martedì 31 dicembre 2013

L’operatore virtuale Bip Mobile in difficoltà Cellulare “muto” per 220 mila clienti

Corriere della sera

Nonostante una smentita recente, l’azienda sembra prossima a prossimo a sospendere le attività. Sito e pagina Fb non accessibili

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Se un vostro amico (o amica) non vi manda gli auguri di buon anno non preoccupatevi troppo. Potrebbe semplicemente essere uno dei clienti di Bip Mobile. L’operatore mobile virtuale, che aveva aperto i battenti poco più di un anno fa promettendo tariffe concorrenzial, è in serie difficoltà. A partire dal 30 dicembre i telefonini dei circa 220 mila clienti dell’operatore virtuale sono muti e l’unica opzione ancora attiva è la ricezione di Sms.

IL COMUNICATO - Secondo quanto riporta il sito specializzato Mvnonews.com, Telogic - società che fornisce i servizi a Bip Mobile, quel che tecnicamente si dice un “enabler” - ha chiuso i rubinetti di fornitura. « Con dispiacere e dopo aver cercato qualsiasi soluzione, Telogic è costretta ad interrompere i servizi forniti a Bip Mobile - si legge nella nota dell’azienda su Mvnonews.com -. La situazione economica che si è venuta a creare non lascia altra scelta». Poi viene ricostruito il perché di questa decisione: «Telogic è una delle pochissime realtà italiane in grado di abilitare qualsiasi operatore mobile. Al fine di superare un momentaneo stato di difficoltà economica il nuovo management ha varato un piano di ristrutturazione . La sofferenza economica di Telogic è stata generata dalla mancata riscossione dei crediti vantati nei confronti di alcuni clienti. Tra questi c’è Bip Mobile». E ancora: «Questa decisione è stata rimandata più volte nella speranza che la società di telefonia mobile trovasse una soluzione. Telogic ha percorso tutte le strade per la tutela dei clienti finali ma ogni invito fatto è stato completamente ignorato da Bip Mobile».

SITI OFFLINE - Pochi giorni fa Bip Mobile aveva garantito che non stava per chiudere e aveva fatto gli auguri di buon anno ai suoi clienti attraverso la sua pagina Facebook. Una pagina al momento risulta scomparsa. Anche il sito dell’azienda non è raggiungibile: a lungo è rimasta la sola immagine di Road Runner (Bip Bip) e la scritta “Lavori in corso. Il sito è momentaneamente fuori servizio” . Due segnali sicuramente non confortanti per i clienti, molti dei quali, per altro, dopo essere stati allettati con tariffe concorrenziali avevano lamentato problemi e guai con l’assistenza.
Aggiornamento: nel pomeriggio del 31 dicembre, lo staff di Bip Mobile ha pubblicato questo messaggio: “BipMobile ringrazia tutti i clienti per la fiducia dimostrata in questi mesi di attività. È doveroso chiedere scusa a tutti voi per i disservizi che ci sono stati in queste ultime settimane e sopratutto per il blackout in corso da ieri a causa del distacco del servizio da parte del nostro Enabler (Telogic). Stiamo facendo di tutto per ripristinare il servizio entro oggi, grazie ancora per la vostra pazienza. Vi comunicheremo al più presto le dovute informazioni al riguardo. Sinceramente, Lo staff”.

VIRTUALE - L’obiettivo di Bip Mobile, fondato dal manager Fabrizio Bona, già in Telecom, Wind e Omnitel, era arrivare a 700 mila clienti per raggiungere il break even, ma si è fermato molto più in basso, intorno ai 200 mila. La legge prescrive che, in caso di cessazione delle attività, gli operatori virtuali lo segnalino ai propri clienti con almeno 30 giorni di anticipo, in modo poter trasferire il numero altrove. Secondo Agcom, gli operatori mobili sono in forte crescita in Italia e hanno superato (terzo trimestre 2013) i 5,2 milioni di clienti ovvero il 5,4% del totale.

31 dicembre 2013

Volpe scende a valle, entra nel presepe di un condominio e muore

Il Mattino


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TRENTO - Una storia che lascia un velo di malinconia in questa ultima giornata del 2013. Una volpe è stata trovata morta dentro un presepe in un giardino condominiale. La foto mostra l'animale che si è accovacciato sul presepe e sembra stia dormento, in realtà la dolce volpetta è morta. La storia è stata riportata da L'Adige.it e mostra l'immagine dell'animale morto vicino a Gesù Bambino. Una morte insolita per un animale come la volpe che è selvatico e vive normalmente nelle campagne, ma questa volpina a ridosso del Natale è voluta scendere a valle e fare il suo ultimo sonno dolcemente nel presepe. L'immagine ha commosso il web e chi ha trovato la carcassa della bestiola. Il corpicino è stato trovato dal cane dell'uomo che aveva preparato il presepe nel giardino condominiale.

 
martedì 31 dicembre 2014 - 16:50

Tutto quello che non ha fatto la politica del «noi faremo»

Corriere della sera

Il peso delle tasse, la giustizia lenta, le difficoltà di imprese e lavoratori, i tagli alla Rai


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A fine anno, nella vita come in tv, si replica. Il Capo dello Stato fa il suo discorso, quello del Governo ricicla le dichiarazioni di 6 mesi fa in occasione del decreto del fare, con l’enfasi di un brindisi: «Faremo». Vorremmo un governo che a fine anno dica «abbiamo fatto» senza dover essere smentito. Il Ministro Lupi fa l’elenco della spesa: 10 miliardi per i cantieri, «saranno realizzate cose come piazze, tutto ciò di cui c’è un bisogno primario». C’è un bisogno primario di piazze e di rotatorie? «Trecentoventi milioni per la Salerno-Reggio Calabria». Ancora fondi per la Salerno Reggio-Calabria? Fondi per l’allacciamento wi-fi. Ma non erano già nel piano dell’Agenda Digitale?

E poi la notizia numero uno: «Le tasse sono diminuite». Vorrei sapere dal premier Letta per chi sono diminuite, perché le mie sono aumentate, e anche quelle di tutte le persone che conosco o che a me si rivolgono. È aumentata la bolletta elettrica, l’Iva, l’Irpef, la Tares. L’acconto da versare a fine anno è arrivato al 102% delle imposte pagate nel 2012, quando nel 2013 tutti hanno guadagnato meno rispetto all’anno prima. Certo l’anno prossimo si andrà a credito, ma intanto magari chiudi o licenzi. E tu Stato, quando questi soldi li dovrai restituire dove li trovi?

Farai una manovra che andrà a penalizzare qualcuno. I debiti della pubblica amministrazione con le imprese ammontano a 91 miliardi. A giugno il Governo dichiara: «Stanziati 16 miliardi». È un falso, perché quei 16 miliardi sono un prestito fatto da Cassa Depositi e Prestiti agli enti locali. E per rimborsare questo mutuo, i comuni, le province e regioni hanno aumentato le imposte. L’Assessore al Bilancio della Regione Piemonte in un’intervista a Report ha detto: «Per non caricare il pagamento dei debiti sui cittadini, si doveva tagliare sul corpo centrale delle spese del Governo, e se non si raggiungeva la cifra… non so.. vendo la Rai!».

Privatizzare la Rai è un tema ricorrente. Nessun paese europeo pensa di vendersi il servizio pubblico perché è un cardine della democrazia non sacrificabile. In nessun paese europeo però ci sono 25 sedi locali: Potenza, Perugia, Catanzaro, Ancona. In Sicilia ce ne sono addirittura due, a Palermo e a Catania, ma anche in Veneto c’è una sede a Venezia e una a Verona, in Trentino Alto Adige una a Trento e una a Bolzano. La Rai di Genova sta dentro ad un grattacielo di 12 piani…ma ne occupano a malapena 3. A Cagliari invece l’edificio è fatiscente con problemi di incolumità per i dipendenti. Poi ci sono i Centri di Produzione che non producono nulla, come quelli di Palermo e Firenze. A cosa servono 25 sedi? A produrre tre tg regionali al giorno, con prevalenza di servizi sulle sagre, assessori che inaugurano mostre, qualche fatto di cronaca.

L’edizione di mezzanotte, che è una ribattuta, costa 4 milioni l’anno solo di personale. Perché non cominciare a razionalizzare? Se informazione locale deve essere, facciamola sul serio, con piccoli nuclei, utilizzando agili collaboratori sul posto in caso di eventi o calamità, e in sinergia con Rai news 24. Non si farà fatica, con tutte le scuole di giornalismo che sfornano ogni anno qualche centinaio di giornalisti! Vogliamo cominciare da lì nel 2014? O ci dobbiamo attendere presidenti di Regione che si imbavagliano davanti a Viale Mazzini per chiedere la testa del direttore di turno che ha avuto la malaugurata idea di fare il suo mestiere? È probabile, visto che la maggior parte di quelle 25 sedi serve a garantire un microfono aperto ai politici locali. Le Regioni moltiplicano per 21 le attività che possono essere fatte da un unico organismo.

Prendiamo un esempio cruciale: il turismo. Ogni regione ha il suo ente, la sua sede, il suo organico, il suo budget, le sue consulenze, e ognuno si fa la sua campagna pubblicitaria. La Basilicata si fa il suo stand per sponsorizzare Metaponto a Shangai. Ognuno pensa a sé, alla sua clientela (non turistica, sia chiaro) da foraggiare. E alla fine l’Italia, all’estero, come offerta turistica, non esiste. Dal mio modesto osservatorio che da 16 anni verifica e approfondisce le ricadute di leggi approvate e decreti mai emanati che mettono in difficoltà cittadini e imprese, mi permetto di fare un elenco di fatti che mi auguro, a fine 2014, vengano definitivamente risolti.

Punto 1. Ridefinizione del concetto di flessibilità. Chi legifera dentro al palazzo forse non conosce il muro contro cui va a sbattere chi vorrebbe dare lavoro, e chi lo cerca. Un datore di lavoro (che sia impresa o libero professionista) se utilizza un collaboratore per più di 1 mese l’anno, lo deve assumere. Essendo troppo oneroso preferisce cambiare spesso collaboratore. Il precario, a sua volta, se offre una prestazione che supera i 5000 euro per lo stesso datore di lavoro, non può fare la prestazione occasionale, ma deve aprire la partita Iva, che pur essendo nel regime dei minimi lo costringe comunque al versamento degli acconti; inoltre deve rivolgersi ad un commercialista per la dichiarazione dei redditi, perché la norma è di tre righe, ma per dirti come interpretare quelle tre righe, ci sono delle circolari ministeriali di 30 pagine, che cambiano continuamente. Il principio di spingere le persone a mettersi in proprio è buono, ma poi le regole vengono rimpinzate di lacci e alla fine la partita Iva diventa poco utilizzabile.

Perché non alzare il tetto della «prestazione occasionale» fino a quando il precario non ha definito il proprio percorso professionale? Il mondo del lavoro non è fatto solo da imprese che sfruttano, ma da migliaia di micropossibilità che vengono annientate da una visione che conosce solo la logica del posto fisso. Si dirà: «Ma se non metti dei paletti ci troveremo un mondo di precari a cui nessuno versa i contributi». Allora cominci lo Stato ad interrompere il blocco delle assunzioni e smetta di esternalizzare! Oggi alle scuole servono 11.000 bidelli che costerebbero 300 milioni l’anno. Lo Stato invece preferisce dare questi 300 milioni ad alcune imprese, che ricavano i loro margini abbassando gli stipendi (600 euro al mese) e di conseguenza i contributi. Che pensione avranno questi bidelli? In compenso lo Stato non ha risparmiato nulla…però obbliga un libero professionista o una piccola impresa ad assumere un collaboratore che gli serve solo qualche mese l’anno. Il risultato è un incremento della piaga che si voleva combattere: il lavoro nero.

Punto 2. Giustizia. Mentre aspettiamo di vedere l’annunciata legge che archivia i reati minori (chi falsifica il biglietto dell’autobus si prenderà una multa senza fare 3 gradi di giudizio), occorrerebbe cancellare i processi agli irreperibili. Oggi chi è beccato a vendere borse false per strada viene denunciato; però l’immigrato spesso non ha fissa dimora, e diventa impossibile notificare gli atti, ma il processo va avanti lo stesso, con l’avvocato d’ufficio, pagato dallo Stato, il quale ha tutto l’interesse a ricorrere in caso di condanna. Una macchina costosissima che riguarda circa il 30% delle sentenze dei tribunali monocratici, per condannare un soggetto che «non c’è». Se poi un giorno lo trovi, poiché la legge europea prevede il suo diritto a difendersi, si ricomincia da capo. Perché non fare come fan tutti, ovvero sospendere il processo fino a quando non trovi l’irreperibile? Siamo anche l’unico paese al mondo ad aver introdotto il reato di clandestinità: una volta accertato che tizio è clandestino, anziché imbarcarlo subito su una nave verso il suo paese, prima gli facciamo il processo e poi lo espelliamo. Una presa in giro utile a far credere alla popolazione, che paga il conto, che «noi ce l’abbiamo duro».

Punto 3. L’autorità che vigila sui mercati e sul risparmio. Dal 15 dicembre, scaduto il mandato del commissario Pezzinga, la Consob è composta da soli due componenti. La nomina del terzo commissario compete al Presidente del Consiglio sentito il Ministro dell’Economia ed avviene con decreto del Presidente della Repubblica. Nella migliore delle ipotesi ci vorranno un paio di mesi di burocrazia una volta che si sono messi d’accordo sul nome. Ad oggi l’iter non è ancora stato avviato e l’Autorità non assolve il suo ruolo indipendente proprio quando si deve occupare di dossier strategici per il futuro economico-finanziario del Paese come MPS, Unipol-Fonsai e Telecom. Di fatto Vegas può decidere come vigilare sui mercati finanziari e sul risparmio, direttamente da casa, magari dopo essersi consultato con Tremonti (che lo aveva a suo tempo indicato), visto che il voto del Presidente vale doppio in caso di parità, e i Commissari hanno facoltà di astensione. Perché il Governo non si è posto il problema qualche mese fa, e perché non si è ancora fatto carico di una nomina autorevole, indipendente e in grado di riportare al rispetto delle regole?

Punto 4. Ilva. È alla firma del Capo dello Stato il decreto «terra dei fuochi», dentro ci hanno messo un articolo che autorizza l’ottantenne Commissario Bondi a farsi dare i circa 2 miliardi dei Riva sequestrati dalla procura di Milano. Ottimo! Peccato che non sia specificato che quei soldi devono essere investiti nella bonifica. Inoltre Bondi è inadempiente, ma il decreto gli da una proroga di altri 3 anni, e se poi non sarà riuscito a risanare, non è prevista nessuna sanzione. Nel frattempo che ne è del diritto non prorogabile della popolazione a non respirare diossina? Ovunque, di fronte ad un disastro ambientale, si sequestra, si bonifica e i responsabili pagano. Per il nostro governo si può morire ancora un po’. Come contribuente e come cittadina non mi interessa un governo di giovani quarantenni. Pretendo di essere governata da persone competenti e responsabili, che blaterino meno e ci tirino fuori dai guai. Pretendo che l’età della pensione valga per tutti, che il rinnovo degli incarichi operativi non sia più uno orrendo scambio di poltrone fra la solita compagnia di giro. Pretendo di essere governata da una classe politica che non insegna ai nostri figli che impegnarsi a dare il meglio è inutile.  

31 dicembre 2013

Settemila commenti in sei mesi Mamma e veterinario, la più attiva di Corriere.it

Corriere della sera

Scrive anche di notte, segue la politica e i temi internazionali. Il ritratto della lettrice più presente nella nostra community

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Sveglia, cappuccino, giornale e commento. Comincia così la giornata tipo di Rea Silvia (questo il suo nickname), 45 anni, romana, mamma single e veterinario, la più attiva lettrice di Passaparola, la piattaforma social di Corriere.it nata sei mesi fa, che permette agli utenti di seguire i propri temi preferiti, discuterne e collegarsi con lettori affini. Con un totale di 7mila commenti, 2mila personali e 5mila “voti” a quanto scrivono gli altri lettori, Silvia Rea non ha rivali. Scrive da casa o dallo studio, tra una visita e l’altra. «C’è crisi anche nel mio settore. Mi capita di avere più tempo per leggere e quindi per commentare», racconta al telefono. «Passaparola è appassionante, soprattutto perché incontri persone con la mente aperta, magari ti ci scontri anche, ma ti rendi conto che l’Italia non è del tutto anestetizzata». A volte “lavora” anche di notte: «Brutta cosa l’insonnia… Ma la vedo dal lato positivo: ho più tempo per informarmi»
.
È (quasi) sempre connessa, ma non usa smartphone o tablet. «Il giornale lo leggo prima su carta, poi mi aggiorno sul web. A casa mia ci sono sempre stati tanti giornali, tutti i giorni. Non so stare senza notizie nemmeno in vacanza. Mi turba non avere un’edicola a portata di mano. Però per commentare mi piace stare seduta davanti a uno schermo e pensare prima di scrivere». Chi consiglia di seguire su Passaparola? «Sveglia Italia e Longobardo sono tremendi, in senso buono. Hanno idee diverse dalle mie, litighiamo, poi ci spieghiamo. Con Ambrogia è un battibecco continuo: ci divertiamo».

Che cosa la spinge a commentare? «Le bizzarrie della politica, il degrado della mia città. Sono attenta anche sul fronte internazionale. Sarà perché ho vissuto un periodo negli Usa, ma non sono mai stata abituata a guardare solo nel mio giardino».
Come si immagina la community nel 2014? «Con più donne, e più attive! Ora ce ne sono poche. Mi piace il modello della 27esima ora».
Che cosa serve per diventare un bravo commentatore?
«Essere ironici e, soprattutto, autoironici».
Quando smette coi commenti, a cosa si dedica?
«Suono il pianoforte, passione ereditata dalla mamma concertista. Leggo anche romanzi, saggi. E, non dimentichiamolo, faccio la mamma».

31 dicembre 2013

L’iPhone con la tastiera del Blackberry

Corriere della sera

La cover Typo sarà presentata al Ces: connessa via bluetooth permette di digitare su tasti fisici

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MILANO - Per molti passare da un BlackBerry ad un qualunque telefono touchscreen è stato un vero e proprio salto nel buio, perché ha significato rinunciare alla classica tastiera qwerty ed iniziare a digitare con quella virtuale. Un problema che in passato qualcuno tendeva ad aggirare usando due cellulari – ovvero, il BB per mail, sms e digitazioni varie e l’iPhone (o un altro dispositivo mobile touch) per tutto il resto –, con tutto il caso conseguente da doppio device. L’idea, meno dispendiosa e più pratica è venuta alla Type Products che ha pensato a una cover da iPhone adatta agli orfani da tastiera.

La Typo Keyboard Case (99 dollari, pari a 72 euro) è appunto una cover con annessa tastiera fisica, che scorre sul dispositivo touchscreen, a cui è connessa via Bluetooth. Ideata come detto dalla Type Products, di cui è co-fondatore il presentatore della tv statunitense Ryan Seacrest (talmente convinto del successo del prodotto da averci investito 1 milione di dollari), e disponibile per ora esclusivamente in nero e solo per iPhone 5 e 5s (ma ci sarà presto anche per altri telefonini e per i tablet), è un adattatore per touchscreen che sarà presentato ufficialmente al Consumer Electronics Show in programma a Las Vegas dal 7 al 10 gennaio prossimi, ma già pre-ordinabile sul sito dell’azienda .



Come si vede anche dal video, l’utilizzo è semplicissimo: basta infatti digitare sui tasti fisici della tastiera per comporre il messaggio, che viene poi istantaneamente spedito in modalità wireless al dispositivo, mentre un tasto in basso a destra sostituisce quello “home” dell’iPhone (ma per usare il Touch ID del 5s bisogna rimuovere la Typo Keyboard).

30 dicembre 2013

Simona Marchetti

Sos randagi: «Senza fondi rischio chiusura» Il paradosso: tanti volontari, ma casse vuote

Corriere della sera

Molti entrano alla ricerca di un cucciolo e finiscono per adottare un gatto vecchio e malconcio


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La casa dei gatti ha l’acqua alla gola. «Quasi 400 euro al mese per le pappe e i croccantini dei dodici ospiti, 600 per l’affitto di 35 metri quadrati, le spese mediche: abbiamo un veterinario che ci fa prezzi di favore ma sempre di costi si tratta, non abbiamo convenzioni», spiega Francesca Garioni, impiegata in azienda e responsabile della onlus SOS randagi, zona viale Corsica. «Siamo nel paradosso: abbiamo tanti volontari pronti ad aiutarci e non mancano le persone che arrivano qui per adottare: magari all’inizio chiedono un cucciolo ma poi escono innamorati di animali diversi, adulti, maltrattati o ciechi che hanno davvero bisogno di aiuto. Riusciamo nel nostro lavoro, e bene. Ma senza sponsor, qualcuno che ci dia una mano coi fondi, chiuderemo invece che ampliarci. E i mici di strada rimarranno per sempre degli homeless».

SENSIBILITA’ VERSO I DEBOLI - Pare strano occuparsi di animali quando la crisi rende impossibile la vita alle persone e i giornali sono pieni di tragedie umanitarie atroci e impietose ma forse, come dice Francesca, bisogna ricordare le parole di Adorno, il filosofo tedesco e ebreo che, sfuggito alle persecuzioni naziste, ammoniva: «Auschwitz inizia ogni volta che uno guarda un mattatoio e pensa: sono solo animali». Vero, la sensibilità dev’essere spesa nei confronti di tutti i deboli che da soli non riescono a difendersi. «Non ci si immagina che cosa accade là fuori: randagi annichiliti da stenti o malattie, bestiole (anche di razza) abbandonate perché d’un tratto, a casa, danno fastidio, cani sottoposti ad addestramenti che li rendono feroci ed aggressivi in vista dei combattimenti clandestini. E noi?». Aveva anche i cani, SOS Randagi, ma ha dovuto darli via : «Costavano 130 euro al mese solo di vitto e alloggio, in queste condizioni non ce la facciamo». Ci sono le quote associative (sos-randagi.it), 250 euro al mese di raccolta, ci sono le tasse che il direttivo si auto impone. Ma adesso questo non basta più, per dare un tetto ai quattro zampe che miagolano o abbaiano. Occorre che tutti diamo una mano.


CATENA UMANA PER MANTENERLI - Animali sornioni e furbi, i gatti, ti si accoccolano sulle ginocchia e appena non hanno più voglia di carezze se ne vanno. Ma anche, a dispetto delle credenze, fedeli e sentimentali. Conquistano con le fusa e con la stessa indipendenza. «Non voglio un fratellino, voglio un gatto», rispondeva da piccolissima alla mamma Giulia Zangrandi, 25 anni, consulente finanziario che tutte le domeniche mattina è di corvée alla onlus come volontaria alle prese con la candeggina, i guanti di plastica e le lettiere. Con lei ci sono Elisa Frangione, 58 anni, impiegata in banca, e un signore inserito dal Comune nei «Servizi utili». Ma ecco che si spalanca la porta. Due avventori al gattile. È una coppia giovane, Valentina Pontonillo e il moroso Emanuele, lei maestra di inglese, lui impiantista: hanno già una gatta che gira per casa, «la Carlotta». Chiedono un cucciolo, ne vedono uno di cinque mesi, Soldino, e decidono subito di adottarlo anche se è spelacchiato. Stanno per uscire ma l’occhio cade su un’altra gabbia: Lisa, che è anziana, circa dieci anni, fa le fusa appena la si guarda. È malconcia, tutta storta, ma ammicca. Una simpatia a prima vista. L’incertezza dura il tempo di una domanda: «Emanuele, prendiamo anche lei?». Questa è la nostra quinta tappa con volontariperungiorno.it : domani saremo tra i senzatetto (in Piazza Affari per la cena preparata da Milano in azione e al dormitorio di via Mambretti con Progetto Arca).

30 dicembre 2013

Io, miliardario col Totogol ridotto a fare lo spazzino"

Vanni Zagnoli - Lun, 30/12/2013 - 09:47

Quindici anni fa con una schedina da 1600 lire incassò quasi 6 miliardi. Ora vive con 700 euro al mese lavorando 13 ore al giorno. E non gioca più

Quindici anni fa vinse quasi 6 miliardi di lire, adesso è spazzino da meno di 1000 euro lordi al mese. É la storia di un 53enne abitante in un noto paese della provincia di Rimini, che ha chiuso con il passato di tossicodipendente dopo avere però dilapidato quella vincita che gli fece perdere la testa.


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S.G. ha paura di essere individuato per le strade romagnole e allora ha detto no a interviste televisive e a periodici («Ho già pagato il mio debito con la giustizia»), vuole ritornare nell'anonimato e intanto manda a carte quarantotto il luogo comune secondo cui la ricchezza dà la felicità. «E con la mia compagna che sono felice» spiega al telefono tramite l'avvocato Andrea Muratori. É cominciato tutto nel febbraio del 1998, al «Bar '70» di via Covignano, a Rimini. «Giocai una schedina al Totogol da 1600 lire, con il 6+1 portai a casa 5 miliardi e 800 milioni. Mi accorsi con una settimana di ritardo che avevo azzeccato tutti i risultati, guardando sul televideo quasi per caso».

Aveva 38 anni e buttava la sua vita con la cocaina. Veniva da una famiglia povera, da tempo aveva perso i genitori, si era messo a rubare. Appena gli arrivò quel mucchio di soldi si diede alla bella vita. Viaggi e miraggi cantava Francesco De Gregori, per S.G. significarono anche droga e gioco senza limiti: «In vacanza in Egitto buttai 20mila dollari al casinò. Mi sono comprato auto, moto e orologi. E soprattutto un attico da un miliardo e una seconda casa».

La donna delle pulizie era a propria volta cocainomane, trovava la polvere bianca nella casa del romagnolo, mentre spolverava, e alimentava così il proprio vizio e questa storia da fiction tv. Anche la moglie si faceva, nel 2000 però S.G. si trovò un'amica - pure tossicomane - che, sotto l'effetto di stupefacenti provocò un incidente con la Bmw appena comprata da lui. Esplosero gli airbag che nascondevano la droga, c'era polvere bianca dappertutto, S.G. si allontanò con un borsone sospetto, i vigili si accorsero che era un pregiudicato e allora gli controllarono casa.

Trovarono le telecamere («Volevo evitare i rischi di furto, perchè qualcuno aveva notato il cambiamento del mio stile di vita») e oltre un etto di cocaina e 6 grammi di eroina, chiusi in cassaforte: «Al giudice dissi che non avevo bisogno di spacciare perchè ero diventato ricco anche se in due anni mi ero già divorato quasi tutto». Nel 2004 si separò dalla moglie, all'epoca 44enne per mettersi con un'altra donna, quasi subito la mise incinta. Quando le disse del bimbo in arrivo S.G. era in carcere eppure nella sua mente scattò la molla, ci voleva un deciso cambio di rotta. Andò a disintossicarsi alla comunità Papa Giovanni XXIII, all'epoca guidata da don Oreste Benzi. «Per uscire dal tunnel servirono quattro anni, ci sono riuscito con l'aiuto di vari operatori».

Nel 2008 venne accusato di aver venduto la droga a una ragazza di 39 anni morta per overdose, ma le aveva unicamente parlato al telefono: «Era estraneo allo spaccio - sottolinea l'avvocato Muratori - e, a metà novembre di quest'anno, il processo di primo grado gli ha dato ragione». Nel frattempo S.G. si è separato dalla moglie e le ha concesso l'usufrutto di una casa. Il figlio di 11 anni frequenta la quinta elementare, è felice con i genitori. La madre ha 43 anni, è di Rimini e saltuariamente fa le pulizie. A settembre S.G. ha venduto l'altra abitazione per pagare le sanzioni pecuniarie legate alle condanne per droga, le tasse degli anni in cui restò in comunità e pure le rate del condominio.

É in affitto, gli capita di lavorare persino 13 ore al giorno («A 6 euro e 80 ciascuna») sul furgoncino elettrico con cui raccoglie i cartoni per strada, in alcuni mesi neanche arriva a 700 euro netti ma deve accontentarsi. A 53 anni, ha i capelli lunghi e un fisico e il viso giovanili: «Sono relativamente sereno - conclude a colloquio con il legale -. Certo sono stato stupido a buttare tutti quei soldi, mi ero fatto prendere dall'euforia della vincita, diversamente sarei riuscito a campare di rendita».
E adesso non gioca più a niente.

Erano esposti al Parlamento tedesco i quadri rubati agli ebrei dai nazisti

La Stampa

Scandalo al Bundestag, alle pareti le opere trafugate secondo i dettami di Hitler



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Scandalo al Bundestag dove uno storico dell’arte ha trovato tra le opere d’arte esposte nel Parlamento tedesco due dipinti che risultano essere parte dell’enorme bottino trafugato dai gerarchi nazisti a collezionisti ebrei. Non solo. Uno dei due quadri faceva parte del tesoro di Corneliu Gurlitt, il collezionista che aveva ottenuto le opere d’arte moderna, confiscate agli ebrei, in quanto «arte denegerata» (Entartete Kunst) secondo i dettami di Adolph Hitler.

Collezione scoperta lo scorso mese nell’appartamento a Monaco del figlio e stimata 1 miliardo di euro. A dare la notizia il tabloid Bild. L’ufficio stampa del Bundestag ha sottolineato che al momento si tratta solo di «un caso sospetto» e che le verifiche sui capolavori del Bundestag, iniziata del 2012, non è ancora completata. 



Picasso, Chagall, Matisse tra le 1500 opere sequestrate dai nazisti e ritrovate a Monaco di Baviera

Anche uno Chagall sconosciuto nel tesoro di Hitler

Lo Chagall trafugato dai nazisti

Trovati e sviluppati 22 negativi rimasti cent’anni nel ghiaccio dell’Antartide

La Stampa

fabio pozzo

Sono immagini scattate dal fotografo Arnold Patrick Spencer-Smith durante le missioni a supporto dell’esploratore Shackleton



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Le immagini che riemergono dai ghiacci cent’anni dopo Ventidue negativi sono stati trovati all’interno di una capanna di esplorazione in Antartide, custoditi in un blocco di ghiaccio. Sono scatti probabilmente dal fotografo Arnold Patrick Spencer-Smith nel lontano 1917: il fotografo faceva parte della Ross Sea Party, la squadra incaricata dell’approvvigionamento delle basi utilizzate dall’esploratore Sir Ernest Shackleton (1914/17)

I negativi rimossi, restaurati e sviluppati dagli esperti del neozelandese Antarctic Heritage Trust (http://www.nzaht.org/). “È il primo esempio di negativi non sviluppati da un secolo, dell’eroica epoca delle esplorazioni antartiche. C’è una scarsità di immagini di quelle spedizioni” ha detto il direttore esecutivo dell’Antarctic Heritage Trust, Nigel Watson, come riporta Steve Meltzer per imaging-resource.com (http://www.imaging-resource.com/news/2013/12/27/on-ice-100-year-old-negative-discovered-in-antarctic-ice)

Baracche, gelo e malattie: il campo di senzatetto più grande della California. Nella Silicon Valley

Corriere della sera

Serena Danna

Dentro «The Jungle», dove vivono i poveri che non si vedono

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SAN FRANCISCO - Se scrivi «The Jungle, Silicon Valley» su Google - il nome del più grande accampamento per homeless della zona - il primo risultato è un parco giochi. Non è uno scherzo: per il motore di ricerca di Mountain View The Jungle è il luogo dove bambini e adulti di San Jose vanno a divertirsi. Proprio di fronte al parco-divertimenti - giusto il tempo di attraversare una strada a quattro corsie molto trafficata -, in un pezzo di terra di 700 ettari, ha sede il più grande campo per senzatetto della California. Leggenda vuole che il nome provenga dalla quantità di alberi presenti, diventati di volta in volta case, nascondigli, orinatoi o muri dove incidere pensieri. Ci sono due accessi al campo. Il primo sbuca dallo stretto marciapiede che costeggia Camden Avenue, dove tra anime perse che camminano con i carrelli della spesa usati come valigie, c’è una fermata dell’autobus per il personale degli adiacenti grandi magazzini, molti dei quali lavorano a salario minimo: 7,25 dollari all’ora.

L’altro accesso è una piazzola di sosta, contesa tra i volontari che fanno assistenza agli homeless e i delinquenti alla ricerca di disperati da usare per gli affari. A volte è difficile distinguerli, spesso è tutta una questione di fortuna. La stessa che ci fa incontrare Jose nel parcheggio con il suo cane, maschio, che lui continua a chiamare Babe. Jose è un ex idraulico di origini messicane. È arrivato alla «Giungla» due anni fa, prendendo il posto di un amico. Prima alternava le mansioni da idraulico all’assistenza a un anziano di San Jose: «Quando è morto, ho dovuto lasciare l’appartamento in cui vivevo con lui - racconta . Ero stato qui diverse volte a trovare un amico, un giorno ho deciso di fermarmi. Sono passati due anni». La sua «casa» è la più grande di tutto il campo, ha costruito anche un muro con le piante, e diviso la zona-notte da quella giorno con cartoni di compensato. Da qualche mese ha cominciato a scavare sottoterra e ha creato un tunnel sotterraneo di dieci metri: «Ci posso già dormire ma ho intenzione di renderlo abitabile. Magari posso organizzare pranzi!», dice sorridendo.


A novembre tre clochard sono morti per il freddo a The Jungle. Le baracche di fortuna costruite con i cartoni non sono sufficienti per ripararsi, come non lo sono le tende. Eppure Jose continua a parlare di libero arbitrio: «Non mi hanno obbligato a stare qui, l’ho scelto. È come vivere in campeggio all’aria aperta». L’ex idraulico ha 45 anni e ne dimostra almeno 10 di più. Ha il viso segnato dalla fatica e dalla sporcizia. A volte sembra su di giri, ma ha solo voglia di parlare con persone che non siano i suoi vicini. I «matti» ci sono nel campo. Mentre lo attraversiamo, ne incontriamo due: uno è sdraiato a terra e parla con una busta di patatine, un altro ci ferma perché ha paura di essere seguito. Il 48% dei senzatetto della California soffre di disturbi psichiatrici, spesso causati da abuso di sostanze stupefacenti. Eppure lo Stato ha tagliato del 21% la spesa per la malattia mentale negli ultimi tre anni.

Alla Giungla ci sono 75 persone al momento della nostra visita. Jose racconta che il numero è raddoppiato nell’ultimo anno. La sua testimonianza sembra trovare conferma nei dati ufficiali: a fronte di una diminuzione dei senzatetto negli Stati Uniti, nella zona della Silicon Valley il numero è cresciuto quasi del 10% in due anni. A Palo Alto, città dove ha sede la prestigiosa Stanford University e, tra i vari colossi, ci sono Linkedin e Hewlett-Packard, per far fronte alla crescente «invasione» di vagabondi, l’amministrazione comunale ha approvato ad agosto un regolamento che vieta alle persone di dormire nelle proprie automobili. Un’altra legge ha bandito la possibilità di sostare per più del tempo necessario nella zona adiacente al Cubberley Community Center, l’unico posto in città dove ci sono le docce pubbliche.

Tra i nuovi ospiti di The Jungle c’è Chantelle, un travestito di colore che cammina su trampoli rosa senza dare confidenza agli altri. Ha alcune macchie bianche sulle mani, forse è solo psoriasi. Jose racconta che l’aspetto più sgradevole è rappresentato proprio dal turnover del campo: nuovi inquilini significano spesso nuovi problemi. «Raramente abbiamo guai però tocca stare attenti: a volte arriva gente violenta, disposta a picchiarti per un carrello», spiega. Al campo ci sono anche residenti di vecchia data: tra loro, Mama Red, che ci vive da 17 anni, da quando è stata costretta a chiudere il suo negozio di fiori e a usare gli ultimi soldi per assicurare sopravvivenza a un marito alcolizzato pieno di debiti. È riuscita a fuggire ma la sua fuga si è fermata a Camden Avenue. Come Jose, Mama Red sorride spesso. Non le danno fastidio «gli estranei» e racconta storie più che volentieri.

Quella di Kristina, per esempio: una bella donna sulla cinquantina che - durante la bolla della internet economy - era impiegata in una delle centinaia di tech company della zona. La sua ha bruciato tutto in 8 mesi, e Kristina, che dopo il fallimento dell’azienda ha avuto una depressione, non è riuscita a rialzarsi: qualche mese da cameriera in un bar a servire ex colleghi; un anno in alloggi di fortuna (il costo di un bilocale in Silicon Valley va da 1800 a 4800 dollari), una terribile serata con un ospite violento e, infine, la scelta drastica di vivere di stenti in una tenda tra immondizia e pezzi di ricambio di automobili. «La polizia si fa vedere poco da queste parti, vengono solo per prendere informazioni su furti e omicidi, vogliono sapere se abbiamo visto qualcosa o qualcuno. Se collaboriamo ci lasciano in pace», spiega Mama Red.

Il confine tra tolleranza e indifferenza è sottile in Silicon Valley. Come quando chiediamo alla proprietaria di un appartamento in vendita a pochi metri da The Jungle se la presenza del campo rappresenti un ostacolo per gli eventuali acquirenti: «Il giardino non confina - spiega -, il problema può essere l’immondizia ma non si vede». È la povertà che, a volte, non si vede. Soprattutto nella Valle del Silicio, dove si concentra in pochi chilometri parte della ricchezza del mondo.

30 dicembre 2013

Casa Alba, dove si incrociano i destini delle donne senza un tetto

Corriere della sera

«Tra ex badanti ed ex galeotte, ogni storia pare meritevole di svoltare»


Cattura
C’è una schiera di signore per bene che sono rimaste senza un letto dove dormire e senza un lavoro, qui a Milano. Arrivate in Italia lasciando con strazio le loro famiglie, fino a poco tempo fa si prendevano cura di un nonno o di una nonna. E adesso che l’anziano non c’è più si sono ritrovate in mezzo a una strada. Le accoglie alla Barona, in via Ettore Ponti, Casa Alba, che partecipa al piano del Comune per l’emergenza freddo ed è il primo centro destinato alle homeless donne. Le storie si incrociano tra un thè, una coperta e una camerata di brande, i destini si annodano seguendo percorsi che non diresti mai: e tutti, proprio tutti, paiono meritevoli di un finale diverso.

IL MANIPOLO DI EX BADANTI- Harma Atamuratova, 60 anni, fisionomia asiatica, sorriso timido ed occhialini da intellettuale, viene da un paesino dell’Ucraina. Per anni ha avuto un posto letto in viale Padova, in un monolocale dove stavano in quattro badanti di varie nazionalità, ma da tre mesi non guadagna più. Si è rifugiata qui, come le altre venti donne senza fissa dimora, e mangia alla Caritas. Ha due figli di 35 e 20 anni in Russia, uno dentista e l’altro ingegnere. Grazie ai suoi aiuti hanno potuto studiare ma ancora non riescono a mantenersi del tutto: il precariato, la crisi. Per poter mandare qualcosa a loro, più che per vivere meglio lei, Harma spera di ritrovare presto un lavoro. Cinque figli in Bolivia, dai 23 anni ai 10, li ha lasciati invece l’energica, vitalissima cinquantenne Francisca Janco: «Sono tutti a La Paz col papà, studiano», dice orgogliosa.

Lei fino a poco tempo fa pensava a tutti, nonni compresi, poi il tracollo. Qualche settimana a dormire in giro e da un mese è approdata qui. «Sono stata badante, colf, tata. Ora che ho il permesso di soggiorno trovare un lavoro dovrebbe essere più facile di prima, eppure in Italia succede il contrario: se sei in regola non ti vuole nessuno». Ma lei non si perde d’animo. A Casa Alba ha conosciuto una signora cinese, Chen, malata di cancro, che poi, da poco, è stata ricoverata in ospedale: «È completamente sola, ha paura della malattia, non parla l’italiano e non si capisce quanto la terranno dentro. Vado io a trovarla». Da una parte all’altra della città, una volta al giorno, Francisca sale sul tram, dieci fermate, poi su un bus, infine prende la metro e arriva da Chen che per solo una settimana è stata sua compagna di stanza. «Non la lascio. Non si abbandonano le donne sole».

Casa Alba, il centro per le donne senza un tettoCasa Alba, il centro per le donne senza un tettoCasa Alba, il centro per le donne senza un tettoCasa Alba, il centro per le donne senza un tettoCasa Alba, il centro per le donne senza un tetto

L’ALTRA FACCIA DELLA CASA - Ci sono poi le signore che non vogliono comparire e si nascondono perché i parenti «non sanno» e ci sono le arrabbiate. La maggior parte. Capelli rosso fuoco Giuseppina Consonni, da tre anni senza casa, ospite qui l’anno scorso e passata solo a salutare, si dispera perché le hanno portato via una figlia. Con lei Rita Falletta, ex operaia, un passato in una casa che ricorda bellissima e adesso un anno di notti tra le panchine della Centrale e un dormitorio col marito, ex custode ed ora disoccupato come lei, e un figlio di 17 anni. Arrabbiata, arrabbiatissima, anche Annamaria Metta di 52 anni, più di venti di carcere per spaccio, furti e «altri reati gravi» interrotti da evasioni e condoni, a casa una sorella disabile e un fratello che, anche lui, entra ed esce dalla galera. Il crimine peggiore, dice, è aver fatto soffrire sua mamma: «Alla mia età tiro le fila: sono stata uno schifo ma l’unica che mi ha dato una possibilità è stata Lucia Castellano a Bollate. Ho tradito anche la sua fiducia, ho toccato il fondo. Se potessi ripartire da zero imparerei un mestiere e ce la vorrei fare sul serio. Non sarebbe l’ennesimo mio fallimento».

Questa è la nostra quarta tappa con volontariperungiorno.it : lunedì saremo a Sos Randagi.

29 dicembre 2013