sabato 30 novembre 2013

Il signor Esselunga tira fuori i conti I figli? Coperti d'oro

Gabriele Villa - Sab, 30/11/2013 - 08:35

"A Giuseppe e Violetta beni per 150 milioni. Pure un castello". Il re dei supermarket rettifica le cifre fatte circolare dagli eredi

Confermato. È una dinasty tra gli scaffali del supermercato. Ma adesso dopo un primo, un secondo e un terzo capitolo di veleni e rancori il patriarca Bernardo Caprotti prima di mollare tutto e di «andare in pensione», il 23 dicembre, come annunciato, lasciando Esselunga all'età di 88 anni, ha deciso di svuotare il carrello delle imprecisioni e di puntualizzare.


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Accusato, in buona sostanza, con un paginata sul Corriere della Sera, di aver dato in tutti questi anni più quattrini alla segretaria che ai figli, ecco che avant'ieri, in una lettera recapitata al sito Dagospia ha rivelato i dettagli delle sue donazioni e delle sue elargizioni di famiglia. Per chi si fosse perso i capitoli precedenti sintetizziamo: Bernardo Caprotti aveva fatto entrare in azienda i figli Giuseppe e Violetta. In particolare Giuseppe era destinato a succedergli ma il tasso di litigiosità è cresciuto, ci sono stati contrasti nella gestione dell'azienda, tanto che patron Bernardo sostiene che i figli si siano schierati con un manager che stava rovinando Esselunga e così lui ha deciso di riprendersi le azioni che aveva donato loro e sono finiti in tribunale. Dopodiché il patriarca ha preso la decisione di ritirarsi dal lavoro attivo come «dipendente» e di non lasciare l'azienda, che ha costruito scaffale dopo scaffale, a quei due figli un po' «ribelli».

Fatto sta che a quel punto sul Corriere è comparso un articolo che ha elencato tutte le donazioni fatte agli altri figli, ai manager e alla segretaria che ha fatto sembrare Giuseppe e Violetta come i reietti dimenticati dal padre-padrone. Fin qui il riassunto delle puntate precedenti. E si arriva così alla lettera a Dagospia. «La cosa grave- sottolinea Caprotti- è la disinformazione, cioè le illazioni del Corriere su come ho trattato i miei primi due figli. Sebbene si tratti, a mio modo di vedere, di un orrore capitalista, debbo chiarire: Giuseppe ha incassato a vario titolo euro 84.300.000. Violetta : euro 72.400.000. Più 4 milioni da me dati al suo primo marito, per sostenere il suo business a New York«. Basterebbero queste cifre a sedare alcuni malumori ma Caprotti aggiunge che i suoi due figli di primo letto «hanno avuto anche le due case più importanti di famiglia: un castello sul lago di Ginevra con 450 mila metri di terreno per Violetta e la villa patrizia della famiglia ad Albiate in Brianza per il fratello Giuseppe, quadri e arredi compresi».

«Che io abbia scacciato Giuseppe nel 2004 -scrive ancora Bernardo Caprotti- è assolutamente falso. Lui se ne è andato nell'aprile di quell'anno, ma lo abbiamo retribuito con l'indecente emolumento da amministratore delegato dal 2004 fino al giugno 2008, dunque per 4 anni. Non è più stato presente un giorno. Violetta se n'è andata nell'autunno del 1996, 4 mesi dopo che le avevo destinato - fiduciariamente - il 32% di Esselunga. 32 a lei, 32 a Marina, 36 a Giuseppe, estromettendo la mia consorte». E non finisce così. «Vorrei dire, a seguito di qualche malevolo commento, che su tutto ciò che ho dato ho pagato le tasse. Poi, che altre donazioni possono aver luogo, senza passare per il notaio: Ricerca sul Cancro, Vidas, Bambini nefropatici, Shoah, San Raffaele, sono stati i miei preferiti». «Per il resto- conclude Bernardo Caprotti- è stato un terribile schifo, una congiura. Così mi sono condotto e preferirei non aggiungere altro evitando, fin che sarà possibile, macigni devastanti».

Emma Morano compie 114 anni: è la nonna d’Europa

La Stampa

sergio ronchi
VERBANIA

È la quinta persona più anziana del mondo: nella sua vita ha visto 11 Papi. Il messaggio di Napolitano: “Auguri da tutti gli italiani”



Cattura La supercentenaria verbanese Emma Morano festeggia oggi il 114° compleanno, un traguardo che raggiunge dopo aver scalato le vette della longevità fino a diventare la persona più anziana d’Europa e la quinta nel mondo. E' una giornata di grande movimento nella piccola abitazione di vicolo San Leonardo, a pochi passi dal lungolago di Pallanza, a cominciare dalla presenza della troupe de «La vita in diretta» di Rai Uno. 

Il messaggio di Napolitano: «Auguri da tutti gli italiani»
Sono giunte numerose altre richiesta di visita da parte di giornalisti e fotografi, ma ad alcune i parenti hanno dovuto dare risposta negativa per evitare un impegno eccessivo e troppo prolungato: esso stravolgerebbe infatti la tranquillità e le ore di sonno che caratterizzano la vita quotidiana e potrebbe avere conseguenze traumatiche. Non si rinuncia però al consueto momento di festa con parenti, vicini di casa, amici e con intrattenimento musicale. Nella circostanza non manca l’amministrazione cittadina e il commissario straordinario Michele Mazza. Stamattina il prefetto Francesco Russo ha consegnato a nonna Emma un messaggio del Presidente Giorgio Napolitano: «Accolga, anche a nome di tutti gli italiani, i più cordiali e benauguranti saluti»

«Ma siete proprio sicuri che non c’è nessuno più anziano di me?»
Emma Morano vive tuttora in invidiabili condizioni di salute e trascorre in autonomia la maggior parte della giornata, provvedendo alle faccende domestiche e preparandosi il cibo. Nella casa a ridosso del campanile di San Leonardo, un vecchio edificio del centro storico sul lungolago di Pallanza il tempo sembra essersi fermato. Quando, alcuni mesi fa, ha appreso della scomparsa di Maria Redaelli (la donna che deteneva il record in Italia) aveva commentato: «Poveretta, mi spiace per lei - risponde - ma io sto bene. non posso lamentarmi e conto proprio di arrivare ai 114 anni il prossimo novembre». Sorride pensando al record di longevità: «Non mi sembra vero: chi l’avrebbe mai detto! Ma siete proprio sicuri che non ci sia qualche altra con più anni?». E ancora: «Cosa vuole che le dica d’altro? A voi è una cosa che interessa, ma per me non cambia niente, è un giorno come gli altri». 

Una vita a cavallo di tre secoli
Chiede di prenderle un sacchetto dal tavolo, estrae una caramella: «Ne mangio una ogni tanto per passare il tempo». La donna che ha attraversato tre secoli è nata a Civiasco in provincia di Vercelli il 29 novembre 1899, prima di cinque sorelle (spentesi tutte oltre i 90 anni di età) e di tre fratelli, mentre la mamma, a ulteriore testimonianza della longevità della famiglia, ha vissuto 91 anni e una zia 101. Trasferitasi per motivi di lavoro in giovanissima età a Villadossola, è poi arrivata a Verbania dove si è sposata con Giovanni Martinazzi ed ha perso l’unico figlio a soli sette mesi di vita. Ha lavorato come filatrice alla ditta Maioni di San Bernardino e poi al Collegio Santa Maria fino a 75 anni. Se un segreto esiste per la sua longevità, oltre che dagli studi medici lo si può ricavare forse dalla regolarità a cui è improntata la sua vita. Va a letto ogni giorno prima delle 19 e si alza prima delle 6: ma soprattutto è praticamente immutata fin dalla giovane età la sua razione giornaliera di cibo.

Ogni giorno due uova crude e carne macinata
«La mia colazione è con biscotti e latte o acqua – racconta -. Durante il giorno mangio due uova crude e uno cotto, come mi suggerì il dottore quando non avevo ancora 20 anni; a pranzo pastina e carne macinata e a cena solo un po’ di latte». Si ferma qui, poi scoppia in una risata quando le viene ricordato che quando capita non disdegna i dolci. Lo scorso anno sono stati diversi i momenti importanti per la super centenaria. Prima ha ricevuto la visita del ricercatore statunitense James Clement, in giro per il mondo per uno studio della Harvard medical school of Boston del Massachusetts per scoprire tramite il Dna il segreto della longevità e dell’immunità alle principali malattie. Tra le soddisfazioni più grandi il telegramma con cui il Capo dello Stato le comunicava il conferimento della onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana. E pensare che nella sua lunghissima esistenza ha visto passare undici Papi.


Il business dei telefoni invisibili

Domenico Ferrara - Ven, 29/11/2013 - 17:50

Il racconto di un hacker: la nuova moda delle aziende, per tenere nascosti i loro segreti, è quella di rifornirsi di cellulari cripati, spogliati da ogni sistema di geolocalizzazione

C'è un mercato nascosto che fa della segretezza delle comunicazioni il suo business plan. Un mercato di cellulari inviolabili, forniti da aziende del settore a privati o ancora ad altre aziende che vogliono mantenere celati i loro affari.

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A parlarne è un hacker che opera anche nell'ambito della sicurezza mobile sulle reti gsm. Quando parliamo con lui (che preferisce rimanere anonimo), il dubbio che la storia sia un po' surreale è presente. Ma quando senti squillare il telefono dell'ufficio e ti appare come mittente il tuo numero, nonostante il cellulare sia riposto in tasca, il dubbio diventa confusione. "Agganciandomi a una rete, ho clonato tutti i dati inerenti al tuo numero, ho creato una sim virtuale e ho telefonato utilizzando il t

Praticamente, avrebbe potuto chiamare qualunque persona della mia rubrica e non, accedere alle mia mail, ai miei contatti e altro ancora. Tutto ciò grazie a un particolare bug che, “se venisse utlizzato in maniera diffusa, farebbe crollare il mercato della telefonia e delle reti cellulari”, dice lui, aggiungendo che “in teoria questo sistema potrebbe anche far decadere l'attendibilità di ogni intercettazione”. Quando chiediamo di più su questo mercato della segretezza delle comunicazioni, l'hacker ci fornisce un prospetto aziendale in cui viene spiegato per filo e per segno il prodotto offerto, definito “Crypto Phone”.

Un apparecchio che viene spogliato di bluetooth e gps (in modo da non rendere possibile alcuna geolocalizzazione) e che non contiene sim, se non una virtuale. Nel telefono le aziende provvedono a installare una applicazione che funziona come client Voip per comunicazioni criptate basate su protocollo SIP/SRTP e trasposto TLS V3 (un sistema di cifratura). La App necessita di un sistema server PBX compatibile dedicato per l'instradamento del traffico voce e dati in modo sicuro. “In pratica i server sono di proprietà dell'azienda che li utlizza, quindi inviolabili”, spiega l'hacker. Mettiamo il caso che i vertici di un'azienda vogliano mantenere segrete le loro comunicazioni, ecco che potrebbero usare questo sistema chiuso appoggiandosi a connessioni di rete esistenti, wi-fi o 3g di operatore telefonico.

Naturalmente, essendo il Crypto Phone un sistema chiuso, la rubrica dei contatti si riferisce alla numerazione interna del server in quanto non è possibile chiamare in modo criptato numeri telefonici della comune telefonia, così come è possibile chiamare solo altri apparecchi dotati della stessa applicazione specifica. "Questo è un mercato che sta prendendo piede da due anni e che ha sostituito quello precedente gestito dai cinesi e basato sulla fornitura di sim con carte di credito intestate ad altre persone. Ormai si è ricorsi a questo nuovo stratagemma, le aziende utilizzano un pool di ingegneri informatici, lasciano solo una rete wi-fi attiva attraverso la quale non vengono però trasmesse informazioni e ogni volta viene generato un ID casuale”. L'azienda fornisce sia i server, al prezzo di 15mila euro circa, sia i singoli telefoni, al costo di 1.500 euro. E le comunicazioni "scottanti" restano al sicuro.

Lega, dalla lauree in Albania alle case Bossi e la sua «family» verso il processo

La Stampa

paolo colonello
milano

I pm di Milano chiudono l’inchiesta. Oltre a Umberto Bossi coinvolti i figli (Riccardo e Renzo), Rosi Mauro e l’ex tesoriere Belsito. “Appropriazione indebita per circa 40 milioni di euro”



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Dalle multe per eccesso di velocità alle cartelle esattoriali, dai pigiami alla ristrutturazione della casa di Gemonio e di Roma. E poi i diplomi in Albania, il leasing della BMW, i costi dell’ospedale, perfino gioielli e le cure dal dentista. C’è di tutto nel dettagliato resoconto delle spese di Umberto Bossi e dei suoi figli, nonché dell’ex vicepresidente della camera Rosi Mauro e dell’ex tesoriere della lega Francesco Belsito, detto “il nano”, contenuto nell’avviso di conclusione indagine depositato oggi dalla procura di Milano a chiusura dell’inchiesta sulla truffa per i rimborsi elettorali dei vertici del Carroccio. Svariati milioni di euro di soldi pubblici incamerati a titolo personale dagli ex responsabili dal partito di “Roma Ladrona”. Un duro colpo soprattutto per Umberto Bossi che si è ricandidato alla segreteria del partito da cui era stato defenestrato un anno fa proprio sull’onda dello scandalo. 

I conti esaminati dalla procura sono relativi ai contributi pubblici presi per tre anni. E precisamente: 22 milioni euro nel 2008; oltre 17 milioni nel 2009 e quasi 18 milioni nel 2010, che però non vennero ritirati per l’intervenuto blocco dei rimborsi ordinato dall’allora presidente della camera Gianfranco Fini. Una quantità notevole di denaro di cui una parte, secondo le accuse, sarebbe stata spesa dagli indagati per acquisti personali. Per esempio risulta che Rosi Angela Mauro ha speso 77 mila euro per far comprare la laurea in Albania a Pierangelo Moscagiuro, il suo capo scorta appropriandosi complessivamente di quasi 100 mila euro. 

Umberto Bossi avrebbe speso invece 208 mila euro; il figlio Riccardo, pagando multe e perfino staccando assegni per il mantenimento della ex moglie, di 157mila e 933 euro; mentre Renzo, noto come “il trota”, tra multe, assicurazioni e acquisto di auto, avrebbe raggiunto la rispettabile cifra di 145 mila euro e rotti.Recordman delle distrazioni, l’ex tesoriere Belsito si sarebbe appropriato, con prelievi continui di cui dunque non si conosce sempre l’esatta destinazione, di due milioni e 400 mila euro.

Soldi, contesta l’accusa, di cui si sarebbero appropriati nel giro di appena tre anni, fino al 2011.
Ma la procura se da una parte si prepara alla richiesta di rinvio a giudizio, dall’altra chiede al gip anche delle archiviazioni. Per non essere riuscita a provare il reato, però. Queste riguardano Roberto Calderoli, la moglie di Bossi, Manuela Marrone, Matteo Brigandì e, per alcuni episodi, alcuni degli stessi indagati. 



Visite mediche, auto e ristrutturazioni. Tutte le spese della famiglia Bossi
La Stampa


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I pm contestano al fondatore del Carroccio pagamenti con soldi pubblici per 208 mila euro. I figli Riccardo e Renzo si sarebbero appropriati di circa 310 mila euro
Con i soldi della Lega Nord, l’ex segretario Umberto Bossi ha pagato spese personali per oltre 208mila euro, tra cui abbigliamento per circa 26mila euro, spese di ristrutturazione di due abitazioni, una a Roma (81mila euro) e una a Gemonio. È quanto contestano al fondatore del Carroccio i magistrati di Milano, che oggi hanno chiuso l’inchiesta che vede indagato Umberto Bossi per truffa aggravata e appropriazione indebita. Inoltre, nella lista delle spese inserite nell’avviso di chiusura inchiesta ci sono anche i pagamenti di multe, cartelle esattoriali, spese mediche (tra l’altro 1.500 per il dentista), oltre a 2.000 euro per gioielli e 160 euro per un regalo di nozze. 

Nello stesso atto firmato dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e i sostituti Roberto Pellicano e Paolo Filippini, risultano, inoltre, contestazioni di appropriazione indebita per i figli Riccardo e Renzo Bossi. Per il primogenito la somma è di 157.933 euro, mentre per l’ex consigliere regionale in Lombardia, Renzo, si parla di 145.524 euro. Riccardo ha speso soprattutto per autovetture (per esempio 20mila per il riscatto del leasing di una Bmw X5), oltre che per pagare debiti personali, 2.400 euro per il mantenimento della ex moglie, più di 14mila euro per l’affitto di una abitazione (a cui si aggiungono le spese di luce e gas), a cui si vanno ad aggiungere multe, affitto di garage e anche 439 euro per pagare il veterinario. Il fratello minore Renzo - come era già emerso in fase di inchiesta - ha speso 77mila euro per una laurea all’università Kristal di Tirana in Albania (che non avrebbe mai frequentato), 48mila euro per una Audi A6 e il resto delle somme per pagare quasi esclusivamente multe e cartelle esattoriali.

Io, ebreo cacciato da scuola ho la laurea 75 anni dopo”

La Stampa

umberto gentiloni

La storia di Sami Modiano


«Ero tra i primi della classe, tra i più bravi, benvoluto dall’insegnante che non teneva conto della religione. Che fossi ebreo non importava a nessuno, almeno fino a quel giorno del 1938». L’infanzia negata in un tempo lontano, nell’isola di Rodi, passata sotto il controllo italiano nel 1912. Sami Modiano ha otto anni e mezzo, frequenta la scuola elementare maschile. «L’anno scolastico era appena iniziato quando una mattina il maestro mi chiamò. Ero contento, mi ero preparato all’interrogazione, convinto che mi avessero chiamato per questo. Invece il maestro mi disse che ero stato espulso dalla scuola.

Non capii, rimasi senza parole. Mi mise una mano sulla testa dicendomi che mio padre mi avrebbe spiegato i motivi dell’espulsione. Ricordo come fosse oggi la mano sul capo, il tentativo di rassicurarmi e la successiva conversazione con mio padre che mi parlò di Mussolini e dell’esistenza di una razza ebraica di cui facevamo parte. Ero troppo piccolo per capire, provai a consolarmi così. 
Ma il dispiacere era enorme. Fino a quel momento ero contento, libero, sereno. Non mi sentivo diverso dagli altri bambini, dai miei amici. Ora era finita l’infanzia. Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La sera mi addormentai come un ebreo». Attimi scolpiti nella memoria in un tornante della sua esistenza. Un punto di non ritorno che condurrà quel bambino in un lungo viaggio attraverso le tenebre del Novecento.

Con la sua comunità viene deportato il 23 luglio 1944: destinazione Auschwitz. In pochi degli oltre duemila sopravvivono. Sami è solo al mondo, riesce a ricominciare: prima alle porte di Roma, poi in Congo belga per tornare a Rodi molti anni dopo, quando l’isola delle rose aveva cancellato le tracce dell’antica comunità ebraica. Il rammarico più grande è di non aver potuto studiare, «di non avere conseguito un’educazione, una cultura degna di questo nome». Questa mattina, settant’anni dopo quella espulsione la Sapienza Università di Roma ha deciso di inaugurare l’anno accademico 2013-2014 conferendo a Samuel Modiano il Diploma di Dottorato di ricerca honoris causa «Storia, Antropologia, Religioni».

La motivazione dà conto della fatica e del senso di una vita: «Per l’instancabile impegno con cui si dedica a testimoniare la sua tragica esperienza, segnata dall’espulsione da scuola, a Rodi, all’età di otto anni - ordinata in ottemperanza al dettato delle Leggi razziste - e dalla deportazione ad Auschwitz-Birkenau nell’estate del 1944, nella ricorrenza del Settantacinquesimo anniversario dell’emanazione delle Leggi del 1938; per proseguire al più alto livello l’azione di promozione della Memoria e di sostegno alla ricerca storica». Il dottorato di norma viene attribuito per alti meriti scientifici nel campo della ricerca o dell’innovazione.

Per chi non ha finito la scuola elementare e non si è potuto avvicinare a un corso universitario il titolo di studio più elevato a livello internazionale è un segnale preciso, un sigillo a una instancabile attività di testimone e maestro per le giovani generazioni. Certo un debito di riconoscenza dell’Italia tutta nei confronti di chi pagò il prezzo più alto alle logiche dell’odio, ma anche un riconoscimento a un impegno incessante nelle scuole, nelle università nei luoghi dove si formano i nuovi italiani. Sami Modiano diviene così un illustre membro della comunità scientifica, impegnato a diffondere saperi e costruire conoscenze. «Non mi sento pronto né adeguato» aggiunge sorridendo, colto da un’emozione che non immaginava: «Dico sempre ai ragazzi di non perdere tempo, o buttare via anni preziosi. Nessuno può restituirli; lo studio costruisce libertà, ci aiuta a guardare al futuro con fiducia».

Tutte le strade e le autostrade con obbligo di gomme invernali e catene

Corriere della sera

Si rischia una multa di 84 euro viaggiando senza

Alcune ordinanze sono entrate in vigore da metà novembre, altre lo saranno in questi giorni. Prima di partire in auto per zone nelle quali potrebbe nevicare è bene ricordare di portarsi le catene o di aver montato le gomme invernali. Si rischia - oltre alla sicurezza- una multa di 84 euro e di non proseguire il viaggio. Ecco quindi le ordinanze in vigore sulle principali autostrade e strade italiane. (Fonte: Polizia di Stato).
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29 novembre 2013






Gomme invernali: istruzioni per l’uso
Corriere della sera

Anche per l’auto scatta il cambio di stagione. Da novembre scattano le ordinanze
 
Cattura1 Quando bisogna mettere le gomme invernali?

«Quando si scende sotto i 7 gradi di media - spiega Fabio Bertolotti, di Assogomma -. Ma i proprietari/gestori delle strade, possono imporli: una direttiva di quest’anno stabilisce una durata minima delle ordinanze dal 15 novembre al 15 aprile».

2 Che cosa si rischia se si viaggia con gomme estive dove sono obbligatorie le invernali?

Innanzitutto, l’auto è meno controllabile. «Inoltre - spiega Ambra Gentile, commissario capo della Polstrada di Roma - comporta la sanzione amministrativa da 84 a 335 euro. Se si paga entro 5 giorni, la sanzione è di 58,80 euro. E viene intimato al conducente di non proseguire se non si è messo in regola».

3 Come si fa a sapere su quali strade sono obbligatorie?

«Lo si vede dai cartelli - continua Gentile -. Ma anche sul sito web della Polizia di Stato-Viabilità Italia e su quelli degli enti proprietari o concessionari delle strade o autostrade».

4 Da che cosa si riconosce una gomma invernale?

«Dalla marcatura M+S, M/S, MS, M-S o M&S - spiega Bertolotti - riportata sul fianco. Se si vogliono le migliori prestazioni invernali va verificata l’esistenza anche delle 3 montagnette con fiocco di neve. Non può mancare il simbolo dell’omologazione ( E in un cerchio o e in un rettangolo)».

5 Esistono gomme adatte a tutte le stagioni?

Sì, le all season : devono riportare la marcatura M+S. Ma sono un compromesso pensato specialmente per la città, dove le condizioni non sono estreme.

6 La pressione è la stessa delle gomme estive?

È meglio gonfiarle a 0,2 bar in più. La pressione va sempre controllata ogni 30/45 giorni, possibilmente dal gommista che utilizza strumenti più precisi.

7 Quale dev’essere la profondità dei tasselli perché sia in regola?

Per il Codice, lo spessore minimo del tassello è sempre di 1,6 mm. Ma a questo punto le prestazioni sono già ridotte, specie sulla neve. Meglio sostituire le gomme a 3/4 mm.

8 Quando vanno rimontate le gomme estive?

Quando la temperatura media supera i 7 gradi. Non si viene multati circolando con le invernali, ma col caldo si consumano di più e sono meno efficienti.

9 Sono più sicure delle estive solo sulla neve?

No. Infatti si chiamano invernali. Sono più sicure anche sull’asfalto bagnato e freddo.

10 Perché le invernali fanno più presa delle estive?

Gli incavi più larghi aiutano ad evacuare la pioggia. La mescola del battistrada è più morbida anche col freddo e aderisce meglio al fondo. La carcassa si deforma anche a bassa velocità: in frenata aumenta l’impronta a terra. I numerosi intagli sul battistrada servono ad «aggrapparsi» su neve e ghiaccio.

11 In che senso le gomme invernali sono più sicure?

«Perché permettono di trasmettere più coppia in trazione e riducono gli spazi di arresto», risponde Siegfried Stohr, ex pilota di F1 e istruttore di guida. «Sono migliori anche per la capacità di sterzare e rispondere al volante in condizioni critiche».

12 Richiedono una tecnica di guida differente?

«Sì, occorre maggiore prudenza perché d’inverno l’aderenza è sempre precaria - prosegue Stohr. - Consiglio di fare, dove possibile, un test di frenata per capire quanti metri siano necessari per fermarsi. In ogni caso bisogna guidare dolcemente, anticipando curve e frenate».

13 Le invernali sono utili solo se in montagna?

No, anche in pianura si verificano forti nevicate: meglio essere sempre pronti all’emergenza.

14 Con la trazione integrale si può farne a meno?

«No. Le 4x4 sono avvantaggiate in salita - dice Stohr -, ma non in discesa, dove conta l’aderenza delle gomme».

15 È corretto montare solo due gomme invernali?

No. La diversità di aderenza fra le gomme dei due assali può innescare sbandate difficili da recuperare. In discesa il rischio è enorme.

16 Con le invernali non si ha più bisogno delle catene?

In genere, sì. Ma se lo strato di neve è profondo 15/20 cm le catene sono indispensabili.

17 Le «calze da neve» sono omologate?

Il Tar ha di recente smentito il ministero del Trasporti, che non le ha mai equiparate alle gomme invernali e alle catene. «Ma il ministero ha impugnato la sentenza, quindi è opportuno attendere l’esito del procedimento per potersi esprimere con certezza», risponde Ambra Gentile, della Polstrada. Vista l’incertezza della legge, è meglio non usarle laddove è richiesto l’obbligo di «mezzi antisdrucciolevoli».

18 Ma le «calze» sono efficaci come le gomme invernali o le catene?

Non proprio, anche se hanno una loro efficacia. Si mettono più in fretta e più facilmente delle catene e sulla neve funzionano. Ma: vanno tolte sull’asfalto, altrimenti si rovinano (per questo motivo i produttori consigliano di accelerare e frenare dolcemente); impongono di andare piano (non oltre i 50 orari); sul pantano che segue la nevicata non fanno presa (al contrario delle gomme invernali); non sono adatte per pendenze superiori al 10%.

19 Le invernali funzionano anche sul ghiaccio?

La mescola invernale aiuta anche su brina e ghiaccio, purché non stratificato. In quest’ultimo caso - ma si tratta si ambienti estremi - , l’unica soluzione sono le gomme chiodate. Ci sono anche invernali chiodabili.

20 Quanto costano le gomme invernali?

A seconda della misura, della marca e del canale di vendita, i prezzi cambiano. In genere si parte da circa 50 euro a gomma, per un’utilitaria. «Poi ci vogliono altri 100 euro circa - aggiunge Guido Schiavon, presidente di Federpneus - se oltre si richiede al gommista anche lo stoccaggio del treno estivo. Al prezzo corrisponde la qualità, come per qualsiasi prodotto. È raro che dai gommisti si trovino gomme cinesi a prezzi stracciati: sia perché sono di bassa qualità, sia perché l’assistenza del produttore è un problema... Con un treno di pneumatici europei non si sbaglia mai».


22 ottobre 2013 (modifica il 22 ottobre 2013)

Due cuori e una capanna, ma a chi spetta la capanna se i cuori s’infrangono?

Corriere della sera

di Maria Silvia Sacchi


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È una delle cose a cui non si pensa. O, meglio, non si provvede. Per scaramanzia, perché non si vogliono “turbare” i sentimenti, per timore della reazione dell’altro. Molto spesso, per cultura: perché non si sa. Eppure quando una convivenza si rompe – e succede spesso – problemi e sgambetti sono dietro l’angolo. Così può diventare difficile dimostrare che la casa dove si abita la si è acquistata insieme, magari con l’aiuto dei propri genitori. Che si è deciso insieme che uno dei due partner riducesse il suo impegno lavorativo per curare i figli e per questo si ritrova con un reddito inferiore. Che il denaro che c’è sul conto corrente comune è di uno solo e non di entrambi.

In Italia le convivenze avanzano a passo svelto, come dimostra anche il tasso di figli nati da coppie non sposate (1 su 4). Giovani che vanno a vivere insieme perché vogliono fare una prova, adulti già passati attraverso le “forche” della separazione e che non vogliono ripassarci di nuovo, persone convinte invece che i sentimenti non devono essere ingabbiati. Le famiglie di fatto da mezzo milione che erano nel 2007 sono arrivate a sfiorare il milione in soli quattro anni.
Per questo i notai sabato 30 novembre apriranno le porte dei loro consigli notarili per illustrare a tutti coloro che lo vorranno i contratti di convivenza. Un vero e proprio “open day” come si usa nelle scuole ma per educare invece a pensare alle proprie cose per tempo. Indirizzi e contatti si trovano sul sito www.contrattidiconvivenza.it

«Proponiamo un accordo, che deve risultare da un atto scritto e redatto da un notaio, con cui la coppia definisce le regole della propria convivenza attraverso la regolamentazione dell’assetto patrimoniale e alcuni inerenti i rapporti personali – dice Domenico Cambareri, consigliere nazionale del Notariato con delega alla comunicazione -. È diretto a tutte le persone legate da un vincolo affettivo che decidono di vivere insieme. Vedremo sabato quale sarà la reazione delle persone». Le quali, di norma, non ci pensano, esattamente come accade con il testamento. Salvo accorgersi che “c’è un problema” quando la rabbia e il dolore provocati dalla rottura della relazione impediscono di fare uso del buon senso e dell’equità. I due slogan scelti dai notai dicono con chiarezza dove sta il nodo: «Siamo due cuori e una capanna». Vi diciamo a chi spetta la capanna se i cuori si infrangono». «Non ci lasceremo mai. Se accadrà non dovrete litigare sul mutuo».

Il contratto di convivenza – che potrà essere sottoscritto in tutta Italia dal 2 dicembre – può disciplinare aspetti che riguardano le modalità di partecipazione alle spese comuni (sia in denaro che in lavoro casalingo), i criteri di attribuzione della proprietà dei beni acquistati durante la convivenza, le modalità di uso della casa adibita a residenza comune (sia se acquistata che in affitto), le modalità di definizione dei rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza, la facoltà di assistenza reciproca in caso di malattia o la designazione reciproca ad amministratore di sostegno.
Quanto ai diritti ereditari, va ricordato che in Italia sono vietati i patti successori e, dunque, se si vuole lasciare qualcosa al convivente bisogna ricorrere al testamento, ma solo nei limiti lasciati liberi dalla legge che tutela i parenti più vicini.

I farmaci effervescenti? Mettono a rischio il cuore

Il Mattino


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ROMA - Il rischio per la salute è alto, e a dimostrarlo è uno studio della University of Dundee e pubblicato sul BMJ-British Medical Journal. Il sale contenuto in alcuni farmaci (quelli di tipo effervescente, solubile o simili formulati) di uso comune puo' rappresentare una fonte di rischio cardiovascolare per chi li assume: il rischio di infarto e ictus sale del 16% per chi prende farmaci contenenti sodio rispetto a chi prende gli stessi farmaci ma in una formulazione con meno sodio. Il rischio di ipertensione si moltiplica di sette volte e i tassi di mortalita' erano il 28% piu' alti.

Farmaci particolarmente ricchi di sodio sono ad esempio quelli effervescenti o solubili, ma in generale il sodio e' un eccipiente di molti medicinali perche' aiuta l'organismo ad assorbirne il principio attivo. ''Noi ci siamo concentrati principalmente su analgesici, integratori vitaminici e antinausea'', spiega George all'ANSA, confrontando il rischio cardiovascolare di 1,2 milioni di individui che prendevano formulazioni ad alto contenuto di sodio (ad esempio gli effervescenti) o versioni a minor contenuto di sodio degli stessi farmaci. Gli esperti hanno monitorato il campione nell'arco di molti anni di osservazione.

E' emerso che i pazienti che prendevano farmaci contenenti sodio avevano un rischio cardiovascolare del 16% maggiore e erano sette volte piu' a rischio di divenire ipertesi e i tassi di mortalita' erano il 28% piu' alti in questo gruppo di individui rispetto agli altri che prendevano gli stessi farmaci ma in formulazioni con meno sodio. Secondo George alla luce di questo studio e' bene che nel bugiardino dei farmaci ci sia anche una chiara indicazione dei livelli di sodio in essi contenuti che possono anche superare la dose giornaliera massima di sale raccomandata.

 
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venerdì 29 novembre 2013 - 10:09   Ultimo aggiornamento: 10:10

Cassazione: niente marchio del Cavallino per i ferraristi spontanei

La Stampa


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Doccia fredda per le associazioni spontanee dei ferraristi, gli appassionati dei bolidi della casa di Maranello: la Cassazione ha dato ragione al ricorso con il quale la Ferrari ha invocato il divieto di utilizzo del marchio del Cavallino Rampante, e della mitica «F» su sfondo rosso e braccio superiore allungato, da parte del Ferrari Club di Milano che dal 1979, all’epoca di una passione nata dalle imprese di piloti come Niki Lauda e del mai troppo rimpianto Gilles Villeneuve, organizza in proprio le trasferte dei supporter della rossa e promuove manifestazioni e raduni.

Ad avviso della Prima sezione civile della Suprema Corte - sentenza 26498, presidente Corrado Carnevale, relatore Carlo Piccinini - la tutela del marchio Ferrari e il diritto all’uso esclusivo può essere giustamente invocato dalla casa automobilistica nonostante il club dei ferraristi milanesi ai tempi del patron Enzo Ferrari sia stato tranquillamente tollerato, e anzi intrattenesse rapporti cordiali con il Commendatore. Nel sito internet del Club milanese, infatti, si legge l’auspicio a «poter ritornare con Maranello al feeling che c’era ai tempi del Commendatore»: una delle frasi preferite del grande Enzo, «solo nella competizione c’è vita», apre l’homepage.

Tornando alla decisione degli ermellini, secondo la Cassazione, la circostanza che il club svolga una attività commerciale - «è incontestata la corresponsione delle quote associative in occasione di eventi organizzati», scrive la Corte - anche se senza fine di lucro, rende evidente che il club milanese agisce con struttura di impresa avvalendosi di un marchio che non è autorizzato a usare. Così è stata annullata con rinvio per nuovo esame, la sentenza con la quale la Corte di Appello di Milano, il 22 luglio 2006, in accordo con quanto già stabilito dal Tribunale del capoluogo lombardo, aveva escluso che l’uso dei marchi Ferrari, Cavallino Rampante e Ferrari Club da parte del Ferrari Club di Milano potesse danneggiare il business dei Ferrari Club ufficiali.

(Fonte: Ansa)

Il “lato tigre” dei nostri gatti

La Stampa

LUCIO BIANCATELLI


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Cosa hanno in comune il gatto e le tigre, e come è iniziata la domesticazione del gatto? Lo abbiamo chiesto a Francesco Petretti, naturalista, documentarista e divulgatore televisivo, membro del Comitato Scientifico Wwf.

Francesco, in cosa il gatto conserva atteggiamenti e comportamenti che rivediamo nella cugina tigre, allo stato selvatico?
«Per tutto quello che riguarda la sfera della caccia. Sappiamo benissimo che un gatto, per quanto sia pigro e ben nutrito, in realtà conserva sempre l’anima del cacciatore. La caccia è fatta di agguati, di punta della coda che si muove quando sta osservando una preda, che sia una lucertola o un uccellino. Esattamente quello che fa una tigre quando sta scrutando un cervo o un cinghiale nella foresta indiana. L’approccio alla preda è uguale, ma anche il gioco è lo stesso. Anche i cuccioli di tigre giocano con la preda come farebbe uno dei nostri gatti con un topolino, un modo per ’imparare’ le tecniche di caccia e di gestione della cattura. E poi non dimentichiamo che la tigre è, tra i felini, uno dei pochi che fa le fusa, esattamente come un gatto».

Questo accade nei contesti familiari, tra madre e cuccioli?
“Sicuramente fa parte del comportamento cosiddetto ’nuziale’, cioè del corteggiamento, della relazione madre -piccoli, ma lo si può vedere con evidenza anche nei casi in cui le tigri sono in cattività, quando hanno un rapporto particolarmente affettuoso con il loro conduttore”.

Quando è avvenuta la domesticazione del gatto, e perché è avvenuta?
«E’ partita dalla regione Mediterranea, soprattutto dal Nord Africa, dall’Egitto. Fu messo nelle case ma ancor prima nei granai, per tenere a bada i topi che hanno sempre rappresentato una grossa perdita economica Nei granai e nei depositi di frumento. Possiamo far risalire la domesticazione a circa 5.000 anni prima di Cristo, con la specie Felis libica nordafricano che poi in buona parte ha dato origine al gatto domestico come lo conosciamo noi».

Nonostante la sua spiccata indipendenza dunque, il gatto si è ben adattato a questa unione con l’uomo..
.«Sicuramente mantiene la sua indipendenza e la sua autonomia, ma chi ha un gatto scopre che dopo un po’ il nostro felino domestico è molto più simile all’affezionato cane di quanto non si creda. In realtà il gatto sviluppa anche un’affezione con il suo padrone, e questo è forse il punto di differenza maggiore tra tigre e gatto. La tigre è sostanzialmente un felino solitario, il gatto è anche un felino sociale, come il leone. E questa è la sua doppia natura..»

La carta geografica europea: per gli americani è un enigma il sondaggio

Nino Materi - Ven, 29/11/2013 - 08:32

L'unica nazione individuata con esattezza è l'Italia. Ma noi non possiamo fare i maestri: 9 su 10 non sanno dov'è Potenza

Andiamoci piano, noi italiani, a criticare l'ignoranza geografica degli americani. Provate infatti a chiedere a un connazionale dove si trova Potenza. Il 90% vi risponderà «in Calabria» (confondendo Potenza con Cosenza), il 9% risponderà genericamente «al Sud» e solo l'1% azzeccherà la risposta (ma solo perché originario della Basilicata).


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Detto questo, passiamo ad analizzare il deficit da cartina geografica della middle class statunitense che mostra di sapere poco o nulla dell'esatta collocazione dei paesi del Vecchio continente. Dagli Usa arriva però una notizia confortante: tutti gli americani sanno dov'è l'Italia. Una competenza che potrebbe ritorcersi contro di noi solo in caso di bombardamenti sul Bel Paese da parte della U.S. Air Force. Nessun rischio «bellico», invece, per paesi dell'Est Europa. La maggior parte degli americani consultati nel sondaggio dimostrano infatti di non avere la minima idea dei nomi e della corretta posizione degli Stati compresi tra Germania e Russia. In mancanza di un Atlante, queste nazioni sono diventate: «la terra delle pellicce», «la patria di Borat», «il paese di Dracula», «destinazioni low-cost per le vacanze», «ex comunisti» e via così metaforicando. Anche in corrispondenza dell'Italia qualche simpaticone a stelle e strisce ha scritto «pasta», «pizza», «mandolino» o «mafia». Ma questa, si sa, sarà sempre la nostra condanna a vita. Del resto i luoghi comuni sono geograficamente trasversali: del resto, noi italiani, non immaginiamo sempre i tedeschi ubriachi di birra e ruttanti? o i sovietici sempre col colbacco e strafatti di vodka? E allora, di cosa ci lamentiamo?

In Italia lo studio della Geografia è poco più di un optional. Domanda, scoraggiato, un professore di Geografia alla stampa.it (rubrica «L'editoriale dei lettori»): «Per un paese come il nostro che resta una delle prime dieci economie mondiali non è controproducente non valorizzare l'insegnamento della Geografia (soprattutto Economica) nelle Superiori?. Nei licei, da dove generalmente esce la classe dirigente, praticamente questa materia non esiste». Ma torniamo agli americani e al punto grande punto interrogativo davanti al mappamondo. In un certo senso sono recidivi. Nel 2006 anno fa venne fuori un'altra ricerca che li prendeva in giro non poco: «Non sono bastati tre anni di guerra e oltre 2.400 vittime tra i soldati Usa, né le polemiche quotidiane sull'andamento delle operazioni militari nel Golfo: a tutt'oggi il 63% dei giovani americani non ha idea di dove si trovi l'Iraq», sentenziava uno studio del National Geographic condotta su 510 intervistati, tutti giovani tra i 18 e i 24 anni.

1Ma non si tratta solo dell'Iraq perché la stessa ignoranza geografica colpisce anche altre nazioni nel mondo: quelle di cui si parla continuamente in televisione o sui giornali. Un esempio? Nonostante le cronache sui massacri nel Darfur, i giovani non hanno imparato dov'è il Sudan, tanto che oltre la metà ignora che si trovi in Africa, mentre il 20% lo situa in Asia e il 10% in Europa. Le cose non vanno meglio dentro i confini americani. Basta considerare che - come riportato da repubblica.it - il 50% degli intervistati non sa «localizzare» lo Stato di New York. Anche sul fronte «numero degli abitanti» poche idee ma confuse: il 30% ritiene la popolazione Usa sia tra uno e due miliardi, quando in realtà sono 300 milioni. Il 74% pensa che l'inglese sia la lingua più parlata nel mondo, invece del cinese. Severo il giudizio del National Geographic che definisce «allarmante» l'ignoranza dei giovani americani in geografia, ed esprime preoccupazione per le conseguenze e per il progressivo declino della materia nelle scuole. «Eppure la conoscenza geografica è ciò che ci permette di legare persone, luoghi ed eventi, è così che diamo senso al mondo», sentenzia John Fahey, ricercatore del National Geographic.

Ma, invece di fare i maestrini con gli americani, pensiamo alla nostra di geografobia. Un'altra testimonianza probante? la lettera inviata da un lettore di Beppe Severgnini per la sua rubrica Italians: «Caro Beppe, ultimamente mi sono trovato ad osservare, e quindi ad approfondire, un curioso fenomeno che ho scoperto essere molto diffuso: l'ignoranza geografica tra gli italiani (...). Per l'Europa vige la confusione più totale; quasi nessuno sa quali sono le nazioni dell'UE, e sintetizzando si può così riassumere: 1) gli Stati vengono continuamente confusi tra loro, la Slovenia con la Slovacchia, la Lettonia con l'Estonia, la Finlandia con la Svezia, etc, e non parliamo delle capitali o altre città. 2) Alcune nazioni sembrano addirittura mai sentite, altre riesumate (tipo la Cecoslovacchia, che un enorme numero di persone continua a credere esista). 3) Altri trovano soluzioni esilaranti inglobando tutto l'Est in "Russia". Si badi bene che parlo esclusivamente di persone diplomate o laureate».

Non avevamo dubbi.

Mario, il tramonto di un nome: da simbolo dell’italianità al declino

Corriere della sera

Nel secolo scorso era uno dei più diffusi. Adesso , come certifica l’Istat, è diventato improbabile

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Se c’era una cosa probabile per un maschio del secolo scorso era di chiamarsi Mario. Che non era male, perché veniva dall’etrusco e voleva dire «uomo», forse anche «condottiero», come l’anèr greco che ha dato origine ad Andrea. Quel nome era talmente piaciuto ai genitori dell’epoca che si era diffuso rapidamente, fino a trasformarsi nel paradigma dell’italiano medio.

Sulle schede elettorali tipo c’era scritto «Mario Rossi», quando la Nintendo si era ispirata a un idraulico italiano aveva pensato a un «Super Mario», Ligabue in «Certe notti» cantava «ci vediamo da Mario» e volendo risalire indietro fino al cinema degli anni Cinquanta, Capannelle nei «Soliti ignoti» si metteva a cercare un Mario tra i ragazzini e si sentiva rispondere: «Qua di Mario ce ne so’ cento». «Ma io voglio uno che ruba». «Sempre cento ne so’».

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Quei tempi ora sembrano destinati a finire, chiamarsi Mario è diventato improbabile e lo certificano i dati dell’Istat. Il nome resiste nelle generazioni adulte, conta ancora 362.645 sull’elenco telefonico nazionale (quinto posto dopo Giuseppe, Antonio, Giovanni e Francesco), ma è praticamente sparito nelle ultime generazioni, risulta fuori dalla lista dei primi trenta scelti dai genitori nel 2013, scalzato dal papale Francesco, al primo posto (Bergoglio, comunque, di nome si chiama Jorge Mario...), e poi dagli Alessandro, Andrea, Lorenzo, persino Christian con l’«h» e senza.

Mario Draghi (Ansa)I primi segnali negativi si erano avuti nel 2011, quando nessun nato è stato registrato all’anagrafe di Gorizia, una vera e propria roccaforte, dove esistono due club dedicati al Santo che organizzano feste in pizzeria la sera dell’onomastico alle quali un tempo partecipava perfino Soldati. Ma adesso il tracollo è ovunque. I motivi? C’è stato chi ha sparato contro il nome, come Vasco Rossi, che si è messo a cantare «ringraziando Dio non mi chiamo Mario» pur di fare una rima. C’è stata la declinazione in «Mariuolo» dedicata da Bettino Craxi al Chiesa di Tangentopoli. Ma dev’essere stata proprio l’identificazione con l’italiano qualunque, quel suo essere troppo normale e troppo poco evocativo, a determinare il minor fascino del nome.

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Che pure qualche rappresentante piuttosto in vista ultimamente l’ha avuto e ancora ce l’ha, dal governo di Mario Monti ai gol di Mario Balotelli, fino alla nomina di Mario Draghi al vertice della Banca centrale europea, chissà che non basti a risollevarne le sorti. E scusate se la speranza viene espressa da due che «ringraziando Dio» si chiamano Mario.


29 novembre 2013

Sony e la parrucca intelligente. Con Gps

Corriere della sera

Si chiama Smartwig e oltre a un navigatore avrà una fotocamera e diversi sensori per monitorare chila indossa

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MILANO - Trentacinque anni dopo il Walkman e le sue cuffie, Sony vuole metterci qualcosa di nuovo in testa. L’idea nasce da due inventori giapponesi intenzionati a stupire con SmartWig, cioè la parrucca «intelligente». In tema di tecnologia da indossare, gli ingegneri insieme al colosso hanno sviluppato un particolare copricapo in grado non solo di adattarsi perfettamente alla testa di una persona - e coprire la eventuale calvizie - ma che è anche dotata di fotocamera, di un sistema di navigazione, di sensori che sappiano monitorare i valori fisiologici. La capigliatura posticcia, però, può fare molto altro.

INVENZIONE - Se non fossimo in novembre, parrebbe un pesce d’aprile. Ciò nonostante, quando gli inventori alla Sony danno libero sfogo alla loro creatività, i risultati - spesso - sono dei grandi successi globali. Hiroaki Tobita e Takuya Kuzi, dei Sony Computer Science Laboratories, hanno presentato tre varianti della parrucca multifunzione SmartWig. Si tratta di una normale parrucca in grado però di comunicare in modalità wireless con un dispositivo mobile e dotata di fotocamera, puntatore laser e un sensore Gps. Certo, un’idea bizzarra, ma dopotutto inventare per questi signori è un lavoro serio. E poi, altri colossi del settore sono attivi da tempo nell’arena della tecnologia indossabile: il prossimo anno Google intende commercializzare i suoi famosi Google Glass, a settembre Samsung ha presentato il suo smartwatch Gear e aziende quali Nike e Jawbone hanno creato dei braccialetti che raccolgono ogni sorta di dati e statistiche.

CatturaSMART - Ma torniamo alle super-parrucche giapponesi: il primo modello di SmartWig funge da sistema di navigazione grazie a un sensore Gps. Come? Il gadget peloso indica il percorso attraverso delle micro-vibrazioni nella parte del cranio interessata. In altre parole: una piccola scossa sul lato destro indica la direzione a destra. Può essere utile, per esempio, ai non vedenti che potrebbero ricevere così le indicazioni mentre camminano. Il secondo modello, invece, è dotato di un puntatore laser e può far scorrere le slide di PowerPoint semplicemente orientando la testa da un punto all’altro del riquadro. Infine, il terzo prototipo di smart-parrucca: sostituisce i termometri e i misuratori di pressione e, con un semplice clic, monitora le onde cerebrali, archivia suoni e immagini che, all’occorrenza, l’indossatore può recuperare.

BREVETTO - Sony ancora non sa se la parrucca intelligente verrà mai lanciata sul mercato. Nel frattempo, tuttavia, il gruppo nipponico ha già depositato la domanda di brevetto negli Usa e in Europa. Sony, da questo punto di vista è molto attiva: solamente lo scorso anno ha depositato oltre 3000 brevetti scalzando, negli Usa, importanti società quali Microsoft e General Electric. La SmartWig, che potrà essere indossata sia sui capelli naturali che direttamente sulla nuda pelle, rappresenta una vera e propria rivoluzione per il settore della tecnologia indossabile, dicono i due inventori.

29 novembre 2013

La lettera: «Nella mia busta paga c'è solo 1 euro: la legge ci costringe all'elemosina»

Il Mattino




Gentile redazione del Mattino.it,

sono un’ incaricata annuale monoreddito, con due figli che frequentano la scuola. Mio marito in seguito alla grave crisi economica, sono ormai due anni che non lavora. Quindi le spese sono tutte a mio carico. Questo mese ho aperto il mio statino ed ho trovato 1€ in busta paga, con le seguenti motivazioni: acconto irpef € 797.27 anticipato pur non avendo altri redditi, mentre gli altri soldi sono dovuti per le detrazioni in quanto avevo mio marito a carico.

Egli ha ricevuto a dicembre 2013 un indennizzo di disoccupazione in un'unica soluzione di € 3000 in tal modo superando i 2850 € annui stabiliti dalla legge per essere a carico del coniuge ho dovuto restituirne 400 il mese di agosto e il restante il mese di novembre. La mia domanda è questa: è possibile che vi siano leggi che debbano permettere alle famiglie di elemosinare il cibo? Tutto questo che sta accadendo per me è una vera vergogna nei riguardi dei nostri giovani figli ai quali sono stati rubati i sogni e le speranze».

A. C.

 
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venerdì 29 novembre 2013 - 12:59   Ultimo aggiornamento: 13:03

Napoli, guarda dove finiscono i nostri rifiuti differenziati»

Il Mattino

Un video mostra i cassonetti (marroni) per la differenziata svuotati nel camion per i rifiuti indifferenziati



Il sindaco di Napoli ha presentato in pompa magna il nuovo piano della raccolta differenziata che prevede l'installazione di cassonetti marroni dedicati alla raccolta della frazione umida. Uno dei quartieri coinvolti è Fuorigrotta. Il video che allego è stato registrato nella notte tra il 27 e 28 novembre 2013 e mostra chiaramente che non viene fatta nessuna distinzione tra i il materiale indifferenziato e quello umido.

Il cassonetto marrone dell'umido, infatti, viene svuotato nello stesso camion dove, immediatamente dopo, vengono riversati i rifiuti indifferenziati dei cassonetti grigi. Una delusione enorme per tutti i cittadini del mio quartiere che avevano accolto favorevolmente l'installazione dei nuovi cassonetti e che ogni giorno, nonostante la mancanza del porta a porta, fanno la raccolta differenziata nella speranza di avere una città più pulita.

Lettera firmata


Primo piano - Napoli, la differenziata finisce tra i rifuti...

 
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venerdì 29 novembre 2013 - 10:15   Ultimo aggiornamento: 16:36