domenica 22 dicembre 2013

Così i servi del terrore uccisero Calabresi, servitore dello Stato

Marcello Veneziani - Dom, 22/12/2013 - 09:59

Il libro di Luciano Garibaldi ricostruisce la campagna d'odio che portò all'omicidio del commissario. Senza sconti a "Lotta continua"


Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo la prefazione di Marcello Veneziani al libro Gli anni spezzati. Il Commissario. Luigi Calabresi Medaglia d'Oro (Ares, pagg. 216, euro 14,80; in libreria dal 28 dicembre) firmato dal giornalista e storico Luciano Garibaldi.


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Quando ripenso ai primi anni Settanta ne ho un'immagine in bianco e nero come la tv del tempo; i maglioni dolcevita, le basette lunghe, la «500», le spranghe e le catene, i poliziotti, il Sessantotto inacidito in terrorismo, la lotta politica che degradava nella lotta armata, le stragi. Quelle immagini, lievi e cruente, si compendiano tutte nel ritratto di Luigi Calabresi, commissario e martire negli anni di piombo. Ove per piombo s'intende non solo quello delle armi, ma anche quello che scorreva sotto le rotative. E che condannò Calabresi con una fatwa che si rivelò di parola. \

Il ritratto di Luigi Calabresi è un ritratto in piedi. Un uomo che aveva il senso dello Stato, che credeva al decoro delle istituzioni e alla dignità del suo ruolo, che aveva la responsabilità di uomo d'ordine. Un'espressione antica, terribilmente démodé, le compendiava tutte: «servitore dello Stato». Così si definiva Luigi Calabresi. E chi fa una smorfia d'insofferenza per un'espressione antiquata e retorica, ripensi con rispetto che a quella definizione Calabresi restò fedele fino alla morte. Inclusa. Tutto per 270mila lire mensili, uno stipendio medio per quei tempi, che a Milano con famiglia a carico non consentiva una vita agiata. Un minimo decoro, però senza scialare.

Ad aggravare il suo ritratto di uomo d'onore, vi era in Calabresi anche un fervente senso religioso. «Sono nelle mani di Dio», diceva. In un suo scritto, Calabresi criticava il degrado del senso civico e la riduzione delle aspettative di vita al successo, al sesso e al denaro. Era l'affiorare della società dei consumi; oggi dovremmo dire che Calabresi aveva visto sul nascere la barbarie del nostro tempo, opulento e disperato, che inclina verso un degrado benestante, ma privo di valori. La borghesia cinica e miscredente muoveva allora i suoi primi passi. Sarà quella borghesia «illuminata» a partorire anche i radical chic e i salotti nemici di Calabresi.

Luciano Garibaldi fu il primo giornalista che riuscì a far parlare in un'intervista su Gente la vedova di Luigi Calabresi, Gemma Capra. Trentadue anni fa. E collaborò con lei nella stesura del libro dedicato a suo marito. Garibaldi seguì negli anni la vicenda Calabresi con passione civile e rigore di cronista, ne fece una battaglia di principio e di verità storica. Anche grazie a testimonianze come la sua, a Calabresi fu data dal presidente Ciampi, con trentadue anni di ritardo, la medaglia d'oro al valor civile. Un riconoscimento postumo, assai postumo, che si insinuava come una piccola parentesi nel fiume di parole, interventi, pressioni per la grazia a Sofri e Bompressi. Nell'immaginario collettivo del Paese, i martiri erano diventati loro, non Calabresi.

La vicenda Calabresi resta una ferita profonda nella storia civile ma anche culturale del nostro Paese. Non possiamo dimenticare che si mobilitarono contro di lui, in un famigerato manifesto, i quattro quinti della cultura e dell'intellighentia italiana. Ottocento firmatari, l'intero establishment culturale, accademico, editoriale e giornalistico italiano, tuttora in auge, si schierarono contro di lui, lo squalificarono, lo delegittimarono. Non dirò che gettarono le basi per il suo assassinio, ma crearono comunque un clima di ostilità che fu alle origini di quel delitto. Non è il caso di rivangare con rancore quegli anni e quegli errori che mutarono in orrori; per carità di patria e civiltà cristiana conviene la spugna del pietoso oblìo. Non ne ricordo neanche uno, e nemmeno il giornale che li pubblicò. Ma quando si tratta di far la storia di quegli anni, bisogna pur dirla la verità, bisogna pur ricordare la mobilitazione che collegò il partito armato al partito degli intellettuali, tramite l'estremismo politico e la sinistra intellettual militante, in un girotondo nazionale da cui scappò più di un morto. In questo caso lui, Calabresi.

Garibaldi ripercorre in modo appassionato e incalzante, attento ai dettagli e alle sfumature, la vicenda Calabresi, preceduta dal caso Pinelli – che Garibaldi tratta col rispetto che merita – e dal caso Valpreda, con rimandi alla vicenda Tortora e al sequestro Sossi, per poi tuffarsi in quel tunnel misterioso delle stragi senza volto e senza mandante che restano come un macigno sulla coscienza civile e nella memoria divisa del nostro Paese. Probabilmente non capiremmo neanche la lobby trasversale in favore della scarcerazione di Bompressi e Sofri se non ricordassimo quelle ottocento firme. E se non ricordassimo la carriera folgorante di quel ceto di sessantottini arrabbiati che si raccolsero intorno a Lotta Continua. Belle intelligenze, non c'è che dire, ma all'epoca anche spietati radicali, feroci nel linguaggio e duri nei servizi d'ordine, teorici convinti che «uccidere un fascista (o un poliziotto) non è reato»; che poi si disseminarono nella tv e nel giornalismo, nella sinistra ma anche nel centro-destra, come una specie trasversale di Lobby Continua.

Non fosse altro per quell'errore collettivo di gioventù, quegli intellettuali, quei firmatari, quei lobbisti continui dovrebbero rendere omaggio a quel servitore dello Stato che pagò con la vita il fatto che aveva preso sul serio il suo compito, vorrei dire la sua missione. Non è mai troppo tardi per ammettere: sì, ci eravamo sbagliati, Calabresi era un galantuomo, un vero servitore dello Stato. Il furore di quegli anni ci ha oscurato la mente e inferocito gli animi, ma Calabresi fu uno dei pochi che lasciò a noi ragazzi degli anni Settanta la residua speranza nello Stato, nell'amor patrio, nella fedeltà alla propria missione. Quando sento parlare oggi di fedeltà alla Costituzione, vorrei ricordare che altri, come Calabresi, scontarono sulla propria pelle la fedeltà non a una carta, ma a uno stile, a una patria, a uno Stato. Che li mandava allo sbaraglio e poi si dimenticava di loro; e ciononostante, i cavalieri come Calabresi partivano alla carica.

Del libro di Luciano Garibaldi ho viva memoria di molte sue pagine, perché sono terse e incalzanti, come si conviene a un cronista di storia e di rango come lui. Ma mi resta soprattutto un'immagine: quella del Commissario Calabresi che passando con suo figlio, ancora bambino, davanti alle scritte minacciose e infamanti contro di lui, «Calabresi assassino», ha un sussulto di tragico e grottesco ottimismo, dicendo: «meno male che lui non sa ancora leggere...». Ma dopo, quando suo figlio ha letto e capito chi era suo padre e chi erano i suoi nemici, quelli che lo volevano ammazzare, quando ha saputo leggere a rovescio quella scritta, non «Calabresi assassino» ma «assassino Calabresi», mutando un sostantivo e un'accusa infami in un verbo e in una promessa tragica, avrà ripensato a quell'uomo che lo portava per mano per le vie di Milano e si sarà detto con commosso orgoglio: sì, quello era mio padre.

Onore a Luigi Calabresi e pietà per tutti gli altri.

Slot, ecco le sale giochi della vergogna: i ragazzi schiavi ma lo Stato specula

Il Mattino

di Gigi di Fiore


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Cè una manona, simulacro di barriera. Una manona-immagine fuori tutte le agenzie di scommesse autorizzate, a volte alternata da un numero 18 incorniciato in un segnale di divieto. È un fumetto, da testo e chiaro significato in replica: «Vietato l’ingresso ai minori». Uno spauracchio che, all’interno di tutte le agenzie, si completa con una raffica di regole da osservare per scommettere. Una è più chiara delle altre: va sempre mostrato il proprio documento, quando ci si accosta agli sportelli. Non sempre è così. Scommesse, slot machine, gratta e vinci e ogni diavoleria che promette sogni a poco sforzo dovrebbero essere riservate a giovanotti e signori attempati.

Niente ragazzini, niente bambini. E invece scopri in giro che gli under diciotto scorrazzano in lungo e largo sotto i diciannove marchi di concessionari. Agenzie Snai, Eurobet, Sisal, Lottomatica sono assediate da giocatori in erba. Uno lo becchi a Fuorigrotta e ti racconta, senza farsi pregare e con l’aria di sembrare più grande con il suo «hobby»: «La mia paghetta di 15 euro non mi basta mai. Ho cominciato così, per scherzo. Entro quando non do nell’occhio. Cambio ogni volta agenzia. A chi fa resistenza, spiego che devo scommettere per conto di mio padre. Non sempre accettano di farmi giocare».

domenica 22 dicembre 2013 - 09:26   Ultimo aggiornamento: 10:11

Operaio trova un portafoglio con 5mila euro e lo porta al sindaco

Il Mattino

di Valerio Bassotto


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VICENZA - Trova a terra un portafoglio contenente 5 mila euro e li consegna al sindaco. Non solo, il premio stabilito per legge del 5%, cioè 250 euro, lo devolve al Comune per aiutare i bisognosi. Protagonista della vicenda è un operaio dello stabilimento cartario del paese, Antonio Sasso, il quale spiega di essersi limitato a fare il proprio dovere di cittadino corretto. «Uscendo dal turno di sera, buttando l'occhio per terra, ho visto che c'era un portafoglio. Mi sono fermato con la moto, l'ho raccolto e dentro c'erano 5mila euro. Ero incredulo». Inizia così la storia di Antonio, 56 anni, residente in paese. «Sul momento ho pensato di andare dai carabinieri.

Poi mi sono detto che avrei potuto fare due regali di Natale», afferma l'uomo. Uno a chi ha perso il denaro, il figlio di un ristoratore della zona che aveva fatto denuncia e che ieri si è presentato a ritirare la somma, e un altro a chi è meno fortunato. «So che il Comune si impegna ad aiutare le persone che più hanno bisogno», spiega Antonio. Così Sasso è andato in municipio e ha consegnato la somma al vicesindaco Giovanni Cappozzo che a sua volta ha informato i carabinieri di Chiuppano. «A me non interessava la ricompensa, sono molto più felice di poter fare qualcosa di buono per chi ne ha bisogno».

 
domenica 22 dicembre 2013 - 13:15   Ultimo aggiornamento: 13:23

Differenziata, a Napoli un nuovo flop: Scampia come Fuorigrotta

Il Mattino


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Un vecchio televisore al posto degli avanzi del piatto: anche questo può finire nei contenitori marroni, quelli per la raccolta degli scarti alimentari. Fioccano le denunce sui cattivi comportamenti di chi non rispetta la differenziata a Secondigliano-Scampia, proprio come accaduto già a Fuorigrotta. Spiega l'ex consigliere comunale Raffaele Ambrosino: «Chi ha concepito la raccolta dei rifiuti umidi in cassonetti di forma identica a quelli per il "tal quale" e ha pensato di piazzarli proprio nelle immediate vicinanze di quelli grigi? Ecco il risultato, ecco come si sprecano i soldi della nostra Tares».

domenica 22 dicembre 2013 - 13:48   Ultimo aggiornamento: 13:49

Per l’addio al Porcellum a lezione dal Bhutan

La Stampa

Vent’anni di dibattiti inutili: altrove soluzioni lampo


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Il bello è che ancora non hanno capito - o non si ricordano - che la desinenza -um fu applicata nel 1994 dal professor Giovanni Sartori in senso di spregio: «L’efficacia di un sistema uninominale si dispiega collegio per collegio. Se abbiamo cento collegi e se in ciascuno vince il candidato di un partito che vince soltanto lì, avremo un parlamento con cento partiti». Perciò: Mattarellum. Nome volutamente pomposo per un sistema da due soldi, nell’opinione del professore.
Si avanzava già allora il sospetto che la legge elettorale c’entrasse, ma c’entrasse meno del nostro organismo politicamente modificato, forte davvero di cento partiti, tutti con pretesa di agibilità.

Ecco perché da noi si discute fino alla fine dei tempi di riforme e sistemi, e se ne viene a capo di rado. Nel 1995, per esempio, nacque il Tatarellum, legge maggioritaria per le Regioni che funziona tuttora ma intanto se la sono risistemata a piacimento - sebbene in un paio di casi con semplici ritocchi - la Puglia, la Calabria, la Sicilia, la Toscana, la Campania, le Marche, il Friuli e la Lombardia. Il Mattarellum se ne andò sostituito dal Porcellum, altro nome coniato da Sartori. Era successo che l’ideatore della legge, Roberto Calderoli, avesse detto a Matrix che ormai era ridotta a una porcata. Non era un’autodenuncia: intendeva che gli interventi sul testo originale erano stati tali e talmente numerosi da imbastardirlo irrimediabilmente.

Infatti le recenti dichiarazioni di incostituzionalità riguardano due aspetti non previsti da Calderoli: il premio di maggioranza e le liste bloccate (cioè la soppressione delle preferenze), che Calderoli stesso attribuisce agli interventi di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Se oggi si andasse a votare, si andrebbe con quella definibile come la parte migliore del Porcellum, diciamo un Culatellum. Neanche a pensarci: non lo vuole nessuno, nonostante si discuta di nuova legge elettorale dal giorno in cui saltò fuori il Porcellum, cioè dal 2006. Sette anni e mezzo di nebbia, dentro la quale si sono intuite ombre fugaci con le sembianze di proposte. Appena il dibattito si infittisce, le idee proliferano.

Si parla di metodo spagnolo, metodo tedesco, metodo tedesco-spagnolo (l’ultimo è stato Ferruccio Paro ai tempi del Pdl), metodo francese, con revisione dello sbarramento, si sono viste la bozza Malan, la bozza Bianco, la bozza D’Alimonte, il nuovo lodo Calderoli (soltanto per elencare i lavori recenti), e poi proposte di ritorno al proporzionale (cioè il Culatellum), doppi turni, premi di maggioranza. Secondo l’ultimo censimento, alle Camere risiedono ventisei diversi disegni di legge, intanto che leader e semi-leader si incontrano dietro agli angoli o nottetempo raggiungendo intese destinate a evaporare. Il più attivo, Matteo Renzi, è partito dalla legge dei sindaci ed è passato al Matteum (Mattarellum con correzione) per arrivar al Matteum bis (Mattarellum con correzioni ulteriori).

Sembra alla ricerca dell’ingranaggio che meglio si adatti a lui ma, per sua disgrazia, è l’esigenza di molti: ciascun partito blocca e rilancia in base a ragioni di sopravvivenza. E forse ci prende Renato Brunetta quando sul Mattinale sostiene che si arriverà al Perfettissimum, il sistema di chi punta a non fare le elezioni «né oggi né mai». Anche se noi siamo per Bhutanellum, cioè la legge del Bhutan raccontata benissimo sul blog Portmeirion. Nel Bhutan - paese asiatico a nord-est dell’India - succede che a un certo punto il re dichiara superata la monarchia e abdica, invitando i più lucidi cervelli del paese a studiare una tecnica elettorale. E costoro producono una legge di otto righe: al primo turno si presentano tutti i partiti senza candidati, per un voto di lista. I due partiti più votati accedono al secondo turno, con 47 candidati nei 47 collegi; in pratica 47 miniballottaggi, con risultato di una maggioranza certa. Ma noi non siamo mica il Bhutan.

Le carte sono solo carte

La Stampa

yoani sanchez


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Il notiziario del mattino ha lasciato Raidel senza parole. Proprio adesso che stava per comprare un’auto a prezzo sovvenzionato, hanno annunciato la fine di quel meccanismo di privilegi. 

Solo per ottenere la carta di autorizzazione, munita di firme e timbri, aveva dovuto affrontare lunghi mesi di peregrinazioni passando da un ufficio all’altro e da un burocrate all’altro. La cosa più difficile era stata dimostrare che le sue entrate provenivano dal settore statale, provare l’origine di ogni centesimo guadagnato arredando centri turistici. Una volta ottenuto il permesso, era stato inserito in una lista d’attesa che superava i settemila possibili acquirenti. Questa mattina, però, il suo sogno di recarsi al deposito e di poter scegliere tra una Peugeot o una Hyundai a basso costo è sfumato nel breve tempo della lettura di un comunicato televisivo. 

Recentemente, il Consiglio dei Ministri ha stabilito di incentivare gradualmente la vendita di auto moderne - nuove o usate - a qualunque persona fisica, cubana o straniera. Due anni dopo l’emanazione del Decreto 292, la realtà ha avuto la meglio e ha obbligato ad ampliare gli angusti limiti di quella regolamentazione. Alla legalizzazione della compravendita di veicoli tra privati, adesso si aggiunge la possibilità di acquistare nelle agenzie sia veicoli con zero chilometri che auto usate di recente fabbricazione. Non avremo più solo il permesso di commercializzare un prodotto di seconda mano, ma anche la possibilità di ottenerne un altro “nuovo di zecca” e dotato di certe garanzie tecniche… ma in ogni caso, si potrà acquistare solo nelle reti di vendita statali, al prezzo che il governo deciderà e - con tutta probabilità - pagando in contanti. 

Una misura di questo tipo va incontro alle esigenze dell’emergente classe media, desiderosa di possedere simboli sempre più moderni del suo status. Come effetto immediato, aumenterà le differenze sociali che sono cresciute in maniera drammatica negli ultimi cinque anni. Anche se la retorica politica continua a parlare di uguaglianza e di opportunità per tutti, questa agevolazione è rivolta soltanto a chi possiede alte entrate in pesos convertibili. Sono loro i grandi vincitori di questa giornata, mentre gli sconfitti sono i cubani come Raidel, la cui carta di autorizzazione per comprare un’auto adesso vale soltanto come pezzo da museo. Persone che dopo anni passati applaudendo, simulando e lavorando duramente, oggi comprendono che il mercato si è imposto sui loro meriti professionali e politici. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Wit, la lampadina dei poveri: illumina gratis grazie ad una bottiglia d'acqua

Il Messaggero


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ll meccanico brasiliano Alfredo Moser ha trovato un modo geniale ed economico per illuminare le case di Uberada, una città del sud del Brasile. Con i continui blackout che interessano quella zona e i guasti tecnici sempre più frequenti, Moser ha usato la rifrazione nei raggi solari nell'acqua per ideareWit, la lampadina dei poveri. Utilizzando una bottiglia riempita con due litri d'acqua mista a candeggina, posta sul tetto di una casa con un rivestimento in resina di poliestere.

COSA SUCCEDE? Grazie a Wit si ottiene un'illuminazione libera e organica diurna, utilissima per casolari e baracche che spesso non sono dotati di finestre. In base all'intensità del Sole, queste lampadine artigianali possono raggiungere anche l potenza di 60 watt. "Non costa un centesimo ed è impossibile che si fulmini - ha spiegato Moser alla Bbc - La luce è per tutti".

NESSUN RICAVO A parte qualche piccola ricompensa, l'inventore di Wit non è diventato ricco dopo la sua invenzione ma si ritiene comunque soddisfatto del bene che ha portato la sua idea: "Conosco un uomo che con la mia lampadina ha risparmiato abbastanza soldi per sfamare il suo bimbo appena nato". Queste sono soddisfazioni.



Venerdì 20 Dicembre 2013 - 17:08
Ultimo aggiornamento: 17:16

I teorici della cospirazione In 500 contro le scie chimiche

Corriere della sera

«Non è condensa, sono veleni con obiettivi segreti»

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MODENA - Alle 9 del mattino in piazza Sant'Agostino si rincorrono nubi bianche, figlie di una pioggia notturna da poco cessata, ma c'è chi guarda il cielo con aria accigliata e regala il primo allarme di giornata: «Quanto a scie chimiche, anche oggi non si scherza...». Massimo Ridolfi, editore, una quarantina di anni, l'aria di chi sa trasformare un marciapiede in un palco, non vuole sentirsi dare del «leader», ma è lui il capofila di tutto. Giornalisti e tv non sono apprezzati: «Occultano la verità, parlano d'altro». Meglio un'intervista cucinata in casa. L'attivista accende la videocamera e Ridolfi praticamente ci entra dentro:

«Il Nuovo Ordine Mondiale (sì, con le maiuscole, ndr ) ha paura di noi. La loro forza è l'omertà, ma noi la romperemo e ridaremo consapevolezza alla gente: diremo a tutti che ci stanno avvelenando, uccidendo!». Attorno a Ridolfi ci sono 21 attivisti. Passa sferragliando un bus. Si alza un volo di piccioni. Ma sono solo le 9. A mezzogiorno saranno quasi in 500. Hanno addosso pettorine gialle con la scritta «Basta scie chimiche», qualcuno le mascherine antigas. Ci sono modellini di aerei che sparano incenso che stordisce. E slogan alla Modugno: «Per un blu dipinto di blu: contro le scie chimiche anche tu».

La notizia è che in un sabato prenatalizio di una città dinamica e con pochi grilli com'è Modena si materializzano, come uscite dal nulla, centinaia di persone (bimbi in carrozzina compresi, cagnolini a parte), pronte, gioiosamente cariche, ad invadere pacificamente le vie del centro storico per lanciare il loro grido d'allarme contro la «peste del secolo»: le scie chimiche. Un mostro, raccontano, che viene dal cielo. Lo sputano gli aerei. E sbaglia chi pensa sia innocua condensa. In realtà, denunciano Ridolfi e l'associazione «Riprendiamoci il pianeta», quei fumi che disegnano traiettorie bianche nei cieli altro non sono se non l'esito «finale e micidiale» di «un piano criminoso mondiale» che punta «ad alterare il clima per inconfessabili obiettivi economici, commerciali e pure bellici» attraverso le irrorazioni chimiche rilasciate «da aerei cisterna privi di riconoscimento».

Veri e propri veleni, tipo bario, alluminio e polimeri sintetici, che si presentano con la forma di «lunghi e appiccicosi filamenti» e che «sono fonte di malattie e di mutamenti climatici dagli effetti devastanti». Una strategia occulta, di cui Nato, Usa, poteri forti e chi più ne ha più ne metta tirerebbero da sempre le fila, facendo leva sull'omertà dei mezzi di comunicazione. Pensieri forti. Ma, a voler essere benevoli, a dir poco di nicchia. La teoria delle scie chimiche, decollata a metà degli anni 90 dagli Usa e amplificata dalla Rete e da alcune trasmissioni tv, non vanta alcun credito da parte della comunità scientifica, ha collezionato una serie infinita di smentite da governi e autorità di mezzo mondo, viene definita priva di riscontri empirici e soprattutto va a sbattere contro una

banalissima obiezione: «Ma chi sarebbe così stupido da avvelenare il pianeta, avvelenando anche se stesso?». Per molti, è semplicemente una bufala. Volante, naturalmente. Li chiamano «complottisti», Ridolfi e i suoi, gente che vede ombre ovunque. A guardarli stamane sembrano un'allegra brigata di amici. Sono organizzati, c'è pure il servizio d'ordine (due attivisti, ricetrasmittente incollata alla bocca: «Non si sa mai...»). Un corteo pacifico, colorato. Tanti giovani, molte donne. Pensionati. Studenti. Mamme con bimbi. Vengono da Udine, Roma, Firenze, Padova, Bologna, Reggio Emilia. Assortimento trasversale. Gente comune.

Gli organizzatori sconsigliano le interviste alla stampa. Si parla attraverso slogan preconfezionati: ad ognuno viene consegnato una sorta di breviario da recitare. Un po' militarizzati. Capita a chi si considera depositario di verità sconvolgenti. E drammaticamente incompreso. Si sentono sott'attacco, tutta colpa di questo Nuovo Ordine Mondiale. E allora, via, davanti alla sede dell'Arpa (chiusa il sabato) a gridare: «Bugiardi, bugiardi, basta con le scie». Poi all'Accademia dei cadetti e sotto la Ghirlandina: «Non siamo mica matti, non vogliamo il cielo a scacchi». I modenesi guardano e non tutti mettono a fuoco: «Chi è che scia?...». Ma chi lo ferma Ridolfi? «Dicono che siamo da Trattamento sanitario obbligatorio, ma noi fermeremo gli aerei della morte». Anche al cagnetto hanno messo la pettorina anti-scie: e lui, baldanzoso, sgancia la sua personalissima scia in mezzo alla via Emilia. In cielo nuvoloni bianchi, ancora. Brutto segno.

22 dicembre 2013

Aiutò una gatta, processo all’ufficiale Barbara

Corriere della sera

Sottoposta a un anno di indagini e interrogatori . «Rischiava la vita per le difficoltà del parto. Come potevo abbandonarla?»

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Il lamento non era di un soldato ferito. Era di Agata, la gatta della base italiana in Kosovo, fra le alture di Pec. Da giorni aveva smesso di salire sul cornicione della caserma e si era ritirata nella capanna dell’area 40 a miagolare senza tregua. Doveva dare alla luce i piccoli ma era un parto molto difficile e lei, con quel verso straziante, lo stava dicendo a tutti i militari della base. La notizia giunse all’orecchio dell’ufficiale medico in servizio, il tenente Barbara Balanzoni, che accorse alla capanna e la salvò. Ebbene, per quel gesto del 10 maggio 2012 il medico riservista, una trentanovenne bolognese con la passione dei gatti, dei cani e dell’esercito, è finita indagata per oltre un anno e il 7 febbraio 2014 sarà processata davanti al Tribunale militare di Roma, al quale è stata rinviata dal gup la scorsa settimana.

L’accusa parla di disobbedienza aggravata perché «in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, disobbediva all’ordine scritto, datato 6 maggio 2012, a firma del comandante della Base, riguardante il divieto di avvicinare o farsi avvicinare da animali selvatici, randagi o incustoditi, venendo così morsa... ». Correndo in soccorso dell’agitatissima Agata, il tenente Balanzoni aveva infatti rimediato un morso. «Ma quale morso! - insorge scattante l’ufficiale -. Era una graffio, nulla di grave. Agata era spaventata, poverina, con un micino già morto nella pancia che non voleva uscire». La procura militare è però andata a fondo del fattaccio, concludendo che «il tenente si è fatto anche accompagnare presso l’infermeria dell’ospedale tedesco di Prizren per il vaccino antirabbico».
Una vicenda surreale e un po’ kafkiana.

Nella base militare nata per una guerra che ha fatto migliaia di vittime, è successo infatti che soldati e ufficiali abbiano finito per scontrarsi su una micia. Con un lungo e tormentato strascico: la raccolta meticolosa delle testimonianze oculari, le indagini prorogate dopo sei mesi, il lavoro di avvocati, di magistrati, di ufficiali, di marescialli. Il tutto per Agata e per quell’iniziativa del tenente Balanzoni, la quale dopo l’esperienza in Kosovo è tornata al camice bianco, civile, di anestesista rianimatore all’ospedale di Massa Carrara: «Sto vivendo un incubo. Spero che la giustizia faccia presto il suo corso e che vengano presi gli opportuni provvedimenti contro chi mi ha reso impossibile la vita alla Base portandomi alla sbarra».

Dopo il salvataggio della micia, il clima alla Base era diventato conflittuale. Altri due rapporti sul conto della dottoressa si sono trasformati in altrettanti capi d’accusa per diffamazione e ingiurie. «Ha offeso il prestigio, l’onore e la dignità di un maresciallo - scrive il magistrato - proferendo le seguenti parole: “Com’è possibile che l’esercito mandi all’estero un mentecatto e truffatore come lui?”». E su questo episodio sono partite altre indagini.

Domanda: perché succede tutto a lei? «Semplice - risponde Balanzoni - perché non erano abituati a prendere ordini da un ufficiale donna che non andava alle loro cene, dove peraltro scorrevano fiumi di alcol. Non partecipavo per il fatto che non avevo molto da dire e preferivo starmene nella mia cameretta a studiare (vuole la seconda laurea in giurisprudenza, ndr ). Ho fatto il Kosovo con il codice penale sulla sedia». E dunque si è studiata bene anche la sua causa, finendo per cavillare pure lei sul caso Agata: «Il provvedimento disciplinare, oltre a invocare un articolo del codice sbagliato, non riporta alcuna indicazione sulla mancata esecuzione di un ordine.

Non si comprende in cosa consista la mancanza: non è forse dovere di un ufficiale, per di più medico, rispondere a una chiamata senza lavarsene le mani via telefono? La chiamata per una gatta a rischio di vita perché in difficoltà nel partorire a buon diritto poteva ingenerare nell’area 40 un problema di sanità pubblica... la gatta era in evidente difficoltà, non me la sentii di abbandonarla in quelle condizioni, la situazione non credo meritasse un’autorizzazione gerarchica». E giù pagine di argomentazioni raccolte in una memoria difensiva e sostenute ora a gran voce anche dall’Ente nazionale protezione animali che ha già presentato un’interrogazione parlamentare. Il tenente Balanzoni vive con un cane e una gatta e ha un sogno: «Poter continuare a lavorare per l’esercito, un’istituzione che io amo... come i gatti». Mentre in Italia tutti litigano, a Pec Agata è tornata sorniona sul tetto.

22 dicembre 2013

Quanti guai a mettere il partito tra moglie (ministro) e marito

Corriere della sera

Aldo Grasso


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macchina da soldi»), con l’addetto stampa della moglie: «L’addetto stampa di mia moglie le è stato imposto dal partito. Il Pd piazza in giro tutti quelli che non riesce a mantenere... Il partito le diceva dove andare a parlare e lei andava. Ma a spese proprie. Ho investito io quasi duemila euro perché in giro non raccoglieva niente».
Non ha negato simpatie per la Lega, per Beppe Grillo e persino per Berlusconi a proposito di Ruby. La moglie l’ha buttata sul sociologico: «Tante volte, per gli schemi in cui viviamo, se l’uomo ha il controllo economico va tutto bene. Se invece, a un certo punto, la donna si trova col timone in mano, qualcosa nella coppia cambia.

E chissà quante si riconosceranno in quello che dico...». Insomma, la bella storia nata in un ambulatorio oculistico, sublimata da un concerto di Claudio Baglioni, rinsaldata dal volontariato, consacrata in Congo con un rito atavico («Alcuni volontari non hanno voluto bere quello che ci hanno dato», ricorda l’ingegnere) rischia di naufragare. Il signor Kyenge è anche musicista e ha scritto una canzone per Cécile che sa molto di congedo: «Ma se vuoi tu, va per la tua strada. E se sentirai la vita dura non fermarti mai, più di quel che basta per riprendere fiato, per ricominciare e se sentirai di stare male non voltarti indietro...».

Alla fine, vale sempre la massima del compagno don Camillo: «Tra moglie e marito non mettere il partito».

22 dicembre 2013

Chiede aiuto al Papa e riceve mille euro ma nessuno vuole cambiargli l’assegno

Corriere della sera

La carità di Papa Francesco messa in crisi dalle banche: per incassare l’assegno occorre aprire un conto corrente

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Bernardo Raimondi mostra l’assegno ricevuto dal Papa (da LiveSicilia)Chiede aiuto al Papa e l’aiuto arriva: un assegno da mille euro per fronteggiare, almeno per qualche settimana, le gravi difficoltà economiche. Peccato che ci si mette di mezzo la burocrazia. L’assegno non può essere incassato alle poste e in nessuno degli istituti di credito della sua città, che per pagare l’assegno chiedono l’apertura di un conto corrente. A meno che il malcapitato non si metta su un aereo e vada a riscuotere a Roma, direttamente presso la banca che ha emesso l’assegno.

IN MANO AGLI USURAI - La singolare disavventura vede come protagonista un artigiano palermitano, Bernardo Raimondi, da anni in mano agli usurai. La storia è stata raccontata al quotidiano siciliano LiveSicilia dallo stesso artigiano e dalla moglie Antonina Meli. Sopraffatto dai problemi economici e strozzato dagli usurai 10 anni fa l’uomo fu costretto a chiudere la sua piccola azienda di ceramiche e licenziare tutti i dipendenti. Oggi vive di espedienti. «In questi anni - ha raccontato a LiveSicilia- lo Stato mi ha dato un piccolo aiuto in base alla legge sulle vittime di usura, la Caritas mi ha pagato qualche bolletta, ma la mia situazione è molto difficile e oggi mi sono ridotto a elemosinare».

MILLE EURO DAL PAPA - Alcuni mesi fa è stata la moglie a prendere l’iniziativa di scrivere a Papa Francesco, raccontando la loro storia e chiedendo un aiuto. E il 4 dicembre scorso è arrivata la risposta di monsignor Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa. «Desidero anzitutto significarle – si legge nella lettera – che l’elemosineria apostolica, la quale ha il compito di erogare modesti e saltuari sussidi ai poveri che nelle loro necessità si rivolgono al Santo Padre, non ha la possibilità di concedere somme elevate. Tuttavia poiché la situazione da lei descritta esige un rapido intervento, ho il piacere di rimetterle in via eccezionale l’unito assegno di mille euro». Aiuto, che, precisa l’arcivescovo Krajewski, «è rimesso a nome di Sua Santità Francesco, il quale l’accompagna con la preghiera e con una particolare benedizione apostolica».

UN VAGLIA POSTALE - Con la lettera arriva anche l’assegno di mille euro. E qui comincia il piccolo calvario per cercare di incassarlo. L’artigiano e la moglie provano prima alle poste e poi in banca. Tutti inutile. Non lo si può incassare se non si è titolare di un conto corrente, né girare a terze persone. Per ricevere il contate vi ci può rivolgere solo alla banca che lo ha emesso, che però ha sede a Roma. Va bene che ad emetterlo è stato il Papa ma le regole bancarie non si possono assolutamente infrangere. Niente da fare, o quasi. La soluzione, infatti, la troverà sempre la Santa Sede che qualche giorno fa ha fatto sapere che risolverà il problema aggirando la burocrazia bancaria: quanto prima al posto dell’assegno arriverà un vaglia postale e Raimondi potrà andare tranquillamente ad incassarlo.

21 dicembre 2013

Cittadinanza europea in vendita a 650.000 euro

La Stampa

Malta pianifica una offerta per super-ricchi che porterebbe nelle casse dello stato 30 milioni di euro l’anno. Polemica all’Ue


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Il governo maltese ha annunciato recentemente il proposito di vendere la propria cittadinanza agli stranieri per 650.000 euro, ma l’idea si è subito scontrata con roventi polemiche da parte degli altri paesi dell’Unione Europea. Per ora l’iter della legge relativa è stato sospeso, in attesa della discussione al Parlamento Europeo fissata il 15 gennaio. «Lo schema di cittadinanza adottato dal parlamento maltese sembra un chiaro abuso della cittadinanza europea e delle regole di Shengen» ha detto il presidente del Partito Popolare Europeo, Joseph Daul.

Ma Malta difende il programma, sottolineando che l’obiettivo è attrarre individui in grado di sostenere l’economia dell’isola: «Non è una vendita di passaporti - dice Kurt Farrugia, portavoce del governo maltese -. I richiedenti dovranno passare uno screening diligente suddiviso in quattro fasi».
Il programma darebbe ai detentori di un passaporto maltese una serie rilevante di libertà. Diversamente da programmi simili adottati da altri paesi dell’Unione, i richiedenti non sarebbero obbligati a vivere a Malta prima di ottenere i documenti. Se il richiedente è ricco a sufficienza da poter spendere una somma simile e passa lo screening, il passaporto - e con esso la cittadinanza Ue - è invece immediato. Da quel momento in avanti il nuovo cittadino potrebbe teoricamente vivere in uno qualsiasi dei paesi membri. 

In più, la cittadinanza maltese garantisce la possibilità di viaggiare in 163 paesi senza necessità del visto. Secondo il primo ministro, Joseph Muscat, l’operazione porterebbe più di trenta milioni di euro all’anno che confluirebbero nelle casse dello stato, aiutandolo a sostenere il suo deficit.