazzo Arnone, sede della sovrintendenza ai beni storici artistici ed etnoantropologici. Le armi erano nascoste in tre casse semiaperte e incustodite nella Galleria nazionale. All'interno c'erano 33 pistole e 14 fucili di diversa forma e modello molte delle quali ad avancarica, un mitragliatore Sten Mk2 munito di caricatore, una pistola mitragliatrice Uzi semiautomatico, due sciabole, due bastoni, un bilancino in ottone e materiale per la pulizia.

Le indagini hanno consentito di appurare che si tratta di armi cedute nel 2006 dal 10° Cerimant di Napoli all'allora soprintendente e valutate di interesse storico, perciò destinate al museo delle armi, divise e decorazioni dell'amministrazione provinciale di Catanzaro. Tuttavia esistono diverse discrepanze nell'elenco delle armi trasmesse al museo. Almeno sei pistole tra quelle sequestrate non facevano parte del materiale acquisito a Napoli nè sono state denunciate all'autorità di pubblica sicurezza.

Mancano inoltre due sciabole, due pugnali di epoca fascista, otto ostile di vario genere e due fucili. Le ipotesi di reato per cui si procede, a carico di ignoti, vanno dal furto aggravato, all'uso improprio di beni culturali ed alla detenzione illecita di armi comuni da sparo e da guerra.

 
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venerdì 29 novembre 2013 - 10:23   Ultimo aggiornamento: 11:34

Un albero per ogni neonato»: a Napoli dovevano essere 10mila

Il Mattino

di Gerardo Ausiello

Zero interventi, a Napoli dovevano essere 10mila Il Comune: «Problemi di risorse e di organizzazione»


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NAPOLI - ​«Un albero per ogni neonato». Lo impone la legge, o almeno ci prova. Già, perché a Napoli i bambini (in barba alla crisi) arrivano numerosi ma gli alberi si fanno attendere. A conti fatti, da gennaio ad oggi all’ombra del Vesuvio sono stati dati alla luce quasi 10mila neonati. Ognuno avrebbe dovuto avere il suo alberello, dotato di targhetta nominativa, con cui crescere insieme, secondo lo spirito di una norma che punta a riconciliare uomo e natura, vita con vita, dimensione privata e pubblica. Le piante e spazi verdi, invece, latitano clamorosamente.

E la situazione non cambia molto nel resto della Campania. Qualcosa ogni tanto si muove ma si tratta soprattutto di interventi isolati ed estemporanei, senza una regia e un piano strategico. Un gruppo di alberi, ad esempio, è stato piantato l’anno scorso all’esterno del centro polifunzionale di Soccavo. Prima ancora era stato il turno di largo Madre Teresa di Calcutta, a Chiaia. Il mese scorso, invece, qualche ramoscello è spuntato in piazza Muzii, all’Arenella, al termine dei contestati lavori di realizzazione dei box sotterranei: quest’anno 300, ma tutti senza targhetta.

Di questo passo la legge del 10 gennaio 2013, che ha rispolverato vecchie norme approvate nel lontano 1992, è destinata a finire in soffitta. Perché? «Siamo sempre a corto di fondi - spiega Mario Coppeto, presidente della Municipalità Vomero - In base a una ricognizione effettuata dai tecnici, ci sono 48 fossette disponibili ed altri 50 arbusti da sostituire. Abbiamo stanziato 30mila euro, che bastano però solo a coprire la metà delle operazioni. Ci aspettiamo uno sforzo maggiore dal Comune, che potrebbe almeno farsi carico delle spese per rimuovere i ceppi degli alberi tagliati perché malati o pericolosi».

Per Fabio Chiosi, presidente della Municipalità Chiaia, «bisognerebbe destinare a questa voce un budget ad hoc ogni anno. Altrimenti non ci saranno mai fondi sufficienti». Non è solo un problema di risorse. In passato la Regione aveva previsto un tesoretto a cui avrebbero dovuto attingere i Comuni (con più di 15mila abitanti) per i nuovi alberi. La risposta degli amministratori locali, tuttavia, è stata deludente. Così in un primo momento quei soldi venivano investiti in azioni strutturali, come la forestazione. Poi, con la finanziaria 2011, è scattata la rivoluzione: i sindaci devono ora identificare le aree in cui prevedere le piante, che vengono fornite direttamente dai vivai di Palazzo Santa Lucia. Anche questo sistema, però, rischia di non decollare.

«Parliamo di una legge bella ed utile, ma difficilmente applicabile, specie nelle grandi città - ammette il vicesindaco Tommaso Sodano - In base alle norme in vigore, infatti, i Comuni dovrebbero piantare alberelli alti pochi centimetri e dunque facilmente sradicabili. Ecco che interventi del genere finirebbero per avere quasi esclusivamente un valore simbolico. Viceversa gli alberi robusti e con una circonferenza ampia, come querce e cedri, possono costare migliaia di euro. Per questo il nostro obiettivo è piuttosto incrementare la quota pro capite di verde valorizzando in particolare i parchi cittadini, dai Camaldoli alla Villa Comunale».

Gli ambientalisti, comunque, ci credono: «Ogni anno promuoviamo la festa dell’albero con l’obiettivo di creare nuovi giardini dell’accoglienza e parchi interculturali. E i risultati si iniziano a vedere», dice il presidente regionale di Legambiente, Michele Buonomo. Più pessimista Guido D’Angelo, ordinario di Diritto urbanistico alla Federico II: «Sempre più norme giuridiche risultano prive di effettività, quasi come le norme di buona educazione».

 
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venerdì 29 novembre 2013 - 11:59   Ultimo aggiornamento: 12:01

Il Pentagono usava un software pirata: scatta la maxi-multa da 50mila dollari

La Stampa

Il programma permette all’esercito di evidenziare su una mappa i percorsi dei militari e rifornimenti


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L’amministrazione Obama predica bene ma razzola malissimo sull’uso dei software pirata. Il governo americano è stato costretto a pagare 50 milioni di dollari dopo aver scoperto che i suoi soldati usavano fino a 9.000 copie di un software pirata di cui in realtà il Pentagono aveva acquistato solo 500 licenze.
A denunciare il caso la «Appricity« una società texana che ha fornito dal 2004 un programma logistico (in grado di evidenziare su un mappa la posizione di ogni singolo militare e i rifornimenti più vicini o in arrivo) alle forze armate. 

Il Bitcoin vola sopra quota 1000 dollari Informatico scopre di aver buttato 5,5 mln

Corriere della sera

Il sistemista ha perso un hard disk con le monete virtuali

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Il giorno in cui il Bitcoin viene scambiato per la prima volta sopra i 1.000 dollari, un informatico gallese scopre di essersi inavvertitamente disfatto di un hard disk contenente 7.500 unità della valuta digitale, acquistate nel 2009, quando non valevano praticamente nulla. Al cambio attuale le monete virtuali perdute ammontano a 5,5 milioni di dollari.

LA DISTRAZIONE - Lo sfortunato protagonista della vicenda si chiama James Howells, ha 28 anni, originario di Newport. Tempo fa ha gettato via per errore un vecchio hard disk contenente il suo il portafogli virtuale. Lo aveva acquistato poco dopo il lancio dell’invenzione partorita dal misterioso genio del computer soprannominato Satoshi Nakamoto.

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I MOTIVI - I motivi addotti dal giovane sistemista sono di natura personale: «Ero distratto dalla vita familiare e da un trasloco». Aveva dimenticato l’hard disk in un armadio per poi decidere di liberarsene qualche mese fa in quelle che verranno ricordate come le pulizie di primavera più sciagurate di sempre. Solo ora, con l’impennata del valore del bitcoin, Howells si è ricordato dell’oggi preziosissimo contenuto della memoria e si è lanciato in una disperata caccia al tesoro nella gigantesca discarica della sua città. «Quando vidi che la discarica era grande come un campo da calcio il mio primo pensiero è stato quello di non aver alcuna possibilità», ha raccontato l’informatico alla Bbc, «il gestore del sito, confermando le mie peggiori paure, mi ha spiegato che i materiali inviati tre o quattro mesi fa potrebbero trovarsi a un metro e mezzo di profondità». La ricerca di un oggetto in una discarica di queste proporzioni richiede di solito il lavoro di almeno venti addetti. «Il problema», ha aggiunto Howells, «è che al momento non ho i soldi per permettermelo».

28 novembre 2013

La moneta dei nerd sorprende i mercati Da oggi il Bitcoin vale oltre 1000 dollari

La Stampa

enrico caporale (agb)

Il Financial Times: «Troppi rischi». La Consob Usa: è un sistema sicuro. Tra nuovi milionari e vecchi banditi, che cosa sta succedendo davvero?


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Ottanta volte in più rispetto all’inizio dell’anno. Il doppio in una settimana. La corsa dei bitcoin non si ferma più. Ieri il valore della moneta virtuale aveva superato per la prima volta quota mille dollari, arrivando a 1.044 dollari sullo scambio MtGox del Giappone. Stamattina il picco a 1.099, per poi stabilizzarsi a 1.072 dollari. Che cosa sta succedendo? 

La fiducia che cresce
 Alcuni analisti reputano l’impennata una conseguenza della fiducia crescente da parte del mondo della finanza. «I bitcoin possono essere considerati un sistema sicuro di pagamento», avrebbero detto pochi giorni fa i funzionari del dipartimento di Giustizia americana durante un’audizione al Senato. La Sec (la Consob Usa) la pensa allo stesso modo. D’altronde, se fino a un anno fa la cyber-moneta serviva soprattutto per fare spesa su siti poco raccomandabili (è notizia recente la chiusura di Silk Road, l’eBay delle droghe illegali, che ha portato all’arresto del gestore Ross William Ulbricht e al sequestro di 3,6 milioni di dollari di bitcoin), oggi può essere impiegata per acquistare un boccale di birra a Berlino, ordinare una pizza ad Amsterdam, noleggiare un taxi a Edimburgo o regalarsi una pulizia dei denti a Lubiana, in Slovenia. La Virgin Galactic del miliardario Richard Branson ha persino organizzato il primo viaggio nello spazio pagabile tutto in bitcoin.

Dove viaggiano i soldi
 Anche l’ex numero uno della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha ammesso che «in futuro la moneta virtuale potrebbe diventare un modo di pagamento più veloce, sicuro ed efficiente». Mike Hearn , sviluppatore di bitcoin, ha spiegato alla Bbc cosa c’è dietro tanto successo. «I vantaggi sono sotto gli occhi di tutti – ha detto -. Pensateci. Le banche impiegano giorni per inviare denaro da una parte all’altra del mondo. Una e-mail ci mette pochi secondi. Come mai? I soldi viaggiano su battelli a vapore? O i lingotti vengono caricati sulla schiena di un cammello? Ovviamente nessuna di queste opzioni. Il motivo è che il sistema bancario tradizionale è obsoleto, corrotto. I bitcoin non sono solo veloci, economici e semplici da utilizzare, ma rappresentano anche un sistema finanziario nato dal basso. Niente Stato, niente banche, niente inflazione. E, soprattutto, nessuna tracciabilità».

I dubbi degli analisti
Non tutti, però, sono entusiasti. «Al momento - scrive il Financial Times - a proiettare le quotazioni di bitcoin verso l’alto sono gli speculatori. L’impennata negli acquisti dipende dalla campagna pubblicitaria di media e social media». Il quotidiano cita esperti secondo i quali «la tendenza al rialzo potrebbe continuare per un po’, ma prima o poi le quotazioni collasseranno». Insomma, bene rifugio, fondo di investimento o bolla speculativa? Ancora non è chiaro. Intanto, però, uno studente norvegese che nel 2009 aveva comprato l’equivalente di 25 dollari di moneta virtuale oggi è milionario. E un cittadino di Newport sta setacciando la discarica vicino a casa alla ricerca disperata del disco rigido del pc: pochi giorni fa lo aveva buttato perché non funzionava. Ma dentro c’erano 7.500 bitcoin acquistati quasi a costo zero nel 2009. Oggi valgono 8 milioni di dollari. 

Twitter @EnricoCaporale

Condannata maestra: fece spogliare allievi per scovare autore di un furto

La Stampa


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Ferisce la dignità dei bambini e il loro sentimento di riservatezza la maestra che ordina ai piccoli allievi, già sottoposti alla perquisizione di zaini e tasche, di spogliarsi per verificare che addosso non abbiano i soldi scomparsi a una bidella. Per questo la Cassazione ha confermato la condanna a venti giorni di reclusione per violenza privata nei confronti di Rosa Giovanna R., una maestra della scuola elementare Montessori di Sanremo che, nel novembre 2005, riservò questo trattamento agli alunni di quarta dopo che l’assistente scolastica si era lamentata perché dal portafoglio cadutole a terra non c’erano più i settanta euro che aveva.

Scrive infatti la Suprema Corte - sentenza 47103 della Quinta sezione penale, presidente Gaetanino Zecca - che se per la prima parte delle perquisizioni, quella più soft relativa a zaini e tasche, la maestra potrebbe essere scusata perché poteva pensare di aver agito nell’ambito dei poteri disciplinari per far capire agli alunni quali sono le azioni che non devono compiere, tale giustificazione non può essere concessa per l’ordine di denudamento.

Questa viene considerata una coercizione la cui gravità non può sfuggire a chi lo impartisce. Ad avviso della Cassazione, correttamente quindi la Corte di Appello di Genova «ha escluso la consapevolezza della illiceita’ della condotta quanto all’attività di verifica dei beni degli alunni, per ravvisarla invece in un comportamento che incidendo sulla dignità e riservatezza personale degli stessi, si connotava in termini di ben diversa gravità, immediatamente percepibile anche da parte di chi poteva, in relazione al primo segmento di condotta, avere erroneamente ritenuto di agire all’interno dei poteri disciplinari finalizzati ad un retto comportamento scolastico».

Spiegano gli ermellini che sebbene sia identico l’obiettivo perseguito con «l’attività di perquisizione dei beni e quella di ispezione degli alunni», lo stesso non può dirsi quanto alla «materialità della condotta e della natura dei beni sacrificati». Insomma un conto è rovistare tasche e zaini, controlli sui quali si può chiudere un occhio, mentre altra cosa, inescusabile, è sottoporre bambini a ispezioni corporali. La maestra condannata, nel novembre 2005, «aveva costretto gli alunni a restare in slip e canottiera, mediante minaccia consistita nel condurli a due alla volta all’interno del locale utilizzato dal personale scolastico e nell’intimare loro di togliersi i vestiti».

Assolta invece per non aver commesso il fatto un’altra docente, Piera P., condannata in appello con verdetto del cinque giugno 2012, anche lei a venti giorni.

(Fonte: Ansa)

La toilette più «estrema» al mondo: si affaccia sui 2.500 metri della Altai Mountain

Il Mattino


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KARA-TYUREK (SIBERIA) - In cima ad una montagna, con una vista da brividi. E' stata votata la toilette più estrema del mondo e c'è da crederci.

Posta sul "cornicione" di un picco della Altai Mountain, in Siberia, a 2600 metri di altezza dal livello del mare è utilizzata per lo più dagli addetti ad una stazione meteo tra le più isolate, visitata solamente da un postino e dall'elicottero che trasporta il necessario per sopravvivere, una volta al mese. Non solo estrema ma anche storica. La toilette è stata infatti costruita nel 1938 e da quell'anno viene utilizzata costantemente, e probabilmente verrà utilizzata per molto tempo ancora.

 
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giovedì 28 novembre 2013 - 11:01   Ultimo aggiornamento: 11:02

Il futuro, domande e previsioni per farcela

La Stampa

yoani sanchez


Dieci pronostici, dieci fallimenti. Dieci aspettative che sono rimaste lettera morta su un pezzo di carta



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Dieci pronostici, dieci fallimenti, dieci previsioni che sono rimasti lettera morta sopra un pezzo di carta. A questo si è ridotto un decalogo di previsioni future - personali o nazionali - che avevo redatto nel 2003. Per questo, conoscendo i contorti percorsi che prendono gli eventi, oggi cerco di immaginare le sorprese che ci riserverà il prossimo decennio. Sono certa - almeno di questo sono sicura - che saranno anni difficili, che arriveranno momenti duri per tutti. Non crediate di poter andare a letto una notte con tutti i nostri grandi problemi irrisolti e che il giorno dopo, al risveglio, saranno scomparsi. È molto ingenuo credere che una volta superato questo regime totalitario tutto si risolverà. Non è così. Ci saranno nuove difficoltà e dovremo vincere nuove sfide. Siamo preparati per affrontarle?

Siamo pronti a vivere in una società dove la responsabilità ricadrà su di noi e non sullo Stato? Un paese che ci permetterà di eleggere un presidente, che potrebbe anche essere corrotto, menzognero, autoritario. Saremo capaci di capire, in simili situazioni, che non votiamo per nominare un “padre”, ma un funzionario pubblico che dovrà rendere conto delle sue azioni? Quanto tempo impiegheremo per non sospettare più di tutte le espressioni che contengono la parola “sociale” e dei sindacati, adesso semplici poli di trasmissione del potere statale nei confronti dei lavoratori?

Siamo preparati alla tolleranza? Potremo convivere pacificamente con altre tendenze politiche e ideologiche che prenderanno i microfoni e proporranno i loro programmi? Vista la nostra inesperienza, non finiremo per cadere tra le braccia di un altro populista? Siamo consapevoli che vivremo in una Cuba dove ci saranno - molto probabilmente - molti nostalgici del castrismo? Che cosa faremo se invece di un vero cambiamento, i componenti della nomenclatura cambieranno le divise verdeoliva con giacche e cravatte da impresari?

Come reagiremo di fronte all’immigrazione? Adesso conosciamo solo il fenomeno dei cittadini che se ne vanno e degli ospiti - temporanei - che fanno turismo nella nostra terra. Tuttavia, dobbiamo sapere che se riusciremo a costruire un paese prospero, arriveranno altre persone e chiederanno di restare. Come li accoglieremo? Quali effetti produrranno tanti anni di mancanze e di mercato razionato sulle abitudini di consumo delle persone? Le famiglie si indebiteranno fino al midollo, comprando tutto quello che verrà pubblicizzato dalla TV?

Il dilemma della proprietà statale versus privatizzazioni come si risolverà? Sarà possibile mantenere l’offerta di infrastrutture educative e ospedaliere in tutto il paese, migliorandone la qualità, eliminando ogni finalità ideologica e retribuendo in maniera dignitosa gli impiegati di tali settori? Che cosa accadrà di questo enorme apparato governativo, i cui costi ricadono sulle nostre spalle e di cui conosciamo appena la portata? Come vedete non ho certezze, ma soltanto domande. Interrogativi che mi ossessionano quando parlo del futuro della nostra nazione. Sono poche le cose che mi sono chiare: vivrò a Cuba, farò tutto quel che posso per aiutare il mio paese e cercherò - con la mia professione giornalistica - di sgombrare il campo da molti dubbi oppure di amplificarli fino a quando qualcuno non darà risposta. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Resta a terra il volo più lungo del mondo

La Stampa
paolo mastrolilli

La resa di Singapore Airlines: stop alla linea Newark-Singapore. Collegamenti più economici che si fermano a Tokyo o Francoforte

Il volo più lungo al mondo si è accorciato. Dietro alla curiosità statistica, però, si nasconde forse una nuova geometria del potere economico e politico. 


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Fino a lunedì scorso, il viaggio più lungo che si poteva fare con un aereo di linea era quello che collegava Newark a Singapore. Il volo SQ21 copriva 9.534 miglia in 19 ore, passando sopra il Circolo Polare Artico. Era popolare soprattutto fra banchieri e uomini d’affari, anche perché i comuni mortali difficilmente potevano metterci piede. 
La Singapore Airlines, infatti, assegnava solo cento posti di business, che andavano in vendita ad un prezzo compreso tra 6.000 e 11.000 dollari. Il viaggio, però, era confortevole: sedili che si stendevano in veri letti, pasti da chef, monitor da 15 pollici su cui si potevano vedere 243 film, 358 programmi televisivi, 800 CD digitali, e 80 video games, oltre ai 22 canali radio.

Lunedì scorso il volo SQ21 è decollato per l’ultima volta, e la fine della pacchia ha una spiegazione economica. Quando nel 2004 la Singapore Airlines aveva lanciato il servizio, un barile di carburante per aerei costava in media 48 dollari: ora è salito a 128. A questi costi, una tratta così lunga con pochi posti e nessuna sosta non è più profittevole. Anche se tutti i biglietti vengono sempre venduti, 11.000 dollari a passeggero non bastano più a giustificare l’impresa: il prezzo dovrebbe salire ad un livello non più competitivo. Così la compagnia ha deciso di rinunciare al volo più lungo del mondo, sostituendolo con collegamenti più economici che si fermano a Tokyo o Francoforte.

La resa di Singapore Airlines, però, nasconde anche altro. In passato, i voli lunghi erano stati una necessità politica. Il Sudafrica dell’apartheid, ad esempio, aveva attrezzato i propri jet per coprire tratte estese, perché molti paesi rifiutavano loro di fare anche gli stop per il rifornimento. Ora la geopolitica sembra avere ancora un peso nelle scelte delle compagnie aeree, che continuano a tenere aperte le rotte più costose che portano soprattutto nei paesi del Golfo Persico ricchi di petrolio.
Sulla nuova classifica dei voli più lunghi ci sono pareri discordanti, a seconda che si contino le ore o le miglia. Una versione dice che il primato se lo contendono il Dubai-Houston, il Dubai-Los Angeles e il Johannesburg-Atlanta, che richiedono tutti 16 ore e 20 minuti.

I venti non aiutano questi voli, che quindi impiegano più tempo di altri più lunghi. Chi conta solo le distanze, invece, preferisce questa graduatoria: Sydney - Dallas (8.578 miglia), Johannesburg - Atlanta (8.439), Dubai - Los Angeles (8.339), Brisbane - Dallas (8.303), Dubai - Houston (8.168), Dubai - San Francisco (8.103), Hong Kong - New York (8.072), Hong Kong - Newark (8.065), Doha - Houston (8.047 miles) e Dubai - Dallas (8.040 miles). La prima cosa che balza agli occhi è che tutti i voli più lunghi partono o arrivano negli Stati Uniti, a conferma del ruolo centrale che l’America continua a svolgere nel mondo. La seconda, però, è che cinque rotte su dieci hanno destinazione a Dubai e Doha, quindi nei paesi ricchi del Golfo Persico. Ecco la geografia del nuovo mondo emergente.

Boom di firme per la petizione contro i bimbi abbandonati in auto

Corriere della sera

Per rendere obbligatori allarmi sonori sui seggiolini. E in Lazio viene presentata una proposta di legge

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Sono oltre 40 mila le firme a sostegno della petizione lanciata su change.org da Maria Ghirardelli, mamma e medico della provincia di Brescia, che chiede l’installazione obbligatoria degli allarmi anti abbandono su tutte le automobili per aumentare la sicurezza dei bambini.

IL CASO DI LUCA – Una richiesta che è stata lanciata subito dopo la tragedia del piccolo Luca di Piacenza, dimenticato per otto ore in auto dal padre, e morto per ipertermia. Aveva solo due anni. E proprio il papà di Luca, Andrea Albanese, si sta spendendo per la buona riuscita di questa campagna. «Se anche si riuscisse a salvare una sola vita ne sarebbe valsa la pena», afferma. «Le nostre auto sono piene di allarmi di ogni genere, la tecnologia che serve è già tutta disponibile, recentemente sul mercato hanno iniziato a vedersi i primi prodotti, che sfruttano idee diverse ma che svolgono la medesima funzionalità. Si tratta di identificare uno standard, che dia ampie garanzie di affidabilità. La legge è indispensabile perché si tratta di un genere di prodotto che difficilmente le famiglie acquisterebbero spontaneamente, compito dello Stato deve essere quello di tutelare il più possibile i bambini e la loro sicurezza, sfruttando la tecnologia che oggi abbiamo a disposizione».





IL FENOMENO – La memoria non è una macchina infallibile e, quindi, può accadere di lasciare un figlio in automobile. Secondo l’associazione Safe Kids, negli ultimi 15 anni sono 500 i bambini che hanno perso la vita perché dimenticati in auto. «In Europa purtroppo non esistono statistiche ufficiali, ma il fenomeno è comunque di rilievo. Il nostro obiettivo è quello di azzerare il rischio, arrivando alla promulgazione di una legge entro la prossima primavera. Una lotta contro il tempo, perché è proprio all’inizio dell’estate, tra giugno e luglio, che si registrano più casi» spiega Salvatore Barbera, direttore delle campagne di change.org. Vetri trasparenti e parti interne della vettura favoriscono l’innalzamento della temperatura nell’abitacolo che raggiungere anche i 50-60 °C. I bambini, che hanno già una temperatura corporea più alta rispetto a quella degli adulti, vanno in ipertermia anche dopo 20 minuti e la loro morte può avvenire in sole due ore.

LA PROPOSTA – «Per fermare questi fenomeni, che possono accadere, bisogna agire subito sia sul fronte politico sia su quello tecnologico» sostiene Barbera. La proposta è quella di rendere obbligatoria l’installazione sulle auto di nuova produzione di sistemi di allarme collegati ai sensori già disponibili sulle vetture, come quello volumetrico e di peso, in modo da farli scattare se i bambini vengono lasciati in auto. «Per le vetture già in circolazione, bisognerà invece prevedere l’uso di seggiolini muniti di dispositivi di allarme. Esistono già, bisogna solo renderli meno costosi e, soprattutto, obbligatori» sostiene Ghirardelli.

RISPOSTE POLITICHE – La petizione ha trovato ampi consensi nell’establishment politico italiano ed europeo. «La presa di posizione più forte è avvenuta lo scorso 20 novembre, in occasione della XXIV giornata per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, quando il presidente del Consiglio del Lazio, Daniele Leodori, ha avanzato una proposta di legge regionale che dovrebbe essere approvata prima della fine dell’anno e che sarà trasmessa al Parlamento italiano all’inizio del 2014» conferma Maria Ghirardelli. C’è poi l’impegno del vice presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, che il prossimo gennaio esporrà la problematica alla Commissione Sicurezza. «L’interesse c’è ed è tanto» conclude Salvatore Barbera di change.org. «Da parte nostra, continueremo la nostra attività per mantenere alta l’attenzione su questa problematica, perché non vogliamo che finisca nel dimenticatoio». Per condividere la petizione su facebook: Per firmare la petizione. 

28 novembre 2013

In orbita Unisat-5, piccolo satellite italiano con grandi innovazioni

Corriere della sera

Pesa solo 30 chili e ospita un sistema per il recupero dei rottami spaziali

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Il piccolo satellite italiano Unisat-5 fa ora sentire con sicurezza la sua voce dallo spazio alle stazioni in Italia e in Spagna dopo essere stato lanciato il 21 novembre con un vettore Dnepr dal cosmodromo Dombarovsky di Yasny, nella regione di Orenburg (Russia). Unisat-5 nasce dal gruppo del professor Filippo Graziani dell’Università La Sapienza di Roma formato da studenti, ricercatori e dottorandi e trasformatosi poi, un paio d’anni fa, in una piccola società battezzata Gauss (Gruppo di astrodinamica per l’uso dei sistemi spaziali).

MINI-SATELLITE - Il nuovo mini-satellite di appena 30 chilogrammi è frutto di un’esperienza maturata nelle aule universitarie (il gruppo di astrodinamica della Scuola di ingegneria aerospaziale) dalle quali sono usciti altri cinque satelliti nati per imparare dal vivo come costruire veicoli spaziali. Quando l’iniziativa si avviò era la prima realtà europea di questo genere a lanciare satelliti progettati e costruiti da ricercatori e studenti. «E Gauss», dice Graziani, «continua la preziosa attività rivolta alla formazione pratica dei giovani mentre fornisce servizi di lancio per piccoli satelliti».


PIATTAFORMA - Infatti Unisat-5 è anche una piattaforma per liberare altri satelliti nello spazio ancora più piccoli, dei nano-satelliti. Tra questi: quattro Cubesat, cioè dei cubi da dieci centimetri di lato e quattro PocketQubes (i primi del genere a essere lanciati in orbita) con appena cinque centimetri di lato. Tra loro ci sono i primi satelliti peruviani, uno pachistano, uno spagnolo, quattro americani e uno tedesco. Ma Unisat-5 ospita a bordo anche un pannello solare per generare energia di nuova tecnologia sviluppata in collaborazione tra il Dipartimento di ingegneria civile e industriale dell’Università di Pisa e la società Alta, nata come spin-off della stessa Università di Pisa.

ALTA - Alta è una realtà importante perché sviluppa propulsori elettrici da imbarcare sui satelliti; quindi è alla frontiera perché i satelliti per il loro posizionamento in orbita abbandoneranno presto i motori chimici a favore di quelli elettrici che, essendo più leggeri non avendo grandi riserve di propellenti, consentono di recuperare peso per le apparecchiature scientifiche o per le telecomunicazioni. Il nuovo pannello solare sviluppato, con substrati di carbonio e fibra di vetro, è più produttivo di energia e più economico nella realizzazione.

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ROTTAMI SPAZIALI - Il satellite ospita inoltre un’altra innovazione, che sarà attivata nei prossimi giorni dopo il rilascio dell’ultimo nano-satellite; vale a dire il primo sistema concepito per affrontare e ridurre il problema sempre più grave degli space debris, cioè dei rottami spaziali in progressivo aumento. Il sistema, battezzato Alice-2, è frutto di D-Orbit, una piccola società concepita dal giovane ingegnere Luca Rossettini con sede in Italia e negli Stati Uniti, la cui idea ha trovato dei finanziatori per essere sperimentata in orbita. In pratica si tratta di un sistema intelligente dotato di un propulsore che porta il satellite su una traiettoria di disintegrazione nell’atmosfera su zone desertiche o sugli oceani alla fine della sua vita spaziale, eliminando il problema dei relitti inutilizzati intorno alla Terra e pericolosi per gli altri satelliti attivi. Questi interventi saranno sempre più necessari pensando a uno sviluppo delle attività spaziali. Unisat-5 è un concentrato di innovazioni, aprendo dunque prospettive interessanti che potranno trovare utili applicazioni.

28 novembre 2013

Spettri e delitti, i misteri della Casa Rossa

Corriere della sera

La dimora ottocentesca del conte Felice De Vecchi è considerata una delle case più «infestate» del mondo


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Il 1° dicembre 2002 una frana la risparmiò: i massi scivolati a valle dalla montagna retrostante si fermarono a pochi metri distanza. Ma il giorno dopo a Cortenova, Comune nel cuore della Valsassina, molti ebbero la sensazione che sarebbe stato meglio vederla rasa al suolo in un colpo solo. Villa De Vecchi, meglio nota come «la Casa Rossa», tenuta ottocentesca voluta dal conte Felice De Vecchi nella frazione di Bindo, è abbandonata al più totale degrado. È diventata la «casa dei fantasmi» per antonomasia, fonte inesauribile di leggende che parlano di spettri, di un pianoforte che certe notti suona da solo un sinistro ritornello e persino di riti satanici e misteriosi suicidi.

LA COSTRUZIONE - Innamorato della valle, il nobile, protagonista del Risorgimento e delle Cinque giornate di Milano, la fece realizzare tra il 1854 e il 1857 come residenza estiva: una casa da fiaba in mezzo ai boschi. La villa, influenzata nell’architettura della passione per l’oriente del conte, venne realizzata all’interno di un parco di 130 mila metri quadrati. Costo totale: 44.063 lire. L’edificio contava due piani nobili e un seminterrato dedicato a cucina. Al terzo piano, mai realizzato, il conte voleva costruire un osservatorio astronomico.

FANTASMI - La leggenda dice che la decadenza della «Casa ossa» iniziò dopo che il conte trovò la moglie orrendamente assassinata e la figlia scomparsa. Niente di vero, anche perché il conte morì nel 1862, a 46 anni, ancora celibe. La casa fu ereditata dal fratello, che la lasciò andare in declino anche se la famiglia Negri - che occupava una casetta nel parco - continuò ad occuparsi della sua manutenzione. Un brutto giorno però il custode trovò la moglie assassinata e si suicidò per il dolore. E le leggende sui fantasmi si fecero sempre più insistenti.

IL CROLLO - Come se non bastasse, nei primi anni del Novecento crollò il secondo piano, a causa di una copiosa perdita d’acqua dalle tubature dell’impianto di riscaldamento «avveniristico» che il conte aveva voluto far installare. Negli anni Venti Aleister Crowley, fondatore del moderno occultismo e fonte di ispirazione per il satanismo (avrebbe ispirato la musica dei Led Zeppelin) vi soggiornò per alcune notti, e le leggende raccontano che in seguito i suoi seguaci utilizzarono la casa del custode per riti orgiastici, durante i quali sarebbero anche stati commessi dei delitti.


FAMA SINISTRA - Adesso la Casa Rossa è abbandonata, i muri esterni ricoperti di rampicanti e quelli interni, una volta impreziositi con affreschi e tappezzerie, devastati dall’umidità e dai graffiti. La sua fama sinistra continua: è anche finita anche i televisione, protagonista di una trasmissione su misteri ed esoterismo, e un noto sito Usa l’ha classificata fra le sette case più «haunted» (infestate) del mondo. Il sindaco, Luigi Selva, sorride, ma il suo è un sorriso amaro. La fama «nera» della tenuta, richiamo irresistibile per satanisti, spiritisti e vandali, non piace molto alla gente del posto. «La villa fa parte del nostro patrimonio storico – dice Selva -, sarebbe stato molto importante restaurarla, negli anni Ottanta doveva diventare sede della Comunità montana, ma poi fu scelta la Fornace di Barzio».

NESSUN PROGETTO - «Spiace che sia ridotta in quello stato – commentano alcuni commercianti -. A questo punto, tanto vale demolirla». La villa è pericolante, cintata da un’alta rete per motivi di sicurezza. I vincoli della Sovrintendenza fissano limiti precisi per il recupero, ma di progetti non ce ne sono. Alla domanda quale futuro avrà, il primo cittadino e la proprietà allargano le braccia, e rispondono: «Per ora nessuno, soldi non ce ne sono». La frana del 2002 avrebbe potuto «risolvere» drasticamente il problema: un milione di metri cubi di detriti e fango che travolsero case e aziende. La villa ne uscì indenne. Neanche fosse protetta da forze occulte.

28 novembre 2013




Luoghi abbandonati in Lombardia

Corriere della sera

Da un passato glorioso al degrado: le nostre storie






I misteri della Casa Rossa


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Il «Linificio Canapificio» in rovina


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La basilica sepolta dai rampicanti


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La «Città satellite» di Limbiate


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Consonno, la città fantasma


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Ex manicomio di Mombello a Limbiate