sabato 28 dicembre 2013

L’addio alle armi del Tex di José Ortiz Il disegnatore si è spento dopo l’ultima storia

Corriere della sera

Era uno degli autori più amati dai lettori degli albi del ranger. Pubblicato in tutto il mondo, aveva 81 anni

Cattura
Il suo Tex Willer era mascelluto e possente, un omone dallo sguardo stanco e grintoso insieme. I suoi eroi, ma anche i suoi cattivi, erano dei villain sporchi e ruvidi come il tratto del suo pennino, che distribuiva macchie, graffi e polvere, in una pioggia di tratteggi sapienti e vivaci. Il fumettista spagnolo José Ortiz Moya si è spento a Valencia a 81 anni. Josè Ortiz Nei forum dedicati a Tex, personaggio che aveva disegnato in una trentina di albi a partire dal 1991, gli appassionati scrivono che il cartoonist ha voluto terminare la sua ultima storia, prima di accettare il ricovero nell’ospedale in cui è morto per un problema cardiaco: si tratta con ogni probabilità dell’avventura che ha firmato per lui Mauro Marcheselli, in uscita la prossima estate nella serie regolare del ranger.

Cattura
Per la Sergio Bonelli Editore, José Ortiz aveva realizzato anche diverse storie di Ken Parker e Magico Vento, ma è dal sodalizio con un altro spagnolo, Antonio Segura, che erano nati i suoi personaggi più caratteristici, tra horror e fantascienza: da Morgan a Jack lo squartatore, e poi Burton & Cyb, Ozono e Hombre, un solitario che si muove in un futuro post apocalittico in cui non rimane più nulla di socievole nei comportamenti umani.


«Sergio Bonelli inseguì a lungo Ortiz per fargli disegnare Tex», ricorda Michele Masiero, caporedattore centrale della Bonelli, «e lui alla fine accettò, ripagandolo negli anni con un mix preziosissimo di quantità e qualità».

28 dicembre 2013

I quarant’anni delle baby pensioni, il simbolo di tutti gli sprechi d’Italia

La Stampa
roberto giovannini

Oltre mezzo milione a casa con un assegno di circa 1.500 euro lordi al mese: tutto “merito” di un decreto varato nel 1973 dal presidente del Consiglio Rumor

Cattura
Chissà che fine ha fatto la signora Francesca Zarcone di Lissone, in provincia di Como. Oggi quella che può essere considerata una delle recordwomen della pensione baby – il merito di averla scovata qualche anno fa spetta al grandissimo Gian Antonio Stella del Corriere della Sera – ha esattamente 62 anni e mezzo, visto che è nata in un paesino in provincia di Messina nel non troppo lontano luglio del 1951. 
Quanto a pensione baby, la signora Zarcone è davvero una primatista: sta in pensione, beata, dall’agosto del 1983. Allora aveva soli 32 anni, e aveva lavorato in tutto, tra privato e pubblico, neanche 17 anni. Meglio di lei aveva fatto però un’altra ex-bidella, stavolta friulana, Ermanna Cossio. I suoi quindici anni di lavoro era riuscita a completarli a soli 29 anni di età. Era rimasta incinta, e invece di andare in maternità decise di andare in pensione, visto che la legge glielo permetteva. Oggi Ermanna Cossio ha appena compiuto sessanta anni: è pensionata da 30 anni.

Di questo - e di molto altro – bisogna ringraziare il governo in carica quarant’anni fa: il 23 dicembre del 1973 presidente del Consiglio era il democristiano Mariano Rumor, ministro del Tesoro un politico considerato un severo custode del rigore come Ugo La Malfa. Erano i tempi del primo “shock petrolifero” dopo la guerra del Kippur tra Egitto, Siria e Israele: il 2 dicembre sempre Rumor aveva varato le domeniche a piedi, con i cinema chiusi alle dieci e la tv oscurata prima delle undici. Rigore e cinghia stretta che invece non ritroviamo nel decreto del Presidente della Repubblica 1092.

Quello che ha permesso a centinaia di migliaia di italiani dipendenti pubblici di poter andare in pensione con 14 anni, sei mesi e un giorno di attività lavorativa se donne con prole; 19 anni, sei mesi e un giorno per gli uomini; 24 anni, sei mesi e un giorno per i dipendenti degli enti locali. Una follia economica, una grandissima ingiustizia durata quasi venti anni (fu abolita da Giuliano Amato nel 1992) ma che paghiamo tuttora. Uno dei simboli più pregnanti della rovina dell’Italia.

Sono numeri, quelli che abbiamo incontrato finora, da capogiro. Che raccontano una realtà che oggi, nel 2013, ci è totalmente incomprensibile. Le due baby pensionate che abbiamo citato hanno smesso di lavorare a un’età anagrafica (30 anni circa) in cui nell’Italia del 2013 una loro coetanea di oggi forse spera di cominciare ad affacciarsi sul mercato del lavoro.

Secondo un rapporto di Confartigianato del 2011, oggi sono 531.752 le pensioni di vecchiaia e di anzianità “attive” concesse in base al Dpr 1092. In media i baby pensionati ricevono un assegno di circa 1.500 euro lordi al mese, che non è affatto male, visto che l’assegno lo incassano per oltre trenta o quarantanni pur avendo versato pochissimi contributi. Il 78,6% sono dipendenti pubblici; di questi più della metà (il 56,5%) sono donne. Sono soprattutto persone che vivono al Nord (il 62,5%). 

Quando votarono questo provvedimento, che ovviamente voleva essere uno dei tanti provvedimenti generosi e acchiappaconsenso, i politici del 1973 non calcolarono per bene i paradossi degli effetti matematici dei sistemi economici nel lungo periodo. Tu li per lì non ci pensi: la cifra annuale da spendere per queste pensioni è poca cosa, l’economia italiana è in piena occupazione, il Pil cresce da anni al ritmo del 5-6% annuo (questa era l’Italia degli anni ’70...) e poi magari tra un po’ si può intervenire per correggere. In fondo, sempre nel 1973, il rapporto debito/Pil dell’Italia era intorno al 30%. Roba ridicola. 

Senonché nessuno è intervenuto. Le pensioni baby sono continuate ad aumentare. Quando Amato le ha abolite, certamente nulla è stato fatto per far pagare almeno un po’ ai pensionati baby l’eccezionale regalo che avevano ricevuto. Il rapporto debito/Pil è oggi al 128%. L’economia è stagnante. In pensione ci si va dopo 42 anni di lavoro (in teoria). E secondo alcune stime, considerando la maggiore spesa sopportata anno dopo anno e la minore contribuzione incassata, le baby pensioni sono costate allo Stato 163,5 miliardi.

Solo considerando le rendite che stiamo pagando noi oggi a chi ovviamente ha utilizzato una scappatoia legale ancorché iniqua, si tratta di 9,5 miliardi l’anno. Il disastro dell’Italia di oggi è fatto da tante storie come quella delle baby pensioni. Scelte sbagliate, cui si è rimediato male e senza coraggio o a volte non si è rimediato per niente. Il conto lo stiamo pagando noi, e continueranno a pagarlo i nostri figli.

Controllare che non piova e farci belli con gli altri, ecco perché navighiamo

Corriere della sera

di Marta Serafini


Cattura
La differenza tra polpo e polipo. Ma anche che il numero del calibro della pistola 9 parabellum deriva dal detto latino: Si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra). O, ancora, conoscere esattamente che tempo farà domani alle 15 ed essere consapevoli che il tizio con cui abbiamo un appuntamento ama andare a pesca. Sui motori di ricerca non passiamo le ore solo per fare carriera o prendere buoni voti a scuola. Ci andiamo soprattutto per farci belli con gli altri. La sentenza arriva da una ricerca di Google e Duepuntozero Doxa secondo la quale «solo» il 64 per cento del campione cerca informazioni in Rete per lavoro o studio, mentre l’86 per cento si rivolge al web per argomenti frivoli.

La situazione tipo? La racconta Elena, 25 anni, studentessa: «Una sera tra amici era nato un dibattito sulla parola ebbrezza . Io ero l’unica che insisteva sul fatto che si scrivesse con la doppia B. Siamo andati avanti a discutere per un bel po’. Poi abbiamo cercato la parola sul dizionario di Google e ovviamente avevo ragione». Attenzione, poi, ai fanatici che hanno sostituito il Trivial Pursuit con Wikipedia. Se durante un aperitivo vi trovate di fronte a uno di questi esemplari meglio pensare tre volte prima di contraddirli. «Stavo parlando di viaggi e non riuscivo a ricordarmi la capitale del Laos, cercavo di glissare perché stavo chiacchierando con un ragazzo che mi piaceva molto e non volevo fare la figura dell’ignorante. Così mi sono chiusa in toilette e ho controllato sullo smartphone», spiega Adele, 32 anni, avvocato.Viaggi e piaceri.

È questa la molla che ci spinge a digitare. Il 46 per cento di noi utilizza Google e simili per scegliere la vacanza, il 45 per saperne di più sull’ultimo evento di cronaca, il 38 per prepararsi prima di affrontare un incontro. A questo si aggiunge un buon 38 per cento che lo consulta per trovare una ricetta e il 33 per tenersi più aggiornato in generale. E non manca chi lo usa per aumentare le probabilità di fare sesso e trovare moglie. «Ho conquistato Mirella la notte di san Lorenzo parlando della storia delle stelle cadenti mentre le guardavamo. Sapevo dal suo profilo Facebook che lei era un’appassionata. Così mi sono cercato tutto prima in Rete. E ho fatto centro. Io non so nulla di astrofisica», confessa Marco, 45 anni, ingegnere. Risultato, la povera Mirella è «caduta» nel tranello e un anno dopo ha accettato di sposare Marco pensandolo un uomo molto colto.

È un gesto automatico, ormai. Prima di incontrare qualcuno che non conosciamo cerchiamo informazioni in Rete (per motivi extra lavorativi lo facciamo nel 71 per cento dei casi). E questo, spesso, falsa il piano della scoperta reciproca. In Belgio, un anno fa, è stato condotto un esperimento interessante. Un finto mago leggeva il futuro ai suoi clienti utilizzando le informazioni che aveva trovato su di loro in Rete. Le sedute sono state filmate e messe su YouTube e il risultato è impressionante. Da fare impallidire i fanatici della programmazione neuro linguistica e i manipolatori del pensiero.

Mountain View e i colossi della Silicon Valley, insomma, fanno soldi a palate trasformandoci in creature sicure di sé. Ma allo stesso tempo ci rendono più vulnerabili e ansiosi.A scorrere le tabelle della ricerca, emerge che gli italiani si stanno trasformando in britannici perfetti. Il motivo? Centro e fulcro del nostro girovagare è il meteo, ormai chiodo fisso per ben il 78 per cento. Non ci vogliamo ammalare, non vogliamo trovarci in situazioni difficili.Se piove, giammai, rischieremmo di bagnarci. Tutto deve essere sotto controllo. Vogliamo sapere. Non vogliamo morire. E non è un caso che Larry Page in un’intervista al Time abbia dichiarato: «Davvero le persone si concentrano sulle cose importanti? Io credo che se trovassimo una cura per le malattie più gravi, potremmo allungare le aspettative di vita dell’umanità di almeno 3 anni». Così, mentre Oltreoceano Page e soci stanno pensando di buttarsi anche sul settore della ricerca sanitaria, noi ticchettiamo disperatamente sulla tastiera alla ricerca dell’indirizzo e del numero di telefono di chi possa venderci l’elisir di lunga vita. E chissà che qualcuno non sia già riuscito a trovarlo su Google.

Twitter @martaserafini

Napoli. Lei, lui e l'altro: uniti per contratto

Il Mattino

di Marco Di Caterino


CASORIA - Lei, lui e l’altro. Due uomini (marito e amante) che si contendono la stessa donna. Il classico triangolo vecchio come il mondo. Fatto di bugie, sotterfugi, botte e stress da tradimento. Ovvero il rovescio della medaglia degli amorosi sensi. E allora per evitare tutto questo, meglio essere sinceri. Anzi meglio ancora, fare un patto, magari scritto, dove ognuno del «triangolo» accetta la situazione, con tanto di firma, fino a quando la «lei» di turno non sceglierà con chi stare. Vi sembra fantascienza ? Oppure la trama di un film? Niente di tutto questo.




Il patto moglie, marito e amante, esiste per davvero. Con tanto di firma. Una sorta di scrittura privata dove la donna, una casalinga di trentotto anni di Casoria, pur ribadendo di «voler bene appassionatamente sia il marito legittimo che l’amante (dieci anni più giovane di lei) decido di avere una relazione con entrambi, in attesa di fare chiarezza con me stessa». Segue la firma.

E chi ora, si fosse aspettato uno sfracello del marito, resterà deluso. Perché in calce a questa singolare dichiarazione seguono poche righe, vergate dal marito che scrive: «Io, accetto questa situazione», con tanto di firma. Più stringata la dichiarazione dell’amante, che in uno stentato stampatello scrive : «Accetta questa situazione anche(nome e cognome)» con tanto di firma. Crolla un mondo.
Davanti a questo patto che cancella secoli di drammi e tragedie amorose, persino Otello scompare e con lui tutti i gelosi, compresi quelli da cabaret.sabato


28 dicembre 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: 10:37

L'ultima del governo Letta? Nomina altri 22 prefetti. Ora sono il doppio delle prefetture

Franco Grilli - Sab, 28/12/2013 - 09:43

Raggiunto il numero recordo di 207 prefetti su 105 prefetture. Alla faccia della spending review


Cattura
Alla faccia della spending review. Un prefetto è per sempre. Anzi due. Perché secondo quanto scrive il giornale cattolico on line "La nuova bussola", il governo di Enrico Letta ha portato il loro numero al record storico: 207. Il doppio delle prefetture. Le prefetture sono 105, compresi i Commissari di governo di Trento e Bolzano. Fino a una settimana fa i prefetti erano 185, 80 in più rispetto alle prefetture esistenti. Adesso sono 207. Il Cdm di mercoledì scorso ne ha nominati altri 22. Così succede che gran parte dei neopromossi siano senza incarico ma con un bello stipendio. Ma tanto pagano i cittadini, si sa. E non importa se l'infornata di prefetti arriva nel periodo in cui è stata sancita l'abolizione delle province. Come scrive la Nuova Bussola: "I ministri passano, i burocrati restano".

Caprotti: ora farò con più calma Mr Esselunga in pensione a 88 anni

Corriere della sera

Il saluto ironico ai dipendenti: non pensate di liberarvi di me. A Pioltello applausi, lucciconi e commozione

Cattura
MILANO - « Penso di avere il diritto di prendermela con un po’ più di calma...ma non sperate di liberarvi così facilmente di me». A 88 anni, 62 dei quali dedicati al lavoro, Bernardo Caprotti lascia la guida della sua creatura, l’ Esselunga. Niente più poteri, deleghe, nè incarichi ma questo «non significa affatto che, a Dio piacendo, io non possa continuare», avverte il patron della catena italiana della grande distribuzione in una lettera di auguri inviata ai dirigenti della prima linea.

I dipendenti della sede di Limito di Pioltello, a pochi chilometri da Milano, raccolti nell’atrio, salutano Caprotti con un lungo applauso e qualche luccicone la sera del suo addio, l’antivigilia di Natale. Una festa a sorpresa, secondo una ricostruzione dell’Ansa . Caprotti è commosso ma ha la battuta pronta: «Quello in pensione sono io, voi tornate al lavoro!». Nel messaggio ai collaboratori, il fondatore dell’Esselunga sorvola sulla lite legale con i figli e rassicura sulle «voci preoccupate». La scelta di affidare la gestione ai manager non è in discussione, così come la continuità del gruppo che oggi conta 144 store, 20 mila dipendenti e quasi 7 miliardi di ricavi. «Qui c’è gente fortissima una organizzazione rigorosa e straordinariamente sciolta - scrive -. E la predisposizione di un futuro che mi lascia tranquillo». Del futuro, è la lezione di un grande vecchio, «mi sono preoccupato per sessantadue anni».

28 dicembre 2013





Caprotti , la verità del patron di Esselunga «La congiura e il ruolo di mia figlia»
Corriere della sera
 
La lettera del patron di Esselunga, 88 anni, che il 23 dicembre lascerà deleghe, poteri e compensi
Caro Direttore,

grazie, siamo finalmente in prima pagina, sia Gerevini che io. Se posso, vorrei dire - a seguito di qualche malevolo commento - che tutto ciò che ho dato ha pagato le tasse. Poi, che altre donazioni possono aver luogo, senza passare per il notaio: Ricerca sul Cancro, Vidas, Bambini nefropatici, Shoah, San Raffaele, scusa mi fermo, sono stati i miei preferiti. Infine un chiarimento su tutta questa gazzarra. Qui dentro c’è stato un terribile schifo, una congiura. Un vecchio che qui aveva fatto troppa carriera doveva fare le scarpe all’amministratore delegato Carlo Salza, assieme a una centralinista, la consigliera-assistente di mia figlia Violetta e a un giornalista che ben conosci e che ha impestato tutte le redazioni dei giornali d’Italia, con quella roba che avete stampato. Carlo Salza, Germana Chiodi, io e altri dovevamo «essere fatti fuori». Ma noi siamo un gruppo di ferro.

In questo orrendo frangente, quella figlia purtroppo ha creduto di più in quel vecchio arnese che nel suo papà. Ed è così che non c’è stato modo: nello sbalordimento dei suoi e dei miei professionisti, neppure ha voluto considerare l’opportunità miliardaria di ricevere 84 immobili dal reddito ingente e sicuro e mettersi tranquilla. Qui sta la chiave di tutto. Mettere queste cose in piazza mi ripugna. Ma quando si arriva al punto di avere persino il numero del proprio conto corrente pubblicato su quello che è il «Times» del proprio Paese, forse conviene sputtanarsi fino in fondo.

Con amicizia e riconoscenza.
Bernardo Caprotti

P. S. Le montagne di cose e di soldi che hanno avuto i miei due figli maggiori, qui non lo mettiamo, anche per decenza.

26 novembre 2013



La generosità del signor Esselunga: Caprotti dona a parenti e amici 80 milioni

Corriere della sera

Bernardo Caprotti, 88 anni, ha firmato 40 atti notarili. In quelle carte si leggono anche le tensioni in famiglia

Bernardo Caprotti (Imagoeconomica)«Ecco, caro, questo assegno da 4 milioni è per te, è una donazione». Tutti vorrebbero uno zio così. O un papà che un giorno ti chiama e ti dice: «Dai, andiamo dal notaio che ti voglio regalare 8 milioni di euro». O un marito che a un certo punto ti fa trovare sul conto in banca 18 milioni in Cct. Se poi sei la segretaria e il «capo» ti dona 10 milioni di euro cash, allora benedici ogni singola mattina che è suonata la sveglia nei 40 anni di lavoro. È successo davvero. Bernardo Caprotti, 88 anni, mister Esselunga, in dieci anni a partire dal 2002 ha distribuito oltre 80 milioni, con atti di donazione regolarmente registrati dal notaio Giovanni Ripamonti e dall’Agenzia delle Entrate. Gli atti dicono, nella formula di rito, che i beneficiari accettano «la somma di euro ... con animo grato».

La famiglia Caprotti

e proprietà prelevati dal patrimonio personale dell’imprenditore che guida un’azienda con 6,8 miliardi di fatturato, 20 mila dipendenti e utili di 238 milioni (2012). E che, silenziosamente, si è adoperato anche per sostenere, con somme rilevanti, enti di assistenza o iniziative culturali. Ma restiamo in famiglia, o quasi: le disponibilità sono partite dal conto 34445 in Deutsche Bank e dal conto 51351 al Credit Suisse di Milano. Nel patrimonio regalato c’è anche un’azienda che alleva orate, branzini e ombrine.


È un lato sconosciuto di questo imprenditore dal carattere spigoloso, nemico giurato della burocrazia e delle Coop, dipendente della sua azienda, che in passato si è scontrato con i fratelli e di recente con i due figli più grandi, Violetta e Giuseppe, nati dal primo matrimonio. Con loro oggi non ha rapporti. La grande giostra delle donazioni, una quarantina di atti notarili, riflette in parte, se si guarda bene, le tensioni in famiglia. Giuseppe Caprotti, 52 anni, il primogenito chiamato dal padre a dirigere l’azienda e poi bruscamente esautorato nel 2004, ha ricevuto un solo «regalino», secondo l’archivio Ripamonti: 2,82 milioni undici anni fa, poi più nulla. Violetta, 51 anni, l’altra figlia di primo letto, è rimasta a lungo nelle grazie del padre, almeno fino a quando, poco più di due anni fa, è esploso il contenzioso giudiziario, tuttora in corso, sulla titolarità delle azioni Esselunga, intestate fiduciariamente ai figli molti anni fa e poi «riprese» dal padre nel 2011 estinguendo il mandato fiduciario. Legittimamente, secondo Bernardo, illegittimamente secondo Giuseppe e Violetta.

L’arbitrato per adesso ha dato ragione al padre, ma i figli sono in Corte d’appello (prossima udienza il 3 dicembre) e hanno anche avviato una causa civile. Violetta prima della rottura ha ricevuto assegni circolari per 7,5 milioni oltre al 100% della società svizzera, Caroz sa, proprietaria, nel cantone di Vaud, di una grande villa di famiglia e del terreno intorno. L’altro fronte è quello della seconda moglie, Giuliana Albera (73 anni), con la figlia Marina Sylvia (35). Se Marina (l’unica Caprotti, eccetto il padre, nei cda del gruppo) ha ricevuto, tutto cash, poco meno di 10 milioni, la moglie sei anni fa ha visto arrivare 18 milioni di Cct sul suo conto titoli in Deutsche Bank. Si andavano ad aggiungere ad altre svariate donazioni di liquidità per un totale intorno ai 30 milioni di euro.

Tra l’altro, benché coperta da un’intestazione fiduciaria alla Sirefid, fa capo alla signora Albera anche una società sconosciuta, la Dom 2000, centrale però nel «sistema» Esselunga. Infatti la Dom 2000 possiede, oltre alla casa di famiglia a due passi dalla Scala, una decina di grandi immobili locati a negozi Esselunga (tra cui via Washington e viale Jenner a Milano) che generano 15 milioni di ricavi.
I nipoti sono stati «sistemati» dallo zio ricco con un assegno circolare ciascuno da 4 milioni. Andrea un po’ di più comprendendo anche l’intero capitale di una holding, Sabbia Rosa, dentro la quale si trova una quota del 5% della società svizzera Geomag, famosa per i magnetini da costruzione per i bambini.

Ma il vero business è un altro: il controllo della Compagnie Ittiche Riunite di Golfo Aranci (Olbia), che alleva pesci, li vende nel nord Italia e fattura 6,6 milioni. Il capitolo manager si risolve in una donazione una tantum a tre di loro di 1 milione (oltre all’8% di tasse), cui va aggiunto (non c’è negli atti) il regalo di una Bentley ciascuno. Poi, però, c’è la signorina Germana Chiodi, ex segretaria personale di Bernardo Caprotti, diventata dirigente e oggi, a 65 anni, ormai in pensione ma con un contratto di consulenza. A lei in totale sono arrivati 10 milioni. Alcuni, dentro e fuori Esselunga, sostengono che la sua influenza e il suo potere nel gruppo sono cresciuti enormemente negli anni, fino a condizionare nomine e licenziamenti. «Non si muove foglia che Germana non voglia», si sente dire. D’altro canto chi è vicino al leader del gruppo riconosce l’intelligenza e le capacità dell’ex segretaria diventata di colpo plurimilionaria.

25 novembre 2013