martedì 30 settembre 2014

L'eroe della lista Tsipras è un blogger arabo che incita a uccidere ebrei

Noam Benjamin - Mar, 30/09/2014 - 08:40

L'ultima trovata dell'eurosinistra: candidare al premio Sakharov Alaa Abdel Fattah, egiziano noto per gli appelli all'odio verso Israele

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Da due settimane è tornato in libertà su cauzione. Un domani potrebbe aspirare al Premio Sakharov per la libertà di pensiero: riconoscimento del Parlamento europeo per i difensori dei diritti umani e delle libertà individuali.

È Alaa Abd El-Fattah, blogger 33enne egiziano noto nel suo Paese per aver sviluppato una piattaforma digitale libera dalle censure laiche, islamiche o militari. Entrato e uscito dal carcere più volte dal 2006, in Egitto Fattah è diventato un simbolo delle proteste contro il regime dell'ex faraone Hosni Mubarak ed è considerato un precursore della primavera araba. Peccato però che il suo nome sia anche associato a bellicose dichiarazioni di odio verso Israele e i suoi abitanti, che il blogger invita a uccidere senza tanti complimenti.

La sua candidatura al premio intitolato al dissidente sovietico Andrej Sacharov arriva dall'ala sinistra dell'Europarlamento. Sono stati i 52 deputati di Sinistra unitaria europea/ Sinistra verde nordica (Gue/Ngl) a sostenere il nome Fattah assieme a quello di due rapper arabi: Mouad Belghouate (meglio noto come El Haqed) e Ala Yaacoubi (Weld El 15), condannati a una serie di pene detentive nei rispettivi Paesi di origine per aver espresso le proprie opinioni.

Il gruppo Gue/Ngle comprende fra gli altri i tedeschi della Linke, i francesi del Front de gauche, e gli italiani di «L'altra Europa con Tsipras», al secolo Barbara Spinelli, Curzio Maltese ed Eleonora Forenza. Tre deputati che hanno fatto parlare di sé per avere, la prima, promesso di candidarsi solo per aiutare il partito, salvo mantenere a sorpresa il seggio a Strasburgo; il secondo per non aver rinunciato allo stipendio di Repubblica ; la terza per aver introdotto a Regina Coeli un collaboratore colto a spacciare marijuana al leader antagonista detenuto Nunzio d'Erme.

«Il Parlamento deve riconoscere le voci della primavera araba»: così il gruppo politico ha motivato la triplice candidatura. Eppure il Premio Sakharov non sembra essere insensibile ai rivolgimenti del mondo arabo e islamico. Nel 2013 il riconoscimento è andato all'attivista pachistana Malala Yousafzai, sostenitrice del diritto delle donne all'istruzione in una regione dominata dall'apartheid sessuale dei talebani. L'anno prima il premio è stato assegnato agli iraniani Jafar Panahi (regista) e Nasrin Sotoudeh (avvocato), paladini dei diritti umani. Nel 2011 l'Europarlamento aveva conferito il Sakharov a cinque giovani simboli o leader riconosciuti proprio della primavera araba.

Solo il gruppo Gue/Ngl non sembra essersene accorto. Non così i gruppi Conservatori (Ecr) che rivendicano, per esempio, il premio per i cristiani d'Iraq vittime della pulizia etnica o i Liberali (Alde) e Socialdemocratici (S&D) che lo vorrebbero assegnato a chi cura in Congo le donne vittime di stupro. Al di là della discutibile attualità del tema, i tre «paladini» del gruppo delle sinistre sono tre giovani, vittime dell'arroganza del potere nel proprio Paese d'origine. Sulla sua testa pende una sentenza di 15 anni per reati d'opinione ma non sembrano avere insegnato a Fattah che la violenza non paga e che libertà d'opinione non fa rima con libertà di insulto.

Su Twitter Fattah cinguetta che una soluzione al conflitto israelo-palestinese può arrivare dal sangue: «C'è una massa critica di israeliani che noi dobbiamo uccidere prima che il problema possa essere risolto», scrive dal suo account nel 2012. Una frase tanto più insensata se si considera che l'Egitto è in pace con lo Stato ebraico dal lontano 1979, due anni prima della nascita di Fattah. Eppure, si legge ancora su Times of Israel , secondo il blogger «non ci dovrebbero essere relazioni di alcun tipo con Israele: Israele deve finire». Una conseguenza logica visto che per lo sviluppatore di manalaa.net, premiato nel 2005 da Reporter senza frontiere come uno dei migliori blog al mondo, scrivere che «tutti i sionisti sono criminali è un esempio accettabile di generalizzazione».

Quanti De Magistris nei nostri Tribunali ?

Giovanni Terzi

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La notizia di queste ultime ore riguarda la condanna dell’ex magistrato, oggi Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris ad un anno e tre mesi per aver abusato dei propri poteri nel condurre le indagini nel caso Why Not. Sinceramente non mi appassiona la polemica tre De Magistris, il Presidente del Senato e l’Associazione Italiana Magistrati sulle eventuali o dovute dimissioni da Sindaco.

Al contrario mi voglio soffermare sul significato di quella sentenza che getta ancora un’ombra su come a volte vengono condotte delle indagini che hanno poi il potere di rovinare per sempre la vita di alcune persone. De Magistris, stante la sentenza di primo grado, avrebbe utilizzato i tabulati telefonici di alcuni uomini politici da Romano Prodi a Francesco Rutelli, da Clemente Mastella a Sandro Gozzi in violazione dei propri doveri d’ufficio di magistrato.

Un atto gravissimo che ha leso non soltanto la dignità di chi ha subito le indagini ma getta un’ombra su come, nel nostro paese, vengono a volte condotte le indagini. Clemente Mastella dopo la sentenza che ha condannato De Magistris ha dichiarato che “quell’indagine condotta in maniera illegale è stata all’origine di tutte le mie difficoltà, sul piano umano e politico”.

Ma il caso De Magistris è isolato ?


Ogni anno in Italia sono circa 2000 le persone che vengono risarcite per ingiusta detenzione e per le indagini condotte male e lo Stato Italiano paga circa ogni anni 40000 di euro per gli errori giudiziari. Duemila famiglie ogni anno distrutte e fatte a pezzi. A questo possiamo aggiungere le 257 condanne in 50 anni della Corte di Giustizia Europea che rendono il nostro paese campione Europeo di malagiustizia. E’ di questo che dobbiamo parlare non delle dimissioni di un Sindaco a fronte di una sentenza di primo grado.

Perché caduto un Sindaco se ne fa un’altro; ma rovinato un uomo per una indagine sbagliata, quell’uomo non si rifarà mai più.

Chi ci guadagna a parlar male di Apple?

La Stampa
bruno ruffilli

Della notorietà dell’azienda e dei suoi prodotti hanno approfittato in questi ultimi giorni aziende importanti e illustri sconosciuti. Ecco come diventare famosi sfruttando il lancio del nuovo iPhone

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Prima il “Bendgate”, poi gli studenti che lanciano uova e farina sulla gente in coda, infine l’errore di grammatica diventato virale su Facebook e Twitter. Così della notorietà di Apple hanno approfittato in questi ultimi giorni illustri sconosciuti che sarebbero rimasti tali, se non avessero cavalcato l’enorme eco mediatica che accompagna come sempre il lancio di un nuovo smartphone di Cupertino.

Partiamo dal “Bendgate”, il polverone sollevato da un video in cui viene mostrato un tizio che piega un iPhone 6 Plus. (“to bend”, in inglese, da cui l’infelice espressione) Senza chiedersi se fosse vero o falso, se fosse effettivamente possibile o no, in decine di migliaia hanno condiviso il video sui social network. I mezzi di informazione non hanno potuto ignorarlo, quindi ne hanno parlato anche giornali, siti web, televisioni, radio. Generando a loro volta nuove condivisioni. I ragazzi di Unbox Therapy, che aveva lanciato il primo video, hanno cavalcato l’onda. Dopo 45 milioni di click, che corrispondono pure a una discreta somma in pubblicità, hanno messo online altre clip con le prove di altri apparecchi e anche una con l’iPhone 6 normale, che pare si comporti meglio del modello maggiore; non si sono fatti mancare nemmeno un video col dietro le quinte della prova.

Una brutta piega 
Ora, il punto non è sapere se davvero l’iPhone 6 Plus si piega (forse si piega, ma è impossibile che succeda nell’uso normale, vista la forza necessaria), il punto è capire a chi interessa parlar male di Apple. C’è chi ipotizza dietro l’operazione la mano dei concorrenti, in primis Samsung, che ne hanno approfittato per lanciare campagne virali mirate a screditare Apple. Qui non arriviamo a tanto, ci limitiamo però a segnalare come alcuni marchi anche molto lontani dal mondo degli smartphone hanno approfittato del “Bendgate” (Coca-Cola, ad esempio), e più di una volta lo hanno fatto con inventiva e senso dell’humour.

Intanto le azioni della Mela sono scese del 5 per cento, anche per colpa di un aggiornamento software che ha creato più problemi di quanti ne abbia risolto. Il calo si è fermato solo quando a Cupertino si sono decisi a controbattere: il “Bendgate” non esiste, hanno spiegato, su dieci milioni di iPhone venduti in un solo weekend, solo 9 persone hanno contattato l’azienda per segnalare deformazioni allo chassis in alluminio dell’iPhone 6. Apple ha aperto i laboratori dove sono testati gli apparecchi e Re/Code ha pubblicato un video esaustivo. Fine della storia, tanto che già oggi insistere sul “Bendgate” è come lanciarsi addosso un secchio di acqua gelata.

Le uova 
L’iPhone 6 è arrivato nei negozi italiani lo scorso venerdì, col solito copione di centinaia di persone in code per acquistarne uno. Il Blocco studentesco – emanazione di CasaPound – ha pensato bene di mettere in scena un blitz all’Apple Store di Porta di Roma. Gli estremisti di destra hanno lanciato uova, acqua e farina contro chi era in fila per acquistare il nuovo iPhone 6 e distribuito volantini con uno slogan fantasioso: “Ieri trincea e baionetta… oggi un iPhone che ti aspetta”. Ne hanno parlato tutti, ovviamente, anche i telegiornali, regalando al Blocco studentesco una visibilità che non merita e che non avrebbe avuto altrimenti (forse ci sarebbe arrivato solo con azioni violente e quindi moralmente discutibili, mentre nessuno si è indignato per l’attacco ai clienti Apple).

L’apostrofo
E poi l’errore di grammatica: un tweet di Apple_IT del 19 settembre spiegava che con la nuova tastiera di iOS 8, “Scrivere sarà tutta un'altra cosa”. Senza apostrofo, come presto ha fatto notate qualcuno. La risposta non si è fatta attendere: “Ci dispiace contraddirti cara ‪@Va_le_28 ma "sarà" si scrive proprio con l'accento alla fine e non con l'apostrofo”. Questo weekend lo screenshot dello scambio di battute è stato tra i più condivisi su Facebook, con migliaia di persone che irridevano l’italiano di Apple, senza accorgersi di alcune cose fondamentali: non c’è il bollino blu sull’account di Twitter che indica appunto gli account verificati, la sede dell’azienda è indicata come “Cupertinu”, il logo è una mela col profilo di Steve Jobs, e soprattutto il nome è Apple_ (l minuscola) T.

Ma bastava leggere gli altri tweet per capire che l’account è un fake, anche abbastanza divertente, che così si è guadagnato un bel po’ di follower: dal debutto, il 17 settembre, a oggi sono già oltre 2800. Non sappiamo se Apple (quella ufficiale) lascerà ancora a lungo clienti e affezionati nel dubbio, e qualcosa ci fa pensare anzi che presto Apple_lT cambierà nome o chiuderà. Moltissimi sono caduti nell’equivoco, per leggerezza o distrazione, e il danno di immagine per l’azienda è evidente.

Le ragioni 
La strategia costa poco e rende parecchio: Apple è uno dei marchi più famosi al mondo, capace di generare attenzione come pochissimi altri, e molti pensano di sfruttare l’occasione. In un mondo in cui pochi vanno oltre i titoli di un articolo o un post e tutti condividono qualsiasi cosa senza pensarci troppo, diventare famosi a spese di qualcun altro è facile e non comporta tanta fatica. Ci piace pensare però che esistono altri modi per approfittare della notorietà di Apple e dell’iPhone: inventare un’app, costruire un accessorio, immaginare un modo nuovo di usare una funzione. 

Apple, attesa decisione dell’Antitrust su aiuti di Stato dall’Irlanda

La Stampa

Cupertino accusata di aver fatto accordi per sottostimare il reddito imponibile e pagare così meno tasse. Ma l’Antitrust frena: “Indagini ancora in corso”

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L’inchiesta dell’Antitrust Ue per aiuti di Stato ad Apple da parte dell’Irlanda grazie a specifici accordi fiscali «è tuttora in corso, nessuna decisione nel merito è stata ancora presa». Lo ha indicato il portavoce del commissario alla concorrenza Joaquin Almunia precisando «l’indagine è ancora a metà del suo processo e le risposte che le parti devono ancora fornire potrebbero essere utili all’indagine». 

Domani, intanto, sarà pubblicata la versione formale della decisione di aprire l’inchiesta che era stata annunciata a giugno; la Commissione, allora, aveva aperto l’inchiesta in seguito a una serie di articoli secondo cui alcune imprese avevano beneficiato di importanti riduzioni di imposte accordate «con decisioni anticipate in materia fiscale» adottate dalle autorità nazionali. 

Gli accordi sotto il tiro di Bruxelles riguardano le decisioni dello Stato irlandese sull’imposta alle succursali irlandese di Apple Sales International ed Apple Operations Europe. La Commissione sospetta che le decisioni fiscali anticipate «possano sottostimare il reddito imponibile e conferire un vantaggio alle imprese permettendo loro di pagare meno imposte». 

La pubblicazione della decisione di giugno sulla Gazzetta ufficiale avverrà tra qualche settimana, e da quel momento le parti in causa hanno un mese per fornire risposte alle contestazioni che vengono loro mosse e ai dubbi dell’antitrust. La Commissione dovrà poi analizzare le risposte e prendere la sua decisione finale: se constaterà la violazione delle norme sugli aiuti di Stato potrà chiedere all’Irlanda di recuperarli direttamente dall’azienda, imponendo di fatto una maxi-multa per entrambe. 

I cybercriminali ora colpiscono anche in stazione e al parcheggio

Il Mattino

Non solo bancomat, acquisti via Internet e transazioni di e-banking, nel mirino degli hacker ci sono ora le casse automatiche, quelle che comunemente usiamo per fare un biglietto del treno in stazione o per pagare il parcheggio in città. A lanciare l'allarme un team Usa-italiano di esperti nel settore sicurezza. "Stiamo seguendo da diversi mesi le tracce di svariati gruppi di cche si sono specializzati nelle frodi via Pos. Esistono da anni ma quello che è cambiato è il modus operandi di questi gruppi criminali, il metodo di contagio dei loro obiettivi e soprattutto l'obiettivo stesso", spiega all'ANSA Raoul Chiesa, il più noto 'ethical' hacker italiano che ha fondato Security Brokers.

Secondo gli esperti il gruppo criminale organizzato è particolarmente attivo in Europa e sta prendendo di mira anche l'Italia.

"I Pos vengono attaccati da remoto, via Internet, e non più fisicamente 'sul posto' come accadeva negli anni scorsi". "Seppur senza citare i nomi delle aziende i cui sistemi di pagamento per il pubblico sono stati compromessi - aggiunge Raoul Chiesa - parliamo di diversi terminali Pos nella città di Roma, ma anche di attività commerciali come Cash & Carry, biglietterie automatiche in altre città e così via". "Abbiamo le prove della compromissione a fini criminali di diversi sistemi automatici, da quelli a 'touch screen' a quelli meno moderni - aggiunge Raoul Chiesa - e chi li ha violati ha accesso a tutti gli archivi delle carte di credito "lette" da questi totem".

"Dobbiamo pensare a questi terminali", dice dagli Stati Uniti Andrew Komarov di IntelCrawler, "come dispositivi specifici che hanno a bordo una biglietteria automatizzata ed un lettore di carte di credito. Il problema è che le aziende di 'IT integration' di questi terminali forniscono ai loro clienti la gestione remota degli stessi attraverso la rete Internet, senza porre sufficiente attenzione agli aspetti di sicurezza".

Smartphone e portatili carichi più a lungo: la rivoluzione arriva dall'Italia

Il Mattino

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Non più telefonini da mettere in carica tutte le sere, né computer surriscaldati, futuri transistor notevolmente più potenti di quelli attuali e monitor sottilissimi e flessibili: tutto questo diventerà possibile alla tecnologia, nata in Italia, che per la prima volta permette di sfruttare in pieno tutte le capacità del grafene.

Descritta sulla rivista Nature Communications, la tecnica si deve al gruppo di Alessandro Baraldi, docente di Fisica della Materia dell'Università di Trieste e responsabile del Laboratorio di Scienze delle Superfici del centro Elettra Sincrotrone Trieste. Allo studio hanno partecipato ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e di Regno Unito, Danimarca e Spagna.

«Siamo orgogliosi - osserva Baraldi - di avere aggiunto un nuovo piccolo tassello al complicato puzzle che, quando completo, consentirà di passare dall'era del silicio all'era del grafene».
«Il grafene ha l'eccezionale capacità di trasportare gli elettroni a temperatura ambiente e con essi la corrente elettrica», spiega Baraldi. Questo però avviene quando il grafene è «da solo» e finora non è stato possibile combinarlo con un altro materiale senza danneggiarne la struttura e senza renderlo meno efficiente.

Per questo, prosegue, «nei dispositivi elettronici dove il grafene verrà impiegato sempre più diffusamente, come smartphone, schermi flessibili e celle a combustibile, le sue proprietà vengono irrimediabilmente degradate durante il processo di trasferimento dalle superfici dei metalli sui quali viene cresciuto alle superfici dei materiali ai quali deve essere abbinato».

La tecnica messa a punto Trieste riesce a risolvere il problema: «Abbiamo cresciuto il grafene sulla superficie di una lega di nickel-alluminio», spiega Luca Omiciuolo, primo autore della pubblicazione e studente del dottorato in Nanotecnologie dell'Università di Trieste.

«Successivamente - aggiunge - abbiamo ossidato in modo selettivo gli atomi di alluminio posti al di sotto del grafene fino a formare uno strato dello spessore di circa 2 milionesimi di millimetro (nanometri) di ossido di alluminio, in modo così efficace da ripristinare le proprietà elettroniche che rendono unico il grafene nel suo stato isolato».

In questo modo si è ottenuto un «grafene di altissima qualità» che «poggia su uno strato sottilissimo di ossido e questo costituisce la combinazione ideale per l'uso nei dispositivi elettronici».

Quel rapporto complicato con il nostro smartphone

La Stampa
gianluca nicoletti

L'uso quotidiano di oggetti tecnologici che sembrano dotati di anima insinuerà nella nostra vita la continua angoscia che questi possano tradirci.


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Possedere uno smartphone ci pone in rapporto con un oggetto attraverso modalità che non hanno precedenti nella storia dell’ umanità. E’ questa una riflessione ai limiti del misticismo che fanno su “The Atlantic” i due esperti in tecnologia Alexis C. Madrigal e Robinson Meyer, che prefigurano un prossimo futuro in cui tutti gli oggetti che avremo attorno ci imporranno un simile rapporto. 

In effetti i due editorialisti ci fanno riflettere sul fatto che il telefono cellulare come oggetto fisico che teniamo in tasca è ben poca cosa rispetto al potenziale spazio cosmico che gli compete: ha le caratteristiche di un semidio, è collocabile al centro di un ecosistema che attraversa la Terra e prosegue attorno al nostro pianeta, dove orbitano i satelliti GPS che ci permettono di individuare il dispositivo. Il telefono ci appartiene, ma possiamo usarlo solo in ragione di un contratto che ci lega all’operatore che ci fornisce i servizi di chiamata e messaggeria. Quasi un principio superiore governasse il collettore di ogni nostra emozione.

Sempre in ragione di questo contratto abbiamo limitazioni rispetto ai software che possiamo scaricare nel nostro telefono, limitazioni rispetto alla rete a cui ci vogliamo collegare, limitazioni rispetto alla possibilità di smontare il dispositivo, quindi nemmeno ci è concesso di vedere come è fatto dentro. 
Il paragone paradossale che viene fatto nell’articolo di Atlantic è quello con un qualsiasi oggetto di uso comune, come ad esempio uno sturalavandini. Basta andare al negozio, acquistarlo, portarlo a casa e usarlo. Se per caso si avessero dubbi come maneggiarlo nessun servizio clienti ce lo spiegherebbe, se si perde o ce lo rubano nessun sistema si attiverà per farcelo ritrovare. 

Mi viene da aggiungere che con la maggior parte degli utensili che finora abbiamo avuto a disposizione il rapporto è stato da sempre di subordinazione. Noi eravamo il padrone/artefice e quello il nostro servo sottomesso. Con lo smartphone: il più “viscerale” degli oggetti da noi mai posseduti, tutto è cambiato. Sembra quasi l’ avverarsi dell’antica leggenda del Golem, il fantoccio che si ribella al suo creatore, che l’ aveva immaginato come un semplice robot faccendiere. 

Il possesso di uno smartphone di ultima generazione sempre più ci costringe a entrare in quello che negli status di Facebook si definisce “un rapporto complicato”. Mi piace proseguire ed estremizzare le riflessioni dei colleghi americani, mi sento di dire che innanzitutto è un oggetto volubile e persino fedifrago, se vogliamo attribuire caratteristiche umanoidi al nostro smartphone. Dobbiamo essere lucidamente consapevoli che potrebbe subdolamente concedere ogni suo più intimo segreto a chi trovasse le chiavi giuste per entrarci dentro.

Il nostro “fedele” smartphone in realtà sarebbe capacissimo di fare il doppio, triplo, multiplo gioco e rivelare ogni segreto che gli abbiamo affidato a chiunque fosse capace di sedurre il suo sistema operativo. Noi continueremo a stringerlo e sentire il suo rassicurante calore, ma il suo cuore non apparterrebbe più solo a noi. E lui corrisponde a ogni nostro possibile universo emotivo, perché gli abbiamo affidato ogni informazione sulla nostra vita relazionale.

La complessità del rapporto disperato che ci lega allo smartphone è ancor più drammatica quando ci si presenta allettante in una nuova versione. E’ sempre lui, perché la sua intelligenza operante trasmigra facilmente da un involucro all’ altro in un battibaleno, ma ci obbliga a mantenerlo in un continuo e oneroso rifacimento estetico. Per lo smartphone il ringiovanimento chirurgico è una modalità sorpassata.

Non lo portiamo dal carrozziere come faremmo con un auto, non chiamiamo un’ impresa edile come faremmo con una ristrutturazione di casa nostra, non un restauratore come per qualsiasi mobile o oggetto d’ arte…Lo smartphone ci impone di buttare via la sua vecchia carcassa come fosse una crisalide e rinasce come una fenice nel nuovo contenitore, sempre più splendente, sempre più ergonomico, sempre più incorporabile. 

E' possibile esasperare questo paradosso fino a immaginare cosa potrebbe accadere quando la tecnologia waerable ci costringerà a indossare una serie di dispositivi simili, con ognuno dei quali dovremmo stabilire un medesimo rapporto di dannata ansia di possesso. Quando l’ Internet delle cose sarà una realtà diffusa dovremo sicuramente abituarci alla capricciosa anima volubile della nostra lavatrice, del nostro frigorifero, della centralina domotica che gestisce luce, clima, musica, video, aperture e chiusure di casa nostra. 

L’angoscia e il sospetto di una possibile tragedia tecno-adulterina sarà la nostra ossessione quotidiana, ma non sapremo con chi prendercela perché la nostra dolce metà tecnologica sarà ovunque, vivremo così nella perenne angoscia di poter essere mollati dalla  struggente e invisibile anima di ogni oggetto della nostra vita. 

Coca-Cola, arrivano i distributori con il wi-fi incorporato

Il Mattino

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Coca-Cola porta Internet in Sud Africa. L'azienda che produce la bevanda più conosciuta al mondo installerà nei suoi distributori dei ripetitori wi-fi. L'iniziativa sociale sarà molto apprezzata dalla popolazione locale anche perché per accedere alla rete Coca-Cola non sarà necessario acquistare la bevanda.

VIDEO - Cola, latte e un po' di tempo. Ecco cosa succede

Queste le parole di David Visser, Chief Information Officer di Coca-Cola Sud Africa: «Riteniamo che offrendo alla popolazione l'accesso al Wi-Fi consentiremo agli studenti e agli alunni delle scuole di far crescere la loro conoscenza attraverso la ricerca. Inoltre daremo agli imprenditori e ai proprietari di piccole imprese nella comunità la possibilità di gestire alcuni dei loro aspetti di business on-line».

Ennesimo incidente a una botticella romana, appello della Lav: “E’ ora di dire basta”

La Stampa

Un cavallo è stramazzato al suolo in piazza Montecitorio. Non è stato possibile verificare le condizioni dell’animale perché il vetturino era andato via all’arrivo della polizia municipale

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«È ora di dire basta, senza se e senza ma, alle carrozze in città. A Roma come ovunque». È questa la reazione della Lav dopo l’incidente avvenuto nei giorni scorsi in piazza Montecitorio, quando - come ricostruisce l’associazione - «un cavallo delle botticelle romane è stramazzato al suolo, dove è rimasto per diversi minuti, steso su un fianco, finché il vetturino lo ha fatto rialzare e lo ha portato via senza nemmeno attendere i soccorsi».

Il comando della Polizia Municipale del Gruppo Trevi ha confermato all’associazione confermato che al momento del loro arrivo il vetturino era già andato via, afferma in una nota Nadia Zurlo, responsabile nazionale del settore Equidi Lav. Non è stato quindi possibile verificare le condizioni dell’animale.

«Ci chiediamo fino a che punto la pubblica amministrazione romana ignorerà lo strazio di questi cavalli, guarderà oltre e sotto i paraocchi che coprono il loro sguardo sofferente e prenderà l’unica decisione sensata ed etica, abolendo lo sfruttamento e la schiavitù di animali così sensibili e delicati - conclude la Zurlo -. Mai nessuna nuova norma potrà alleggerire la sofferenza, anche psicologica, dei cavalli delle botticelle». 

twitter@fulviocerutti

Spitbank Fort, una vacanza atipica nel forte marino

La Stampa

Vacanze in mezzo al mare con l'ex presidio militare trasformato in hotel di lusso



Ammirare il mare da una posizione sicura senza rinunciare allo spirito selvaggio che la natura porta con sé. Per godere della forza incontrastata del moto ondoso, non c’è niente di meglio di soggiornare in una struttura amena e isolata come quella di un forte militare.

Succede in Gran Bretagna, a Portsmouth, dove a soli due chilometri dalla costa si incontra una struttura fortificata che veniva utilizzata dall’esercito inglese per difendersi dalle invasioni napoleoniche, e che oggi è un hotel atipico dal profilo lussuoso e un luogo di contatto puro con il mare che lo circonda.

L’ex fortino, è un resort di alta gamma, le cui suite possono arrivare a costare anche mille euro a notte. Lo Spitbank Fort, è raggiungibile solo via mare e offre i servizi più glamour per chi desidera una vacanza particolare ma in completo isolamento. La struttura riconvertita infatti, ha forma circolare ed è costata alla ditta privata che l’ha comprata nel 2012, circa cinque milioni di euro. Ma il business dei forti di lusso non sembra finire qui.

La stessa compagnia, la Clarenco LLP, ha già acquistato l’Horse Sand Fort sempre nell’Hampshire e il No Man’s Land vicino all’Isola di Wight. Due proprietà che sembrano voler assicurare la continuità con il progetti di Splitbank e creare una nuova formula di soggiorno per gli amanti del mare e della storia.

Esenzione dai ticket, scontro medico-paziente: quest’ultimo lo definisce disonesto e viene condannato

La Stampa

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Confermata la colpevolezza dell’uomo, che ha reagito in malo modo a una frase del medico che ha in cura il padre. Pomo della discordia l’esenzione dai ticket, ma la reazione dell’uomo è davvero spropositata, e sconfina nella denigrazione, perché è chiarissimo il significato del termine “disonesto” rivolto al medico (Cassazione, sentenza 30518/14).
Scontro verbale in uno studio medico: casus belli l’esenzione dai ticket. Protagonisti il medico – una donna – e il figlio di un anziano ‘seguito’ dalla professionista. Eccessivo, però, lo sfogo dell’uomo, che apostrofa come “disonesta” la dottoressa, per giunta alla presenza di altri pazienti nell’ambulatorio. Conseguenziale, e logica, la condanna per il reato di ingiuria. Nessun dubbio viene espresso dai giudici di merito: la condotta tenuta dall’uomo ha rappresentato una chiara «offesa» dell’«onore» del medico.

E questa visione viene condivisa anche dai giudici del ‘Palazzaccio’, nonostante le obiezioni mosse dall’uomo, il quale ha sostenuto, da un lato, la tesi della «provocazione, rappresentata dalla frase del medico in ordine al diritto all’esenzione dai ticket» di suo padre, e, dall’altro, la tesi dell’«esercizio del diritto di critica», proprio «a fronte della frase della dottoressa riguardante il ticket».

Per i giudici è, innanzitutto, assolutamente privo di logico il richiamo a una presunta «provocazione», a un presunto «stato d’ira» che avrebbe ‘travolto’ l’uomo, spingendolo a una «reazione» eccessiva. Allo stesso tempo, viene evidenziato il fatto che «le espressioni sono obiettivamente lesive dell’onore e del decoro della professionista», soprattutto considerando che le parole ‘incriminate’ «furono pronunciate alla presenza di altri pazienti, nell’ambulatorio medico».

Decisiva, a questo proposito, anche la considerazione che «nel linguaggio comune, l’espressione “disonesto” sta ad indicare l’adozione di scelte o iniziative in violazione di regole comuni, e, attribuita ad un professionista nell’esercizio delle funzioni, si presta ad essere comunemente recepita come indicativa di comportamenti illeciti, atteso che alla qualifica di medico di base è affidata la cura di pubblici interessi, non di rado protetti con norme di rilievo pubblicistico come quelle penali».

E, comunque, rilevano i giudici, in conclusione, «l’espressione “disonesto”» rientra tra quelle «ontologicamente offensive e idonee a ledere l’altrui reputazione» poiché «il senso comune, il ‘significato sociale’ è in re». Evidente, quindi, che, dando della “disonesta” alla dottoressa, l’uomo ha ‘sconfinato’ nell’«area della denigrazione», attribuendo al medico «un comportamento gravemente inosservante dei propri obblighi professionali».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

80 voglia di Moka: viaggio nella storia del caffè

La Stampa
francesco salvatore cagnazzo

Arriva a Roma, dall'1 al 12 ottobre, la mostra dedicata alla caffettiera e a tutti i suoi esemplari più celebri


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Per l’ottantesimo compleanno della popolarissima caffettiera Moka Express, la Bialetti ha fatto le cose in grande. E ha voluto raccontare una storia: la sua Storia. Che è la stessa che tutti i caffeina-dipendenti potrebbero amare. Dall’1 al 12 ottobre presso le Scuderie di Palazzo Ruspoli a Roma, arriva la mostra itinerante che ripercorre la storia e la cultura del caffè in Italia, dal prezioso punto di vista del celebre Omino coi Baffi.

Dopotutto è “baffuta” la prima caffettiera della storia mondiale: ideata da Alfonso Bialetti nel 1933 e prodotta a partire dal 1946 in più di 105 milioni di esemplari, con il suo disegno industriale è entrata a far parte della collezione permanente del Triennale Design Museum di Milano e del MoMA di New York.

Cuore della mostra sarà l’area centrale, che custodirà la veneranda capostipite: la Moka Express edizione 1933 nata dal genio di Alfonso Bialetti. In un lungo percorso decennale, saranno presenti anche tutte le successive evoluzioni sino alla versione attuale. Oggetti unici mai esposti al pubblico, che rendono questo appuntamento particolarmente interessante, tutti provenienti dall’Archivio Storico Bialetti Industrie.

Il programma prevede, inoltre, un ricco calendario di appuntamenti: conferenze, laboratori per i più piccoli e incontri con istituzioni, università e scuole. E un caffè, ovviamente.

Malala merita il Nobel. I talebani furiosi: «Le daremo la caccia»

Redazione - Ven, 11/10/2013 - 07:38

Basta la reazione dei talebani per capire che, almeno questa volta, il parlamento europeo l'ha fatta giusta: ha assegnato il premio Sakharov per la libertà di pensiero a Malala, la sedicenne pachistana diventata il simbolo della lotta per i diritti delle bambine ad andare a scuola. Malala, che nonostante le minacce (cominciate quando aveva undici anni) dei fondamentalisti, e poi i proiettili alla testa e al collo, e le operazioni chirurgiche per ricostruire il cranio, ha vinto contro i suoi nemici, e ha potuto dire al mondo: «Pensavano di zittirmi con una pallottola, ma non ci sono riusciti».

«Un bambino, un insegnante e un libro possono cambiare il mondo» sono parole che, in bocca a lei, non suonano retoriche. Per i talebani, appunto, Malala «non ha fatto niente» per meritarsi il riconoscimento, attribuito ieri all'unanimità dall'europarlamento perché, come ha spiegato il presidente Schulz, «è una ragazza eroica», che «ha incoraggiato le altre con il suo esempio».
Per gli estremisti di Tehreek-e-taliban Pakistan tutto si spiega col solito complotto occidentale, infedele e anti musulmano:

«I nemici dell'islam la stanno premiando perché ha abbandonato l'islam e si è secolarizzata». E per questo, perché Malala condurrebbe una «battaglia contro l'islam» (cioè affermare e mettere in pratica il proprio diritto di adolescente ad andare a scuola, a ricevere un'istruzione; e poi, sul suo blog per la Bbc, denunciare abusi e spadroneggiamenti dei talebani nella Valle dello Swat), il portavoce del gruppo ha ribadito le minacce di morte: «Cercheremo ancora di uccidere Malala, magari anche in America o nel Regno Unito».

Insomma se la storia di Malala, il suo coraggio, la sua sofferenza non fossero abbastanza, la rabbia dei suoi nemici, che considerano questa ragazzina senza paura «una spia dell'Occidente» e perciò l'hanno condannata a morte («la sharia dice che persino un bambino può essere soppresso, se fa propaganda contro l'islam» hanno spiegato tranquillamente i miliziani qualche giorno fa) dovrebbe essere solo l'ultimo tassello a convincere oggi i signori di Oslo ad assegnare proprio a lei il Nobel per la pace, quest'anno.

La candidatura di Malala al premio è tra le favorite, ma è già paradossale che sia in «concorrenza» con Snowden, la ex spia che ha fatto scoppiare il caso Datagate (e incrinare le relazioni fra Stati Uniti e Russia) o con Manning, il soldato americano condannato per la fuga di documenti dello scandalo Wikileaks. E ancora più paradossale è che, in questi giorni, alcuni «esperti» abbiano usato l'età di Malala come argomentazione negativa: meriterebbe il Nobel, sì, ma sarebbe troppo giovane per ottenerlo. Troppo impegnativo, dicono. Sedici anni non bastano, anche se hai sfidato i talebani, sei sopravvissuta a un tentativo di assassinio brutale e terrificante, sei diventata un simbolo per trentadue milioni di bambine che, nel mondo, non possono studiare per ingiustizie e soprusi vari.

Non basta uno spirito così innato e potente di libertà, da fare infuriare i talebani e spingerli a una vendetta planetaria? Ci vuole la bolla dell'anagrafe? E soprattutto, il Nobel può essere un «peso» per una sedicenne che ha sopportato ben altro? Il premio che in passato è stato dato inutilmente o, peggio, in maniera quantomeno controversa, all'Unione europea, a Barack Obama, perfino a Yasser Arafat, finalmente avrebbe un senso. Finalmente sarebbe da applausi. Se la burocrazia e l'ottusità non la daranno vinta ai nemici di Malala.

Muore per il cane, l'orgoglio dei cacciatori: animalisti pure noi

Nino Materi - Mar, 30/09/2014 - 08:50

Renato, 53 anni, ha perso la vita nel lago per salvare dall'annegamento il suo amico a quattro zampe. Ma non è l'unico caso di altruismo

«Cacciatore scambia l'amico per un cinghiale e gli spara, uccidendolo».
Tanti anni fa, commentando il titolo di questa notizia, Maurizio Costanzo non nascose una certa «soddisfazione»
 
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Ad ascoltarlo c'erano milioni di telespettatori che fedelmente seguivano ogni sera il suo talk show. Costanzo è un animalista convinto, idem sua moglie Maria De Filippi. Entrambi non perdono occasione per esaltare il mondo animale e disprezzare le doppiette che sparacchiano a destra e a manca. A pensarla come la coppia Costanzo-De Filippi è la maggior parte degli italiani che - a torto o a ragione - vede nei seguaci della dea Diana degli animalofobi. Ovviamente chi va in giro con un fucile a sparare contro uccelli, selvaggina (e anche, per errore, amici di caccia...) non gode nel nostro Paese di buona stampa.

Gli stereotipi contro i cacciatori «assassini» si sprecano, e le doppiette faticano non poco a liberarsi di luoghi comuni (alcuni decisamente ingiusti) che «macchiano» la loro reputazione. Non è questa la sede per ripercorre le tappe di una «guerra» - quella sempre in corso tra animalisti e cacciatori - che, da entrambe le parte, si nutre spesso di preconcetti e semplificazioni. E a dimostrare come la realtà sia ben più complessa del banale chiacchiericcio, ecco pioverci addosso una storia (sarebbe meglio dire, un dramma) come quello di due giorni fa accaduto sulle rive di un lago ad Almenno San Bartolomeo (Bergamo).

Una tragedia che le agenzie hanno liquidato in poche righe: «Quando ha visto il suo cane da caccia in difficoltà, non ci ha pensato due volte e si è lanciato in acqua per salvarlo: ma il gesto è costato la vita a un cacciatore, Renato Rota, 53 anni, che è annegato. Il corpo senza vita del cacciatore è stato recuperato sott'acqua attorno alle 10,30 del 28 settembre dai subacquei dei vigili del fuoco, giunti al laghetto con un canotto. Salvo, invece, il cane, che è riuscito a uscire dall'acqua».

Il signor Renato si è sacrificato per il suo cane fino a rimetterci la vita. Renato era un cacciatore, simbolo di quel «popolo delle doppiette» che sostiene di «amare la natura e gli animali». No, non è un controsenso. Anche se gli animalisti non se ne convinceranno mai. Soprattutto la frangia più politicizzata, cioè quella che a ogni apertura della stagione venatoria scende in campo con fischietti e campanacci per disturbare «pacificamente» i loro storici «nemici». Che, nei decenni, si sono trasformati a tal punto da ergersi ora a «paladini unici dell'ambiente». Forse anche questa un'esagerazione.

Eppure scorrendo le cronache degli ultimi anni si scopre che il mondo dei cacciatori è pieno di «eroi» come il signor Renato Rota. «Padroni» che per salvare il proprio cane sono morti in situazioni più meno analoghe a quelle in cui è deceduto Renato. È accaduto l'anno scorso in Veneto, quando «Black», il cane da riporto del signor Giovanni, 61 anni, finì nel fiume e fu travolto dalla corrente: medesima sorte per l'uomo, che si era tuffato nel vano tentativo di salvare il suo amico a 4 zampe. Annegarono entrambi.

Ma i circoli della caccia di tutta italia sono pieni di targhe ricordo in onore di associati periti nel tentativo di prestare soccorso ai loro cani finiti in acqua o precipitati nei crepacci.
«L'affetto che unisce un cacciatore al suo cane è simile a quello di un padre per il figlio», aveva scritto un giorno il signor Renato Rota. Il quale, se potesse tornare in vita, in quel lago maledetto tornerebbe a tuffarsi. Sicuro che, a parti invertite, il suo cane avrebbe fatto lo stesso per lui.

Hirohito, l'eroe mancato della "pace illuminata"

Francesco Perfetti - Mar, 30/09/2014 - 08:49

Già nel luglio 1939 il sovrano giapponese si lamentava con i propri vertici per i legami fra il suo Paese e la Germania hitleriana. E nell'estate '41 non voleva l'attacco agli Usa

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Il 23 maggio 1942 Galeazzo Ciano annotò una reazione infuriata di Mussolini: «Il Duce telefona indignato contro l'Ambasciatore Giapponese Shiratori, che ha fatto alcune dichiarazioni veramente inqualificabili: al Giappone spetta il dominio del mondo, il Mikado è il solo Dio in terra e bisognerà che il Duce e Hitler si rassegnino a questa realtà».

Il diplomatico nipponico, Toshio Shiratori, che nel processo di Tokio sarebbe stato condannato al carcere a vita, sostenitore da sempre dell'idea di un conflitto mondiale necessario per creare un «nuovo ordine» in Asia, era apparso a Ciano «un fanatico estremista» e, soprattutto, «un gran maleducato». Alcuni mesi prima, il 7 dicembre 1941, l'attacco delle forze aeronavali giapponesi alla base americana di Pearl Harbur nelle isole Hawaii aveva esaudito le speranze di chi, come Shiratori, voleva la guerra. L'attacco era stato pianificato e, guidato dall'ammiraglio Isoroku Yamamoto, ma, dietro, vi erano sollecitazioni imperialistiche e tentazioni bellicistiche di ambienti militari e dell'industria pesante.

L'imperatore Hirohito, all'epoca appena quarantenne, sarebbe stato poi percepito come simbolo dell'imperialismo nipponico, ma le sue responsabilità nello scatenamento del conflitto sono tuttora oggetto di controversia. Erano, infatti, assai meno estesi di quanto si possa pensare i poteri reali di questo sovrano, salito al trono giovanissimo nel 1926 ma già da un lustro, appena ventenne, incardinato come reggente di una monarchia costituzionale nella quale la figura dell'imperatore aveva un forte valore simbolico.

All'Occidente il popolarissimo Hirohito - che sembrava incarnare la tradizionale cultura giapponese sulla natura divina dell'imperatore e, insieme, la volontà di spingere il Paese verso la modernizzazione pur conservandone l'identità - era piaciuto, tanto che venne considerato un «amico» soprattutto all'indomani del viaggio compiuto in Europa ancora come principe ereditario. Colpì positivamente, poi, il fatto simbolico che Hirohito avesse voluto scegliere il termine «Showa», cioè «Pace illuminata», per caratterizzare il suo regno.

Per qualche tempo sembrò così che il volto di Hirohito, mite e pacifico, fosse quello del suo stesso Paese: il Giappone aderì nel 1928 al Patto Briand-Kellog di condanna della guerra e, due anni dopo, ratificò il Trattato navale di Londra sulla limitazione degli armamenti. Poi, fra gli anni Trenta e Quaranta, le cose cambiarono e iniziò una stagione di espansionismo in Cina e nel Sud Est asiatico in nome della lotta, caldeggiata soprattutto dai militari, contro il comunismo sovietico e quello che veniva definito un rinnovato imperialismo occidentale: una stagione che avrebbe trovato la tragica conclusione nell'attacco aeronavale a Pearl Harbor.

Che gli ambienti militari, in sotterranea lotta fra di loro, fossero i veri detentori del potere è un fatto. Le questioni di politica estera e militare erano discusse da un organismo ristretto composto dal primo ministro, dai capi di stato maggiore delle forze armate, dai ministri della guerra, della marina e degli esteri. Poi, il primo ministro convocava una Conferenza Imperiale, integrata con altri ministri e funzionari, durante la quale le proposte venivano illustrate all'imperatore e sottoposte a nuova discussione. Di solito, questi non interveniva, ma, al termine, firmava una «sanzione imperiale» che rendeva operative le scelte fatte.

Anche la decisione di attaccare le basi americane venne assunta da una Conferenza Imperiale. In più occasioni, Hirohito aveva manifestato, per un verso il rammarico che il Patto Tripartito (Italia-Germania-Giappone) stipulato per mantenere la pace venisse utilizzato contro Stati Uniti e Gran Bretagna e per un altro verso il timore che il Giappone potesse trovarsi isolato nell'eventualità, ritenuta non improbabile, che si giungesse in Europa alla pace. La sua profonda opposizione alla prospettiva di attaccare gli Stati Uniti trovava, però, un limite nella sua convinzione di non avere il diritto, come monarca costituzionale, di ribaltare le decisioni dell'esecutivo.

L'opposizione di Hirohito alla guerra, già testimoniata da fonti memorialistiche, trova ora una conferma nelle anticipazioni, appena diffuse in Giappone, di una colossale biografia «ufficiale» dell'imperatore realizzata, con la collaborazione di numerosi studiosi, dall'Imperial Household Agency, un organismo governativo che cura immagine e interessi della casa imperiale giapponese. L'opera - articolata in 61 volumi per complessive 12mila pagine con oltre 3mila documenti inediti, compresi i carteggi dell'imperatore - è il frutto di un quarto di secolo di lavoro e verrà pubblicata nell'arco di cinque anni a partire dal 2015.

Da essa si apprende, per esempio, che già nel luglio 1939 Hirohito si lamentò con il ministro della guerra per il rafforzamento dei legami con la Germania nazista e che due anni dopo, il 31 luglio 1941, si espresse duramente sull'ipotesi di un attacco agli Stati Uniti sostenendo che il Giappone non avrebbe avuto nessuna possibilità di vittoria e aggiungendo che il conflitto si sarebbe rivelato per l'impero del Sol Levante «null'altro che una guerra di autodistruzione».

La previsione, come è noto, si realizzò. Hirohito fece comunque valere tutto il proprio prestigio per porre fine al conflitto, dopo il lancio da parte degli americani della bomba atomica e per spingere i militari riluttanti ad accettare la resa incondizionata. Nel radiomessaggio del 15 agosto '45 disse che «in base allo scorrere del tempo e del fato» aveva deciso di «aprire la strada a una grande pace per tutte le generazioni a venire, sopportando l'insopportabile e soffrendo l'insoffribile».

Si presentò al generale Douglas MacArthur, comandante supremo delle forze di occupazione, per offrirsi come capro espiatorio assumendosi la responsabilità delle decisioni politiche e militari adottate durante la guerra, ma gli americani preferirono evitare che fosse processato come criminale di guerra. Fu una scelta saggia. Hirohito continuò, fino alla morte avvenuta nel 1989, a essere un imperatore, non più di natura divina, e ad apparire, per usare le parole della nuova costituzione, come «simbolo delle Stato e dell'unità del popolo».

I giapponesi non smisero di venerarlo. Indro Montanelli, inviato nel 1951 in Giappone, non riuscì a intervistarlo, ottenne solo un invito a una caccia alle anitre nel parco imperiale, poté scambiare con lui soltanto un inchino da lontano, ma si rese conto che Hirohito era «ancora considerato un'entità al di là delle nubi».

Sammy, il ragazzo di 19 anni che sembra un vecchio

Corriere della sera

di Paola Arosio

Soffre di progeria, una malattia che causa l’invecchiamento precoce delle cellule. Ma la sua intelligenza è brillante: fresco di maturità scientifica, si è iscritto all’università

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Sammy ha quasi 19 anni, abita in una graziosa casetta a Tezze sul Brenta, piccolo paese vicino a Vicenza, è fresco di maturità scientifica e da poco è iscritto all’università. Cosa c’è di straordinario? È presto detto: nonostante la giovane età, Sammy sembra un vecchio. Tutta colpa della progeria, una malattia che causa l’invecchiamento precoce delle cellule. Una patologia genetica rarissima (103 i casi riconosciuti), talmente insolita e poco conosciuta da diventare lo spunto per un film, Il curioso caso di Benjamin Button. Ma la realtà, si sa, è meno poetica della fantasia: ossuto, di bassa statura, con pochi capelli, Sammy ha la pelle secca e delicata, ossa fragili come il cristallo, un’anca lussata che lo obbliga a portare un plantare rialzato. Conserva, però, un’intelligenza brillante. E ha voglia di vivere e di divertirsi, come un qualsiasi ragazzo della sua età.
Dalla diagnosi alle terapie
Ma facciamo un passo indietro: la storia va narrata dal principio. Cioè da quella fredda mattina d’inverno (era l’1 dicembre 1995) in cui, con tre settimane di anticipo rispetto al previsto, Sammy si affaccia al mondo. All’inizio tutto sembra normale. Dopo pochi mesi, i primi sintomi, soprattutto un brusco rallentamento della crescita. I pediatri lo rivoltano come un calzino per capire perché, ma brancolano nel buio. Dopo molti esami e test a vuoto, in seguito a una visita genetica all’ospedale di Padova, arriva finalmente la diagnosi, comunicata dai medici a mamma Laura e a papà Amerigo: «Signori, vostro figlio è affetto da progeria».

Una pugnalata al cuore. Un fulmine a ciel sereno. Tanto più che all’epoca, in Italia, la malattia era sostanzialmente sconosciuta. Ma i genitori di Sammy non si perdono d’animo: tramite internet, si mettono in contatto con Boston dove sorge la Progeria Research Foundation, il principale ente di ricerca a livello mondiale che studia la malattia. Così dal 2007 Sammy si reca regolarmente negli Stati Uniti per sottoporsi alle terapie sperimentali. Funzioneranno? Ancora non si sa con certezza, comunque serviranno ad alleviare i sintomi e a migliorare la qualità della vita.
Nasce l’associazione
L’impegno della famiglia Basso non si ferma. Nel 2005 familiari e amici del ragazzo fondano l’Associazione italiana progeria Sammy Basso, con lo scopo di informare sulla malattia e di raccogliere fondi per la ricerca. Nel 2012 l’associazione organizza il primo meeting (Italy Progeria Reunion), a Montegrotto Terme in provincia di Padova. Questi incontri, iniziati nel 2002, vengono organizzati a rotazione in varie città europee. «Costante, in questi anni, la presenza a molti meeting italiani, europei, mondiali, sia per portare ai ricercatori la nostra testimonianza, sia in rappresentanza delle famiglie - spiega Sammy -. Ci battiamo perché i ragazzi con progeria vengano considerati come gli altri e per identificare nuovi casi.

Oltre a inviare finanziamenti in America per la ricerca, stiamo finanziando un’équipe di ricercatori a Bologna. Inoltre, l’associazione si occupa di creare collaborazioni tra i vari centri di ricerca». Molto di ciò che Sammy fa non lo fa per se stesso, ma per gli altri bambini che soffrono della medesima sindrome. Una lotta contro il tempo, quella di Sammy, il piccolo eroe giunto a un’età record per le sue condizioni. Non sappiamo l’epilogo di questa storia. Sappiamo però che il protagonista insegna a non arrendersi e a vivere col sorriso: «Credo sia vitale far capire che nella diversità sta la crescita e nella differenza la bellezza».

29 settembre 2014 | 14:47

Trattamento di fine futuro

La Stampa
massimo gramellini

Sono completamente d’accordo a metà con l’Annunciatore di Firenze, quando gigioneggia di inserire la cara vecchia liquidazione in busta paga. Nel migliore dei mondi possibili sarebbe persino apprezzabile il tentativo di trasformare il lavoratore in un adulto. Per decenni lo si è trattato come un irresponsabile che andava protetto da se stesso. Non gli si potevano dare tutte le spettanze nel timore che le divorasse, arrivando nudo alla meta, solitamente micragnosa, della pensione. Sminuzzando il Tfr in rate mensili, si affida al beneficiario lo scettro del proprio destino: toccherà a lui, non più al datore di lavoro o allo Stato Mamma, decidere la destinazione dei suoi soldi.

Purtroppo la realtà non è fatta della stessa sostanza degli annunci. Intanto il Tfr è un denaro che esiste solo come promessa: nel momento in cui lo si trasformasse in moneta sonante, per pagarlo i datori di lavoro sarebbero costretti a indebitarsi. Quanto allo Stato, passerebbe da Mamma a Matrigna: l’astuto Annunciatore si è dimenticato di dire che in busta paga la liquidazione soggiacerebbe a un’aliquota fiscale più alta. L’imprenditore ci perde, lo Stato ci guadagna.

E il lavoratore? Incamera qualche euro da gettare nell’idrovora boccheggiante dei consumi, ma smarrisce l’idea di futuro con cui erano cresciute le generazioni precedenti. La liquidazione era un tesoretto intorno a cui coltivare speranze e progetti per il tempo a venire. Il suo sbriciolamento rischia di diventare l’ennesimo sintomo di un mondo che si sente a fine corsa e preferisce un uovo sodo oggi a una gallina di fine rapporto domani. 

Iran, verrà impiccata per essersi difesa da uno stupro

Flaminio Spinetti - Mar, 30/09/2014 - 10:50

Quando aveva 19 anni uccise l'aggressore che tentava di stuprarla. Per questo Reyhaneh Jabbari verrà impiccata domani mattina

"Da quando è al potere Rohani le esecuzioni sono aumentate. Non è un moderato, è sempre stato dentro l'apparato del regime e ha avuto un ruolo in tutte le pagine più nere della Repubblica islamica. 

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L'occidente ripone in lui una fiducia ingiustificata". Sono parole sferzanti quelli di Taher Djafarizad, presidente della Ong iraniana Neda Day che sta conducendo una battaglia contro la pena di morte in Iran.

In questi giorni Neda Day si sta battendo contro una condanna in particolare: quella della 26enne Reyhaneh Jabbari, che domani alle cinque di mattina ora locale verrà impiccata nel carcere dove è detenuta, vicino a Teheran. La ragazza è detenuta da quando ha 19 anni. Sette anni fa ha ucciso un uomo che tentava di stuprarla. Il fatto che lo stupratore lavorasse per il ministero dell'intelligence non le ha permesso di invocare la legittima difesa. Dopo che si è costituita le è stato negato l'avvocato di rito ed è stata costretta a confessare l'omicidio.

Una confessione che in Iran viene puntia con la pena di morte. Già nell'aprile scorso i genitori aspettavano che gli venisse riconsegnata la salma della figlia, ma all'ultimo momento la sentenza era stata rinviata, facendo sperare il movimento di opinione che si è formato intorno alla vicenda di Reyhaneh. Stamattina è arrivata una soffiata dall'interno del carcere dove la ragazza è detenuta. Il suo nome è sulla lista di esecuzione.

L'impiccagione potrebbe avvenire già nella giornata di oggi, ma i più la confermano per domani mattina alle cinque. L'associazione Neda Day ha lanciato un ultimo appello perchè chiunque ne abbia l'autorità eserciti pressione sul governo iraniano perchè venga concessa la grazia a una ragazza che come unica colpa ha l'aver difeso se stessa da uno stupro.

lunedì 29 settembre 2014

In Egitto un francobollo sul Canale. Ma anziché Suez è quello di Panama

La Stampa
luigi grassia

Un clamoroso errore che ricorda il caso del “Gronchi rosa” nel 1961



Il francobollo “incriminato”. Nella sezione centrale è raffigurato il canale di Panama e non quello di Suez

Da quando ci sono le e-mail la posta cartacea è in netto declino, ma i francobolli continuano a essere stampati e collezionati; continuano anche a ripetersi gli errori di incisione, sulle orme del famoso «Gronchi rosa» (il più famoso errore filatelico italiano) e in questo settembre 2014 un caso clamoroso riguarda l’Egitto. Le Poste di quel Paese hanno distribuito un «foglietto» (cioè una serie di francobolli che si possono usare staccati, ma messi insieme compongono un disegno complessivo) al cui centro c’è appunto un canale, però non quello di Suez, ma quello di Panama. L’incredibile errore ha portato al ritiro degli esemplari non ancora diffusi.

Un canale non vale l’altro. Si vede bene nel francobollo che quello ritratto ha due corsie, come accade a Panama ma non a Suez; e le rive sono circondate da rigogliose zone verdi, tipiche di Panama ma molto meno dell’arida penisola del Sinai. 

Gli errori quando vengono distribuiti dalle autorità postali possono fare la gioia dei collezionisti. In Italia nel 1961 il «Gronchi rosa», un francobollo rosaceo che (con altri) illustrava una visita del presidente Gronchi in Sud America, riportava un errore nel confine del Perù. Il francobollo fu ritirato e sostituito da uno corretto, ma alcuni pezzi ormai erano stati venduti e fra i collezionisti sono diventati preziosi, per la loro rarità. Il caso dell’Egitto è più clamoroso perché gli egiziani hanno commesso un errore riguardante se stessi e non (come capitò a noi italiani) il remoto Perù. Resta da vedere se l’errore egiziano risulterà proficuo come il Gronchi rosa per chi ci ha messo le mani sopra.

Funerali operaio morto, il parroco: "Politici, legatevi una macina al collo e buttatevi in mare"

Libero

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"I politici hanno bevuto il sangue di questi ragazzi, è meglio che si leghino una macina al collo e si buttino in mezzo al mare". Don Roberto Galiazzo, parroco di Liettoli di Campolongo Maggiore (Venezia), è durissimo nella sua omelia durante i funerali di Giuseppe Baldan, il camionista morto lunedì scorso a causa di un incidente sul lavoro a Coimpo di Adria (Rovigo). Baldan, insieme a tre operai, è deceduto per le esalazioni di una nube tossica. "Non si può morire così nel Veneto del 2014 - ha attaccato don Galiazzo -, senza maschere.

Ci sono stati 24 morti sul lavoro dall'inizio dell'anno, uno a settimana. Non si può morire per portare a casa la pagnotta". Il parroco ha puntato il dito contro i politici: "Fanno le leggi, ma poi piuttosto che farle rispettare mi pare preferiscano salvaguardare i loro interessi. Con i vitalizzi dei consiglieri regionali quanti controlli sulla sicurezza si potrebbero fare?". Il riferimento all'ex governatore Giancarlo Galan, arrestato per le tangenti del Mose, è diretto: "Quando vengono incastrati, poi, si dichiarano incompatibili con il carcere. Chi è debole di cuore, chi cade accidentalmente in giardino potando le rose. Che vergogna, hanno bevuto il sangue di questi ragazzi. E allora è meglio che si mettano una macina al collo e che si buttino in mezzo al mare".

Filippo Facci: disastro De Magistris, peggio da sindaco che in toga. Ha distrutto se stesso e Napoli

Libero

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Il 30 maggio 2011 Luigi De Magistris diventa sindaco di Napoli, lasciamo perdere come e perché. Il suo motto è subito questo: rivoluzione. Si tratta di capire che cosa succedesse nei successivi due anni e mezzo: bastano quelli e si capisce tutto. Parliamo di un sindaco pluricommissariato, privo di una maggioranza stabile, privo di un partito, privo di un movimento, privo di consenso, condannato alla galera (con la condizionale) in compagnia di un sindaco condannato oppure lui. Ripartiamo da quel giorno, dalla vittoria. Disse subito: «Spero che il vicesindaco sia una giovane donna».

Sarà un uomo, un vecchio ex senatore comunista, Tommaso Sodano, già condannato dalla procura di Nola per aver strattonato una vigilessa durante un’occupazione; due anni dopo, nel 2013, finirà invece sott’inchiesta per abuso d’ufficio in relazione a una consulenza da 40mila euro affidata a una docente bergamasca. Ma vediamo altri campioni della squadra. Il Welfare è affidato a Sergio D’Angelo, presidente del Consorzio che raggruppa le cooperative che lavorano con il Comune di Napoli e che vanta 60 milioni di euro di crediti dall’Amministrazione, ma questo palese conflitto d’interessi non indigna nessuno. C’è una rivoluzione in corso. D’Angelo purtroppo sarà condannato in primo grado a quattro mesi di carcere (pena sospesa e commutata) per induzione a manifestazioni violente.

La rivoluzione, già: «Ho un sogno che potrebbe concretizzarsi: portare il presidente degli Stati Uniti d’America per Natale in città. Negli States sono molto attenti a questo fenomeno napoletano del movimento civico che mi sostiene, i contatti sono frequenti». Obama sorveglia Napoli. Forse coi satelliti: perché non verrà mai. E neanche Al Pacino verrà mai: ma su youtube c’è ancota il leggendario video in cui De Magistris invita l’attore in città: «Ellò, Al. Aimm Luigi De Magistris, de megior ov Neipols». Non andrà meglio con Bruce Springsteen, che a fine maggio 2013 terrà un concerto ma scapperà via subito.

Ma parliamo di spazzatura, che è il caso. A metà giugno 2011, mentre 10mila tonnellate di pattume marciscono per strada, De Magistris annuncia che risolverà il problema in «quattro o cinque giorni» (la frase è anche diventata un rap musicale) e parla di eventuale piano B e pure C. E annuncia che a capo della partecipata ambientale della città andrà Raphael Rossi, il manager diventato famoso per aver denunciato due imprenditori che gli avevano proposto una mazzetta. Ma il matrimonio durerà poco e finirà male.

Dopo cinque giorni ovviamente non succede niente. De Magistris accusa trame oscure: «Napoli sarà liberata dai rifiuti nonostante il tentativo di sabotaggio messo in atto in queste ore da certi ambienti refrattari ad accettare la svolta politica che stiamo attuando». Ma il 23 giugno deve ammettere che la situazione è grave. Nel pieno dell’emergenza, non si perde il Gay Pride: è in testa al corteo con un ombrellino verde a fiori. Due anni dopo metterà due orecchini rossi. Il 12 luglio però la situazione è gravissima.

Un gruppo di napoletani scaraventa dei sacchettoni di monnezza contro il municipio. Rivoluzione arancione, sacchi neri e incazzati pure. Inutile farla lunga: si parlerà tutti i giorni di spazzatura almeno sino a Natale. In quei giorni De Magistris si mette a querelare «coloro che, in questi giorni, a ogni livello, hanno gravemente compromesso l’immagine della città», cioè i giornalisti e i fotografi. Scarafaggi: non i giornalisti, ma le “Periplaneta americana” che intanto stanno invadendo Napoli, blatte rosse. La cosa fa il giro del mondo. Le Point titola: «Uno scarafaggio nella pizza».

Le cose miglioreranno lentamente: ma solo perché apriranno delle discariche (Chiaiano, per esempio) o solo grazie all’aiuto finanziario della Provincia retta dal nemico politico Luigi Cesaro. Poi spuntano le navi olandesi che trasporteranno il pattume nel Mare del Nord, un’assurdità costosissima. In breve: la promessa della campagna elettorale, quella di raggiungere il 70 per cento di raccolta differenziata entro il 2011, non sarà minimamente rispettata. Il tasso rimarrà al 25 per cento, come ai tempi della miglior Iervolino.

Intanto spuntano piccoli o grandi nepotismi. Dagospia rivela che la giovane Lucia Russo, collaboratrice dell’assessore allo Sport, è la cugina di De Magistris. Tra l’altro, durante la campagna elettorale, era stata intervistata come "disoccupata". Poi, nella stanza a fianco a quella del sindaco, spunta anche Claudio De Magistris: è il fratello, un impresario musicale che diventa capo della segreteria politica: a pagarlo è l’Italia dei Valori. Ma neanche il fratello durerà molto. Nel novembre 2012, peraltro, si scoprirà che l’avevano mandato in Grecia al “World Music Expo” perché la cosa era «di assoluta importanza strategica per l’Amministrazione».

II 2012, per De Magistris, sarà un anno orrendo. Licenziamenti, dimissioni, allontanamenti, litigi. L’aria si fa pesante. Raphael Rossi, l’esperto di rifiuti già glorificato su Report, viene silurato. Motivo: l’assunzione di 23 persone contro il suo parere. «Erano inutili e fuori dal diritto», dice. De Magistris perde anche la presenza di Roberto Vecchioni alla guida del Forum delle Culture, a tre mesi dalla nomina. Gli subentra l’ambasciatore Francesco Caruso che lascia anche lui, subito. Presto si dimetterà tutto il comitato tecnico-scientifico del Forum.

Ma è la perdita di Giuseppe Narducci quella che fa male: è l’ex magistrato di Calciopoli e neo assessore a trasparenza e legalità. Dimesso. O silurato, chissà: la trasparenza è poca. «L’impressione che io ne ricavo - dirà - è quella di un clima ostile alla manifestazione delle idee e delle opinioni...». Ah beh. Poi se ne va l’assessore al Bilancio Riccardo Realfonzo, economista: silurato nonostante fosse stato tra i primi nomi indicati. Dirà: «È rimasto inascoltato il mio invito a rafforzare la lotta all’evasione».

Il sindaco in quei giorni pensa ad altro, e scalda i cuori con le barche della World Series 2012-2013 che navigano nel Golfo: una vittoria, anche se, di fronte alle inchieste e alle difficoltà, farà un classico passetto indietro: «La Coppa America non l’ho voluta solo io, potrei anche rinunciarvi». La Coppa, comunque, è costata 16 milioni di fondi pubblici. Venezia, per lo stesso evento, di fondi pubblici non ha stanziato nemmeno un euro. La sagra delle promesse mancate, di qui in poi, è una comica. Aveva detto: i miei assessori non useranno le auto blu ma andranno in bici. Ma le bici rimarranno in garage, e De Magistris l’auto blu continuierà ad usarla. Aveva detto: Napoli avrà la sua moschea entro il 2011. Non c’è.

Aveva detto: «Progetto per il nuovo stadio entro il 2011». Non c’è. Ci fu, in compenso, la cittadinanza onoraria al leader palestinese Abu Mazen, e dal porto di Napoli partì una nave di un’organizzazione filopalestinese. Tutte cose che i napoletani attendevano frementi.

Di qui in poi dobbiamo correre. De Magistris annuncia un intervento immediato per smantellare la favela di Sant’Erasmo, una bomba sanitaria: è ancora lì, e ci sarà anche un’inchiesta con De Magistris e l’assessore Anna Donati indagati per omissione d’atti d’ufficio e attentato alla sicurezza stradale. Cominciano a mollarlo tutti, in quel periodo, anche perché Napoli è un caso unico in Europa. Per proteggerlo dall’ira dei disoccupati, devono chiamare la Polizia: quasi gli sfasciano l’auto a calci e pugni, con lui dentro.

Il segretario Uil Luigi Angeletti: «Alla fine del suo mandato i disoccupati saranno aumentati». La Cisl regionale: «De Magistris confessi le sue gravi responsabilità». Cioè? «Gare negoziate per gli amici degli amici, spazi pubblici assegnati senza delibere». Il sindaco viene pubblicamente mollato pure da Saviano. L’Espresso lo fa a pezzi con tanto di copertina. De Magistris è crollato dal primo al 17esimo posto nel gradimento degli italiani sui sindaci - rileva il Sole 24ore. E non sono passati neanche due anni. Gian Marco Chiocci e Simone di Meo scrivono per Rubbettino il libro definitivo su De Magistris: “Il pubblico mistero”, documentatissima summa delle ragioni per cui tanti elettori napoletani finiranno in purgatorio.

Il fallimento, nel 2013, si riversa nelle elezioni politiche: “Rivoluzione civile”, in cui sono confluiti gli arancioni napoletani, si ferma al 2,25 per cento alla Camera e all’1,79 al Senato, e nella Napoli rivoluzionaria becca solo il 3,07 per cento. De Magistris incolpa, e scarica, Di Pietro e Ingroia. Non senza charme: «Io non ero candidato: quando in passato ho chiesto i voti, a Bruxelles come a Napoli, sono sempre arrivato primo. È stato Ingroia, a questo giro, a metterci la faccia». De Magistris, oggi, non ne ha più una.

di Filippo Facci

La legge anti Cav beffa i manettari

Luca Fazzo - Dom, 28/09/2014 - 19:47

La legge Severino, applaudita da chi l'ha vista come il grimaldello per rispedire Berlusconi a casa, ora ci si accorge che trasforma i sospetti in colpevoli

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Più del povero de Magistris, la cui triste parabola suscita in fondo la compassione dei Robespierre che finiscono a loro volta sulla ghigliottina, i veri protagonisti delle cronache di questi giorni sono quelli che oggi lo vogliono vedere morto: in prima fila i suoi ex colleghi, i Casson, gli Ingroia, gente che come lui ha ritenuto che la gloria conquistata con la toga si potesse usare per fare politica, e che adesso lo invitano senza complimenti a togliere il disturbo.

E ancora più degli ex giudici rifulgono i moralisti in servizio permanente, quelli che ieri hanno cantato la gloria delle sue inchieste e oggi lo sfottono senza pietà. Lui, de Magistris, in fondo è un tapino afflitto da un ego fuori luogo. Ma quelli che l'hanno eletto a salvatore della patria per quattro inchieste che puzzavano di patacca lontano un miglio, oggi sono i più crudeli nello scaricarlo. E la ciliegina di questa commedia è che tutto passi per la legge Severino, votata da un Parlamento in stato confusionale, applaudita da chi l'ha vista come il grimaldello per rispedire Berlusconi a casa, e di cui solo ora ci si accorge che trasforma i sospetti in colpevoli, e viene - unica sanzione al mondo - applicata retroattivamente.



Vittima" di De Magistris, ex giudice si toglie la vita

Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo - Dom, 14/04/2013 - 16:09

Era pg di Catanzaro, fu prosciolto dalle accuse ma non si è più ripreso. Si è fatto praticare la dolce morte a Basilea, forse fingendosi malato
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L'ultimo viaggio sola andata l'ex procuratore generale aggiunto di Catanzaro Pietro D'Amico l'ha fatto da solo. È andato a togliersi la vita a Basilea, in una clinica che somministra la «dolce morte», il suicidio assistito. D'Amico era un magistrato per bene, una «toga buona» e fuori dai giochi di potere. Ma era diventato un altro dopo esser stato indagato eppoi prosciolto per una storia partorita da quel mostro giudiziario che va sotto il nome di «Poseidone». Una delle fallimentari inchieste-spettacolo condotte da Luigi de Magistris ai tempi in cui, vestendo la toga di pm d'assalto in Calabria, dava la caccia ai fantasmi dei poteri forti e della massoneria deviata.

D'Amico rimase imbrigliato nella rete a strascico lanciata dall'attuale sindaco di Napoli e dal suo consulente Gioacchino Genchi per catturare le immaginarie talpe che si muovevano nei sotterranei della Procura calabrese. C'è una strana «forza» che interviene nelle mie inchieste, andava ripetendo in quei mesi de Magistris, convinto di essere inviso a forze occulte. Oltre a D'Amico, finirono sott'inchiesta a Salerno l'ex pg Domenico Pudia, il capo dei gip Antonio Baudi, il carabiniere Mario Russo e l'ex procuratore Mariano Lombardi, scomparso un paio di anni fa.

Furono tutti prosciolti. «Insussistenza della notizia di reato», insostenibile «fattispecie associativa» e «lacunoso impianto accusatorio» furono i termini usati dal giudice per demolire il teorema della fuga di notizie orchestrata dai massimi vertici del distretto giudiziario di Catanzaro. Eppure, nonostante la riabilitazione da quell'infamia subita dopo oltre trent'anni di onorata carriera, Pietro D'Amico non si è più ripreso. È entrato in depressione.

Tra il disgusto e la rabbia agli amici aveva confidato: «Questa magistratura non mi merita», e si era dimesso. Era stato massacrato, ai tempi delle Grandi Inchieste di Giggino. Messo in croce sui giornali per un sospetto suffragato da indizi labili. Era finito nel tritacarne investigativo di de Magistris e Genchi (entrambi oggi sotto processo a Roma per l'acquisizione illegale dei tabulati telefonici di otto parlamentari) per aver fatto due telefonate. Una al presidente della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti (suo collega magistrato) della durata di venti secondi.

Cronometrati. E l'altra all'allora deputato-avvocato Giancarlo Pittelli. Ecco, i sospetti su D'Amico nacquero così: per aver chiamato due futuri indagati di de Magistris. Il nome del procuratore generale aggiunto fece capolino anche nella vicenda che vide coinvolto l'allora capitano dei carabinieri Attilio Auricchio, braccio destro di de Magistris ai tempi di Catanzaro e oggi suo fedele capo di Gabinetto al Comune di Napoli.

Fu D'Amico, infatti, a ottenere che l'ufficiale dell'Arma fosse punito per aver sbagliato a trascrivere una intercettazione telefonica in cui, al posto della parola «provveditore», era stato annotato «procuratore», con l'aggiunta (che nella conversazione originale non esisteva) del nome Chiaravalloti. D'Amico impugnò l'assoluzione nel procedimento disciplinare di primo grado e trascinò Auricchio davanti al gran giurì del ministero della Giustizia che ribaltò l'assoluzione e gli inflisse la censura.

Ai pm che lo sentirono qualche tempo dopo, Auricchio rivelò che il ricorso di D'Amico era animato da «uno zelo “sospetto”». «Per l'allucinante inchiesta di Salerno, era entrato in una depressione nerissima», dice al Giornale l'ex governatore Chiaravalloti. «Era un buono, un uomo dolcissimo. Uno studioso, lontano dai giochi di potere. Visse quell'indagine come un torto personale che non è riuscito a superare». L'ex pg Domenico Pudia ricorda che D'Amico «da tempo, in seguito a quelle accuse, aveva perso il sorriso».

Quell'indagine «finì come doveva finire, ma nonostante tutto lui non si è più ripreso. Ebbe una sorta di rigetto della magistratura e forse dei magistrati». «Finì nei guai perché parlava con me», sottolinea Giancarlo Pittelli. Che aggiuge: «De Magistris ha fatto del male a centinaia di persone che ho difeso. A me ha distrutto l'esistenza». Diceva di essere affetto da un male incurabile, D'Amico, così da poter ottenere il via libera al suicidio assistito. Ma più d'uno ne dubita. Il fratello ha saputo tutto solo a cose fatte, con una chiamata dalla clinica.

«Se n'è andato un magistrato onesto, una persona perbene», commenta il coordinatore cittadino del Pdl partenopeo, Amedeo Laboccetta. «Tante sono le vittime del de Magistris pubblico ministero, tante sono quelle del de Magistris sindaco di Napoli. Il suo fallimento politico è sotto gli occhi di tutti. Altrimenti, non avremmo raccolto 20mila firme per le dimissioni in poche ore. La città vuole liberarsene. Ormai, deve andare via».



Hanno creato l'eroe De Magistris, adesso lo mollano

Mariateresa Conti - Lun, 29/09/2014 - 09:08

Ecco come nel 2007 da magistrato diventò una star grazie a Travaglio e Santoro

Il primo a scoprirlo fu Marco Travaglio, che sul blog di Grillo, ad aprile del 2007 (il caso Why not esplose poi a giugno) espresse l'auspicio che i cittadini calabresi si mobilitassero «in difesa dell'onesto e coraggioso pm Luigi de Magistris, attaccato dai soliti noti».

E gli stessi grillini, all'epoca non ancora Cinque stelle ma raggruppati in Meet up, si mobilitarono per lui quando poi l'inchiesta esplose, d'estate. Seguì a ruota Antonio Di Pietro, in quel periodo ministro e leader di Italia dei valori. Quindi la consacrazione ufficiale, il 4 ottobre di quel fatidico anno che per de Magistris segna il passaggio da quasi oscuro pm della procura di Catanzaro a star dei talk show e, in prospettiva, a politico: il debutto televisivo ad Annozero di Michele Santoro.

Adesso lo scaricano, tutti. Eppure senza il loro appoggio, senza i loro elogi sperticati al pm senza macchia e senza paura che indagava a raffica su tutti, ministro di Giustizia (Clemente Mastella) e premier (Romano Prodi) inclusi, forse il fenomeno de Magistris non sarebbe mai nato. E Napoli, oggi, non si troverebbe nei guai, con tutti i problemi che ha, e al centro di un braccio di ferro: il sindaco condannato che continua a ripetere che non si dimetterà; e il prefetto, che a breve riceverà gli atti della condanna per abuso d'ufficio del sindaco e che, legge Severino alla mano, dovrà con ogni probabilità disporne la sospensione.

Prima di quel fatidico 2007, incipit dei suoi guai come pm ma anche della sua celebrità mediatica, de Magistris non era una star. Sì, faceva il pm a Catanzaro. E sì, si occupava di inchieste relative ai pubblici amministratori, anche importanti. In verità, già nel 2005, due anni prima di diventare del caso Why not, qualcuno si era lamentato dei suoi metodi investigativi. Un senatore della fu An, Ettore Bucciero, aveva chiesto un'ispezione al ministero di Giustizia, segnalando una serie di «anomalie» nelle inchieste di de Magistris, non ultimo l'abuso dell'utilizzo di intercettazioni. Ma il Csm, nel 2007, archivia. E così de Magistris continua la scalata: l'inchiesta sull'ex governatore Agazio Loiero, il caso Toghe lucane, Poseidone. Una marcia trionfale verso l' «estate calda», quella del 2007.

Il caso delle intercettazioni dei parlamentari in Why not esplode a giugno. A luglio filtrano le prime notizie sugli indagati eccellenti, a settembre si profila il rischio che il pm venga trasferito (poi avverrà). Ed è lì che scatta la macchina per la costruzione dell'eroe de Magistris. I primi sono i grillini. Ma è il 4 ottobre che arriva l'investitura di Michele Santoro. Da un auditorium di Catanzaro stracolmo si collega con Annozero l'eroe del giorno, Luigi de Magistris. È un trionfo. È fatta. Annozero replica a stretto giro, il 18 ottobre, e anzi raddoppia perché con de Magistris arriva in studio un'altra toga all'epoca nella bufera, il gip di Milano Clementina Forleo.

Il pm è già un eroe. Di Pietro si accoda alle lodi generali: «Io sto con de Magistris, ha tutto il mio appoggio», proclama. E manterrà la promessa, al punto da portarlo in Europa, con Idv. Da sinistra è un coro tutto per lui. De Magistris ormai è una star. E anche quando viene punito dal Csm e poi lascia la toga per la politica non perde l'aura eroica. Alle Europee del 2009, con Idv, è un trionfo. E marcia trionfale è, sia pure al ballottaggio, la conquista della poltrona di sindaco di Napoli, nel 2011. Nel tempo perde qualche amico - Grillo, un po' anche Idv - ma ne acquista altri, come il collega ex pm Antonio Ingroia, sostenuto nella corsa a premier. Lo stesso Ingroia che, come un altro ex pm passato alla politica, Felice Casson, dice che deve dimettersi. La stessa tesi di Travaglio, il primo a scoprirlo, che oggi senza appello dice: «Deve lasciare».

L’iPhone è inviolabile, l’Fbi protesta

La Stampa
francesco semprini

Nel nuovo sistema operativo che equipaggia i dispositivi mobili di Apple chiavi criptate impediscono a chiunque di accedere ai dati personali per proteggere la privacy degli utenti. Ma secondo l’Intelligence americana, questa mossa potrebbe favorire i criminali

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Cupertino tiene a battesimo il primo smartphone dell’era post-Snowden. Parliamo dell’iPhone 6, il nuovo nato di Apple, che secondo quanto rivelano gli esperti del settore, sarebbe in grado di respingere le incursioni dei cervelloni della National Security Agency e della altre agenzie di intelligence americane, volte a carpirne informazioni di ogni genere. Il perché è dato dal sistema pensato per il nuovo gioiello della Casa della Mela, ovvero un complesso sistema di algoritmi, che riesce a criptare messaggi di posta elettronica, foto, dati e contatti, e quindi a rendere il telefono di fatto inattaccabile. 

Si tratta di un sistema che è stato appositamente studiato per i consumatori di Apple, che in maniera assai insistente chiedevano la garanzia del rispetto della propria privacy sugli strumenti più utilizzati, i telefonini appunto. Specie dopo lo scandalo intercettazioni scoppiato grazie alla talpa Edward Snowden, l’ex analista dell’Nsa, che ha rivelato il grande traffico di servizi di sorveglianza condotto dall’agenzia su comuni cittadini, politici, aziende, sedi diplomatiche e Paesi stranieri. 

Forzare il codice dell’iPhone 6, secondo quanto riferito dalla guida tecnica fornita da Apple, potrebbe richiedere «oltre cinque anni e mezzo, il tempo necessario per provare tutte le combinazioni alfanumeriche di sei caratteri, composte da lettere minuscole e numeri». Si tratta di una stima che però - spiega il New York Times - potrebbe non essere totalmente veritiera, anche perché non sono note le ultime tecnologie messe a punto dalla Nsa, attraverso i suoi supercomputer, per forzare i codici di dispositivi digitali. Tuttavia sembra chiaro che il nuovo sistema operativo di Cupertino renderà la vita più difficile ai «legal hacker» al servizio dello spionaggio, e lo stesso accadrà con la prossima versione di Android, dotata di analoghe soluzioni per la sicurezza. 

La prospettiva ha spinto il direttore dell’Fbi, James Comey, a uno scatto d’ira nel corso di una recente conferenza stampa nella quale si affrontava il tema del pericolo terroristico e la minaccia dello Stato islamico. «Quello che mi preoccupa di più - ha detto il numero uno del Bureau - è che alcune società consentono ai cittadini di rimanere all’ombra della legge». Comey ha citato in particolare i casi di rapimento, dove i telefoni possono essere in grado di rintracciare le persone tenute prigioniere. «Verrà il giorno in cui i parenti del rapito mi guarderanno in lacrime dicendomi “come è possibile che non si possono decodificare i contenuti del telefono?”». Il punto è che se anche un giudice decide di mettere sotto sorveglianza un telefono, sarà necessario comunque «bucare» il codice di sicurezza, a meno che non venga fornito spontaneamente dal titolare. 

Apple preferisce per ora non commentare, ma l’approdo dirompente del suo nuovo telefono solleva, o meglio ripropone, un quesito di grande importanza. Chi decide a quali dati il governo può avere accesso? Sino a oggi queste decisioni sono state di competenza per lo più del Congresso, che nel 1994 ha approvato il «Communications Assistance for Law Enforcement Act», una legge che richiede agli operatori di telecomunicazioni di corredare i loro sistemi con meccanismi in grado di intercettare le telefonate in caso giunga un’ordinanza del giudice. Ma nonostante l’ampio dibattito sull’opportunità di allargare questo provvedimento anche a email o altri generi di dati di ultima generazione, la legge non è stata aggiornata. E di fatto non riguarda i contenuti degli smartphone, creando così una zona grigia dal punto di vista legale e tecnologico.

Le sette vite di Di Pietro: ora insegna ai contadini

Stefano Filippi - Lun, 29/09/2014 - 08:47

L'ultima di Tonino, che è stato anche operaio, poliziotto, pm, ministro e leader politico: tiene conferenze agli agricoltori sul lavoro nei campi. E nei ritagli di tempo fa l'avvocato


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Alla bell'età di 64 anni (li compie giovedì, auguri in anticipo) Antonio Di Pietro ha già vissuto sette vite come un gattone soriano. È stato operaio in Germania, commissario di polizia, magistrato nel pool Mani pulite, ministro, fondatore e capo di un partito.
Cacciato (dagli elettori) dalla politica, si è dedicato all'agricoltura nella natia Montenero di Bisaccia. Ora, e siamo alla settima vita, è addirittura maestro dei contadini del domani. E che c'azzecca Tonino con le conferenze? Lui, che sarà anche giovane nello spirito ma non all'anagrafe, è stato chiamato a descrivere ai futuri agricoltori com'è la dura vita del coltivatore diretto.

«La scorsa notte l'ho passata a far partorire la mucca», ha raccontato in sala consiliare venerdì, durante un incontro di presentazione del Piano di Sviluppo rurale 2014-2020 assieme all'assessore regionale all'agricoltura, Vittorino Facciolla, e a un altro pezzo grosso della regione Molise, il vicepresidente del consiglio regionale nonché delegato alla caccia, Cristiano Di Pietro. Proprio lui, il figliolo. La prossima impresa che attende Tonino il contadino è titanica come quella del parto bovino notturno: «Devo organizzare gli attrezzi per raccogliere l'uva per fare il vino», riferiscono le pagine molisane del quotidiano Il Tempo . Vendemmia tardiva, giacché il sole ha scacciato le piogge soltanto a fine stagione.

E nel frattempo, come si svolge la settima vita dell'ex castigapolitici di Mani Pulite? «Riesco a fare l'agricoltore perché ho un'altra fonte di reddito», ha spiegato Di Pietro, riferendosi probabilmente all'attività di avvocato ripresa pochi mesi fa per difendere l'Italia dei valori in un processo contro Silvio Berlusconi. In realtà le aule di giustizia non sono le uniche sostentatrici dell'ex ministro, che non se la passa così male perché alle parcelle legali aggiunge le molteplici indennità di ex deputato, senatore ed europarlamentare.

È anche per questo doppio lavoro che la masseria di Montenero (16 ettari di proprietà) va a gonfie vele, se è vero che la stalla è in fase di ampliamento e si stanno predisponendo i terreni a nuove colture. Forte di questa esperienza agricola nutrita dall'eredità della politica, Antonio Di Pietro è andato ad arringare gli sventurati compaesani che a malapena arrivano alla fine del mese: «Un povero coltivatore come può fare se gli costa di più la materia prima di quello che riesce a guadagnare?».
Bella domanda. E ha proseguito: «Se per fare un chilo d'olio un agricoltore ci deve mettere anima e sangue e poi venderlo a 3 euro al litro, se per fare un litro di vino ci deve mettere lacrime e sangue e poi lo deve vendere a 2,90 euro al litro, come fa? È un discorso di specificità che deve passare attraverso possibilità da dare ai giovani e a chi innova nell'agricoltura e nella zootecnia». L'articolazione del discorso non lascia dubbi: è tutta farina del sacco dipietresco.

Insomma, la linea verde di Tonino ormai lo assorbe del tutto. Dell'Italia dei valori è presidente onorario, poco più che un soprammobile. Lui stesso non ci crede più. Fra una settimana a Sansepolcro si riuniscono i vertici del partito e Di Pietro ne ha già vaticinato il futuro nero sul proprio sito internet: «Purtroppo, gli attuali sondaggi e scenari elettorali - senza voler imputare colpe ad alcuno se non, semmai, a me stesso - sono tali da farmi ragionevolmente ritenere che Idv rischia di non avere più alcun futuro politico davanti a sé (salvo qualche residuo strapuntino per qualche nostro dirigente locale di turno)». Il figlio?

Gli anni in cui Di Pietro teneva in pugno l'Italia sembrano preistoria: l'epoca di Mani pulite, del terrore giudiziario, delle manette a democristiani e socialisti, dell'«io a quello lo sfascio». Ma è lontanissima anche la stagione della politica, dell'addio alla magistratura e dell'abbraccio con Romano Prodi che lo fece due volte ministro, dell'Idv e del Nuovo Ulivo. L'inchiesta che l'ha condannato all'oblio, quella di Report che ne ha scandagliato il vasto patrimonio immobiliare acquisito forse con denaro del partito, è di due anni fa. Ora gli unici ulivi che restano a Tonino Di Pietro sono quelli piantati nella masseria montenerese.

(ha collaborato Gianpaolo Iacobini)