venerdì 31 ottobre 2014

Ho ucciso un ebreo che collaborava con i nazisti, ma non lo rifarei”

La Stampa
maurizio molinari

A pentirsi è Zeev Eckstein che il 4 marzo del 1957 si appostò sulla Emanuel HaRomi Street di Tel Aviv per scaricare il revolver su Rudolph Kastner, innescando una delle maggiori tempeste della Storia moderna di Israele

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“Se potessi tornare indietro, non ucciderei più Rudolf Kastner”. A pentirsi è Zeev Eckstein che il 4 marzo del 1957 si appostò sulla Emanuel HaRomi Street di Tel Aviv per scaricare il revolver su Rudolph Kastner, innescando una delle maggiori tempeste della Storia moderna di Israele. Kastner è l’ebreo ungherese che durante la Seconda Guerra Mondiale riuscì a far fuggire da Budapest verso la Svizzera un treno con oltre 1685 ebrei in cambio di un versamento in oro e diamanti ai nazisti di Adolf Eichmann, che viene ricordato come l’artefice dello sterminio degli ebrei europei. 

In un libro autobiografico, Eckstein afferma di aver agito a seguito delle accuse a Kastner rivolte da Malchiel Gruenwald, un proprietario di hotel a Gerusalemme che nel 1952 imputò molti leader del giovane Stato di “silenzio sull’Olocausto” puntando in particolare l’indice su Kastner per aver “nascosto agli ebrei ungheresi l’esistenza dei campi di sterminio” ed aver testimoniato dopo la guerra a Norimberga a favore di alcuni tedeschi. All’epoca Eckstein era un agente del controspionaggio, gli era stato ordinato di infiltrarsi negli ambienti estremisti di destra ed ora ammette di esserne stato “contagiato”, trasformandosi in uno loro aperto sostenitore.

“Diventai un rivoluzionario senza motivo” scrive l’assassino di Kastner che ha passato 7 anni in prigione per il delitto. “Il mio errore più grande è stato commettere un omicidio che ha creato un precedente in Israele sugli assassinii politici” afferma ora, con un mea culpa che si spinge fino ad ammettere di “aver pagato un prezzo personale molto alto per ciò che ho fatto negando l’intera Bibbia”.



I lager nazisti non erano polacchi” Il governo Tusk studia azioni legali
La Stampa
matteo alviti

14/10/2013


Varsavia è pronta a chiedere risarcimento danni per diffamazione: «I campi di concentramento erano tedeschi»

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Le parole sono importanti. Compresi gli aggettivi. E chi non lo capisce in futuro potrà vedersi recapitare anche una querela del ministero degli Esteri polacco, stanco di vedere il nome della nazione affiancato agli orrori dei campi di concentramento e sterminio nazisti. L’espressione “campi di concentramento e sterminio polacchi” per definire i Lager costruiti dai nazisti in Polonia - Auschwitz-Birkenau, Sobibor, Treblinka, tra gli altri - in futuro sarà considerata un’offesa che comporterà richieste di risarcimento danni per diffamazione, come racconta il quotidiano polacco Rzeczpospolita di venerdì.

Varsavia non intende più tollerare quelle che, da molti anni, considera gravi falsificazioni storiche, capaci di sporcare la memoria delle vittime polacche, che tanto hanno dovuto patire sotto la feroce dittatura nazista. L’occupazione della Polonia da parte del criminale “Reich millenario” hitleriano è costata la vita a circa sei milioni di persone, tre milioni dei quali di religione ebraica. Milioni furono inoltre i deportati nei campi di lavoro tedeschi.

Eppure l’espressione continua a essere usata: il ministero degli Esteri, riporta l’agenzia austriaca Apa, solo nel 2012 l’ha registrata sui media internazionali per ben 120 volte. Le segnalazioni agli autori hanno portato quasi sempre alla correzione dei testi, almeno nelle edizioni online. Non sempre senza rimostranze da parte delle redazioni. L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa, quando il francese Le point, su richiesta dei diplomatici di Varsavia, ha cancellato i “campi polacchi” dalla versione in rete di un articolo pubblicato sul settimanale.

Quella dei “campi di concentramento e sterminio polacchi” è un’espressione-trappola in cui sono caduti in molti. Compreso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che nel 2012 parlò di “campi della morte polacchi” in occasione della cerimonia per l’assegnazione della medaglia per libertà a Kan Karski, oppositore antinazista polacco e, dopo la Seconda guerra mondiale, professore all’università di Georgetown, morto nel 2000. Una scivolata che costò al presidente statunitense un telegramma di scuse ufficiali al suo omologo polacco Bronislaw Komorowski.

Indossa corsetto per 7 anni, ora ha un giro vita incredibile

Il Mattino

Il suo obiettivo era quello di avere un girovita simile a quello di una vespa. E dopo anni di duro "lavoro" ci è riuscita. Kelly Lee Dekay da anni ormai vive "costretta" in un corpetto che le ha stretto in modo incredibile il girovita (40 centimetri). Per sette anni ha modellato il suo corpo fino ad ottenere una forma a "clessidra". Su Instagram sono centinaia le foto del corpo di Kelly.

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venerdì 31 ottobre 2014 - 10:16   Ultimo agg.: 10:21

Islam, il decalogo del perfetto tagliagole

Libero

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Va senz’altro riconosciuto ai macellai dell’Is un grande talento nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione. Con i loro video ispirati ai film hollywoodiani e alle serie tv, con le loro riviste patinate e i loro slogan mutuati dalla pubblicità occidentale affascinano e reclutano centinaia di giovani musulmani in tutta Europa. Forse, però, se i miliziani dello Stato islamico allegassero ai loro video cool un bugiardino con gli effetti collaterali del loro pensiero, i ragazzi di cui sopra ci penserebbero un pochino di più prima di entusiasmarsi. Ecco perché abbiamo preparato un piccolo decalogo utile a capire le posizioni dell’Is. La fonte principale di informazioni è un’intervista pubblicata in questi giorni da Der Spiegel. Il giornalista Hasnain Kazim ha contattato un reclutatore del Califfato, tale Abu Sattar: le risposte che ha ottenuto sono inequivocabili.

DECAPITAZIONI.Come è evidente a tutti, l’Is è favorevole all’assassinio di innocenti. A domanda diretta sugli sgozzamenti («Crede che chi sgozza altre persone sia un buon musulmano?»), il reclutatore Abu Sattar replica con un’altra domanda: «Crede che chi lancia missili sui matrimoni afgani (...) sia un buon cristiano?». E quando il giornalista fa notare che l’Is sta «spargendo paura e orrore e sta uccidendo innocenti», il reclutatore risponde: «Seguiamo la parola di Allah. Crediamo che l’unico dovere dell’umanità sia di onorare Allah e il suo profeta Maometto (...). Stiamo realizzando quel che è scritto nel Corano». Dunque decapitazioni e massacri sono in linea con la parola di Dio.

BAMBINI (INFEDELI. Il giornalista dello Spiegel fa notare al reclutatore islamico che l’Is crocifigge chi professa un’altra fede, «inclusi i bambini». Abu Sattar non fa una piega: «È dovere di ogni musulmano combattere chi professa una fede diversa fino a quando soltanto Allah sarà venerato in tutto il mondo». E la ricompensa per coloro che si oppongono è semplice: «Devono essere uccisi o crocifissi oppure le loro mani e piedi devono essere tagliati». L’uomo dell’Is non fa differenza tra adulti e bambini. Pari sono. Se ne deduce che anche i bambini possono essere crocifissi.

BAMBINI (ISLAMICI). Ai piccoli infedeli spetta una fine atroce. Ma ai coetanei musulmani non va molto meglio. Anche loro finiranno col perdere la vita: la differenza è solo nella tempistica. Come ha documentato Kate Brannen su Foreign Policy (articolo ripreso ieri da  Repubblica), i ragazzini che vivono nello Stato islamico sono costretti a stare «in prima fila durante le esecuzioni pubbliche a Raqqa (...). Vengono usati per trasfusioni di sangue quando i jihadisti sono feriti. Sono pagati per denunciare chi non è leale all’Is o parla pubblicamente contro il nuovo potere». Molti vengono rapiti e condotti in campi di addestramento, dove viene praticato loro una sorta di lavaggio del cervello. È la nuova generazione del Califfato, ben rappresentata dal figlio di un jihadista immortalato sorridente mentre gioca con la testa mozzata di un infedele.

SCHIAVITÙ. Non solo è permessa, ma è incoraggiata. Lo ha chiarito un lungo articolo pubblicato da Dabiq, la rivista dell’Is. Ne citiamo un passaggio: «Schiavizzare le famiglie degli infedeli e prendere le loro donne come concubine è un orientamento fermamente stabilito dalla sharia che se uno negasse o ignorasse, sarebbe come negare o ignorare i versetti del Corano o le narrazioni del Profeta». E ancora: «I nostri figli e i nostri nipoti manderanno i vostri figli al mercato degli schiavi».

DONNE.Le donne infedeli devono essere rese schiave. Ma è opportuno che su di essere si eserciti anche violenza sessuale. Potrebbero infatti (lo spiega sempre Dabiq) mettere al mondo figli di combattenti musulmani, i quali sarebbero «padroni delle loro madri». Le donne musulmane invece possono partecipare alla jihad. Come? Facendo le spose. Reclutate su internet (anche se minorenni), vengono poi assegnate come mogli ai combattenti. Ad alcune fortunate sono anche forniti elettrodomestici e prodotti per la casa: casalinghe a vita in nome di Allah. 

DEMOCRAZIA. La posizione del Califfato in merito è spiegata ancora una volta da Abu Sattar allo Spiegel. «La democrazia è per gli infedeli. Un vero musulmano non è democratico, perché se ne frega dell’opinione delle maggioranze, e le minoranze non gli interessano. Egli è interessato soltanto a ciò che dice l’islam. Non solo: la democrazia è uno strumento egemonico dell’Occidente ed è contraria all’Islam». C’è poco da aggiungere.

STAMPA. Il Califfato ha stilato undici regole a cui i giornalisti devono sottostare. Le ha riportate il sito Sirya Deeply. Il succo è che tutti i cronisti «sono obbligati a giurare fedeltà al Califfo (...) e il loro lavoro deve essere costantemente sottoposto alla supervisione dell’agenzia mediatica dello Stato Islamico». Esiste poi una lista nera di media sgraditi: chi ha rapporti con loro risponderà «delle violazioni alle autorità competenti». Il che significa tortura o morte.

OMOSESSUALITÀ. Anche in questo caso, basta citare le dichiarazioni di Abu Sattar quando il giornalista dello Spiegel gli fa notare che nel mondo ci sono musulmani di diversi orientamenti ed è plausibile fra essi ci siano dei gay. «La questione è chiaramente trattata dal Corano», dice il reclutatore. «\[L’omosessualità\] è proibita e dovrebbe essere punita». Vista la passione per crocifissioni e amputazioni varie, immaginiamo le punizioni.

MUSICA. Magari uno può rinunciare all’alcol e a tanti altri vizi endemici dell’Occidente. Ma come si fa a rinunciare alla musica? O, più in generale, all’arte? Il cronista dello Spiegel ha ricordato ad Abu Sattar che nella «età dell’oro» dell’islam c’erano «musica, balli, pittura, calligrafia e architettura». Beh, l’Is se ne frega. Preferisce un islam «privo di cultura e arte». Anzi, Abu Sattar ritiene che la famosa «età dell’oro» sia stata «un errore», possibilmente da non ripetere. Che l’unica colonna sonora siano i lamenti delle vittime.

PACE. Quest’ultimo concetto, probabilmente, riassume tutti gli altri. Che cos’è la pace per l’Is? «È quando le persone si sottomettono ad Allah». Più chiaro di così si muore. Di solito sgozzati.

Francesco Borgonovo

Il nuovo galateo detta le regole di bon ton per e-mail e cellulari

La Stampa
lorenza castagneri

Svolta per la guida inglese Debrett’s: l’etichetta ora riguarda l’uso educato della tecnologia

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Come ci si deve comportare se si incontra la Regina? Poco importa, tanto capita a pochi eletti. E come vestirsi per assistere alle corse dei cavalli ad Ascot? Un dettaglio. La questione riguarda solo i Vip. Tutti gli altri pensano a cose molto più terra terra, da quando accendere la sigaretta elettronica al luogo migliore per rifarsi il make up. Come spiega Debrett’s, la bibbia inglese del galateo, che da oltre 250 anni insegna come comportarsi e che ha appena pubblicato una guida dedicata alle buone maniere «moderne».

Nell’era della tecnologia sempre più pervasiva, le domande che con maggiore frequenza i lettori hanno rivolto agli esperti del volume riguardano l’uso del cellulare: in quali situazioni è meglio metterlo in tasca o riporlo in borsetta? La regola vuole che lo smartphone vada ritirato in tutte le situazioni in cui siamo impegnati a fare altro. Da pagare il conto alla cassa di un negozio a prendere un caffè. 

In questi casi, messaggi su Whatsapp e aggiornamenti sui social sono soltanto un impiccio che ci fa, oltretutto, passare per maleducati. E poi, ovviamente, via il telefonino quando siamo in compagnia di altri e in tutti i luoghi in cui è richiesto il silenzio. Facile a dirsi. Molto più difficile a farsi. Come resistere alla tentazione di accendersi la sigaretta elettronica standosene comodamente seduti alla propria scrivania con gli occhi fissi sul computer? 

Anche sull’uso delle popolarissime e-cig Debrett’s ha ricevuto decine di domande. La più comune: si può «svapare» sul posto di lavoro? Mai, è stata la risposta dei maestri di buone maniere interpellati: si rischia di passare per persone poco concentrate e questa è una possibile fonte di distrazione per i propri colleghi.

Una cattiva abitudine. Un po’ come quella, diffusissima negli uffici, di inviare mail in «copia conoscenza nascosta». Da dimenticare. È poco carino nei confronti del destinatario principale. Se proprio non ne può fare a meno, il mittente può usare lo stratagemma di inviare il messaggio a se stesso e mettere tutti i destinatari in copia nascosta. Più appropriato. 

«L’alto numero di interrogativi che abbiamo ricevuto dimostra che le buone maniere sono ancora molto importanti per le persone», dice Jo Bryant, che ha curato le 480 pagine che compongono il volume. «Ma la chiave per essere educati – aggiunge – è sempre avere rispetto per le persone che si trovano a fianco a noi». 

A partire dai compagni di viaggio. E allora meglio evitare di reclinare il sedile dell’aereo, specie se si vola di giorno. Potrebbe apparire una scelta egoista, poco attenta agli altri passeggeri. Per la stessa ragione cercate di non invadere lo spazio dei vostri vicini di posto e di tenere golfini, sciarpe, giornali e borse all’interno del perimetro delimitato dai due poggiagomiti. Altri suggerimenti? Mai addentare panini e pizzette in autobus e diffondere così un olezzo che non se ne va più. E nemmeno sistemarsi eye-liner e rossetto durante il viaggio. Sembrereste disorganizzate. Piuttosto, se scorgete una signora in dolce attesa oppure un anziano in piedi cedetegli il vostro posto.

Quello sì che andrebbe fatto. Ma sia nel Regno Unito sia in Italia questo semplice gesto è raro da vedere. Come Debrett’s autorevolmente conferma. È questo il vero galateo del nostro tempo? «Diciamo che queste sono regole che costituiscono la base del sapersi porre con gli altri, non di più. E aggiungiamo che il vero Galateo è solo quello di Giovanni Della Casa», è la risposta di Samuele Briatore, presidente dell’Accademia italiana di galateo. 

Parla italiano, rispetta le regole". Il decalogo di Fratelli d'Italia rivolto agli immigrati

Giovanni Neve - Gio, 30/10/2014 - 20:48

Presentato un decalogo per gli immigrati dal titolo: "In Italia si usa così"

Farà discutere il decalogo che sarà presentato da Fratelli d'Italia in Toscana dal titolo: "In Italia si usa così".

Nei punti, tradotti anche in arabo, sono scritte delle indicazioni che ogni immigrato dovrebbe seguire nel rispetto delle tradizioni italiane. Il decalogo rischia però di marchiare i migranti con delle etichette e dei luoghi comuni. "Sei in Italia, parla italiano". E poi ancora delle regole per i figli degli immigrati, per le feste e per la pulizia. Ecco i punti:
  • Sei in Italia, parla italiano: imparare la nostra lingua è fondamentale per potersi far comprendere e dimostrare volontà di integrazione.
  • I bambini vanno a scuola: frequentare la scuola, per costruire una coscienza civica e sviluppare la convivenza, è fondamentale per il futuro dei tuoi figli.
  • La donna non si tocca nemmeno con un fiore: che sia moglie, figlia, fidanzata o altro, devono esserle riconosciuti tutti i diritti. In nessun caso le donne vanno picchiate, per nessun motivo.
  • Usi, costumi e tradizioni sono anche i tuoi: rispetta le tradizioni italiane, perché la nostra identità si fonda soprattutto su un patrimonio condiviso. Il Natale e la Pasqua vanno celebrati, anche nelle scuole, a prescindere dal tuo credo religioso.
  • Il lavoro ha le sue regole: non si vendono prodotti con firme false e non si vende senza autorizzazioni. Se si apre un’azienda si rispettano le norme sulla sicurezza sul lavoro, si concedono ferie e malattie ai dipendenti e si rispettano turni di lavoro che permettano anche il riposo.
  • Non si può stare in luoghi pubblici con il volto coperto.
  • Pulizia e decoro: essere puliti e non sporcare città, giardini e marciapiedi è importante per la salute di tutti.
  • Prega chi vuoi, ma non disturbare: noi ti garantiamo la libertà di vivere qualsiasi religione, ma non puoi disturbare o offendere chi ha credi diversi, si dichiara ateo o professa la nostra religione tradizionale.
  • Rispetta la città: sputare per terra è sgradevole, urinare per terra o sui marciapiedi è vietato.
  • Macellazione responsabile: no agli sgozzamenti clandestini e ai rituali (Halal) che recano inaccettabili sofferenze agli animali destinati al consumo alimentare

De Magistris, un pasticcio all’italiana

La Stampa
giuseppe salvaggiulo

Che succede dopo il reintegro del Tar? Domande e risposte per capire

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Come mai Luigi De Magistris è tornato sindaco di Napoli?
Il Tar Campania ha accolto la sua richiesta di sospendere l’efficacia del provvedimento del prefetto di Napoli, che a sua volta lo aveva sospeso dalle funzioni di sindaco dopo la condanna penale in primo grado (un anno e tre mesi per abuso d’ufficio commesso quando era pm a Catanzaro, nel 2007, acquisendo tabulati telefonici di parlamentari).

Un caos di sospensioni a catena: com’è possibile?
La legge Severino, varata dal governo Monti alla fine del 2012, prevede la sospensione del sindaco condannato per una serie di reati tra cui l’abuso d’ufficio. All’indomani della condanna di De Magistris, il ministro degli Interni Angelino Alfano aveva annunciato la sospensione in Parlamento: «Le statuizioni del decreto legislativo 235/2012 appaiono chiare e del resto hanno trovato applicazione in due casi analoghi». Nelle ore successive, il prefetto aveva firmato il provvedimento. Ma De Magistris aveva subito presentato ricorso al Tar. Ora il Tar paralizza quel provvedimento del prefetto perché ha un dubbio sulla costituzionalità della legge Severino, chiede alla Consulta di risolverlo e nel frattempo restituisce a De Magistris le funzioni di sindaco.

Dunque la legge Severino è incostituzionale?
Se la legge Severino è incostituzionale, può deciderlo solo la Corte costituzionale. Il Tar si è limitato (oltre non poteva andare) a sollevare un dubbio, dichiarando «non manifestamente infondata» una delle quattro questioni di incostituzionalità sollevate da De Magistris.

Qual è il dubbio di incostituzionalità?
La presunta retroattività della legge Severino. Secondo il Tar, la norma della legge applicata per De Magistris potrebbe violare gli articoli 2, 51 e 97 della Costituzione. In sintesi: De Magistris è stato eletto sindaco di Napoli nel 2011, quando la legge Severino non esisteva e una condanna in primo grado per abuso d’ufficio non impediva di diventare sindaco. Ora, a tre anni e mezzo di distanza, una sentenza penale non definitiva può essere considerata sufficiente a farlo fuori?

È la stessa retroattività denunciata invano da Berlusconi quando fu fatto decadere da senatore nel 2013?
Anche Berlusconi invocò l’incostituzionalità della legge Severino «perché retroattiva» e gridò allo scandalo. Ma il Senato non si rivolse alla Corte costituzionale per dirimere la questione, come pure chiedevano alcuni giuristi tra cui Nicolò Zanon, recentemente nominato da Napolitano giudice costituzionale, e quindi presto chiamato a decidere sulla stessa legge Severino. Ma il Tar Campania precisa che il suo dubbio riguarda il caso di un politico condannato con sentenza non definitiva (De Magistris), dunque non si estende a un condannato con sentenza definitiva (Berlusconi).

Com’è possibile che a due anni dall’entrata in vigore di una legge se ne metta in dubbio la costituzionalità?
Finora, la stessa norma era stata applicata per altri sindaci e consiglieri comunali, senza che alcun tribunale ne mettesse in dubbio la costituzionalità. De Magistris ha sollevato quattro questioni di incostituzionalità. Tre, come già fatto da altri tribunali in altri casi, sono state bocciate. Una, inedita, accolta. La Costituzione non pone limiti temporali alle eccezioni di costituzionalità, purché siano rilevanti e fondate.

Adesso che cosa accade a De Magistris?
Il Tar, rimandando la palla alla Consulta, consente al sindaco di tornare in carica. Se la Consulta dichiarerà incostituzionale quella norma della legge Severino, De Magistris potrà continuare a fare il sindaco. In caso contrario, il Tar passerà all’esame delle contestazioni di merito sul provvedimento del prefetto, finora non scrutinate. E si aprirebbero due strade: una sentenza favorevole a De Magistris per un vizio del provvedimento prefettizio (e allora il sindaco resta al suo posto) o una contraria. In quest’ultimo caso, il Tar ripristinerà la sua sospensione da sindaco.

Quanto tempo servirà?
Almeno un anno, perché la Consulta esamini la faccenda. Bisogna considerare che il mandato di De Magistris scade nella primavera del 2016 e che nel frattempo il sindaco farà ricorso in appello contro la sentenza penale di condanna, il cui reato è peraltro prossimo alla prescrizione. Dunque la sentenza della Consulta arriverà verosimilmente quando per il caso De Magistris sarà diventata irrilevante. Un tipico pasticcio all’italiana.



C’era una volta il “benecomunismo”

Corriere del Mezzogiorno

A tre anni dall’elezione tutto è più chiaro: de Magistris non aveva un progetto, una strategia, una squadra


Ugo Mattei via dalla “Abc”Ugo Mattei via dalla “Abc”

Fatte le debite proporzioni, è come se Grillo avesse licenziato Casaleggio. Al netto delle tante epurazioni e privo del suo guru di riferimento, che cosa sarebbe oggi il movimento pentastellato? In questo senso, il siluramento del professor Ugo Mattei non è l’ennesimo buco nell’acqua fatto da Luigi de Magistris. È, semmai, il buco per antonomasia, il più clamoroso. Formalmente, Mattei dirigeva la società che gestisce le risorse idriche comunali, ma in realtà era molto di più: era una sorta di stampante in 3D della rivoluzione arancione, l’uomo che avrebbe dovuto trasformare in fatti le velleità palingenetiche del sindaco.

A tre anni dall’elezione, invece, tutto è più chiaro: de Magistris non aveva un progetto, non aveva una strategia per attuarlo, non aveva una squadra per definirlo.E ora non ha più neanche il teorico che doveva dare un senso alle suggestioni rivoluzionarie. Il licenziamento di Mattei arriva dopo quelli di Raphael Rossi, presentato come il mago della raccolta differenziata; di Roberto Vecchioni, la pop-star che avrebbe dovuto rilanciare il Forum delle Culture; di Riccardo Realfonzo, l’economista richiamato a Palazzo San Giacomo per mettere a posto i conti del Comune; del pm Giuseppe Narducci, a cui era stata affidata tutta la partita della legalità e della trasparenza amministrativa e del professor Alberto Lucarelli, il teorico delle assemblee di popolo.

Mattei avrebbe dovuto costruire l’alternativa al neo-liberalismo conservatore e al riformismo di sinistra, da lui definito «estrattivo», cioè parassitario. De Magistris aveva puntato su di lui per realizzare un «nuovo design istituzionale», un modello alternativo fondato «sulla sufficienza per tutti, piuttosto che sull’accumulo per qualcuno». Tutto ciò implicava il superamento di concetti desueti come quelli di «pubblico» e di «privato». E l’approdo avrebbe dovuto essere il benecomunismo, il comunismo dei beni comuni. Il risultato? Chiacchiere. Null’altro che chiacchiere. E questo, ora, non lo diciamo noi, ma lo stesso de Magistris.

30 ottobre 2014





Il destino dei “benecomunisti”, scelti e poi rimossi: 15 teste cadute in 40 mesi

Corriere del Mezzogiorno

Il primo fu Rossi dall’Asìa. Poi è toccato a Vecchioni, Realfonzo, Narducci fino a Mattei




NAPOLI - Il licenziamento di Ugo Mattei dall’Abc fa calare il sipario sulla galassia dei benecomunisti scelti da de Magistris. Uno dopo l’altro, gli uomini che il sindaco aveva voluto al suo fianco sin dalla prima ora o se ne sono andati o sono stati cacciati. E la lista di teste cadute in 40 mesi è lunga. Due i livelli di intervento da parte di de Magistris, in queste ore col fiato sospeso per la sentenza del Tar che dovrebbe arrivare in giornata: uno politico, l’altro manageriale.

Raphael RossiRaphael Rossi

Partiamo da quest’ultimo, dove in tanti sono saltati, anzi, rimossi: il primo è stato Raphael Rossi, presidente dell’Asìa, andato in rotta col sindaco e allontanato dopo sei mesi.Su Rossi de Magistris aveva puntato molto, sbandierando la sua nomina in lungo e largo, è finita come è finita per un contrasto forte su circa 300 assunzioni da fare nell’azienda dei rifiuti. Poi è toccato a Silvana Riccio essere rimossa dall’incarico di direttore generale: il prefetto, fino ad allora ritenuta una fedelissima del sindaco, non diede l’ok all’assunzione di 350 maestre. L’ex pm riunì la giunta e ne decise l’uscita.

Roberto VecchioniRoberto Vecchioni

Quindi Roberto Vecchioni, presidente del Forum delle Culture. Vecchioni chiese un cachet di 200 mila euro per assumere la presidenza.Le polemiche che ne seguirono furono feroci. Il rapporto tra i due si interruppe col sindaco che sostituire Vecchioni con Sergio Marotta, nipote di Gerardo Marotta, un altro dei benecomunisti che hanno creduto in de Magistris fin da subito. Ma Marotta, dopo un periodo in cui ha collaborato nell’ufficio di Gabinetto del sindaco, se n’è andato. E che dire di Dario Scalella? Scelto da de Magistris per risistemare Napoli Servizi, addirittura indicato come nome del Comune per la presidenza del Porto di Napoli, non gli è stato rinnovato il mandato nella società partecipata per questione di equilibri politici in Consiglio comunale. Equilibri che hanno generato ben quattro rimpasti. E qui veniamo al livello politico, che ha riguardato dieci assessori. Il primo della galassia benecomunista ad essere sostituito è stato Riccardo Realfonzo, che aveva la delega al bilancio. Il rapporto tra i due è terminato addirittura tra querele e richieste danni.

Giuseppe NarducciGiuseppe Narducci

C’è poi Giuseppe Narducci. Il magistrato della Dda aveva creduto in de Magistris facendo una scelta di vita complicatissima: alla fine ha sbattuto la porta ed è andato via quando ha capito che sarebbe stato sostituito. Sergio D’Angelo, potente assessore al Welfare, e Alberto Lucarelli, cioè proprio l’assessore ai Beni comuni, l’uomo che teorizzava le assemblee di popolo, sono dovuti andar via perché candidati (in quota de Magistris) nella lista Ingroia. Via via, sono stati sostituiti anche Luigi de Falco, assessore all’Urbanistica; Antonella Di Nocera (Cultura); Bernardo Tuccillo (Patrimonio); Anna Donati (Mobilità); Marco Esposito (Lavoro); e Pina Tommasielli. Fatti due calcoli, siamo a 10 assessori e 5 manager andati via: quindici persone che facevano parte della rivoluzione arancione che si è sbiadita. Di quella giunta nata nel giugno 2011 restano oggi solo Tommaso

Sodano, vicesindaco supplente di de Magistris; e Annamaria Palmieri, assessore alla Scuola. Ma nulla è escluso: un altro rimpasto è infatti alle porte. E se è vero che non dovrebbe riguardare né Sodano né Palmieri, è vero pure che per cercare di andare avanti, indipendentemente da quella che sarà la sentenza de Tar, de Magistris cambierà almeno tre assessori per allargare la maggioranza a Sel e altri cespugli di sinistra che lo sostengono in aula. Cominciando da coloro scelti direttamente da lui: Alessandra Clemente (Giovani) e Monia Aliberti (Immagine). Ma anche Panini (Lavoro) è in pole per essere sostituito. E non ci saranno fedelissimi che potranno sentirsi al sicuro. La storia (cancellata) dei benecoministi scelti da de Magistris, insegna.

30 ottobre 2014

Agli agenti un "cannone" ma non la pistola

Vittorio Feltri - Gio, 30/10/2014 - 14:40

Non tutti i prefetti danno il porto d'armi agli agenti, che fuori servizio sono costretti a girare con una pesante Beretta


Oggi raccontiamo una storia di ordinaria follia amministrativa ovvero burocratica che farà rimanere a bocca aperta i lettori. I quali sanno che i carabinieri e gli agenti di Pubblica sicurezza vanno in giro armati di pistola d'ordinanza quando sono in servizio. Trattasi di Beretta modello 98/FS calibro 9 parabellum, una vera e propria arma da guerra i cui proiettili sono perforanti, per cui se entrano nel corpo umano, ne escono proseguendo in una traiettoria incontrollabile da parte di chi ha premuto il grilletto.

Tale pistola è assai ingombrante e pesante al punto da essere inoccultabile. A causa di ciò, carabinieri e poliziotti, quando non impegnati in attività professionali, per anni hanno usufruito della possibilità di ottenere un porto d'armi che consentiva loro di acquistare e utilizzare una rivoltella più piccola e maneggevole per difesa personale. Chi per mestiere fa il tutore dell'ordine è addetto d'ufficio a indagini delicate (per esempio sulla criminalità organizzata), e rischia di subire vendette, fino a rimetterci in certi casi la pelle. Quindi è opportuno che non si faccia cogliere impreparato in caso di aggressione. Come? Tenendo una pistola in tasca o nel fodero.

È sempre stato così. Adesso non più. Non tutti i prefetti concedono il porto d'armi ad agenti e a militari cosiddetti fedeli nei secoli. Perché? Il ministero degli Interni ha riesumato una circolare degli anni Trenta in base alle quale i citati servitori dello Stato, se fuori servizio, hanno sì facoltà di circolare armati ma solo della pistola d'ordinanza, quella da guerra, e non di una pistola più acconcia, di dimensioni ridotte. Qual è la ratio di questa disposizione insensata? È un mistero che non esitiamo a definire idiota. Infatti, non si comprende perché un militare sia autorizzato in ogni circostanza a portarsi addosso una Beretta parabellum, ma non sia abilitato a impugnare all'occorrenza un revolver meno ingombrante, non letale, in una parola più difensivo che offensivo.

In questo diktat c'è qualcosa di schizofrenico e, quindi, di illogico. Io posso andare in giro con un cannone anche se mi reco al cinema, però mi è vietato avere in saccoccia una pistolina onde garantirmi un minimo di protezione da eventuali malintenzionati. C'è poi un aspetto comico che non va sottaciuto. Ancora a titolo esemplificativo: il prefetto di Bergamo boccia la richiesta di porto d'armi inoltrata da un carabiniere, pur consapevole che questi ha facoltà di tutelarsi con il suddetto «cannone» Beretta parabellum; mentre il prefetto di Parma non ha difficoltà a concederglielo. Da quando in qua ciò che vale a Parma non vale a Bergamo o a Messina o ad Aosta?

Se ne deduce che l'Italia ha federato soltanto la stupidità. In mancanza di un ordine buono per tutti, è fatale che si incrementi il caos, si affermi l'arbitrarietà come criterio di giudizio e trionfi la scemenza.
Da notare che il porto d'armi è stato revocato anche a coloro che lo possedevano da vent'anni; così, all'improvviso, in ottemperanza a una contraddittoria norma ripescata, dopo quasi un secolo, nei fondali delle leggine vintage . Che ogni prefetto interpreta a piacimento. Non basta: il pluricitato porto d'armi viene negato a carabinieri e poliziotti, ma accordato a tabaccai, droghieri, vigilantes e farmacisti per il solo fatto che costoro gestirebbero parecchio contante.

Dal che si evince che per il nostro legislatore acefalo vale maggiormente una mazzetta di banconote che non la vita di un agente. Invochiamo un intervento del governo affinché rimedi a questa imperdonabile sciocchezza, che è pari a quella che stabilisce la dotazione di auto per le caserme provinciali dei carabinieri. Occorre precisare che le stazioni dell'Arma, mediamente, hanno in garage due Fiat Punto, ottime per portare la famiglia a Cesenatico, ma non per inseguire i banditi che si dileguano su potenti Bmw. Servirebbe appellarsi al ministro Angelino Alfano, ma questi ci udirebbe?

Quelle trattative con il boss decisive per vincere la guerra

Carlo Maria Lomartire - Gio, 30/10/2014 - 08:49

Tra documenti storici ufficiali e narrativa ecco il primo accordo tra Stato e mafia che orientò le sorti del secondo conflitto


Pubblichiamo uno stralcio del libro del giornalista Carlo Maria Lomartire La prima trattativa Stato-mafia appena uscito in libreria. Il saggio racconta in forma narrativa e col supporto di documenti ufficiali la vicenda delle trattative tra Stato e mafia durante la Seconda guerra mondiale, da cui emerge un ritratto a tutto tondo del celebre boss Lucky Luciano.


Salvatore Lucania, al secolo "Lucky Luciano", boss mafioso

Nei primi giorni di febbraio del '43, in uno di quei loro incontri periodici che servivano a fare il punto sulla situazione nel porto di New York, la cui sicurezza sembrava ormai rientrata nei parametri della normalità, Haffenden rivelò a Polakoff qualcosa di grosso.

(...)«Quando dico che l'invasione dell'Europa comincia dall'Italia e dal Sud, intendo proprio il Sud dell'Italia. Sbarcheremo in Sicilia: il nome in codice è Operazione Husky. La pianificazione dell'organizzazione è stata affidata al generale Dwight Eisenhower. Credo che questo basti per dimostrare l'importanza che i comandi alleati attribuiscono all'operazione. Dicono che sarà la più colossale azione di sbarco della storia. Comunque metteremo piede in Europa per la prima volta dall'inizio della guerra».

«Perché proprio la Sicilia?». «Be', a parte considerazioni strategiche più generali, ci sono buone ragioni per ritenere che sull'isola possiamo trovare più collaborazione che altrove». «Quali sarebbero queste buone ragioni?». «Prima di tutto perché lì il fascismo pare che non abbia mai attecchito troppo. In Sicilia è sempre stato vivo un certo sentimento indipendentista, che in questi mesi sembra particolarmente fervido. E poi perché, come lei sa fin troppo bene, gli Stati Uniti hanno accolto centinaia di migliaia di immigrati siciliani. Il nostro esercito è pieno di gente originaria della Sicilia. Tutti bravi soldati».

(...) «Abbiamo bisogno, e rapidamente, di aggiornare e completare queste informazioni, perché l'operazione deve essere conclusa entro luglio. E c'è un solo modo per averle presto e attendibili: ottenerle da gente del posto, dai siciliani. Che amano molto gli Stati Uniti a cui, come le dicevo, sono legati anche dai vincoli di sangue creati dall'emigrazione. Ma, si sa, sono anche un popolo molto diffidente. Perciò chi può chiedere loro queste informazioni senza suscitare sospetti e chiusure se non altri siciliani, o meglio: americani originari della Sicilia?».

«Comincio a capire, temo». «Si tratta di contattare tutti i siciliani di immigrazione recente e metterli a disposizione dei nostri cartografi e navigatori per correggere, aggiornare e completare le carte esistenti. E pensiamo che nessuno meglio di Luciano, con l'aiuto dei suoi amici, possa radunare in fretta questa gente e convincerla a collaborare». «Era proprio quello che temevo». «Naturalmente questo ulteriore servigio renderebbe ancora più ingente il debito di riconoscenza dello zio Sam verso il suo cliente».

(...)Il nome di Luciano, assicurò la collaborazione dei più potenti boss della costa orientale: personaggi come Vito Genovese, che intanto era tornato in Italia, Albert Anastasia, Vincenzo Mangano, Frank Costello, Nick Gentile, Thomas Buffa, Frank e Joe De Luca, Joe Profaci, Toni Lopiparo, Leonard Calamia, Jim Balestrieri, Joseph e Peter Di Giovanni. Un gioco da ragazzi, per costoro, contattare, direttamente o indirettamente, centinaia di siciliani, non tutti necessariamente mafiosi ma tutti certamente disponibili, mettendoli in contatto con una squadra del Nis, detta per l'occasione «dei siciliani» e non a caso comandata da due ufficiali con origini siciliane: Paul Alfieri e il solito Anthony Marzullo, i quali rispondevano direttamente ad Haffenden. Con loro collaborava un gruppo di cartografi coordinato dal primo geografo-navigatore della Marina, George Tarbox.

(...)«Avvocato, faccia presente ai suoi amici dell'intelligence che le prigioni siciliane sono piene di antifascisti, uomini d'onore, perché gli uomini d'onore sono per forza antifascisti. Se per caso gli Alleati dovessero un giorno sbarcare in Sicilia, liberando questi prigionieri si farebbe un atto di giustizia. E poi potrebbero essere molto utili, questo glielo posso assicurare io». Moses colse perfettamente il senso della richiesta: liberare i mafiosi detenuti nelle carceri siciliane, considerandoli prigionieri politici, e impiegarli per assicurarsi il pieno controllo delle zone occupate. «Lo terrò presente», rispose.

(...) «È superfluo che io le dica, capitano, che nella loro grande maggioranza, le persone con cui abbiamo preso contatto per arricchire la nostra documentazione sulla Sicilia o che incontreremo dopo lo sbarco sono, chi più chi meno, tutte vicine alla mafia», fece notare, con discrezione, l'avvocato Polakoff ad Haffenden quando questi gli descrisse compiaciuto il lavoro fatto. «Affidarsi a loro dopo l'invasione significa accrescerne ulteriormente il controllo del territorio, dare loro più potere.

Oltre tutto sono ansiosi di rivalsa perché il fascismo è effettivamente riuscito, almeno in parte, a metterli momentaneamente in un angolo. Io li conosco, so come ragionano e come si muovono, non so se è prudente..». In realtà l'avvocato di Luciano non era minimamente preoccupato della rinascita della mafia in Sicilia. Semplicemente, ancora una volta voleva acquisire benemerenze con Haffenden per spenderle a favore della futura liberazione del suo assistito. «Lo capisco perfettamente, avvocato», lo interruppe secco l'ufficiale, «ma, come lei sa, noi ora stiamo facendo la guerra ai nazi-fascisti. Alla mafia penseremo in un altro momento».

(...)Proprio in quei primi giorni di febbraio del 1943 in cui Haffenden si assicurava la collaborazione di Luciano anche per spianare la strada all'invasione della Sicilia, accadde qualcosa che, partendo da altri ambienti, sembrò andare nella stessa direzione.

giovedì 30 ottobre 2014

Le 10 foto più inquietanti di sempre, ​ancora senza una spiegazione

Il Mattino
di Simone Pierini

ROMA - Le 10 foto più inquitenti di sempre, che racchiudono dei misteri che nessuno ancora è riuscito a svelare.Nella fotogallery allegata si mischiano i grandi quesiti dell'umanità. Dalla  vita dopo la morte alla presenza di alieni o di attività paranormali, dai viaggi nel tempo a fenomeni inspiegabili. Le immagini sono state analizzate e non risultano manomesse o modificate in nessun modo.

11. "Il Solway Firth Spaceman", scattata il 23 maggio 1964. La bimba appare senza alcuna anormalità, ma il ragazzo dietro è vestito con una tuta molto simile a quella di un astronauta.


22. "Lo squadrone della Royal Air Force", scattata nel 1919, due giorni dopo la morte dell'uomo che appare nel circoletto rosso, il meccanico Freddy Jackson.

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 3. "Cooper falling body photo". La prima foto della famiglia Cooper nella nuova casa. Una volta sviluppata l'immagine, ecco però apparire un intruso, appeso al soffitto. Un fantasma?


4 4. "Bande luminose". Strane luci, di differenti colori, immortalate tra il 1981 e il 1984. Un fenomeno che, malgrado i numerosi studi scientifici, non ha ancora una spiegazione.


55. "Viaggio nel tempo". La prova che l'uomo è riuscito a viaggiare nel tempo? Potrebbe essere questa foto scattata nel 1941 dove l'uomo evidenziato in rosso (quello più indietro dei due) mostra un abbigliamento e una macchina fotografica, con tanto di obiettivo, decisamente più moderne delle usanze del tempo.


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6. "Black Knight". Intorno alla nostra orbita c'è un satellite, chiamato Black Knight, che si ritiene venga usato per trasmettere i segnali dalla Terra, lavorando come una spia aliena.



77. La sopravvissuta all'11 settembre. La foto si commenta da sola: una donna in piedi tra le lamiere della torre sud del World Trade Center, esattamente nel piano colpito dall'aereo nel quale sarebbe divampato un incendio con temperature elevatissime. Lei appare incolume.



88. "Madonna con bambino e San Giovannino". L'opera La "Madonna con bambino e San Giovannino" di Domenico Ghirlandaio (1449-1494), sarebbe la prova dell'esistenza aliena. Sullo sfondo del dipinto due uomini indicherebbero uno strano oggetto. Un Ufo?






99. L'uomo che si affaccia sul vuoto del Grand Canyon non è solo. Alle sue spalle appare l'immagine di un ragazzo incappucciato. Il protagonista ha dichiarato di non aver visto nessuno. Mistero.


1010. La 'Dead Mountain'. La tragedia che ha visto nove alpinisti morti in circostanze misteriose. "I motivi della morte sono da attribuirsi a una causa naturale superiore".



giovedì 30 ottobre 2014 - 12:27   Ultimo agg.: 13:32

Guerra legale sul brevetto del Tutor «Lo avete copiato, dateci 7,5 miliardi»

Corriere della sera

di Edoardo Segantini

Una società fa causa ad Autostrade: lo abbiamo inventato noi nel 1999
La replica: il nostro sistema è diverso e originale, utilizza sensori sotto l’asfalto

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Il Tutor è il sistema che, rilevando la velocità media, protegge gli automobilisti tenendoli d’occhio e verificando se vanno troppo forte. Ma chi protegge i suoi inventori? Nessuno, sostengono Romolo Donnini e Alessandro Patanè, rispettivamente inventore e proprietario del software del sistema Sicve. Patanè ha denunciato Atlantia, holding di Autostrade per l’Italia, per contraffazione e altri reati. Atlantia ha citato lui in giudizio. Così, per il prossimo 3 dicembre, è stata fissata l’udienza al Tribunale di Roma. Il risarcimento richiesto è astronomico: 7,5 miliardi di euro.
La relazione finanziaria
Se ne occupa l’ultima relazione finanziaria semestrale di Atlantia, controllata dalla famiglia Benetton, in cui si legge: «Per tutelare la posizione del Gruppo a fronte di reiterate richieste economiche del Sig. Alessandro Patanè (...), afferenti alla titolarità del software del sistema Sicve (Safety Tutor), Autostrade per l’Italia e Autostrade Tech hanno notificato nei confronti del Sig. Patanè (...) un atto di citazione avanti al Tribunale di Roma, per veder accertata e dichiarata l’infondatezza delle pretese economiche dallo stesso vantate (...)». E, più avanti: «(...) tutte le domande riconvenzionali non hanno alcuna chance di accoglimento, essendosi i convenuti costituiti tardivamente e con richieste inammissibili e infondate nel merito».

L’udienza del 3 dicembre sarà il primo passo per verificare se la tranquillità che traspare dal documento della società - che non commenta la vicenda - troverà conferma. La storia inizia nel 1999 quando Donnini, titolare di una piccola impresa tecnologica di Greve in Chianti - la Craft - inventa e brevetta un «sistema di sorveglianza e controllo del traffico su strade e autostrade», depositato con il numero 013.10318. Come funziona? Il sistema legge le targhe posteriori grazie a due postazioni a distanza collegate con un computer che calcola i tempi di percorrenza e rileva le violazioni dei limiti di velocità.
La storia
Donnini mostra il suo sistema ad Autostrade, che si mostra poco interessata. Trova invece l’interesse della Polizia stradale. Così, secondo la sua ricostruzione, manda il brevetto alla Polizia stradale e da quel giorno, per anni, non riceve più risposta. «Poi, nel 2004 - racconta l’imprenditore - Polizia stradale e Autostrade annunciano di aver inventato e brevettato un rivoluzionario sistema di rilevamento della velocità media (Sicve) per il controllo dei veicoli. Cioè la stessa invenzione brevettata da me». Scopre poi che «anche Autostrade ha presentato domanda di brevetto»: secondo Donnini una «pedissequa copiatura» della sua invenzione, «camuffata con la specificazione di una componente secondaria».

La differenza riguarda il fatto che nel sistema Craft, al passaggio del veicolo, le telecamere vengono attivate da raggi luminosi («spire virtuali»), mentre il Tutor di Autostrade usa sensori situati sotto l’asfalto («spire induttive»). Donnini tenta la transazione: chiede un milione e mezzo di euro, gliene offrono centocinquantamila. Non trovando l’accordo, fa causa ad Autostrade per contraffazione del brevetto.

Per evitare la condanna, nel 2006 Autostrade ritira la sua domanda di brevetto. Però difende l’originalità della propria apparecchiatura, affermando che le differenze rispetto al «metodo» Craft sono tutt’altro che secondarie e che il suo sistema è diverso proprio in quegli elementi accessori. Chiede la nullità del brevetto Craft, sostenendo che nel mondo esistono già brevetti analoghi.
Guerra legale
Il Tribunale di Roma riconosce la validità del brevetto toscano, in quanto «ha caratteristiche distintive innovative rispetto alla tecnica nota». Ritiene però che il sistema di Autostrade non rappresenti contraffazione del brevetto Craft per la presenza di sensori diversi (le spire induttive) rispetto a quelle virtuali. In altre parole: per i giudici il brevetto Craft è valido, però Autostrade non ha copiato.

Nel 2008, poi, Craft concede licenza d’uso del suo brevetto alla Alessandro Patanè srl, la società detentrice della proprietà intellettuale del software che gestisce il Tutor di Autostrade. Dopo anni di contrasti legali, Patanè sporge querela per aggiotaggio, turbativa d’asta, truffa e contraffazione. A cui Atlantia - che dal Tutor, gestito dalla Polizia Stradale, afferma di non ricevere ritorno economico - risponde con l’atto di citazione. La guerra del brevetto continua.

30 ottobre 2014 | 11:05

Togliere il segreto di Stato agli atti sul rapimento di Aldo Moro»

Corriere della sera

La Commissione Moro,dopo l’audizione di Minniti, ha votato per chiedere Renzi la declassificazione dei documenti che riguardano i 55 giorni del sequestro dello statista

 

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Al termine dell’audizione del sottosegretario con delega ai servizi segreti Marco Minniti, la commissione Moro ha votato per chiedere alla Presidenza del Consiglio l’estensione della direttiva sulla declassificazione degli atti riguardanti le stragi tra il 1969 e l’84 anche ai 55 giorni del rapimento Moro. Il Sottosegretario ha detto che segnalerà subito l’istanza a Palazzo Chigi.
«Sono 12.500 gli atti secretati su Moro»
Gero Grassi, vice presidente del gruppo Pd alla Camera ha dichiarato: «È stata positiva la prima audizione svolta dalla Commissione d’inchiesta sul caso Moro con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, Marco Minniti, il quale ci ha detto che esistono ben 12.500 atti relativi al sequestro e alla uccisione del leader Dc attualmente secretati. 474 di questi sono stati emessi da Enti stranieri (i soli che possono autorizzarne la declassificazione, che in genere viene negata)». «Minniti ha precisato che la declassificazione degli atti riguarda la tipologia e non comporta automaticamente la pubblicità, ma che il governo è disponibile a collaborare attivamente con la Commissione fornendo i documenti senza gli omissis con cui sono stati depositati all’Archivio di Stato.

Abbiamo fatto presente al sottosegretario che la Commissione parlamentare ha due anni per svolgere la propria attività: dunque non c’è molto tempo, considerando che la Direttiva Prodi sulla declassificazione degli atti, emessa nel 2008, ha dato i suoi effetti due anni dopo e che la Direttiva Renzi relativa alle stragi, che avrà comunque effetti nel 2015, non riguarda quelli relativi al caso Moro: per questo abbiamo votato alla unanimità un documento per chiedere alla Presidenza del Consiglio l’estensione di quella Direttiva. Mi pare comunque che potremo contare sulla piena collaborazione del governo e questo è molto importante per il lavoro che ci aspetta».

29 ottobre 2014 | 17:01



L’americano che aiutò Cossiga «Non dovevamo salvare Moro»

Corriere della sera

di Giovanni Bianconi

Pieczenik: ero terrorizzato, vivevo in albergo con la pistola che mi diede il ministro

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Davanti al magistrato italiano, il protagonista «amerikano» del caso Moro mostra di avere un’alta considerazione di sé. Vuole essere chiamato «dottor Pieczenik», rivendicando il titolo di medico psichiatra al servizio del governo degli Stati Uniti. Nella primavera del 1978, durante il sequestro del leader democristiano, fu inviato in Italia per assistere il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Il suo ruolo - rimasto sempre piuttosto misterioso - venne alla luce molto più tardi, e dopo tante interviste e affermazioni spesso ambigue Steve Pieczenik, oggi settantenne, è stato interrogato per la prima volta da un inquirente italiano.

Il 27 maggio scorso il pubblico ministero della Procura di Roma Luca Palamara è andato ad ascoltarlo in Florida, con l’assistenza di un magistrato statunitense. Quello che segue è il resoconto della sua testimonianza, raccolta a 36 anni di distanza dai fatti in un’indagine che tenta, se non di scoprire nuove verità, almeno di dissipare ombre. All’epoca Pieczenik veniva considerato un esperto di sequestri: «Ero appena riuscito a negoziare il rilascio di circa 500 ostaggi americani a Washington in tre diversi palazzi utilizzando tre ambasciatori arabi... Cossiga è venuto a sapere di me e ha chiesto al segretario di Stato Cyrus Vance di chiedermi se potevo andare ad aiutarli nel rapimento di Aldo Moro».

Il caso Moro, la notte buia della Repubblica  Il caso Moro, la notte buia della Repubblica
Il caso Moro, la notte buia della Repubblica  
Il caso Moro, la notte buia della Repubblica  
Il caso Moro, la notte buia della Repubblica
Allo psichiatra statunitense sbarcato a Roma una decina di giorni dopo la strage di via Fani in cui le Brigate rosse avevano sterminato la scorta del presidente della Dc e portato via il prigioniero, erano state date consegne precise per la sua collaborazione col governo italiano: «L’ordine non era di far rilasciare l’ostaggio, ma di aiutarli nelle trattative relative ad Aldo Moro e stabilizzare l’Italia». Poi aggiunge: «In una situazione in cui il Paese è totalmente destabilizzato e si sta frantumando, quando ci sono attentati, procuratori e giudici uccisi, non ci possono essere trattative con organizzazioni terroristiche...
Se cedi l’intero sistema cadrà a pezzi». Aveva paura anche per se stesso, il consigliere americano: «Ero terrorizzato, non avevo nessuna protezione, mi hanno messo in una abitazione sicura con due carabinieri senza pistola e senza munizioni, e sono andato via... Cossiga mi ha dato una pistola Beretta 7.4 mm e qualcuno che venisse con me per allenarmi a sparare, non ero vestito in modo formale ma con i jeans, in incognito... Mi ero trasferito all’hotel Excelsior. Ho trascorso tutte le notti con una pistola tra le gambe, pronto a sparare a chiunque».
Pieczenik trascorse le sue giornate romane per lo più nell’ufficio di Cossiga, insieme a «uno psichiatra italiano» (probabilmente il criminologo Franco Ferracuti, iscritto alla Loggia P2 di Licio Gelli) e al giudice Renato Squillante, all’epoca consigliere del ministro dell’Interno. Il pm Palamara gli chiede che cosa ha fatto in concreto, e il testimone risponde: «Dovevo valutare che cosa era disponibile in termini di sicurezza, intelligence, capacità di attività di polizia, e la risposta è stata: niente. Ho chiesto a Cossiga cosa sapeva delle trattative con gli ostaggi e lui non sapeva niente; in terzo luogo dovevo assicurarmi che tutti gli elementi che negoziavamo dovevano diminuire la paura e la destabilizzazione dell’Italia; quarto: dovevamo valutare la capacità delle Br nelle trattive e sviluppare una strategia di non-negoziazione, non-concessioni».

Nella sostanza, Pieczenik voleva «costringere le Br a limitare le richieste in modo che avessero una sola cosa possibile da fare, rilasciare Moro». Andò al contrario, come il consigliere statunitense ha confidato in un libro scritto da un giornalista francese e crudamente intitolato «Abbiamo ucciso Aldo Moro». Ma adesso Pieczenik prova a fare marcia indietro: «Programmi tv e interviste per me sono solo spettacolo e finzione, ciò che dico alla stampa o nelle interviste è disinformazione». E dunque, quasi si spazientisce il pm Palamara, è vero o no che secondo Pieczenik lo Stato italiano ha lasciato morire il presidente dc? Risposta: «No, l’incompetenza dell’intero sistema ha permesso la morte di Aldo Moro. Nessuno era in grado di fare niente, né i politici, né i pubblici ministeri, né l’antiterrorismo. Tutte le istituzioni erano insufficienti e assenti».

Lo specialista arrivato da Washington sostiene di essersi limitato a leggere i comunicati delle Br, che avevano una «strategia molto facile», rendendosi conto che il governo italiano non era in grado di fare nulla. Quindi, dopo aver sponsorizzato la linea della fermezza appoggiata dal partito comunista, ripartì alla volta degli Usa, a sequestro ancora in corso. Come se la sua missione fosse compiuta: «Cossiga era un uomo estremamente intelligente che ha capito molto in fretta ciò che doveva fare, ed è stato in grado di attuarlo...

Continuare a cercare di stabilizzare l’Italia e continuare la politica di non-negoziazione, nessuno scambio di terroristi e nessun altro scambio». Rientrato in patria, il consigliere venne a sapere che Moro era stato assassinato: «Ho pensato che sfortunatamente le Br erano dei dilettanti, e avevano fatto davvero un grande sbaglio. La peggior cosa che un terrorista possa fare è uccidere il proprio ostaggio. Uccidendo Aldo Moro hanno vinto la causa sbagliata e creato la loro autodistruzione».
Dopo il sanguinoso epilogo, Pieczenik sostiene di non aver seguito gli sviluppi del caso Moro, né avuto altri contatti con il governo italiano: «Ho fatto il mio lavoro e sono tornato a casa, ero felice di aiutare l’Italia...

Poi sono stato impegnato nella caduta dell’Unione Sovietica... L’America e io abbiamo abbattuto l’Urss, portato la libertà in Cambogia, abbattuto il partito comunista cinese e integrato l’Unione Europea, ma l’Italia non è cambiata, ha un tasso di crescita negativo, una disoccupazione elevata... Penso che abbiate oggi un problema più grave di quello che avete avuto nel rapimento di Aldo Moro» .

17 luglio 2014 | 07:46



Ex ispettore: «Servizi aiutarono le Br a rapire Moro e a uccidere la scorta»

Corriere della sera

Testimonianza all’Ansa di un poliziotto che ha indagato su due uomini forse appartenenti al Sismi che erano in via Fani il 16 marzo 1978

 

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Una testimonianza che, se troverà riscontri giudiziari, dimostrerebbe che i servizi segreti avrebbero aiutato le Brigate Rosse ad uccidere Aldo Moro. «Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani quando fu rapito Moro. Diede riscontri per arrivare all’altro. Dovevano proteggere le Br da ogni disturbo. Dipendevano dal colonnello del Sismi che era lì». Enrico Rossi, ispettore di polizia in pensione, racconta all’Ansa la sua inchiesta.
Inchiesta
L’ispettore racconta che tutta l’inchiesta è nata da una lettera anonima inviata nell’ottobre 2009 a un quotidiano. Questo il testo: «Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia.

La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente...». L’anonimo fornì anche concreti elementi per rintracciare il guidatore della Honda. «Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più».
La lettera
Il quotidiano all’epoca passò alla questura la lettera per i dovuti riscontri. A Rossi, che ha sempre lavorato nell’antiterrorismo, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011 «in modo casuale: non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani». Sarebbe lui l’uomo che secondo uno dei testimoni più accreditati di via Fani - l’ingegner Marini - assomigliava nella fisionomia del volto ad Eduardo De Filippo. L’altro, il presunto autore della lettera, era dietro, con un sottocasco scuro sul volto, armato con una piccola mitraglietta.

Sparò ad altezza d’uomo verso l’ingegner Marini che stava «entrando» con il suo motorino sulla scena dell’azione. L’ingegner Marini si salvò solo perché cadde di lato quando una raffica partita da quello che a lui sembrava un piccolo mitra fu scaricata contro di lui proprio da uno dei due che viaggiavano sulla moto. I proiettili frantumarono il parabrezza del suo motorino con il quale l’ingegnere cercava di passare all’incrocio tra via Fani e via Stresa. Di certo da quella moto si sparò per uccidere Marini, tanto che i brigatisti sono stati condannati in via definitiva anche per il tentato omicidio dell’ingegnere. Marini testimoniò, ma poi impaurito dalle minacce, 3 anni dopo andò a vivere in Svizzera.
Accertamenti
«Chiedo di andare avanti negli accertamenti - aggiunge Rossi - chiedo gli elenchi di Gladio, ufficiali e non, ma la «pratica» rimane ferma per diversi tempo. Alla fine opto per un semplice accertamento amministrativo: l’uomo ha due pistole regolarmente dichiarate. Vado nella casa in cui vive con la moglie ma si è separato. Non vive più lì. Trovo una delle due pistole, una beretta, e alla fine, in cantina poggiata o vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo “Moro rapito dalle Brigate Rosse”, l’altra arma». È una Drulov cecoslovacca, una pistola da specialisti a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice. Rossi insiste: vuole interrogare l’uomo che ora vive in Toscana con un’altra donna ma non può farlo.

«Chiedo di far periziare le due pistole ma ciò non accade». Ci sono tensioni e alla fine l’ispettore, a 56 anni, lascia. Va in pensione, convinto che si sia persa «una grande occasione perché c’era un collegamento oggettivo che doveva essere scandagliato». Poche settimane dopo una «voce amica» gli fa sapere che l’uomo della moto è morto e che le pistole sono state distrutte. Rossi attende molti mesi- dall’agosto 2012 - prima di parlare, poi decide di farlo, «per il semplice rispetto che si deve ai morti». Il signore su cui indagava Rossi è effettivamente morto - ha accertato l’Ansa - nel settembre del 2012 in Toscana. Le pistole sembrerebbero essere state effettivamente distrutte, ma il fascicolo che contiene tutta la storia dei due presunti passeggeri della Honda è stato trasferito da Torino a Roma dove è tuttora aperta un’inchiesta della magistratura sul caso Moro.

23 marzo 2014 | 17:59



Caso Moro, l’antologia dei misteri e le risposte non date alla vedova

Corriere della sera

di Giovanni Bianconi

Da Gradoli alla polizia «impreparata»: tutte le incongruenze

 

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ROMA - «Posso soltanto dirle che nel 1978 lo Stato era assolutamente impreparato rispetto a emergenze di quel tipo. Non sapeva quasi niente della realtà del terrorismo». Peccato che quando sequestrarono Aldo Moro uccidendo i cinque agenti di scorta, le Brigate rosse esistessero da otto anni e avessero già messo a segno rapimenti clamorosi, assassinato magistrati, avvocati, uomini delle forze dell’ordine, sparato su politici, giornalisti, dirigenti carcerari. Eppure, disse candidamente nel 1992 l’allora capo della polizia Vincenzo Parisi, «si era in una situazione di debolezza neanche lontanamente sospettabile; perciò, vedendo in retrospettiva come fu condotta la gestione del sequestro Moro, posso dire che essa fu del tutto artigianale e non adeguata alla situazione».

Sarà. Ma rilette oggi, queste frasi pronunciate davanti alla commissione d’inchiesta sulle stragi nel gennaio ‘92 suonano come la conferma di uno degli enigmi che resistono a trentasei anni di distanza dal fatidico 16 marzo 1978, giorno della strage di via Fani e del rapimento del presidente democristiano, ammazzato dopo 55 giorni di prigionia: come mai le istituzioni erano così «impreparate» di fronte alla pericolosità delle Br che imperversavano e proclamavano ai quattro venti di voler attaccare «il cuore dello Stato»?

È solo una delle tante domande senza risposta racchiuse in una vera e propria «antologia dei misteri» del caso Moro pubblicata sul sito internet dei deputati del Pd a cura del vicepresidente Gero Grassi (pugliese come Moro), che vorrebbe una nuova indagine parlamentare. Utile non si sa quanto, a tanto tempo dai fatti. Tuttavia il riassunto, in 400 pagine, di testimonianze e relazioni raccolte dalle precedenti commissioni d’inchiesta certifica i troppi punti oscuri sul delitto politico che maggiormente ha segnato la storia della Repubblica. Custoditi negli archivi del Parlamento. Una giungla di quesiti (non tutti ugualmente importanti) in cui ciascuno può approfondire quelli che più lo inquietano. Alcuni però sembrano più macroscopici di altri, anche per come sono emersi - e rimasti irrisolti - dagli stessi atti.
Via Gradoli e il ruolo di Moretti
Ad esempio l’informazione su Gradoli, ufficialmente arrivata dalla parodia di una seduta spiritica, il famoso «gioco del piattino», a cui parteciparono Romano Prodi e altri professori che in seguito avrebbero ricoperto cariche importanti. Fu lo stesso Prodi a trasmetterla ai vertici della Dc. «Anche se ci siamo trovati in questa situazione ridicola, noi siamo esseri ragionevoli - spiegò nell’audizione del 1981 -. Se soltanto qualcuno avesse detto di conoscere Gradoli, io mi sarei guardato bene dal dirlo.
È apparso un nome che nessuno conosceva, allora per ragionevolezza ho pensato di dirlo». A parte la credibilità dell’origine della notizia, il mistero ulteriore è che le ricerche si concentrarono nel paese di Gradoli dove non c’era nulla, senza andare in via Gradoli dove invece abitava Mario Moretti, il capo brigatista che in quei giorni interrogava l’ostaggio.

Eleonora Moro, moglie del presidente dc, chiese perché non si cercasse una strada romana con quel nome. «La risposta che ancora oggi mi lascia senza parole è stata: “Non c’è nelle pagine gialle!”», riferì in Parlamento. Invece c’era, e c’erano pure i brigatisti. Ma il covo fu scoperto solo il 18 aprile, a causa di una strana infiltrazione d’acqua. In casa non c’era nessuno e Moretti si salvò, alimentando i dubbi manifestati nel ‘95 da Corrado Guerzoni, collaboratore di Moro: «Moretti ha stabilito con qualcuno una convenienza reciproca per la gestione del sequestro, e ha potuto viaggiare tranquillo per l’Italia senza che nessuno lo fermasse. Nessuno ha avuto interesse a trovare Moro».
Le carte sparite e il Vaticano
Lo stesso giorno fu recapitato il falso comunicato numero 7 delle Br, secondo il quale l’ostaggio era stato ucciso e il cadavere gettato nelle acque (ghiacciate) del lago della Duchessa, sulle montagne tra Lazio e Abruzzo. L’ex sottosegretario all’Interno Lettieri ammise nel 1980: «È un altro di quegli episodi sconcertanti che si sono verificati. Non voglio esimermi da responsabilità, ma tutti abbiamo dato credito a quella pista». In realtà il magistrato inquirente nemmeno andò sul posto, tanto il comunicato era palesemente inattendibile, mentre il ministro dell’Interno Francesco Cossiga lo accreditò per ore. Altro mistero, insieme a quelli su chi l’ha ideato e chi l’ha confezionato.

Sulla scomparsa dei resoconti su indagini e riunioni svolte al ministero indagò la commissione stragi che nel ‘92 concluse: «La mancanza negli archivi del Viminale di tutta la documentazione non trova alcuna plausibile giustificazione... Si conferma una costante dell’“affare Moro”: prove importanti sulla gestione della crisi sono sottratte agli organi istituzionali, ma non è escluso che altri ne disponga e le utilizzi o minacci di farlo nel momento più conveniente». Anche sul ruolo del Vaticano e di don Antonello Mennini, «postino» di alcune lettere di Moro, restano quesiti aperti. Come le pressioni su Paolo VI per evitare ogni apertura nella lettera agli «uomini delle Brigate rosse», o i sospetti che quel sacerdote sia stato anche un «canale di ritorno» dalla prigione del presidente dc.

È tutto scritto nelle carte del Parlamento, dai piduisti al vertice dei servizi segreti alle tante forzature sulla «non autenticità» delle lettere di Moro, al loro ritrovamento insieme a pezzi di memoriale in via Montenevoso, 12 anni dopo la scoperta del covo milanese. Fino alle domande di Eleonora Moro, che due anni dopo la morte del marito si chiedeva, a proposito delle Br: «Certo, ci sarà stata la loro parte di lavoro. Ma chi ha armato e animato questa gente a fare queste cose? Chi ha tenuto le fila in modo tale che non si poteva comunicare durante il tempo che mio marito era sequestrato? Come mai questa linea di condotta così dura era già stata presa così nettamente, un’ora dopo la strage di via Fani?».
La signora Moro è morta nel 2010, senza avere le risposte che cercava .

16 marzo 2014 | 09:07

Lo Stato licenzia, ma solo pecore e porci

Marcello Veneziani - Mar, 28/10/2014 - 15:40

Con grave turbamento ho appreso ieri che è stata licenziata la Pecora di Stato

Con grave turbamento ho appreso ieri che è stata licenziata la Pecora di Stato. Non si tratta, come potete pensare, di un dipendente pubblico conformista e gregario, di limitata intelligenza, che si lascia condurre dal dirigente pastore e si lascia intimorire dal lupo sindacale, ma di un ovino vero. Anzi di ben mille pecore che vivono a spese dello Stato e brucano erba del comparto pubblico.

C'è perfino il Porco di Stato, che non è un dipendente corrotto e ingordo, poco attento all'igiene, e benché sia della cinta senese, non c'entra col Monte dei Paschi. È un suino vero, in carne e setole. Con loro ci sono anche centinaia di cavalli, cinghiali e perfino daini e cervi. Che ci fanno nel settore pubblico, hanno superato un regolare concorso o lo Stato è davvero l'arca di Noè che imbarca pecore e porci? No, fanno parte del patrimonio del Corpo forestale che per risparmiare, sta tagliando immobili, veicoli e animali. Se vi sorprende sapere che lo Stato vende pecore e porci, io mi sorprendo invece a sapere che lo Stato ha mantenuto finora migliaia di capi di bestiame (chi si pappava poi la loro carne?). Sembra la fattoria degli animali di Orwell, col suo Stato-incubo.

Immagino ora l'angoscia della pecora dopo una vita da statale a dover affrontare i lupi del libero mercato. E così il maiale in balia degli appetiti privati, giacché chi se lo accaparrerà non penserà mica di adottarlo e mantenerlo agli studi. Si sentiranno anche loro vittime della spending review d'Europa e fonderanno il Movimento 5 stalle.

Amelia Earhart, «l’aviatrice morì di stenti su questo atollo»

Corriere della sera

di Guido Olimpio

L’americana è scomparsa nel Pacifico nel 1937 durante un avventuroso volo. Un foglio di alluminio, recuperato 25 anni fa, potrebbe appartenere al velivolo dell’aviatrice

Un altro passo nel mistero di Amelia Earhart, l’americana scomparsa nel Pacifico nel 1937 durante un avventuroso volo. Un foglio di alluminio, recuperato 25 anni fa sull’atollo di Nikumaroro, potrebbe appartenere al velivolo dell’aviatrice. Dell’esistenza di questo reperto si è parlato più volte, ma adesso gli specialisti del Tighar, il gruppo che indaga sul giallo, sono quasi certi di avere la prova: quel frammento ha una sorta di «impronta» che lo collega all’aereo, l’ Electra. Un pannello che era stato sistemato durante uno scalo a Miami (dettagli raccontati dal sito News.discovery.com).
Il mistero della scomparsa
È un caso intricato. Amelia decolla da Lae, Nuova Guinea, il 2 luglio 1937. A bordo, con lei, il navigatore Freed Noonan. Si dirigono verso est, la prossima tappa è l’isola di Howland. Non vi arriveranno mai. L’aereo scompare nella zona di Nikumaroro, 2 mila chilometri a sud ovest delle Hawaii. Le ricerche non portano a risultati, troppo vasta l’area. Solo tre anni dopo sull’atollo sono recuperate ossa umane e due scarpe. Elementi che però nel frattempo vanno perduti.

Amelia «Lady Lindy», l’aviatrice dei record Amelia «Lady Lindy», l’aviatrice dei record
Amelia «Lady Lindy», l’aviatrice dei record 
Amelia «Lady Lindy», l’aviatrice dei record
Ipotesi e tracce
Molte le ipotesi. C’è chi pensa che Amelia sia stata catturata dai giapponesi e accusata di spionaggio. O che abbia organizzato una finta scomparsa. Teorie che si inseguono insieme alla nuove ricerche. Importanti quelle degli specialisti del Tighar che, dopo una spedizione a Nikumaroro, tornano con indizi importanti. Resti di un vasetto di crema che l’aviatrice era solita usare, pezzi di due bottigliette degli anni 30, ossicini di animali tra le pietre di un focolare. E il pezzo di alluminio.
L’avaria
Per gli investigatori l’aereo ha avuto un’avaria costringendo Amelia ad un atterraggio d’emergenza a Nikumaroro. Un impatto, però, che non mette fuori uso la radio, tanto è vero che l’aviatrice ha mandato dei segnali di emergenza che sono interpretati come degli scherzi. Senza viveri e acqua, l’aviatrice e Noonan hanno cercato di organizzarsi con quel poco che c’è sull’atollo. Un tentativo disperato. Alla fine sono morti di stenti mentre il mare e le tempeste hanno fatto sparire il relitto. Che però, secondo alcuni, potrebbero essere comunque nelle vicinanze dell’isola.

29 ottobre 2014 | 21:16

Un precedente assai spiacevole

Corriere della sera

di Michele Ainis

Ieri è entrato in scena il Precedente. Ossia un fatto istituzionale mai avvenuto prima, che però da qui in avanti potrà replicarsi all’infinito. È la grammatica delle democrazie, intessute di regole scritte e d’interpretazioni iscritte nella storia. E il Quirinale non fa certo eccezione. Anzi: ogni presidente è un precedente per chi viene dopo, ciascuno consegna al successore un capitale d’esperienze diverso da quello che lui stesso aveva ricevuto. Nel luglio 2012 Napolitano sollevò un conflitto contro i magistrati di Palermo, dinanzi ai quali ora ha accettato di deporre. In quell’occasione citò Luigi Einaudi, per ribadire l’esigenza che nessun precedente alteri il lascito del Colle. Esigenza giusta, ma al contempo errata. Per soddisfarla a pieno, dovremmo fermare l’orologio.

Da qui la lezione che ci impartisce la vicenda. Napolitano avrebbe potuto rifiutarsi di testimoniare, come ha ammesso la stessa Corte di Palermo. Poteva farlo perché l’articolo 205 del codice di rito configura la sua testimonianza su base volontaria, escludendo qualsiasi mezzo coercitivo. Bastava dire no, e anche il diniego avrebbe offerto un precedente. Invece ha detto sì. E ha fatto bene: chi non ha nulla da nascondere non deve mai nascondersi. Ecco perché lascia un retrogusto amaro la decisione di tenere l’udienza a porte chiuse. Forse la diretta tv avrebbe compromesso il prestigio delle nostre istituzioni. O forse no: dopotutto nel 1998 la testimonianza di Bill Clinton sul caso Lewinsky si consumò a reti unificate. In ogni caso era possibile esplorare una via di mezzo, magari una trasmissione radiofonica, magari un resoconto dalla stampa accreditata.

Perché la qualità del precedente si misura dalla sua ragionevolezza. Dipende perciò dall’attitudine a comporre istanze contrapposte, forgiando un modello cui potrà attingersi in futuro. Specie quando ogni istanza rifletta un valore costituzionale, come succede in questo caso: l’autonomia della magistratura; il diritto di difesa, che vale pure per Riina; il riserbo sulle attività informali del capo dello Stato. Ma c’è ragionevolezza nel processo di Palermo? A osservare l’aggressività dei pm, parrebbe di no; non a caso quel processo ha già innescato un conflitto fra poteri.

A valutare talune decisioni del collegio giudicante, parrebbe di sì: per esempio la scelta di non ammettere in videoconferenza i boss mafiosi nel palazzo che rappresenta la Repubblica, bensì soltanto i loro difensori. E quanto è stato ragionevole l’esame testimoniale? Non lo sappiamo, bisogna attendere la diffusione del verbale. Nel frattempo girano versioni contrastanti, i presenti rilasciano interviste, le interviste inondano i tg. Ma che l’avvocato di Riina diventi per un giorno il portavoce del Quirinale, almeno questo è un paradosso che potevamo risparmiarci.

29 ottobre 2014 | 07:32

Un sindacalista tutto d'oro. Stipendio e pensione da nababbo per l'ex segretario Bonanni

Luisa De Montis - Mer, 29/10/2014 - 15:42

Dai 118.186 euro del 2006 fino ai 336mila euro di pochi mesi fa. Guadagna più di Obama

 

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Uno stipendio da nababbo. Raffaele Bonanni, ex segretario della Cisl, da quando si è insediato a capo del sindacato ha visto aumentare vertiginosamente il proprio stipendio. Infatti, secondo quanto scrive il Fatto quotidiano, Bonanni, oltre a percepire una pensione da nababbo (8.593 euro lordi al mese), dal 2006 ha beneficiato di incrementi salari notevoli. Dai 118.186 euro del 2006 fino ai 336mila euro di pochi mesi fa. Insomma, Bonanni, oltre a superare abbondantemenre il tetto per i manager pubblici, nel suo ultimo anno guadagnava più del presidente americano Barack Obama (che percepisce circa 275mila euro).

"Il sindacalista viene eletto segretario generale della Cisl nel 2006. Fino a quella data era segretario confederale e guadagnava meno di 80mila euro lordi all'anno. 75.223 nel 2003, 77.349 nel 2004 e 79.054 nel 2005. Quando diventa segretario generale, secondo il regolamento interno alla Cisl, il suo stipendio viene incrementato del 30%. Quindi, secondo le regole interne, avrebbe dovuto guadagnare circa 100mila euro lordi annui. Nel 2006, la Cisl dichiara all'Inps una retribuzione lorda, ai fini contributivi, di 118.186 euro. Un po' più alta di quella prevista ma non molto. Le stranezze devono giungere con gli anni seguenti. 

Nel 2007, infatti, la retribuzione complessiva dichiarata all'Inps è di 171.652 euro lordi annui. Che aumenta ancora nel 2008: 201.681 annui. L'evoluzione è spettacolare, gli incrementi retributivi di Bonanni sono del 45% e poi del 17%. Ma la progressione continua: nel 2009, la retribuzione è di 255.579 (+26%), nel 2010 sale "di poco" a 267.436 (+4%) mentre nel 2011 schizza a 336.260 con un aumento del 25%", si legge sul quotidiano di Padellaro. Come se non bastasse, Bonanni è riuscito a sfuggire sia alle modifiche introdotte nel 1995 dalla riforma Dini sia dalla riforma Fornero.

La sinistra attacca ancora: «Così è un ricatto»

GdF - Mer, 29/10/2014 - 07:00

Alla sinistra che siede a Palazzo Marino la prima figuraccia non è bastata. E all'annuncio della decisione degli stilisti Dolce e Gabbana di restituire l'Ambrogino, replica che sarebbe «solo un atto di arroganza».
 

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Soprattutto «nei confronti della città». Parole del presidente del consiglio comunale Basilio Rizzo eletto nelle liste della Sinistra per Pisapia. «Il punto è che chi riceve questa onorificenza deve essere al di sopra di ogni sospetto ed essere un esempio per tutti. Se avessero voluto restituirlo, avrebbero dovuto farlo subito», ha spiegato ieri Rizzo, autore con Aldo Ugliano (allora consigliere del Pd e oggi presidente di Zona 5) nel gennaio 2011 della mozione per chiedere la revoca della benemerenza. La restituzione oggi, dice Rizzo «sarebbe solo un atto di arroganza. L'Ambrogino è un atto della città, se Dolce e Gabbana ce l'hanno con me o con D'Alfonso se la prendano con me e D'Alfonso, non con Milano».

Il vice presidente del consiglio comunale Riccardo De Corato (Fratelli d'Italia) chiede, invece, «le scuse o le dimissioni» dell'assessore Franco D'Alfonso per «rimediare» alle sue affermazioni del 2013 ed evitare che i due stilisti restituiscano in segno di protesta l'Ambrogino ricevuto dal Comune. «Il centrosinistra - conclude - tratta così le eccellenze di Milano». D'accordo con D&G anche il coordinatore cittadino di Forza Italia Giulio Gallera pronto a censurare D'Alfonso: «Già allora mi ero scagliato a difesa dei due stilisti e di quello che rappresentano per Milano e contro il becero giustizialismo d'accatto di un assessore che invece di tutelare le eccellenze della città, le offende e le umilia esponendole al pubblico ludibrio con inutili processi fai da te».