giovedì 12 dicembre 2013

Trapattoni e Strunz, pace in diretta tv

Corriere della sera


Chiarimento in diretta tv tra Giovanni Trapattoni e Thomas Strunz a 15 anni dalla mitica conferenza stampa in cui il Trap criticò il suo giocatore ai tempi in cui il tecnico italiano allenava il Bayern Monaco. La pace negli studi della tv Zdf. (RCD - Corriere Tv)

15 anni dopo la sfuriata del Trap in conferenza stampa



Treviso, distributori automatici con tramezzini per musulmani

La Stampa

La novità da Novagest, una piccola impresa che si occupa dal 1996 di fornire prodotti alimentari per le macchinette frequenti negli uffici e nelle scuole


Cattura
Dal distributore automatico di snack per le pause pranzo aziendali non usciranno più soltanto bibite, caffè, cioccolata calda e panini tradizionali ma anche tramezzini con prodotti «halal» per i lavoratori musulmani e dolci senza derivati animali per chi segue un’alimentazione vegana. La novità giunge da Novagest, una piccola impresa di Treviso che si occupa dal 1996 di fornire prodotti alimentari per le macchinette a gettone o a chiavetta, sempre più frequenti negli uffici, nelle scuole e nelle sedi produttive.

Mete abituali nei piccoli intervalli lavorativi e nelle pause più prolungate per i pasti, soprattutto dove non esistano mense aziendali oppure punti di ristoro economici nelle vicinanze, viste le richieste sempre più numerose giunte di vari clienti, ora da quelle gestite dall’azienda trevigiana si potranno ottenere anche prodotti freschi allineati con le esigenze di chi abbia intolleranze alimentari (ad esempio i celiaci) ma anche, come in questo caso, cibi conformi a dettami religiosi o filosofici.
Il tramezzino «halal» che sta per entrare nel menu e che uscirà dallo sportello del distributore, come gli altri alimenti sigillato in un involucro plastico, sarà realizzato con carne di tacchino macellato secondo le usanze imposte dal Corano, in base ad una sensibilità ormai diffusa in una provincia in cui quasi il 12% della popolazione è immigrata e, in ampia misura, osservante islamica. Il pane utilizzato sarà per questo privo di strutto, grasso di origine suina, mentre i dolci rivolti ai vegani saranno ottenuti con modalità biologiche certificate e senza l’impiego di uova e latte animale.

Nsa usa i cookie per scovare gli hacker

La Stampa

Nuove rivelazioni dai documenti consegnati da Edward Snowden


Cattura
La National Security Administration (Nsa) usa segretamente i cookie di Google, il sistema che memorizza informazioni specifiche sugli utenti che accedono ai server, e i dati di localizzazione per individuare con precisione gli hacker e intensificare la sorveglianza. La pratica è stata rivelata dai documenti di Edward Snowden che nei mesi scorsi avevano fatto scoppiare il caso Datagate. 

La notizia riportata dal Washington Post mette in luce come i coockie - che sono usati dalle aziende per comprendere le preferenze dei consumatori proponendogli pubblicità mirate - siano usati anche dal governo. Da anni l’utilizzo commerciale di questo sistema è stato osteggiato da decine di avvocati che si occupano di privacy. Ma le aziende che li usano hanno sempre risposto che lo strumento è innocuo, anzi aiuterebbe gli utenti a riceve annunci per loro interessanti. 

Adesso la notizia potrebbe riaprire il dibattito, dando ai legali delle associazioni che si occupano di privacy un nuovo argomento sul quale attaccare la pratica. Stando a quanto contenuto nei documenti rivelati da Snowden, sia l’Nsa che la sua controparte britannica, la Gchq, hanno usato lo strumento per tracciare le attività online di milioni di utenti. In particolare la Nsa si è concentrata sul sistema usato da Google, il “Pref”: permette di individuare in modo inequivocabile una persona attraverso un codice numerico, ma non contiene informazioni personali come il nome dell’utente o l’email. 

Inoltre questo tipo di cookie permette di isolare una comunicazione all’interno del mare del web e così usare un software per entrare nel computer del possibile hacker. Non solo. L’intelligence americana userebbe le informazioni commerciali raccolte per localizzare i dispositivi mobile in tutto il mondo: molte applicazioni e gli stessi sistemi operativi di Apple e Google traccerebbero la posizione dello smartphone.
(TMNews)

Rivoluzione Google, la pubblicità adesso si paga solo se viene vista

La Stampa

FT: così nuovi sistemi potranno stabilire se ha catturato l’occhio dell’utente

Google si prepara a lanciare una rivoluzione che potrebbe trasformare il mondo della pubblicità in Internet. Ma ci sarebbero anche lati negativi


Cattura
Google si prepara a lanciare una rivoluzione che potrebbe trasformare il mondo della pubblicità in Internet. Da oggi gli inserzionisti pagheranno lo spazio per le inserzioni al motore di ricerca solo se quest’ultime saranno effettivamente visualizzate dagli utenti. Le nuove regole saranno applicate ai quasi due milioni di siti del network gestito dal colosso di Mountain View, California. «Dovrebbe diventare la regola.

Perché mai pagare se nessuno vede la tua pubblicità?», ha detto Neal Mohan, vicepresidente di Google, secondo quanto riportato dal Financial Times. Il gruppo ha infatti sviluppato (insieme alle industrie che fanno pubblicità) una serie di strumenti attraverso i quali capire se la pubblicità è stata vista e per stabilire il tempo di visualizzazione che deve essere di almeno un secondo e deve coinvolgere il 50% dello spazio dedicato all’inserzione. Con questa tecnologia - continua Ft - il colosso californiano può capire anche quale parte dello spazio è stato visto. 

Ma questa rivoluzione potrebbe rappresentare un nuovo problema per il comparto della pubblicità via Internet, colpito dalla carenza di visualizzazioni: secondo Ft infatti solo la metà della pubblicità sul web viene realmente vista dagli utenti. A livello globale il giro d’affari delle inserzioni online è di 117 miliardi di dollari. Una cifra molto bassa se si considera che rappresenta un quinto della spesa totale in marketing da parte delle aziende. Mohan ha infine ricordato che quella di oggi è la prima iniziativa di una serie di cambiamenti nel mondo della pubblicità che saranno svelati nei prossimi mesi. 

Calimero compie 50 anni

Corriere della sera

di Marco Lottaroli

Cattura
Descrizione: Tenero ma determinato. Con il suo fagottino sulle spalle, l’enorme guscio rotto a metà utilizzato come copricapo, la vocina inconfondibile e l’aria di chi cerca un po’ d’affetto e comprensione, riuscendo dopo varie peripezie sempre a trovare la felicità. Un pulcino ”piccolo e nero” divenuto mito. È Calimero che, sempre accompagnato dalla celebre frase ”E’ un’ingiustizia però!”, festeggia il suo primo mezzo secolo di vita animata con una mostra, suddivisa in 9 sezioni, al Museo della Permanente.


Per la prima volta da quando è apparso in TV il 14 luglio 1963 (in uno spot all’interno di Carosello) creato dalla fantasia di Nino Pagot, Toni Pagot e Ignazio Colnaghi, le sue avventure vengono raccontate in un’esposizione milanese attraverso disegni, tavole originali, storyboard, cartoni animati, video e oggetti. Un excursus lungo cinquant’anni per un personaggio sempre attuale, che ha saputo adeguarsi ai tempi arrivato con successo fino al 3D. E allora Buon Compleanno Calimero in attesa di un annunciato e ormai imminente ritorno televisivo. Per l’occasione il Palazzo della Permanente ospiterà anche grandi gusci/cappelli in resina prodotti da artisti e personaggi famosi che saranno messi all’asta a favore del progetto ”Diritti in campo” di Save the Children. Promossa da Team Entertainment, dal Comune di Milano e dal gruppo Reckitt Benckiser, la mostra, curata da Dario Cimorelli, è visitabile dal 13 dicembre al 9 marzo.
 
Orari: da martedì a domenica 10-13 e 14.30-18.30 (chiuso lunedì). Il 31 dicembre aperta al mattino e l’1 gennaio aperta al pomeriggio. Sito: www.lapermanente.it

Gli italiani a tavola, al palazzo delle Esposizioni una mostra sulle pubblicità che hanno fatto storia

Il Messaggero


Cattura
ROMA - 1950-1970: dal boom economico del dopoguerra a una nuova crisi in agguato. Cosa e quanto hanno mangiato gli italiani dopo la miseria degli anni del conflitto? Ce lo racconta una mostra al Palazzo delle Esposizioni a Roma, allestita fino al 6 gennaio: «Il cibo immaginario. 1950-1970. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola». Più di trecento pubblicità, cartoline, manifesti e calendari per passare in rassegna 20 anni del Bel Paese dal punto di vista dei prodotti alimentari attraverso colori, immagini e slogan che sono entrati nell’immaginario collettivo. Dopo lo stomaco vuoto e gli stenti, agli italiani viene inculcata l’immagine del cibo come salute, l’opulenza fisica come benessere tradotta in immagini per invogliare a fare la spesa.

Una raccolta dell’iconografia pubblicitaria che è indagine socio-antropologica dei nostri connazionali che furono. Nella mostra compaiono marchi storici dell’azienda alimentare italiani, da Barilla a Buitoni, da Alemagna a Motta, ma con la presenza di colossi d’oltreoceano come Coca-Cola che da simbolo prettamente americano entra nelle case italiane, accompagnandole verso la modernità.
Oggi quei manifesti originali vengono venduti a cifre considerevoli e utilizzati per arredare case alla moda, in onore del design italiano che ha creato spesso dei capolavori di arte pubblicitaria. Agli spettatori di quelle pubblicità sono dedicate 28 fotografie che riprendono l’Italia dal vivo, una mostra nella mostra, per ricordare come un popolo usciva dal tetro baratro della guerra accompagnato da un carrello della spesa.

123
456

 
Venerdì 06 Dicembre 2013 - 14:24
Ultimo aggiornamento: Giovedì 12 Dicembre - 12:21

Le radici ebraiche di Bambi perseguitato

La Stampa

gianluca nicoletti


Cattura
Nella storia del cerbiatto e dei suoi amici sarebbe una metafora rivolta agli ebrei europei tra le due guerre, divisi tra orgoglio dell' identità e necessità di mimetizzazione nell' angoscia delle persecuzioni. Possiamo finalmente  spiegarci perché Bambi ci ha angosciato la fanciullezza di terrificanti incubi: la sua storia era, in origine, pensata come monito per una possibile persecuzione degli ebrei in Europa. La teoria di una radice sionista nelle vicende di Bambi e i suoi amici della foresta è spiegata in un articolo apparso su Jewish Review of Books, la rivista trimestrale di cultura ebraica  pubblicata a New York. 
Sull’ effetto angosciante del cartoon Bambi si potrebbero scrivere volumi. La maggior parte dei fans della prima ora del cerbiattino con gli occhini dolci ne sono stati (me compreso) terrorizzati. Una storia terribile con una madre massacrata dai cacciatori, con un incendio che rischia di trasformare gli animaletti in arrosticini, con mute di cani feroci, con uomini crudeli. Insomma non è storia che si può facilmente dimenticare. 

Vogliamo poi aggiungere quell’inquietante anticipazione delle tempeste ormonali che ci avrebbero sconvolto l’ adolescenza, quell’idea che le femmine vadano disputate a suon di cornate, quell’ impressione di una società fatta di dominatori e dominati…Quanto basta per averci fatto sempre pensare che tanta inquietudine non potesse essere casuale. Ecco quindi la risposta al nostro rovello su cosa mai avremo fatto di male per meritarci la storia di Bambi, ci arriva dal professor Paul Reitter, docente presso l'Università Statale dell'Ohio;  il cattedratico, in una conferenza che ha tenuto a Chicago il 12 novembre, ha rivelato la sua chiave di lettura dei tormenti del cucciolo di cervo e dei suoi amichetti della foresta.

Per il professor Reitter  le avventure di Bambi e degli altri animaletti possono anche essere lette come allegorie delle esperienze del popolo ebraico in Europa, nel periodo tra le due guerre.  Alla base di questa convinzione c’è innanzi tutto l’ effettivo impegno per la causa sionista di Felix Salten, l’ austriaco che pubblicò nel 1923 la storia da cui Disney trasse il film animato. Salten collaborò all'inizio del XX ° secolo, alla rivista di Theodor Herzl , il fondatore del movimento sionista, dove secondo i Reitter, si impegnò in una critica costruttiva: “dei tentativi da parte degli ebrei di nascondere o rinnegare il loro patrimonio". 

Per il professore americano quindi non è da escludere che Salten potesse avere indirettamente usato il racconto di formazione del cerbiattino Bambi come allegoria che ribadisse il suo impegno nel difendere la cultura ebraica in un momento in cui gli ebrei d'Europa erano divisi tra l’affermare la propria identità o scegliere la strada dell’assimilazione. 

La teoria di Bambi sionista sembra avvalorata, anche se con tono satirico,   da  Karl Kraus che  ne scriveva negli anni del successo del partito nazista, accennando al tema dei leprottini di cui Salten, comunque appassionato cacciatore,  fa ampio racconto nel libro di Bambi.  Secondo lo scrittore austriaco questi  animaletti presentavano dei caratteri e degli atteggiamenti riconducibili a una necessità, ben più drammatica, di doversi mimetizzare per difendersi da una possibile persecuzione.

Anche un saggio pubblicato nel 2003, da Iris Bruce, studioso di Kafka, si sostiene che la storia di Bambi evocherebbe “l'esperienza di esclusione e discriminazione”. Nel suo pensiero Iris Bruce fornisce un bel numero di riferimenti che vorrebbero avvalorare la sua tesi di Bambi come un testo simbolico che parlava agli ebrei d’ Europa, come ad esempio nei racconti "sempre pieni di orrore e miseria" che i cervi fanno ai loro figli, come alla domanda costante che si fanno gli animali sulla possibile convivenza con gli umani, che sembrano invece solo interessati a sterminarli..

Nella rilettura di Disney questa possibile matrice di storia simbolica sull’ identità ebraica diventa una generalizzata sottotraccia terrorizzante, che produce un senso di angoscia insopprimibile. Tanto più l’indifeso cerbiattino malfermo sulle gambe induce tenerezza, tanto più sembrerà atroce il suo destino di perseguitato dai cacciatori, dal suo universo in fiamme, dalla necessità di doversi imporre per sopravvivere. Almeno ora l’ origine di tanti incubi fanciulleschi trova una sua giustificazione filologica. 

La mamma uccisa con il veleno: accanto a lei i cuccioli disperati

Il Mattino

di Alessandra Chello


Cattura
No. Non sta dormendo. E tanto meno allattando i suoi cuccioli: è morta. La cagnolina che vedete nella drammatica foto è una delle tante vittime della crudeltà dell'uomo. Sì perché quella povera mamma alla ricerca di cibo per sfamare i suoi piccoli è stata avvelenata con un'esca di pollo preparata da esseri cosiddetti...umani.

Così l'ha trovata Giulia, una delle tenaci volontarie che ogni giorno combattono da sole e con pochissimi mezzi per strappare alla morte una marea di randagi che l'incuria e il degrado morale condannano ad una lenta fine. Una scena straziante: i cuccioli sono attoniti, guaiscono. Chiamano la loro mamma. Cercano di svegliarla da quel torpore improvviso. Qualcuno prova a succhiare il latte come aveva fatto fino a pochi istanti prima che un'ombra nera la avvolgesse e se la portasse via per sempre.

«Sono certa che dietro atti vili come questo - spiega Giulia - si nasconda la mano criminale di qualcuno che odia profondamente gli animali. Anche da queste parti c'è tanta gente che pensa che i cani siano inutili e fastidiosi. Al massimo possono essere tenuti al chiuso o peggio a catena. Così, i piccoli gruppi che noi volontari accudiamo curandoli chippandoli e quando ci riusciamo anche sterilizzandoli, vengono perseguitati. Spesso anche per rappresaglia nei nostri confronti. Ne sono già spariti tanti in modo misterioso. E c'è da giurarci che avranno fatto la stessa fine di questa povera mamma. Certo, cerchiamo di stare allerta, di mettere insieme le prove per denunciare e punire chi commette simili atrocità. Ma il territorio è vasto e noi siamo pochi e soli con tante, troppe emergenze da fronteggiare».

Ora i cuccioli sono al sicuro e cercano casa. Per informazioni chiamate al 3345625446. La triste storia è accaduta a Piano dell'Occhio, Palermo. Ma potrebbe essere avvenuta ovunque. In qualsiasi posto un randagio nel suo disperato girovagare abbia avuto la sfortuna di incontrare sul suo cammino un essere senza cuore.

martedì 10 dicembre 2013 - 23:06   Ultimo aggiornamento: giovedì 12 dicembre 2013 12:14

Ero un estremista, ora sono guarito» L’idea saudita di “riabilitare” i terroristi

La Stampa

francesca paci


Il “Care Rehabilitation Center” è una struttura progettata dal principe Muhammad bin Nayef bin Abdul Aziz Al-Saud per ricondurre a più miti consigli i fanatici del terrorismo. Il centro funziona dal 2007, ha ospitato 2,400 persone e si dice che solo l’1,5% sarebbe tornato a combattere


Cattura
L’idea di “riabilitare” i jihadisti, che in buona parte hanno prodotto con la diffusione della dottrina wahabita, i sauditi ce l’hanno (e la mettono in pratica) già da qualche anno. E’ almeno dal 2009 che si parla di ex prigionieri di Guantanamo rimandati da Washington a Riad e spediti poi per direttissima nel Care Rehabilitation Center, una struttura progettata dal principe Muhammad bin Nayef bin Abdul Aziz Al-Saud per ricondurre a più miti consigli i fanatici del terrorismo. Il centro in realtà funziona dal 2007, ha ospitato 2,400 persone e si dice abbia “recuperato” molte “anime perse”: solo l’1,5% sarebbe tornato a combattere.

Ma con l’aggravarsi della crisi siriana l’Arabia Saudita comincia a temere d’aver perso il controllo delle armi e dei miliziani spediti a sostegno dei ribelli anti Assad. Anche perchè, aiutato da Hezbollah e dalla complice paralisi della comunità internazionale, il regime di Damasco sta recuperando terreno e i mujhaeddin, sconfitti militarmente ma ancora ideologicamente motivatissimi, potrebbero un giorno tornare a casa più radicalizzati che mai. E’ già accaduto con i reduci dell’Afghanistan e dell’Iraq. Così la petrolmonarchia ha deciso di utilizzare il Care Rehabilitation Center per curare “la sindome siriana” (data l’entità del problema se ne stanno costruendo altri due). 

“Ero molto estremista, vedevo quel che stava accadendo ai musulmani e volevo partire” racconta all’agenzia Bloomberg il 28enne Bader al-Anazi, aspirante jihadista e pronto ad arruolarsi con i combattenti sunniti in Siria fin quando non è stato “intercettato” mentre pianificava la guerra santa via web e “rinchiuso” nel centro. Ora, dopo 5 mesi di detenzione, giura di essere ancora arrabbiato ma di non aver più voglia di esporsi in prima persona. Il centro, alla perferia di Riad, comprende strutture sportive e terapie psicologico-psichiatriche, un muro di gomma per scaricare la rabbia religiosa alimentata anche dalle moschee poco distanti, dove gli imam predicano la vendetta contro Assad, ritenuto l’avanguardia della riscossa sciita nello scontro finale tra le due anime dell’islam (sciita e sunnita). Difficile penetrare la segretezza dei metodi adottati.

“Siamo preoccupati” ammette Hameed al-Shaygi, preside della facoltà di studi sociali all’università di Riad e consulente del programma di “riabilitazione”. Due mesi fa, durante una manifestazione nella provincia saudita di Qassim, l’organizzatore locale lodava i sei membri della sua famiglia arruolati in Siria. Mentre parecchi imam continuano in rete e nella realtà a incitare la jihad, le autorità religiose ufficiali, come il Grand Mufti, tentano di scoraggiare i giovani dalla causa siriana. Una contraddizione difficile da far capire mentre il regno saudita sostiene apertamente i ribelli anti Assad e, da quando l’America ha ritirato la minaccia di un attacco contro Damasco, manda armi anche e soprattutto ai meno laici e più agguerriti tra i combattenti.

Le differenze con l’Afganistan sono significative, spiega Thomas Hegghammer, direttore del centro anti terrorismo Norwegian Defence Research Establishment di Oslo: “La guerra in Siria pone meno minacce al regno saudita perchè gli anti Assad non hanno un piano postumo di rovesciamento del regime di Riad come Osama bin Laden”. Ma gli analisti stimano che tra le milizie estremiste in campo in Siria ci siano almeno 800/900 sauditi (in totale sono poche migliaia). E’ troppo tardi perché Riad revochi la chiamata alle armi. Il tentativo è piuttosto “riabilitarle”. Alla saudita, ovviamente.

Morto Angelo Rizzoli: subì lo "scippo" del Corriere

Raffaello Binelli - Gio, 12/12/2013 - 09:54

L'ex produttore cinematografico, ed ex editore del Corriere, aveva da poco compiuto 70 anni


Angelo Rizzoli si è spento a Roma, al Policlinico, all'età di 70 anni. Produttore televisivo e cinematografico, in precedenza era stato editore della Rizzoli editore (Corriere della sera), prima dello scandalo che lo coinvolse e a causa del quale finì arrestato e condannato per bancarotta fraudolenta. Dopo aver patito 407 giorni di ingiusta detenzione (nel 2009 la Cassazione lo assolse), in cella vide aggrava che "Angelone" (così veniva chiamato per la sua stazza) entrò nel cda dell'azienda di famiglia. E quattro anni dopo la Rizzoli acquistò il Corriere, il giornale più importante (già allora molto indebitato). Nel 1978 ereditò la guida del gruppo e del fardello di debiti: pressato dalle banche, cedette il controllo del Gruppo al Banco Ambrosiano di Calvi (legato al gruppo di Licio Gelli).

Lo scandalo scoppiò nel 1981: il Corriere fu travolto dal clamore per il controllo sul giornale esercitato dalla P2. Due anni dopo, il 4 febbraio 1982, con una decisione del Trinunale di Milano il primo quotidiano d'Italia passa sotto amministrazione controllata, con un debito di oltre 65 miliardi: Angelo, il fratello Alberto e Bruno Tassan Din (direttore generale) sono arrestati per bancarotta. L'accusa è di aver "occultato, dissipato o distratto" oltre 85 miliardi di lire. Ma Angelone non smise mai di lottare. E seppe anche reinventarsi come imprenditore, dedicandosi al cinema e alla tv, con ottimi successi.

Nel 2010 avanzò la richiesta di risarcimento danni. Nel gennaio 2012 il Tribunale di Milano ha respinto l'istanza ed ha inoltre condannato l'imprenditore a risarcire i convenuti per "lite temeraria". Il 14 febbraio 2013 una nuova doccia fredda: viene arrestato con l'accusa di bancarotta fraudolenta. "Questa ennesima vicenda giudiziaria - racconta la moglie Melania Rizzoli - ha spezzato il cuore a mio marito. E pensare che solo quattro mesi fa una perizia della procura di Roma ha certificato la sua compatibilità con il regime carcerario, pur con l’evidenza delle sue condizioni, già allora gravi - aggiunge - Angelo era ricoverato da 13 giorni nell’unità intensiva coronarica al Gemelli. È morto questa notte tra le mie braccia".

In un'intervista a Stefano Lorenzetto, nel febbraio 2010, disse: "Loro, i cavalieri bianchi senza macchia, sapevano bene che soffro di sclerosi multipla dal 1963. E che cosa può fare un malato con tre ordini di cattura sul capo, spogliato di tutto - reputazione, affetti, aziende, patrimonio, passaporto - e privato della libertà per più di 13 mesi, di cui tre passati in cella d’isolamento, neanche un giorno d’infermeria, né visite mediche, né cure specialistiche, sbattuto da un carcere all’altro, prima San Vittore, poi Como, poi Lodi, poi Bergamo, infine Rebibbia, allo scopo di fiaccarne il fisico e lo spirito? Può solo morire".






Morto l’ex produttore Angelo Rizzoli
Corriere della sera

Aveva compiuto 70 anni un mese fa. Era malato di sclerosi multipla da quando ne aveva 18. È morto la notte tra mercoledì e giovedì al Policlinico Gemelli di Roma, dov’era ricoverato da 13 giorni per l’aggravarsi del suo stato di salute generale.



Cattura
Angelo Rizzoli, nipote dell’Angelo fondatore della casa editrice che ancora porta il suo nome, aveva avuto una vita complessa, travagliata, costellata da inciampi non solo giudiziari. E da polemiche. Come lo è ora la sua scomparsa. Nel febbraio scorso l’ennesima vicenda legale lo aveva portato in carcere, accusato dalla procura di Roma di bancarotta fraudolenta. Un crac da 30 milioni: in qualità di amministratore unico della Rizzoli Audiovisivi, l’ex editore diventato produttore cinematografico avrebbe provocato il fallimento di quattro società del gruppo. Stava però male già in quei giorni, «Angelone» (come tutti lo chiamavano). E la moglie Melania — indagata per concorso nello stesso procedimento, che aveva tra l’altro portato al sequestro preventivo di beni per 7 milioni di euro — aveva subito avviato l’ultima battaglia. L’ha ricordato, annunciando la scomparsa del marito e attaccando di nuovo i magistrati che ne avevano disposto l’arresto da scontare in carcere: «Pensare che solo quattro mesi fa una perizia della Procura di Roma aveva certificato la compatibilità delle condizioni di Angelo, già allora con tutta evidenza gravi, con il regime penitenziario».


La morte riaccende forse inevitabilmente la querelle e lo scontro della famiglia con i giudici. Ma quell’ultimo procedimento penale non era stata la sola rovinosa caduta, nella travagliata esistenza di Rizzoli. Amava ricordare, della sua infanzia: «Eravamo i re della città, i proprietari del Milan, la popolarità era altissima e le giornate scandite anche da inaugurazioni di scuole e ospedali». L’impero che il nonno Angelo, il «martinitt», l’orfano diventato commendatore con le sue sole forze, aveva fondato a partire dalla Rizzoli resterà però poco sotto la guida del nipote. Lo travolge la vicenda P2. La casa editrice la perde, finisce una prima volta in carcere nel 1983 (per bancarotta fraudolenta in amministrazione controllata). Lui parla di complotto e avvia, anche qui, interminabili battaglie giudiziarie. Che però alla fine, di fatto perderà. Se «esce» dalla prima condanna per bancarotta, datata 1998, è perché una nuova legge fallimentare abolisce i reati legati alla fase dell’amministrazione controllata.

La fotostoria

Quei primi, grossi guai, e soprattutto quel primo incontro con la prigione segneranno comunque tutta l’esistenza di Rizzoli. Naufraga il primo matrimonio, con l’attrice Eleonora Giorgi. Deve — le parole sono sue — «incollare pezzo per pezzo i rottami della mia vita». Lo aiutano due persone: la donna che diventerà sua moglie, Melania, e Silvio Berlusconi, «l’unico che mi ha dato una mano». La seconda vita che così «incolla» è quella che ruota attorno alla nuova attività di produttore. Sembra la riscossa. Un nuovo copione. Si rivela solo l’ultimo, triste atto di quello già sperimentato. E il cuore di «Angelone», nel suo fisico minato, alla fine non ha retto.

12 dicembre 2013

Anche Alfano sponsorizza gli aiutini ai De Benedetti

Andrea Cuomo - Gio, 12/12/2013 - 08:54

L’emendamento alla legge di Stabilità che vuole concedere cento milioni a Sorgenia èa doppia firma: non c’è solo quella del Pd ma pure quella di Ncd del vicepremier

Si chiama 6.3000. È l'emendamento salva-Sorgenia alla legge di Stabilità presentato lo scorso 24 novembre in commissione Bilancio del Senato dai relatori, l'Ncd Antonio D'Alì e il Pd Giorgio Santini.


Cattura
Il testo è apparentemente innocuo nella sua enigmaticità: «L'Autorità per l'energia elettrica e il gas - recita - con effetto dal 2014, definisce le modalità d'integrazione del corrispettivo di cui all'articolo 5 comma 5 del decreto legislativo 19 dicembre 2003, n. 379, senza nuovi o maggiori oneri per prezzi e tariffe dell'energia elettrica». Il significato sono un centinaio di milioni per la Sorgenia, il gestore dell'energia che per l'80 per cento appartiene alla Sorgenia Holding, la quale a sua volta è controllata per il 65 per cento dalla Cir di Carlo De Benedetti, l'editore di Repubblica (il restante 35 è degli austriaci di Verbund).

Spieghiamo: quello che il comma dell'emendamento (espresso nel comma 99 del maxiemendamento) garantisce a partire dal prossimo anno è il cosiddetto capacity payment. Un risarcimento per le centrali non rinnovabili costrette in panchina. La normativa infatti dà la priorità all'energia rinnovabile, quella vetusta fa da polizza assicurativa per eventuali insufficienze produttive, ma viene premiata per il fatto di esistere. Un giochino che interessa Enel e anche altri gestori, ma soprattutto Sorgenia. Che conta su quattro centrali, ad Aprilia, Termoli, Modugno e Turano, tutte con ciclo combinato a gas naturale e con una capacità di 2.370 Mw. Il calcolo lo abbiamo già fatto ieri: se il capacity payment sarà di 35mila euro a Mw, il regalino del governo alla Sorgenia di De Benedetti sarà di circa 100 milioni.

Il governo, sì. Perché l'emendamento è firmato da due senatori di Ncd e Pd, ma come ci spiega un senatore di Fi, è chiaramente di ispirazione governativa. «L'emendamento è stato presentato fuori tempo massimo. Cosa che si può fare, purché lo facciano o il governo o i relatori. Ma il primo deve presentare una relazione tecnica e i secondi no. Così, spesso il governo chiede a parlamentari compiacenti di farlo per loro». Soprattutto se appartengono ai partiti che compongono la spina dorsale dell'esecutivo. La partita però non è chiusa. La legge di Stabilità è infatti un cantiere a cielo aperto e Sorgenia teme che tra sbianchettamenti e correzioni il tanto caro comma 99 possa sparire.

Per questo i lobbisti di Sorgenia e delle altre aziende elettriche si stanno dando molto da fare a Montecitorio, dove la legge di Stabilità è in discussione. E il cuore delle attività (legittime, per carità) di lobbying è la commissione Attività produttive, il cui presidente è il fresco ex segretario del Pd Guglielmo Epifani e il Pd ha 21 membri su 46. Che diventano 28 se si contano i 3 Sel, i 2 Sc e i 2 Ncd. E c'è chi garantisce che quel comma stia molto a cuore alla maggioranza della commissione. «Scommetto che il comma 99 resterà - ci confessa un deputato di Fi - al massimo cambierà il meccanismo di remunerazione del capacity payment. Attualmente il conto lo pagherebbero soprattutto le fonti rinnovabili (infatti il comma è stato definito ammazzarinnovabili), magari si troverà un nuovo sistema». Ma state pur certi che quei soldi a Sorgenia arriveranno.

L'Europa stipendia i "fannulloni pubblici" negli uffici palestinesi

Fiamma Nirenstein - Gio, 12/12/2013 - 08:46

La Corte dei conti europea denuncia: per sei anni retribuiti funzionari che non hanno mai lavorato

Che la marea di denari destinata nel mondo ai palestinesi fosse un vortice oscuro si sapeva, ma adesso il Financial Times almeno per una parte ne ha rese pubbliche e circostanziate le ragioni: l'European Court of Auditors, ovvero la Corte dei Conti Europea fondata nel 1975, ha emesso un documento dei suoi 28 membri in cui si prova che l'Ue ha pagato per sei anni stipendi a impiegati delle istituzioni palestinesi a Gaza nell'ambito di un piano di nation building, ma i destinatari non sono mai neppure andati in ufficio.


Cattura
Temendo che le sue conclusioni non soddisfino il politically correct europeo, tuttavia ora la Corte dei Conti difende i pagamenti come un «utile strumento politico». Dal febbraio 2008 è nato nell'Ue Pegase, il seguito del vecchio «Tim» nato col primo ministro della Pa Salam Fayyad, bravo economista e modernizzatore che non piaceva ad Abu Mazen, infatti adesso non è più in carica. Tim voleva rafforzare con fondi diretti i funzionari di Fatah contro Hamas, peraltro nella lista terrorista europea. Pegase ha due scopi: rafforzare le istituzioni e i servizi pubblici, finanziando direttamente agli imprenditori le opere infrastrutturali utili (scuole, ospedali, elettricità, acqua ecc.) Il secondo scopo è quello di pagare direttamente i funzionari.

Si può immaginare, forse, come mai non ci siano funzionari di Fatah nelle istituzioni di Gaza: ma gli stipendi sono stati pagati, e i funzionari non c'erano. Dal 2007 Pegase ha erogato la grossa somma di 3 miliardi di cui uno e mezzo in finanziamenti diretti (stipendi) di funzionari che non lavorano dal 2006. E dal 2011 almeno 2000 funzionari del settore educazione e sanità vengono pagati senza che siano al lavoro. Sempre soldi del contribuente europeo. La responsabilità è palestinese quando non si è avvertito che i funzionari non erano al lavoro. Ovvero, sono state intascate ingenti somme senza che le finalità del progetto fossero realizzate.

Ma questo è un uso vasto quanto quanto devastante: se ci si guarda intorno, si vede per esempio che i 2 miliardi europei sono stati spesi per la cooperazione in Congo ma i progetti non sono stati realizzati; le autorità hanno dichiarato che i progetti erano al di là della loro portata. Lo stesso accade per un miliardo donato all'Egitto per «rafforzare la tutela dei diritti umani e democratici». «Il titolo è bello, ma non è stato realizzato niente - spiega Giovanni Quer, visiting fellow al Forum Europa dell'Università di Gerusalemme - e dall'episodio egiziano si vede come l'Ue, abbandonando nell'incuria i propri fondi, ne faccia un mezzo massiccio di corruzione e anche di terrorismo». Le istituzioni internazionali hanno sempre sentito un dovere particolare verso i palestinesi, sin dai tempi della Guerra Fredda. Si creò l'idea, allora, che essi fossero l'epitome della sofferenza causata dall'imperialismo.

Così, a differenza di tutti gli altri profughi del mondo, fino alla quarta generazione, per sempre, i palestinesi usufruiscono dei servizi dell'Unrwa, la potente agenzia ad hoc; l'Onu in tutte le sue organizzazioni ha un occhio di riguardo per le loro richieste; le Ong, le organizzazioni per i diritti umani, per l'assistenza sanitaria, creano con finanziamenti statali e locali, flussi di milioni. La gestione di questi miliardi alla fine fa capo all'Anp, ovvero ad Abu Mazen. Racconta il giornalista palestinese Khaled Abu Toameh che solo pochi giorni fa Mohammed al Sabawi, un magnate palestino-canadese che investe immense somme nell'Anp, è stato arrestato perchè aveva criticato Abu Mazen. Suo figlio Khaled ha commentato: «Kerry invita gli imprenditori privati americani a investire qui 4 miliardi. Con quale garanzia? Quale rassicurazione?».

Gli scimpanzè non sono persone” Il no dei giudici agli animalisti

La Stampa

francesco semprini

A New York il «Nonhuman Rights Project» aveva avviato tre cause legali in rappresentanza di quattro primati chiedendo il riconoscimento del diritto a «muoversi liberamente, vista la loro struttura cognitivamente complessa».


Cattura
Gli scimpanzé in cattività non possono avere lo status di persone giuridiche. E’ quanto hanno stabilito tre giudici di New York respingendo le richieste avanzate da alcuni attivisti per i diritti degli animali. Il «Nonhuman Rights Project», aveva avviato tre cause legali contemporaneamente in rappresentanza di quattro scimpanzé chiedendo per i loro assistiti il riconoscimento del diritto a «muoversi liberamente».

In sostanza gli attivisti volevano che i quattro esemplari fossero trasferiti in una specie di oasi protetta dove potessero vivere in un ambiente il più somigliante possibile al loro habitat naturale. «Vogliamo che le autorità giudiziarie riconoscano per la prima volta a questi esseri viventi autonomi e cognitivamente complessi, il diritto a non essere imprigionati», ha spiegato Steve Wise, fondatore e presidente del gruppo. La legge però non ha dato ragione ai legali degli scimpanzé che dovranno rinunciare, almeno per ora, alla loro voglia di libertà. Tuttavia la sconfitta nelle aule di tribunale era stata ampiamente prevista da Nonhuman Rights Project, secondo cui tuttavia si tratta solo di un primo round andato male. Il gruppo ha infatti deciso di ricorrere in appello sulla decisione dei tribunali di New York, annunciando per il 2014 una nuova dura battaglia.

Ci sono voluti 18 detective per fare un Commissario

Daniele Abbiati - Gio, 12/12/2013 - 09:22

Il grande scrittore belga Simenon lavorò per anni prima di trovare la formula giusta del suo celebre "figlio". Il saggio-indagine di Francis Lacassin


Un bel giorno Hitchcock telefona a Simenon. Risponde la segretaria, dicendo che purtroppo Georges non può essere disturbato, perché s'è appena messo a scrivere un nuovo romanzo. E sir Alfred, senza fare una piega: «That's all right, I'll wait». Voleva dire proprio: «Attendo in linea»...


Cattura
Se non è vero, è verosimile, questo aneddoto riferito da Deirdre Bair recensendo nel '97 sul New York Times la biografia di Simenon scritta da Pierre Assouline. E dà conto alla perfezione della clamorosa e arcinota velocità di scrittura del padre di Maigret. Quando, all'inizio della carriera, si dedicava ai prodotti «popolari», quindi non ancora ai libri di «vera letteratura», né al suo Commissario, nella giornata che riservava ai racconti arrivava a sfornarne uno all'ora... Velocissimo dunque, ma tutt'altro che superficiale, anzi pieno di dubbi e di ripensamenti quando si trattò di costruire, tratto dopo tratto, gesto dopo gesto, un personaggio meritatamente accomodatosi sull'Olimpo dell'immaginario romanzesco del Novecento.

Il percorso che conduce alle leggendarie inchieste entrate nella Hall of Fame del polar, come dicono i francesi, del romanzo giallo, inizia nel 1919, quando un ragazzino sedicenne orfano di padre muove i primi passi, come giornalista tuttofare alla Gazette de Liège, quotidiano ultraconservatore della sua città, portando a casa uno stipendio che il suo defunto papà non si sarebbe nemmeno sognato, e gli capita di relazionare i lettori sulle conferenze del criminologo Edmond Locard. E prosegue con lo stesso ragazzino che nel '22 scrive sempre su quelle colonne, con il collega Henri J. Moers, un romanzo poliziesco umoristico dal titolo Le Bouton de col, sorta di parodia di Sherlock Holmes. Il cognome Moers non vi dice nulla? Ma sì, è proprio lui, il direttore della sezione scientifica del Quai des Orfèvres, uno fra i personaggi di contorno dell'universo maigrettiano. Anzi, lo sarà, basta aspettare...

Chi non volesse aspettare, può leggersi La vera nascita di Maigret (Medusa, pagg. 135, euro 14,50) di Francis Lacassin, uno che Simenon lo conosceva bene, come dimostrano le sue Conversazioni con Simenon uscite da Lindau nel 2004. Morto nel 2008, Lacassin qui compie una vera indagine che soddisfa sia il bibliofilo, sia lo storico, sia l'appassionato di «gialli». E dimostra come il genere di cui Maigret diverrà un campione era nelle corde del suo creatore fin dalla più tenera età, quando s'atteggiava a piccolo Rouletabille, il protagonista di Il mistero della camera gialla di Gaston Leroux, datato 1908. Non solo, radiografando la vastissima bibliografia pre-Maigret del ragazzo belga andato a cercar fortuna a Parigi, Lacassin mette in fila la bellezza di 18 «abbozzi» del futuro Commissario disseminati in 182 romanzi.

Eccoli: l'ex poliziotto Anselme Torres, Anne-Marie Givonne (certo, c'è anche una donna), l'ispettore Georges Aubier, l'agente della Sicurezza Gérard Monquet, il russo bohèmien Serge Polovzef, l'ispettore newyorkese Jackson, il detective privato Joseph Leborgne, il giudice Froget, l'ispettore Tabaret, il giudice Coméliau (che diverrà un tassello nel Canone), il commissario Torrence e il brigadiere Lucas (che diverranno fedeli aiutanti del loro capo), il mondano e arsènelupinesco Yves Jarry (in ben quattro romanzi), l'ispettore Jean Tavernier, il poliziotto dilettante Jackie, di stanza a Chicago, il brigadiere Deffoux, l'ispettore della Sicurezza nazionale Joseph Boucheron e infine Sancette alias G7. In tutti loro (persino nell'inquieta dama nera Givonne...) c'è qualcosa di Maigret o qualcosa che Maigret detesta.

Ma quando finalmente il Commissario viene alla luce, «il 30 settembre 1929 - ci informa Lacassin -, quando Fayard accetta il manoscritto di Treno di notte, primo romanzo in cui il commissario appare sotto il suo nome, già provvisto di tutta la sua straordinaria simpatia», il suo creatore non è ancora soddisfatto. Non lo è nemmeno dopo La figurante, La donna rossa e La casa dell'inquietudine. Soltanto con Pietr il Lettone uscito nel maggio 1931, secondo Simenon, Maigret entra stabilmente in servizio. Ci resterà fino a Maigret e il signor Charles, del luglio '72, dopo aver scongiurato (già nel '34!), un tentativo di prepensionamento. Le migliaia di lettori che reclamavano per la sua soppressione ridussero Simenon a più miti consigli. E gli regalarono un successo planetario.