domenica 1 dicembre 2013

Ardica lancia la batteria che dura 7 giorni, disponibile per tutti gli smartphone a 10 dollari

Il Messaggero


La durata della batteria è il problema più comune di chi possiede uno smartphone. Poche ore di autonomia rendono necessario portarsi dietro un caricabatterie.


CatturaLa soluzione allora arriva da ARDICA, un'azienda che ha prodotto una nuova batteria a celle di combustibile che dovrebbe durare addirittura 7 giorni. La batteria potrà essere collegata a qualunque dispositivo, iPhone compreso. L’azienda, che lavora da tempo nell'ambito militare, ha ora deciso di lavorare anche ad un prodotto “di massa”. L'articolo che dovrebbe sbarcare sul mercato entro il 2015 sarà disponibile a un prezzo di circa 10 dollari. Ciò che rende speciali queste batterie è il mix di sostanze che alimentano la cella.


Sabato 30 Novembre 2013 - 17:06
Ultimo aggiornamento: 17:09

Se la scuola nega a Natale la benedizione

Quotidiano.net


Benedizione a scuola negata. Succede questa volta a Varese in una scuola elementare. E ogni anno in concomitanza del Natale scoppia la bufera. Possibile che non si riesca a uscire dai soliti schemi e dalle consuete inutili prese di posizione? In fondo, basterebbe solo un po’ di buonsenso. Il rispetto è fondamentale, ma deve essere reciproco.
Clizia da Como, ilgiorno.it



CatturaIN UNA SCUOLA varesotta, dunque, la preside ha impedito la benedizione cristiana degli alunni. Il motivo? Sempre quello: tolleranza, pari dignità fra tutte le religioni, e via dicendo. Secondo i professori, la benedizione cristiano/cattolica non s’ha da fare per non offendere gli alunni delle altre religioni, come se una benedizione possa davvero offendere qualcuno.

All’elementare «Medea» sembrano avere un concetto tutto loro di tolleranza: per considerare le religioni sullo stesso piano è necessario cancellare la propria identità e anche gli usi e i costumi della società italiana. La tendenza, dunque, è livellare, è annullare le differenze e rendere la nostra società insipida: né carne né pesce, ma un miscuglio etnico dove ci sta tutto e il contrario di tutto. Un pastone sociale senza sapore. Siamo sicuri che è quello che cercano gli studenti?

laura.fasano@ilgiorno.net

Benedizione vietata a scuola: "Offende i bimbi non cattolici"

Enza Cusmai - Sab, 30/11/2013 - 07:46

La dirigente dell'elementare di Varese è irremovibile: "Lo dice la legge, si può fare solo fuori dall'orario di lezione". E i genitori si ribellano

Armiamoci di pazienza. Il tormentone è appena iniziato. Eppure, alla vigila del periodo più buonista dell'anno, è già scontro tra due fazioni: quella a favore di presepi, alberi addobbati e benedizioni nelle scuole, e quella di chi non vuol sentire neppure l'odore di riti che ci appartengono da sempre.


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Come la dirigente della scuola elementare «Medea» di Varese, Mara Caenazzo, che ha deciso di vietare la benedizione natalizia che ogni anno don Leonardo Bianchi soleva fare ai bambini nell'istituto: «La benedizione è un atto di culto e non un semplice saluto e quindi, per salvaguardare i diritti di tutte le famiglie, potrà essere garantito in un altro momento e non durante l'orario delle lezioni».

Tecnicamente la dirigente sostiene di dover applicare la legge. «L'articolo 311 del Tu 297 del '94 che vieta pratiche religiose in orari che abbiano effetti discriminanti». Bisogna capire che danno possa causare al non credente o musulmano un'innocente benedizione fatta da un prete a una piccola comunità di bambini che ancora vive il Natale come un dono dal cielo. Ma qui entriamo su un terreno pieno di ostacoli. «Qualche genitore potrebbe protestare e persino fare ricorso – obietta Caenazzo - Da noi circa il 10% dei bambini sono di altre religioni e devo rispettare le loro esigenze».

E quindi ecco le soluzioni proposte: «Sempre su approvazione del Consiglio di istituto, si potrebbe accogliere il parroco dieci minuti prima delle lezioni o subito dopo la fine. In questo modo rimane in classe solo chi è interessato. Oppure, si possono dedicare dei locali della scuola alla benedizione». Una soluzione che potrebbe paradossalmente suonare discriminatoria per i cattolici, che sono la stragrande maggioranza. Ma di far spostare i bambini non cattolici, la minoranza, dalle classi non se ne parla proprio. «I rispettivi genitori potrebbero dirmi che li ho messi in un angolo…». Posizione delicata, dunque, quella della dottoressa Caenazzo, la cui esperienza in fatto di comunità multietniche è fuori discussione. Ha insegnato in Francia, in Spagna e in Somalia e vanta nel curriculum accademico perfino un saggio sugli «insediamenti urbani nella foresta amazzonica».

E ora, piombata in quel di Varese, si ritrova a dove fare i conti con le tradizioni cattoliche molto ben radicate nella zona. I genitori degli alunni dell'istituto hanno già protestato contro la preside avviando anche una raccolta di firme. Ma la dirigente controbatte sostenendo che il parroco non ha neppure fatto richiesta in direzione. «Dirigo altre scuole e il parroco di Lozza, quello di Sogliate e di Carnago hanno fatto diversi incontri nella scuola ma sempre al di fuori degli orari di lezione». Le polemiche saranno dure a morire e per calmare gli animi il prete che solitamente impartiva il rito ha invitato i bambini a messa nella chiesa di Santa Teresa di Gesù Bambino per il 3 dicembre. Incontestabile luogo per una benedizione. Quanto alla diatriba su cosa fare e non fare a scuola, la casistica è varia e contraddittoria.

Ma l'ultima parola è eminente. Arriva dal Presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, che ha bocciato i laicisti ammettendo le visite pastorali nelle scuole. Nel suo decreto, si è ispirato a quanto deciso dal Consiglio di Stato nel 2010. Con un sentenza, i giudici avevano stabilito che «la visita pastorale non può essere definita attività di culto, né diretta alla cura delle anime ma assume piuttosto il valore di testimonianza culturale». Ma all'elementare Medea un vescovo potrebbe entrare nelle classi indisturbato?

Scandalo in Svezia, bambino disabile sarà adottato da un pedofilo

Il Messaggero

di Federico Tagliacozzo


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Un bambino disabile sarà dato in adozione a un pedofilo condannato per aver molestato una bambina di cinque anni. Un uomo di Helsingborg, Svezia, potrà adottare un bambino disabile di 10 anni, figlio di primo letto di sua moglie appena deceduta. L’individuo – scrive il giornale locale Helsingborgs Dagblad – nel 2004 era stato condannato per aver molestato la figlia di un vicino. E’ stato inoltre sospettato di aver violentato una 14enne. L’uomo è stato condannato poi per più di novanta truffe.

La commissione affari sociali della citta svedese, ha dato semaforo verde all’adozione, perché ha giudicato molto basso il rischio di recidiva. Nove membri su dieci della commissione si sono detti favorevoli. L’uomo aveva sposato la madre del bambino nel 2009. La commissione giudicante, secondo quanto riferito dal giornale, non ha potuto consultare i documenti con i dettagli dei suoi reati sessuali.

La direttrice dei servizi sociali di Helsingborg Dinah Abinger ha lanciato l’allarme sul caso, parlando con l'agenzia di stampa Tt: “Questo via libera all’adozione deve essere stoppato. Sono state condotte ricerche in modo troppo superficiale. Ci sono troppi punti che non sono stati trattati in modo esauriente. Ho intenzione di presentare il caso all’Ispettorato della salute e dell’assistenza sociale”.


Sabato 30 Novembre 2013 - 13:19

V come Via

La Stampa

federico taddia


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Camminiamo con il naso all’insù, per migliorare la nostra città e correggere i tanti errori che compaiono agli angoli delle strade: anche questo per noi è fare cultura». Passare al setaccio Milano, passo dopo passo, per cercare gli strafalcioni, più o meno evidenti legati alla toponomastica: è quello che fanno dal 2000 i «Podisti di Greco», un manciata di pensionati con la passione di trekking urbani, capitanati dal vulcanico Giovanni Bortolin, 69 anni, ex impiegato in un’azienda di spedizioni internazionali. «Tutto è nato per caso, passeggiando dalle parti di Piazzale Loreto: in via Natale Battaglia c’era scritto “poeta”, ma le date di nascita corrispondevano a quelle di un omonimo sacerdote che era stato parroco in quella zona.

Scavando negli archivi abbiamo trovato tutte le documentazioni che certificavano la nostra scoperta, e abbiamo fatto subito la segnalazione in Comune affinché correggessero la targa: quel giorno ci siamo chiesti se ci fossero stati altri svarioni in giro, e non abbiamo più smesso di cercare». In 13 anni di attenta osservazione Giovanni, su 4.400 vie perlustrate ha raccolto più di 600 errori, tutti schedati e archiviati in una scatolone gelosamente conservato in cantina. E tutti segnalati all’amministrazione comunale, che tra l’imbarazzo e le difficoltà burocratica si è trovata a correggere la data di nascita del poeta Carlo Porta, a cambiare Largo Alfonso Lamarmora in Largo Alfonso La Marmora e mettere una toppa nell’aver confuso nello stradario Andrea Merzario, confuso con il fratello Giuseppe. 

«In effetti in Comune non siamo molto amati, perché variare il nome di una strada è una grande scocciatura, ne sono consapevole» – aggiunge Bortolin – «Significa cambiare documenti, atti notarili, ragioni sociali: però non si può fare finta di nulla». L’ultima battaglia riguarda Piazza della Scala, dove la statua di Leonardo da Vinci - riporta tra i suoi aiutanti Andrea Salaino. «Non esiste: il suo vero nome era Gian Giacomo Caprotti, detto il “Salaino”, il diavoletto. Spero che prima dell’Expo qualcuno trovi il coraggio per rimediare a questa colossale svista».

I partigiani ora ammettono la vergogna di esodo e foibe

Fausto Biloslavo - Dom, 01/12/2013 - 08:46

Il coordinatore dell'Anpi veneto riconosce che molti perseguitati italiani non erano fascisti ma oppositori del nuovo regime comunista e illiberale

Si scusa con gli esuli in fuga dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia per l'accoglienza in patria con sputi e minacce dei comunisti italiani.


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Ammette gli errori della facile equazione profugo istriano uguale fascista e della simpatia per i partigiani jugoslavi che non fece vedere il vero volto dittatoriale di Tito. Riconosce all'esodo la dignità politica della ricerca di libertà. Maurizio Angelini, coordinatore dell'Associazione nazionale partigiani in Veneto, lo ha detto a chiare lettere venerdì a Padova, almeno per metà del suo intervento. Il resto riguarda le solite e note colpe del fascismo reo di aver provocato l'odio delle foibe. L'incontro pubblico è stato organizzato dall'Associazione Venezia Giulia e Dalmazia con l'Anpi, che solo da poco sta rompendo il ghiaccio nel mondo degli esuli. Molti, da una parte e dall'altra, bollano il dialogo come «vergognoso».

Angelini ha esordito nella sala del comune di Padova, di fronte a un pubblico di esuli, ammettendo che da parte dei partigiani «vi è stata per lunghissimi anni una forte simpatia per il movimento partigiano jugoslavo». Tutto veniva giustificato dalla lotta antifascista, compresa «l'eliminazione violenta di alcune centinaia di persone in Istria - le cosiddette foibe istriane del settembre 1943; l'uccisione di parecchie migliaia di persone nella primavera del 1945 - alcune giustiziate sommariamente e precipitate nelle foibe, soprattutto nel Carso triestino, altre - la maggioranza - morte di stenti e/o di morte violenta in alcuni campi di concentramento jugoslavi soprattutto della Slovenia».

Angelini ammette, parlando dei veri disegni di Tito, che «abbiamo colpevolmente ignorato la natura autoritaria e illiberale della società che si intendeva edificare; abbiamo colpevolmente accettato l'equazione anticomunismo = fascismo e ascritto solo alla categoria della resa dei conti contro il fascismo ogni forma di violenza perpetrata contro chiunque si opponeva all'annessione di Trieste, di Fiume e dell'Istria alla Jugoslavia». Parole forti, forse le prime così nette per un erede dei partigiani, poco propensi al mea culpa. «Noi antifascisti di sinistra - sottolinea Angelini - non abbiamo per anni riconosciuto che fra le motivazioni dell'esodo di massa delle popolazioni di lingua italiana nelle aree istriane e giuliane ci fosse anche il rifiuto fondato di un regime illiberale, autoritario, di controlli polizieschi sulle opinioni religiose e politiche spinti alle prevaricazioni e alle persecuzioni».

Il rappresentante dei partigiani ammette gli errori e sostiene che va fatto di più: «Dobbiamo riconoscere dignità politica all'esodo per quella componente di ricerca di libertà che in esso è stata indubbiamente presente». Gli esuli hanno sempre denunciato, a lungo inascoltati, la vergognosa accoglienza in Italia da parte di comunisti e partigiani con sputi e minacce. Per il coordinatore veneto dell'Anpi «questi ricordi a noi di sinistra fanno male: ma gli episodi ci sono stati e, per quello che ci compete, dobbiamo chiedere scusa per quella viltà e per quella volgarità».

Fra il pubblico c'è anche «una mula di Parenzo» di 102 anni, che non voleva mancare. Il titolo dell'incontro non lascia dubbi: «Ci chiamavano fascisti, ci chiamavano comunisti, siamo italiani e crediamo nella Costituzione». Italia Giacca, presidente locale dell'Anvgd, l'ha fortemente voluto e aggiunge: «Ci guardavamo in cagnesco, poi abbiamo parlato e adesso ci stringiamo la mano». Adriana Ivanov, esule da Zara quando aveva un anno, sottolinea che gli opposti nazionalismi sono stati aizzati prima del fascismo, ai tempi dell'impero asburgico. Mario Grassi, vicepresidente dell'Anvgd, ricorda le foibe, ma nessuno osa parlare di pulizia etnica.

Sergio Basilisco, esule da Pola iscritto all'Anpi, sembra colto dalla sindrome di Stoccolma quando si dilunga su una citazione di Boris Pahor, scrittore ultra nazionalista sloveno poco amato dagli esuli e sulle vessazioni vere o presunte subite dagli slavi. Con un comunicato inviato al Giornale, Renzo de' Vidovich, storico esponente degli esuli dalmati, esprime «perplessità di fronte alle “prove di dialogo” con l'Anpi» che farebbero parte di «un tentativo del Pd di Piero Fassino di inserire i partigiani nel Giorno del ricordo dell'esodo». L'ex generale, Luciano Mania, esule fiumano, è il primo fra il pubblico di Padova a intervenire. E ricorda come «solo due anni fa a un convegno dell'Anpi sono stato insultato per un quarto d'ora perché avevo osato proporre l'intitolazione di una piazza a Norma Cossetto», una martire delle foibe.

In sala tutti sembrano apprezzare «il disgelo» con i partigiani, ma la strada da percorrere è ancora lunga e insidiosa.

Svelato il mistero di Jack lo Squartatore inchiodato da quattro quattro lettere

La Stampa

vittorio sabadin

La giallista Cornwell: risolto il mistero, era il pittore Sickert. Agì per coprire il principe Albert Victor



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Sono passati 125 anni da quando Jack the Ripper uccise e sventrò cinque prostitute nell’allora malfamato quartiere di Whitechapel a Londra. Dall’autunno del 1888 a oggi, più di cento persone sono state sospettate di essere lo Squartatore. La scrittrice di gialli americana Patricia Cornwell è però sicura di avere trovato la soluzione: Jack the Ripper era un membro dell’alta società britannica e uno dei pittori più apprezzati dell’epoca: Walter Sickert.

La Cornwell aveva già sostenuto questa tesi nel suo libro del 2002 «Ritratto di un assassino», ma era stata sommersa di critiche e sberleffi. Sickert e gli omicidi di Whitechapel sono però diventati la sua ossessione: negli ultimi 11 anni ha svolto ricerche e speso migliaia di dollari per confermare la sua tesi. Ora afferma di avere trovato prove decisive sulle responsabilità del pittore, che rilanciano anche l’ipotesi di un complotto ordito dalla famiglia reale britannica. 

Per le sue indagini, la scrittrice si è avvalsa dell’aiuto di un ex detective di Scotland Yard, John Grieve, ed è riuscita ad avere accesso alle lettere inviate dall’assassino alla polizia, custodite negli Archivi Nazionali di Kew. Centinaia di mitomani scrissero lettere in occasione dei delitti, e solo quattro sono attribuite con sicurezza allo Squartatore. Hanno acquisito un nome derivato dal loro contenuto: «Dear Boss», «Suicy Jacky», «From Hell» e «Openshaw». 

L’ultima lettera è quella sulla quale si è concentrata l’attenzione della Cornwell. Era stata inviata al dottor Openshaw, che eseguì un esame autoptico su un pezzo di rene che era stato inviato da The Ripper con la lettera «From Hell». Lo Squartatore si complimentava per avere identificato il reperto come umano, attribuendolo a una delle vittime, Catherine Eddowes. La lettera, ha scoperto la Cornwell, era stata scritta in modo volutamente sgrammaticato su una carta particolare, che aveva la stessa, rara filigrana della carta da lettere usata per la sua corrispondenza da Walter Sickert. Ovviamente, acquistare carta da lettere nello stesso negozio dove si serve un assassino non è una prova di colpevolezza. Ma la scrittrice americana è andata oltre, riuscendo a prelevare tracce di Dna dal francobollo della lettera e a confrontarlo con quello del pittore: la corrispondenza sarebbe innegabile, come leggeremo nel suo prossimo libro.

Sickert era nato nel 1860 a Monaco di Baviera da padre tedesco e madre irlandese. Trasferitosi a Londra, era diventato uno dei più apprezzati pittori dell’epoca. La sua tecnica particolare ha ispirato Lucian Freud e Francis Bacon, e persino Winston Churchill si fece fare un ritratto da lui. Tra i suoi dipinti, c’è una piccola serie che la Cornwell considera sospetta: i delitti di Cadmen Town, che raffigurano donne nude, senza vita nel letto con l’assassino al fianco. Per non parlare della «Camera di Jack The Ripper», che Sickert dipinse dopo avere dormito in una stanza nella quale, secondo la proprietaria, aveva trascorso la notte anche lo Squartatore. La Cornwell ha acquistato 30 dipinti di Sickert e alcuni storici dell’arte la accusano di averne distrutto almeno uno, per rilevare le tracce di Dna che le servivano per il confronto con quelle della lettera. 

Il legame con la famiglia reale sarebbe dovuto alla vecchia storia secondo la quale il principe Albert Victor, nipote di Vittoria e figlio del futuro Edoardo VII, aveva avuto un’erede illegittima da una commessa di Whitechapel. Bisognava dunque eliminare le persone che ne erano a conoscenza, simulando efferati delitti. William Gull, chirurgo personale di Vittoria e medico della famiglia Sickert, sarebbe stato il complice del pittore nel compiere gli omicidi. Chissà se questa ennesima ricostruzione è vera. A Whitechapel esiste ancora il pub dove Annie Chapman bevve il suo ultimo bicchiere di gin prima di essere uccisa dallo Squartatore. È rimasto come allora, e si prova ancora un brivido nel farsi servire qualcosa su quel vecchio bancone. Il mito di questa storia è nel suo perdurante mistero. Sarebbe davvero un peccato risolverlo.

La carriera di Renato, “arabo terrone” oggi produttore leader di scatole di latta

Corriere della sera

di Barbara D'Incecco


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Sono passati più di 50 anni da quando la sua famiglia ha lasciato la Tunisia ed è arrivata in Italia. Renato Amato, di madre tunisina e padre italiano, la doppia nazionalità ce l’ha nel sangue. L’abbiamo incontrato durante un convegno del Cipmo, il Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, su “Il Mediterraneo a Milano e i nuovi protagonisti che vengono dal Mediterraneo”. Accanto a lui, sul palco dei relatori, un onorevole, un avvocato, un ingegnere, un consulente strategico, un giornalista e un lavoratore alberghiero. Con in comune l’origine al di là del Mar Mediterraneo e l’essere pienamente inseriti nel tessuto economico e sociale milanese e lombardo. Sono infatti 1 milione e 140mila circa, gli stranieri regolarmente presenti in Lombardia. Di questi, quasi 250.000 provengono dalla sponda sud del Mediterraneo.

1“Sono arrivato in Sicilia all’alba dei primi esodi, quando i primi marocchini approdavano in Italia, tappeti in spalla, – racconta Renato nel suo italiano perfetto – A 14 anni ero a Torino a lavorare in un’azienda che produceva scatole in latta. Lavoravo 12 ore di giorno e 12 ore di notte, avevamo due turni e io pagavo pegno due volte, perché ero arabo e pure “terrone”.
Poi la decisione di continuare gli studi e di prendere il diploma alla scuola serale, cosa che, pian piano, gli ha permesso di crescere in azienda fino ad acquisire sempre maggiori responsabilità che lo hanno portato a gestire interi reparti. Oggi Renato Amato vive serenamente e ha un’azienda sua di produzione di scatole di latta, leader di settore.

“Anche se ci ho vissuto veramente poco – continua – quando penso alla mia Africa, ancora oggi mi emoziono. E’ importante per ognuno di noi riconoscere le proprie radici. E’ importante per il lombardo essere lombardo, per la marocchina essere marocchina, per chiunque di noi è importante coltivare la propria essenza, i ricordi della madre e del padre. E bisogna abbandonare tutti i timori e i pregiudizi che stanno nel pensare e nel dire ‘questa gente cosa vuole da noi, cosa viene a fare?’ Questa gente viene da noi, e mi ci metto anch’io, solo perché hanno dei figli a cui vorrebbero dare la serenità e la speranza di un futuro migliore, quel futuro a cui non aspirano neanche più per loro stessi, perché hanno visto e subito troppo odio e troppa paura. Forse gli italiani hanno dimenticato che nel secolo scorso erano i loro padri a partire e a subire ogni genere di umiliazione perché volevano dare un futuro migliore a loro.”

Oggi Renato, forte delle due culture, cerca di promuovere un ponte tra la sua terra d’origine e la sua terra d’adozione. Con Confindustria siciliana, per esempio, ha creato un’associazione che supporta le aziende italiane che vogliono investire e fare business nel Mediterraneo. E’ il caso di un’azienda siciliana che produce scatole di latta e ora rifornisce di semilavorati un’azienda tunisina che, a sua volta, assembla i semilavorati e li utilizza per confezionare scatole per sardine, tonno, acciughe che vengono poi commercializzate nel mercato tunisino.

“Bisogna investire in quei Paesi. E’ possibile creare delle sinergie che possano tornare utile anche alle aziende italiane. Ma se davvero vogliamo porre fine a questa ecatombe dei barconi, bisogna dare loro la possibilità di vivere bene nel loro Paese d’origine.”

Ed è questa forse la nuova funzione degli immigrati di seconda e terza generazione: rappresentare un tramite e un elemento di connessione preziosi rispetto ai loro paesi di origine, nel Mediterraneo.

Insegnare con umorismo

La Stampa

Yoani Sánchez


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Ho avuto una lunga discussione con un amico sulle qualità di un certo personaggio politico. Il mio interlocutore insisteva che avere la capacità di ripetere lunghe citazioni testuali, ricordare date e nomi di figure storiche farebbe intuire la grande brillantezza di quella persona. A mia volta, gli ho fatto notare che non gli ho mai sentito pronunciare una battuta e non ho mai avuto il piacere di vederlo esprimere con ironia. Manca di umorismo - ho ribattuto - e l’umorismo è segno di grande intelligenza. Ho sempre creduto che far sorridere gli altri sia molto più difficile che spingere una moltitudine al fanatismo. La regola non vale solo per le figure pubbliche, ma anche in campo educativo. Insegnare in modo divertente può consentire di entrare in piena sintonia con gli studenti. Di solito ricordiamo meglio quel che impariamo divertendoci, rispetto a ciò che ci procura noia e stanchezza. 

Prendiamo come esempio le notizie sulla sicurezza informatica che apprendiamo grazie al nuovo videogioco Espabilao . Il gruppo di ricercatori cubani Quimbumbia ha messo a disposizione dei cittadini dell’Isola, questo divertimento così istruttivo. La storia racconta le avventure di Pix, un robot incaricato di proteggere i dati personali che il suo ingenuo padrone, Ale, ha sparpagliato su Internet. Il protagonista si impegna a migliorare l’efficacia delle password, deve individuare per tempo i siti web capaci di catturare informazioni private e cerca di eliminare i rischi della navigazione. Una storia realizzata con umorismo e fantasia, ma anche grazie ad anni di conoscenze accumulate da internauti, attivisti digitali e utilizzatori del cyberspazio. In questo modo impariamo usando l’abilità, affrontando sfide apparentemente ludiche, ma che produrranno effetti molto seri e necessari. 

Dopo aver conosciuto il progetto Quimbumbia e la sua ultima versione chiamata Espabilao , possiedo alcuni elementi in più per convincere il mio scettico amico. Vedi? - gli dirò - essere intelligenti non è sempre sinonimo di noia e grigiore, così come insegnare non significa far sbadigliare. Probabilmente lui continuerà con i suoi esempi di oratori ampollosi e parlerà di uomini di Stato che mortificano con i dati statistici. Malgrado ciò, preferisco l’idea geniale di Pix… quel sorriso con cui accompagna gli insegnamenti, fissandoli in maniera indelebile nella nostra memoria. Continuo a pensare che l’umorismo sia la dimostrazione più evidente del genio umano…. per questo motivo non piace per niente ai mediocri e agli autoritari. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Tascha, il cane che si prende cura del bimbo in coma da dieci anni. «Vogliono mandarlo via»

Il Messaggero

Dylan è un bambino di dieci anni instato vegetativo dalla nascita. Vive in un letto d'ospedale, attaccato a macchinari che lo controllano costantemente. A tenergli compagnia negli ultimi sei anni c'è stata Tascha, il cane di famiglia. «Ogni volta che il cane gli si avvicina nostro figlio risponde», ha spiegato il papà di Dylan: il bambino, infatti, è in uno stato di semi coscienza ma i suoi genitori sono convinti che la presenza di Tascha riesca a tranquillizzarlo.

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Una bellissima storia di amicizia che, però, potrebbe essere giunta al termine. Tascha, infatti, è una femmina di American Staffordshire Terrier e rientra nella lista degli animali da combattimento che non sono permessi nel Brandeburgo, lo stato tedesco dove vive Dylan. Fino a qualche tempo fa la razza non aveva rappresentato un problema poiché Tascha era stato adeguatamente addestrato, ma poi l'animale ha azzannato un altro cane e le autorità hanno deciso di allontanarlo da Dylan.

La storia del cane e il bambino ha commosso l'intera Germania, tanto che un vigile del fuoco ha aperto una pagina Facebook per chiedere di riavvicinare Tascha a Dylan e in pochi giorni ha raggiunto la quata 114mila like.


Venerdì 29 Novembre 2013 - 18:47

Dai fasti dei Beatles alla miseria: la sorella di Harrison sopravvive a stento in un paesino del Missouri

Il Messaggero

di Anna Guaita

NEW YORK – Il 29 novembre del 2001, George Harrison, il “Beatle timido”, si spegneva a New York, per un cancro al polmone.

Neanche un anno più tardi, sua sorella smetteva di ricevere l’assegno mensile di 2 mila dollari che George le aveva assegnato decenni prima e che doveva durare per tutta la vita. Oggi 82enne, in condizioni finanziarie precarie, sola in un paesino del Missouri, Louise è stata raggiunta dai giornali britannici, e lei ha concesso interviste in cui spiega la sua situazione, ma rifiuta di puntare un dito accusatore contro gli eredi del fratello: “Sono dieci anni che l’assegno è stato interrotto e non mi sono mai lamentata, non ho mai causato problemi”, ricorda. Tuttavia, Louise Harrison ammette che quei 2 mila dollari al mese ora le farebbero molto comodo: “Non sono alla fame, grazie a Dio, ma non ho più soldi, come tutti peraltro”.

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George Harrison era il più piccolo di quattro figli. La sorella Louise era emigrata negli Stati Uniti molto prima che vi arrivassero i Beatles: era venuta con il marito, un ingegnere geologico. Ma quando il fratello e i suoi tre compagni di band – John, Paul e Ringo – diventarono famosi in Gran Bretagna, lei cominciò a fare pubblicità nelle stazioni radio Usa perché trasmettessero anche qui la loro musica. Riuscì proprio lei a far mandare in onda “From me to you” in una stazione dell’Illinois, con tanto successo che il famoso manager della band, Brian Epstein, le scrisse per ringraziarla e lei ha sempre conservato quella lettera.

Pochi mesi prima che i Beatles arrivassero negli Usa per la loro tournee del 1964 (fra poco saranno 50 anni!), George, poco noto oltremare in un’epoca in cui non esistevano tv via cavo, internet ecc, riuscì a fare un viaggio anonimamente da solo per andare a trovare la sorella e a trascorrre con lei due settimane in pace, senza essere inseguito da fan impazzite e da paparazzi. Ma poi i Beatles vennero tutti insieme, con grande pubblicità, e già il giorno dopo la loro comparsa all’Ed Sullivan Show, il 9 febbraio 1964, divennero anche negli Usa un fenomeno inarrestabile.

Louise rimase legatissima a George. Lo seguì nei concerti e divenne amica degli altri tre Beatles. Fu negli anni Novanta che George si arrabbiò con lei perché lei aveva concesso alla cittadina dove aveva vissuto con il marito e dove George le aveva fatto visita nel 1963, che nella casa dove aveva vissuto venisse aperta una pensione dal titolo beatlesiano “A hard day’s night”. Il disaccordo fra i due fratelli scomparve comunque quando George fu vicino alla fine. Louise andò a trovarlo, e ci fu una riconciliazione commovente, davanti alla moglie Olivia e al figlio Dhani. In un’intervista Louise ha raccontato che George scherzò sulle sue orecchie a sventola, che erano state la sofferenza di tutta la sua vita, alle quali erano attaccati i tubi dell’ossigeno: “Beh – le disse – adesso per lo meno servono a qualcosa!”.

George Harrison aveva 58 anni quando il cancro lo stroncò. Un anno più tardi, l’assegno che aiutava Louise fu interrotto. La donna si è mantenuta facendo la manager di una band locale che imita i Beatles. Ma i tempi sono duri, e non ci sono molte scritture. George, sostiene lei, le aveva dato un assegno che doveva durare tutta la vita, come una piccola affidabile pensione. Non era una cifra alta perché lei vive semplicemente, in uno Stato dove la vita è economica, ed è “fortunatamente proprietaria di una casetta e di un pezzettino di terra”. Ma era una cifra su cui faceva affidamento per la vecchiaia: “Data la mia condizione finanziaria – le aveva detto il fratello – non vedo perché tu debba soffrire”. George Harrison ha lasciato un patrimonio valutato intorno a 300 milioni di dollari. Il 90 per cento è andato alla vedova e al figlio, il dieci per cento agli Hare Krishna, il movimento di cui era devoto seguace.


Venerdì 29 Novembre 2013 - 18:57
Ultimo aggiornamento: Sabato 30 Novembre - 06:17

Arriva il contratto per i conviventi

Daniela Uva - Mer, 27/11/2013 - 08:33

Diritti, doveri, patrimonio e figli senza sposarsi. Un accordo legale sancirà le regole delle coppie di fatto


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Prima è stata la volta dei Comuni che con Pacs, Dico e registro delle unioni civili per anni hanno cercato di disciplinare le convivenze in Italia. Adesso, per tutelare le coppie che vivono insieme ma scelgono di non sposarsi, scendono in campo i notai. E lo fanno con un vero e proprio accordo legale: il contratto di convivenza. Sarà possibile stipularlo a partire da sabato 2 dicembre ed è aperto a tutti: eterosessuali e gay. Prima, il 30 novembre, sarà possibile ottenere tutte le informazioni in modo gratuito, nel corso dell'open day organizzato dai Consigli notarili distrettuali. L'obiettivo è colmare il vuoto legislativo che, nel nostro Paese, non garantisce i diritti delle persone non sposate.

Così, in attesa che il Parlamento concluda il suo lunghissimo dibattito sull'opportunità di mettere a punto una vera e propria legge che disciplini le unioni di fatto, il Consiglio nazionale dei notai si è mosso in modo indipendente. «Il nostro obiettivo è prima di tutto disciplinare gli aspetti patrimoniali delle persone che vivono sotto lo stesso tetto - spiegano i notai -. L'idea di mettere a punto questo contratto è nata dalla consapevolezza che nel nostro Paese ormai si avverte un'esigenza molto forte di dare voce anche a chi ha scelto di non sposarsi. Insomma, dall'attenzione molto forte che il Notariato ha nei confronti della società e dei suoi bisogni». Per fortuna intorno a questo progetto non si sono sollevate polemiche, né da parte della Chiesa né da parte delle organizzazioni omosessuali.

Proprio per non alimentare le preoccupazioni che, immancabilmente, si scatenano quando si discute delle unioni di fatto in Italia, i notai precisano che «non si tratta assolutamente di un matrimonio. Questo istituto, anche con il solo rito civile, obbliga i coniugi alla reciproca fedeltà. Il nostro contratto non contiene nulla del genere, ma solo una serie di clausole che garantiscono gli aspetti patrimoniali dell'unione». Quindi per esempio il possesso della casa, l'acquisto di beni comuni, la possibilità che un partner vada a trovare il suo compagno in ospedale quando sia in pericolo di vita.

«Il nostro contratto disciplina molti aspetti fondamentali per chi vive insieme - prosegue Domenico Cambareri, consigliere nazionale del Notariato -. Si tratta di un atto pensato per le esigenze di ogni coppia, attraverso una serie di clausole aggiuntive, (come per esempio per disporre dei propri beni attraverso il testamento, ndr). Disciplina materie quali le modalità di partecipazione alle spese comuni, la definizione degli obblighi di contribuzione reciproca nelle spese della coppia o nell'attività lavorativa domestica ed extradomestica. Ma anche i criteri di attribuzione della proprietà dei beni acquistati nel corso della convivenza, di uso della casa adibita a residenza comune e le modalità per la definizione dei reciproci rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza».

Il contratto (per il quale non esiste un costo “fisso”, proprio perché non ha una formula standard) è un atto scritto, redatto dal notaio, attraverso il quale la coppia definisce insomma le regole della propria vita insieme, senza che l'atto possa essere sciolto per il volere di una sola parte. In questo modo l'accordo acquisisce una valenza giuridica, che permette di impugnarlo davanti a un giudice nel caso in cui non venga rispettato. «Il contratto regola anche qualche aspetto del diritto di famiglia, anche se in questo ambito i margini di azione in Italia sono ancora molto limitati - conclude Cambareri -. Non è possibile alcuna forma di accordo con riferimento alle adozioni, ma grazie a questo contratto è possibile definire gli obblighi che ciascun genitore, anche non sposato, è chiamato a rispettare. Purché siano improntati alle eslusive esigenze del bambino. I piccoli in questo modo sono più garantiti, perché se la mamma o il papà non rispettano l'accordo possono essere portati davanti a un giudice».

Per la scuola è la cenerentola delle materie

Stefano Zecchi - Ven, 29/11/2013 - 08:34

La geografia è sempre stata nelle scuole una disciplina umanistica cenerentola rispetto, per esempio, alla sorella Storia


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Tutto il mondo è paese. D'accordo, ma quali sono i Paesi? Mettiamoci una mano sulla coscienza: se avessimo di fronte a noi quelle cartine geografiche mute, oggi in via di sparizione dalle scuole per non spaventare i ragazzi, saremmo capaci di collocare al posto giusto gli Stati d'Europa? Nessuna incertezza nel situare Francia, Spagna, Inghilterra, Germania; ma se ci venisse chiesto di precisare dove sono gli Stati che si sono formati dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica? Arzebaigian, Kazakistan, Moldavia? E per non fare troppo i difficili, dove si trovano le nazioni della ex Jugoslavia, come Montenegro, Bosnia Erzegovina? Ho l'impressione, soltanto l'impressione, che un americano faccia meno errori nel sistemare sulla cartina geografica muta i Paesi degli Stati Uniti.

D'altra parte, la geografia è sempre stata nelle scuole una disciplina umanistica cenerentola rispetto, per esempio, alla sorella Storia. Il nozionismo della geografia è meno opprimente di quello della Storia; durante un esame si può argomentare con più disinvoltura sulle caratteristiche di una regione mentre è molto più complicato discutere delle vicende di un determinato periodo storico, e l'errore sui confini di un territorio appare meno grave della dimenticanza della data di una battaglia decisiva. Ma a questa serena ignoranza di base, che ci segue fin dai primi anni di scuola (e poi, la geografia al liceo chi la studia?) si aggiungono uno stato psicologico, un sentimento molto attuali. Viviamo nel tempo della globalizzazione, il mondo è diventato un grande Occidente senza confini.

Di ciò ci si può rallegrare oppure riconoscervi tutto il male possibile e immaginabile, ma la realtà ci mette di fronte a una certezza: nella percezione della gente, le Nazioni sfumano sempre più i propri confini, al punto che appare inutile conoscerli con precisione. Attraversiamo i Paesi europei senza che nessuno ci fermi, e auspichiamo che questa stessa semplificazione dei nostri viaggi possa essere estesa il più possibile. Le differenze culturali tra le diverse Nazioni sono sempre meno marcate, e la lingua inglese sta diventando il modo più comune per comunicare. Questo contribuisce a giustificarci di fronte all'ignoranza di non conoscere le basi fondamentali della geografia politica e ci appare del tutto plausibile considerare anacronistiche quelle divisioni nazionali, a cui fino a poco tempo fa sì delegavano le caratteristiche della nostra identità.

Con un atteggiamento ottimistico possiamo anche considerarci eredi di quel cosmopolitismo umanistico che almeno per un paio di secoli, tra il 1500 e il 1700, tra Erasmo e Goethe, aveva condizionato la cultura europea, quando i confini tra gli Stati apparivano degli ostacoli per lo scambio culturale, quando il viaggio era una grande esperienza di civiltà per la sua capacità di cancellare differenze imposte dal potere politico. Con un atteggiamento realistico, invece, dobbiamo ammettere l'ignoranza delle conoscenze essenziali della geografia che, tuttavia non cambiano affatto il nostro modo di vivere. È come se oggi avessimo incastrato nel cervello il navigatore delle automobili: se dobbiamo andare da qualche parte, vicino o lontano, impostiamo il navigatore e lo seguiamo fedelmente.

Certo, Erasmo e Goethe la sapevano lunga e non avevano bisogno del navigatore: se noi, almeno per i nostri viaggi, si potesse disporre di qualche nozione sui confini che attraversiamo, non sarebbe male, pur con tutto l'ottimismo verso l'ignoranza della geografia, non si può negare il significato di una superba sentenza veneziana: «Viasar descanta (viaggiare sveglia la mente), ma chi parte mona, torna mona».

40 anni di Bic

Simonetta Caminiti - Ven, 29/11/2013 - 08:45

L'accendino usa e getta continua a godere di ottima salute. E si accende di entusiasmo

Un po' come quando i quaranta toccarono a Tom Cruise. Un altro «piccoletto focoso» da maneggiare con cura, tenere in borsa come un santino.


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Ma questo le candeline se le accende da solo, per definizione: inclina la testa e gli parte la fiamma, sinuosa e ondeggiante come i fianchi di Penelope Cruz. L'accendino Bic compie quarant'anni. Era l'inverno del 1973: Michael Bich, barone francese di origini italiane, produceva da ventotto anni oggetti «usa e getta», ma, a un accendino più piccolo e pratico del ricaricabile in metallo, non aveva ancora pensato nessuno. Oggi, gni giorno, 6 milioni di persone nel mondo comprano un accendino Bic. Ne La grande bellezza di Paolo Sorrentino, quest'anno, il protagonista ne indossa uno per quasi tutto il film. Nel taschino della giacca, meglio di un fiore all'occhiello: violaceo e con un chiwawa incappucciato disegnato sopra. Affacciato, compagno di viaggio, feticcio discreto e decadente, nell'era della sigaretta elettronica.

Prima di lui, appunto, il ricaricabile di metallo scomodo ed eterno. Un prototipo inventato in Germania, dal chimico Johann Wolfgang Döbereiner, esattamente centocinquanta anni prima. Il modello Bic produce un miliardo e mezzo di pezzi ogni anno. Fautore di uno strumento che con le sigarette gioca alla pari - perché tiene compagnia quel tanto che basta, poi finisce nel cassonetto - , nuoce alla salute assieme a loro, illude di ardere tabacco e paturnie. Ma non è nato per bruciare solo quelle. Quarant'anni, dunque: quelli in cui la vanità del maschio prende fuoco. E così mamma Bic ha creato un concorso («Design on fire») per i consumatori più creativi, che quest'anno hanno scelto quale delle diciotto grafiche meglio rappresenti il famoso accendino. Concorso già alla seconda edizione, ma che per il compleanno di Accendino Bic si è aggiudicato una mostra dedicata solo a lui, al MoMa di New York.

Sua stretta concorrente, nell'immaginario del mondo, solo la sorella penna. L'altra usa e getta. L'altra icona di una nuova filosofia del consumo, l'altro feticcio che s'immola nel ciclo indistruttibile della plastica, della trasformazione, del «non affezioniamoci troppo ché domani non funziono più». I simboli che, nel Dopoguerra e nell'Occidente post-sessantottino, hanno aiutato migliaia di sconosciuti ad attaccare bottone: «Avresti una penna in più?», ma, soprattutto, «Hai da accendere?». Poca differenza se ad avere le vampate, poi, era una sigaretta qualsiasi, una pagina di giornale per appiccare un falò, o un adolescente che, timido, ribatteva: «Mi dispiace, non fumo». Umberto Eco ne ha detto che «è nato volutamente brutto e diventato bello perché economico, pratico, unico esempio di socialismo realizzato che ha annullato il diritto di proprietà, e ogni estinzione di stato». Ma una volta, almeno, una, ha sfilato in passerella: è stato quando lo stilista Oscar Carvallo ne ha aggregato 8mila 521 esemplari (Miss Bic) e ne ha fatto un abito da sera.

Bic ha messo in tasca a tutti qualcosa che, comunque, già esisteva almeno dal 1908, anno in cui iniziarono a circolare accendisigari tascabili. Il fuoco da sigaretta o da illuminazione estemporanea, durante la Grande Guerra, era ancora legato ai fiammiferi. Ma la loro scintilla era così voluminosa, all'accensione, da essere spesso una traccia per i nemici. Finché lo Zippo (il tascabile con apertura a scatto, cerniera e linguetta) s'impose nella moda e nel consumo: era il 1932, in pieno monopolio del sigaro, e l'idea era venuta a George Blaisdell, in Pennsylvania. Ma come funziona? Una ruota dentata che sfrega una pietra focaia e produce scintille: è allora che il gas ingrossa la fiamma ambrata dal cuore blu che tutti conosciamo. C'è chi giura sia stato il primo fotogramma in assoluto nei ricordi bambino. Una goccia di luce d'oro, vaporosa, inafferrabile, apparsa per magia sopra il pollice di papà. Era piccola e aveva il fascino del proibito. Oggi, quello dei quarant'anni.

Assassination market”, il sito per cacciatori di taglie in bitcoin

La Stampa
federico guerrini

Il gioco macabro tra le pagine nascoste del Web: si scommette sulla morte di politici e personaggi pubblici


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Il ritratto offerto dai media del Deep Web, la parte della Rete nascosta e non indicizzabile dai motori di ricerca, soffre spesso di un pregiudizio negativo, come se tutti i siti che lo affollano avessero a che fare soltanto con pratiche illegali o dannose. Ma, a volte, capita davvero di imbattersi in qualcosa di inquietante. È quel che è successo al giornalista di Forbes Andy Greenberg, contattato un mese fa da un tale che si fa chiamare Kuwabatake Sanjuro e che voleva raccontare a Greenberg della sua ultima creatura: l’“Assassination Market”. 

Sfruttando l’anonimato quasi totale garantito dalla crittografia e dall’utilizzo della moneta digitale Bitcoin, il sito punta a diventare un punto di riferimento per tutti i cittadini frustrati e desiderosi di liberarsi, una volta per tutte, di figure pubbliche (politici, burocratici o simili) che ritengono responsabili della loro situazione. Come? Suggerendo un nome da aggiungere alla lista per aspiranti bounty killers, e mettendo una “taglia” che andrà a chi indovinerà con esattezza la data della morte. Che non è per forza detto, perciò, che avvenga per omicidio. “Non importa in che modo muoiano – spiega Sanjuro – se accadesse in un attacco nucleare in cui muoiono anche milioni di civili innocenti, pagherei lo stesso la puntata”. 

E lo stesso accadrebbe in caso di calamità naturale, si suppone. Ma è chiaro che tutto il meccanismo messo in piedi dal cripto-anarchico, come ama definirsi, Sanjuro, è progettato in funzione di indurre qualcuno all’assassinio. Se non altro perché il modo più sicuro per essere certi della data di morte di un qualche individuo è provvedere personalmente al decesso. Per ora nella lista figurano solo sette nomi, per più di personaggi piuttosto noti, da due figure di spicco dell’intelligence americana, come il direttore della Nsa Keith Alexander e quello dei servizi segreti nazionali James Robert Clapper, (entrambi al momento “valgono” solo un misero bitcoin) al presidente Obama (40 bitcoin) al francese Hollande. 

Ma la “star” di questo ignobile elenco è il direttore della Federal Reserve Ben Bernanke, per cui sono offerti 124,14 bitcoin, all’incirca 75.000 dollari. Per Sanjuro, non c’è niente di immorale. Se l’omicidio – afferma – è in genere da condannare, in questo caso si tratta di una sorta di contrappasso. “Quando qualcuno usa la legge contro di te oppure viola il tuo diritto alla vita alla libertà, alla proprietà, al commercio o alla ricerca della felicità, da oggi puoi, stando nel comfort e nella sicurezza della tua stanza, ridurre a tua volta la sua aspettativa di vita”.

Nel suo caso, la molla decisiva che ha fatto scattare l’idea di creare il sito, è stata la rivelazione della rete di sorveglianza costruita dalla Nsa e da altri servizi segreti attorno a Internet e la violazione della privacy che ne consegue. Assassination Market non è il primo esempio recente di come la facilità di condivisione offerta dal digitale possa costituire anche l’opportunità per qualche estremista di dare a tutti la possibilità di farsi giustizia da soli. Viene in mente ad esempio il progetto di stampa casalinga in 3D di un’arma “Wiki Weapon” del giovane texano Cody Wilson.

Per quanto riguarda Sanjuro, in tempi di crisi e di crescente aumento delle disuguaglianze sociali come quelli che viviamo, è facile immaginare come una simile delirante filosofia potrebbe fare proseliti. Anche se Assassination Market, online da quattro mesi, non sembra decollare. Ad ogni buon conto, Greenberg ha avvisato i servizi segreti e l’Fbi e chiesto loro se stanno investigando sul sito. Ricevendo da entrambi però un “no comment”. 

Il lamento sconsolato del notaio: «Il viagra ha rivoluzionato i testamenti»

Corriere della sera

La pillola del sesso comporta nuovi legami in età avanzata ««Sempre più spesso il ricco zio vuole sposare la badante»

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MADRID – «Ho visto espressioni indimenticabili alla lettura dei testamenti. Succede, quando il Caro Estinto lascia tutto a un figlio di cui la famiglia ufficiale non conosce l’esistenza. Oppure quando compare il nome della sua giovane badante, fino a quel momento tenuta in tinello a debita distanza. E’ un fatto che da quando esiste il Viagra, l’apertura dei testamenti si è rivoluzionata». Jean-Paul Decorps, presidente dell’Uinl, l’Unione internazionale dei notai, sorride, ma non tira indietro la mano. La pillolina blu ha effetti dirompenti anche fuori dalle lenzuola. Confonde abitudini arcaiche, cambia i ruoli, rischia di mettere in subbuglio l’economia.

REALTA’ ROMANZESCA - E’ una realtà che affiora negli studi notarili come nei romanzi. Nell’ultimo libro di Vargas Llosa, Un héroe discreto (ed. Alfaguara) un ricco assicuratore annuncia di voler sposare la cameriera Armida e spiega all’amico: «Se proprio vuoi saperlo, ce la passiamo splendidamente a letto. Per essere preciso uso il Viagra solo qualche volta, quasi non ne ho bisogno». Lo scopo delle nozze è soprattutto di far dispetto al figlio togliendogli parte dell’eredità. Viagra e testamento. Testamento e Viagra.

RIVOLUZIONE SANITARIA - La pastiglia del sesso fa parte di una rivoluzione sanitaria che sta stravolgendo i bilanci degli istituti pensionistici del mondo occidentale. Ne sono investiti i ministeri dell’Economia, ma anche i rapporti personali, le aspettative, le possibilità di ciascuno. L’età media si è alzata vertiginosamente e con essa anche la qualità della vita dai 70 ai 90 anni. La Spagna, e Barcellona in particolare, stanno cercando di prederne atto, primi nel mondo. Una serie di nuove norme appena emanate dal governo regionale stanno cercando di rispondere a livello legislativo alla mutata realtà. Si vive di più, gli anni da trascorrere solo nel ricordo di quello che si è stati sono diventati troppi, la salute permette di godere di un’altra vita dopo la pensione, ma anche dopo la vedovanza o dopo l’ennesimo divorzio.

PATRIMONI ACCUMULATI — Poi c’è la crisi della famiglia tradizionale. I figli non sono disponibili o non possono accudire gli anziani. Le case sono troppo piccole per accogliere famiglie attive e vecchi assieme. I figli sono spesso troppo vecchi per curare i genitori. Ecco allora che il patrimonio accumulato nella vita lavorativa assume un altro significato. Non è più l’ultimo dono alla generazione successiva, ma uscendo dalla sfera dell’ordine economico, del mantenimento della stabilità sociale (dell’onore del blasone si sarebbe detto in altri tempi), finisce per entrare nella sfera delle necessità personali. Così il conto corrente, i Bot, le proprietà diventano spendibili invece che trasmissibili.

«PATTO GENERAZIONALE» - Le scene come quelle raccontate a La Vanguardia dal dottor Decorps, a capo di un’associazione che raggruppa 200mila professionisti in 83 collegi notarili nel mondo, non sono ormai una rarità. «Le lacrime dell’erede non bagnano il fazzoletto», ricorda con una vecchia massima Decorps, ma oggigiorno rischiamo non solo di non avere lacrime, ma neppure eredi. Nelle nuove norme catalane si è inserito, ad esempio, un inedito «patto generazionale» («lascio i beni a chi mi cura») che per certi versi ricorda i patti matrimoniali di moda tra i miliardari americani. Sono state introdotte anche diverse varianti per dare la possibilità di intaccare il principio della legittima, quella quota per legge destinata ai parenti di primo grado che in Italia, nel caso di moglie e due figli, è pari al 75% del patrimonio.

TARDIVA EUFORIA - La legittima appare oggi, a volte, come un’istituzione senza senso. Figli trasferiti in altri continenti in cerca di lavoro. Figli del primo, del secondo matrimonio che hanno vissuto poco con chi è comunque costretto a beneficiarli nel testamento. I legami di sangue possono essersi talmente annacquati nei decenni trascorsi nell’indifferenza d’aver perso valore. Allo stesso modo, però, una tardiva euforia da Viagra può offuscare una vita di affetti e di reciproco scambio tra genitori e figli. Libertà individuale, convenzioni sociali, rispetto umano, in un testamento entra di tutto. Non ci si può aspettare una regolamentazione efficace dal bugiardino di un farmaco. Sono i Parlamenti, le leggi a dover affrontare il problema.

30 novembre 2013