giovedì 31 luglio 2014

Chiama la collega “terrona” Gli costa un giorno di stipendio

La Stampa

anna martellato

Un impiegato del Comune di Piove di Sacco, in provincia di Padova, durante un diverbio ha insultato la donna. Ma tra i due è già tornata la pace

1
Chiamare la collega ‘terrona’? Ai dipendenti di Comune di Piove di Sacco, in provincia di Padova, costa un giorno di stipendio. Direttamente detratto dalla busta paga.Tanto è costato a un impiegato comunale, che quattro mesi fa (anche se la vicenda è venuta alla luce solo oggi), durante un diverbio, al culmine della rabbia, ha insultato una collega. Possono succedere, momenti di tensione in ufficio: basta poco, però, per oltrepassare il limite. Secondo quanto riporta oggi il Gazzettino di Padova, l’impiegato a un certo punto ha perso il controllo, urlando alla collega, una donna del Sud, un “tasi ti, che te si terona”, ovvero “taci, tu, che sei terrona”. 

La collega, offesa, si è rivolta ai sindacati, appoggiata anche da alcuni colleghi: impossibile andare avanti come se nulla fosse. Detto, fatto. Il dipendente maleducato è stato convocato dal dirigente del suo ufficio, il quale non ci ha pensato due volte ad alzare il cartellino giallo: detratto un giorno di lavoro dalla busta paga, come previsto dal regolamento interno. “L’insulto non aveva intenti razzisti – sottolinea la responsabile del personale Francesca Prota – ci siamo anzi stupiti a leggerlo sui quotidiani locali: conosciamo i due impiegati coinvolti, inoltre nel nostro Comune lavorano dipendenti provenienti da tutta Italia, si vive normalmente”.

Forse a causa del periodo di forte stress lavorativo, dato che Piove di Sacco è una piccola amministrazione, con pochi dipendenti e molte incombenze. In ogni caso, rassicura la responsabile del personale “l’insulto non aveva accenti xenofobi o razzisti. Abbiamo però un regolamento da rispettare, che disciplina la condotta corretta dei nostri impiegati, tra cui anche insulti o linguaggio non consono”. 

Chiamare qualcuno “terrone” infatti è un vero e proprio insulto, con accenti di xenofobia e razzismo, come insegna la storia - anche giuridica - del nostro Paese. La provocazione ha radici lontane, ma è nel 2005 che la Corte di Cassazione ha ufficialmente riconosciuto un’accezione offensiva alla parola, in una sentenza del Giudice di Pace di Savona in cui l’offeso ha poi potuto richiedere i danni morali. Intanto, a Piove di Sacco, tra i due colleghi ormai pace è stata fatta. Tutto è tornato alla normalità: fino al prossimo battibecco, almeno. Anche se stavolta, forse, si conterà fino a dieci, prima di proferir parola …

Pisapia ci fa pagare il Leoncavallo

Luca Fazzo - Gio, 31/07/2014 - 16:18

Lo sgombero non si farà mai: gli "alternativi" diventano borghesi". Pisapia compra l'area e la lascia agli abusivi. In cambio ai proprietari regala un'area a Rogoredo


Milano - E adesso vallo a dire ai poliziotti che per anni si sono presi calci, sputi, randellate dai bravi ragazzi del Leoncavallo.

1
Ma, simmetricamente, vallo a dire a loro, alle migliaia di milanesi e non milanesi ultrasinistri che nel centro sociale più famoso d'Italia hanno visto per una generazione l'icona della resistenza alla morale e alla politica dominante, del rifiuto irriducibile al pateracchio con le istituzioni. Vent'anni di Leoncavallo finiscono nella malinconia piccoloborghese di un accordo che verrà firmato stamattina, o al più tardi appena tornati dalle vacanze. Una delibera urbanistica, un pezzo di carta di quelli che fanno la gioia dei geometri. E che segnano invece la fine un po' ingloriosa di un'epoca. Il business ha vinto sulla rivoluzione, i barricadieri stanno a Montecitorio, il Leoncavallo diventa egli stesso istituzione con la benedizione di Giuliano Pisapia, il sindaco che tre anni fa in quella galassia pescò un bel pezzo del suo quorum.

Il Comune di Milano diventa da oggi il padrone di casa del Leoncavallo. Operazione a costo zero, dicono a Palazzo Marino: in realtà è uno scambio di aree, il Comune regala ai Cabassi (storica famiglia milanese del mattone, eredi del leggendario sabiunat Giuseppe) una vasta e malconcia area a Rogoredo, i Cabassi gli girano la fabbrica di via Watteau che dal 1994 è la casa del «Leonka». Che la pratica sia davvero a costo zero si potrebbe forse obiettare, visto che per quanto malconcia l'area di via Zama qualche euro lo varrà. Mentre quella di via Watteau di cui Giuliano Pisapia si ritrova proprietario non vale nulla, almeno fino a quando dentro ci sarà il Leoncavallo. E il Leoncavallo non ha alcuna intenzione di andarsene.

Approdarono qui a settembre del '94, dopo un sabato pomeriggio passato a massacrare di botte in via Turati una pattuglia di celerini rimasti sventuratamente isolati. Finita la festa, andarono ad occupare la fabbrica. A dare man forte agli autonomi milanesi, i duri-più-duri di Padova e di Roma. «Fra una settimana, o due, fra un mese o fra sei mesi, noi li buttiamo fuori», tuonava il questore Marcello Carnimeo, inferocito per l'attacco a freddo ai suoi uomini. Sono passati vent'anni, sette questori e quattro sindaci.

Lo sgombero non è avvenuto. E, da oggi si può starne certi, non avverrà mai. Non è una sanatoria, non è una regolarizzazione», giurano a Palazzo Marino. Ma servirebbe una immaginazione sfrenata per pensare che la giunta di Milano riesca a fare con il Leoncavallo quella che non è riuscita a fare con un altro centro sociale che occupava un'area pubblica, lo Zam di via Santa Croce, dove è dovuta intervenire la Procura per cacciare via tutti prima che lo stabile crollasse sugli squatter.

Questo rischio per il Leonka non c'è. Non crolla, anzi. Il collettivo di «puri e duri» sbarcato qui nel 1994 si è riconvertito in un accorto club di imprenditori del ballo e dello sballo, serate a tema, canna libera e mai l'ombra di uno scontrino fiscale. Il portavoce del '94, Daniele Farina, sta in parlamento sugli scanni di Sel. Dentro via Watteau, le cose filano lisce. Chi prova a spacciare droga pesante non se la cava con una denuncia, ma deve fare i conti con una security nota per i modi rapidi. I vicini si sono rassegnati.

Gli altri centri sociali, quelli che a fare la rivoluzione o almeno a menare le mani non hanno rinunciato, guardano al Leonka con disprezzo esplicito, «è diventato un circolo Arci». E anche in questura hanno smesso da un pezzo di considerare a rischio quel covo di festaioli. La ciambella di salvataggio finale che arriva oggi da Palazzo Marino consacra la metamorfosi, risarcisce i Cabassi per l'ospitalità di questi vent'anni e garantisce la pensione ai barman con i dreadlock di via Watteau. «Ma vendersi non è poi naturale, e i miti finiranno tutti male», diceva una vecchia canzone.

Casaleggio Associati: ricavi per 2 milioni di euro nel 2013

Libero


1
E il guru gode. Le casse di Gianroberto Casaleggio sono piene e grazie al Movimento Cinque Stelle. E' bastato solo un anno al fianco del comico genovese per far schizzare i ricavi e i profitti della Casaleggio Associati, con conseguente incasso di un lauto dividendo. A darne notizia è il blog di Andrea Giacobino che rende conto del voto e del superutile.

La Casaleggio Associati ha chiuso il 2013, anno d'oro per i grillini al debutto alle elezioni politiche, con ricavi oltre i 2 milioni di euro rispetto agli 1,3 milioni incassati nel 2012 "tanto che il profitto è schizzato anno su anno da poco più di 69mila euro a oltre 255mila euro". "L’assemblea della Casaleggio Associati svoltasi qualche giorno - si legge sul blog di Andrea Giacobino - fa ha deciso di distribuire un dividendo di 245 mila euro".

I conti - Gianroberto Casaleggio detiene il 30% della società di consulenza. La stessa quota è nelle mani del figlio Davide che fa da tecnico informatico ed installa l'app dell'azienda personalmente sugli smartphone dei deputati pentastellati. Poi ci sono Luca Eleuteri e Mario Bucchich che hanno ciascuno il 20%. "Nello stato patrimoniale - si legge ancora nel blog - figurano crediti per 530mila euro, liquidità per 120mila euro e debiti per 376mila euro".

Franceschini recluta artisti: «Ma per lavorare pagate voi»

Nino Materi - Gio, 31/07/2014 - 08:57

Chiama a raccolta fior di professionisti e gli chiede di rinunciare alla paga (e sostenere pure le spese). Ma poi fa retromarcia


1
Caro ministro Dario Franceschini, da oggi, per coerenza, lei dovrebbe lavorare gratis. E, per la sua nobile attività di responsabile dei Beni Culturali, neppure chiedere il rimborso spese. Inoltre, già che ci siamo, dovrebbe pagarsi la «polizza assicurativa di responsabilità civile per danni a persone e cose». Nessun accanimento, per carità: si infatti delle stesse cose che Franceschini - attraverso il bando di concorso emanato dal suo dicastero - ha chiesto agli artisti, potenziali animatori della manifestazione denominata «Notti al Museo». Roba bella in teoria, ma che già l'anno scorso si rivelò un mezzo flop causa boicottaggio dei soliti custodi (in primis Colosseo e scavi di Pompei) che avrebbero dovuto prolungare il turno di apertura fino alle ore 22. Sì, figuriamoci...

Che il ministro l'abbia fatta grossa è dimostrato dal fatto che il bando di concorso (a firma del direttore generale del Mibact, Anna Maria Buzzi) è stato frettolosamente ritirato dal sito del ministero dopo che Franceschini e la signora Buzzi sono stati subissati da fischi e pernacchie. E mai manifestazioni sonore furono più meritate, considerato che la premiata ditta Franceschini&Buzzi ha avuto la faccia tosta di chiedere agli aspiranti artisti di «prestare la loro opera gratis», oltre che «pagarsi spese e assicurazione». E la Siae.

Ministro, scusi la domanda banale: ma perché dei professionisti dovrebbero lavorare gratis e smenarci anche dei soldi? Per la sua bella faccia? Per il «prestigio» di lavorare per un ministero che dovrebbe tutelare il nostro patrimonio artistico e invece lascia che vada in malora?
In Italia abbiamo un tesoro di 3.400 musei, 2.100 parchi archeologici e 43 siti Unesco dai quali lo Stato incassa molto meno di quanto potrebbe; basti pensare che gli Usa con la metà dei siti italiani ha un ritorno economico superiore di 16 volte quello del nostro Paese (Francia e Regno Unito tra 4 e 7 volte quello italiano). Ministro Franceschini, per piacere, ci potrebbe spiegare le ragioni di questo disastro?

Lei sostiene giustamente che il suo è un ministero anche «economico», nel senso che la cultura può - e deve - rappresentare anche un volano di tipo finanziario. Ma come lo attiviamo il «volano», facendo lavorare gratis la gente? Inevitabile che la Rete sia andata in tilt, ironizzando non poco sull'assurdità del bando di concorso «a gratis».Tutto nasce dall'iniziativa - lodevole in teoria - di Franceschini di rendere più interessante la manifestazione estiva, «Notti al Museo». Come? «Promuovendo la creatività italiana in alcuni dei luoghi della cultura statali più significativi, contribuendo, altresì, a potenziare l'offerta in occasione delle aperture notturne e ad attrarre, di conseguenza, un numero più ampio di visitatori attraverso altre espressioni d'arte». Bla bla.

L'asino cade infatti già al punto 2 del bando, dove si parla «di persone che intendano realizzare eventi culturali a titolo gratuito in favore del Ministero». Le cose peggiorano al punto 6, dove la prestazione gratuita si aggrava a causa delle spese che i potenziali artisti dovrebbero sostenere: «Il proponente dichiara di essere in possesso di adeguata polizza assicurativa di responsabilità civile per danni a persone e cose, esibendone copia a richiesta dell'Amministrazione».

Una lettera aperta del violoncellista Michele Spellucci stata indirizzata al ministero, sintetizza bene l'aspetto tragicomico della vicenda: «Il ministero chiama a raccolta tutti gli operatori culturali per organizzare eventi che rendano più appetibile una propria iniziativa. Ciò non prevede però solo la beffa di essere a titolo completamente gratuito ma anche il danno di prevedere una serie inspiegabile di oneri a carico degli operatori culturali stessi. Ora, con tutto il cuore, ministro Franceschini, le chiedo: CON QUALE CORAGGIO????». Servono altri punti interrogativi?

La famiglia Bin Laden compra le cave di marmo di Carrara

Sergio Rame - Gio, 31/07/2014 - 10:04

Acquistato il 50% della società che ha la concessione per circa un terzo delle cave di marmo bianco delle Apuane


1
La famiglia Bin Laden investe in Italia. Con una operazione da 45 milioni di euro, è infatti entrata nella proprietà di un numero consistente di cave di marmo di Carrara. L’operazione sarebbe stata perfezionata soltanto ieri con l’acquisto, da parte della Cpc Marble e Granite Ltd, del 50% della società che controlla la Marmi Carrara che, a sua volta, ha la concessione per circa un terzo delle cave di marmo bianco delle Apuane. La Cpc Marble e Granite ha sede a Cipro e fa parte del gruppo della famiglia Bin Laden che da tempo intrattiene rapporti commerciali con i produttori di marmo di Carrara.

Gaza, i corrispondenti rivelano: la strage dei bimbi palestinesi nel parco giochi è stata colpa di un razzo di Hamas e non di Israele

Il Messaggero


1
«Lo confermo ora che sono fuori da Gaza: la strage di bambini a Shati non è colpa di Israele». A scriverlo, con un tweet che in pochi minuti è stato fatto rimbalzare oltre 200 volte nella Rete, è Gabriele Barbati, giornalista italiano, corrispondente dalla striscia di Gaza di TgCom24.

Colleghi a Shati dicono+prove: dopo morte bimbi su giostra a #Gaza arrivati tipi Hamas o altra fazione a ripulire detriti razzo impazzito— gabrielebarbati (@gabrielebarbati) 29 Luglio 2014

Il massacro di Shati La strage di bambini a cui si riferisce è quella "del parco giochi": nove piccoli uccisi il 28 luglio nel campo profughi di Shati mentre giocavano nei pressi di una giostra (altri hanno parlato di un'altalena). Il messaggio del giornalista contiene due informazioni. La prima, la più esplicita, è la conferma di quanto denunciato da Israele subito dopo la diffusione della notizia: quei nove morti non sono colpa dei bombardamenti di Israele, bensì di un razzo "impazzito" di Hamas. La seconda informazione riguarda invece lo stesso reporter e la gestione dei media a Gaza: finché Barbati si è trovato all'interno della Striscia non ha potuto twittare la verità. Da più parti sono arrivate denunce circa il controllo e le pressioni che Hamas esercita su chi da dentro Gaza raccoglie e diffonde notizie nel mondo. E' di questi giorni la notizia del giornalista francese di Liberation cacciato da Hamas

I tweet Ma ecco il tweet completo di Gabriele: «Confermo ora che fuori da #Gaza. La strage di bambini ieri a Shati non e' colpa di #Israele. Comunicato #IDF vero. E' stato razzo Hamas». A questo messaggio Barbati ne aggiunge un secondo: «Colleghi a Shati dicono+prove: dopo morte bimbi su giostra a #Gaza arrivati tipi Hamas o altra fazione a ripulire detriti razzo impazzito». Insomma un'altra verità rispetto a quella diffusa ieri da quasi tutti i media italiani.
Ma Barbati non è solo. Sempre su Twitter il giornalista del Wall Street Journal, El-Ghobashy ha scritto che le lesioni al muro esterno dell'ospedale di Shati suggeriscono l'ipotesi di "un razzo impazzito" di Hamas. Il tweet, poco dopo la pubblicazione è stato rimosso.

Le bombe Prima di questi messaggi Barbati era spesso finito nel mirino dei simpatizzanti di Israele per la sua cronaca quotidiana di quanto accade nella Striscia. Adesso, al contrario, ha suscitato critiche dal fronte opposto. Una lotta di opinioni da cui il giornalista si chiama fuori limitandosi a raccontare i fatti. Resta l'attacco israeliano all'ospedale di Shifa, vicino al parco giochi del massacro. «I miei aggiornamenti riguardano Shati. NON Shifa. Sono due fatti diversi di Gaza e di questa guerra», precisa non a caso Barbati in uno degli ultimi tweet postati dal Medio Oriente.
Confermo ora che fuori da #Gaza. La strage di bambini ieri a Shati non e' colpa di #Israele. Comunicato #IDF vero. E' stato razzo Hamas— gabrielebarbati (@gabrielebarbati) 29 Luglio 2014

Mercoledì 30 Luglio 2014 - 15:27
Ultimo aggiornamento: 20:08

Regione Piemonte, i vitalizi cancellati rispuntano nelle buste paga dei consiglieri

Andrea Indini - Mer, 30/07/2014 - 21:26

Nei cedolini 1.320 euro in più: un consigliere senza indennità di funzione a luglio ha incassato 8.500 euro


1
Alla Regione Piemonte qualcuno fa il furbetto. Dopo aver sbandierato a destra e a manca i tagli agli sprechi, fiore all'occhiello della sinistra convertita al renzismo, ecco per magia lo stipendio tornare a crescere. Eppure i vitalizi erano stati cancellati. Un errore dell'ufficio personale? Una svista dettata dalla fretta di chiudere gli stipendi prima di andare in vacanza? Macché, ai consiglieri piemontesi la spending review sta stretta e si sono inventati un ardito escamotage per rimpinguare la busta paga.

Lo stipendio di un consigliere regionale semplice, che prima oscillava tra gli 8 e i 15mila euro netti al mese, fino ad aprile era stato ridotto del 25% circa e si aggirava intorno ai 6.500 euro. Per un capogruppo qualcosina in più: si arrivava, infatti, ai 7.500 euro. I cedolini di luglio, però, hanno portato una graditissima sorpresa ai neo consiglieri regionali della X legislatura: in busta sono spuntati 1.320 euro in più. In passato questa somma veniva trattenuta dalla Regione per il vitalizio a cui avevano diritto al compimento del 65° d’età.

L’indennità di 6.600 euro, dalla quale in passato veniva trattenuta il contributo per i vitalizi, resta dunque intatta facendo così impennare il netto di fine mese. Un trucchetto mica male, insomma. Nel cedolino di luglio, consegnato nelle ultime ore, un consigliere senza indennità di funzione si è trovato circa 8.500 euro. Chi, invece, ricopre una carica come capogruppo o presidente di commissione ha ampiamente superato i 9mila euro. Non solo. I consiglieri della precedente legislatura hanno incassato anche il rimborso dei contributi versati per l’indennità di fine mandato. E così ci sono politici che arrivano a portare a casa fino a 30mila euro.

Che fine hanno fatto gli annunci di Sergio Chiamparino? Tutte le promesse del neo governatore sulla necessità di "equiparare l’indennità dei consiglieri allo stipendio del sindaco di un comune capoluogo" sono già al macero? Basta dare uno sguardo ai cedolini che hanno iniziato a girare sul web per capire che, sotto sotto, il governatore piddì non faceva poi sul serio. E questa furbata ha ovviamente dato il via alla bagarre grillina che adesso chiede giustamente di intervenire sulla riduzione dell’indennità. "Proponiamo di ridurre fortemente lo stipendio dei consiglieri regionali a 4500 euro netti al mese, e comunque non oltre lo stipendio del sindaco del Comune capoluogo di Regione, come vorrebbe Renzi - commentano gli stellati DAvide Bono e Giorgio Bertola - di eliminare l'indennità di fine mandato e il vitalizio anche per coloro i quali lo stanno già percependo".

La zarina Berlinguer teme di perdere la poltrona. E stronca il piano Renzi

Luca Romano - Mer, 30/07/2014 - 14:18

La direttrice del Tg3 contro il piano Renzi-Gubitosi: "Il nostro telegiornale è quello che corre il rischio maggiore di perdere fisionomia e identità"


1
Bianca Berlinguer teme di perdere poltrona. E per questo, in una intervista al Corriere della Sera, dice la sua e si scaglia contro il piano di modernizzazione della Rai voluta dal duo Renzi-Gubitosi. Piano che prevede la creazione di due super redazioni (una per Tg1 e Tg2, l'altra che accorpi Tg3, Rainews e i Tgr). La direttrice del Tg3 avverte sul "il pericolo di una ripetitività, di una sorta di anonimato informativo, di una indistinta linea editoriale". Il direttore del Tg3 poi rincara la dose: "Non riesco a capire la differenziazione tra le due newsroom. 

Penso che alla resa dei conti il primo esito del piano sarà quello di una riduzione di personale. Normale che l’azienda si ponga obiettivi di risparmio, ma dovrebbero essere chiaramente dichiarati e non è detto che quella sia la sola strada per raggiungerli. Il nostro telegiornale è quello che corre il rischio maggiore di perdere fisionomia e identità, proprio perché verrebbe inglobato in un modello di informazione così diverso come quello delle attuali news".

Prima ti arrestano. E poi si dimenticano

Nicola Porro


1
Scusate ci siamo sbagliati. A parte il fatto che nessuno lo dirà mai, il mondo non può girare così. Ci riferiamo al caso Finmeccanica e alla presunta tangente che avrebbe pagato in India per piazzare una dozzina di elicotteri in un affare da 560 milioni di euro poi andato in fumo.

imagekkk
Il fatto risale ad un paio di anni fa, ma tra poco capirete perché riguarda l’oggi. I magistrati con la solita grancassa arrestano l’allora numero uno di Finmeccanica e quello di Agusta Westland (la ditta che produce i rinomati velivoli). Li tengono in gattabuia per circa tre mesi decapitando il vertice della più importante azienda manifatturiera italiana. Ma vanno oltre: in una miriade di intercettazioni pubblicate ovunque viene svelata una rete di corruzione che sarebbe andata dai contratti navali in Brasile (che fine ha fatto quella vicenda?) alle tangenti alla Lega.

Finmeccanica e Agusta Westland erano la Spectre. Tanto da meritarsi di venire messe alla sbarra come persone giuridiche (grazie alla legge 231 che punisce le società e non solo i suoi manager). Il che non è irrilevante. Se io pizzico una mela marcia è un conto, se tutto il cestino è fradicio è un altro. Proprio all’epoca il Giornale si chiedeva in splendido isolamento: e se le imprese avessero ragione?
In questi ultimi due anni per Finmeccanica e le sue dodici società operative è stato un casino fare affari all’estero. I nazionalismi della difesa, il mercato ristretto, e soprattutto una pesantissima accusa di corruzione internazionale è stata la buona scusa per i concorrenti di Finmeccanica e dell’Italia per dire: se i giudici italiani pensano che la sua azienda, per di più in parte pubblica, paga tangenti come si regalano caramelle, vuol dire che da quelle parti ci deve essere un inferno. E però quell’inferno impiega 68mila addetti e fattura più di 16 miliardi di euro.

Lungo preambolo per dire che ieri si viene a sapere con una nota di Finmeccanica che la sua posizione viene archiviata. E per la controllata Agusta la vicenda giudiziaria si conclude con il pagamento di qualche decina di migliaia di euro, ma senza alcuna ammissione di colpa. La settimana scorsa sono state archiviate invece le presunte tangenti pagate alla Lega. Oggi ci sarà il solito assetato di sangue giudiziario che ci ricorderà come Orsi (all’epoca numero uno della holding) e Spagnoli (suo pari grado negli elicotteri) siano ancora sotto processo e che per loro siano stati richiesti rispettivamente sei e cinque anni di galera.

Il punto è proprio questo e già ai tempi si poteva scrivere e capire: Finmeccanica, con tutto il rispetto, non è il bar sotto casa, non gode di immunità, ma prima di sbattere in galera i suoi vertici e l’azienda stessa e cioè distruggere una delle poche manifatture strategiche di questo Paese, occorre procedere con i piedi di piombo. Ai soliti assetati di giustizia e frustrati delle manette, si potrebbe ricordare che il commissariamento di un’azienda come Finmeccanica (era ciò che chiedevano i pm) avrebbe significato la sua morte commerciale; si può ricordare che strombazzare intercettazioni ai quattro venti con il solito giochino di voler creare consenso intorno ad una inchiesta è pratica incompatibile con un giusto processo.

Se ci potessimo liberare una volta per tutte dalla sindrome Berlusconi e cioè quella malattia per cui confutare il comportamento di alcuni magistrati è sempre e solo fatto per difendere il Cav, ebbene se potessimo liberarci da questa sindrome potremmo aprire gli occhi e dire che in un Paese normale il giudice che ha sbattuto in galera Rossetti e Scaglia per il caso Fastweb e che ha provato a commissariare la loro azienda, non lo vorremmo vedere tra i membri del Csm. Tra i più votati alle ultime elezioni. E invece continuiamo a dimenticarci Fastweb, Finmeccanica e Agusta.

Povero Fini. Che Fini-accia

Fabrizio Boschi


1
Da possibile presidente del Consiglio, capo naturale della Destra in Italia, potenziale presidente della Repubblica italiana, successore virtuale di Silvio Berlusconi, a ghost writer di se stesso. Dopo aver fatto fuori cinque partiti in venti anni, sbriciolato la preziosa eredità di Giorgio Almirante, adesso Gianfranco Fini, solo e deriso, non è che un fantasma che cammina.

imagekkk
Invisibile agli organi di stampa, inesistente da mesi sulle agenzie, finisce di rado a concedere interviste a blog o quotidiani online semisconosciuti (“Buongiorno. Intervista rilasciata a cronopolitica”, “Vi segnalo una mia intervista rilasciata a Blog Sicilia”). E da un po’ di tempo a questa parte si è anche ridotto a fare il portavoce di se stesso sui social. Facebook è il suo preferito (ha pochi amici anche lì) da dove invita i seguaci (quei pochi che gli restano) a guardarlo in tv (le poche che ancora lo invitano).

Negli ultimi giorni si è visto, abbronzato, quasi cotto, come Carlo Conti, ad In Onda su La7 (nella foto) e ad Agorà su RaiTre. Per entrambe le apparizioni ha postato su Facebook frasi del tipo: «Domattina sarò ospite…», «Fra pochi minuti sono a…» , «Rivedi la puntata dove ero ospite…», «Vi ricordo la mia intervista a…». L’ex presidente della Camera, potente e temuto, ridotto a farsi autopromozione come un utente qualunque. Ultimamente aveva preannunciato la sua ridiscesa in campo con un penoso video promozionale nelle vesti di allenatore (nella foto) buttandosi addosso gli sfottò di ogni tipo di web e giornali.

Dopo un anno di silenzio ha presentato la sua nuova idea di centrodestra, un’altra, la sesta, lanciando l’iniziativa “Partecipa, l’Italia che vorresti”. Che chiesto da lui è già tutto un programma.
L’ex leader di Msi-Dn-An-Pdl-Fli guarda al futuro, non recide le radici profonde della destra a partire da Almirante, mai nominato ma evocato, non rottama ma rinnova e, soprattutto, sceglie di mettersi in gioco in prima persona e in solitudine. Tanta solitudine. Cosa voglia fare Fini non è facile da capire. Il difficile è decifrare che cosa abbia in testa questa volta. “Vi ricordo che sul sito partecipa.info è attiva la sezione comitato promotore. Continuate a registrarvi in vista delle riunioni propedeutiche all’ organizzazione delle assemblee regionali. A presto”, pubblicizza sul suo profilo.

E da Ansedonia, Capalbio o Montecarlo, chissà, discetta anche analisi politiche su questo o quell’avvenimento. E pure consigli di vita. “Dobbiamo avere comportamenti coerenti con i principi e i valori che cerchiamo di riproporre agli italiani”.Oppure: “L’occupazione si può realmente aumentare solo creando occasioni di lavoro e di buona occupazione. E per far ciò, il Paese deve conoscere ESATTAMENTE dove indirizzare il proprio percorso di crescita”.Proprio lui, che siede (anzi sedeva) in Parlamento da 31 anni (nel 1983 è stato eletto per la prima volta alla Camera) e non ha lavorato un giorno in vita sua, di occupazione se ne intende eccome.

E se ne vanta pure: “Sono stato per 30 anni in Parlamento senza ricevere un avviso di garanzia”. Ha ancora  tempo per rifarsi…E giù con la destra da ricostruire: “Dobbiamo ridare un fascino e una credibilità alla destra. Non esistono uomini per tutte le stagioni. La destra se vuole essere tale deve alzare la bandiera del rinnovamento. Il futuro è quello che facciamo oggi. L’Italia merita una destra che ora non c’è”.Ma il fondo l’ha toccato il 14 marzo “Sono pronto a raccogliere la sfida per costruire una nuova destra”. Come se qualcuno glielo avesse chiesto.

Per finire col suo ex amico e alleato, al quale inaspettatamente liscia il pelo all’indomani dell’assoluzione sul caso Ruby: “Al di là del giudizio politico su Berlusconi, tutti gli italiani, e quindi anche i suoi avversari, devono essere lieti della sua assoluzione, perché la magistratura, annullando una sentenza di primo grado che ha pesantemente discreditato le nostre istituzioni in ogni angolo del mondo, ha confermato di essere pienamente autonoma ed imparziale”. Qualche mese prima aveva commentato sempre sul social: “I complotti denunciati da Berlusconi a Porta a Porta sono nella sua mente. Rispondere é un esercizio inutile”.

Ha pure il coraggio di nominare Alleanza nazionale: “Alleanza nazionale è stata l’apertura della destra ad un mondo moderato, mentre oggi chi utilizza quel nome è diventato l’ultima ridotta veteromissina. E lo dice l’ultimo segretario del Movimento Sociale Italiano. Nulla di personale, è un’analisi politica. È evidente che la storia della Destra non é che cominci e si concluda con Berlusconi. Io sono entrato in parlamento quando c’erano Berlinguer e Almirante. Ovviamente Berlusconi in un momento storico ha avuto un ruolo fondamentale, ma il centrodestra andrà oltre, sta cambiando tutto radicalmente, da noi come nel centrosinistra”.

Su questo ha ragione. Tutto sta cambiando e tutto cambierà. Ma anche senza di lui. Povero Fini. Che Fini-accia.

Ebola, è allarme nel Regno Unito Cameron convoca meeting urgente Msf: “Epidemia ormai fuori controllo”

La Stampa

LORENZO SIMONCELLI

Il ministro britannico Hammond : «Il virus una minaccia per il nostro Paese». Ma la Commissione Ue frena: «I rischi di contagio in Europa restano bassi».Il rapporto di Medici Senza Frontiere: «In Africa situazione senza precedenti»


1
Il virus dell’ebola «è una minaccia per il Regno Unito», ha detto alla Bbc il ministro degli esteri britannico Philip Hammond, annunciando che nelle prossime ore l’esecutivo di David Cameron terrà un Cobra meeting - riunioni interministeriali in caso di questioni di urgente priorità - proprio sulla minaccia globale che, nelle ultime ore, viene sempre più prospettata.

CASO SOSPETTO
Intanto i tabloid, Daily Mail in testa, riportano come ieri un uomo, arrivato all’aeroporto di Birmingham e proveniente dalla Nigeria via Parigi, sia stato sottoposto ai test nell’ospedale della città inglese, in quanto presentava alcuni sintomi riconducibili alla pericolosa malattia, tutte analisi comunque poi risultate negative. Nel mentre, nel Regno Unito, paese che ha molti legami con l’Africa occidentale, soprattutto con la Nigeria dove già è stato registrato un primo caso di Ebola, un’agenzia del ministero della Salute ha già diramato un’allerta nazionale per tutti i medici del paese, nel timore che il virus - letale anche fino al 90% dei casi - possa arrivare e diffondersi. Parlando con la Bbc, il ministro Hammond ha anche detto come il premier Cameron venga informato «continuamente» sugli sviluppi della vicenda. Al momento, nessun britannico all’estero è risultato infetto, il Foreign Office ha comunque annunciato un monitoraggio dei cittadini del Regno Unito residenti in Africa occidentale.

L’ALLARME DI MEDICI SENZA FRONTIERA
L’epidemia di Ebola in Africa occidentale si sta aggravando e rischia di estendersi ad altri paesi. E’ il monito lanciato oggi dal direttore delle operazioni di Medici senza frontiere, Bart Janssens, in un’intervista rilasciata a Libre Belgique. “Questa epidemia e’ senza precedenti, assolutamente fuori controllo e la situazione non fa che peggiorare, per cui si sta nuovamente estendendo, soprattutto in Liberia e Sierra Leone, con focolai molto importanti”, ha detto. “Se la situazione non migliora abbastanza rapidamente, c’e’ il rischio reale di vedere nuovi paesi colpiti - ha ammonito - non si può escludere, ma e’ difficile da prevedere, perché non abbiamo mai visto una tale epidemia”. E’ di almeno 1.201 casi accertati e 672 decessi il bilancio globale delle vittime dell’epidemia di Ebola scoppiata all’inizio dell’anno in Guinea e poi estesasi Liberia e Sierra Leone.

IL BILANCIO DELL’EPIDEMIA
E’ di almeno 1.201 casi accertati e 672 decessi il bilancio globale delle vittime dell’epidemia di Ebola scoppiata all’inizio dell’anno in Guinea e poi estesasi Liberia e Sierra Leone. Qui Il governo ha chiuso i teatri, i cinema, i bar, tutti i luoghi di aggregazione, e ha rimandato a fine agosto gli esami pubblici di terza media previsti a luglio. «La tensione comincia a sentirsi anche a Freetown», ha raccontato Nicola Orsini, da anni impegnato in Sierra Leone per la ong italiana Fondazione Avsi.

LA SITUAZIONE IN SIERRA LEONE
L’epidemia di Ebola ha raggiunto la capitale dopo che sembrava che i contagi fossero circoscritti alle regioni orientali di Kenema e Kailahun. Da giugno il governo e la società civile hanno rafforzato le misure di prevenzione per fermare il contagio: oltre ai checkpoint per circoscrivere l’epidemia, i centri sanitari dedicati, sono i luoghi pubblici a essere stati oggetto delle misure precauzionali piu’ severe. Nei supermercati i gestori invitano tutti i clienti a lavarsi le mani con acqua e cloro, l’unica sostanza in grado di uccidere il virus, messa a disposizione agli ingressi. Nelle chiese, durante le messe, sempre affollate in un paese con il 15% della popolazione cristiana, non ci si stringe piu’ la mano: lo scambio di pace e’ stato sostituito da un inchino con la mano destra sul cuore, e il sacerdote da’ l’eucarestia nelle mani e non piu’ direttamente in bocca. Sono 489 i casi di Ebola accertati in Sierra Leone, di cui 159 mortali, mentre altri 121 pazienti sono sopravvissuti. 




“IN EUROPA RISCHI BASSI”
L’Europa reagisce all’«allarme ebola» con un atteggiamento di attento monitoraggio del fenomeno. E rassicura sulla situazione «a casa nostra». «Il rischio che il virus Ebola si diffonda in Europa è al momento basso perché la maggior parte dei casi sono in aree remote dei paesi colpiti». È quanto si legge in una nota della Commissione europea distribuita oggi, che tuttavia sottolinea che l’epidemia di Ebola che sta colpendo l’Africa occidentale «è la più grave di sempre». Un esperto della Commissione Ue aggiunge inoltre che sono in aumento i casi nelle capitali dei paesi colpiti. «Al momento i medici non hanno risposte» per contrastare l’epidemia, diffusa soprattutto in Guinea, Liberia e Sierra Leone, ha detto l’esperto che ha anche sottolineato come stiano «crescendo i rischi che la malattia possa attraversare i confini» con pazienti affetti in partenza da aeroporti internazionali. L’esperto precisa comunque che l’Europa ha un sistema di allerta che finora ha dimostrato di funzionare. «C’è stato un caso segnalato a Valencia in Spagna, che poi si è rivelato un falso allarme, ma che ha provato la rapidità di reazione europea». La malattia si trasmette soprattutto verso coloro che portano cure alle persone affette dal virus, spiegano gli esperti. La Commissione Ue ha stanziato oggi altri 2 milioni di euro per contrastare l’epidemia in Africa Occidentale, in aggiunta ai 1,9 milioni stanziati in precedenza.



USA PREOCCUPATI
L’epidemia di Ebola comincia comunque a preoccupare anche gli americani. Il presidente Barack Obama si tiene «costantemente informato» e i Centers for Diseases Control (Cdc) hanno deciso di alzare il livello di allerta, preparandosi all’eventualità, tutt’ora considerata remota, di un arrivo del virus su suolo statunitense. «La probabilità che la malattia si propaghi al di fuori dell’Africa occidentale è molto bassa - ha spiegato Stephan Monroe, responsabile delle zoonosi dei Cdc - ma comunque dobbiamo essere preparati anche a questa remota possibilità». A far crescere la preoccupazione è anche la vicenda di Kent Brantly, giovane medico statunitense che ha contratto il virus in Liberia. Secondo gli ultimi aggiornamenti il dottore missionario sta peggiorando e la sua prognosi è grave. Il medico colpito dalla febbre emorragica è in isolamento vicino a Monrovia, a 12 miglia dall’ospedale dove lui stesso ha trattato i pazienti colpiti già dall’ottobre 2013. 



Che cos’è l’Ebola? Tutto quello che c’è da sapere sulla malattia
La Stampa

a cura di ugo leo

Le risposte e i consigli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità


1Che cos’è l’Ebola?
L’Ebola è un virus spesso fatale con un tasso di mortalità fino al 90%. La malattia colpisce gli esseri umani e i primati come scimmie, gorilla, scimpanzé etc. I primi casi di Ebola risalgono al 1976 : il primo in un villaggio nei pressi del fiume Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, l’altro in una zona remota del Sudan. L’origine del virus non è nota, ma i pipistrelli della frutta (Pteropodidae) sono considerati portatori del virus.

Come si trasmette?
L’Ebola viene trasmessa tramite lo stretto contatto con il sangue, secrezioni, organi o altri fluidi corporei di animali infetti. In Africa, la diffusione si è verificata dopo il contatto con esemplari infetti di scimpanzé , gorilla, pipistrelli della frutta, scimmie, antilopi e istrici trovati malati o morti o nella foresta pluviale. E ’ importante ridurre il contatto con gli animali ad alto rischio (cioè pipistrelli della frutta e scimmie).
Il soggetto contagiato può diffonde il virus all’interno della comunità. L’infezione avviene per contatto diretto (attraverso ferite superficiali o mucose) con il sangue o altri fluidi corporei o secrezioni (feci, urine, saliva, sperma) di persone infette. L’infezione può verificarsi anche in caso di contatto tra le ferite o le mucose di una persona sana con oggetti contaminati dai fluidi infetti di un paziente come vestiti sporchi, lenzuola o aghi usati. 
Gli operatori sanitari sono spesso esposti al virus nel corso della cura di pazienti infetti. Questo accade perché non indossano dispositivi di protezione individuale, come guanti monouso.  Anche il contatto diretto con il corpo di pazienti morti può essere un possibile vettore di trasmissione. Le persone morte per via di infezioni devono essere maneggiate con indumenti protettivi e guanti, ed essere sepolte immediatamente.

Chi è più a rischio?
Nel corso di un focolaio, quelli a più alto rischio di infezione sono:

operatori sanitari; 
familiari o altre persone a stretto contatto con persone infette; 
soggetti a contatto diretto con i corpi dei defunti 
Le persone immunodeficienti corrono maggiori rischi di contrarre il virus.

Quali sono sintomi tipici dell’infezione?
La comparsa improvvisa di febbre, intensa debolezza, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola sono i segni e i sintomi tipici seguiti da vomito, diarrea, esantema (eruzione cutanea di pustole, vescicole e bolle), insufficienza renale ed epatica, e in alcuni casi, sanguinamento sia interno che esterno. Il periodo di incubazione, o l’intervallo di tempo dall’infezione alla comparsa dei sintomi, è da 2 a 21 giorni. I pazienti diventano contagiosi una volta che cominciano a mostrare i sintomi. Non sono contagiosi durante il periodo di incubazione. 
L’infezione da virus può essere confermata solo attraverso test di laboratorio.

Qual è la cura?
I pazienti gravemente malati sono spesso disidratati e hanno bisogno di liquidi per via endovenosa o orale. Attualmente non esiste un trattamento specifico per curare la malattia. Alcuni pazienti possono guarire con le cure mediche appropriate.

È sicuro viaggiare durante un’epidemia? Qual è il consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità?
Nel corso di un’epidemia, l’OMS esamina la situazione sanitaria pubblica regolarmente e raccomanda restrizioni di viaggio o commerciali se è necessario. 
Il rischio di infezione per i viaggiatori è molto basso.
I viaggiatori dovrebbero evitare ogni contatto con pazienti infetti. 

mercoledì 30 luglio 2014

Calcio, zingari e l'ipocrisia del vocabolario

Vittorio Feltri - Mer, 30/07/2014 - 14:43

Se dai del banana al Cavaliere sei un sincero democratico dotato di senso dell'umorismo, se dai del banana a un africano sei un grandissimo bastardo


1
Il nostro eccellente Giuseppe De Bellis si è già esibito sul Giornale scrivendo cose giuste sul caso Carlo Tavecchio, un cognome che ha una componente offensiva: in una società nella quale l'unico settore che non cala, bensì cresce, è la chirurgia plastica, accompagnata da terapie antiossidanti e roba simile, evidentemente la vecchiaia è considerata un'infamia.

Chiedo scusa se mi cito. Su Twitter - la palestra dell'insulto elevato a categoria del pensiero - vi sono numerosi gentiluomini che, quando non sono d'accordo con me, non si limitano a dirmelo: mi coprono di contumelie fra cui spiccano quelle riferite alla mia non verde età, tipo «vecchio stronzo», «vecchio rimbambito», «brutto vecchio, cedi il tuo posto privilegiato a un giovane», «vecchio bollito» (la variante è «brasato»).

La parolaccia è entrata prepotentemente nei conversari correnti e quella che ferisce di più è «vecchio porco». Una volta si chiamavano «vecchi» i genitori, e nessun papà e nessuna mamma si adontavano. Ma oggi il sostantivo/aggettivo «vecchio» ha un significato talmente negativo da essere impronunciabile. Provate a dire a una signora che è vecchia: vi mangia vivi per dimostrare di avere ancora denti buoni e un'ottima digestione.

Torniamo a Tavecchio. Lo sciagurato, aspirante presidente della Federazione italiana giuoco calcio, in un discorso programmatico in cui ha espresso concetti condivisibili, si è lasciato scappare una frase che i più moderati hanno giudicato infelice. Questa, all'incirca: «Nel nostro Paese i club pedatori trascurano i giovani e inseriscono nella rosa dei titolari ragazzi modesti che fino a ieri si nutrivano di banane». Vogliamo esagerare? Non si è trattato di proposizione elegante, ma simile a mille altre che quotidianamente si odono in ogni ambiente.

Anche nei giornali. Per esempio: il soprannome più diffuso di Silvio Berlusconi è il Banana, che viene usato regolarmente su giornali e in spiritosissimi (si fa per dire) programmi televisivi satirici. Dal che si evince che c'è Banana e banana. Se dai del banana al Cavaliere sei un sincero democratico dotato di senso dell'umorismo, se, viceversa, dai del banana a un africano abbronzatissimo sei un grandissimo bastardo, sinonimo delicato di figlio di puttana. E ti espellono dal consorzio civile.

Mi domando: come mai la banana ha una doppia reputazione a seconda di chi la mangia o, meglio, la interpreta? Trattasi peraltro di un frutto nobile, buono, nutriente e, fino a mezzo secolo fa, raro, il che lo rendeva prezioso. Quando ero bambino, soltanto Babbo Natale provvedeva a regalarmene una (di numero) per allietare la mia povera mensa. La trovavo la mattina sul tavolo della cucina accanto a due o tre pipe di zucchero rosso, un paio di arance e un'automobilina di latta.

Se non ricordo male, c'era tra quel bendidio anche qualche carruba: forse non è un dettaglio importante per voi che leggete, ma, a mio avviso, rende l'idea del mondo in cui vivevamo, ammesso che ciò sia interessante.Ecco. Abbacinato dai doni piovuti dal cielo, rimanevo in contemplazione dei medesimi per alcuni minuti, poi afferravo la banana, la incartavo e la portavo a un vicino di casa che sapevo esserne golosissimo. Suonavo alla sua porta e non appena egli si affacciava gli porgevo il frutto. Lui mi abbracciava e ringraziava.

Per me era una soddisfazione, anche se non ero iscritto all'Arcigay. Il costume è mutato. Se oggi facessi omaggio di una banana all'inquilino del mio piano, sarei preso a calci nel deretano (eufemismo di culo). Tavecchio ha 71 anni, quanti ne ho io. Sono certo che per lui, come per me, la semantica bananiera non ha alcuna valenza respingente. Sarebbe assurdo il contrario. Constato che ormai in Italia non si discute più sui contenuti, ma sull'involucro lessicale. Personalmente, ai tempi in cui gli extracomunitari furono malmenati e sfruttati a Rosarno (Calabria), pubblicai questo titolo sul Giornale : «Hanno ragione i negri».

Non l'avessi mai fatto. Le penne di lusso, su numerosi quotidiani, mi redarguirono aspramente. Pier Luigi Battista del Corriere mi crocifisse. L'Ordine dei giornalisti mi processò dopo avermi tenuto sotto inchiesta quattro anni: fui assolto, e me ne stupii piacevolmente. Avevo dato la causa per persa, poiché nessuno aveva letto l'articolo che difendeva i poveracci: tutti si erano soffermati con indignazione solo sul termine «negri».Il nostro direttore Alessandro Sallusti è pure stato sottoposto a procedimento disciplinare (si attende la sentenza) perché ha chiamato zingari gli zingari.

E come doveva chiamarli? Extraterrestri? Le fobie linguistiche contrassegnano la nostra epoca politicamente corretta, forse, sicuramente imbecille. I netturbini non sono più spazzini, anche perché non spazzano una mazza, ma operatori ecologici.Guai a non attenersi al nuovo bon ton. Magari non ti denunciano, ma ti sputtanano, ti danno del razzista. Veniamo ai sordi. Che non sono più tali anche se non sentono: meritano l'appellativo di audiolesi. Tra poco definiremo così gli impotenti: tirolesi. Ovviamente gli orbi non sono orbi ma ipovedenti. E i ciechi non sono ciechi ma non vedenti.

Con angoscia mi chiedo: come posso etichettare uno stitico seguendo lo stesso metodo glottologico? Sono in imbarazzo.Il vituperato Tavecchio immagino sia sorpreso dal trattamento ricevuto per avere detto la verità con parole sue, brutte ma chiare. Condannato per una banana. Non è serio. Anche perché egli ha centrato il problema. Il nostro calcio è in declino in quanto esterofilo: apre le porte all'Africa e le chiude alla Campania e al Friuli, vivai di campioni o almeno di ottimi giocatori. Anche all'estero hanno arricciato il naso per le banane di Tavecchio. Ridicolo.

Noi italiani, anche orobici, valdostani e veneti, veniamo dileggiati con i soliti luoghi comuni: spaghettari, mandolinari, pizzaioli. E ci tocca stare zitti o, al massimo, sorridere. Se però evochiamo la banana siamo rovinati. E i primi a rovinarci sono i nostri compatrioti spaghettari della malora.

Equo compenso, Apple ritocca i prezzi dei MacBook Pro. Ma al ribasso

La Stampa

bruno ruffilli

I nuovi portatili della Mela sono più potenti, eppure il listino cala, perché come altre volte l’azienda si fa carico degli aumenti decisi dal Governo. Scompare anche la dicitura “tassa sul copyright” tanto contestata dalla Siae. Che oggi ha in programma un’azione dimostrativa

Come anticipato due giorni fa da alcune immagini trapelate in rete, Apple ha aggiornato i MacBook Pro con Retina Display. Da ieri sul sito online e nei negozi sono disponibili i nuovi Mac portatili destinato ai professionisti, con piccoli miglioramenti rispetto alle versioni precedenti: un processore più veloce su tutti i modelli, il doppio della memoria Ram per la versione da 15 pollici. E i prezzi rimangono invariati, come tradizione Apple, quindi un vantaggio economico c’è su tutti i nuovi MacBook Pro, ma in particolare sui modelli da 15 pollici (passare da 8 a 16 Gb di Ram costa infatti 200 euro sulla versione da 13 pollici). 

In realtà la notizia qui non il lieve miglioramento delle prestazioni, ma che il nuovo listino è addirittura più basso rispetto a una settimana fa: l’aumento del prezzo dovuto ai ritocchi delle tariffe per l’equo compenso è stato infatti assorbito da Apple, così ad esempio il MacBook Pro da 13 pollici ora parte di nuovo da 1329 euro, com’era prima che le nuove tariffe entrassero in vigore, e non più da 1333,03, mentre il MacBook Pro da 15 pollici scende da 2033,03 a 2029 euro. Accadrà lo stesso con iPhone e iPad: se non con i modelli attuali, certamente con quelli nuovi attesi entro un paio di mesi. 

Una tempesta in un bicchier d’acqua, insomma, dove la posizione di Apple rimane di assoluta trasparenza ma forse si ammorbidisce un po’, tanto che cambia la dicitura che compare prima di completare l’acquisto: da “tassa sul copyright” diventa “compenso per copia privata”. Così Siae non potrà più parlare di “provocazione” e verrà smentito pure il ministro Franceschini che parlava di una “ritorsione nei confronti dei clienti italiani”. Vedremo ora cosa succederà con gli altri prodotti soggetti all’aumento delle tariffe: se per televisori, smartphone, tablet – specie di fascia alta – è immaginabile che le aziende si facciano carico dei ritocchi, non è detto che succederà altrettanto con hard disk e chiavette di memoria, dove l’equo compenso incide in misura assai più elevata. Ricordiamo ad esempio, che per un hard disk da 2 TB si pagano 20 euro, circa un quarto del totale (e poi c’è anche l’Iva). 

Va detto – e l’avevamo segnalato – che già col decreto Bondi e con l’aumento dell’Iva Apple aveva adottato la stessa strategia: aggiornare immediatamente i prezzi, salvo poi farsi carico degli aumenti e tornare al listino precedente. Così le levate di scudi contro la multinazionale avida e ingannatrice ora sembrano fuori luogo (per quanto riguarda l’equo compenso almeno). È la lezione della tecnologia: istituzioni e leggi devono imparare a muoversi in fretta, perché lo scenario cambia con estrema velocità.

Per questo sosteniamo che l’equo compenso sia una norma che non ha senso oggi, dal momento che sempre più italiani si rivolgono allo streaming e sempre meno copiano su hard disk o chiavetta musica o video protetti da copyright. E sempre per questo rischia di cadere nel vuoto l’azione dimostrativa della Siae organizzata oggi a Roma insieme a Federconsumatori: la Società italiana Autori ed editori, infatti, conta di vendere alcuni iPhone al prezzo francese (la tesi è che in Francia costino meno che in Italia, nonostante le tariffe per l’equo compenso siano più alte).

Scrisse «Forza Etna, forza Vesuvio» su Fb Consigliera leghista rinviata a giudizio

Corriere del Mezzogiorno

La decisione del pm: l’internauta brianzola a processo per discriminazione razziale ed etnica


1
CATANIA - Ha pubblicato su Facebook un post con su scritto «Forza Etna, forza Vesuvio, forza Marsili», augurandosi «una catastrofe naturale nel centro-sud Italia». Ora l’internauta di Monza, una donna, per giunta consigliere leghista alla Provincia, dovrà affrontare un processo con l’accusa di aver propagandato «idee fondate sulla superiorità razziale ed etnica degli italiani settentrionali rispetto ai meridionali» e di «discriminazione razziale ed etnica». Lo ha deciso il pm di Monza Emma Gambardella che, dopo aver chiuso le indagini, ha disposto la citazione diretta a giudizio per l’imputata.

A presentare una denuncia per quel post pubblicato sul social network è stato l’avvocato Angelo Pisani, presidente della Ottava Municipalità di Napoli, che si costituirà parte civile nel processo rappresentato dal legale Sergio Pisani. Stando all’imputazione, la consigliera provinciale Donatella Galli, residente in provincia di Monza e Brianza, nell’ottobre del 2012 pubblicò su Facebook una foto satellitare dell’Italia priva delle regioni del Centro-Sud, dal Lazio e dagli Abruzzi in giù e la frase «il satellite vede bene, difendiamo i confini ...». Poi commentò con un «mi piace», e scrisse «Forza Etna, forza Vesuvio, forza Marsili», augurandosi, scrive il pm, «una catastrofe naturale nel centro-sud Italia provocata dai tre più grandi vulcani attivi colà esistenti».

Il processo, in cui Angelo Pisani è «parte offesa» come presidente della Municipalità di Scampia, inizierà a Monza il 23 ottobre del 2015 davanti al giudice Elena Sechi. «Intendiamo lanciare un segnale forte», ha spiegato Angelo Pisani, che tra l’altro è l’avvocato di Diego Armando Maradona nonché dei familiari del giovane tifoso azzurro ferito a morte a Roma prima della finale di Coppa Italia, Ciro Esposito: «Un segnale per far capire a tutti che la dignità dei cittadini italiani, siano essi meridionali o settentrionali, va rispettata e la violenza va ripudiata. E se non lo si comprende per senso civico, gli artefici lo capiranno pagando di tasca propria per le offese pagandone i danni».

30 luglio 2014

La lirica ai tempi dei Google Glass

La Stampa

Stasera in scena a Cagliari la prima mondiale dell’opera di Puccini in versione interattiva con gli occhiali intelligenti di Mountain View



La Fondazione Teatro Lirico di Cagliari sarà la prima al mondo ad utilizzare Google Glass per creare il primo esperimento di Opera Interattiva . La sperimentazione inizierà questa sera e interesserà l’innovativa Turandot dignifica normalmente ascoltare parole, musica, osservare gestualità e immagini: lo spettatore guarda la rappresentazione dal proprio punto di vista.

Ora, attraverso un sistema sviluppato per i Google Glass da TSC Lab, partner del MediaLab dello stesso Teatro e Google Enterprise Partner, sarà possibile vedere l’opera dal punto di vista di chi la canta o di chi la segue da dietro le quinte. Cantanti, musicisti e alcuni dei tecnici che lavorano dietro al palco li indosseranno e condivideranno tutto sui social network del teatro. Il pubblico, potrà quindi vedere in tempo quasi reale immagini e altro materiale e seguire l’opera con gli occhi di chi la sta mettendo in scena.

Il progetto del Teatro Lirico di Cagliari è estremamente innovativo: prima istituzione lirica al mondo a creare un Centro di Ricerca e Sviluppo Tecnologico, ora per la prima volta in assoluto sperimenta l’utilizzo dei Google Glass nell’opera lirica direttamente dal palcoscenico.

Il pubblico potrà quindi collegarsi sui profili social del teatro, da casa o da un qualunque altro posto, per guardare live il materiale multimediale che i protagonisti condivideranno. Gli spettatori potranno finalmente osservare lo spettacolo con gli occhi di chi lo mette in scena.

La Turandot del Teatro Lirico di Cagliari è un allestimento che vede molti punti di innovazione, a cominciare dalle scenografie in chiave contemporanea che il Sovrintendente del Teatro, Mauro Meli, ha affidato all’artista contemporaneo Pinuccio Sciola. A questo si aggiunge anche il lavoro di comunicazione sui social network e ora questa collaborazione unica con Google Glass.

Un allevamento chiuso e 28 cani in cerca di famiglia

La Stampa

cristina insalaco

Il caso a Carmagnola (Torino): sono tutti pastori belga sequestrati dopo un’ispezione Asl. Catena di solidarietà grazie a Videoadozioni LaZampa.it


1
L’accusa di maltrattamento Sarà la magistratura a stabilire di chi sono le responsabilità per la situazione dei cani a «Case Bellegarde» dove gli ispettori dell’Asl hanno trovato insetti e topi nei recinti dei cani. Ventotto pastori belga dell’allevamento «Casa Bellegarde» di via Molinasso, a Carmagnola (Torino), il 23 giugno sono stati messi sotto sequestro dall’Asl To5. L’ipotesi di reato è maltrattamento di animali da parte della titolare Cinzia Bisio. Sul caso indaga la procura di Asti.

Abbandonati
«I pastori belga erano denutriti e in stato di abbandono, non vivevano secondo le corrette condizioni igienico - sanitarie – dice Giorgio Quinzio, il veterinario responsabile dell’atto ispettivo -. Nell’allevamento abbiamo trovato quantità eccessive di zecche, pulci, ratti, sono state messe sotto sequestro anche alcune carcasse di cani morti, in attesa dell’autopsia. Inoltre, l’allevamento ha avuto in passato gravi problemi di sovraffollamento, superando i 130 esemplari». Quando la struttura poteva contenerne al massimo 44 più 5 di proprietà. «Casa Bellegarde», comunque, entro fine luglio avrebbe cessato la propria attività, poiché la titolare era soggetta a sfratto giudiziario. Per questo erano già stati ceduti quasi tutti gli 80 cani presenti nella struttura a famiglie e pensioni, ad eccezione degli ultimi 28. Questi, dopo il sequestro, sono stati temporaneamente accuditi da una cooperativa incaricata dall’Asl.

La difesa
Cinzia Bisio si difende e smentisce tutte le accuse. «Nei 10 anni di attività, le ispezioni dell’Asl hanno sempre avuto esito positivo. Non ho mai maltrattato i miei pastori belga. I cani sequestrati sono animali problematici per natura: sono ciechi, magri, con tumori, cani che alla nascita non mi sono sentita di sopprimere», dice la titolare. Che sostiene di non aver mai raggiunto quota 130, «Il numero massimo è stato 80», e di aver fatto il possibile per rispettare le norme igienico - sanitarie. Poi continua: «A luglio mi sono recata tutti i giorni nell’allevamento, e la salute dei miei pastori belga in questo mese è peggiorata. Ho trovato sangue e feci nei box, cani che perdevano il pelo. È così che l’Asl se ne prende cura?».

Intanto grazie ad una catena di solidarietà di 15 canili di Torino e provincia, e grazie alle videoadozioni su LaZampa.it [Video: il commovente momento dell’intervento dei canili], 25 pastori belga entro domani traslocheranno in un canile più adatto a loro. Dopo un percorso di recupero, tutti i cani sequestrati potranno essere adottati cominciando così una nuova vita.

Morto l'ultimo uomo che sganciò la bomba atomica su Hiroshima

Lucio Di Marzo - Mer, 30/07/2014 - 09:42

Theodore Van Kirk aveva 93 anni. Era il navigatore del bombardiere Enola Gay


--
Theodore Van Kirk, 93 anni, è morto lunedì per cause naturali in una casa di riposo in Georgia. L'uomo, che era anche conosciuto come "l'Olandese" era l'ultimo membro ancora in vita dell'equipaggio della Enola Gay, il bombardiere che sganciò la bomba atomica su Hiroshima il 6 agosto 1945.

Van Kirk, che nell'equipaggio aveva il ruolo di navigatore, aveva 24 anni quando "Little Boy", questo il nome dell'ordigno nucleare, venne lanciato sulla città giapponese, causando la morte di 140mila persone, più della metà di quanti al momento ci vivevano. A tre giorni di distanza un'altra atomica sarebbe stata utilizzata su Nagasaki, uccidendo altre 70mila persone.

In vita, Van Kirk disse sempre di non avere rimorsi per avere sganciato la bomba su Hiroshima, sostenendo che la missione sua e dei compagni ebbe un grande ruolo nel porre fine alla Seconda guerra mondiale.

Eredità da due miliardi di lire Ma Bankitalia non cambia in euro

Corriere del Veneto

Il decreto «Salva Italia» del dicembre 2011 lo vieta. Invece il lascito in marchi subito convertito in Germania


1
ROVIGO — Trova due miliardi di vecchie lire, poco più di un milione di euro, nella casa di Berlino dello zio paterno, ma non riesce a incassarli perché non più validi. Così Sara Ferrari, 43enne originaria di Rovigo da molti anni residente a Bruxelles dove lavora come funzionario in un ente pubblico, s’è rivolta alla «Federazione nazionale consumatori» per cercare di ottenere quanto ritiene le spetti. Come racconta la donna, «mio zio paterno Salvatore emigrò molti anni fa a Berlino, dove si fece valere per la sua bravura come orafo. Lo zio è morto alcuni mesi fa, celibe e senza figli.

Riordinando una delle case che mi ha lasciato in eredità ho trovato alcuni documenti che facevano riferimento a una cassetta di sicurezza aperta molti anni prima dallo zio in una filiale della Deutsche Bank di Berlino». A inizio luglio Sara Ferrari è andata nella banca berlinese con i documenti della successione ereditaria e ha aperto la cassetta di sicurezza. «Al suo interno – riprende il racconto la rodigina – c’erano alcuni Bot del Tesoro italiano con tagli da 10, 50 e 100 milioni di vecchie lire oltre a denaro contante per un miliardo e 450 milioni in banconote da 500 mila lire oltre a circa un milione di marchi tedeschi».

Se per il cambio della valuta tedesca in euro ci son voluti una decina di giorni e la cifra ammonta a circa 730.000 euro, tutt’altra musica per il cambio in Italia. Sara Ferrari si è recata allo sportello Bankitalia di Milano per chiedere le modalità di cambio del denaro italiano. Qui sono iniziati i problemi. «Mi è stato risposto che in base al decreto Monti del 6 dicembre 2011 – riprende Ferrari – le vecchie lire ancora in circolazione si prescrivono a favore dell’Erario con decorrenza immediata e che il relativo controvalore è versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere assegnato al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato». Insomma, i due miliardi di vecchie lire scoperti nella casa berlinese dello zio Salvatore non possono essere incassati.

«Così – afferma la donna - mi sono rivolta alla “Federazione nazionale consumatori” per avviare tutte le azioni giudiziarie contro Bankitalia e il ministero delle Finanze, con possibilità di ricorso anche alla Corte Europea, per ottenere il pagamento in euro della somma che ho trovato in lire». Ma l’amarezza di Sara Ferrari non riguarda solo l’inghippo legato al decreto Monti di fine 2011. «Da italiana che vive all’estero da molti anni – afferma la donna – non posso non far notare che in Germania ci son voluti dieci giorni per ottenere valuta corrente dai vecchi marchi, e si parla della bella somma di 730.000 euro, mentre nel mio Paese non è possibile altrettanto». Conclude la 43enne: «Nonostante si chiami Unione Europea le leggi non sono uguali per tutti i cittadini».


23
45
67

30 luglio 2014

Moto manomessa, sospetto omicidio L’ultimo mistero del clan Vallanzasca

Corriere della sera

di Andrea Galli

Rossano Cochis in semilibertà. E lo storico capo: «Il furto all’Esselunga? Una trappola». Il bandito Colia morto in un incidente: nuove perizie sulla Aprilia


1
Un centinaio di metri scarsi. La chiesa. Vasi di piante e ringhiere per separare i passaggi pedonali dalla strada, una strada di pavé dove solitamente macchine, moto e scooter passano piano: anzi in piazza San Gregorio, a Basiano, 3.600 abitanti a est di Milano, spesso ci si ferma per un saluto, per chiacchierare. Ritmi e abitudine da paese. Il 15 di marzo, un sabato, su una moto comprata pochi giorni prima da un suo amico che gliela aveva prestata per un giro, in piazza San Gregorio Antonio Colia correva. A forte velocità, dissero alcuni testimoni.

La moto, improvvisamente, aveva deviato proprio in direzione di un tratto della ringhiera. Il 67enne Colia, soprannominato «Pinella», era morto nello scontro e nella caduta. Ma di quell’incidente tante cose furono (e restano) strane. Il motivo della velocità, ad esempio: per quale motivo, in quel tratto, Colia tirava ? Non era solo, aveva a bordo un’amica, anche lei deceduta, e in più lui stesso non indossava il casco. E quale la causa dello sbandamento dell’Aprilia, quasi innaturale, illogico secondo la dinamica dei vigili? Vigili che adesso, in gran segreto, hanno disposto nuovi minuziosi accertamenti.

Non si escludono la manomissione della moto e un’ipotesi: l’hanno ammazzato? Forse le perizie sono un atto dovuto e il fascicolo non porterà a nulla; ma lo scrupolo non è mai abbastanza, specie con «Pinella», uno della banda Vallanzasca; e specie se la banda, ridotta al minimo dall’età dei componenti, dagli ergastoli e dai decessi, sta attraversando un’estate strana. Misteriosa. A cominciare dal gran capo.

A ottobre Renato Vallanzasca tornerà in un’aula del Tribunale per l’accusa di aver rubato in un supermercato dell’Esselunga di viale Umbria una confezione di boxer, un paio di cesoie e un barattolo di concime. «Mi hanno incastrato» ripete Vallanzasca, 64 anni. «È una trappola per non farmi mai avere la semilibertà» è la convinzione del bandito, il quale ha raccontato che, mentre girava per il supermercato in cerca della cena (salmone e insalata), s’era imbattuto in un ragazzo mai visto. Questi l’aveva salutato e omaggiato presentandosi come suo fan, e s’era offerto di portargli la borsa della spesa salvo nascondergli nello zainetto boxer, cesoie e concime.

Arrivato alla cassa, Vallanzasca era stato fermato dall’addetto alla sicurezza che poi, alla pattuglia dei carabinieri chiamata dal direttore del punto Esselunga, aveva raccontato d’aver visto il bandito arraffare e nascondere la merce nello zainetto. Quanto al ragazzo, era sparito adducendo un malore della sorellina. Deborah Piazza, l’avvocato di Vallanzasca, ai giudici ha già detto che i conti non tornano: sono spariti i filmati dell’impianto di videosorveglianza interna del supermercato e il corpo del reato, ovvero i boxer che peraltro, secondo Vallanzasca, erano «di due misure più grandi rispetto alle mie». E dunque, a maggior ragione, perché li avrebbe arraffati?

Dall’ambiente milanese che conosce Vallanzasca, un insieme di mastini della Questura, vecchie volpi dei carabinieri, navigati legali e anche criminali di professione, in verità più d’uno solleva un dubbio: stiamo attenti, Vallanzasca difficilmente avrebbe avuto la semilibertà anche senza il presunto furto. Sicché, continuano nel ragionamento, il colpo all’Esselunga potrebbe esser stato commesso per davvero dal bandito, chissà con quali intenti e in base a quale strampalata strategia.

Altri ancora, forse suggestionati da uno scenario che, se colorato e romanzato, potrebbe diventare una lettura da spiaggia di spy-story e noir, tentano un azzardato collegamento tra il finale di Vallanzasca e la fine di «Pinella», uomo che secondo i conoscenti conduceva un’onesta, serena e tranquilla vita «da pensionato». Come se la saga della banda fosse destinata a non concludersi mai. Sarà. Però tra misteri e trappole, la banda pare davvero in dissolvenza. A inizio luglio Rossano Cochis, 67 anni, braccio destro di Vallanzasca, ha ottenuto la libertà condizionata. Difeso dall’avvocato Ermanno Gorpia, Cochis ha preferito evitare la ribalta per proseguire la quotidianità di lavoro in una comunità di tossicodipendenti. Da parte sua, il messaggio è chiaro: il passato è passato. Ma da parte di altri?

30 luglio 2014 | 10:23

L’Unità, da “Corriere del proletariato” a brand glorioso e abbandonato

La Stampa

jacopo iacoboni

Un’era tra Gramsci e girotondi: facce (contraddittorie) di un mito


--
Forse per capire che cos’è stata L’Unità vale ascoltare Aldo Tortorella, direttore del ’70 al ’75, anni in cui il giornale pesava monumentale, nel comunismo italiano: «Eravamo il giornale, ma anche il partito. Spesso la linea la imponevamo noi». Come quando - dopo le trionfali amministrative del ’75 - fu Tortorella a titolare «L’Italia è cambiata davvero». Poi non cambiava mai; ma questo è un altro discorso.

«Togliatti - ricorda un altro direttore, Alfredo Reichlin - voleva il Corriere della sera del proletariato, un grande giornale popolare che facesse compiutamente da contraltare alla stampa borghese, dando ai lettori oltre alla propaganda anche lo sport, la cronaca nera, il cinema. Lo è diventato, ma nel frattempo ha perso l’anima». Berlinguer invece «non mi dettava nulla, benché si considerasse un po’ un padre della patria».

Perciò uno spera che anche stavolta non sia il coccodrillo: il giornale è già tecnicamente morto un’altra volta, il 28 luglio del 2000 («il delitto perfetto», scrisse Michele Serra), e quella volta risorse, nel marzo 2001, con Furio Colombo direttore e Dalai editore. Ma proprio questo snodo fa capire che oggi è assai più dura: finita quell’Unità, il giornale perse completamente collocazione e i suoi lettori virarono altrove. Fu Colombo che il 25 giugno del 2006 titolò, a caratteri cubitali, «No», il giorno del referendum contro la riforma costituzionale di Berlusconi: «Quel che dobbiamo fare andando a votare no oggi e domani è impedire che la nostra Carta costituzionale sia manomessa da chi ha intimato di gettare il nostro tricolore nel cesso. Altrimenti quell’intimidazione continuerebbe a pesare su un’Italia degradata».

Ecco, quell’Unità - imprevedibile, movimentista, antesignana del Nanni Moretti del «con questi dirigenti non vinceremo mai» - ve la vedreste oggi, nell’ultimissima stagione? Eppure conteneva in sé le ragioni editoriali del tramonto, cioè era già pronta a transitare altrove; anche fuori dalla sinistra ufficiale. Concita De Gregorio e l’era-Soru (l’editore coinvolto da Veltroni) la tenne viva, non con la pubblicità choc del giornale con la minigonna jeans (contestata dai tanti parrucconi, non solo «di sinistra»), ma con una linea apertissima. Infatti finì per non piacere a D’Alema, assai infastidito - fu la goccia - per un pezzo molto acre ma indovinato di Francesco Piccolo.

Questo per dire che s’è partiti da Gramsci, nel febbraio del ’24, dall’eroica chiusura e clandestinità sotto il fascismo, e s’è arrivati ai dirigenti fallimentari del vecchio Pd, la perdita di identità e di lettori, la freddezza del Pd attuale. Quello che è successo prima è invece territorio tra storia e letteratura. Nel ’45, quando la parte più cool era la redazione torinese (era Torino che aveva salvato l’Italia dal fascismo), in redazione giravano Pavese, Calvino, Spriano, Novelli, Vittorini, e c’erano anche divi come Raf Vallone, «cui tutti chiedono - scrive Guido Quaranta - ragguagli sulla floridezza del seno della Mangano»... Siamo in una sfera leggendaria, tutt’altro che «sovietica». Diverso è ciò che accade dopo, anche gli errori, tragici. Amaro che proprio Ingrao - il comunista sensibile al dissenso interno, per quei tempi - abbia scritto nel ’56 il tremendo editoriale pro Urss, all’indomani dei carri armati a Budapest.

Oppure che Maurizio Ferrara, direttore nel ’68, fosse contestato dal Pci di Longo per un reportage sulle ragioni degli studenti che occupavano la Sapienza, o per eccessive licenze nella critica all’Urss, dopo Praga. Eppure, è la storia della sinistra. È il bellissimo titolo «E’ morto» (direttore Emanuele Macaluso) che abbiamo tutti noi, ragazzini, negli occhi il giorno della scomparsa di Berlinguer; ma anche il titolo stalinista «Chi vi paga?», rivolto ai dissidenti, radiati, del manifesto: la peggiore cultura del sospetto. È D’Alema, di cui si ricorda poco (nel 1991 cambiò il sottotitolo da «Giornale del Partito Comunista Italiano» a «Giornale fondato da Antonio Gramsci»); ma anche l’estroso Veltroni, che non fu L’Unità delle videocassette (questo lo dicono i detrattori), ma un giornale colto, raffinato, con le antenne.

Per noi leggere L’Unità era come litigare coi nostri genitori: ma erano pur sempre i genitori. O i nostri zii, quelli che t’insegnano le prime discolerie, come Pintor, vicedirettore e totale fuoriclasse, che faceva ammattire il direttore, Mario Alicata. Emanuele Macaluso ha ricordato che ancora a metà degli anni ottanta, quando già era in crisi, «L’Unità, un tempo la pupilla del partito, non era più neanche il dito mignolo». Oggi, semplicemente, non c’è proprio più la mano.

Cassazione: è reato se l’ex non paga il mutuo della casa per la moglie

La Stampa

--
«La casa rientra tra i mezzi di sussistenza che devono essere assicurati al coniuge ai figli minori», per questo l’ex marito che non contribuisce alle rate del mutuo, rischiando di far perdere alla famiglia l’abitazione, commette reato. Lo sottolinea la Cassazione, che ha confermato la condanna a due mesi, più 500 euro di multa, ad un uomo di Casoria che per un periodo non aveva versato il mantenimento, poi aveva sospeso il pagamento della rata del mutuo.

La condanna si riferisce al reato di «violazione degli obblighi di mantenimento» poiché per tre mesi l’uomo non aveva versato le somme stabilite dal giudice della separazione, e successivamente non aveva più pagato la rata del mutuo, di 350 euro. Questa situazione, spiega la sesta sezione penale della Cassazione (sentenza numero 33023), che ha condiviso l’affermazione della Corte d’Appello di Napoli, aveva messo l’ex moglie «in un vero stato di bisogno», perché la donna aveva dovuto saldare il debito utilizzando i soldi che il padre dei bambini versava per il mantenimento e chiedendo aiuto ai familiari.

A nulla è valsa la difesa dell’imputato, basata sul fatto che l’accordo di separazione non prevedesse anche il versamento delle rate del mutuo, motivo per cui non aveva avuto percezioni di commettere un reato. Su questo punto la Cassazione ha risposto che la violazione degli obblighi di assistenza familiare (articolo 570 del codice penale) non prevede che «la condotta omissiva venga posta in essere con l’intenzione e la volontà di fa mancare i mezzi di sussistenza alla persona bisognosa». Ma il solo fatto che la famiglia fosse sostanzialmente privata del mantenimento basta a configuare il reato.

(Fonte: Ansa)

In viaggio coi migranti: «Così scappiamo dall'inferno e voi ci salvate»

Corriere della sera

di Carmine Guarino

Le tratte del traffico di uomini, i prezzi, i boss e i viaggi della speranza: incubi e sogni dei migranti raccontati da chi ha sfidato il mare per un paradiso chiamato Itali


--
AVELLINO - La carta è consumata, “maltrattata”. L’inchiostro è calcato, ma già sbiadito. Il foglietto, piegato con precisione, continua a rigirare nelle sue grandi mani nere. Con la sinistra lo tiene fermo e con due dita della destra strofina: come se volesse cancellare quello che soltanto i suoi occhi vedono. Poi, si blocca e con l’indice svela il segreto di quel bigliettino: una barca, al centro, disegnata con una penna di colore blu. Un’equazione, una sorta di bollettino di morte, in alto a sinistra. Una data - «28-06-2014» - in basso. E il suo nome nell’angolo destro: Mafatin.

Mafatin ha ventiquattro anni e viene dal Gambia. È fuggito dal Gambia a bordo di un barcone, di quelli che i trafficanti di uomini offrono ai “disperati” come lui. Era sul peschereccio che è stato recuperato dagli uomini della Marina militare italiana nella notte del 30 giugno a largo di Pozzallo. A bordo c’erano quarantasei morti, a bordo c’era anche Mafatin. Che tiene tutto il suo dolore in quel foglietto. «Lavoravo come fabbro in Gambia, avevo un negozio - racconta - ho chiuso per le tasse. Lì ho tre sorelle, una madre e un padre che non può lavorare.

Soffrivamo molto». Così la decisione di scappare dalla povertà e dalla paura perché, dice con un filo di voce, «in Gambia basta avere un’idea diversa dal governo per essere arrestato». La strada possibile è una: trovare un «boss», uno capace di far scomparire e riapparire le persone all’altro capo del Mediterraneo. «Mi ci sono volute due settimane per arrivare in Libia. Ho pagato settemila dalasi - più di cento euro - per giungere ad Agadez.

Altri settecento dalasi per attraversare il deserto e raggiungere Tripoli». Qui tre, interminabili, mesi di attesa. Poi l’occasione giusta. «Un bianco mi ha detto che con settecento euro partivo. Un amico mi ha prestato dei soldi - ricorda mentre i suoi occhi bui brillano di emozione -. È stato un inferno, ho visto tanta gente morire». Si ferma, respira. E con la testa china indica la parte più bassa della barca che lui ha disegnato: «Dodou was here».

Dodou era là. E c’era arrivato allo stesso modo, fuggendo. «Il sette settembre sono stato arrestato perché avevo una maglietta con scritto “Vogliamo cambiare” - racconta, con una risata quasi isterica - Sono stato in carcere due settimane, poi con l’aiuto di amici sono riuscito a pagare cinquemila dalasi e sono uscito. Sono scappato perché il nostro presidente è pazzo». Molti fuggono da lui, da Yahya Jammeh, presidente del Gambia dal 1994 dopo un golpe militare. Tutti finiscono nelle stesse mani, quelle dei trafficanti di uomini. «Sono andato in Senegal con un pullman. Poi Mali e Nigeria, sempre in pullman».

Qui, l’incontro con il «boss», come lo chiama. E i trecento euro per attraversare il deserto. «Sono stato quattro giorni nascosto in un pick-up senza acqua né cibo e sono arrivato a Gatron, in Libia, dove sono stato due mesi». Avanti così: una tappa alla volta, come in un gioco dell’oca con pedine drammaticamente vive. Da Gatron a Tripoli e per Dodou si aprono le porte dell’inferno. «Sono stato sequestrato per due settimane, vivere lì se sei nero è impossibile». A salvarlo, ironia della sorte, è un «boss». «Dopo quattro mesi, mamma ha venduto la nostra casa e io ho avuto i settecento dollari per partire».

Ma Dodou, trentadue anni, è stato uno degli ultimi a salire sul peschereccio e a lui è toccata la ghiacciaia. «Quarantasei persone sono morte sotto i miei occhi, ho perso i miei due migliori amici» dice, scuotendo la testa in un gesto di impotenza. «Nessuno ha potuto fare nulla per salvarli, sono stato quattro giorni in mezzo al mare fino a che - e il suo sorriso diventa contagioso - gli italiani ci hanno salvato. Avrei potuto morire, ma mi hanno salvato. Amo l’Italia», ripete.

Mafatin, invece, non si sente ancora salvo davvero. Mentre siede su un letto della “sua” nuova casa, un’abitazione ad Avellino trovata per lui e altri quattordici dalla cooperativa New Family, confessa il suo unico desiderio. «I need to talk with my parents and say them that Italians save me». Mafatin vorrebbe solo dire ai suoi genitori che gli italiani lo hanno salvato. Che è vivo. Come dimostrano le sue lacrime nascoste a fatica. E quel foglietto che non lascia mai.
29 luglio 2014 | 20:35

Napoli ha 2.000 vigili: il 60% inabile a lavorare

Sergio Rame - Mar, 29/07/2014 - 09:53

Smascherato da un dossier del Comune l'abuso di certificati medici e permessi sindacali


Una raffica di certificati medici e permessi sindacali. C'è chi non sopporta il disagio acustico e chi soffre di dermatiti da contatto. Poi c'è chi deve presenziare a chissà quale riunione per discutere come meglio tutelare i diritti del lavoratore. C'è anche chi deve assentarsi per laurearsi e chi, invece, insegue un diploma. E pure chi è troppo anziano. Morale: a Napoli su un organico di quasi duemila vigili, circa 1.100 non svolgono "mansioni stradali" perché sono "inabili" a lavorare. A smascherare l'abuso di certificati medici e permessi sindacali è un dossier del Comune che getta fango sull'amministrazione capitanata da Luigi de Magistris.

"Tra i quasi 500 vigili tecnicamente non idonei ai servizi in strada - si legge nel dossier presentato dal dirigente dell'Ufficio legale Francesco Maida - ci sono anche agenti assunti appena quattro anni fa". Leggi: seppur assunti come vigili, non sono idonei a fare i vigili. "Il sindaco equivale a un capo d'azienda - tuona Gianni Lettieri, leader del centrodestra in Consiglio comunale - la responsabilità di ogni cosa risale sempre a lui. Da quando ha cacciato l'ex comandante Sementa il corpo di polizia urbana è nel caos". Le cinque pagine di report sono finite sulle scrivanie dell'assessore al Personale, l'Idv Franco Moxedano, e del capo di gabinetto del sindaco, Attilio Auricchio. All'interno, come riporta Libero, c'è un lunghissimo elenco di "date, mansioni, assenze e relativi incroci con ncertificati medici e permessi sindacali e familiari".

Per Lettieri nella gestione della polizia urbana ci sono "troppe zone d'ombra". "Nella dura gestione della realtà quotidiana - spiega - sani principi istituzionali si sono trasformati in sacche paludari dove ognuno ha trovato la mpersonale soluzione ai propri problemi che hanno prevaricato e condizionato le superiori esigenze del servizio da offrire alla nostra città". Il dossier redatto da Maida parla infatti di un buon 60% dei vigili assunti dal Comune di Napoli "inabile" a lavorare. De Magistris non potrà andare avanti a nasondersi.