sabato 14 dicembre 2013

Le telefonate tra Esposito e il legale finito in cella per mafia

Corriere della sera

«Tuo figlio bocciato in magistratura? Fallo venire»

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SCALEA (Cosenza) - Telefonate, sms, cene, confidenze, raccomandazioni, consigli. Si vedevano e si sentivano spesso il giudice Antonio Esposito e l’avvocato Mario Nocito, in carcere per associazione mafiosa e corruzione nell’ambito dell’inchiesta «Plinius» che a luglio scorso ha portato in carcere anche il sindaco di Scalea Pasquale Basile e cinque assessori. Tra il giudice che ha condannato in Cassazione Silvio Berlusconi al processo «Mediaset» e l’avvocato Nocito, indicato dal Riesame come il «deus ex machina» del patto politico-mafioso a Scalea, c’era un’amicizia solida, tant’è che il presidente di sezione della Cassazione non si negava mai al telefono ed era sempre a disposizione di Nocito. L’occasione giusta per vedersi era una tavolata con amici che si passavano gli inviti attraverso un sms. Come quello del 22 ottobre 2010. Parte dal telefonino di un commercialista ed è diretto all’ex sindaco Basile. «Cena al ristorante ci saranno il presidente Esposito e sto per chiamare Mario Nocito».

Qualche giorno dopo un imprenditore chiama Basile e gli comunica che ha telefonato al presidente parlando della possibilità di vederlo a pranzo a Sapri. Il giudice Esposito era sempre prodigo di consigli ogni volta che l’avvocato del boss Pietro Valenti gli chiedeva soluzioni a problemi, fossero personali o di natura politica. Nulla di penalmente rilevante, almeno da quello che si evince dalle 29 mila pagine di trascrizioni telefoniche operate dai carabinieri del Comando provinciale di Cosenza. Al processo contro Nocito, Basile e i componenti dell’amministrazione comunale il giudice Esposito è stato chiamato a deporre come testimone.

A Scalea, comune commissariato per mafia, dopo l’esito dell’inchiesta «Plinius», il giudice Esposito era di casa. Scendeva spesso nei weekend e si incontrava a cena oltre che con l’avvocato Nocito, anche con l’ex sindaco Basile, difeso in questa inchiesta dai legali Vincenzo Adamo e Marina Pasqua. Negli ultimi tempi, però, il giudice ha avuto qualche risentimento nei confronti dell’ex primo cittadino. La trascrizione dell’intercettazione del 9 maggio 2013 lo dimostra. Mario Nocito si trova a Roma e lo fa sapere al giudice con una telefonata. Il giudice gli chiede se lui è in buoni rapporti con il sindaco di Scalea, «che sta facendo una serie di scorrettezze in merito alla gestione dei locali. Mario (Nocito, ndr ) dice che non è in buoni rapporti e che ha saputo dei casini che sta combinando con quei locali in comodato al presidente. Il presidente (Esposito, ndr ) dice che Basile ha fatto una delibera per assegnare i locali a Mingrone e non li ha avvisati di questa cosa ed è uno scostumato. Perché anche se la convenzione era scaduta a marzo lui era andato per rinnovarla e lui si è negato». In precedenza però il rapporto con l’ex sindaco era stato abbastanza cordiale. Lo dimostra anche in questo caso un’intercettazione.

L’avvocato Nocito chiama Pasquale Basile. «A pranzo con il presidente partecipano anche le famiglie». E Basile: «Non so se mia moglie può venire. Gli farò sapere più tardi al presidente». Addirittura dalla trascrizione della telefonata del 19 gennaio 2011 sembrerebbe che l’ex sindaco Basile avanzi un’esplicita richiesta al giudice: costruire nuovi penitenziari nell’Alto Tirreno cosentino. L’ex sindaco riferisce la risposta di Esposito a un amico: «Il presidente ha detto che neanche Ionta (Franco Ionta, all’epoca direttore del Dap, ndr ) può fare niente e bisogna parlare con Alfano».

Le trascrizioni telefoniche consentono di evidenziare come l’avvocato Nocito avesse tutto l’interesse a tenersi stretta l’amicizia con il giudice Esposito. Tanto che con un amico commenta. «Al presidente abbiamo dato l’Università telematica a Scalea». E scappa anche qualche favore da chiedere al presidente. Come in occasione della bocciatura del figlio Pierpaolo al concorso in magistratura. L’avvocato chiede consigli al presidente telefonandogli in Cassazione. Antonio Esposito gli dice di fare andare suo figlio da lui il giorno dopo. Nella telefonata del 28 luglio 2011 i carabinieri ascoltano quello che Pierpaolo dice al padre, dopo la visita al giudice. «Il presidente mi ha suggerito di aspettare per la discussione del ricorso circa la bocciatura all’esame di magistratura».

cmacrì@corriere.it

14 dicembre 2013





Il consigliere comunale: «Se non paga, chiudetela nella cella frigorifera»

Corriere della sera
Antonio Crispino


Le intercettazioni choc del sistema Scalea


«Qui la mafia non entra». Dove sia questa targa donata dal prefetto al sindaco di Scalea, in provincia di Cosenza, non lo sa nessuno. Lo chiediamo al segretario comunale, ai funzionari, agli impiegati. Niente. Eppure quella targa fu donata, con tanto di cerimonia. Doveva attestare l’estraneità della politica locale da ogni forma di malaffare. Non un dettaglio da poco. Anzi, forse la cosa più difficile e improbabile in una città in cui, il giorno dopo le elezioni, il corteo dei sostenitori era capeggiato da un noto ‘ndraghetista. Indossava una maglietta con frasi inneggianti il nuovo sindaco.

Per ricambiare l’”affetto”, il neo sindaco Pasquale Basile decide innanzitutto di pacificare la città. Vuole governare a lungo. E a lui non piacciono le liti di “famiglia”. Quindi asseconda la tregua tra le due ‘ndrine che da tempo si contendono il controllo del territorio: gli Stummo e i Valente. Li porta in giunta con sé. Quest’ultimo lo nomina assessore, il primo invece indica un nipote come suo rappresentante. Da lì, secondo la Procura di Catanzaro e il Comando provinciale dei carabinieri che hanno condotto le indagini, comincia la storia più incredibile e disinvolta della corruzione politica italiana. Perché non è l’amministrazione comunale a essere collusa o influenzata dalla ndragheta. No. «A Scalea è la ndragheta ad amministrare direttamente la città» dice il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli.

«Qualunquemente» sia l’appalto, la licenza, l’autorizzazione, il condono, la delibera da portare a termine, si succedono riunioni e scorrono “i piccioli”, migliaia di euro. La citazione del film di Cetto la Qualunque, noto personaggio di Antonio Albanese, non è casuale. Perché l’andazzo che segue l’amministrazione Basile rischia persino di irridere il personaggio del comico lecchese. «Un giorno il sindaco era incazzato nero a telefono - racconta un funzionario comunale -. Aveva notato che degli operai stavano installando cartelloni pubblicitari, quelli 6 mt x 3 mt , senza chiedergli nessuna autorizzazione». In effetti il sindaco chiama il comando dei vigili, è infuriato, chiede di intervenire immediatamente. Poi riceve una telefonata. «Ah, va bene... per il momento allora soprassediamo» pare sia stata la sua risposta. Gli fanno notare che a impiantare quei maxi tabelloni sono i suoi amici di Cetraro.

A Cetraro c’è il capobastone delle ndrine che vanno dal confine con la Basilicata fino a Cetraro: Francesco Muto. A lui rispondono anche i “capizona” che sono nella giunta Basile, non gli si può dire di no. E infatti il primo cittadino non glielo dice. Anzi. Si ritrovano assieme in occasione di una maxi tangente da 500 mila euro per l’appalto rifiuti. Un capitolo che meriterebbe un film a parte. In sintesi: stabiliscono chi deve vincere l’appalto Rsu nella stanza di un avvocato, l’avvocato Nocito, che fa da mediatore tra l’amministrazione e la ‘ndragheta; quantificano la tangente che deve pagare la società Avvenire s.r.l. - Balsebre (impresa partecipante) : 500 mila euro. All’apertura delle buste si accorgono che la società non ha le carte in regola.

Mancano, secondo quanto denunciato dalla ditta concorrente, “l’iscrizione all’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali e il certificato camerale con la dicitura antimafia” nonché il piano per la raccolta rifiuti in tutto un quartiere di Scalea. Al Comune sospendono la procedura di assegnazione con una banale scusa, telefonano alla ditta, si fanno mandare via fax l’integrazione documentale (quello che c’è, il resto lo sistemano), rimettono tutto nelle buste e la ditta vince. A Scalea ci sono le spiagge, solo una piccola porzione è “libera”. Sono state date tutte in concessione. Il mare è uno spettacolo, d’estate si contano migliaia di turisti. I lidi sono la principale fonte di guadagno per molti. Però capita che i gestori di alcuni lidi sapessero a chi rivolgersi per avere uno sconto sul canone di concessione.


Così, tanto per citare uno dei tanti casi: un imprenditore in debito di 20 mila euro con il comune, riesce ad avere lo sconto del 50%. Una parte di quello che risparmia di tasse va ai clan Stummo-Valente. A sanare la situazione al Comune ci pensava l’avvocato di riferimento del clan, sempre quel Mario Nocito. Uno che prima di fare l’avvocato era pretore al vicino tribunale. Del resto, poi, l’assessore al Commercio è proprio il nipote del capoclan. «Mario Nocito aveva un soprannome: ”aggiustasentenze” perché anni addietro faceva il pretore a Scalea e, pare, tutti quelli che avevano la disavventura di avere come controparte quelli della cricca, perdevano sempre o quasi. Ma non solo. Poteva vantare numerose e potenti amicizie tra i più alti ranghi della magistratura.

Chi? Primo fra tutti Antonio Esposito, il presidente della sezione di Cassazione che ha di recente condannato Berlusconi per il processo mediaset. Esposito, tra l’altro, ha una villa al mare proprio a poca distanza da quella di Nocito. Proprio dalle intercettazioni emerge una loro fitta frequentazione fatta di cene frequenti e richieste di favori”. Chi si rivolge alla cricca, sa già di dover andare con il portafogli pieno. C’è il bando per il servizio di “pubblicità comunale”? «Ho pronti 150 mila euro per voi... mi dite chi fa il bando, gli consegno i soldi e abbiamo concluso». Parola di Agostino Iacovo, amministratore della Publidei che, secondo gli inquirenti, aveva cercato di instaurare il monopolio in questo settore . E così era per qualsiasi foglia si muovesse sul territorio. Nello studio dell’avvocato Nocito si riuniscono i boss e il sindaco.

E lì decidono chi deve vincere gli appalti, quanto devono pagare di tangente o a quale ndrina deve andare il controllo di questo o quel settore amministrativo. Dalla monnezza all’edilizia, dalle licenze demaniali ai cartelloni della pubblicità. Quando gli affiliati vanno di fretta agiscono direttamente: chiudono strade, tagliano alberi, si impadroniscono di aree demaniali per farci un parco giochi o un ristorante.  ll 17 luglio scorso una signora ruba in un supermercato un pezzo di carne. Non sa che il proprietario è un consigliere comunale di opposizione: Luigi De Luca. Non uno qualunque. Vanta rapporti stretti con il capo di una delle ndrine e non guarda in faccia a nessuno. Insomma è uno dei tanti padroni di questa città. La signora la scoprono mentre sta infilando un pezzo di carne nella borsa. Ma De Luca e il fratello, che lavora con lui nella catena di supermercati, decidono di non chiamare i carabinieri.

Ci vuole una punizione esemplare. Prima la insultano e poi la chiudono nella cella frigorifera della macelleria. Chiamano i parenti, gente povera, senza lavoro né casa. Gli intimano di racimolare da qualche parte 100 euro, ossia il triplo del valore di ciò che ha rubato. Altrimenti resterà nella cella frigorifera. Cosa fanno le forze dell’ordine? Cosa fa la polizia? Cosa fanno i carabinieri mentre le ndrine si spartiscono la città? Li seguono, li intercettano, si mischiano a loro. Ricompongono pezzo per pezzo tutta la rete mafiosa. Quelli che si sono occupati di questa che è una delle più grosse indagini sulla ndragheta cosentina, sono «quattro gatti». Così li ha definiti lo stesso procuratore di Catanzaro. Ma non in maniera eufemistica. Sono proprio quattro persone che con turni anche di 12 ore hanno seguito gli indagati per tre anni di fila. Qui lo Stato sono soltanto loro.

Sono quegli otto investigatori che svolgono funzioni di polizia giudiziaria su un territorio di 150 km gravemente infestato dalla criminalità organizzata. Lì dove ci sono solo due compagnie di carabinieri e un commissariato di Polizia. Dove, tra l’altro, da circa tre anni manca un dirigente della Squadra mobile (c’è un facente funzioni). La stessa compagnia dei carabinieri di Scalea è stipata al primo piano di un vecchio condominio. La segnaletica arrugginita “Carabinieri” è nascosta dietro a un albero. Sono anni che nessuno ci investe un euro per renderla più funzionale. Alcune porte le hanno aggiustate gli stessi carabinieri nel tempo libero. Alla parte sana della Calabria restano spiragli come il procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri, come il Pm antimafia Vincenzo Luberto, il procuratore aggiunto di Catanzaro Giuseppe Borrelli, il colonnello dei carabinieri Francesco Ferace o il capitano Vincenzo Falce.

Nomi che ai più non diranno niente ma che in terra di ‘ndragheta, dove il clima è asfittico e plumbeo, rappresentano l’unica ancora per chi non vuole emigrare. «Se sapessi che al capitano Falce o al giudice Luberto servisse un rene, mi offrirei volontario per l’espianto». Ce lo dice con le lacrime agli occhi uno degli imprenditori che per anni è stato vessato, minacciato e persino sequestrato da questo “sistema”. Lo Stato non si fa vedere nemmeno in occasione dei grandi arresti o magari per fare passerelle, per attestare una presenza, un’attenzione al problema. «Se non vengono credo sia perché sanno bene quali istanze si troverebbero di fronte. D’altronde da anni sono sempre le stesse» spiega Borrelli. Un ministro degli Interni o della Giustizia qui non l’hanno mai visto. Esattamente come quella targa donata dal prefetto.

14 dicembre 2013

Boldrini, per i funerali di Mandela porta in Sudafrica pure il fidanzato

Libero

Un volo di Stato con lo staff al completo per volare in Sudafrica. Lady Montecitorio non ha resistito alla tentazione e così ha portato con sè anche il "suo" Vittorio


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Come una gita scolastica. Tutti in giro per il modno, destionazione Sudafrica. Laura Boldrini ha partecipato alla commemorazione di Nelson Mandela con la "famiglia" al completo. Con lei in Sudafrica è volato anche il fidanzato, Vittorio Longhi. Da Roma infatti è partito un volo per portare a Soweto Enrico Letta, la first lady e il codazzo di portavoce, fotografo ufficiale, consigliere diplomatico, funzionari del cerimoniale della presidenza del Consiglio e la scorta. Lo vuole il protocollo: la cerimonia era pubblica, vi hanno partecipato tutti i leader del globo, ci doveva essere pure quello italiano.

Ma perché ha dovuto partecipato anche la Boldrini? E' vero che la numero uno di Montecitorio rappresenta la terza carica dello Stato e vanta una carriera all'Onu, ma pari meriti li vanterebbero il presidente del Senato Grasso e quello della Repubblica Napolitano. Secondo Lettera43.it, la trasferta di un giorno della Boldrini in Sud Africa non ha costi per Montecitorio, perché la titolare della Camera è partita con Letta. Ma il suo spostamento avrà sicuramente aggravato i costi affrontati da Palazzo Chigi: per presenziare al funerale (cosa alla quale "teneva moltissimo", ricostruisce la testata online), il presidente della Camera mica è partita da sola. Con lei hanno viaggiato il partner Vittorio Longhi, il suo responsabile della comunicazione, il portavoce, la consigliera per le relazioni internazionali e la scorta. Insomma, una buona squadra, che sommata a quella di Letta fa il totale di una ventina di persone. Tutte in viaggio coi soldi pubblici.

Sony lancia la Pen Drive USB per Tablet e smartphone: «Trasferimenti di file più rapidi»

Il Mattino


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ROMA - Una pen drive che permette di salvare i file dal telefono o dal tablet. Si tratta di una USB Flash Drive per dispositivi mobile, pensata non solo per smartphone ma anche per tablet. Ha una porta per collegarsi ai dipositivi e un'uscita USB per collegarsi ai pc. Naturalmente si necessita di un device che supporta la funzionalità USB OTG, altrimenti non potrà essere possibile utilizzare questo particolare accessorio. Esistono Usb di diversa memoria cioè 8, 16 e 32 GB ai corrispettivi prezzi di 19,99, 29,99 e 62,99 dollari. Le pen drive saranno lanciate il prossimo gennaio ma ancora non si conosce la data del loro debutto sul mercato italiano.

Borse griffate, auto, settimane bianche Le spese pazze dell’eroina anti-cosche

La Stampa

giuseppe legato

Tutte le bugie di Rosy Canale: «I soldi delle missioni? Io me ne fotto....» Il monito di Grattieri: «Attenti ai paladini che non hanno una storia».



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Gli uomini del procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Nicola Gratteri l’hanno ribattezzata operazione “Inganno”. Una bugia, una menzogna, una tremenda delusione c’è dietro questa storia che brucia l’ennesima icona anti mafia della Calabria a pochi giorni di distanza dall’arresto del sindaco “contro le ’ndrine” Carolina Girasole, primo cittadino di Isola capo Rizzuto. 

Stavolta è toccato a Rosy Canale, 40 anni, fondatrice dell’associazione “Donne di San Luca”, fino a ieri una delle ambasciatrici - in Tv e non solo - della Calabria che lotta contro il malaffare e il “puzzo” del compromesso mafioso La Procura reggina l’ha arrestata (è ai domiciliari) con l’accusa di truffa e peculato. Usava i soldi destinati ad iniziative antimafia per fini personali: borse griffate, viaggi, una settimana bianca con la figlia, automobili. Di tutto e di più. L’arresto è avvenuto nel contesto di un’operazione più vasta che ha portato in carcere anche l’ex sindaco della cittadina della “Locride” (il cui consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazioni mafiose), Sebastiano Giorgi e l’ex assessore all’urbanistica Francesco Murdaca. 

Truffa e peculato
Non ci sono accuse di mafia nelle contestazioni all’ex eroina diventata famosa dopo aver subito - nel 2004 - un brutale pestaggio ad opera della ’ndrangheta e aver fondato un movimento di donne nella cittadina colpita a morte dalla strage di Duisburg, il 15 agosto del 2007: sette morti. Una favola. Una storia da copertina che l’ha issata a simbolo “ del volto onesto della Calabria” e portata in poco tempo - siamo nel 2009 - ad ottenere contributi di centinaia di migliaia di euro dal Ministero della Gioventù 18.500 euro), dal Consiglio regionale (5.000 euro), dalla Prefettura e dalla Fondazione Enel Cuore (160 mila euro). Obiettivo: utilizzare tutti i fondi nella gestione della villa confiscata alla famiglia Pelle, uno dei casati dell’elite della ’ndrangheta nel mondo, protagonista, a sua volta, di quel Ferragosto di sangue in terra tedesca che mando la ’ndrangheta - e purtroppo anche la Calabria - in mondovisione. E’ il 27 ottobre del 2009. Rosy riceve la comunicazione che il finanziamento di 160 mila euro disposto da Enel Cuore è ufficiale.

Tra le prime telefonate c’è quella alla figlia Nicole: “Sono arrivati i soldi. Cosa vuoi che ti compro?” chiede. E la ragazza: “Un paio di Hoogan e una borsa Voitton o Fendi da 450 euro”. La stessa mattina ritira 4.000 euro dal conto dell’associazione “ e si regala scrive il gip - una costosa cena a base di pesce con il padre, al quale comprerà anche due paia di scarpe, un capotto, un vestito e 20 paia di calze”. Racconta tutto alla madre, al telefono e l’anziana donna obietta: “Stai attenta a spendere i soldi che non sono tuoi. Vedi - le dice - che devi dare conto”. Quel denaro infatti serve all’iniziativa antimafia “ma l’indagata ne spenderà la parte maggiore (su circa 180 mila euro) esclusivamente per questioni private facendo ricorso a fatture false o gonfiate”. E alla madre preoccupata per l’allegra gestione di fondi destinati a ben altre missioni, la figlia risponderà senza tanti giri di parole: “Mamma, sai che c’è? Che me ne fotto!”.

Veleno sul ministro Meloni
L’inaugurazione della ludoteca si avvicina e Rosy Canale decide di sfruttare l’occasione per aumentare la risonanza mediatica dell’evento. Invita cosi tantissime personalità politiche. Molti diserteranno. Tra questi anche l’allora ministro Giorgia Meloni che le aveva concesso un cospicuo finanziamento. Canale, appena saputo del forfeit, perde le staffe e al telefono - con un’amica - si abbandona a pesanti epiteti sulla componente del governo Berlusconi: “Quella deficiente che non è altro, prima ha fatto la figa ci da il finanziamento, di qua e di là e poi hai capito? Non viene nemmeno”.

L’inaugurazione si farà, ma la ludoteca non entrerà mai in funzione perché nel frattempo i soldi sono finiti. Una buona parte sono stati spesi anche per altri vezzi personali. E’ il caso di una Fiat 500 acquistata per 11.000 euro da una concessionaria di Roma di proprietà del fratello di una sua cara amica. Quando il venditore contatterà Rosy per comunicargli la causale da inserire nel bonifico, le dirà - correttamente di scrivere “saldo Fiat 500”. La donna per tutta risposta replicherà secco: “No, aspetta,...è meglio scrivere una voce tipo Saldo noleggio mezzi per manifestazione...perché poi mi serve per la fatturazione al Ministero hai capito?”.

I mobili di casa coi soldi delle donne di San Luca
Nella lista delle spese con soldi distratti alla lotta alla mafia c’è spazio per molte altre cose tra cui un’auto elettrica per la figlia che non ha ancora la patente (8000 euro), mobili (”per la propria casa ma intestati al Movimento”) e abbigliamento”. Pian piano, Rosy Canale resterà sola. Molte delle sue fidate collaboratrici si allontaneranno da quella donna “avida - si legge negli atti - ad amministrare per fini personali il denaro concessole “. Una delle tante ex fedelissime dirà, al telefono in una conversazione intercettata: “E’ una persona cattiva, è di un bugiardo spaventoso.

Prende soldi per 400 donne di San Luca e poi li spende per conto suo. Sta facendo di tutto per sistemarsi la bella vita, ma lo sta facendo sulle spalle degli altri. Cammina sulla testa di tante persone”. Parole amare che collimano con il contenuto delle indagini. Il 7 dicembre Rosy Canale chiama il padre e gli chiede di prelevare dal conto dell’associazione 8 mila euro. Più di mille le servono “per pagare (solo il saldo) della settimana bianca con la figlia”. I guai però cominciano ad arrivare puntuali. Un mago che aveva fatto uno spettacolo di intrattenimento all’inaugurazione della ludoteca scrive a Striscia la Notizia e si rivolge a un avvocato.

Non ha ricevuto neanche un euro a suo dire dei soldi pattuiti con Rosy. Inoltre “le rosee prospettive di lavoro che la Canale - scrivono i giudici - aveva prospettato alle “donne di San Luca” pian piano si stanno affievolendo al punto che la stessa invita le lavoratrici a non recarsi alla ludoteca perché non può pagarle”. Su un saldo iniziale di 160 mila euro, sono rimasti sul conto 47 mila euro. L’Enel taglia la luce alla ludoteca: c’è una bolletta non pagata da 800 euro. I giudici annotano: “Il sistema messo in piedi dalla canale inizia a vacillare”. Intanto va in scena lo spettacolo peggiore sulla pelle della Calabria: “Alla Fiera di Milano, la Canale venderà le saponette delle donne di San Luca (ma nessuno nel paese avrebbe saputo nulla di questa iniziativa)”.

Per convincere la gente a lasciare un’offerta lei “la butterà sullo sfondo sociale e sul patetico, dicendo di aiutare le donne, che c’è un centro a San Luca in cui si reinseriscono le madri e le mogli che vivono nel disagio sociale...” etc...L’importante è che mollano la pila (i soldi ndr)”. Infine, quando si palesa la possibilità di vendere “l’olio di Calabria” all’interno di un progetto nazionale, si capirà “il motivo per cui Rosy Canale si è imbarcata nella storia della ludoteca”. In auto, con il padre e la madre dirà: “Per me questa struttura è uno specchietto per le allodole pazzesco!”.

Gratteri: “Occhio ai paladini antimafia”
Da tutti questi elementi nascono le accuse e resta il durissimo monito di Nicola Gratteri: “Attenzione - dice il magistrato più preparato al mondo nella lotta alla ’ndrangheta - a chi si erge a paladino antimafia senza avere dietro una storia. C’è gente che è morta per questo e non possiamo tollerare come magistrati, come giornalisti, come cittadini che ci sia gente che lucra e che dell’antimafia fa un mestiere. Ci sono condotte che non hanno rilievo penale ma sono moralmente riprovevoli”, ha aggiunto Gratteri. “Nella lotta alla mafia “bisogna essere seri, non ci sono ma e non ci sono se. Dobbiamo essere intransigenti. Le donne di San Luca “non hanno mai visto quei soldi”.In definitiva è obbligatorio”fare attenzione all’antimafia delle parole, manca la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa”. 



Rosy Canale, arrestata per truffa l’imprenditrice e attrice antimafia
La Stampa

La coordinatrice del “Movimento delle donne di San Luca” era impegnata in questi giorni in uno spettacolo teatrale. In manette anche alcuni ex amministratori comunali ed imprenditori della provincia di Reggio Calabria



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I Carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria hanno eseguito sei ordinanze di custodia cautelare nei confronti di ex amministratori comunali ed imprenditori indagati per associazione a delinquere di tipo mafioso, intestazione fittizia di beni e reati contro la pubblica amministrazione aggravati avendo agito al fine di agevolare la `ndrangheta nella sua articolazione territoriale della `locale´ di San Luca.

Nel corso delle indagini sono emerse parallelamente responsabilità in condotte di truffa aggravata e peculato (non aggravate dalla condotta mafiosa) a carico di Rosy Canale, nota per il suo impegno antimafia come coordinatrice del `Movimento delle donne di San Luca´, associazione creata con finalità di sostegno sociale. Le ordinanze - cinque in carcere e una agli arresti domiciliari - sono state emesse dal Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Direzione distrettuale antimafia (Dda) coordinata dal procuratore Federico Cafiero de Raho.

Rosy Canale, la presidente del `Movimento delle Donne di San Luca´ finita stamani agli arresti domiciliari per truffa aggravata e peculato nell’ambito dell’operazione `Inganno´, era impegnata in questi giorni per interpretare sul palco `Malaluna´, piece teatrale liberamente tratta dal volume `La mia ´ndranghet , edizioni Paoline. «Storie di ordinaria resistenza nella terra di nessuno», così si presenta Malaluna, di e con Rosy Canale, musiche di Franco Battiato e con l’adesione del presidente della Repubblica e sua medaglia di rappresentanza. 

Lo spettacolo stava riscuotendo un discreto successo a teatro. Adesso lo stop, almeno fin quando Rosy Canale non avrà modo di chiarire con la magistratura la sua posizione. La donna non è accusata di reati mafiosi, né aggravati dalle modalità o dalle finalità mafiose. Il suo nome è entrato nell’indagine per alcune intercettazioni dalla quali sono partiti gli accertamenti dei carabinieri in ordine ai reati di truffa aggravata e peculato.

Sindaco, giunta e consiglieri volontari: “Grazie ai risparmi, niente rincari”

La Stampa

cinzia bovio


A Massino Visconti i politici hanno rinunciato a indennità e gettoni di presenza. In dieci anni 300 mila euro sono stati destinati a nuove iniziative sociali


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Un esempio in controtendenza arriva da un paesino dell’Alto Vergante che supera di poco i mille abitanti mentre divampa la polemica sui costi della politica e «Rimborsopoli». A Massino Visconti il sindaco, gli amministratori e i consiglieri di maggioranza e opposizione lavorano gratis. 

Hanno rinunciato a indennità e a gettoni di presenza ormai da dieci anni e i 30 mila euro a loro dovuti sono stati destinati a nuove iniziative per i servizi sociali, l’istruzione, le attività culturali e il periodico comunale. Un sacrificio che, in un paio di lustri, ha permesso di mantenere in bilancio un «tesoretto» da 300 mila euro.

Dal 2004 il sindaco Antonio Airoldi, confermato per due legislature di seguito, ha rinunciato ogni anno a circa 18 mila euro, mentre la sua giunta formata dal vice Angelo Gemelli e dagli assessori Gabriele Ragazzoni, Francesco Rossi e Mauro Ragazzoni non ha ritirato le indennità spettanti per un totale di 11 mila euro annui. 

«E’ un diritto percepire le indennità – precisa il sindaco –, ma è anche nostra facoltà diminuirla o rinunciarci. Abbiamo fatto volontariato così come gli amici della Pro loco, della Protezione civile o degli Alpini che sorvegliano gratuitamente i bambini davanti alle scuole. Speriamo che questa consuetudine continui anche con l’amministrazione che verrà». Nel 2014, infatti, ci saranno le elezioni amministrative ma Airoldi non si potrà più ricandidare alla carica di sindaco.

Che cosa è stato fatto con i 30 mila euro rimasti in bilancio quest’anno: «Sono stati indispensabili – spiega Airoldi - per evitare aumenti altrimenti inevitabili: servizio di animazione pre e post-scuola, buoni mensa e scuolabus, che è rimasto gratuito. Invariate anche le rette per gli anziani massinesi ospiti alla casa di riposo che l’anno scorso siamo riusciti a diminuire». E i rimborsi? Nulla. Nel bilancio di Massino non esiste neppure la voce «spese di rappresentanza».

Ecco le tasse per le barche” Il Comune siciliano senza mare copia il regolamento di Viareggio

La Stampa

giuseppe salvaggiulo


La Giunta di Grotte, provincia di Agrigento, vuole far pagare la Tares alle navi ormeggiate nel porto. Ma il mare è distante trenta chilometri






Qualche anno fa, fece notizia il governatore sardo Mauro Pili, che pronunciando il discorso d’insediamento parlò ampiamente «delle nostre undici amministrazioni provinciali», sebbene la sua Regione ne avesse solo quattro. Si scoprì successivamente che aveva copiato il programma da quello della Lombardia. Ma la lezione non è servita e la pratica di copiare fa proseliti nella politica, persino negli atti istituzionali più delicati, con effetti involontariamente comici.

L’ultimo caso accade a Grotte, cittadina in provincia di Agrigento, dove il Comune ha recentemente approvato e pubblicato il regolamento della Tares, la tassa sui rifiuti. Ai cittadini che l’hanno compulsato per capire quanto devono pagare, è saltata agli occhi la norma dell’articolo 10 comma 6: «Per gli specchi acquei la tariffa viene commisurata allo specchio acqueo dato in concessione».
Specchi d’acqua? Ma quali, visto che Grotte dista una trentina di chilometri dal mare? Forse è solo un errore. Andiamo avanti con la lettura: «Nel caso in cui la concessione sia relativa soltanto a colonnine, gavitelli o catenarie utilizzate da unità nautiche autorizzate ad ormeggiare nel porto di Viareggio, la tariffa è dovuta in ragione della lunghezza delle unità navali che potenzialmente potrebbero esservi ormeggiate».

Unità nautiche? Viareggio? Unità navali? Ormeggi? Ma a Grotte - antica colonia greca chiamata «Erbesso» che probabilmente deriva da «Here-bos», le grotte dei buoi - di natanti non se ne sono mai visti. E che c’entra Viareggio, che dista 1300 chilometri e circa 13 ore di viaggio? «Gli amministratori di Grotte, in sostanza, vogliono far pagare la Tares alle barche ormeggiate nel porto di Viareggio!», ha detto la senatrice Ornella Bertorotta suscitando l’ilarità dei colleghi di Palazzo Madama. «Ma si sa, c’è la crisi, e ognuno si arrangia come può, anche facendo ricorso a soluzioni di finanza creativa!».

Una ricerca su internet ha svelato l’arcano: il regolamento Tares del Comune di Grotte è uguale, parola per parola, a quello del Comune di Viareggio. Probabilmente qualche funzionario ha avuto la geniale idea di cavarsela con un semplice copia-e-incolla. Senza l’accortezza di cancellare le righe sui natanti e gli specchi d’acqua, che in un Comune dell’entroterra fanno ridere.
Ma la responsabilità non è solo sua, perché, come ha ricordato la senatrice Bertorotta, «è sconcertante constatare come assessori, consiglieri, sindaco, presidente del consiglio, nessuno di loro abbia letto il documento prima che venisse approvato, nonostante ben sei sedute di commissioni consiliari».