lunedì 9 dicembre 2013

Le 10.10: gli orologi nelle pubblicità segnano tutte lo stesso orario

Il Messaggero


Cattura
Gli ossessionati della matematica e dei numeri Numberphile hanno notato una tendenza interessante nella pubblicità degli orologi. Gli orologi sono quasi sempre impostati sulla stessa ora esatta: le 10:10. Così hanno realizzato questo montaggio di annunci pubblicitari di orologi per dimostrarlo. Forse le aziende avranno capito che così si sottolinea la marca dell'orologio?




Avete notato che le lancette degli orologi nelle pubblicità segnano...



Lunedì 09 Dicembre 2013 - 16:08
Ultimo aggiornamento: 16:09

La sicurezza informatica diventa un gioco

La Stampa

claudio leonardi

Il Dipartimento della Difesa Usa lancia videogame online che, in realtà, producono analisi e controlli sulla vulnerabilità dei software


Cattura
La sicurezza informatica, ormai, è un’emergenza per tutti gli Stati. Lo sanno bene negli Usa, dove il problema è affrontato anche dal Darpa: il Dipartimento della Difesa statunitense sembra aver trovato un modo originale per eseguire la scansione di milioni di righe di codice di software e scovarne le vulnerabilità. Si tratta di una serie di videogiochi e puzzle che, sotterraneamente, contribuiscono a mettere insieme dati, informazioni e analisi che, complessivamente, restituiscono un quadro della affidabilità dei software in circolazione.

Insomma, l’esercito chiede aiuto a una virtuale milizia civile di videogiocatori, capaci di sostenere, divertendosi, gli analisti del Darpa impegnati a scandagliare milioni di bit. A questo scopo è stato creato un sito, Verigames, che offre cinque giochi gratuiti utilizzabili online o, nel caso di Xylem, su un iPad. Il progetto di “crowd-sourcing on-line” ha illustri precedenti. Il Seti sfruttò, già agli inizi del 2000, i browser degli utenti per sviluppare potenza di calcolo e fare la scansione di eventuali segnali radio di provenienza extraterrestre, mentre fold.it chiede ai partecipanti di giocare puzzle online per lo studio delle proteine.

I giochi inventati dal Darpa permettono agli utenti di risolvere enigmi per avanzare di livello in livello, ma questa attività apparentemente ludica consente l’elaborazione di operazioni matematiche in grado di identificare e dimostrare l’assenza di difetti nei software scritti in C o Java. L’intero progetto è stato finanziato attraverso il suo programma crowdsourcing Formal Verification (PSC). Normalmente, l’analisi dei “bachi” prevede un serio lavoro ingegneristico di revisione del codice di programmazione, a caccia errori ed omissioni che potrebbero essere sfruttati da hacker malintenzionati per compromettere un sistema o inoculare virus dannosi.

Un approccio efficace, ma lento e costoso. La speranza del Darpa è che la barbosa opera degli analisti si trasformi in una nuova forma di intrattenimento, capace di coinvolgere molti volontari, trasformando complesse operazioni matematiche in semplici puzzle o passatempo. “Siamo in grado di prendere quei piccoli frammenti di codice che necessitano di ulteriori analisi e trasformarli nei parametri necessari per generare un puzzle”, ha detto John Murray al sito statunitense di Computerworld, uno dei responsabili dello SRI International’s computer science laboratory, che ha contribuito alla creazione di Xylem. Alcuni tipi di vulnerabilità, come i cosiddetti buffer overflow o altri difetti che si traducono in escalation dei privilegi, si adatterebbero particolarmente bene al formato puzzle.

In Xylem, per esempio, l’utente esplora un’isola tropicale sconosciuta, e deve catalogare piante insolite, che in realtà sono rappresentazioni di sezioni di codice, scrivendone una breve descrizione. In un altro gioco, chiamato CircuitBot, l’utente collega una squadra di robot per svolgere una missione. Flusso Jam, il più tecnico, richiede di analizzare e regolare una rete via cavo per massimizzarne la produttività. L’accesso all’iniziativa è consentito ai soli maggiorenni, ma questo non dovrebbe costituire un problema. Gli appassionati di videogiochi abbondano anche tra gli over trenta e quaranta. E poi, quando il gioco è gratis, gli utenti si trovano...

Treni regionali, l’incubo dei pendolari La classifica delle peggiori tratte ferroviarie

Corriere della sera

In coda Circumvesuviana , Roma Nettuno e Padova-Calalzo. Tagli dallo Stato e aumento delle tariffe

Sono l’incubo dei pendolari. Treni sporchi, perennemente in ritardo, oppure così rari su tratte affollatissime, da risultare sempre intasati all’inverosimile di passeggeri. Legambiente ha stilato la classifica delle dieci peggiori tratte ferroviarie regionali, nell’ambito della sua campagna Pendolaria. Sono la Circumvesuviana, la Roma Nettuno, la Padova-Calalzo, la Potenza-Salerno, ma non solo.
http://www.corriere.it/infografiche/2013/dicembre/09/graph.gif

IL TAGLIO DEI FONDI - I fondi destinati al trasporto pubblico sono stati drasticamente ridotti negli ultimi anni. Secondo le stime di Legambiente, rispetto al 2009 le risorse da parte dello Stato per il trasporto pubblico su ferro e su gomma sono diminuite del 25% e le Regioni, a cui sono state trasferite nel 2001 le competenze sui treni pendolari, non hanno investito né in termini di risorse né di attenzioni. Fra il 2011 e il 2013 il taglio ai servizi ferroviari e’ stati pari al 21% in Abruzzo e Liguria, al 19% in Campania. Mentre il record di aumento del costo dei biglietti dal 2011 ad oggi e’ stato in Piemonte con + 47%, mente è stato del 41% in Liguria, del 25% in Abruzzo e Umbria, a fronte di un servizio che non ha avuto alcune miglioramento.


09 dicembre 2013

Xena la cagnolina strappata alla morte guarisce un bimbo dall'autismo

Il Mattino


Cattura
Quando è stata trovata in fin di vita era ridotta pelle e ossa. La volontaria che l'ha salvata confessa: non speravo davvero di riuscire a strapparla alla morte. Vittima di abusi e crudeltà era completamente disidratata e denutrita. Portata di corsa al rifugio DeKalb County Animal Services, in Georgia negli Stati Uniti, per giorni aveva lottato per sopravvivere. Della cucciola si era interessata anche la rete e tramite Facebook la sua vicenda era diventata di dominio pubblico. Con la solidarietà di tanti americani sono state pagate le cure della sua rinascita.

Ma proprio grazie alla pagina Facebook la madre del piccolo Jonny, un bimbo autistico di otto anni, si era interessata al cane. Con il marito e il figlio decide di andare al rifugio e Xena la guerriera, così ribattezzata dagli operatori, sin dal primo momento ha subito dimostrato per Jonny un sincero affetto. L’incontro è durato solo quattro minuti, sufficienti alla famiglia per decidere per l’adozione della cagnolina. Ed è stato quello il momento chiave nell'esistenza del bambino. Sintonia e amore le armi vincenti. Hanno superato poco a poco anche le barriere della malattia. L'amica a quattrozampe è stata la chiave magica dei suoi cupi silenzi. Quei buchi neri che lentamente lo avevano ingoiato tagliandolo fuori dal resto del mondo. Una storia a lieto fine di due sofferenze che si incontrano e sconfiggono il buio. Ancora un miracolo chiamato cane.

domenica 8 dicembre 2013 - 20:23   Ultimo aggiornamento: 20:46

Lettera spedita nel '96 arriva dopo 17 anni: e il destinatario era a 500 metri...

Il Mattino


Cattura
BOLZANO - ''Alla faccia della posta celere'', verrebbe da dire. Ci ha messo 17 anni per percorrere una distanza di 500 metri: una lettera contenente una tessera di An, spedita da Bolzano il 3 luglio 1996, è arrivata, nella stessa città, soltanto ora. Nel frattempo - scrive il giornale Alto Adige - il destinatario è morto e la busta è stata aperta dalle vedova. La lettera di accompagnamento è firmata dal deputato Giorgio Holzmann, che ora deputato non lo è più. La missiva era partita dalla sede del partito che ormai è passata ad un'altra formazione.

 
lunedì 9 dicembre 2013 - 11:35   Ultimo aggiornamento: 11:36

Le promozioni di Tim, Vodafone, 3 e Wind

Corriere della sera

Le offerte dei quattro big per il Natale, tra smartphone e tablet, per convincere i clienti a cambiare bandiera

1
MILANO - Crisi o non crisi, sarà un Natale, come da qualche anno a questa parte, ad alto tasso tecnologico. Anche perché, malgrado una situazione definita da Confcommercio “dimessa”, secondo i dati l’86% delle famiglie non è intenzionata a rinunciare alla tradizione dei regali. I nuovi iPhone, per chi ha messo da parte cifre consistenti, sono arrivati da poco. C’è l’inarrestabile binomio Nokia - Microsoft, che ha lanciato anche un tablet, e Samsung che ha buttato nella mischia un orologio intelligente. A chi non vuole spendere un occhio della testa pensa Mozilla con il suo Alcaltel OneTouch Fire da 80 euro. Nel nostro speciale TecnoRegali trovate tutti i consigli del caso.

Sugli smartphone e sui tablet, ma non solo. Gli operatori non vogliono essere da meno e provano a giocare la carta natalizia per strapparsi clienti l’un l’altro con promozioni e offerte dedicate. Tim mette sul piatto Promo 4G Natale, attivabile entro il 12 gennaio: chi acquista uno smartphone o un tablet Lte ottiene 2 GB al mese di navigazione gratis per tre mesi. A promozione scaduta i 2 GB costano 10 euro al mese.

In occasione delle festività c’è anche una selezione di smartphone da abbinare ai piani telefonici Tutto Compreso 1500 o Tutto Compreso Unlimited a costo (mensile) zero. Nella lista il Nokia Lumia 625 o l’HTC Desire 500. Se ci si accontenta dello sconto per sei mesi e si è disposti a pagare 10 euro per i 24 successivi ci si può portare a casa un Samsung Galaxy Note 3, un Nokia Lumia 1020 o un Sony Xperia Z1. Lanciata in tempo per la volata natalizia anche Tim MultiSIM, che mette a disposizione una seconda sim con cui utilizzare i 10 GB al mese di navigazione dell’offerta Internet 42.2 o i 3 GB di Tim Special Full.

L’attivazione costa 5 euro. Vodafone ha dedicato il suo pacchetto regalo a quanti decidono di passare alla sua corte da un altro operatore. Si tratta di uno sconto sull’acquisto dello smartphone da abbinare a una ricaricabile, andando a convertire il proprio numero. Si risparmiano 50 euro su LG Optimus L5, Nokia Lumia 520, 30 sull’acquisto di un Vodafone Smart III o di un Samsung Galaxy Trend e 20 se si sceglie l’Huawei Ascend G510.

Cattura
Sempre fino al 31 dicembre, è inoltre possibile sottoscrivere un piano Relax Mini (chiamati e sms illimitati e 100 MB di navigazione a 29 euro al mese) e ricevere un Nokia Lumia 625 in regalo con un contributo iniziale di 29 euro. 3 Italia ha scelto un regalo sicuramente gradito all’utenza italiana: chi vuole acquistare un iPhone 5S abbinato a uno dei piani Top (400, 800, 1600 o Infinito) può mettersi in tasca il dispositivo senza alcun anticipo, c’è però un contributo iniziale di 90 euro che viene restituito successivamente sotto forma di sconto , e con un canone mensile a partire da 24,50 euro.

Dalla Top 800 in su si risparmia anche sulla tassa governativa, assente. L’offerta è legata alla 3Supervaluta, bisogna quindi portare un vecchio cellulare da rottamare, che promette risparmi complessivi fino a 300 euro diluiti nell’intero periodo del contratto con altri modelli di fascia alta come il Samsung Galaxy S4, il Lumia 1020, l’Experia Z1 o l’Htc One. Smartphone senza anticipo sono disponibili anche con le ricaricabili Scegli con la tariffa mensile automatica da 10, 15, 20 o 30 euro al mese.

Wind ha messo sotto l’albero la nuova All Inclusive Unlimited a 29 euro al mese, chiamate e sms illimitati e 1 GB di traffico incluso. Limitando i contatti vocali e di testo ai clienti Wind si scende a 10 euro. Fino al 12 gennaio, con la Super Optional Christmas si possono aggiungere a quanto già compreso nella tariffa All Inclusive minuti illimitati verso Wind e 1 GB di navigazione a 3 euro al mese o minuti illimitati verso Wind, 100 minuti di chiamate, 100 sms verso tutti e 1 GB di navigazione a 4 euro al mese. Ci si può inoltre aggiudicare una seconda sim con 1 GB di traffico a 3 euro, 3 Gb a 5, o 10 Gb a 15 euro al mese. O godere di uno sconto di 100 euro sull’acquisto di un Samsung Galaxy S4 associato a una delle opzioni All Inclusive Ricaricabile.

09 dicembre 2013

Terra dei Fuochi. Cartello choc (e pure sgrammaticato): «Getta bene i rifiuti o sarai sparato»

Il Mattino

di Gennaro Morra




«Chi abbandona i rifiuti per strada si becca un colpo di pistola in fronte». È questo il senso del messaggio scritto su un cartello affisso su un contenitore dell’immondizia e fotografato in una zona imprecisata tra Napoli e Caserta. L’immagine choc pubblicata ieri mattina sulla fanpage di Facebook del comitato «La Terra dei Fuochi» in poche ore è stata apprezzata, commentata e condivisa da migliaia di persone. Nella descrizione della fotografia i gestori della pagina scrivono: «Un "simpatico" cartello per ricordare che... Dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere. Gandhi La Mobilitazione Generale continua».

Una citazione alta che, come fa notare uno degli utenti che si sono affrettati a commentare l’ avviso, poco si concilia con il suo contenuto minatorio: «Area video sorvegliata» si legge all’inizio. E poi continua: «Non gettare rifiuti fuori dei contenitori onde evitare di essere sparati (ndr, l'errore è dell'autore del cartello) in fronte. Quant’è vera la madonna!!!». Più sotto il disegno di una pistola e la traiettoria del proiettile. In fine, in basso a destra, la firma: «L’irresponsabile». L’osservazione dell’incompatibilità tra la frase di un pacifista e il carattere minaccioso del cartello resta l’unica annotazione critica.

Il resto dei commenti è un coro di approvazione per l’iniziativa. E c’è anche qualcuno che si chiede se sparare a chi arreca danno alla salute pubblica possa essere considerato un atto di legittima difesa. Immediatamente qualcun altro gli risponde di essere pronto a testimoniare in suo favore. Insomma, che nella Terra dei Fuochi il livello d’attenzione da parte della popolazione verso certi comportamenti incivili negli ultimi mesi sia cresciuto parecchio è un dato di fatto, ma di fronte a questi episodi c’è da chiedersi se l’aumentata sensibilità non stia diventando esasperazione.

Magari si tratta solo di parole scritte per attirare l’attenzione di chi si avvicina al contenitore e si appresta a depositare i suoi rifiuti, ma nel dubbio è meglio accertarsi di aver eseguito perfettamente l’operazione. Un cecchino potrebbe centrarvi per un sacchetto scivolato giù da un bidone traboccante d’immondizia.

 
lunedì 9 dicembre 2013 - 03:54   Ultimo aggiornamento: 10:34

Il ministro Lupi querela il suo vice De Luca: in tribunale per le offese in televisione

Corriere del Mezzogiorno

L'esposto affidato all'avvocato Lucibello: «Possibile anche azione risarcitoria civile oltre a quella penale»


Cattura
SALERNO - Un ministro che querela il suo vice per diffamazione. Difficile trovare un precedente nella storia repubblicana. Accade adesso. Inevitabile che le «carinerie» a distanza inviate dal sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, al ministro Maurizio Lupi finissero in un'aula di Tribunale. Giovedì scorso il responsabile del dicastero di cui De Luca fa parte senza avere le deleghe, ha infatti dato mandato al suo legale, l'avvocato Giuseppe Lucibello di Milano, di querelare per diffamazione il sindaco progressista. «La prossima settimana — conferma il penalista di origini cilentane — depositeremo un esposto e stiamo valutando anche la possibilità di promuovere più azioni, sia in campo penale che in quello civile».

Ieri sera, alle otto passate, Lucibello, che di recente ha vinto una causa contro l'Espresso, ottenendo un risarcimento danni di oltre 25mila euro a favore del ministro, era ancora chiuso nel suo studio di Milano per esaminare i tanti articoli di giornali e i filmati tv in cui De Luca ha sferrato pesanti attacchi al ministro dei Trasporti. «C'è da valutare anche la questione della competenza territoriale - aggiunge l'avvocato - dal momento che il ministro-parte offesa è residente a Milano, ma non è da sottovalutare anche la possibilità di presentare la denuncia a Salerno, dal momento che tanti sono gli attacchi lanciati dalle emittenti televisive della città che amministra».

1
LA VICENDA - L'inizio della querelle tra Lupi e De Luca risale a pochi giorni dall'investitura del secondo come viceministro. Il primo scambio di battute ci fu sulla questione metropolitana di Salerno. Allora fu Lupi a ricordare a De Luca che «Salerno non è il Governo». Poi la questione delle mancate deleghe ha esasperato il rapporto tra i due, tanto che il sindaco non ha mai nascosto le frizioni. Neanche in pubblico. L'ultimo attacco a Lupi, risale al 3 dicembre scorso, quando il sindaco, dai microfoni del programma radiofonico «La Zanzara» ha esordito così: «Lupi è convinto che il ministero sia la sua bottega privata». Il giorno prima, ospite di Uno Mattina, De Luca, aveva giustificato il ritardo nell'attribuzione delle deleghe così: «Perché un uomo libero in quel ministero dà fastidio alle lobbies burocratico-affaristiche che ancora aleggiano su di esso». Il 28 novembre, quasi alla vigilia della pronuncia dell'Antitrust sull'incompatibilità del doppio incarico, il sindaco-viceministro aveva replicato alla risposta data da Lupi ad una interrogazione del Movimento Cinque Stelle, invitandolo alle dimissioni.

«Questo imbecille, gli risponderemo per bene a tempo debito»: furono le parole del sindaco, che il giorno successivo ritornò sull'argomento dai microfoni di Radio Alfa. «Non ho intenzione di essere lo scendiletto di Lupi - disse - aho' a Lupi, vuoi fare il pinguino con me. Ma io t'arroto!». A settembre scorso, poi, la battuta ironica. Ma anche pesante perché giocata su una presunta somiglianza fisica. «Tutto quello che accade alle Infastrutture è nelle mani del Pdl. Siamo in mezzo a uno scontro politico nel governo — sentenziò De Luca —. Sia chiaro che il mio interlocutore è il presidente del Consiglio Enrico Letta, che mette mano alle deleghe e non Maurizio Lupi». Poi la pesante conclusione: «Io non sarò Brad Pitt, ma lui sembra la figlia di Fantozzi». Il ministro affidò la sua replica a Twitter, con tanto di foto per testimoniare tutte le somiglianze che gli avevano attribuito fin'ora: il calciatore ex Milan Kakhaber Kaladze, Gianni Morandi, Demetrio Albertini e perfino Gollum del Signore degli Anelli.

07 dicembre 2013

Napolitano fa la vittima ma pretese da Cossiga le dimissioni dal Colle

Paolo Bracalini - Lun, 09/12/2013 - 08:08

Oggi si sente sotto attacco, però nel '91 l'allora leader dei "miglioristi" Pds accusò il capo dello Stato di "comportamenti abnormi". E non la spuntò

«Il precipitare della grave questione costituita dai comportamenti sempre più abnormi e inquietanti del presidente della Repubblica non è che l'ultimo anello della spirale involutiva che sta stringendo il Paese».


Cattura
A scrivere queste dure parole contro il Quirinale è Giorgio Napolitano, nel 1991, sulla Repubblica diretta da Eugenio Scalfari. Proprio l'attuale capo dello Stato, ora nel mirino dell'opposizione (M5S, Lega e Forza Italia) per il suo eccessivo ruolo politico (un presidenzialismo di fatto, quasi «una monarchia» per i più critici), mise sotto accusa, da leader della componente «migliorista» Pds, l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, con rilievi molto simili a quelli che Napolitano oggi respinge come attacchi irresponsabili e ingiuriosi.

Distinguendosi dalla linea ufficiale del Pds, che coi suoi gruppi parlamentari firmò una richiesta di impeachment (poi non concretizzata) per Cossiga, l'ala di Napolitano - anche lui deputato Pds - prese una posizione più prudente, ma altrettanto severa con il Colle. Un invito a «dimettersi» per l'inquilino del Colle (colpevole di aver «totalmente smarrito il senso della misura»), senza costringere il Parlamento ad attivare la messa in stato di accusa del capo dello Stato prevista dalla Costituzione.

Un passo indietro inevitabile, secondo Napolitano, vista «l'incompatibilità tra l'aggressivo ruolo politico di parte assunto dal presidente Cossiga e la funzione attribuita dalla Costituzione al presidente della Repubblica, tra un esercizio esorbitante dei poteri presidenziali e la permanenza in quella carica». Insomma, come spiegheranno in una nota comune i parlamentari miglioristi: «Francesco Cossiga tragga le conseguenze dalla scelta da lui già compiuta di assumere un ruolo politico incompatibile con la funzione di presidente della Repubblica».

Cossiga, il «picconatore», rispose per le rime a tutti, compresa la corrente di Napolitano, definiti «politici vegetariani» perché, chiedendo le dimissioni senza mettere la faccia sull'impeachment, non erano «né carne né pesce». Ancora più violento l'attacco di Cossiga a Repubblica, che appoggiava la linea Pds e ospitò gli interventi di Napolitano sulle «inevitabili dimissioni» di Cossiga. Proprio in risposta all'articolo di Napolitano, Cossiga scrisse che Repubblica si dimostrava «la newsletter di una lobby politico affaristica responsabile di una pericolosa intossicazione della vita politica italiana»

Un mese dopo, come ricostruisce Marco Travaglio in Viva il Re! (Chiarelettere), Napolitano si allinea alla posizione del Pds, che prevede tre vie d'uscita dal caso Cossiga: impeachment, dimissioni, astensione del presidente della Repubblica da «interventi impropri». Non servirà fare molto, perché Cossiga si dimetterà poco dopo, due mesi prima della scadenza naturale del settennato. Con la soddisfazione di Napolitano, candidato del Pds al Quirinale, che però toccherà a Oscar Luigi Scalfaro. Nonostante lo scontro duro sulle sue dimissioni, Cossiga manterrà un buon rapporto con Napolitano negli anni successivi.

Al punto che sarà proprio lui a «raccomandare» Alfano a Napolitano come ministro della Giustizia nel 2008, come ci rivela il cossighiano Naccarato: «Nell'aprile 2008, quando Berlusconi cercava affannosamente un Guardasigilli, Alfano chiese a Cossiga di essere ricevuto. Venne, Cossiga lo ascoltò a lungo, lo studiò. E il giorno dopo chiamò Napolitano, chiedendogli il favore di ricevere Alfano, raccomandandoglielo. Gli disse anche: “Vedrai che questo giovane potrà porre fine alla leadership di Berlusconi”. Bè, pochi giorni dopo Napolitano firmò la nomina del ministro Alfano».

Qualcosa da dichiarare?» «Sassi e polvere lunare»

Corriere della sera

La dichiarazione alla dogana delle Hawaii nel luglio 1969 dei tre astronauti dell’Apollo 11




La burocrazia - non solo quella italiana - arriva sulla Luna. Anche gli astronauti dell’Apollo 11 (Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins), una volta tornati sulla Terra, sono dovuti passare dalla dogana statunitense. «Da dove venite? Dove andate? Un fiorino». Non è andata proprio così, come nella scena-cult di Non ci resta che piangere con Roberto Benigni e Massimo Troisi, ma poco ci manca.

DOGANA - I doganieri dell’aeroporto di Honolulu nel luglio 1969 hanno steso un regolare rapporto sui tre eroi con il luogo di provenienza (la Luna) e su cosa trasportavano (sassi e polvere lunare). Viaggio? Partenza da Cape Kennedy, una sosta sulla Luna e l’arrivo alle Hawaii (a 1.500 km a sud-ovest). Tutto regolare: timbro e firma. «Potete andare».

BUROCRAZIA - Non è una notizia sconosciuta, ma è stata ripresa dalla rivista The Atlantic, che ha chiesto all’astronauta canadese Chris Hadfield quali sono le complicazioni burocratiche per i viaggiatori dello spazio una volta che rientrano sulla cara vecchia Terra. I passaporti degli astronauti, ha spiegato Hadfield, vengono presi in carico dalla Nasa (o dalle altre agenzie spaziali) al momento della partenza, e consegnati alla dogana del luogo di arrivo. Nel caso di Hadfield, che ha viaggiato sulla russa Soyuz in direzione della Stazione spaziale internazionale ed è poi rientrato nella steppa del Kazakistan, il passaporto è stato consegnato alle autorità doganali dell’aeroporto di Karaganda, da dove si è poi imbarcato per fare ritorno in patria.

08 dicembre 2013

L’oro olimpico di Owens venduto all’asta per 1,5 milioni di dollari

La Stampa


È una delle quattro medaglie conquistate ai Giochi di Berlino del 1936



Jesse Owens può mettere in mostra un nuovo record: l’asta, per una delle quattro medaglie che ha vinto ai Giochi di Berlino 1936, si è chiusa con un prezzo vicino ai 1,5 milioni di dollari, la cifra più alta mai pagata per un ricordo olimpico. Il vincitore ha pagato per l’esattezza 1.466.574 dollari per l’unica gioia che rimane della pietra miliare olimpica di Owens nel 1936, poiché si ignora dove siano le altre tre. 

La casa d’aste SCP Auctions ha confermato l’autenticità della medaglia, della quale si ignora a quale prova corrisponda. Con le medaglie d’oro nei 100 e 200 metri, la staffetta 4x100 e il salto in lungo, l’afroamericano Owens fu la grande stella dei Giochi nei quali Adolf Hitler cercava di esaltare la «supremazia ariana». «Nessun atleta simbolizzo’ meglio la lotta dell’essere umano contro la tirannia, la povertà ed il razzismo», disse il presidente Jimmy Ca’rter su Owens che al ritorno negli Stati Uniti soffrì il problema della segregazione, e regalò una delle sue medaglie al suo amico Bill «Bojangles» Robinson, attore e ballerino

Magliana, quel quartiere “nato male” dove tutti vogliono ritornare

Il Messaggero


«La Magliana non è il Bronx», scriveva Sandro Onofri, poeta, scrittore e insegnante (come amava definirsi). Lui qui ci era nato e cresciuto. «Perché il Bronx può almeno contare su quelle infrastrutture - ospedali, biblioteche, cinema, centri sportivi pubblici, persino teatri - che alla Magliana sono rimaste da sempre un sogno. Mai nessuno ha pensato di aprire un cinema nel nostro quartiere, mai una biblioteca». É il destino dei quartieri nati male. E la Magliana è uno di questi. Vive un riflesso condizionato, sta dentro la trama di un romanzo criminale che non le appartiene se non per le origini di quel gruppo sanguinario che seminò dolore e lutti a metà degli anni ’80. Si porta dietro la maledizione di Maurizio Abbatino, l’unico della banda ad essere nato qui. Se fosse un quartiere nato bene, pieno di verde e villini - e non lo è - non riuscirebbe comunque a scrollarsi di dosso l’immaginario televisivo e letterario che la perseguita. Ma per chi ci vive, la Magliana è sacra: guai a parlarne male.

SOLIDARIETÀ
«Quelli che se ne sono andati da qui alla fine tornano sempre», racconta un anziano. Merito anche di una straordinaria vitalità e umanità dei parroci della Chiesa San Greorio Magno (che compie i suoi primi cinquant’anni) se da un quartiere «nato male» nascono progetti e proposte nuove. E così da quel lontano 1963, quando la parrocchia era stata ricavata in un modesto locale destinato a negozio in via Pescaglia 11, fino alla costruzione dell’attuale chiesa nel ’77 tutti i parroci sono stati un vero punto di riferimento per i cittadini del quartiere a partire da don Alberto Altana a don Pietro Cecchelani, da don Angelo Scalabrini a don Giovanni Davoli, fino ai giorni nostri con don Renzo Chiesa. Aiutati sempre da un folto e appassionato gruppo di parrocchiani che da anni fa volontariato: aiutano anziani e persone sole. E che formano un gruppo teatrale che fa il tutto esaurito neanche fossimo a Broadway. «La Magliana ha i problemi di tutti i quartieri: traffico, insediamenti abusivi - dice il presidente dell’XI Municipio, Maurizio Veloccia - Però è anche altro; penso all’associazionismo.

Qui c’è sempre qualcuno che aiuta l’altro. L’ultima nata in ordine di tempo è “La lampada dei desideri” un’associazione che è diventata un punto di riferimento per tutti i disabili». E aggiunge: «Nel futuro c’è il ripristino della ciclabile e il Parco del Tevere». Il quartiere, che fu costruito a metà degli anni sessanta, sorge su un’ansa del Tevere al di sotto del livello degli argini del fiume. La nascita di costruzioni abusive e di fabbricati industriali, ha contribuito ad offuscare la memoria storica di una zona di notevole interesse archeologico. Particolare importanza rivestono le Catacombe di Generosa, un antico cimitero situato su un’altura della Magliana, in cui furono sepolti i corpi dei fratelli Simplicio e Faustino, uccisi durante la persecuzione di Diocleziano nel 303 d.C. I due martiri sono i patroni di una cittadina tedesca, Fulda, che recentemente si è gemellata con la Magliana, dedicandole una strada, la Maglianastrasse.

L’ARCHITETTURA
Palazzoni allineati, costruiti senza una fantasia architettonica, che hanno messo insieme famiglie una sull’altra. Il cuore però è a piazza Fabrizio De Andrè. «All’inizio contestarono la scelta di intitolare questa piazza a un genovese. Ma ora sono orgogliosi», racconta Giovanni Marrani. La pista ciclabile però è un invito a delinquere: sporcizia ovunque, nomadi che bivaccano sulla riva e spuntano dal nulla. I negozi di via dell’Impruneta hanno l’aria di quei locali che hanno avuto troppi padroni e ora sono vuoti in stato di abbandono. Però in piazza De Andrè a qualunque ora del giorno ci vai, poggiati sul muretto, puoi trovare un gruppo di pensionati che giocano a briscola e tressette. «Doppio buongioco: tris d’assi e napoletana a coppe», batte le carte sul tavolo Aldo. La Magliana rilancia e non s’arrende.


APPROFONDIMENTI


I lampioni di via Fratelli Grimm (Foto Vincenzo Livieri - Toiati)
Viaggio al Quartaccio, la sera in giro con la torcia, qui si spengono pure i lampioni


VIDEO

Magliana - Maurizio Veloccia, il presidente del Municipio



Magliana - don Renzo, il parroco di San Gregorio Magno



Magliana - Paola Fanzini, il presidente dell'associazione di...




FOTOGALLERY


Inchiesta sulle periferie, viaggio nel quartiere della Magliana (Foto Caprioli / Ag. Toiati)



Rifiuti e rottami, alla Magliana la pista ciclabile è una discaricaRifiuti alla Magliana

Magliana: bivacco, furti e nomadi
La rivolta dei residenti: «Lasciati soli»Dalla Banda della Magliana ad hub della
creatività: rivivono gli studios De Paolis



Domenica 08 Dicembre 2013 - 09:54
Ultimo aggiornamento: Lunedì 09 Dicembre - 07:42

Una scintilla in ogni tasca I 40 anni dell’accendino Bic

La Stampa

nadia ferrigo
torino

Piccolo ed economico, per Umberto Eco è l’unico caso di socialismo realizzato. Nato nel 1973, adesso è ovunque: si trova al museo e in tutte le tabaccherie



Cattura
Spesso, quando serve non si trova, anche perché passa con disinvoltura di mano in mano. Quando ormai ne abbiamo già comperato un altro, facile vederlo comparire all’improvviso, il più delle volte dalla tasca di un amico. Che cos’è? Compagno indispensabile di generazioni di fumatori, l’accendino Bic festeggia i suoi primi quarant’anni.

Con sei milioni di esemplari venduti ogni giorno in tutto il mondo, un numero incalcolabile di imitazioni e un posto d’onore nelle collezioni permanenti del MoMA di New York e del Centre Pompidou di Parigi, il primo accendino «usa e getta» della storia è ormai un’icona. Umberto Eco lo definì «il capolavoro del design moderno, nato volutamente brutto e diventato bello perché pratico, economico, indistruttibile e unico esempio di socialismo realizzato, capace di annullare ogni diritto di proprietà e di distinzione di stato».

Nel 1973 il barone Marcel Bich, imprenditore torinese (di origine valdostana, intorno ai trent’anni divenne francese), già a capo dell’impero della penna a sfera, decise di tentare una nuova strada, in piena armonia con una delle sue massime preferite: «Se un giorno mi diversificherò per impiegare i miei utili, farò come in natura: lascerò dei semi. Andrò altrove a creare di sana pianta delle nuove aziende».  Detto, fatto: nel 1971 acquisì la Flaminaire, una fabbrica di accendini francese, e dopo due anni di esperimenti lanciò un accendino a fiamma regolabile, resistente, economico e assicurato per tremila accensioni.

Fu un successo: per la seconda volta Bich riuscì a sedurre milioni di persone in tutto il mondo non grazie a una trovata rivoluzionaria, ma mettendo a punto una versione migliore e più economica di quel che già c’era. Il primo accendisigari moderno nacque in Germania agli inizi del 1800, quattro anni prima dell’invenzione del fiammifero. Un prototipo da tavolo elegante e raffinato, ma pericoloso e assai costoso: era caricato a idrogeno, un liquido esplosivo, e il meccanismo di accensione si attivava con una linguetta di platino. Le prime versioni tascabili iniziarono a comparire solo agli inizi del Novecento, quando si diffuse il vizio del fumo.

Si trattava sempre di oggetti di lusso, ricaricabili e pensati per durare una vita: in pochi se li potevano permettere. Negli anni successivi, con l’invenzione del meccanismo a rotella che strofina contro la pietra focaia, iniziarono a diffondersi i primi modelli automatici e nel 1935 debuttò il primo accendino a gas butano. Bich sbaragliò la concorrenza, riuscendo a vendere un prodotto affidabile, senza però essere esclusivo. Adatto a tutte le tasche, proprio come la penna a sfera. Inventata dall’ungherese Biró, ma battezzata dal barone, che riuscì a produrla abbattendo i costi: la Bic all’inizio vendeva le penne a ventinove centesimi, ma nel giro di un anno il prezzo scese a dieci.

Oggi Bic è la terza marca francese conosciuta nel mondo dopo Dior e Chanel, la prima negli Stati Uniti. Né la tecnologia né la forma dell’accendino più celebre del globo sono mai cambiate: l’unica concessione è per la grafica, sempre diversa grazie a nuove fantasie e collaborazioni prestigiose, l’ultima con lo stilista Elio Fiorucci. Bruno Bich, il figlio del barone Bich, conquistò la presidenza della multinazionale francese nel 1993, un anno prima della morte del fondatore.

Da subito tranquillizzò gli azionisti, assicurando che avrebbe sempre difeso i quattro principi che portarono al successo il padre: «Dare fiducia agli uomini, non avere debiti, avere posizioni mondiali, vendere al pubblico la migliore qualità al prezzo più basso possibile». Missione compiuta. 

I lucchetti di Ponte Milvio dimenticati in un garage, il Municipio adesso vuole venderli

Il Messaggero

di Michele Galvani


Cattura
Abbandonati. Arrugginiti. Buttati via come ferri vecchi. Ogni giorno che passa, i segni dell’amore diventano sempre più invisibili. Era il 10 settembre del 2012 quando i lucchetti di ponte Milvio venivano rimossi da alcuni operai del municipio e operatori dell’Ama. Ma, dopo i primi giorni di polemiche e improbabili proposte su cosa farne, è calato il silenzio. Oggi una piccola parte si trova in una rimessa della sede del XV Municipio di via Flaminia. Ma la parte più cospicua - centinaia di migliaia di pezzi - è accatastata in un piccolo garage dell’ufficio anagrafico di Cesano, in via della stazione di Cesano 836. Ora il Municipio lancia una nuova proposta: «Vendiamoli e con i soldi del ricavato possiamo fare manutenzione di alcune strutture importanti, come la Torretta Valadier. Oppure beneficenza».

IL VIAGGIO
Il primo incontro con i lucchetti è in via Flaminia 872: sotto al Municipio, in una vecchia rimessa d’auto, tra vecchi documenti e computer, si intravedono alcuni secchi di plastica: lì dentro spuntano pezzi di ferro, uno sopra l’altro, senza più anima né vita. «Bea e Sere sempre insieme sempre divise», si legge su un lucchetto rosso dove la scritta è stata addirittura incisa. E poi «Angy e Ale», «Dado e Giada», «Romolo e Melania per sempre», «A+G 01-03-07», sono solo alcune delle scritte ancora visibili. «La nostra idea – spiega Alessandro Cozza, vicepresidente con deleghe alla cultura, allo sport e alla scuola – è quella di vendere rame e ottone e cercare di ricavare dei guadagni. Poco tempo fa la Croce Rossa ci aveva chiesto aiuto per l’acquisto di due defibrillatori, questa potrebbe essere un’occasione».

Il problema però, è lo stato in cui si trovano. «Bisogna fare in fretta – conferma Cozza – con il deterioramento il riciclo diventa molto difficile». Il blocco che più impressiona si trova a Cesano. Quando si alza la serranda del box all’interno dell’ufficio anagrafico, compare una montagna di ferraglia sporca e arrugginita, circondata da ragnatele. Impossibile quantificare peso e unità, impossibile provare ad alzare con le mani un blocco per spulciare tra i segreti degli adolescenti che negli anni hanno riversato su ferro i loro sogni e le loro delusioni. Ci sono lucchetti classici e alternativi, viola, verdi, celesti, rossi, griffati, comprati da cinesi. I che sono ke, alcuni puntano sull’inglese («Together forever 01-11-08»), altri sono amori stranieri («Tina & Bernd here 29-03-2007»). Tutti così vicini, così freddi. Rovinati dalle infiltrazioni d’acqua e dal tempo che trascorre inesorabile e se li mangia.

LE PROPOSTE
Dopo la ridda di polemiche politiche per la decisione di rimuoverli dal ponte, 15 mesi fa le tenaglie misero fine a un tormentone che durava da troppo tempo. «Con la scusa dei lucchetti Ponte Milvio era diventato un luogo di ritrovo di spacciatori», una delle spiegazioni dell’allora presidente del Municipio Gianni Giacomini. Fatto sta che, il giorno stesso dell’operazione di smantellamento iniziarono a piovere idee di ogni tipo. Dal trasferimento al Ponte della Musica a un museo permanente che era stato individuato in quello Preistorico etnografico dell’Eur Pigorini. «A noi arrivò anche un progetto di una vetrina permanente sulla banchina del Tevere sotto a ponte Milvio», racconta ancora Cozza.

«Quello che possiamo fare concretamente – dice Daniele Torquati, presidente del Municipio – è fare un avviso pubblico per venderli: possiamo aiutare un centro anziani o fare un intervento legato al sociale. Oggi pur avendo un valore sentimentale, i lucchetti hanno perso valore di mercato. Magari andavano venduti prima, appena rimossi, quando con la città c’era ancora un forte rapporto». «L’idea di venderli mi sembra giusta – dice Giuseppe Gerace, presidente del II Municipio che arriva proprio fino al ponte – almeno così non vanno persi del tutto».


lucchetti dimenticati in un garage (Fotoservizio Cecilia Fabiano - Toiati)



Venerdì 06 Dicembre 2013 - 09:02
Ultimo aggiornamento: 17:44

Perché i furti delle bici non fanno notizia

Corriere della sera

di Eugenio Galli, presidente Ciclobby

Quante bici vengono rubate in un giorno, a Milano? Quante in un anno? Difficile quantificare: i numeri ufficiali, quando esistono, sono inattendibili.


Cattura
Resta la sensazione diffusa che quanto appare sia la punta di un iceberg, che vi sia una massa consistente sommersa, che non fa notizia, non entra nelle statistiche, non fa parte dei repertori pubblici e di cui nessuno si occupa (a parte i ladri, ça va sans dire). Furto di bici non è solo la sottrazione dell’intero veicolo: come noto, esistono anche forme di “cannibalizzazione” di singole parti che sono ancora più difficili da far emergere (chi mai denuncia il furto di una ruota o del manubrio?) e, in pochi istanti, rendono comunque la bici inservibile.

Eppure, una diversa percezione del problema, una consapevolezza informata, da parte degli amministratori pubblici e delle forze dell’ordine, dei media e dell’opinione pubblica, appare non più rinviabile. Non si può infatti contemporaneamente pensare di promuovere la mobilità sostenibile e continuare a restare inerti di fronte a questo vero e proprio accanimento perpetrato ai danni di una minoranza virtuosa, che ha già scelto la bici per i propri spostamenti quotidiani, senza attendere i tempi migliori da sempre promessi.

Non si può annoverare questo fenomeno tra i reati bagatellari, né trattarlo come fosse amarcord.
Il furto di bici è un pesante disincentivo alla diffusione dell’uso della bici: il danno non è solo economico, per chi lo subisce, è anche ambientale, di sicurezza e di immagine. Si trasferisce dal singolo alla collettività, e anche al mercato, se è vero che deprime la domanda di qualità. A un problema complesso non si può dare una risposta unica: serve un ventaglio di soluzioni, nate dal confronto con le migliori esperienze internazionali. E’ altrettanto importante una visione il più possibile nazionale, per impostare una strategia di contrasto efficace, che difficilmente può debellare il problema ma può quantomeno aiutarlo a rientrare in una dimensione più “fisiologica”.

Per fornire basi più solide, consentendo una adeguata valutazione del fenomeno e anche l’impostazione di strategie di contrasto efficaci, la Federazione Italiana Amici della Bicicletta (FIAB onlus) ha di recente interpellato i 118 prefetti dei capoluoghi di provincia per conoscere il numero delle denunce ricevute nel 2012 in relazione a questo reato. Hanno risposto in 60, e solo 46 hanno fornito dati. Il prefetto di Milano, per esempio, non ha risposto: non che fosse tenuto a farlo, però questo comportamento sembra in qualche misura una conferma delle difficoltà e della scarsa attenzione di cui si è detto. Le amministrazioni locali, anche quelle più impegnate, ancora si muovono in modo isolato e senza un vero piano di contrasto del fenomeno. E la stessa indagine svolta sui ciclisti ha evidenziato che solo un 22% dei furti subiti vengono denunciati dagli interessati.
C’è dunque molto da lavorare, su tutti i fronti.

Cina, ragazzo ritrova la sua vera famiglia dopo il rapimento di ventitrè anni prima

Corriere della sera

Huang Jan venne portato via a cento metri da casa sua. Ma non si è mai arreso e ha ritrovato su internet i genitori

Cattura
PECHINO - Ventitré anni dopo essere stato rapito, un ragazzo cinese ha ritrovato la sua mamma e il suo papà. Era una mattina del 1990 e un bambino di cinque anni stava andando all’asilo a piedi, da solo. Erano solo poche centinaia di metri dalla sua casa, nel villaggio di Yaojia, provincia centro-occidentale cinese del Sichuan. Il piccolo, Huang Jan, fu avvicinato da una donna e un uomo. «Mi dissero che erano amici di mamma e papà, li ho seguiti». Erano ladri di bambini.

IL RAPIMENTO - «Ricordo che il viaggio durò tanto, cambiai auto molte volte, alla fine arrivai in un posto di montagna, mi dissero che era la provincia del Fujian». I sequestratori lo avevano venduto a una coppia senza figli. Il prezzo: 5.000 yuan, 600 euro, tantissimi soldi per la Cina di allora. «Quei signori mi trattavano bene, ma io ero molto arrabbiato», ricorda ora Jan. Che non si chiamava più così, ma Luo Gang. «Ogni notte quando andavo a letto mi sforzavo di ricordare la mia vera casa, ma mi veniva in mente solo che nel villaggio c’erano due ponti e che vicino passava una grande strada asfaltata».

I GENITORI - Nel Sichuan i genitori di Jan impazzivano di dolore. Distribuirono manifestini con la foto del loro bambino scomparso. Si rivolsero alla polizia. Ma un ufficiale allargando le braccia disse che ogni anno, solo nella loro provincia, venivano rubati diecimila bambini. Spiegò che la politica che imponeva un figlio unico aveva fatto nascere in Cina il mercato dei sequestri. Le ricerche non portarono a niente. Nel lontano Fujian, Luo Gang ogni notte nel suo lettino cercava di aggiungere un particolare che gli permettesse di ricordare la sua prima vita. Mangiava spesso maiale condito con il sorgo nel suo vero paese. E una volta, un vicino di casa, nel suo nuovo paese, gli disse che aveva usato una parola in dialetto del Sichuan. Due anni dopo, i genitori adottivi morirono. Il bambino visse con i nonni. E con il sogno di tornare.

VENT’ANNI DOPO - In Cina è arrivato Internet, oltre 600 milioni di netizens navigano ogni giorno. Nel mare di blog e di siti ce n’è uno che si chiama «Porta a casa i bimbi perduti». Luo Gang scrisse tutto quello che si ricordava: «Ero alto un metro e dieci circa quando mi portarono via; una cicatrice sulla mano che mi ero fatto giocando con i sassi del fiume; avevo una maglietta rossa con ricamato un cigno la mattina in cui fui portato via; c’erano risaie vicino a casa; c’era stata un’alluvione». Mandò anche una foto che gli avevano fatto i nuovi genitori.

E poi aveva disegnato una mappa del suo villaggio, c’erano due ponti, la scuola, la strada asfaltata. I volontari di «Porta a casa i bimbi perduti» ci hanno lavorato sopra. Nel 1990 nel Sichuan non c’erano molte grandi strade asfaltate. Pochi villaggi coltivavano il sorgo. Ma la ricerca non era facile, il Sichuan è una provincia di 500 mila chilometri quadrati, quasi due volte l’Italia, con 80 milioni di abitanti. Sul forum si sono inseguite decine di segnalazioni. Ma alla fine, Luo Gang ha ricevuto una risposta. Ha cercato su Google Maps e ha riconosciuto il suo villaggio. È partito e ha ritrovato i genitori, che lo credevano perso per sempre.

GLI SPAGHETTI -La vera mamma, quando lo ha visto, è scoppiata a piangere. Gli ha chiesto se aveva fame. Perché quello del suo bambino affamato era l’incubo che l’aveva tormentata per migliaia di notti, per ventitré anni. Gli ha preparato una scodella di noodles. «Non pensare a niente, mangia», gli ha detto.

08 dicembre 2013