domenica 15 dicembre 2013

E' morto Peter O’Toole l’attore di Lawrence d’Arabia

Corriere della sera

Non ha mai vinto l’Oscar, nel 2003 premio alla carriera


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A 81 anni è morto a Londra, Peter O’Toole, uno dei più famosi attori britannici. Aveva interpretato sul grande schermo Lawrence d’Arabia. A dare l’annuncio della scomparsa è stato il suo agente. Otto volte nominato all’Oscar non lo ha mai vinto.

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QUEL VIZIO DEL BICCHIERE- Nel 2003 l’Academy gli ha assegnato un riconoscimento alla carriera. Nato nel 1932 in Irlanda, a Galway nel Connemara, inizia a fare il giornalista, poi capisce che la sua strada è fra teatro e cinema. Debutta in scena a 17 anni. La gloria arriverà più tardi: nel 1962 quando il giovane e veemente irlandese fu scelto da David Lean per recitare la parte del protagonista in «Lawrence D’Arabia». Aveva recitato al fianco di Richard Burton e di Katharine Hepburn . Grande bevitore ha rischiato di chiudere la carriera anzi-tempo a causa della sua dipendenza dall’alcool. Che lo ha tenuto fuori da set a lungo, prima che decidesse di smettere di bere sottoponendosi a delicati interventi chirurgica. Nel 2012 aveva annunciato che avrebbe smesso di recitare.


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LA VITA E I FILM DI PETER O’TOOLE

15 dicembre 2013

Paura di parlare

La Stampa

yoani sanchez


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Sono tempi tristi per la parola, giorni grigi per un filologo. Il problema principale non è tanto l’abbondanza di volgarità nelle espressioni, che sono elementi rivelatori in un’analisi linguistica e sociologica. La cosa più triste è il venir meno di un linguaggio articolato, la paura di pronunciare vocaboli, il mutismo dilagante. “Un vero uomo non parla tanto”, mi ha detto questa mattina un venditore mentre insistevo per sapere se i pasticcini fossero di guayaba o di cocco. Più tardi ho ricevuto un grugnito come risposta mentre tentavo di sapere l’orario di apertura di un ufficio. Per completare la giornata, ho ricevuto solo alzate di spalle quando in una caffetteria ho chiesto dove fosse il bagno. 

Cosa sta accadendo al linguaggio? Perché questa avversione a esprimersi in maniera coerente e con frasi ben strutturate? È molto preoccupante la tendenza al monosillabo e all’utilizzo di segni, al posto dei discorsi composti da soggetto e predicato. Chi avrà detto a tanta gente che conversare è indice di debolezza e usare aggettivi una dimostrazione di fragilità? Il fenomeno è in aumento tra i giovani uomini, perché nei codici maschilisti la loquacità non va d’accordo con la virilità. L’espressione volgare, la smorfia o un semplice balbettio, hanno sostituito le conversazioni fluide e i complementi di molti enunciati. 

“Io non discuto proprio…” si vantava ieri un signore mentre un adolescente tentava di dirgli qualcosa. Mentre gridava quelle parole, batteva le mani per avvisare che al posto delle parole, lui preferiva il codice degli scappellotti. La cosa peggiore è che per la maggior parte delle persone che assistevano al litigio, quell’individuo si comportava in maniera corretta: non perdere tempo a parlare ma passare alle vie di fatto. Purtroppo per molti discutere significa cedere, argomentare evidenzia debolezza, cercare di convincere è cosa da codardi. Preferiscono gridare e insultare, forse come eredità di tanti discorsi politici aggressivi. Optano per il grugnito quasi animalesco e per la sberla. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Tassa sugli smartphone, la Siae si scrive il decreto

Corriere della sera

L’obiettivo: raccogliere da 130 a 200 milioni di euro

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Si sa che la Siae è abituata da tempi non sospetti ad alternare due smoking: uno che indossa quando si presenta come ente di diritto pubblico. L’altro che tira fuori dall’armadio quando si tratta di gestire il denaro privato raccolto per autori ed editori. Ora la Siae con il primo smoking si è di fatto scritta da sola la struttura dell’emendamento che dovrebbe entrare nella legge di Stabilità per aggiornare nel prossimo triennio il famigerato equo compenso. E con il secondo smoking è già pronta alla cassa per ritirare una cifra che, grazie a rincari del 500% su smartphone e tablet e nuovi compensi che potrebbero coinvolgere anche le smart tv, potrebbe andare dai 130 ai 200 milioni (un terzo del bilancio). Il conflitto è apparentemente dichiarato nel documento del comitato consultivo permanente per il diritto d’autore presso il ministero dei Beni e delle attività culturali.

Si legge infatti nello schema di revisione del decreto ministeriale 30.12.2009: «Come proceduto quattro anni or sono [...] abbiamo richiesto, in sede di consulenza tecnica, alla Siae, una documentata relazione tecnica sullo stato dei mercati, sui più recenti comportamenti dei consumatori in ordine alla realizzazione di copie private, ed una rilevazione delle tariffe medie europee». La Siae ha eseguito i compiti con solerzia tanto da andare anche oltre a quanto richiesto: non solo ha rilevato le medie europee (che non sono vere medie vista l’esclusione dei Paesi come la Gran Bretagna dove il compenso non esiste) ma si è calcolata anche da sola gli aggiornamenti delle tariffe. Numeri assorbiti dal documento del comitato del ministero guidato da Massimo Bray, grande sponsor di questi aggiornamenti tabellari.

La Siae si è fatta due conti e ha proceduto con equilibrio: ha ridotto l’equo compenso sui prodotti che ormai non hanno più mercato, come i registratori Vhs e i vecchi telefonini, e lo ha aumentato del 500% sui prodotti amati dagli italiani come gli smartphone e i tablet (da 50 centesimi a 5,2 euro). Per i computer la proposta è di 6 euro. L’aggiornamento ha scatenato un braccio di ferro tra le associazioni di categoria, Confindustria digitale in primis, e la stessa Siae. L’arringa della difesa Siae verte sul convincimento che queste cifre non si scaricheranno sui consumatori finali (il cavallo di battaglia è che l’iPhone 5s costa di meno in Francia e in Germania nonostante la tariffa sia più alta).

Ma la questione è se l’equo compenso abbia senso viste le nuove tecnologie che stanno modificando le abitudini d’uso: la copia privata era quella che si faceva registrando un Vhs o spostando la musica da un cd a un altro vergine. Ma oggi la musica si ascolta per lo più in streaming con Google Play, Spotify e Deezer. E le copie non sono possibili. La stessa cosa avviene per i film «on demand».
Il campione di 2 mila persone della Siae, evidentemente, si è dimenticato di comprendere l’uomo della strada.

msideri@corriere.it
15 dicembre 2013

Paga una Lamborghini con i bitcoin

Corriere della sera

L’acquisto è stato concluso con una transazione nella moneta virtuale per 153 mila euro

La popolarità di bitcoin è cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi mesi. Se da una parte le autorità monetarie di molti Paesi mettono in guardia dalla moneta virtuale, inventata nel 2009 da un anonimo, conosciuto con lo pseudonimo di Satoshi Nakatomo, recentemente gli analisti della Bank of America Merrill Lynch hanno definito bitcoin uno «dei più importanti mezzi di pagamento nell’e-commerce e un serio concorrente ai fornitori tradizionali attivi nel trasferimento». La strada è stata aperta nelle settimane scorse dai grandi imprenditori, nello specifico da una concessionaria d’auto della California: la Lamborghini di Newport Beach aveva annunciato di aver venduto la prima macchina, un modello di Tesla “S” di seconda mano, per 91,4 bitcoin, l’equivalente di 103.000 dollari. La storia, in seguito, è stata ridimensionata. Ora, però, è passata di mano una sportiva di lusso, una Lamborghini Gallardo 2014. Prezzo: 216,8433 bitcoin, ovvero circa 153 mila euro


I documenti pubblicati su internet nel quale viene dimostrato il pagamento in bitcoin


LA TESLA IN DOLLARI - A inizio dicembre aveva monopolizzato l’attenzione dei media la notizia di un concessionario Lamborghini di Newport Beach che aveva accettato bitcoin da un uomo della Florida, quale forma di pagamento per una Tesla Model S Performance. Tuttavia, come si è scoperto qualche giorno dopo, il concessionario di Costa Mesa, Pietro Frigerio, aveva corretto la sua versione spiegando di non aver accettato la valuta virtuale: «È come se un cliente volesse acquistare un’auto pagando con lingotti d’oro o in euro – il suo esempio –. Noi accettiamo solo dollari. Quindi avrebbe dovuto uscire, cambiarli e solo a quel momento pagare». Il punto vendita non ha accettato materialmente la somma di denaro, come invece gli era stato proposto dall’acquirente; ha solo accolto la prenotazione, ma il compratore interessato alla berlina elettrica ha dovuto completarne l’acquisto trasformando i bitcoin in dollari.



LAMBORGHINI IN BITCOIN - Ma a quanto il concessionario ha cambiato ideo. Ad acquistare con la moneta virtuale una Gallardo sarebbe stato un utente di 4chan, il popolare sito di condivisione di immagini (per lo più manga). Il bolide è stato comprato a scatola chiusa dallo stesso concessionario di Newport Beach. Stavolta, però, l’operazione è provata da alcuni documenti pubblicati dal sito http://www.lambonb.com/ che certificano la veridicità della transazione e che sono finiti su Internet.


Dalle carte non viene riscontrato alcun passaggio intermedio: l’internauta ha sborsato 216,8433 bitcoin (152.850 euro). Il concessionario californiano, che vende in media cinque automobili nuove e 15 usate al mese, ha rivelato di aver ricevuto negli ultimi tempi una ventina di richieste per acquistare una vettura tramite bitcoin. Gli esperti danno a bitcoin un prezzo indicativo di 1300 dollari (circa 950 euro). Attualmente il prezzo si attesta a circa 1000 dollari per bitcoin, a seconda del mercato; a inizio anno era ancora a 13 dollari.

15 dicembre 2013

La Cgil apre uno sportello a Tunisi. Salvini (Lega Nord): "Assurdo, presentiamo un'interrogazione parlamentare"

Libero

Il sindacato rosso inaugura il servizio orientamento per chi vuole immigrare in Italia. E il Carroccio insorge...


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"Manovali del Maghreb, ecco come venire a lavorare nei campi italiani". La Cgil apre uno sportello a Tunisi per fornire ai lavoratori del nord Africa tutte le indicazioni sul come immigrare regolarmente nel Belpaese e lavorare nel settore primario. E la Lega Nord, in tutta risposta, prepara un'interrogazione parlamentare. L'iniziativa del sindacato, presentata il 21 novembre e inaugurata il 25 da Inca (la rete dei patronati rossi all'estero) e Flai (la federazione dei lavoratori Agro-Industria), nasce per "combattere le illegalità e favorire una migrazione consapevole - si legge in una nota del sindacato -; e si rivolge " ai lavoratori del Nord Africa che vogliono venire in Italia per trovare un'occupazione".

Ma Matteo Salvini, europarlamentare del Carroccio e candidato (forte) alla segreteria del partito, non ci vede giusto. "Voglio sapere quanto costa alla collettività questa iniziativa - attacca -, perché i sindacati percepiscono contributi pubblici e voglio sapere come vengono spesi questi soldi. Ma, seppure l'operazione fosse a costo zero - continua -, è assurdo in un momento in cui l'agricoltura è in crisi incoraggiare l'arrivo di nuovi immigrati". Tra referendum e Bossi-Fini - "Mi chiedo come la pensano di questa iniziativa gli iscritti alla Cgil che non hanno un lavoro - chiede Salvini -. So però che quelli che hanno anche la tessera della Lega sono incazzatissimi". Ma il servizio della Cgil non è un modo per applicare al meglio la legge Bossi-Fini, che vuole che gli immigrati arrivino in Italia con un contratto di lavoro?

"La Bossi-Fini è una legge varata 10 anni fa, quando non c'era la crisi" risponde il delfino di Maroni. "Oggi la situazione è cambiata, abbiamo milioni di disoccupati. In Italia non c'è spazio per un tunisino in più". Salvini (che insinua: "Ho l'impressione che la Cgil, più che altro, vada a cercare nuovi tesserati in Africa"), la giura ai sindacati: "Stiamo preparando un referendum sul tema - annuncia -. Sarà pronto per il 2014, vogliamo trasparenza sui bilanci delle confederazioni dei lavoratori". Macché sprechi - Da Corso d'Italia replicano che "il nuovo sportello non implica nuove spese. La sede Inca di Tunisi è storica e non fa che offrire un servizio in più". Forniamo assistenza a lavoratori che rischiano di cadere nella rete dei nuovi trafficanti di schiavi, è il refrain che arriva dai corridoi della Cgil. "E poi ci rivolgiamo anche a chi ha lavorato in Italia e ora è rientrato in Tunisia - spiegano - e ai nostri connazionali, non sono pochi, che vivono là".

Kyenge e Turco, pazza idea: "Quote nere nel lavoro"

Libero

Proposta dell'ex ministro Pd: "Il 10% di partiti, associazioni e imprese agli immigrati". E Cècile ci sta


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Una nuova idea di Italia. Solidale, aperta, inclusiva. Erano un po’ questi i capisaldi del programma politico che ha consentito a Cécile Kyenge, medico oculista congolese con militanza nel Pd, di diventare il primo ministro di colore della Repubblica (ovviamente all’Integrazione). Questo stando alla buona - a tratti strepitosa - stampa che ne ha celebrato l’ingresso nella compagine governativa di Letta jr accanto alla teutonica Josefa Idem: trionfo delle quote rosa transnazionali, le chiamarono. Perché poi, a dar ragione alle malelingue che si ostinavano a voler fare le pulci a un curriculum a tutta prima un po’ leggerino, ci pensò proprio il marito di Kashetu, Domenico Grispino, parlando a Radio24 : «Cécile è ministro grazie a Livia Turco che l’ha segnalata a Bersani.

Con la Turco si è occupata di integrazione per dieci anni». Promossa su raccomandazione di una ex «zarina rossa» travolta dal treno della rottamazione renziana: quale migliore esempio di adesione ai costumi italici? Ebbene ieri Cécile ha voluto ricambiare l’augusto interessamento partecipando alla seconda edizione del premio Melograno, organizzato dalla fondazione Nilde Iotti, presieduta guarda caso dalla Turco. E proprio l’ex ministro della Salute del governo Prodi parlando di «nuovi italiani di origine straniera» ha lanciato una proposta per consentire l’accesso degli immigrati ai «gradini alti» della società (la nostra, ovviamente). 

Tema senz’altro meritorio quello della promozione di condizioni di vita civili e onorevoli per chi viene in cerca di fortuna sui nostri lidi, soprattutto quando la fortuna è già scarsa per chi ha radici italiane da generazioni. Che la Turco affronta così: «È tempo di prevedere una quota di almeno il 10% per gli immigrati negli organismi di partiti, sindacati, associazioni e imprese». Un assist al bacio che il ministro dell’Integrazione non si è fatta scappare: «Su questo tema serve uno stimolo: un po’ come è successo con le quote rosa per le donne - ha spiegato Kyenge - bisogna agevolare l’inclusione». Ancora la Turco: «In Germania è stato avviato un dibattito su questo, perchè non farlo anche in Italia?

Soprattutto oggi che si parla tanto di una nuova classe dirigente: il nuovo comprende anche gli immigrati» L’uno-due democratico è così servito. Ma che questo sia un buon servizio per le ondate di disperati che si accalcano sulle nostre coste è tutto da vedere. Intanto perché sparare numeri a caso è sempre rischioso: fissare nelle fabbriche e nelle associazioni la «quota neri» al 10% per legge (perché qui si vuole andare a parare) significherebbe non tenere conto della realtà, ovvero - dati Istat 2011 - che la percentuale di immigrati sul nostro territorio non supera l’8% della popolazione totale.

Sovradimensionarne il peso nei luoghi di lavoro consentirebbe di stemperare tensioni e invidie sociali o farebbe da detonatore? E come la mettiamo con le quote rosa? Il gentil sesso italiano - che è maggioritario nel Paese rispetto alla popolazione maschile - quale percentuale di rappresentanza «garantita» dovrebbe rivendicare per non sentirsi scavalcato e quindi a sua volta discrimato? Insomma, se la Turco l’ha sparata davvero grossa, il ministro Kyenge ha perso un’occasione per tacere. Scegliendo invece di accodarsi al proprio mentore.

di Edoardo Cavadini

E’ ora di fermare il vento giustizialista

Giuliano Ferrara - Dom, 15/12/2013 - 14:56

Un petulante giudice costituziona­le, non si limita a battere quattrini nei tri­bunali amministrativi, ma parla pa­recchio anche al telefono

Un petulante giudice costituzionale, che ci ha messo tutti nei guai ratificando quello che a molti italiani sembra uno sgorbio giudiziario ai danni di Berlusconi, una giustizia a sfondo politico, dunque una accanita ingiustizia, non si limita a battere quattrini nei tribunali amministrativi (che eleganza), ai danni di editori e giornalisti che hanno criticato la sua attività giurisdizionale, ma parla parecchio anche al telefono.


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Parla con avvocati sotto indagine per mafia, con sindaci di comuni sciolti per mafia, con altre figure di presunti innocenti sempre utili per negoziare, eventualmente, qualche favore. Era già venuto fuori il brodo di coltura di quella fatale sentenza, la sentenza Esposito. Non una compassata amministrazione, fiat iustitia pereat mundus, della suprema verifica cassazionista, o non solo quello; c'era anche la mania delle interviste assassine, delle smentite che non smentiscono, delle chiacchiere di trattoria in cui si dà fondo alle proprie antipatie personali e politiche verso personalità che poi verranno giudicate in assetto «feriale», inimicizie che scappano da ogni parte sotto la toga e implicano l'attenzione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, così parco nelle sue iniziative dentro la corporazione d'appartenenza. La chiamo sempre «la sentenza Esposito», perché definisce meglio chi l'ha letta in aula il primo agosto scorso di quanto non definisca il primo contribuente italiano additato come frodatore fiscale per il piacere voluttuoso dei suoi molti nemici, al termine di un processo che aveva archiviato la posizione dell'amministratore delegato firmatario dei bilanci della sua azienda e dannato l'ex presidente del Consiglio.

Bisogna rendersi conto del fatto che il certosino lavoro dei milanesi ha sempre un riscontro, civilmente e politicamente ormai abituale e non più sorprendente, nell'attivismo di procure e personale giudiziario del Sud, gente nata e cresciuta nel mondo del migliore diritto penale, che ha però scelto l'attacco giudiziario alla politica, non importa se con piena consapevolezza o meno, come sostituto della terzietà giudicante di un tempo. Il governo Prodi si volatilizzò per l'iniziativa di un pm di Santa Maria Capua Vetere, la messa in mora di tutta la famiglia umana e politica del ministro della Giustizia del fondatore dell'Ulivo, Clemente Mastella.

Il giudice Esposito è diventato una delle bandiere esposte al vento giustizialista dei giornali manettari e dei loro profeti, che lo vedono al centro di una congiura della destra politica e dei difensori del pregiudicato Berlusconi. Chissà che avranno ora da dire delle chiacchiere telefoniche private, così sapide e intriganti per contenuto e per interlocutori, del loro recente eroe. Forse si appelleranno, anche giustamente sotto il profilo del metodo, alla scandalosa divulgazione «mascariante» delle conversazioni intercettate o sottolineeranno che non c'è traccia in sé di reato, e che si tratta di indagati, non di condannati. Giusto. Ma non nella loro bocca sempre sparlante, quando si tratti del nemico, non nel loro orecchio origliatore, sempre attento ai nastri comunque divulgati che incastrano chi prende milioni di voti sgraditi alla sinistra e ai forcaioli.

Siamo un Paese inguaribilmente fazioso, e per quanto il loro esordio sia così così, specie quello televisivo delle ragazze della segreteria Renzi, bisogna solo auspicare che un rinnovamento anche anagrafico, a sinistra come a destra, mandi in pensione definitivamente, e senza liquidazione, lo spirito diffamatorio che ha impregnato di sé gli ultimi vent'anni almeno della nostra vita pubblica, se non di più. A meno che. A meno che non si trovino anche i dovuti modi per mettere in punizione, sempre davanti a una lavagna moralistico-giudiziaria, anche i nuovi avanzanti protagonisti del tentativo di risistemare il caos ferino della Repubblica. Vorrei sperare che i giovinotti del momento siano esenti da quelle responsabilità di gestione nelle quali sempre si annida la possibilità dell'intervento rigeneratore delle manette.

Pare che un giornalista dalla triste malignità abbia detto a Renzi, dietro le quinte di un talk, che per adesso lui risulta «pulito» ai segugi della sua redazione: ecco, è questo l'uso da mattinale politico-giudiziario di una redazione in caccia preventiva di reato, molto oltre l'automatismo dell'azione giornalistica penale, che almeno richiederebbe una notitia criminis. Bisogna spicciarsi a levare di mezzo la giustizia ingiusta, è un problema di chiunque si affacci con qualche vera ambizione riformatrice alla scena italiana in questo tempo. Il dottore Esposito è, per ciò che appare del suo backstage personale, il paradigma assoluto di un comportamento proverbiale: il bove che dice cornuto all'asino. Bisogna prosciugare l'acqua non limpidissima in cui nuotano certi pesci, se si vogliano davvero risanare la politica e la Repubblica.