venerdì 20 dicembre 2013

Il marito della Kyenge, Grispino: "Se ci separiamo non pago gli alimenti"

Libero


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Ancora guerra in casa Kyenge. Dopo le polemiche per l'intervista a Libero di Domenico Grispino, marito del ministro dell'Integrazione e le"minacce" di separazione di Cecile apparse su Vanity Fair, arriva un altro round della telenovela di casa Kyenge. Questa volta tocca ancora a Grispino che ai microfoni di Radio24 a La Zanzara attacca ancora la moglie anche sul lato politico: "Io Renzi l'ho votato alle prime ed anche alle seconde primarie - aggiunge Grispino - Cecile aveva votato Bersani, adesso ha cambiato idea". Poi Grispino parla anche della moglie e di quel rapporto che sembra essersi incrinato: "A me lei non ha detto niente. Se vuole separarsi, me lo dirà. Io non voglio. E in quel caso sono favorito io, perché guadagno di meno. Ma non chiedo alimenti e non ne devo neanche dare".

E ancora: "L'intervista a Vanity Fair - dice Grispino - non l'ho nemmeno letta, perché non leggo quel giornale. Ho sentito Cecile due giorni fa e non mi ha detto niente. E' immersa nella politica e col fatto che è ministro è ancora peggio. E' in giro tutti i giorni". Infine Grispino parla anche delle sue figlie: "Lei e le figlie - prosegue Grispino - andranno a Natale a Napoli, ma la cosa era già programmata da tempo. Dovevo andarci anch'io, ma il maremmano non me lo tiene nessuno. Non mi sento abbandonato, ho questo cagnone stupendo. Ma comunque non c'è niente di tragico, l'unica disperazione è se uno non c'è più".

Gagliano, il giudice che ha concesso il permesso è di Magistratura Democratica

Libero

Daniela Verrina legata a Magistratura democratica rivendica la sua scelta: "Era giusto concedere una chance al detenuto". Intanto mentre Gagliano è fuori un poliziotto è dentro...


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"Aveva bisogno di una chance". Il magistrato di sorveglianza che ha firmato il permesso premio per Domenico Gagliano, il serial killer che ora è in fuga dopo non aver fatto ritorno nel carcere di Genova dove era detenuto, non vuole ammettere le sue responsabilità. Anzi, Daniela Verrina, rivendica la sua scelta: "Tutto ma proprio tutto - ha raccontato al Secolo XIX - lasciava pensare che non sarebbe accaduto nulla, che Gagliano fosse ormai completamente recuperato e non avrebbe più rappresentato un pericolo per nessuno". Insomma per la Verrina è tutto in regola. Uccidere cinque o sei volte non è certo un indicatore di pericolosità, secondo la Verrina. Il giudice comunque per formazione ideologica e culturale, come racconta il Giornale,  appartiene a Md, Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe italiane, ed evidentemente il curriculum "rosso" avrà di certo pesato sulla sua scelta di dare una "chance" a Gagliano.

Il killer libero, il poliziotto dentro -  A quanto le toghe di sorveglianza applicano due pesi e due misure. Infatti se Gagliano ora è libero di andarsene in giro a bordo di una panda verde semionando il panico in tutta Italia, Gilberto Caldarozzi uno dei superpoliziotti finiti nel mirino delle toghe per il g8 di Genova del 2001 è blindato in casa a Roma per scontare una pena residua di 8 mesi. Chiunque altro avrebbe ottenuto una misura alternativa, come l'affidamento ai servizi sociali. Caldarozzi invece no. Insomma a quanto pare la magistratura di sorveglianza ha qualche meccanismo che non funziona a dovere. Intanto mentre la Verrina si preoccupa di dare "nuove opportunità di riscatto" ad uno come Gagliano, un poliziotto è ai domiciliari. Chi uccide è fuori, chi ha fatto il suo lavoro invece è dentro...


mentre il parlamento approva l'indulto...

Serial killer in fuga: "E' armato" Tre omicidi, quattro evasioni, ma era in permesso premio

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Capolavoro della giustizia

SONO TUTTI LIBERI Dopo il serial killer  fugge pure un camorrista 

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Adozioni, la difesa di Kyenge: «Il Congo ha cambiato le regole, ci hanno negato anche le liste»

Corriere della sera

Il ministro: «La situazione è complicata, non sempre arrivano messaggi incoraggianti. Ma noi ci siamo»

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Se c’è un pasticcio in Congo riguardo alle adozioni è perché la situazione è davvero vischiosa. E a tentare di chiarirla, si complica. Due sono le liste di casi (dunque, di bambini) a cui manca solo l’ultimo timbro per uscire dal Paese, spiega il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge, sponda istituzionale di questa vicenda. E non combaciano. «Era nostra intenzione concordare un elenco unico. Ma Kinshasa ha cambiato le regole in corso d’opera». È l’accusa che emerge anche da una nota, ieri, della Farnesina: il ministro Emma Bonino ha convocato l’ambasciatore del Congo per esprimergli sconcerto circa il fatto che gli accordi verbali raggiunti a novembre tra le autorità di quel Paese e Kyenge sono stati del tutto disattesi. Serve, ancora una volta, tirare il filo dal principio. Il 25 settembre la Repubblica Democratica del Congo comunica: tutte le adozioni internazionali sono bloccate.

Ministro Kyenge, quali sono le ragioni?
«All’interno del loro sistema sono state riscontrate irregolarità, hanno bisogno di riforme. E così chiudono improvvisamente a tutti».

Alcune famiglie, però, erano già pronte a partire... «E si sono trovate in un limbo. Ci siamo messi subito al lavoro per sbloccare almeno le coppie che avevano già percorso la tappa italiana: era necessario che Kinshasa li riconoscesse come genitori e concedesse il visto d’uscita ai figli».

In un tentativo di mediazione, il 4 novembre lei si è recata in Congo: di che cosa ha discusso nel corso di quella visita? «Kinshasa aveva stilato una lista delle famiglie che potevano avere il nulla osta. Noi ne avevamo un’altra. La mia visita serviva per dire: se ci sono famiglie che hanno concluso il percorso (prima del 25 settembre, ndr ), i visti vanno rilasciati. Bisognava a questo punto confrontare le due liste».

L’ha fatto? «Non era qualcosa che si potesse fare in un solo giorno. È stato incaricato l’ambasciatore».

E l’ambasciatore ha verificato gli elenchi? «Non ha potuto, non ci hanno mai dato la lista. Il Congo ha cambiato di nuovo le regole. Hanno detto: in quegli elenchi ci sono irregolarità e corruzione, non sono affidabili, preferiamo aspettare».

Irregolarità e corruzione che riguardano casi italiani?
«Non l’hanno detto, hanno parlato in generale».

Ma se non esiste una lista concordata, perché le famiglie sono partite? Ha dato il via libera il suo ministero? O la Commissione delle adozioni internazionali che lei presiede?
«Da noi non è mai arrivata una comunicazione a poter partire. La lista era consultabile, ma non significava un via libera».

Uno degli enti coinvolti, l’Ai.Bi., ci ha spiegato che un elenco era affisso a Kinshasa, alla Direzione generale della migrazione: in base a quello, l’associazione ha indicato alle coppie di partire. È un equivoco? In aula lei ha detto: alcune famiglie si sono recate in Congo, indipendentemente dall’indicazione dell’ambasciata italiana. Hanno sbagliato? «Probabilmente, un equivoco. Confermo quello che ho detto in aula, ma non vado a cercare il colpevole. Ora serve una soluzione».

Il problema più urgente riguarda i visti: alcuni sono stati prorogati, per altri le autorità congolesi decideranno caso per caso. «Stiamo lavorando a 360 gradi. Anche per il prolungamento del soggiorno in attesa di sbloccare le adozioni. Non è una situazione che riguarda solo noi, ma Belgio, Francia, Gran Bretagna...».

Alcune coppie francesi, però, sono rientrate in patria con i figli. «Non sono casi comparabili, Parigi ha procedure diverse. Questa vicenda è stata amplificata perché io sono di origine congolese, ma l’Italia ha avuto spesso problemi di adozione con Paesi che offrono minori garanzie. È l’occasione per ripensare tutta la pratica».

Che cosa può dire alle 24 famiglie in attesa a Kinshasa?
«Di farsi coraggio. La situazione è complicata, non sempre arrivano messaggi incoraggianti. Ma noi ci siamo».

@terrastraniera
20 dicembre 2013

Cellulari, satelliti, gps è stato Marconi il padre del wireless

La Stampa

piero bianucci

Tutto iniziò dal suo telegrafo senza fili, che le Poste scartarono. Gloria, affari e amori dell’inventore in un saggio di Chiaberge


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Telefonini, Gps, Wi-fi, tv satellitare, immagini trasmesse da sonde su Marte, microonde captate dal Big Bang. Cose di oggi e di domani ma con radici ottocentesche. Le onde radio emergono dalle equazioni di Maxwell sull’elettromagnetismo nel 1864, Hertz le scopre in laboratorio nel 1887, Guglielmo Marconi le porta fuori, sulle colline di Bologna nel 1895, e poi nel mondo con il telegrafo senza fili e la radio. 

Marconi non era uno scienziato. Nacque bricoleur, diventò un abile tecnologo e un manager spregiudicato. Attraversò dal 1874 al 1937 una vita di contrasti e di gloria, di affari e amori appassionati, di esterofilia e patriottismo, di distanza e adesione al fascismo. Una vita che Riccardo Chiaberge torna a percorrere in Wireless – Scienza, amori e avventure di Guglielmo Marconi (Garzanti, pp. 315, € 18,60), biografia-racconto che completa sul versante umano e privato quella di Giancarlo Masini pubblicata dalla Utet nel 1975 nella collana «La vita sociale della nuova Italia» diretta dallo storico Nino Valeri.

Marconi era poco più che un ragazzo quando seguiva da autodidatta le lezioni di Augusto Righi all’Università di Bologna e a casa trafficava con bobine, condensatori e altri apparati elettrici. Righi sosteneva che le onde radio non sarebbero mai andate lontano. Invece i segnali prodotti dal ragazzo con una scintilla elettrica nella soffitta di Villa Griffone a Pontecchio furono captati al di là di una collina, a un chilometro di distanza. Un contadino sparò un colpo di fucile per avvertire che l’esperimento era riuscito. È l’inizio del mondo moderno.

Il telegrafo senza fili non ha certificato di nascita. Neppure il suo giovane inventore prese nota dello storico giorno della tarda estate 1895, e in una lettera sbagliò addirittura l’anno dei suoi primi esperimenti. I giornali se la presero con calma. La prima notizia compare su Il Resto del Carlino il 22 dicembre 1896. Più di un anno dopo. E’ in prima pagina, ma a una sola colonna, in basso. Il titolino dice: «L’importante invenzione di un bolognese». Il bello è che le informazioni non vengono dall’Italia ma dall’Inghilterra. Perché Guglielmo aveva offerto la sua invenzione al ministro delle Poste italiane, ma qui il burocrate di turno aveva giudicato il telegrafo senza fili di scarso interesse. Così Marconi, che era figlio di una irlandese, andò all’estero. 

Il testo dell’articoletto del Resto del Carlino è un record di ingenuità. Parla di un giornale tedesco che a sua volta riprende una notizia giunta da Londra «intorno alla nuova invenzione del telegrafo senza filo fatta colà da un giovane italiano, certo Marconi. In che consista questa nuova invenzione diremo più sotto, intanto ci affrettiamo a constatare, con la massima soddisfazione, che il Marconi è nostro con-provinciale, giacché appartiene a distinta famiglia di Pontecchio, in comune di Sasso». Vano orgoglio nazionale. Il telegrafo senza fili era già diventato il brevetto numero 12.039 registrato a Londra. Dopo l’esperimento di Villa Griffone, il ragazzo - pallido, magrissimo, senza titoli accademici - provò a scavalcare con il suo apparecchio distanze sempre maggiori: 5, 10, 50 chilometri. Dopo aver superato la Manica mettendo in contatto Inghilterra e Francia, incominciò a sognare un collegamento tra le due sponde dell’Atlantico. 

Come funzionava l’apparecchio di Marconi? Più o meno così. C’era un rocchetto fatto con due avvolgimenti di filo di rame. Il rocchetto, detto di Ruhmkorff, serviva a produrre potenti scintille e una corrente alternata ad alta tensione. Con la scintilla, come aveva già scoperto vent’anni prima il fisico Hertz, venivano emesse invisibili «onde» sotto forma di oscillazioni del campo elettrico e magnetico. Queste onde possono propagarsi a grande distanza se aiutate - e qui sta la scoperta più originale di Marconi - con una antenna. Il ricevitore era costituito da un tubetto contenente limatura di nichel e di argento e da una pila. Quando l’antenna captava le onde elettromagnetiche, le convogliava nel tubetto e il loro passaggio faceva diminuire la resistenza elettrica della limatura metallica. Di conseguenza la corrente elettrica della pila poteva passare, e faceva scattare il martelletto di un normale telegrafo a elettrocalamita.

Nel 1901 Marconi era ormai sicuro che la sua tecnologia, da poco perfezionata con un sistema di sintonizzazione, fosse matura per tentare un collegamento intercontinentale. Sarebbe stato il colpo definitivo alla teoria di chi diceva che le onde hertziane non avrebbero mai potuto superare la curvatura terrestre. L’impresa – finanziata con 50 mila sterline – più volte sembrò sul punto di fallire. Ma alla fine, il 6 dicembre, i tre impulsi che nell’alfabeto Morse indicano la lettera S passarono l’Atlantico, da Poldhu, in Cornovaglia, a Cap Cod, in America. Tremila chilometri di oceano non avevano fermato gli impulsi radio. Il New York Times il 15 dicembre dava la notizia al mondo: «Guglielmo Marconi ha annunciato stasera la più meravigliosa conquista scientifica dei tempi moderni». Nel 1909 il premio Nobel per la fisica segnerà il trionfo.

La narrazione di Chiaberge non tralascia nessun aspetto tecnico, commerciale, affettivo, al limite del pettegolezzo (come la passione per l’attrice Francesca Bertini). L’invenzione di Marconi fu attaccata dai fabbricanti di cavi e contesa negli Stati Uniti da Tesla, da Braun in Germania, da Popov in Russia. Marconi vinse in tribunale e sul mercato, ma nel 1943 fu battuto post mortem da una sentenza della Corte suprema degli Usa che diede ragione a Tesla. Nominato nel 1927 presidente del Cnr, la morte lo sorprese il 20 luglio 1937 mentre lavorava sulle microonde. L’invenzione del radar era a un passo. Non poté compierlo ma oggi noi viviamo immersi nelle sue onde. 

E se gli uomini indossassero il velo?» La provocazione che fa scatenare il web

La Stampa

francesca paci

Il giornalista saudita Abdullah Hamidaddin entra nel dibattito sul ruolo delle donne nella cultura islamica a modo suo. E, dopo essersi fotografato con il velo addosso, ha innescato una polemica sui social network sostenendo che “in un mondo governato da donne, gli uomini dovrebbero indossare il velo”.



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L’hijab, il velo delle donne musulmane, è tema controverso dentro e fuori dall’islam. Imposizione paternalistica, simbolo di sottomissione inviso all’occidente laico, vocazione individuale alla modestia, rivolta culturale all’omologazione global oppure libera e consapevole scelta identitaria delle più devote tra le religiose? Il giornalista saudita Abdullah Hamidaddin ha deciso di entrare nel dibattito a gamba tesa. E, dopo essersi fotografato provocatoriamente con addosso il velo semi-integrale della figlia, ha scatenato un putiferio sul web sostenendo che “in un mondo governato da donne, gli uomini dovrebbero indossare il velo”.

Nella molteciplità delle interpretazioni sul significato dell’hijab, ragiona Hamidaddin, c’è un elemento costante: “E’ un indumento per le donne e sulle donne. Gli uomini non lo usano. Possono coprirsi la testa o anche il viso, ma quella è un’altra storia. L’hijab è molto di più”. La sua convinzione è che le molestie sessuali, per esempio, “non avvengono in funzione della seduzione naturale, ma in presenza di un’espressione patologica del potere. L’hijab, quindi, non può proteggere le donne dalla violenza sessuale maschile, essendo piuttosto considerato un’espressione del potere dell’uomo sulla donna”.

Ecco dunque la sfida. Per sostenere la tesi che l’hijab è soprattutto un’espressione di potere e segnatamente di potere maschile il giornalista ha indossato l’abaya della figlia (la copertura fino ai piedi caratteristica del Golfo), si è fotografato e ha messo l’immagine sul suo profilo Twitter e Facebook aggiungendo, appunto, la frase “In un mondo governato da donne, gli uomini dovrebbero indossare il velo”. Come dire che la gestione del potere è un fatto di cultura e non di natura. Un’onta vera e propria in un paese come l’Arabia Saudita dove alle donne non è neppure permesso guidare l’automobile.

Apriti cielo. I navigatori e le navigatrici si sono scatenati. Chi ha gridato allo scandalo blasfemo, chi ha inneggiato al femminismo, chi si è infuriato, chi ha riso, qualcuno ha perfino ammiccato flirtante. “E’ stato come se avessi posato nudo a Times Square” racconta Hamidaddin, l’uomo vestito da donna per denunciare la nudità dell’imperatore (l’uomo) come il bambino della favola di Andersen.
Alcuni mesi fa era accaduto qualcosa di analogo su internet in risposta alla decisione di un giudice di una piccola città del Kurdistan iraniano che aveva condannato un ladro a girare per le strade vestito da donna, in modo da esporlo all’umiliazione pubblica.

Allora, per sostenere la protesta delle donne scese in piazza e disperse dalla polizia, alcuni uomini curdi lanciarono su Facebook il movimento “Kurd Men for Equality” sfociato in pochi giorni in oltre 1.100 foto di uomini vestiti con gli abiti tradizionali femminili postate su popolare social network (in seguito al tam tam digitale 17 membri del Parlamento inviarono una lettera al Ministero della Giustizia chiedendo spiegazioni sul perché un vestito da donna fosse considerato un insulto). 

Cina, esame di ideologia per i giornalisti

Raffaello Binelli - Gio, 19/12/2013 - 16:01

Dall’anno prossimo i giornalisti cinesi dovranno affrontare un esame di ideologia per vedersi rinnovare la tessera stampa

Che sia previsto un'esame oppure no per fare i giornalisti non basta padroneggiare bene la propria lingua, si devono conoscere bene alcune nozioni: l'abc della deontologia professionale, i reati a mezzo stampa, alcune nozioni base a livello giuridico-istituzionale, un minimo di cultura generale.


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In Cina serve qualcosa di più: dal prossimo anno, infatti, bisognerà superare anche un esame di ideologia. l libro di testo su cui potranno prepararsi, scrivono i media cinesi, è un tomo di circa 700 pagine che contiene tutte le regole da conoscere per essere un perfetto giornalistaa Pechino e dintorni, come ad esempio il divieto di pubblicare articoli critici verso la linea generale del Partito Comunista Cinese. Nel manuale viene poi sottolineato il rapporto tra potere politico e media statali, con il primo che, necessariamente, controlla i secondi.

La General Administration of Press and Publication, authority dei media nazionali, ha commentato il nuovo esame come un test per "aumentare il livello di qualità dei giornalisti" cinesi. La qualità, dunque, secondo il regime si misura con la sudditanza e l'appiattimento ai diktat del governo. La libertà, ovviamente, è una parola sconosciuta.

Prima di fare il test davanti alla commissione esaminatrice, i giornalisti dovranno seguire un corso di aggiornamento di almeno 18 ore su alcuni temi specifici, come i valori marxisti delle notizie e il socialismo di stampo cinese. Anche l’etica giornalistica inserita in questa nuova scala di valori sarà materia di interrogazione. Chi non supererà la prova dovrà ricominciare daccapo, ripartendo dai corsi di aggiornamento. Nessun dettaglio viene fornito sulle conseguenze per chi si rifiuterà di farlo. Ma è facile ipotizzare che, volente o nolente, dovrà cambiare mestiere.

Ora la Boldrini accusa Letta: anche lui aveva la moglie al seguito in Sudafrica

Luisa De Montis - Gio, 19/12/2013 - 12:38

Proseguono le polemiche sulla Presidente della Camera, che per difendersi scrive una lettera a Repubblica e punta il dito su chi ha fatto come lei

 

La presidente della Camera Laura Boldrini è andata in Sudafrica, con l'aereo di Stato, per partecipare alla commemorazione di Nelson Mandela, nello stadio di Johannesburg.

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Subito sono scoppiate le polemiche, legate al fatto che, per l'occasione, erano stati invitati capi di Stato e di governo. E la Boldrini non è né l'uno nè l'altro. E' anche vero, però, che non avendo preso parte alla commemorazione né Napolitano né Grasso (prima e seconda carica dello Stato), la terza in ordine di importanza era proprio lei. L'aereo su cui ha viaggiato la Boldrini era lo stesso del Presidente del Consiglio, Enrico Letta. E sul velivolo, come ha chiarito lo stesso premier, sono avvenuti i pernottamenti, sia all'ndata sia al ritorno. Quindi non ci sono state ulteriori spese a carico dello Stato per le camere d'albergo necessarie ad ospitare la rappresentativa italiana.

Non pochi hanno sottolineato il fatto che, in precedenza, Clemente Mastella, all'epoca ministro della Giustizia, era stato quasi crocifisso perché aveva utilizzato un volo di Stato per poter assistere al Gran Premio di Monza. L'accostamento tra la commemorazione di Mandela e la Formula Uno ha molto infastidito la Boldrini. Che ha preso carta e penna per scrivere a Repubblica, rivolgendosi a Corrado Augias, che si era occupato della vicenda nella rubrica delle lettere del giornale fondato da Scalfari. Lo ha scritto con una certa stizza: "Voglio continuare a nutrire la fiducia che il nostro Paese sappia ancora distinguere tra la partecipazione ufficiale alla cerimonia funebre per un Grande della storia, ad un Gran premio di Formula uno o una festa privata".
 

Ma non è finita qua. Infastidita per le accuse di essersi portata dietro il compagno - anche lui sul volo di Stato - la Boldrini ha tenuto a precisare che in moltissime altre occasioni in cui lui l'ha accompagnata, su aerei di linea e treni, si è sempre pagato il biglietto di tasca propria. Non contenta di questa puntualizzazione, ha aggiunto che, alla commemorazione di Mandela, era presente anche la moglie del Presidente del Consiglio Enrico Letta e i partner di altri rappresentanti istituzionali. Insomma, la Boldrini inciampa sulla cattiva abitudine di puntare il dito sugli altri: se lo fanno loro perché non posso farlo anch'io? Ma non è forse lei che da tempo cerca di far credere a tutti di essere migliore degli altri?

L'uomo di Neanderthal parlava: ma fu cancellato dall'evoluzione

Il Mattino

La ricerca pubblicata sulla rivista Plos One. Fra gli autori il paleontologo Ruggero D'Anastasio dell'Università di Chieti



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CHIETI Le analisi di un osso ioide fossilizzato, corroborano l'ipotesi che l'Uomo di Neanderthal potesse parlare. Lo confermano le analisi microtomografiche ai raggi X condotte al centro di ricerca Elettra sincrotrone Trieste sull'osso, rinvenuto nel 1989 nel sito israeliano di Kebara. Il cugino umano di Neanderthal si conferma, ad ogni scoperta, sempre più affine a noi Sapiens Sapiens. Aveva anche un cervello più grande del nostro. Ma scomparve con il nostro affermarsi. Resta un mistero, dunque, cosa abbia fatto la differenza. Lo studio, frutto di una collaborazione internazionale fra italiani, australiani e canadesi, è stato pubblicato sulla rivista americana Plos One e illustra i risultati di un confronto fra le proprietà biomeccaniche di quest'osso posto alla base della lingua, e quelle di analoghi reperti di Homo sapiens. Fra gli autori, il paleontologo Ruggero D'Anastasio dell'università di Chieti, e il fisico Claudio Tuniz del centro Internazionale di fisica teorica di Trieste.

 
giovedì 19 dicembre 2013 - 18:24   Ultimo aggiornamento: 18:34

Cieco cade sui binari della metropolitana: il cane lo salva, colletta per salvarlo dall’ adozione

Corriere della sera

Orlando è diventato un eroe. Quasi in pensione, avrebbe dovuto abbandonare il suo padrone: intervengono i social media

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È stato salutato dai media americani come l’eroe del giorno dopo aver salvato la vita del suo padrone cieco, caduto sulle rotaie della metropolitana in una stazione di Manhattan, New York. Orlando, un labrador nero di dieci anni, martedì mattina, quando ha visto Cecil Williams svenuto sui binari, non ha esitato a saltare sulle rotaie e con i suoi latrati è riuscito a fargli riprendere conoscenza e a evitargli una morte sicura.

LA CADUTA - Il sessantunenne Williams, che è cieco dal 1995 in seguito ad una meningite, di buon mattino stava andando dal dentista e come al solito era in compagnia del suo cane guida quando all’improvviso si è sentito male ed è caduto dalla piattaforma. Non appena ha visto il suo padrone incosciente sui binari, Orlando ha cominciato ad abbaiare e poi si è lanciato verso di lui per soccorrerlo. Il sessantunenne, dopo pochi attimi, ha ripreso conoscenza, ma era troppo tardi per alzarsi e mettersi in salvo: il treno della metropolitana stava sopraggiungendo in stazione. Williams, con a fianco il suo labrador, ha avuto la lucidità di rimanere nel fossato tra le due rotaie e ha subito solo una lieve ferita alla testa, mentre il labrador è uscito illeso dalla disavventura.


ADOZIONE - Intervistato dai media americani al St Luke’s Hospital di New York, il sessantunenne ha dichiarato: «Il cane mi ha salvato la vita. Abbaiava e mi leccava e così mi ha fatto riprendere conoscenza. Sono davvero stupito per quello che è successo. Orlando è il mio migliore amico, il mio inseparabile compagno. È sempre accanto a me, sia quando viaggio sul treno o sul bus, sia quando sono in strada. Mi protegge, è il suo lavoro». Tuttavia Williams aveva concluso con una nota amara le sue riflessioni: all’inizio dell’anno prossimo Orlando compirà undici anni e dovrà andare in pensione. L’assicurazione sanitaria dell’attuale padrone non coprirà i costi della sua custodia e in pratica il sessantunenne dovrà sostituirlo e darlo in adozione: «Se avessi avuto i soldi - ha concluso Williams - lo avrei tenuto di sicuro».

LA COLLETTA- Detto fatto, «la Rete», cioè quell’eterogeneo mondo che popola i social network, si è mobilitata. In poco più di 24 ore ha messo in allarme l’associazione che gestisce i cani guida, «Guiding Eyes for the Blind» e sono stati immediatamente raccolti 60.000 dollari (anche attraverso Indiegogo e GoFundMe), una cifra necessaria che permetterà a Cecil e Orlando di vivere insieme anche dopo la pensione. Con, magari, un altro labrador a dare una mano per le incombenze di tutti i giorni. L’associazione «Guiding Eyes for the Blind» ha comunque detto che se per caso Williams non sarà in grado di gestire due cani, la famiglia originale di Orlando sarà ben felice di riaverlo indietro. E che, se per caso Williams non avrà bisogno di quei soldi, saranno usati per preparare altri cani guida.


Video compilation: le persone più fortunate del pianeta
Rcd

Ellis Island , quando era la Lampedusa d’America

Corriere della sera


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Cuba, sì al libero mercato dell’auto

Corriere della sera

Addio vecchie Chevrolet, Raul Castro allenta le restrizioni sull’acquisto di macchine nuove e usate

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NEW YORK – Che fine faranno quelle vecchie Chevrolet rosso sbiadito così tipiche del panorama dell’Avana sullo sfondo dei palazzi coloniali spagnoli dai colori pastello, e che i registi adorano mettere in film come Fragola e Cioccolato e Buena Vista Social Club per suscitare un’immediato fremito di malinconia? I nostalgici cominciano già a chiederselo, alla notizia - data dal quotidiano del partito comunista, Granma - che il governo cubano ha deciso di liberalizzare il mercato delle auto e di allentare le restrizioni sull’acquisto di macchine nuove e usate.
Le regole precise verranno rese note in realtà tra qualche giorno, ma l’annuncio che, per la prima volta dalla rivoluzione del 1959, i cubani avranno il diritto di comprare veicoli nuovi e usati senza speciali permessi governativi è visto come un passo verso una maggiore libertà economica nel paese del comunismo caraibico. E’ una delle 300 riforme promesse da Raul Castro quando ha preso il posto del fratello Fidel nel 2008, e approvate dal congresso del partito nel 2011.


Fino a due anni fa, le uniche auto che si potevano comprare e vendere liberamente erano quelle importate prima della rivoluzione ed è per questo che circolano sull’isola circa 60mila macchine americane pre-embargo: Chrysler, Ford, Buick, Plymouth, Pontiac - alcune in ottime condizioni, altre tenute insieme col fil di ferro e pezzi di ricambio sovietici. Ci sono anche auto nuove - prima in prevalenza sovietiche, poi soprattutto asiatiche - assegnate dal governo a categorie privilegiate, come artisti, sportivi e medici. Nel 2011, una riforma aveva consentito per la prima volta la compravendita tra privati di auto nuove, ma era presto emerso che serviva comunque una lettera di autorizzazione del governo.

Il quotidiano del partito Granma ha riconosciuto che questi permessi (per ottenerli erano necessari mesi o addirittura anni) avevano in realtà generato un mercato nero (il prezzo di una lettera autorizzazione poteva essere superiore a quello di un’auto) e un clima di «risentimento, insoddisfazione... e non pochi casi di speculazioni». Ora i permessi non saranno più necessari. Oltre alle auto, si dovrebbe aprire gradualmente la vendita al dettaglio di motociclette, furgoni e minibus, nuovi o usati. Ma pare che non sarà possibile ai privati importarli autonomamente e che il monopolio della vendita delle auto resterà allo Stato. Inoltre verrà definito l’ammontare delle tasse legate all’acquisto: serviranno a finanziare il decrepito sistema dei trasporti.

«Sì, posso comprare un’auto, e allora? Sfortunatamente la nostra economia non ci consente di risparmiare il denaro per farlo», ha detto un residente, Jorge Canso, all’agenzia Reuters. Quanto alle vecchie auto anni Cinquanta, i nostalgici forse non debbono troppo preoccuparsi. «Se non esistessero, molti meno turisti verrebbero a Cuba a guidarle e farsi fotografare», nota qualcuno. I nostalgici, comunque, sono soprattutto gli stranieri, osserva lo scrittore americano Tom Miller. «Anche i cubani adorano le macchine americane, ma quelle nuove».

20 dicembre 2013

Insulta scienziati e politici: la senatrice Cattaneo finisce indagata

Paolo Bracalini - Ven, 20/12/2013 - 08:00

La senatrice a vita si difende: "Mai pronunciato parole offensive"

«La neo senatrice a vita Elena Cattaneo è stata iscritta nel registro degli indagati presso la Procura di Roma per il delitto di diffamazione» riferisce l'agenzia Agenpress, riportando una nota del Partito animalista europeo.


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All'origine della denuncia, partita dagli animalisti anti vivisezione, i giudizi pronunciati dalla Cattaneo verso gli organizzatori e i partecipanti (politici, ex ministri, esperti) a un convegno a Roma, «Fermiano la vivisezione». «L'intera rappresentanza politica composta dagli onorevoli Amati (Pd), Taverna (M5S), Brambilla (Fi), dal precedente ministro della Salute Balduzzi (Scelta civica) e quella scientifica internazionale dai componenti il Tavolo ministeriale sui metodi alternativi alla sperimentazione animale al professor Claude Reiss (per 35 anni direttore di ricerca in biologia molecolare al Cnrs di Parigi, ndr), nonché noi come organizzatori siamo stati non solo offesi ma denigrati dalla senatrice» dice il presidente del Partito animalista europeo, Stefano Fuccelli, che ha querelato per diffamazione la ricercatrice, da poco nominata senatore a vita da Napolitano.

La scienziata ha smentito però le parole riferite dagli animalisti nella denuncia («Mentono sapendo di mentire, i disonesti, i pasdaran contro la sperimentazione minacciano pesantemente il futuro della nostra salute»). «Quelle parole non sono in alcun modo riconducibili, né per la forma né per il contenuto, a discorsi pronunciati o a testi scritti dalla senatrice, che è solita attenersi a toni e argomentazioni di ben diverso registro» scrive lo staff della senatrice a vita smentendo di aver attaccato, in quei termini, gli animalisti anti vivisezione. Ma la sua posizione, da direttrice del Centro di ricerca sulle cellule staminali dell'università di Milano, è notoriamente molto critica non solo verso il metodo Stamina («equivale alla stregoneria o alla magia, siamo nella ciarlataneria») ma anche con le rivendicazioni dei movimenti (e degli scienziati) che contestano la necessità della vivisezione animale.

«Chi afferma che oggi esistano metodi alternativi in grado di sostituire completamente la speri­mentazione animale nella ri­cerca biomedica dice il falso ­ha detto la Cattaneo- E questo è particolarmente grave se a far­lo sono persone delle istituzio­ni. Trovo intellettualmente di­sonesto verso i cittadini, in par­ticolare verso tutti i malati, con­tinuare a diffondere questi mes­saggi privi di fondamento, forti di campagne mediatiche fuor­vianti, che stanno minaccian­do pesantemente il futuro della ricerca biomedica e quindi del­la nostra salute». Tra i «disone­sti », secondo la senatrice a vita, c’è dunque anche l’ex ministro Balduzzi, deputato di Scelta ci­vica di Monti vicino al quale sie­de volentieri la Cattaneo quan­do va in Senato ( il 23% delle vol­te). L’ex ministro della Salute, non potendo partecipare al convegno animalista, ha man­dato un messaggio:

«È dovero­so ricercare metodi alternativi, nel rispetto dell’equilibrio tra salute umana, ricerca medica e tutela degli animali. Da mini­stro avviai un tavolo tecnico sui metodi alternativi e sostituti­vi ».La Brambilla punta all’abo­lizione della vivisezione: «I dati Eurispes indicano che l’84%de­gli italiani è contrario alla vivise­zione, 30 anni fa erano pochissi­mi quelli che si interrogavano sul problema» dice l’ex mini­stro Pdl. «Abbiamo una legge che ha recepito, ponendo im­portanti paletti a tutela degli animali, la direttiva europea. Ora il decreto è in stesura da par­te del ministero. È un momento delicato. Non vorremmo che le lobby che sostengono la speri­mentazione animale, interven­gano con informazioni pilotate ai cittadini». «Falsità pericolo­se », invece, secondo molti scienziati, a iniziare dalla Catta­neo. A cui, da luminare e senato­re a vita, toccherà magari finire in tribunale per colpa degli ani­malisti.