venerdì 13 dicembre 2013

Armstrong, prima combine a 22 anni

Corriere della sera

Ottobre 1993: centomila dollari a Gaggioli per lasciarlo vincere Un piano diabolico: i soldi dentro a un panettone

Cattura
FIRENZE - In netto anticipo sul calendario, Babbo Natale bussò alla porta della stanza d’albergo di Roberto Gaggioli una sera di ottobre del 1993. Gaggioli, ciclista professionista, riposava in un hotel dalle parti di Bergamo: «Era un giovane collega americano. Mi consegnò un panettone in confezione regalo augurandomi “Merry Christmas” e andò via. Nella scatola centomila dollari in biglietti di piccolo taglio. Quel collega era Lance Armstrong». All’epoca Armstrong aveva 22 anni. Appena diventato a sorpresa campione del mondo, era ancora lontano dal tumore, dall’Epo, dai Tour che gli portarono fama planetaria e ricchezza. I soldi consegnati a Gaggioli furono (una parte) del pagamento della prima combine della sua carriera. Una storia finora mai raccontata .

Tutto comincia nella primavera del 1993. Thrift Drug, una catena di farmacie, mette in palio il più grande premio mai assegnato in una corsa ciclistica: un milione di dollari, garantiti da una polizza dei Lloyd’s di Londra, all’atleta che avesse vinto tre importanti corse del circuito Usa in venti giorni. La sfida si chiamava «Million Dollar Race» e il neoprofessionista Armstrong la prese sul serio. Vinse in volata la prima corsa in linea, a Pittsburgh. Poi affrontò la seconda, una prova a tappe in West Virginia, restando in maglia di leader dal primo all’ultimo giorno. Lanciata la sfida, tra Armstrong è il milione c’era solo la «CoreStates» di Filadelfia: un circuito spezza-gambe con centomila spettatori a tifare.

Era la corsa del cuore dello «zingaro» Roberto Gaggioli, emigrato negli States dove diventò l’italiano più vincente di sempre. Gaggioli, il favoritissimo, quel giorno lo ricorda nella sua casa di Vinci: «È passato tanto tempo, ora posso parlare. Lance mi avvicinò prima del via. Disse che la mia squadra, la Coors Light, era d’accordo e mi parlò del compenso: centomila dollari. Capii che tutto era già deciso. A due giri dalla fine entrai nella fuga buona con Lance, Bobby Julich e alcuni italiani della Mercatone. A un segno di Lance mi voltai e feci finta di non vederlo scattare. Vinse per distacco». I soldi arrivarono quattro mesi dopo. Perché non reagirono gli italiani? Gaggioli: «Avevano ottimi motivi». I corridori Mercatone nella fuga erano quattro: Biasci, Canzonieri, Pelliconi e Massimo Donati. Netta superiorità numerica: perché non inseguire il texano?

Abbiamo chiesto spiegazioni a tutti. Simone Biasci, il più veloce: «Partita la fuga Lance trattò con Canzonieri: andò bene, guadagnammo più noi in un giorno che i nostri compagni in tre settimane al Giro d’Italia». Canzonieri, ragusano, replica nervoso: «Lasciate stare Armstrong, sta pagando abbastanza. Io non ricordo nulla». Roberto Pelliconi, faentino, invece ricorda benissimo: «Canzonieri e Lance si misero d’accordo per cinquanta : Angelo pensava dollari, Lance lire. Al Giro di Lombardia ci consegnò 50 milioni, risparmiando il quaranta per cento col cambio favorevole». Donati: «Assistetti alla trattativa ma ero giovane: non feci domande. A ottobre Canzonieri mi consegnò il denaro. Mai guadagnato tanto in carriera». Centomila dollari a Gaggioli. Cinquanta milioni di lire alla Mercatone. E tanti soldi ancora per ammorbidire gli altri team.

L’ex corridore neozelandese Stephen Swart ha dichiarato alla tv australiana Abc che Armstrong gli promise (e pagò) 50 mila dollari per «frenare» la sua squadra in West Virginia. Era così sicuro di vincere il milione da giocare d’azzardo. Ma l’epilogo della prima grande truffa di Armstrong è beffardo. Quando andò a ritirare l’assegno, il texano scoprì che il milione era tale solo se ritirato in rate da 50 mila dollari per vent’anni. Scegliendo il cash, la cifra si riduceva a 600 mila dollari e andava tassata del venti per cento. Il texano, che doveva pagare subito i creditori e diciotto tra compagni di squadra e membri dello staff, non ebbe scelta: gli restò, probabilmente, solo un pugno di dollari. A noi resta un’idea: che a barare Lance Armstrong abbia cominciato ben prima che a doparsi.

13 dicembre 2013

Il galateo dei regali: cosa donare, quando e come

Il Messaggero


Cattura
ROMA - Natale 2013 magro ma con buon gusto. Secondo l’Accademia Italiana Galateo quest’anno la nascita di Cristo è all’insegna della sobrietà. Ma visto che la festa è alle portee la pressione dei regali si fa sentire Samuele Briatore, il presidente dell'istituzione del buongusto, stila il decalogo dei doni.

 

1) per non sbagliare regalo pensate sempre alla persona a cui lo state facendo, ma allo stesso tempo, tenete a mente che quel regalo ci sta rappresentando.

2) evitate sempre gli eccessi.

3) evitate i regali eccessivamente costosi, che possono provocare imbarazzo.

4) evitate regali pratici alle persone con cui non avete molta confidenza.

5) evitate regali anonimi e banali come un profumo per una donna e una cravatta per un uomo. Ma soprattutto «ricordate che ad una festa di Natale, dove non tutti hanno portato un regalo, è meglio scartare tutti i regali in un secondo momento per evitare di creare imbarazzo a chi si è presentato a mani vuote. Ovviamente il giorno dopo tutti gli ospiti saranno ringraziati con un biglietto», precisa Briatore.

Che continua: «Accompagnare i regali con un piccolo ma significativo biglietto». Ecco i consigli per il Natale 2013 secondo l’Accademia Italiana Galateo.

1) un regalo che non passa mai di moda e non risulta anonimo è un buon libro, l’unica accortezza che dovete avere è quella di andare sul sicuro. Regalate qualcosa che avete già letto e che abbia un significato per quella persona. Prendere il primo libro che vedete equivale a regalare l’ennesima candela profumata.

2) Una soluzione economica ed elegante è una pianta che si possa abbinare all’arredamento della casa o della terrazza del vostro amico. Ricordate che se in casa non ha piante è per un motivo: non le ama, quindi cambiate pensiero.

3) Un'altra soluzione può essere una prelibatezza ricercata, genuina e del territorio. Evitate cibi esotici e preferite un buon olio o un buon vino di un produttore che conoscete. Da evitare l’abbigliamento, regali utili come robot da cucina o frullatore e i buoni di qualunque tipo, a meno che non sia un parente o un amico molto intimo.

4) Purtroppo ogni anno molte scelte ricadono su suppellettili di dubbio gusto, il regalo peggiore che si possa acquistare e ricevere, difficilmente abbinabile all’arredamento della casa e spesso in contrasto con i gusti. Questo regalo li costringerà a tirare fuori l’orrendo cigno di ceramica dalla credenza e metterlo in bella vista ogni volta che vi invita a cena.

5) Attenti a riciclare i regali, dopo anni quelli brutti tornano sempre al proprietario.

Nuovo fallimento di Letta: il debito pubblico sale ancora

Raffaello Binelli - Ven, 13/12/2013 - 12:36

Siamo a quota 2.085,321 miliardi. Da inizio anno è incrementato di quasi di 96 miliardi


Cattura
Di discorsi se ne fanno tanti. E l'elenco delle buone intenzioni, così come quello delle promesse del governo è lunghissimo. I numeri, però, parlano di una crisi economica che continua a soffocare il Paese. E una situazione, per quanto riguarda i conti pubblici, tuttaltro che rosea. Il supplemento al bollettino statistico di Bankitalia registra un nuovo record per il debito pubblico italiano: a ottobre sale a 2.085,321 miliardi, in aumento rispetto ai 2.068,722 registrati a settembre. Da inizio anno l'incremento è di quasi di 96 miliardi. L'indebitamento che grava su ciascun cittadino italiano, neonati compresi, continua inesorabilmente a salire, mese dopo mese. Non si registrano segnali di sia pur timida inversione di rotta. Ci sono promesse, questo sì. Ma di fatti per ora zero.

Cosa comporta avere un debito pubblico alle stelle? Ormai lo sanno tutti: spesa enorme per pagare gli interessi. Se solo guardiamo ai dati del 2012 l'Italia ha destinato il 5,5% del Pil a coprire gli interessi. La percentuale più alta di tutti i paesi della zona Euro, dove in media la percentuale è ferma al 3,1%. Aumentano gli investitori stranieri: questo è un segnale di rinnovata fiducia nel nostro Paese. Ma vuol dire anche che dipendiamo sempre più dall'estero. Il Giappone, che ha un debito molto più alto del nostro, ha il "vantaggio" di averlo tutto in mano ai propri cittadini. Tra l'altro la Banca del Giappone manterrà la sua politica monetaria espansiva (perché non ha i nostri vincoli Ue) finché l’inflazione non si stabilizzerà intorno all’obiettivo programmato (2%).

Il Bollettino della Banca d'Italia evidenzia che il Fisco ha incassato 1,442 miliardi in meno nei primi 10 mesi dell'anno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Anche questo, evidentemente, è un segnale della forte crisi. Il gettito relativo al periodo gennaio-ottobre 2013 si è attestato a 307,8 miliardi, contro i 309,3 miliardi dello stesso periodo del 2012 (-0,46%). Numeri assai poco rassicuranti.

App bancarie sotto attacco dei pirati informatici

La Stampa

carlo lavalle


Cattura
Le app mobili sono sotto il tiro dei pirati informatici, e, in modo particolare, quelle bancarie rappresentano un obiettivo privilegiato. Secondo il secondo rapporto annuale di Arxan Technologies “State of Security in App economy ” nessuna delle 100 principali applicazioni a pagamento Android sfugge agli attacchi informatici (avete capito bene, il 100%), mentre le app su piattaforma iOS vengono hackerate nel 56% dei casi. 
Stessa sorte subiscono le applicazioni gratuite. Nel 2013 il 73% delle app Android sono state piratate (contro l’80% del 2012) e compromesse il 53% delle app iOS, percentuale in aumento rispetto al 40% dell’anno precedente. 

Arxan mette in evidenza anche come le versioni manomesse e craccate delle app sono ampiamente diffuse con conseguente pericolo di ingenti perdite economiche, furto di proprietà intellettuale, frode, accesso non autorizzato a dati personali, alterazione dell’esperienza utente e danno ai marchi. In particolare, sono le app bancarie e di mobile payment, il 23% iOS e il 53% Android, ad essere maggiormente a rischio con pericolo di sottrazione delle credenziali bancarie e di violazione dei conti online. In questo settore, avverte Arxan, è necessario un supplemento di vigilanza per proteggere l’integrità delle applicazioni a disposizione degli utenti.

La sicurezza costituisce un fattore cruciale per individui e aziende, vista la progressiva diffusione di smartphone e tablet nelle attività personali e nei luoghi di lavoro. L’economia app è in forte espansione. Nel 2013 si calcola che i download dagli app store toccheranno quota 83 miliardi, pari ad un fatturato di 23 miliardi di dollari, mentre per il 2017 Abi Research prevede un vertiginoso aumento dei download che raggiungeranno la cifra di 200 miliardi all’anno.

Un mercato fiorente e in continuo sviluppo che però fa emergere un problema irrisolto e crescente di vulnerabilità. Le app piratate sono scaricate dagli utenti da diversi siti torrent e non ufficiali. I dispositivi Android, oltreché da Google Play, permettono di scaricare applicazioni da siti di terze parti cambiando le impostazioni. Per i device Apple questa attività, che può mettere a serio rischio i consumatori, è più difficile. Con il jailbreak, tuttavia, si può forzare il sistema operativo di iPhone e iPad, superando le restrizioni imposte dalla casa produttrice, e installare programmi, non ufficiali e non approvati, da store alternativi come Cydia.

Ma anche effettuando il download dai negozi ufficiali non si è del tutto al sicuro, andando incontro al pericolo di scaricare app infettate da virus maligno. Questo riguarda, sottolinea Kevin Morgan, Chief Technology Officer di Arxan, soprattutto Google Play, a causa di un’attività di controllo meno efficace e grazie ad una frammentazione del sistema operativo Android con troppe versioni del software in circolazione che creano un contesto più favorevole agli attacchi informatici.

Le volonterose carnefici agli ordini del Führer

Matteo Sacchi - Ven, 13/12/2013 - 09:12

Il saggio della storica Wendy Lower rivela i misfatti delle donne tedesche che aderirono al regime di Hitler

Per lo più bionde e non truccate, figlie di un culto del corpo salutista che non tollerava alcuna imperfezione fisica o mentale. Educate alla subordinazione.


1386922280-hitler
Eppure desiderose di ritagliarsi un ruolo, magari fuggendo nell'Est sconfinato dove il compito degli ariani era sterminare i subumani. Un ruolo che non fosse solo quello di madri e fattrici della «razza padrona». A volte confuse, trascinate nel gorgo della violenza per pura mancanza di volontà. Altre volte scientificamente e fanaticamente disposte a sporcarsi le mani di persona, a condividere il gusto della strage.
Questo è il fulcro prospettico del ritratto collettivo, intitolato Le furie di Hitler, che Wendy Lower traccia per i tipi di Rizzoli (pagg. 340, euro 22). La Lower, storica americana che insegna al Claremont McKenna College in California e alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, ha usato una gran massa di documenti inediti (alcuni dei quali provenienti dagli archivi russi) o comunque trascurati per ricostruire le vicende delle donne che hanno servito il Terzo Reich, a volte macchiandosi di crimini orribili. Il suo saggio getta così una luce nuova su uno degli aspetti più trascurati del nazismo e dell'Olocausto: la partecipazione delle donne tedesche alla ascesa, alle efferatezze, e alla caduta del nazionalsocialismo.

Per decenni questo è stato un argomento tabù, per moltissimi motivi. In primis il fatto che le donne erano state uno dei simboli della Germania nuova, denazificata, le meno coinvolte in apparenza dal regime, quasi delle vittime. Per di più gli stessi nazisti avevano molto insistito sulla superiorità del maschio e sul ruolo casalingo della donna. Quindi assolverle da ogni responsabilità era un modo semplice per dare delle «radici» accettabili al nuovo, di fingere che i nazisti fossero solo una violenta minoranza, rimasta estranea alle case tedesche. Ma la verità dei fatti, a partire dai documenti utilizzati dalla Lower, appare diversissima. Sotto la pressione della guerra le donne vennero sempre più coinvolte nell'attività del regime.

Solo in Polonia le donne coinvolte nella amministrazione dei territori occupati furono almeno 19mila. Spesso contribuivano a stilare le liste dei prigionieri che venivano deportati. E il loro non era sempre e soltanto un ruolo tecnico. Ad esempio partecipavano attivamente al rapimento dei bambini ritenuti geneticamente ariani (spesso accompagnato dalla soppressione dei genitori) e alla loro ricollocazione in famiglie nazional socialiste. Non si è mai riusciti a fare una stima precisa del fenomeno, ma si parla di numeri che oscillano tra i 50mila e i 200mila casi. Molte, soprattutto nell'ambito dell'amministrazione dei territori russi occupati, misero materialmente mano alle liste di «selezione» degli ebrei.

Ad esempio Liselotte Meier, amante e segretaria di Herman Hanweg commissario del distretto di Lida (Bielorussia). Era lei che teneva nel cassetto il timbro che identificava i lavoratori utili. Fece uccidere moltissimi ebrei che considerava «Dreck» (spazzatura) ma salvò ripetutamente il suo parrucchiere. La sua collega, la segretaria Erna Reichmann, invece fermò una colonna di 2mila ebrei che dovevano essere fucilati. Lei aveva compilato le liste ma c'era stato un errore: «La Reichmann vide una donna ebrea che non aveva ancora finito il maglione che doveva farle ai ferri, perciò la fece uscire dalla fila».

E moltissime donne ebbero un ruolo sempre più attivo anche nella Gestapo. O uccisero direttamente come Erna Petri, moglie di un ufficiale delle SS. Ecco la sua agghiacciante testimonianza: «Vivevo solo per mio marito, che faceva parte delle SS ed eseguiva le fucilazioni di ebrei... Non volevo stare indietro rispetto agli uomini delle SS. Volevo provare loro che, come donna, potevo comportarmi come un uomo. Perciò ammazzai quattro ebrei, e sei bambini ebrei». E come documenta bene la Lower proprio il desiderio di emergere caratterizzò molte delle «furie di Hitler».

«Durante l'epoca nazista, i desideri emotivi, i bisogni materiali e le ambizioni professionali delle donne tedesche determinavano la vita e la morte di un ebreo». Insomma la geniale intuizione di Hannah Arendt sulla banalità del male in questo saggio assume una forma terribilmente femminile. Una forma che sfuggì agli inquirenti dopo la guerra. Pochissime vennero processate e giudicate colpevoli. Anche perché a volte il male si annidava dove nessuno si è preso la briga di guardare. Quante maestre tedesche hanno denunciato i bambini che nelle loro classi non rispettavano i criteri razziali? Secondo la Lower moltissime.

Bossi ingannato dal Trota sulla falsa laurea in Albania

Redazione - Ven, 13/12/2013 - 07:44

L'ex segretaria: "Che amarezza, il Senatur era orgoglioso  dei bei voti presi dal figlio negli Usa. Ma erano tutte bugie"

L'adagio popolare che salta subito in mente è fin troppo scontato: tale padre, tale figlio. Eppure è proprio così.


1386917043-ipad-201-0
Quello tra la famiglia Bossi e il mondo dell'università è un legame costellato di luci, poche, e ombre, tante: in un gioco di bugie e omissioni, come il padre Umberto trent'anni fa si destreggiava in famiglia tra presunte lauree in medicina, così ha fatto il figlio Renzo con il titolo accademico ottenuto in Albania nel 2010. Con il deposito degli atti dell'inchiesta sui fondi della Lega Nord, è spuntato un inedito retroscena familiare sull'ormai celebre laurea del Trota. Il Senatùr, infatti, sarebbe stato del tutto all'oscuro del fatto che il figlio si era, in pratica, comprato quel diploma. E al prezzo, secondo l'accusa, di ben 77mila euro, pagati dal Carroccio coi soldi pubblici dei rimborsi elettorali. Anzi il padre pare andasse fiero di lui e dei suoi risultati accademici, perché il ragazzo gli raccontava che stava studiando negli Usa e che prendeva bei voti.

Il racconto delle presunte bugie di Renzo è stato messo a verbale dall'ex segretaria della Lega, Nadia Dagrada, davanti ai pm di Milano che, nei giorni scorsi, hanno chiuso l'inchiesta cosiddetta «The Family» a carico dell'ormai ex leader del Carroccio, dei figli Riccardo e Renzo e dell'ex tesoriere del partito, Francesco Belsito. «So che Renzo - ha spiegato, lo scorso aprile, Dagrada ai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini - diceva al padre di sostenere esami universitari ora a Londra o negli Stati Uniti, ed anzi a volte ci aveva amareggiato sentire Umberto, orgoglioso, parlare dei bei voti che il figlio Renzo gli aveva detto di aver conseguito». La Dagrada ha aggiunto, inoltre, che secondo lei l'ex tesoriere Francesco Belsito, colui che si occupava dei pagamenti, avrebbe fatto bene, invece, a «dire a Umberto la verità, ossia che Renzo non solo non era laureato, ma neppure diplomato».

Nei 13 faldoni di atti depositati con la chiusura delle indagini, che vedono al centro una presunta truffa aggravata ai danni dello Stato da 40 milioni di euro, ci sono, tra le altre cose, centinaia e centinaia di pagine di verbali dell'ex tesoriere. Davanti ai pm Belsito ha persino spiegato come nella Lega andasse «di moda fare le bonifiche» dalle «microspie» perché «loro», cioè i responsabili del partito, «temevano» di essere spiati dai «servizi segreti». Nel verbale dello scorso 29 maggio, Belsito ha raccontato che «su Bossi abbiamo fatte due o tre» bonifiche dalle cimici «in via Nomentana a Roma». E il pm Roberto Pellicano: «Tutte negative?». Belsito: «No. Avevano trovato delle ... da Bossi le avevano trovate». Belsito ha chiarito, inoltre, che quelle «bonifiche» venivano pagate «tutte in contanti»: «Mi chiamavano di notte e mi dicevano “devi pagare un importo”».

Jaguar, scarpe, feste in yacht Quando il dettaglio ti rovina

Paolo Bracalini - Ven, 13/12/2013 - 10:13

Dal leader dei Forconi sull'auto di lusso alla Melandri scatenata da Briatore alla risata di Pecoraro Scanio al funerale dei caduti: una foto può costare cara

Hai voglia poi a spiegare, giustificare, chiarire, non è come sembra... Quando arriva il clic, la foto che ti frega, sei finito. Può essere anche un frase nata storta («se dovessi acclarare che la mia casa è stata pagata da altri senza saperne io il motivo...»), una paparazzata clandestina (il portavoce di Prodi affacciato sul viale dei trans), un dettaglio sottovalutato, apparentemente innocuo, ma che ti si appiccica addosso, per sempre, come un flagello.


1386925898-vietti
Che errore infilarsi in una Jaguar, dopo aver ringhiato nelle piazze inferocite dei forconi. Quella foto costerà cara a Danilo Calvani, leader del Coordinamento 9 Dicembre in marcia verso i Palazzi della politca. La Jaguar non è sua? Modello vecchio che varrà 2mila euro? E poi lui, imprenditore agricolo in bancarotta, non ha neppure un'utilitaria? Tutto vero, ma non importa, ormai è marchiato, schiacciato dal fotogramma fatale. Può accampare, come scusa per l'errore a porta vuota, l'inesperienza della ribalta e delle sue trappole. Già molti, più scafati di lui, leader politici o presunti tali, erano già scivolati sulla buccia di un particolare, rompendosi le ossa.

«I giornali dovrebbero occuparsi di questioni più serie» sbottò alla fine D'Alema, dopo l'ennesimo articolo sulle sue scarpe chic, fatte a mano da un artigiano calabrese, valore presunto (ma smentito dall'interessato) 1 milione e mezzo di lire, il famoso stipendio del metalmeccanico Cipputi. Quel dettaglio, insieme alla barca a vela, passioni post-comuniste del D'Alema ripulito (e rivestito) dagli spin doctor reucci di Capri, lo ha perseguitato per anni, sempre in agguato in ogni polemica, sempre rinfacciabile. «Non capisco il perché, non lo capirò mai» dirà D'Alema, irritato. Ma quando poi, beccato da Chi a passeggio nell'esclusiva St. Moritz, si difenderà tornando ancora alle scarpe: «Le ho comprate da Decathlon, costano 29 euro, se non ci credete chiedete pure a quelli che erano in fila con me...». Un'ossessione.

Colpita e affondata dal fotogramma anche l'allora ministra Melandri. «Non ho mai soggiornato nella villa di Flavio Briatore a Malindi» precisò all'Espresso, aggiungendo di essere stata sì in Kenya, ma da «turista consapevole», non cafonal. Non abbastanza consapevole, però, perché non si era accorta, la Melandri, che qualcuno aveva fatto clic. La foto, con lei scatenata in un ballo in kaffetano, uscì su Chi, con sbertucciamento incluso, nientemeno che della Ventura («Non capisco perché non dica di essere stata ospite di Flavio a Malindi. Io c'ero e ricordo di aver trascorso il Capodanno con lei e un paio di amiche») e asfaltamento finale dall'ospite schifato, Briatore: «È stata da me in Kenya, ha bevuto champagne al tavolo con noi, poi ha negato». Una maxxi figuraccia.

«Il richiamo eversivo che arriva dai cannoli» titolò invece la Repubblica nelle pagine di Palermo, a commento di un altro fotogramma cult: il presidente siciliano Cuffaro che, il giorno dopo essersi beccato una condanna a cinque anni «solo» per favoreggiamento semplice, festeggia con un vassoio di cannoli strabordanti ricotta e pistacchi. Il suo declino, finito con la galera (dal 2011 è a Rebibbia), è iniziato con quei cannoli. E chissà quanto ha lavorato, nel subconscio dell'elettorato, quella risata offensiva, per Pecoraro Scanio, ex leader dei Verdi finito in soffitta.

Nel 2006 un fotografo zoomma su di lui, in chiesa, insieme al governatore emiliano Errani, mentre ride di gusto, con la lingua di fuori, nel momento più sbagliato: in chiesa, mentre il sacerdote celebra il funerale dei soldati italiani morti a Nassiriya. «Una grave strumentalizzazione, una indegna campagna» proveranno a difenderlo i Verdi. Con poco successo. Ne è uscito illeso, alla fine, il sindaco Emiliano, gran consumatore di mitili, donatigli in gran quantità dai costruttori baresi poi indagati per corruzione.

Ma la storia delle cozze pelose ha rischiato di travolgerlo. «Sindaco, come va?», gli chiese un cronista, in pieno scandalo: «Di merda». Mi processo davanti a tutti per quattro spigole e cinquanta cozze pelose e mi condanno. Per leggerezza. Ho sbagliato, sono stato un fesso, non certo un corrotto». Salvo per un pelo, di cozza. Forse perché non c'era una foto ad inchiodarlo.
Guai al paparazzo che ha beccato l'udiccino Michele Vietti, vicepresidente del Csm, con in braccio un'affascinante signora con decolté ad altezza ombelico.

In costume variopinto, impegnato in una danza con tre ragazze su uno yacht è invece la foto che aggiorna e rivede l'immagine di ciellino «memores domini» (povertà, castità e obbedienza) di Roberto Formigoni. Volontario, invece, il book fotografico stile secondo impero scelto dall'allora presidente della Camera Gianfranco Fini, per presentare, sulle pagine del settimanale Oggi, tutta la sua nuova famiglia Fini-Tulliani. Al suo fianco il cognato, quello della casa di Montecarlo. La sventura politica di Fini immortalata in un clic.

Droni in volo a 150 metri, una patente per guidarli

Corriere della sera

Per la prima volta in Italia regole per i mezzi senza pilota. Nasce il registro nazionale

Cattura
Agata e Francesco si sono sposati il 13 aprile. Nozze secondo tradizione, con aggiunta di drone: all’uscita della chiesa, nel video messo su YouTube, coppia e parenti tutti con il naso all’insù, e saluti all’enorme ragno con telecamera che li riprende come in un film di Matteo Garrone.
Con i droni si possono fare molte cose, anche rendere il filmino del matrimonio una specie di kolossal. Tecnicamente si chiamano Apr, Aeromobili a pilotaggio remoto, e c’entrano poco con gli aerei spediti in zone di guerra, tranne per il fatto che non hanno pilota. Jeff Bezos, quello di Amazon, ha pensato che in un prossimo futuro consegneranno i pacchi a domicilio, idea che allo stato attuale è poco meno che fantascienza.

Nella realtà possono fare (e fanno) molto altro: monitorare una frana in movimento, volare su aree inquinate, tenere sotto controllo una zona archeologica, o realizzare un videoclip. Chi può utilizzarli? In Italia, finora, tutti e nessuno. Ma da lunedì prossimo le cose cambieranno. L’Enac (l’Ente nazionale per l’aviazione civile) varerà il (primo) regolamento che apre la nuova stagione dei voli senza pilota. E darà regole chiare ai mezzi sotto i 150 chili e soprattutto sotto i 25, quelli che altrove (in Francia o Inghilterra) sono i più diffusi.

Dopo bozze, confronti e anticipazioni si sa già abbastanza: per esempio che l’altezza massima consentita sarà di 150 metri e che il drone non va mai perso di vista. Servirà un’autorizzazione, una sorta di «brevetto», sia per l’apparecchio che per chi lo guida, probabilmente il sì a un’autocertificazione in caso di voli in aree isolate, qualcosa di più nelle zone urbane. In più, sarà istituito un registro nazionale per gli apparecchi che superano i 25 chili (per quelli che vanno oltre i 150 la competenza spetta all’Agenzia europea per la sicurezza aerea). «Orami è chiaro a tutti che non sono dei robot volanti ma degli aeromobili» spiega Paolo Marras, presidente dell’Assorpas, l’associazione che riunisce le aziende che ruotano attorno ai piccoli velivoli controllati a distanza.

Nata un anno fa, conta già 55 soci (e il mercato deve ancora aprirsi): dopo il via libera dell’Enac, passeranno sessanta giorni dalla pubblicazione perché il regolamento diventi operativo. «Ci saranno più rischi? Qualcuno in più sì — riconosce Marras — ma potenzialmente se ne ridurranno degli altri. Si pensi solo alla ricognizione sulle linee elettriche ad alta tensione. Attualmente vengono fatte con gli elicotteri e gli incidenti purtroppo sono frequenti». L’Enac stabilirà gli accorgimenti necessari per rendere più sicuri possibili i droni, anche in caso di avaria. E chiederà che gli operatori siano maggiorenni. In fondo guidare un «ragno» nel cielo, anche di pochi chili, può essere più pericoloso che sfrecciare con un’utilitaria.



13 dicembre 2013

Lo 007 «dimenticato» dalla Cia: scomparso in Iran dal 2007 durante «operazione segreta»

Corriere della sera

Bob Levinson, agente segreto privo di«mandato», coinvolto in un’operazione decisa senza l’autorizzazione dei vertici dell’agenzia. Svanito nel nulla . Il mistero di un video nel 2010

Cattura
C’è una verità segreta dietro il giallo di Bob Levinson, investigatore privato scomparso durante un viaggio in Iran nel 2007. L’americano era stato ingaggiato da alcuni analisti della Cia che lo usavano come un loro agente. Un’operazione decisa - secondo quanto rivelato dall’«Associated press» - senza l’autorizzazione dei vertici dell’agenzia. Una vicenda che ha provocato un piccolo terremoto interno all’intelligence.

«OCCHIO PRIVATO» -Levinson, prima funzionario della Dea e quindi dell’Fbi, è un esperto di riciclaggio. Lo apprezzano in molti, tra questi un’analista della Cia, Anne Jablonsky. Quando, nel 1998, va in pensione non lascia l’ambiente, ma continua a lavorare nel privato e mantiene i contatti. E’ così che qualche anno dopo la Jablonsky lo recluta con un contratto a termine. Levinson conduce diverse missioni usando false identità. E, in alcuni paesi dove opera, il capo stazione della Cia è tenuto all’oscuro della sua attività.

LA SECONDA VITA DA «007» - La seconda vita da agente segreto di Bob si chiude l’8 marzo 2007 quando raggiunge, via Dubai, l’isola iraniana di Kish. Qui incontra un personaggio ambiguo, Dawud Salahuddin, ricercato dagli Usa per aver ucciso un esule iraniano. E’ l’ultimo contatto. Levinson scompare. Di lui non si saprà più nulla fino al novembre 2010. La famiglia riceve un video dove l’agente chiede aiuto e alcune foto. Materiale spedito via Internet forse dall’Afghanistan mentre suoni di sottofondo - forse messi ad arte - potrebbero far pensare anche alla zona del Baluchistan.

1
TRATTATIVE INUTILI - I colloqui tra Stati Uniti e Iran sul dossier sono inutili. Gli iraniani negano di detenerlo, gli americani sospettano il contrario e offrono una ricompensa di un milione di dollari. I familiari di Bob chiedono al governo di fare di più e vogliono sapere perché sia andato in Iran. La Cia inizialmente nega qualsiasi coinvolgimento, poi però emerge una realtà imbarazzante. Dall’esame delle email di Levinson risulta evidente il legame con la Jablonsky. La donna lo assicura che coprirà le spese del viaggio, ma lo invita a non contattare la divisione amministrativa. Insomma, un segreto nel segreto.

VERSIONE DI COMODO? - Sempre che questa non sia la versione di comodo per coprire uno schema classico: se l’azione va bene il merito è dell’agenzia, in caso contrario sono in pochi a pagare. La vicenda ha una coda. Dieci funzionari Cia sono stati puniti e tre di loro licenziati. L’intelligence ha pagato oltre 2 milioni di dollari alla moglie di Levinson. Resta il mistero sulla sorte dell’uomo. E’ ancora vivo? Chi sono i carcerieri? E quanti segreti gli hanno estorto? Risposte che vogliono avere i familiari, ma anche chi lo ha mandato nella tana del lupo.

13 dicembre 2013

La vittoria di Riina sullo Stato

Luca Fazzo - Gio, 12/12/2013 - 18:27

Quanto conta ancora Riina? Che soldati ha ai suoi ordini, quali leve è in grado di muovere nel mondo del crimine organizzato?

"Andatelo a prendere e riportatelo in saletta!", tuona il giudice quando lo informano che Totò Riina si è allontanato dalla saletta del carcere di Opera per andare a mangiare e a fare la sua terapia.


Cattura
Le guardie penitenziarie eseguono. Il Capo dei Capi viene rintracciato, da qualche parte del supercarcere, e riportato sotto gli occhi delle telecamere, nella stanzetta destinata alle videoconferenze che da anni è la sua unica finestra sul mondo. Solo in quel momento, lo Stato fa risentire la sua voce grossa. Perché per il resto quella che va in scena ieri e oggi a Milano è inevitabile leggerla come la vittoria del Padrino. La vittoria di un uomo ormai vecchio, ottantatrè anni compiuti, rinchiuso da vent'anni nel pozzo del 41 bis, il regime di massima sorveglianza. Ma che ancora si concede la libertà più grande di tutte: quella di fare paura.

Quanto conta ancora Riina? Che soldati ha ai suoi ordini, quali leve è in grado di muovere nel mondo del crimine organizzato? Poche o nulle, si immaginerebbe: non può comunicare con l'esterno, ogni sua parola è registrata e archiviata. Proprio questo obiettivo, recidere i suoi contatti con la realtà, è la giustificazione giuridica del regime duro cui viene sottoposto, e che (astrattamente parlando) ha poco a che fare con il trattamento rieducativo che dovrebbe ispirare il trattamento in carcere secondo la Costituzione. Riina è, o dovrebbe essere, un uomo solo. Eppure ieri e oggi, in questi pochi chilometri che separano il carcere di Opera dall'aula bunker di Ponte Lambro, si celebra il suo trionfo.

Sono bastate poche parole pronunciate qualche settimana fa da "U Curtu" durante l'ora di socialità, in cui Riina - sapendo perfettamente di essere ascoltato - diceva di volere morto il pm Nino Di Matteo, per mandare in tilt lo Stato. A Milano l'intero carrozzone del processo Stato-Mafia si è dovuto trasferire per interrogare Giovanni Brusca, il pentito più importante di questo processo: che è rinchiuso al reparto "protetto" di Rebibbia, ma che evidentemente non poteva essere portato a Palermo per motivi di sicurezza: e anche questa è una cautela che odora di resa.

Il pm Di Matteo, che pure non è un pavido, ha rinunciato alla trasferta a Milano. "Mancavano le condizioni di sicurezza", ha detto il suo capo Francesco Messineo, anche se dal ministero degli Interni hanno smentito di avere dato indicazioni in questo senso. Chi ha deciso? E perchè? Altro piccolo mistero all'interno dei tanti misteri del processo Stato-Mafia, sulle trattative che nel 1992 e 1993 avrebbero sancito la fine della strategia stragista di Cosa Nostra. Sta di fatto che Riina è lì, minuto e pallido, ma apparentemente in piena forma, a Opera: nell'aula bunker di Ponte Lambro la sua immagine arriva rimbalzata dai monitor, minuscola. Ma la sua presenza domina l'aula.

Andrebbero contate, le volte in cui il pentito Giovanni Brusca lo nomina nelle lunghe ore della sua deposizione. Cento, duecento? Tutto ruota intorno a lui, al "viddano" di Corleone asceso a raffiche di mitra al vertice della commissione regionale di Cosa Nostra, la Cupola. Fu lui, dice Brusca, a decidere l'attacco allo Stato: prima alla corrente andreottiana, per punire Salvo Lima e i suoi referenti romani di non avere "aggiustato", ovvero neutralizzato, il primo maxiprocesso. Così arrivarono le stragi di via Capaci e via d'Amelio. E così, dice Brusca, doveva arrivare il massacro dei carabinieri allo Stadio Olimpico.

"Dobbiamo dargli ancora un colpetto", avrebbe detto Riina, perché lo Stato esitava ancora a scendere a patti. "L'autobomba doveva essere riempita di bulloni e pezzi di ferro,dovevano morire cinquanta o sessanta carabinier", dice Brusca. Poi la strage non si fece. Di lì a poco, Riina venne catturato. Lo Stato si era finalmente deciso a dargli la caccia. O, dentro Cosa Nostra, qualcuno aveva deciso che la follia stragista del "viddano" stava portando alla rovina l'organizzazione. Questo è in fondo il tema del processo: se trattativa vi fu, fu trattativa a senso unico. Il 41 bis, le leggi antimafia, non vennero modificate. Caddero nella rete inveve Riina e i suoi, uno dopo l'altro.

E alla fine cadde anche Bernardo Provenzano, che Brusca descrive come il leader dell'ala morbida, e che anche uno dei pm venuti da Palermo chiama "il pompiere". E su cui da sempre incombe il sospetto di avere venduto Riina allo Stato. Ma se Provenzano oggi è un relitto umano, sull'orlo della demenza, tale da suscitare la clemenza persino della procura nazionale antimafia, Riina è ancora solido, lucido. Sa che morirà in carcere.

Sa che la sua sconfitta è negli atti, e che con sè ha trascinato nel buio del 41 bis una intera generazione di soldati e di boss dell'organizzazione. Ma in questi giorni, vedendo lo Stato spaventarsi alle sue parole, sotto il suo sguardo da squalo, forse sarà vagata l'ombra di un sorriso. Ma la vera soddisfazione per lui, qualunque cosa sia successa in quel biennio terribile, probabilmente è oggi vedere le istituzioni dello Stato accapigliarsi in un regolamento di conti.

Nasce la fabbrica del jet con la tecnologia a stampa 3D

Corriere della sera

Apre domani a Cameri (Novara) l’impianto di Avio Aero, storica industria dell’aviazione italiana. Tecnologie all’avanguardia

Cattura
Il futuro delle “fabbriche verdi” passa anche da una nuova tecnologia di produzione di cui sempre più si parla e diventata nota come “stampa 3D” (additive manufacturing). Ma nello stesso tempo questa tecnologia sarà una sorta di rivoluzione nella fabbricazione. E la rivoluzione è già iniziata partendo dai prodotti piu’ sofisticati come può essere un motore d’aeroplano.

L’INAUGURAZIONE - Domani (sabato 14) a Cameri, in provincia di Novara, si apre con il ministro per lo sviluppo economico Flavio Zanonato, uno dei più grandi stabilimenti al mondo per la produzione in 3D. Lo realizza Avio Aero, di recente passata sotto il controllo dell’americana GE Aviation, dal quale usciranno componenti dei jet con svariati vantaggi. La tecnologia consiste nel mettere assieme dei pezzi partendo da polveri dei metalli di base e fuse insieme uno strato dopo l’altro da un fascio di luce laser o di elettroni.

LA PRODUZIONE - Questi sono i due metodi adottati da Avio Aero per produrre palette delle turbine o sistemi di trasmissione che di solito sono formati da vari elementi poi assemblati insieme e che ora è invece possibile ottenere direttamente in un pezzo unico. I materiali preferibilmente utilizzati a Cameri per le specifiche caratteristiche delle parti costruite sono delle leghe metalliche di alluminio e titanio prodotte in polvere da due atomizzatori. Poi il computer nel quale si è elaborato il progetto tridimensionale passa le informazioni necessarie alle 60 macchine installate per le diverse produzioni e l’elemento forgiato esce pronto all’uso.

RIDUZIONE ORARI - Con una serie vantaggi. Il primo è quello di arrivare ad un pezzo unico impiegando minore quantità di materia prima, quindi risparmiando. Poi si aggiunge una riduzione delle ore di lavoro e quindi pure un importante risparmio di energia che si traduce in una riduzione delle emissioni di gas serra. I pezzi, inoltre così fabbricati, sono di migliore qualità per una loro omogeneità interiore ben più elevata rispetto al passato rendendoli di conseguenza più resistenti.

«L’ERA DELLE LIB ERTA’ GEOMETRICHE» - “Con la tecnologia additive manufacturing è iniziata una nuova era – afferma Giorgio Abate, responsabile della System Integration & Adavanced Technology in Avio Aero – cambiando le regole della produzione industriale. Possiamo chiamarla l’era della libertà geometrica proprio perché consente di arrivare subito ad unico pezzo. In questo modo si riducono in media del 90 per cento i consumi di energia, il materiale adoperato e le emissioni di gas serra. Ma questo è il frutto di una costante attività in ricerca e una collaborazione stretta con numerose università che conduciamo da anni”.

DAL 1908 - Avio Aero è una società di antica storia essendo nata nel 1908 per sfornare motori d’aeroplano. Oggi le parti costruite nella sede di Torino e nelle altre in varie nazioni (dalla Polonia al Brasile alla Cina) si ritrovano nei propulsori forniti da General Electric, da Pratt & Whitney oppure Rolls Royce installati sui jet militari e sulla quasi totalità degli aeroplani civili Boeing o Airbus sui quali voliamo .

13 dicembre 2013

Tornano a casa le armi del partigiano Johnny

La Stampa

roberto fiori 

Sono le ultime imbracciate da Beppe Fenoglio: colt e carabina domani saranno donate dalla figlia dello scrittore alla città di Alba



Cattura
«Le aveva sempre pensate, le colline, come il naturale teatro del suo amore, e gli era invece toccato di farci l’ultima cosa immaginabile, la guerra». Il celebre passo da Una questione privata di Beppe Fenoglio, da oggi ha una chiave di lettura in più. Una chiave concreta, come lo sono le armi che furono del partigiano e scrittore albese, ma anche simbolicamente di Johnny e di Milton, i protagonisti dei suoi romanzi resistenziali. La figlia Margherita Fenoglio le ha ritrovate tre mesi fa, avvolte in una coperta e nascoste al fondo di un vecchio armadio, nella camera da letto della madre Luciana Bombardi, morta nel 2012.

Si tratta di una carabina M1 calibro 30, fabbricata dalla Underwood, e una pistola Colt 45 automatica, infilata in un cinturone verde di provenienza inglese. Le ultime imbracciate dal partigiano Fenoglio nei mesi della primavera 1945 in cui svolse il compito di ufficiale di collegamento con la missione inglese paracadutata sulle Langhe e poi trasferitasi nel Monferrato. Le stesse descritte nel settimo capitolo di Una questione privata, quando i partigiani garibaldini parlano con invidia delle armi in dotazione al badogliano Milton.

Dopo aver denunciato il ritrovamento e fatto disinnescare la carabina e la Colt, Margherita Fenoglio domani le mostrerà per la prima volta consegnandole alla città di Alba, che le esporrà in una sala del Centro Studi dedicato allo scrittore. Una sorta di ritorno a casa, perché è proprio in quelle stanze che Fenoglio le custodì, di ritorno dalla guerra, e che compose la maggior parte delle sue opere. Ma soprattutto un cimelio che, con la sua fredda concretezza, proporrà un suggestivo rimando tra biografia e letteratura: «Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano. Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello» scriveva Fenoglio nel Diario, pochi giorni prima di morire il 18 febbraio di cinquant’anni fa.

«Quando ho ritrovato le due armi - confessa Margherita Fenoglio -, il primo istinto è stato quello di cercare un contatto e provare il cinturone di mio padre: l’ho infilato e poi per due ore non ho smesso di piangere. Questa carabina e questa pistola suscitano sentimenti contrastanti. Da una parte affascinano, perché sono l’anello di congiunzione tra il partigiano e lo scrittore. Dall’altra intimoriscono come un severo monito: la loro esposizione servirà a ricordarci che “l’ultima cosa immaginabile” è proprio la guerra».

Dieci anni dopo Saddam l’Iraq in cerca di un raiss

La Stampa
maurizio molinari

Il 13 dicembre 2003 veniva catturato, oggi il Paese è sull’orlo della dissoluzione


Cattura
Alle 20.30 del 13 dicembre di dieci anni fa la Task Force 121 del colonnello James Hickey catturava Saddam Hussein in una buca sotterranea di ad-Dawr, nei pressi di Tikrit, aprendo la strada alla nascita di un nuovo Stato iracheno oggi a rischio di disgregazione a causa della convergente minaccia di separatismo curdo nel Nord e rafforzamento di Al Qaeda nell’Ovest.

L’operazione «Alba Rossa» venne affidata alla IV divisione di fanteria del generale Raymond Odierno e, sulla base delle indicazioni raccolte dall’interrogatorio di un fedelissimo di Saddam, portò ad identificare il rifugio del deposto dittatore nei pressi di una baracca lungo il fiume Tigri, in un’area sunnita di fedelissimi del Raiss. Quando gli uomini di Hickey sollevarono la botola di ferro, celata sotto terra fresca, Saddam si arrese senza combattere consegnando quanto aveva con sé dentro la buca in cemento dotata di un perfetto sistema di areazione: una pistola, kalashnikov e 750 mila dollari liquidi. L’immagine di Saddam che uscita dalla «buca di un topo» - come titolò il «New York Post» - con una barba lunga e il volto sfinito raffigurò la fine del dittatore considerato per decenni il più spietato del Medio Oriente.

L’indomani mattina il presidente americano George W. Bush annunciò la cattura di Saddam come il «momento decisivo per la nascita del nuovo Iraq» dopo il rovesciamento del suo regime avvenuto in aprile a seguito dell’intervento militare guidato da Washington. A dieci anni da allora, passando attraverso l’esecuzione di Saddam nel dicembre 2006 e la fine del ritiro delle forza americane cinque anni dopo, l’Iraq appare sull’orlo di una disgregazione a base etnica che vede protagonisti curdi e sunniti. È stato lo stesso premier Nuri al Maliki a parlarne con Barack Obama durante un colloquio avvenuto a inizio novembre alla Casa Bianca con Barack Obama che ha visto riprendere in considerazione un’ipotesi che sembrava oramai tramontata: la possibilità di siglare intese sulla presenza di basi Usa in Iraq.

I timori di Al Maliki, alla guida di una coalizione di governo dominata da partiti sciiti, si devono a quanto su avvenendo su due fronti. Il primo è quello del terrorismo, in ragione del fatto che da aprile le violenze inter-etniche hanno causato oltre 6000 vittime in tutto il Paese soprattutto a causa degli attacchi di Al Qaeda. Le cellule jihadiste che hanno assunto la denominazione di «Stato Islamico dell’Iraq e del Levante» operano in particolare nelle aree del deserto occidentale ai confini della Siria dove la gestione dei rifornimenti di armi per i gruppi di Al Qaeda che si battono contro il regime di Bashar Assad si è sviluppata fino a «produrre il controllo di uno Stato nello Stato che sfugge al governo di Baghdad» secondo quanto recita un rapporto dell’intelligence irachena recapitato questo mese al Pentagono. 

In particolare, secondo l’analista iracheno Hashim a-Habobi, il «piano di Al Qaeda in Iraq è di insediarsi nelle città di Ramadi, Fallujah e Mosul per tornare a controllare il triangolo sunnita» da dove fu espulsa nel 2006-2007 con le operazioni di controterrorismo americane guidate dal generale David Petraeus. L’insoddisfazione dei sunniti nei confronti di un governo centrale considerato filo-sciita e troppo vicino a Teheran contribuisce a far crescere le fila delle unità jihadista che, secondo il ministro degli Esteri Hoshyar Zebari, sommano almeno 12 mila combattenti «la cui presenza pone rischi all’integrità dell’Iraq come al futuro della Siria».

Poiché i quattromila militari Usa rimasti in Iraq svolgono in prevalenza operazioni di sicurezza dentro e attorno alla sede diplomatica a Baghdad, Al Maliki vorrebbe da Obama più sostegno contro Al Qaeda ma l’assenza di accordi bilaterali sulle basi lo rende assai difficile. All’emergenza terrorismo bisogna sommare quanto sta avvenendo nel Kurdistan iracheno, dove il governo autonomo di Erbil ha siglato intese per la vendita diretta di greggio ad Ankara che sollevano forti obiezioni da Baghdad, dove Al Maliki teme la nascita di un’«"economia parallela e divergente da quella nazionale».

La debolezza di Jalal Talabani, il presidente curdo dell’Iraq affetto da una grave malattia, priva Al Maliki del canale istituzionale finora servito per arginare il separatismo di Erbil, dove il leader locale Masud Barzani preme per accelerare le intese energetiche con Ankara, destinate ad includere anche il gas naturale. Il governo di Recep Tayyp Erdogan ha fretta di siglare l’intesa con il Kurdistan irachena perché, in ragione di prezzi e tariffe favorevoli, potrebbe ridurre il deficit commerciale nazionale di 5 miliardi di dollari entro il 2017 e il governo autonomo curdo vede nella sigla la possibilità di far leva sul potente vicino turco per rafforzare l’autonomia da Baghdad.

Se a ciò si aggiunge che Ankara ed Erbil stanno lavorando da mesi alla realizzazione di un oleodotto curdo-turco non è difficile immaginare perché Al Maliki abbia chiesto a Obama di intervenire su Erdogan per frenare un’intesa energetica che rischia di innescare un pericoloso domino: non solo per l’accelerazione del distacco dei curdi iracheni da Baghdad ma anche per l’irritazione fra i leader delle tribù sunnite che sin dalla deposizione di Saddam rivendicano il controllo sull’area petrolifera di Mosul. 

Messina, il sindaco coi sandali fa pagare la mensa ai poveri

La Stampa

laura anello
messina


Pasti a scuola, chiesto un contributo anche alle famiglie più disagiate

Cattura
Proprio lui, il sindaco alternativo che governa Messina con la forza dei simboli - i piedi nudi al municipio, i lunghi silenzi new age, le magliette al posto di giacca e cravatta - su un simbolo è inciampato.

La mensa dei bambini.
Quella che l’anno scorso gettò nella polvere sindaci leghisti colpevoli di lasciare i piccoletti digiuni se le famiglie non pagavano. Adesso è lui, Renato Accorinti, l’anarchico, l’alfiere delle battaglie non violente, dell’ambientalismo, dell’antimafia, il professore di scuola che ha rinunciato alla sua indennità, a essere accusato di affamare le piccole bocche di un Comune che ha preso in mano a giugno scorso con 392 milioni di buco e il timbro di pre-dissesto.

A fare scattare le accuse è stata la delibera, firmata dall’assessore all’Istruzione Patrizia Panarello, che ha imposto un contributo per la mensa anche alle famiglie più povere, quelle con un reddito Isee che non supera i duemila euro l’anno: 80 centesimi a pasto, a fronte dei 4,40 euro a carico della fascia più danarosa, oltre i 20 mila euro. «Far pagare la mensa a questi bambini - tuona Lillo Oceano, segretario generale della Cgil di Messina - dimostra astrazione dal contesto sociale nel quale si opera, visione elitaria della società, noncuranza nei confronti di chi soffre, assenza di strumenti, cultura e sensibilità sufficienti a comprendere le condizioni di vera difficoltà economica».

L’opposizione si scatena, agitando spettri dickensiani: bambini con il panino vuoto in mano e il naso incollato alla mensa a guardare i compagni pingui che si abbuffano. Piccoletti magri e affamati respinti da maestre che nascondono le lacrime. In realtà niente di tutto questo: le 700 famiglie a basso reddito hanno scongiurato il rischio di tenere i figli a pancia vuota, pagando gli ottanta centesimi a pasto. In totale 16 euro: perché il provvedimento vale soltanto per venti giorni, fino al 23 dicembre, il tempo di predisporre il bilancio 2014 ed elaborare a gennaio un nuovo bando. 

Ma l’inciampo resta, aggravato dai consigli naïf del sindaco: «Rimango convinto che la cosa migliore sia portarsi i panini da casa, ai costi più bassi possibili, perché il cibo della mamma è il più buono del mondo. Quando portavo i miei bambini in gita, per non andare nei ristoranti costosi dove dopo un’ora di attesa ti davano una cotoletta che potevi sbattere al muro, gli facevo portare due panini. Ho fatto così per decenni».

Il ricordo da buon padre di famiglia non ha sedato gli animi, anzi. Più convincenti sono apparse le spiegazioni tecniche dell’assessore, la quale ha detto che, in una situazione di pre-dissesto, il Comune è obbligato a chiamare i cittadini a coprire il 36% del costo dei servizi. Le strade erano due: o esentare i più poveri e spalmare la cifra sulle quattro fasce di reddito più alte, o chiamare a contribuire anche i meno abbienti, che rappresentano ben il 40% del totale.

Si è scelta la seconda strada. «Non eravamo contenti né del tutto convinti, ma ci siamo fidati, forse sbagliando - dice l’assessore - di dirigenti scolastici che ci invitavano a cancellare la fascia di chi non versava niente. Sembra che molti ne approfittassero, che in realtà non avessero redditi così bassi. In ogni caso, per la prima volta nella storia di questa città, adesso pagano tutti, senza alcuna morosità. E nessuna delle famiglie ha protestato».

Accorinti, in realtà, l’aveva pensata diversamente, la mensa. Qualcosa di etico, di autogestito, con le scuole a coltivare l’orto, a fare i formaggi, a cucinare prodotti a chilometri zero. Peccato che normative e regolamenti gli abbiano fatto abbandonare i sogni new age. «E poi vai a vedere qual è lo scandalo? Abbiamo dato questo pasto a 80 centesimi - si difende -. Sfido il mondo a dirmi se qualsiasi bambino non ha un panino asciutto in casa che costa almeno 80 centesimi. Detto questo, al prossimo bando mettiamoci tutti intorno a un tavolo: potremo fare meglio». 

Cina, ucciso dalla fatica a quindici anni “Lavorava nella fabbrica dell’iPhone”

La Stampa

Dramma in un’azienda taiwanese. I medici: «Stroncato da una polmonite» Ma le associazioni denunciano: troppe anomalie, faceva turni massacranti


Cattura
A maggio sempre China Labor Watch aveva riportato un altro caso di un minorenne, un ragazzo di 14 anni, trovato morto nel dormitorio di un’altra azienda nel sud della Cina, la Yinchuan, che produce pezzi per la Asus. Morire a 15 anni per troppo lavoro costruendo i gioielli tecnologici che invadono gli opulenti mercati occidentali. Succede ancora in Cina, a Shanghai, in una fabbrica della Pegatron, l’azienda taiwanese che, come la più famosa Foxconn costruisce gli iPhone 5 per la Apple. 

In pochi mesi sono state cinque le morti sospette in questa azienda e si comincia a scartare la possibilità di coincidenze. L’ultimo a morire è stato Shi Zaokun, un ragazzino di soli 15 anni, che lavorava in quell’azienda solo da un mese. Shi è morto in realtà a ottobre, ufficialmente per polmonite, ma la notizia è venuta fuori solo ora. Per China Labor Watch, l’organizzazione con base negli Usa che si occupa dei diritti dei lavoratori nel Paese del dragone, nella faccenda ci sono diverse anomalie.

In primo luogo la questione dell’età. Shi aveva solo 15 anni ma nei documenti dell’ospedale dove è stato ricoverato e poi è deceduto risultava averne 20. L’ipotesi è che per assumerlo ed aggirare i divieti di far lavorare un minorenne, la Pegatron abbia falsificato i documenti, facendolo risultare più grande. Per l’azienda invece sarebbe stato il ragazzo, per potersi far assumere, a presentare una carta di identità falsa. E poi i turni e le ore di lavoro: non più di 60 ore settimanali per contratto.

Eppure, secondo i timbri di entrata e di uscita dalla fabbrica, Shi avrebbe lavorato ogni settimana parecchie ore di più del dovuto, fino a 12 ore al giorno senza sosta. La Pegatron anche in questo caso ha detto la sua. Nei registri di entrata e di uscita, sostengono, sono segnalate solo le ore in cui il dipendente è in fabbrica ma non sono segnalate le pause, detratte le quali l’orario lavorato è quello previsto dalla legge e non di più. Secondo China Labor Watch, a questi operai viene anche spesso richiesto di lavorare persino nei giorni di festa nazionale, per non interrompere mai la produzione.

Eppure Pegatron e la stessa Apple non ci stanno a subire queste accuse. L’azienda taiwanese ha negato con forza qualsiasi collegamento tra il lavoro nei suoi impianti e le morti, compresa quella di Shi. Apple, pur ribadendo la sua volontà di controllare che tutto avvenga secondo la legge, dopo aver inviato un team di medici esperti ha fatto sapere in un comunicato di non aver ravvisato nulla di anomalo. Resta il fatto che per China Labor Watch quantomeno restano dei dubbi da verificare. 

(Ansa)

Addio a Navajo Bill, l’ultimo dei «Windtalkers»

Corriere della sera

Fu uno dei marines addetti alle trasmissioni radio durante i sanguinosi sbarchi negli atolli del Pacifico. Le loro conversazioni risultavano incomprensibili agli intercettatori giapponesi

Cattura
Lo chiamavano «Navajo Bill», il suo vero nome era Wilfred Billey ed era un pellerossa di una delle tribù native dell’Arizona e del New Mexico. E’ morto giovedì, all’età di 90 anni. Negli Stati Uniti era considerato una leggenda di guerra, anche se lui si schermiva dicendo: «Non sono un eroe». Senza troppo sapere come e perchè, finì a combattere con i marines sul fronte del Pacifico, durante l’ultimo conflitto mondiale. Anche lui aggregato a quella pattuglia coraggiosissima dei nativi americani che risultò una delle «armi segrete» nelle battaglie, atollo per atollo, da Tarawa a Okinawa, combattute contro i giapponesi.

IDIOMA INCOMPRENSIBILE - Gli indiani, quasi tutti Navajos - quelli irriducibili resi celebri nei film western di John Ford e, per stare al fumetto nostrano, la tribù di cui il capo sarebbe il ranger Tex Willer - erano stati arruolati per rendere incomprensibili le trasmissioni radio ai decrittatori del Sol Levante. Come? Semplicemente parlando nella loro lingua, per la quale non esistevano interpreti. Era però un compito rischiosissimo. Stavano tutti in prima linea, spesso in testa negli sbarchi sotto il fuoco delle mitragliatrici nemiche. Comunicando via radio nel loro idioma, avevano il compito di ragguagliare ai comandi su ciò che serviva in battaglia. Senza che naturalmente i giapponesi potessero capire alcunchè, come invece accadeva regolarmente sino al 1943, quando, con le trasmissioni intercettate e con un tasso di perdite elevatissime in battaglia, i marines cercarono contromisure.

Cattura
INDIANI DEL WEST - Come appunto l’utilizzo degli indiani delle praterie del west che le «giacche azzurre» le avevano combattute, sovente sconfiggendole, sino a qualche decennio prima. I navajos non potevano cadere prigionieri del nemico - è la storia raccontata anche in un film che ha visto protagonista Nicholas Cage -, la loro cattura sarebbe stato un danno irreparabile per le forze Usa. Per questo erano scortati da un gruppo di commilitoni con il compito di proteggerli in ogni modo. Le perdite tra i windtalkers furono comunque altissime, così come tra i marines addetti alla loro difesa personale.

«NON SONO UN EROE» - Wilfred Billey è morto nella sua casa di Farmington, nel New Mexico, a seguito di una breve malattia, ha detto la figlia Barbara. Quando «Navajo Bill» - questo il suo soprannome nel corpo della fanteria da sbarco Usa - parlava di quel periodo «diceva che g li eroi erano quelli che ha lasciato alle spalle, che lui non era un eroe», prosegue la figlia.

LE MEDAGLIE DEL CONGRESSO - Dopo la guerra, Billey scrisse, incaricato dal Congresso dello stato del New Mexico, quelle parole che appaiono nelle medaglie ufficiali del corpo dei marines: «Dine Bizaad Yee Atah Naayee ‘Yik’eh Deesdlii». Traduzione: «La lingua Navajo è stato utilizzata per sconfiggere il nemico».

2
ARRUOLATO PER CASO - L’arruolamento arrivò per caso: Billey frequentava la Mission School Navajo metodista. Venne a sapere che tanti come lui, tanti amici, erano divenuti windalkers. E volle raggiungerli. Combattè in alcune tra le battaglie più sanguinose: Tarawa , Saipan, Tinian , Okinawa. Si congedò come caporale nel 1946 e si laureò in lettere, diventando poi preside di high school. Ha trascorso l’ultima parte della sua vita nella sua fattoria, lottando poi per il il diritto della sua tribù ad avere l’ acqua dal bacino del fiume San Juan . Una storia che anche nella sua conclusione sarebbe piaciuta a John Ford.



13 dicembre 2013