venerdì 3 gennaio 2014

Quando i comunisti mangiavano i bambini»

Corriere della sera

Un libro dello storico Stefano Pivato spiega com’è nata la leggenda. Anni ‘20: carestia in Urss, poi casi (veri) di antropofagia. La notizia (falsa) di rapimenti rilanciata dalla Rsi. Le elezioni e i manifesti

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«Papà salvami!», «Madre! Salva i tuoi figli dal bolscevismo!». Stalin nelle sembianze mostruose di un orco. La falce e il martello impressi nelle fauci di ragni orribili. Soldati russi e alleati raffigurati come spettri. Tutto su pieghevoli, pagine di riviste, manifesti dalle tinte caravaggesche illustrati sovente da chine illustri, quelle di Luigi Boccasile e Walter Molino. Un periodo tra il 1944 (siamo a Salò, e il fronte divide l’Italia in due) e la metà dei Cinquanta (nell’Italia della ricostruzione).
Ad arroventare gli anni tra guerra mondiale e guerra fredda c’è stata (anche) quell’accusa di mangiare i bambini, l’invenzione in assoluto più fortunata della propaganda anticomunista. Una leggenda fiorita sulla verità degli episodi di cannibalismo registrati in Unione Sovietica durante le terribili carestie degli anni Venti e Trenta.

I MANIFESTI DI MOLINO E BOCCASILE - A raccontare come tale leggenda sia nata e si sia ingrossata nel tempo è un libro - intitolato «I comunisti mangiano i bambini» - di Stefano Pivato, docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi Carlo Bo di Urbino. Il saggio, edito dal Mulino, è ricco di illustrazioni d’epoca. Da «La Domenica del Corriere» del 1944 con la rappresentazione della falsa notizia sulla deportazione in Unione Sovietica dei bambini siciliani, trattata e ingigantita poi dal manifesto della Repubblica di Salò rivolto alle mamme italiane («Chi salverà i vostri figli?»), all’orco comunista, appunto, con le sembianze di Stalin. Che terrorizza pure quel bambino sotto le spoglie del nuovo anno del ’55.

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IN TUTTE LE LINGUE - Quella frase - «i comunisti mangiano i bambini» - Pivato è andato a cercarla pure su Google. Le citazioni sono centinaia di migliaia. Il web le ha moltiplicate in tutte le lingue. «Les communistes qui mangent les enfants», «kommunisten fressen kleine kinder», «communists eat babies», «los comunistas se comen a los nino». Non mancano le traduzioni in cinese e russo. Una diffusione planetaria per una leggenda che trova le sue radici in quelle storie di antropofagia registrate nella ex Urss e di cui diedero testimonianza le stesse autorità sovietiche anche in resoconti dell’epoca. Tanta fame, i cadaveri mangiati per sopravvivere. Oltre a diversi cronisti (pure Benito Mussolini nel 1922, non ancora duce, sulle colonne del Popolo d’Italia) lo raccontarono scrittori - russi e non -, intellettuali e dissidenti come Gorkij, Koestler, Solzenicyn, Grossman

LA PROPAGANDA DI SALO’ - Un fatto storico che venne ripreso e amplificato dalla propaganda di Salò. Nel ’43, proprio a ridosso di Natale per aumentare l’impatto emotivo, viene pubblicata la notizia terrificante di una deportazione in Russia di bimbi italiani, dai 4 ai 14 anni. Un tam tam incessante di giorni, con cronache che raccontano di donne straziate dal dolore, di genitori che decidono di uccidere i loro bambini e poi di suicidarsi piuttosto che lasciarli partire per la Russia. Si racconta di navi affondate con il carico di bambini: un falso, ovviamente . Ma un falso che, soprattutto in Italia, fatica ad essere cancellato. Da noi, scrive Pivato, finita la guerra la leggenda assume «aspetti più dilatati che altrove, vuoi perché l’esperienza del fascismo enfatizza lo scontro con il comunismo e suscita timori e paure più che in altre realtà, vuoi perché dalla metà degli anni Quaranta in Italia opera il più grande Partito comunista dell’Occidente. E dunque la reazione del fronte avverso è particolarmente aspra».


GUERRA FREDDA - Un crescendo che si alimenterà, sostiene Pivato, ancor più nei decenni di guerra fredda, con lo scontro sempre più feroce tra Dc e i comunisti. Che raccontavano - pure loro - di bambini che rifiutavano il cibo offerto dalle organizzazioni cattoliche convinti che fosse avvelenato, «perché i preti uccidevano i bambini per spedirli in paradiso».

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BERLUSCONI, COSSIGA E D’ALEMA - Ma intanto siamo arrivati ai giorni nostri. L’Orco con la falce e il martello che mangia i bambini è sempre lì, nell’immaginario ritagliato tra politica e propaganda. Lo sa bene Silvio Berlusconi che tra paradossi, barzellette e asserite verità ne ha detto sovente nelle sue campagne elettorali. Bimbi non mangiati dai comunisti, semmai «fucilati». Oppure, nella Cina di Mao, «bolliti per concimare i campi». Compare anche Francesco Cossiga a «sdoganare», sul filo dell’ironia, la leggenda. Quando D’Alema arriva a palazzo Chigi - è la prima volta di un ex Pci e siamo nel 1998 - il presidente emerito gli regala un bambolotto di zucchero. «Così non interromperai la tradizione dei comunisti che mangiano i bambini».

03 gennaio 2014

Il cacciatore che parla ai cervi Incontro disarmato sui monti

Corriere della sera

Davide Traversa uccide animali da 28 anni. «Commosso dando da mangiare a un cervo ma continuo a sparare (con etica però)»


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SAN FEDELE INTELVI (Como) - È successo tutto in quindici minuti. «Il mio amico Chicco Mazzoni mi aveva raccontato che riusciva a dar da mangiare ai cervi vicino all’orto. Non ci credevo. Così sono andato a Pigna, nella Val d’Intelvi». Gli è bastato gettare dei pezzi di pane e il maschio ha lasciato il branco. «È stato bellissimo. Lo guardavo avvicinarsi trattenendo il fiato. Sono riuscito a farmi fare una foto. Mi ha commosso». L’uomo che sussurra ai cervi è un cacciatore convinto da quando aveva 18 anni. Oggi ne ha quarantasei. Però ammette che se si ritrovasse davanti il fusone di un anno e mezzo che poche settimane fa ha (quasi) mangiato dalle sue mani non gli sparerebbe. «Non potrei, dopo aver provato quella emozione. E non andrei mai nella sua zona di caccia solo per la paura di trovarmi faccia a faccia con lui».

La prova dell’incontro ravvicinato campeggia sul display del telefonino: Davide Traversa, barba sale e pepe, ha un sorriso da bambino al Luna Park, mentre Bambi è ignaro del pericolo (l’umano al suo fianco ha già fatto secchi, quest’anno, sette cugini). «Una copia dello scatto l’ho messa in cucina. Qui in ufficio appenderò il poster», spiega il cacciatore dal cuore tenero nella sua ditta di idraulica a San Fedele, in mezzo alle Prealpi comasche, sorvegliato dai sontuosi palchi di due cervi di sei e sette anni. Appesi. Eppure non è la prima volta che Traversa smette i panni del cacciatore per indossare quelli dell’animalista. Ma qui obietta: «E no, animalista a me no.

La mia si chiama caccia di selezione: uccido le bestie che altrimenti morirebbero per il sovraffollamento, diventerebbero consanguinee e si ammalerebbero; impedisco che diventino carcasse pericolose nei boschi: quando le trovo, le copro con la calce, come in tempo di guerra». C’è un altro precedente, comunque. «Anni fa con mio padre aiutai un capriolo bloccato dalla neve ad allontanarsi dal paese. Da quella volta, non ne ho più sparato uno». Di qui la sua etica venatoria: «Un vero cacciatore che rispetta la natura non spara mai a una lepre ancora piccola, non spara mai a un merlo che canta divinamente, non spara mai a un cervo piccolo con la mamma».

Bisogna mettere agli atti che neppure il recente e miracoloso rendez-vous con il giovane ungulato impedisce a Davide di pensare a deliziosi modi per cucinare i consimili. «Consumo con la mia famiglia cinque chili di carne l’anno. Dal macellaio mi faccio fare i salamini. Adoro il controfiletto in salsa bourguignonne. Ottimo il ragù con le pappardelle». Senza speranza, dunque. «Sono nato cacciatore. Uscivo con mio padre nei boschi quando avevo sei anni. Mio figlio Luca, ventunenne, ora viene con me». Però non dice nulla sul piccolino, Antonio, di due anni, e ride alla domanda se hanno guardato insieme Bambi in tivù. «No, con la mamma».

Ha nove fucili, al primogenito ne ha regalati quattro. Sono tutti sotto chiave, in due armadi blindati diversi. Il suo vero nemico pubblico non è il cervo, ma il cinghiale. «Non ci fa nulla nel nostro territorio, è pericoloso, con le zampe toglie le zolle, il che significa frane durante le piogge, e poi è potenzialmente molto aggressivo». Ma che dire dei cercatori di funghi che vengono uccisi durante innocue passeggiate domenicali? «Quelli sono i cacciatori di fagiani, si impallinano tra di loro. Io non sparo a qualcosa che si muove, colpisco solo quando sono sicuro. Nel dubbio, lascio stare».

03 gennaio 2014

Molto brava ma troppo bassa: deve lasciare i vigili del fuoco

Il Messaggero

di Michela Allegri

Ha iniziato giovanissima a inseguire il suo sogno: a soli venti anni Elena Genero, di Torino, è entrata a far parte del Corpo volontario dei Vigili del Fuoco. Ha spento incendi, ha partecipato alle missioni più impegnative. Ha svolto il suo lavoro così brillantemente da ricevere premi e riconoscimenti.


CatturaE ora, a 37 anni, le è stato detto che non può arruolarsi e fare della sua passione un mestiere a tutti gli effetti. Perché non è abbastanza "prestante", Elena, per fare il pompiere: le mancano quattro centimetri di altezza. È una delle clausole del bando di concorso per entrare a far parte del Corpo: la statura minima richiesta, per legge, sia per gli uomini che per le donne, è di un metro e sessantacinque. Elena, invece, è alta un metro e sessantuno. A nulla sono valsi i suoi ricorsi a Tar e Consiglio di Stato, argomentando che altre forze dell’ordine, la Polizia di Stato ad esempio, fissano per le donne un limite in altezza non inferiore al metro e sessantuno. Elena resta esclusa e non potrà fare il pompiere di professione. Nonostante abbia la patente che la abilita a guidare il camion, un brevetto in soccorso alpino, uno in soccorso fluviale, uno da sommozzatore. Nonostante sia vigile del fuoco volontario dal 1997 e abbia ricevuto una menzione di merito per aver tempestivamente spento un incendio in un alloggio. Nonostante sia stata insignita della croce di anzianità di servizio, come premio per la sua lodevole carriera. Ora, Elena ha due lavori: «Per vivere faccio il tecnico informatico. Per passione continuo a fare il pompiere».

IL CONCORSO Nel 2008, quando è uscito il bando di concorso per la stabilizzazione del personale volontario, ha superato tutte le prove ginniche. Al momento della visita medica il suo nome è stato però depennato dall'elenco dei candidati: troppo bassa. Elena non si è data per vinta e si è rivolta alla giustizia amministrativa. Nulla da fare: il suo ricorso è stato definitivamente respinto. Lei parla di discriminazione, perché «non si può porre un limite minimo di altezza identico per uomini e donne. Per noi donne l'altezza media è inferiore».

LA SENTENZA
Ma il Consiglio di Stato è di tutt’alto avviso: «l'attività del Vigile del Fuoco è meritevole di una specialissima deroga al divieto di discriminare uomini e donne in relazione alla statura», perché - è scritto nella sentenza - si tratta di un lavoro che «richiede per sua natura una certa prestanza fisica, ben più di quanto si richieda, ad esempio, agli agenti delle forze dell’ordine». L’assurdo, in questa storia, è che Elena, come volontaria, svolge spesso le stesse mansioni di chi è in ruolo. «Scusatemi, ma vorreste forse dirmi che un uomo alto un metro e sessantacinque si possa definire possente e prestante? Quella che chiamano "prestanza fisica" non si misura in altezza, ma nel dimostrare di saper svolgere il mestiere. E io lo dimostro da diciassette anni: lo so fare questo lavoro, lo faccio bene e da tanto tempo, ho sacrificato feste di Natale e di Capodanno, ho salvato delle vite. Cosa vogliono di più?».


Giovedì 02 Gennaio 2014 - 08:44
Ultimo aggiornamento: 15:28

Materassi

La Stampa

yoani sanchez


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Una donna grida dal balcone e loro si fermano improvvisamente insieme al carrozzone che spingono. Predispongono il laboratorio proprio sul marciapiede. Sopra alcune tavole e davanti agli occhi di tutti. Rimpiazzano le molle rotte, grazie ad aghi enormi cuciono gli orli e sostituiscono la vecchia fodera, macchiata in più punti, con un’altra fatta con la tela dei sacchi di farina. Le loro mani si muovono rapide. In meno di un’ora avranno terminato il lavoro e continueranno il percorso in cerca di nuovi clienti. 

Nell’aria resta un miscuglio di polvere e lana ma anche un odore di parti intime conservato per anni.
I riparatori di materassi hanno sempre lavoro, molto lavoro. In un paese dove tanti dormono ancora sullo stesso letto che ha visto riposare i loro nonni, questo compito diventa vitale. Con i tempi che corrono gli esperti dell’ovatta e dei telai si trovano ovunque. Maneggiando rocchetti di filo, pubblicizzano il loro lavoro promettendo trenta giorni di garanzia dopo aver rinnovato il materasso. Riparano cose che da decenni hanno superato la data di scadenza, restituiscono un sonno comodo a coloro che ogni mattina si bucano le spalle con qualche molla fuori posto. 

Va da sé che non mancano gli imbroglioni. Creatori di un’illusione di breve durata, che lascia il compratore con dolori nel corpo e nelle tasche. Questi personaggi dispongono nel materasso diversi strati di foglie secche di banano, fibre plastiche o segatura. Dopo coprono il tutto con una tela color fantasia molto appariscente, facendo molta attenzione a cucire bene gli orli. Si possono trovare in prossimità dei centri commerciali impegnati a garantire che la loro merce è “come quella del negozio”. In un paese dove un professionista deve investire il salario di un anno per acquistare un materasso matrimoniale, le offerte - non statali - e più economiche, sono sempre molto tentatrici. Ma spesso un’occasione vantaggiosa si trasforma rapidamente in motivo di frustrazione. 

La scena si ripete quando questi riparatori arrivano in un quartiere. Una madre non vorrebbe far vedere le tracce di orina che il figlio più piccolo ha lasciato sul letto. Altri si vergognano perché i vicini di casa noteranno i numerosi rammendi fatti nel corso degli anni ai loro materassi. Le frasi tipo: “Questo non è mio, ma di un parente, sto solo facendogli il favore di aggiustarlo” sono molto frequenti. Alcuni arrivano con una struttura amorfa, senza angoli definiti e affondata nel centro, che avrebbe bisogno di una bacchetta magica più che di una ristrutturazione. “Lo rivoglio come nuovo” dicono al riparatore che comincia a muovere le mani, affonda la spatola in alcuni punti e finalmente dice un prezzo. Più che un restauratore di materassi, è un restauratore di sogni. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Per la mamma i figli son sempre piccoli, ma per il giudice no

La Stampa

La disposizione che prevede l’attribuzione del godimento della casa familiare tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli è configurabile solo con riguardo ai figli minorenni o non economicamente autosufficienti, altrimenti non c'è alcuna esigenza di speciale protezione. Lo ha affermato la Corte di Cassazione nella sentenza 21334/13.


CatturaUna donna – pronunciata su domanda del marito la separazione coniugale – si era vista respingere la domanda di addebito della separazione al marito e le richieste di assegno per il mantenimento dei figli conviventi e di assegnazione della casa coniugale. Uno lavora nell’azienda di famiglia, due gestiscono un’attività, l’altra svolge pratica professionale. La Corte d’appello aveva escluso l’addebito della separazione all’uomo in quanto la relazione extraconiugale era iniziata quando il rapporto matrimoniale si era già deteriorato. Inoltre, i giudici avevano osservato che i figli, tutti trentenni, erano indipendenti economicamente, conseguentemente non vi era spazio per il riconoscimento di assegno per il loro mantenimento, a titolo ordinario o straordinario, né per l’assegnazione della causa coniugale alla madre. Contro tale decisione, la donna ha proposto ricorso per cassazione, censurando il rigetto della domanda di assegnazione della casa familiare.

Premesso che due figlie, per quanto giudicate economicamente autosufficienti, convivevano con la madre, secondo la ricorrente, l’interesse dei figli giustificherebbe l’assegnazione della casa familiare anche allorché si tratti di figli economicamente autonomi. Lavoratori trentenni non hanno bisogno di “protezione”. Per la Suprema Corte il ricorso è infondato. Infatti, gli Ermellini hanno spiegato che il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli, e che questa previsione di legge ha una ratio di protezione nei confronti di questi ultimi, tutelandone l’interesse a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti. Ma, nel caso di specie, Piazza Cavour non ha rilevato alcuna esigenza di speciale protezione, data la situazione dei singoli figli.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Affido a coppia gay, sì anche dal padre «L'omosessualità non fa danni»

Corriere della sera

La bambina vive da febbraio con i nuovi «genitori». Il giudice tutelare: «La legge non esclude persone dello stesso sesso»


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BOLOGNA - Anche il padre, rientrato dall’estero dove vive e lavora, ha detto sì all’affidamento della sua bambina alla coppia gay. La mamma, una donna di 31 anni in gravi difficoltà, seguita da tempo dai servizi sociali di Parma, era già d’accordo. Il padre però era lontano e la sua mancata audizione era finita tra i motivi per cui la Procura minorile aveva impugnato il decreto del giudice tutelare della città ducale Luca Agostini, che il 2 luglio scorso aveva dato via libera all’affidamento della bimba, tre anni appena compiuti.

L’obiezione è stata superata la scorsa settimana dal Tribunale dei Minori di Bologna presieduto dal giudice Giuseppe Spadaro, relatore il collega Mirko Stifano, che ha emesso il provvedimento. Una decisione storica, senza precedenti noti, di cui ha dato notizia ieri il Corriere di Bologna. I due omosessuali, 42 e 43 anni, conoscono la bimba dal 2011. La mamma abitava vicino a loro. Si erano accorti dei suoi problemi, avevano intrecciato un rapporto con la piccola e fin da allora si erano offerti ai servizi sociali come possibili affidatari. Nel dicembre 2012 gli assistenti sociali di Parma hanno constatato le difficoltà della mamma, che ha anche un’altra figlia piccola, e li hanno chiamati.

I servizi hanno fatto la loro istruttoria, nove colloqui e una visita all’abitazione della coppia. E il 18 febbraio la bimba è andata a stare dalla coppia: l’affido eterofamiliare è stato disposto dal responsabile Welfare e Famiglia del Comune di Parma, William Sgarbi. La legge chiama il giudice tutelare a rendere esecutivo il provvedimento e così è accaduto a luglio. Il giudice Agostini ha rilevato «l’assenza di una precisa definizione legislativa volta a escludere un nucleo composto da persone dello stesso sesso dal concetto di "famiglia" rilevante ai fini dell’affido», nonché di «qualsivoglia richiamo al matrimonio», diversamente da quanto avviene per l’adozione riservata alle coppie sposate.

La legge, osserva il giudice, richiede solo «una situazione di fatto paragonabile al contesto familiare sotto il profilo accuditivo e di tutela del minore; persino un nucleo consentito da due consanguinei del medesimo sesso». E «il fatto che i componenti del nucleo abbiano il medesimo sesso» non può «considerarsi ostativo all’affidamento di un minore», come stabilito a gennaio dalla nota sentenza della Cassazione che ha affidato a una coppia di lesbiche la figlia naturale di una delle due: «Costituisce mero pregiudizio la convizione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale», ha scritto il giudice di Parma citando la massima della Suprema Corte. Il Tribunale ha confermato quelle valutazioni sulla base di un’ulteriore istruttoria, senza dilungarsi sul tema sensibile della genitorialità gay. Se la legge ammette l’affido a single, cioè a famiglie cosiddette monoparentali, certo non lo vieta alle coppie non sposate, né ai nonni, agli zii o a una coppia di uomini che la piccola ormai chiama «zii».

Nessun pericolo, secondo i giudici, per l’assenza di figure femminili. Anzi la piccola, benché conosca il padre, ha sempre vissuto con la madre e la sorella, anche in comunità. L’affidamento può durare due anni, qui il termine è fissato al 31 dicembre, ma il provvedimento può essere rinnovato.

16 novembre 2013

Figli senza più distinzioni Ma è a rischio l’affido condiviso?

Corriere della sera

di Maria Silvia Sacchi


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Con il decreto legislativo varato dal governo Letta lo scorso 13 dicembre, è andato al suo posto anche l’ultimo tassello della legge che, dopo un lungo iter, ha reso i figli uguali, eliminando le differenze tra figli legittimi (nati nel matrimonio), figli naturali (nati da coppia non sposata), figli adottivi. Differenze che erano profonde nella realtà – soprattutto in materia di diritto successorio – ma quasi sconosciute ai più, nonostante oggi un quarto dei bambini e delle bambine nascano da coppie non coniugate. Il decreto è stato firmato a fine anno dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed è in attesa di essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale per il suo varo definitivo. «Si tratta di una normativa di cui non si può non sottolineare l’importanza e che era assolutamente necessaria – dice Anna Galizia Danovi, avvocata presidente del Centro per la riforma del diritto di famiglia -.

Ora si spera che si possa finalmente andare verso quel Tribunale della famiglia che rappresenta una esigenza vera della società. 

Dopo anni di interventi d’urgenza in una materia così delicata come quella che investe i rapporti personali, occorre che l’attenzione di tutti sia rivolta al diritto di famiglia. E che ci si occupi anche delle procedure che, purtroppo, nel caso dell’equiparazione tra figli legittimi e naturali sono state trascurate, con il risultato di ricreare differenze in danno dei figli naturali».

La legge era stata approvata nel 2012 e il decreto del governo Letta di metà dicembre ne rappresenta il completamento per gli aspetti rimasti da approfondire, demandati dal parlamento all’esecutivo. Dopo la firma del presidente della Repubblica e la pubblicazione in Gazzetta, dunque, il “pacchetto” diventerà operativo anche per le parti che erano sospese.
Ma se nessuno disconosce l’importanza di aver equiparato i figli, problemi sembrano essere nati nell’esercizio della delega data dal parlamento al governo.

Tanto che nei giorni scorsi l’associazione Crescere Insieme si era appellata a Napolitano chiedendogli di non firmare.
«Sono state riscritte norme che avrebbero dovuto solamente essere ricollocate e rinumerate all’interno del codice civile – dice Marino Maglietta, presidente di Crescere Insieme -. In particolare ciò è avvenuto, in modo pessimo, per l’affidamento condiviso dei figli di genitori separati». Si tratta di un tema estremamente delicato.

«È stato introdotto l’obbligo di specificare dove, ovvero con chi, il figlio dovrà trascorrere prevalentemente il suo tempo – spiega Maglietta -. Ora, a parte il fatto che di “residenza abituale” non si parla in nessun luogo né del codice civile né delle leggi particolari, le modifiche della legge 54/06 (la normativa che ha introdotto in Italia l’affidamento condiviso, ndr) sono state giustificate con la volontà di “uniformare la legge 54 del 2006 alla legge 898 del 1970»ovvero la più recente alla più antica, esattamente quella che la 54 intendeva superare nella parte relativa ai figli! Con questa aggiunta, evidentemente fuori delega, si è dunque violata sostanzialmente la riforma del 2006,  contraddicendone il messaggio e scardinando, oltre alle regole della frequentazione, anche quelle del mantenimento, legate alla bilanciata presenza fisica dei genitori, entrambi affidatari. Forse si voleva a tutti i costi trovare il modo di cambiare la legge sull’affido».

Anna Galizia Danovi, sulla base della relazione illustrativa della commissione Bianca che ha portato al decreto legislativo, non condivide l’idea della volontà di modificare la normativa sull’affidamento condiviso, ma conviene sul fatto che «la dicitura utilizzata può portare a equivoci, poiché sembrerebbe imporre in ogni caso la scelta di una residenza prevalente, e ciò in contraddizione con il pensiero attuale che tende a una parificazione completa dei tempi trascorsi dai figli presso ciascun genitore che alcuni Paesi, come la Francia e il Belgio, hanno addirittura stabilito per legge».

Più grave, per la presidente del Centro per la riforma del diritto di famiglia, è però il tema delle procedure, cioè del modo in cui, in Tribunale, una coppia che pone fine alla propria relazione arriva a stabilire l’affidamento dei propri figli. Lo si è visto in questo primo anno di utilizzo della legge.
«Per le coppie sposate, il giudizio è scandito nei tempi e nei modi: c’è il ricorso, l’udienza presidenziale, il tentativo di conciliazione… Il confronto tra le parti si sviluppa, cioè, attraverso una serie di atti precisi e che offrono il tempo necessario a “dipanare” questioni rese difficili dal carico emotivo che le accompagna. Per i figli naturali la nuova legge si è limitata a dire che si usa il rito camerale. Cioè un rito che ha formalità ridotte e che per le coppie sposate si usa solo in una seconda fase, quella dell’eventuale appello contro la sentenza del giudice di primo grado.

Il rito camerale prevede che le parti si confrontino davanti a tre giudici, ma ci sono Tribunali, come Milano, che stanno sperimentando forme alternative: un solo giudice che poi riferisce in camera di consiglio senza le parti (cioè l’uomo e la donna che si stanno separando, ndr). È necessario che ci sia per tutti un rituale stabilito, come c’è nelle separazioni e divorzio – conclude la presidente del Centro per la riforma del diritto di famiglia – per evitare che in una separazione contenziosa di una coppia non sposata la velocità del procedimento faccia mancare la profondità del confronto». Magari facendo prevalere chi ha l’avvocato più “forte”.

Le tappe della legge
27 novembre 2012 – La Camera approva in via definitiva il testo già varato dal Senato che parifica i figli naturali e adottivi ai figli legittimi, delegando il governo per una serie di ulteriori adempimenti. Viene data una delega al governo al Governo per la modifica delle disposizioni in materia di filiazione e di dichiarazione dello stato di adottabilità;

10 dicembre 2012 – Il Presidente della Repubblica promulga la legge 219/2012;
1 gennaio 2013 – La legge entra in vigore. Mancano ancora i decreti attuativi;
12 luglio 2013 – Il governo vara il decreto legislativo, rinviando al Parlamento per il completamento dell’iter;
13 dicembre 2013 – Il governo vara il decreto legislativo in via definitiva;
31 dicembre 2013 – Il presidente della Repubblica firma il decreto legislativo.

Dove è intervenuta la legge sui figli naturali
•    viene introdotto un unico stato di figlio, eliminando i riferimenti a “legittimo”, “naturale”, “adottivo”;
•    i figli nati da coppie non sposate hanno gli stessi diritti successori dei figli nati da coppie non sposate, quindi rispetto a tutti i parenti e non solo rispetto ai genitori come era in precedenza;
•    Il termine “potestà genitoriale” viene sostituito con “responsabilità genitoriale”;
•    viene limitato a cinque anni dalla nascita il termine per proporre l’azione di disconoscimento della paternità;
•    viene introdotto il diritto dei nonni di mantenere “rapporti significativi” con i nipoti minorenni;
•    viene introdotto e disciplinato l’ascolto dei minori, se capaci di discernimento, all’interno dei procedimenti che li riguardano;
•    viene portato a dieci anni il termine di prescrizione per l’accettazione dell’eredità per i figli nati fuori dal matrimonio;
•    è stato soppresso il “diritto di commutazione” in capo ai figli legittimi fino ad oggi previsto per l’eredità dei figli naturali.

Non lavoro più in nero per te" Don Ciotti lo prende a ceffoni

Libero

Voleva un impiego regolare. Il prete lo prende a sberle e pedate, poi colto dal rimorso gli scrive e confessa di averlo picchiato. Leggi la lettera


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Tra le scelte improprie e i comportamenti discutibili attribuiti ad esponenti dell’associazione «Libera» emerge in questi giorni un episodio sconcertante e rimasto finora sconosciuto. È la storia raccontata a Libero da Filippo Lazzara, un lavoratore siciliano impegnato nell’associazionismo che ha presentato denuncia ai carabinieri (la quale, per la cronaca, è   stata successivamente ritirata) proprio contro il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti.

Lazzara aveva depositato l’esposto nel 2011, ma lo ha reso pubblico solo qualche giorno fa pubblicando la notizia sulla propria bacheca Facebook. I fatti: ancora nel 2010, Filippo  lavorava con un contratto a tempo indeterminato in un supermercato a Partinico, in provincia di Palermo. È uno di quelli che non ama l’omertà mafiosa - caratteristica preziosa e rara da quelle parti - e si impegna nel sociale con dedizione. Conosce don Ciotti e dopo un confronto col prete si convince a denunciare per infiltrazioni mafiose l’impresa per cui lavora, pesantemente collusa con alcune cupole.
È un gesto di per sè coraggioso, addirittura incredibile se si pensa che un contratto di lavoro a tempo indeterminato, per di più in Sicilia  e di questi tempi,  è una fortuna della quale ben pochi sarebbero in grado di privarsi. Eppure Lazzara si espone, anche perché una promessa di don Ciotti lo ha convinto che può esserci anche per lui un altro tipo di futuro. La proposta è trasferirsi in Piemonte e lavorare per don Ciotti stesso.

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L’uomo denuncia il malaffare e nel settembre 2010 si trasferisce al nord. «Don Ciotti mi fa lavorare per alcuni mesi presso la Certosa», scrive nella denuncia e «precisamente presso l’associazione 15-15». Di seguito viene trasferito all’associazione «Filo d’erba» del gruppo Abele, che fa sempre capo a don Ciotti. Non è in regola e tenta ripetutamente di incontrare il fondatore di Libera per avere un contratto ed essere finalmente a norma come promesso. Nel marzo del 2011, nella sede del gruppo Abele di Torino, dopo tanti tentativi riesce a ottenere un confronto diretto, ma lo scambio verbale presto degenera. Don Ciotti passa alle mani e - stando alla ricostruzione dello stesso Lazzara - lo colpisce con pugni e calci. Il ragazzo, rimasto basito, viene poi allontanato dalla scorta del prete.

Finisce però al pronto soccorso con una prognosi di 10 giorni. Lazzara, a dimostrazione di quanto è accaduto, posta in rete una lettera privata, firmata proprio da don Ciotti (e datata marzo 2011), nella quale  il sacerdote fa riferimento a delle percosse: si scusa per le «sberle», le «pedate» e «i nervi saltati, un po’ per la stanchezza e un po’ per il tuo modo di fare». Scrive di pedate, il sacerdote, e tenta di fare ammenda: «Quelle pedate le merito io». Lazzara al telefono  conferma la propria versione: «Oltre a essere stato picchiato, mi hanno fatto terreno bruciato intorno. Non avevo un lavoro e non sapevo dove sbattere la testa. Lui è un intoccabile». L’uomo cerca di spiegarsi: «Denunciare lui è come denunciare Nelson Mandela. Chi mi crede? Chi starà dalla mia parte? Per me tutte le porte si sono chiuse. Per il peso che ha, in certi ambienti, don Ciotti è come il Papa. Ma ricevere dei cazzotti dal Papa è una cosa che ti lascia scosso. Se questa è l'antimafia...».

di Antonio Amorosi

L’amarezza dei poliziotti antimafia finiti agli arresti per la Diaz

Corriere della sera

Pene alternative negate, ma non a chi ordinò di portare le molotov

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ROMA - Hanno diritto a due ore d’aria al giorno, come i criminali a cui hanno dato la caccia nella loro carriera di poliziotti: assassini, sequestratori e capimafia. Gilberto Caldarozzi, già capo del Servizio centrale operativo, può uscire di casa ogni mattina tra le 10 e mezzogiorno, per il resto è recluso agli arresti domiciliari. E come lui Francesco Gratteri, ex direttore dell’Anticrimine nazionale, al quale i giudici hanno concesso due ore di libera uscita anche il pomeriggio, dalle 16 alle 18; forse perché deve scontare un anno, mentre a Caldarozzi restano otto mesi.

IL DECRETO - Tutto grazie al decreto «svuotacarceri», altrimenti starebbero in galera. Perché a loro, come agli altri funzionari coinvolti nella storia della false bottiglie molotov fatte trovare alla scuola Diaz di Genova nella perquisizione-pestaggio post G8 del 2001, i magistrati di sorveglianza hanno negato l’affidamento in prova ai servizi sociali. Cioè l’alternativa alla detenzione normalmente concessa ai condannati incensurati con residuo pena inferiore a tre anni; per capirci, la misura richiesta da Silvio Berlusconi sulla quale dovranno pronunciarsi i giudici di Milano. Quelli di Genova, per i «poliziotti della Diaz», hanno appena deciso: non meritano alcun beneficio, tranne qualche caso.

I DUBBI - A chi lo conosce e lo incontra nelle ore d’aria, mentre cammina a passo svelto per le vie di Roma, Gilberto Caldarozzi non nasconde l’amarezza per il trattamento riservato a lui e alcuni colleghi. Colpevoli, secondo le sentenze, non della sciagurata irruzione alla Diaz, bensì della falsa attestazione che nella scuola c’erano due bottiglie molotov, in verità recuperate qualche ora prima per le strade della città. Una copertura postuma per giustificare l’ingiustificabile violenza sui ragazzi. Studiata a tavolino. Ma da chi? Caldarozzi, come Gratteri e altri condannati, ha sempre negato di aver saputo che quelle bottiglie erano state sistemate a bella posta da altri poliziotti, anche dopo la condanna d’appello (seguita all’assoluzione di primo grado) divenuta definitiva nel luglio 2012.

Fino ad allora ha guidato operazioni importanti come le catture di Bernardo Provenzano e dei boss camorristi Iovine e Zagaria, la scoperta degli assassini del piccolo Tommaso Onofri a Parma, quelli di Francesco Fortugno a Reggio Calabria, l’autore della strage alla scuola di Brindisi nell’estate 2012. Subito dopo è arrivato l’ultimo verdetto, la sospensione dal servizio, il limbo dell’attesa contrassegnato da continue memorie, istanze e controdeduzioni. Infrantesi sulle decisioni finali: niente misure alternative, solo detenzione. Commentate da Vittorio Agnoletto, già portavoce del Genoa Social Forum, con un laconico «meglio tardi che mai».

AL LAVORO - Il lavoro per scontare la pena non da reclusi, a Caldarozzi e Gratteri, l’aveva offerto Tano Grasso, leader della Federazione antiracket, una delle icone dell’antimafia. Lui, convinto dell’innocenza dei due funzionari ma rispettoso (come i condannati, del resto) della sentenza di colpevolezza, s’era dichiarato «onorato» di avvalersi della loro consulenza nel sostegno alle vittime di estorsioni e usura. Non è bastato: per i giudici «non sono comparsi neppure i primi “segni” di un effettivo percorso di rieducazione a fronte del reato commesso».

Il problema è che l’ex poliziotto continua a sostenere - al pari di Gratteri - di essere stato ingannato da chi, la sera della Diaz, disse di aver trovato le due bottiglie all’interno della scuola. E in base a quelle comunicazioni firmò il verbale d’arresto per gli occupanti della Diaz (Gratteri neanche quello, non essendo ufficiale di polizia giudiziaria). Dunque nega di aver commesso il reato; difficile, per lui, andare oltre il «rammarico per chi ha subito violenze gratuite e altri nocumenti da parte di alcuni esponenti della polizia», come riferito dall’assistente sociale che aveva espresso parere favorevole alla misura alternativa alla detenzione.

NIENTE DA FARE «Non si discute - hanno scritto i giudici - del diritto del condannato di dichiararsi innocente anche dopo la pronuncia della sentenza irrevocabile di condanna, quanto piuttosto di riscontrare come il Caldarozzi non manifesti consapevolezza riguardo ai fondamentali valori violati». Così si torna al punto di partenza: la richiesta di un atto di «resipiscenza» per chi ritiene di non aver consapevolmente violato alcunché. E a quel che l’ex investigatore ha sostenuto da quando il verdetto è divenuto definitivo: non lo condivido ma lo accetto, non chiedo trattamenti di favore ma nemmeno pregiudizialmente sfavorevoli, come gli era parso il ricorso della Procura generale genovese contro l’automatica applicazione della legge svuotacarceri, respinto dalla Cassazione.

LE MOLOTOV - Adesso resta la reclusione accompagnata da una notizia che sembra l’ultimo paradosso di questa storia: tra i pochissimi condannati a cui è stato concesso l’affidamento in prova c’è quello che ordinò a un suo sottoposto di portare le due famose molotov dentro la scuola. Uno dei principali responsabili della messinscena, insomma, col quale durante l’istruttoria Gratteri aveva vanamente chiesto di essere messo a confronto. Come e perché arrivò quell’ordine non s’è mai capito, ma oggi il poliziotto che lo diede non è detenuto. Gli altri sì .


Agnoletto: «Ora arrivino le scuse dalle nostre istituzioni»»
G8: le violenze di Bolzaneto sotto la lente della Corte Europea
G8, 12 anni dopo: le vittime tornano alla Diaz


03 gennaio 2014

Facebook spia i messaggi privati degli amici". Class action negli Stati Uniti

Il Mattino


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ROMA - Un'azione legale basata su una ricerca che accusa Facebook di leggere i messaggi privati degli utenti per ottenere informazioni da vendere ai fini pubblicitari. Nasce così negli Stati Uniti una class action contro il gigante di Zuckerberg.

ACCUSA. Facebook è accusata di monitorare i messaggi privati degli amici per vendere dati a chi fa pubblicità. Lo riporta il Financial Times, sottolineando che Facebook, in particolare, intercetterebbe i link ad altri siti nei messaggi privati, arricchendo il profilo dell'attivita' online degli amici. Ad avanzare la class action sono Matthew Campbell dell'Arizona e Michale Hurley dell'Oregon da parte di tutti gli utilizzatori di Facebook che negli Stati Uniti hanno inviato link nei propri messaggi privati. Il caso è il primo in cui Facebook deve difendersi contro l'accusa di raccogliere dati da messaggi privati, un'azione che fa eco alla causa contro Google per collezionare dati con il servizio Gmail.

 
venerdì 3 gennaio 2014 - 08:31   Ultimo aggiornamento: 09:08

La Panzana politica dell’anno? E’ di Beppe Grillo: “La crescita toglie posti di lavoro”

Corriere della sera


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Ha un cognome che richiama il Grillo Parlante, ma quest’anno il leader dei Cinque Stelle ha avuto nel 2013 prestazioni da Pinocchio superiori a Silvio Berlusconi. Una sparata di Beppe Grillo contro la crescita economica in Germania, che secondo l’ex comico avrebbe ridotto l’occupazione, è ha vinto il poco ambito premio la “Panzana dell’anno”, assegnato dai lettori di Pagella Politica. Un sito indipendente e partecipativo di fact-checking politico, composto da un gruppo di giovani studiosi e ricercatori che monitorano, anche grazie ai lettori, le principali affermazioni dei politici italiani, e controllano quelle che si possono verificare perché contenenti fatti e numeri.

“La crescita non dà posti di lavoro, li toglie” (Beppe Grillo)
A gennaio, a Siena per lo Tsunami Tour, Grillo predicava la decrescita felice portando come esempio negativo la Germania, arrivando a dire che il raddoppio della produzione tedesca aveva causato una riduzione dei posti di lavoro del 15%; affermazione smentita e doppiamente ribaltata da Pagella Politica, citando dati Eurostat e Ocse (qui la scheda di Pagella politica): la produzione era aumentata, ma non del doppio, e l’occupazione complessiva aumentata. Una panzana pazzesca dunque, cioè bufala, balla, fandonia (come spiega la Treccani.it).
“Attualmente, il debito del Comune di Roma è zero” (Gianni Alemanno)
Nel sondaggio di Pagella Politica (477 partecipanti), dietro a Grillo (51% dei voti) è arrivato secondo Gianni Alemanno (20%). Da sindaco della città che poi avrebbe svelato il suo bilancio in rosso, aveva detto su La7, a Corrado Formigli, in campagna elettorale per la conferma al Campidoglio, diceva che il Comune non aveva debiti.
“Non c’entra nulla il governo sulla riduzione dello spread” (Silvio Berlusconi)
Terzo Silvio Berlusconi (con il 16%), che a gennaio 2013 assolveva il proprio esecutivo sostenendo che i governi non influenzano gli andamenti degli interessi. Il Cavaliere, per altro, aveva vinto nel 2012 il poco ambito premio di Pagella politica, sempre con una Panzana sullo spread (seguiva Grillo con un attacco alla Germania, terza Renata Polverini, governatrice del Lazio).

Altre panzane presenti nel sondaggio (inserite perché tra le più lette o commentate dell’anno):
Nichi Vendola, sulle sberle ricevute dal’Ue per l’iniquità dell’Imu
 Roberto Maroni che addossa al governo Monti la responsabilità per l’estromissione della Lombardia dalla lista delle 100 regioni più competitive d’Europa
Renato Brunetta secondo cui bisogna avere una maggioranza precostituita per ricevere l’incarico di formare un governo
Mario Monti che ritiene che, in media,con i governi precedenti le tasse siano aumentate più che con il proprio governo
Ignazio Marino secondo cui Berlino nel 2012 ha superato Roma per numero di presenze turistiche.
Il sito in meno di due anni ha monitorato circa 60 mila dichiarazioni, verificandone più di mille, classificate da “Vero” a “Panzana Pazzesca” passando per “C’eri quasi”, “Nì” e “Pinocchio andante”. Ogni politico ha la sua pagella personale, un profilo molto dettagliato dal quale si può ricavare un indice di veridicità; non rappresentativo, ma interessante.  
Berlusconi è il meno credibile, con il 58% di veridicità complessiva su 62 dichiarazioni analizzate, mentre
Grillo ha un punto in più, il 59, su 130 dichiarazioni passate al vaglio. Tra gli indici più alti si segnalano  
Emma Bonino (91% di veridicità su 14 dichiarazioni) e
Laura Boldrini (90% su 24), bene i nuovi leader  
Enrico Letta (85% su 54),  
Matteo Renzi (78% su 99) e  
Angelino Alfano (69% su 31).

Il giudizio più basso ricevuto dall’attuale Presidente del Consiglio è un Pinocchio Andante, riguardava la percentuale di giovani italiani con padre non diplomato che riesce a laurearsi. Renzi, che pure cita correttamente la maggior parte di dati e di fatti, nel 2013 ha pronunciato due Panzane: una, sbagliando il posizionamento degli studenti italiani nelle classifiche internazionali; la seconda esagerando il numero di voti ricevuti alle primarie del Pd.

Il metodo di Pagella politica. Al sondaggio hanno partecipato circa in cinquecento, lettori che spesso contribuiscono al lavoro di Pagella politica, segnalando affermazioni con dati o fatti da verificare, o partecipando alla loro stesa verifica. Il controllo viene svolto attraverso il recupero e la pubblicazione di dossier e documenti ufficiali che smentiscono o confermano, del tutto o in parte, l’affermazione esaminata. Il sistema, dunque, è molto aperto, partecipato e votato alla fattualità. “Perché le bugie – recita il motto del sito, che abbassa l’altezza dei politici più avvezzi alla panzana– hanno le gambe corte”; infatti non vanno lontano. Poi ci sono le bugie che fanno allungare il naso, ma qui ormai, non c’è più la Fata Turchina che chiama i picchi ad accorciarlo.

lmastrantonio@rcs.it

La Rai non è più maestra per tutti Va rinnovata senza nostalgie

Corriere della sera

Dal dopoguerra all’era digitale: il rischio di guardare solo ai modelli vincenti del passato

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La Rai, Radiotelevisione italiana, compie oggi , venerdì 3 gennaio, 60 anni, avendo inaugurato ufficialmente le trasmissioni il 3 gennaio 1954. Sessanta sono tanti, tantissimi se rapportati al calendario della tecnologia. In poco meno di un decennio, grazie ai media digitali, a Internet, la tv ha subito un cambiamento radicale: il passaggio dal tradizionale segnale analogico a quello digitale, per esempio, ha generato nuove dinamiche di fruizione e l’emersione di nuovi immaginari sospesi, come sempre accade, tra l’euforia della scoperta «magica» e il terrore di possibili effetti negativi. Ma per oltre mezzo secolo, la tv è stata il medium egemonedel ‘900 e ha svolto un preciso ruolo sociale, alimentando un’esperienza tanto diffusa quanto condivisa per gli spettatori, riassumibile nella semplice espressione: «guardare la tv». Per molto tempo, dunque, guardare la tv è stato come guardare un nuovo mondo, una scoperta di inestimabile valore.

L’immagine dello spettatore
Lo scenario attuale di trasformazione e convergenza tecnologica comporta anche una mutazione nell’identità di chi guarda, lo coinvolge fisicamente, anche se l’immagine dello spettatore della «multitelevisione» appare ancora sfuggente perché il «nuovo» cerca di rendersi più accettabile assumendo alcune forme tipiche del «vecchio», e viceversa queste ultime reagiscono alla competizione, ricavandosi nicchie di sopravvivenza. Se vogliamo capire cosa rappresentino 60 anni di tv, la prima cosa da fare è smetterla con il rimpianto. Basta con la nostalgia del monoscopio, del maestro Manzi, delle annunciatrici, di Calimero, degli sceneggiati in bianco e nero. Quel che è stato è stato. L’archeologia della tv deve solo farci capire le cose essenziali senza mai tramutarsi in uno stato d’animo malinconico. Due sono le funzioni fondamentali ascrivibili alla tv delle origini: da una parte, costruire la «visibilità degli italiani», nella tradizionale funzione di rappresentazione e autorappresentazione già assolta precedentemente dal cinema (si pensi al Neorealismo); dall’altra, sincronizzare i ritmi di una comunità e renderla perciò più consapevole di se stessa, in grado di riconoscersi e immaginarsi come un insieme, come un «noi» che affronta un destino comune (quello della definitiva ricostruzione, del boom economico, dell’avvento della società dei consumi, opportunamente mediata dalla spettacolarità rassicurante di Carosello).

Nessuno storico può scrivere la storia degli ultimi 60 anni del nostro Paese senza l’aiuto della tv, del suo patrimonio simbolico, delle ritualità radicate in una «comunità immaginata»: da «Lascia o raddoppia?» al Festival di Sanremo, dallo sport a tutti i grandi eventi mediatici. Proprio per questo, rispetto alla propria audience, si possono dividere i primi 60 anni della Rai, e più in generale della tv generalista, in tre grandi periodi: quello in cui la Rai era più avanti del suo pubblico (l’analfabetismo riguardava metà della popolazione italiana), quello in cui l’offerta televisiva era in sincronia con il «sapere» del pubblico, quello in cui, stiamo parlando dell’attuale, la tv generalista si rivolge principalmente a un pubblico ancora molto vasto ma «residuale» (per età, istruzione e censo) rispetto ai cambiamenti del Paese. Come in tutte le periodizzazioni, i rischi delle sintesi sono presenti anche qui. Non solo: i media hanno un andamento ciclico e i loro rapporti sono determinati dalle fasi del ciclo; ora, per esempio, l’egemonia sta passando a quel vasto sistema dei media convergenti di cui il computer è il terminale più rappresentativo.

Gli esordi e la borghesia Quando in Italia è nata, la tv era in mano a una élite, prima di stampo liberale e poi cattolico. Era una tv che rispecchiava lo spirito di una borghesia medio-alta e si rivolgeva a quella stessa borghesia, la sola in grado di acquistare il costoso apparecchio (di lì a pochissimo, però, lo strepitoso successo di «Lascia o raddoppia?» negli spazi pubblici, nei bar, negli oratori, nei cinema avrebbe fatto capire come la tv fosse lo strumento principe della cultura popolare). Per intanto, la fascinazione del mezzo attirava le menti migliori e dava inizio a quella fase aurorale in cui il nuovo strumento è in grado di stimolare nuovi immaginari. Tre esempi per spiegare meglio la tesi. Nel 1957 Mario Soldati realizza una formidabile inchiesta, «Viaggio nella Valle del Po alla ricerca dei cibi genuini»; l’aspetto curioso è che Soldati s’interroga sulla cultura enogastronomica dell’Italia in un momento in cui, per buona parte degli italiani, l’idea del cibo è legata ancora alla mera sopravvivenza, alla fame patita durante la guerra e nel primo dopoguerra.

Più interessante ancora l’inchiesta del 1959 di Salvi e Zatterin «La donna che lavora», indagine sull’evoluzione del lavoro femminile in Italia: allora pareva rivoluzionaria ma era perfettamente in linea con le direttive ministeriali (come se oggi Milena Gabanelli facesse un’inchiesta delle sue, sponsorizzata però da qualche ministero). Nel 1961 Sacerdote e Falqui danno vita allo show «Studio Uno», di rara eleganza espressiva, quando il varietà era un genere pressoché sconosciuto alla quasi totalità degli spettatori. Altri esempi si potrebbero fare con i «romanzi sceneggiati» (il tentativo di portare i grandi libri nelle case degli italiani) o con «Il processo alla tappa». Servirebbero solo a rafforzare la tesi: la tv era più avanti del suo pubblico. I dirigenti dell’epoca vengono spesso ricordati circonfusi di un’aura di grande santità e professionalità. Santi non erano (basti ricordare come i telegiornali d’allora non avessero nulla da spartire con l’indipendenza dell’informazione), ma hanno avuto la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, quando la tv stessa guidava chi voleva lasciarsi guidare e trascinava i nolenti.

La seconda fase
Il secondo periodo può partire simbolicamente dal 1967, anno di messa in onda dei «Promessi sposi» (la Rai, ormai pienamente consapevole del proprio ruolo centrale nell’universo cultural-spettacolare nazionale, celebra con Manzoni il senso della sua missione educativa) e finire con «Blob», un montaggio di citazioni prese a prestito da altri programmi, un espediente critico per analizzare la tv, il trionfo dell’autoreferenzialità (la tv che parla di tv). In mezzo ci sono programmi che tutti vedevano, di cui tutti parlavano, da cui tutti erano influenzati, compresi gli altri media: «90° minuto», «Canzonissima», «Bontà loro», «Portobello», «Quelli della notte», «Quark», «Domenica in», «Mixer», «Samarcanda», «La Piovra» (ma l’apporto viene anche dalle tv commerciali, come nel caso di «Drive in»). Si potrebbero citare tanti altri programmi, ma l’importante è ribadire il concetto: la Rai assorbiva e insieme dettava i tempi di una nazione. La tv contava su vantaggi consistenti: sia per la sua capacità di articolare il pubblico nel privato, sia ovviamente per la sua accessibilità e popolarità, per quella sua caratteristica complementare, integrativa (contrapposta alla settorializzazione della cultura a stampa), sia, infine, per la sua specificità di «medium generalista di flusso» che tendeva a sincronizzare i ritmi di una comunità.
 
Il periodo che viviamo Il terzo periodo (massì, facciamolo partire dal «Grande Fratello», anche se la Rai non c’entra) è quello che stiamo vivendo. Di fronte alle sfide lanciate dalle tecnologie digitali, il Servizio pubblico ha reagito come ha potuto, spesso prigioniero della politica. La Rai raggiunge una platea potenziale che copre l’intera popolazione, perché, molto banalmente, c’è almeno un televisore (e spesso più d’uno) per ogni famiglia. Il vero problema è che solo una parte - una minoranza, e non certo la maggioranza - della popolazione vive la tv come unica interfaccia col vasto mondo. Si tratta, in sostanza, di spicchi della popolazione doppiamente svantaggiati: per livelli d’istruzione (medio-bassi) e fasce d’età (avanzate, le più consistenti in Europa); ma soprattutto per il tenore dei consumi culturali, che non vanno al di là della tv generalista. Sta di fatto che i giovani non guardano più la tv (se non per frammenti, su YouTube) e chi può si abbona alla Pay-tv. A parte gli eventi mediatici (le partite della Nazionale, in primis), i grandi successi di audience sono rappresentati ormai da varietà e fiction fortemente nostalgici, come se la Rai avesse costantemente lo sguardo rivolto al passato. E i talk show hanno ridotto la politica a mera chiacchiera. Insomma, quella che pomposamente è stata definita «la più grande industria culturale» del paese rischia ora la marginalità.


La ricerca del nuovo
È vero che la Rai sta cercando di adeguarsi al nuovo, si è espansa al di fuori del proprio guscio (ha moltiplicato i suoi canali sul digitale terrestre), ha messo in atto un movimento di trasformazione, ma il suo «core business» e la sua missione restano ancora il modello generalista. La Rai è vittima di molti fattori: l’ingerenza della politica, soprattutto, il mancato ripensamento della nozione di Servizio pubblico, il condizionamento della concorrenza (è stata una scelta giusta quella del digitale terrestre? Non era meglio puntare al cavo o al satellite?), la mancanza di una rigida policy aziendale (ognuno fa quello che vuole, con la complicità dei giudici del lavoro), l’«entropia della dirigenza» (se alla guida di un sistema così complesso vengono preferite non le persone più capaci, come da curriculum, ma soltanto quelle che hanno giurato fedeltà a un partito, finisce che il numero di incapaci aumenta). Il 60esimo compleanno della Rai dovrebbe perciò servire a riservare più spazio ai ripensamenti che alle celebrazioni, più attenzione ai prodotti che ai dibattiti, altrimenti il declino sarà inevitabile. E la perdita, purtroppo, irrimediabile.



3 gennaio 1954: la Rai inizia le trasmissioni tv (03/01/2014)
Rai tv compie 60 anni: le immagini storiche (03/01/2014)
03 gennaio 2014

Illinois, riceve per sbaglio un regalo da Obama

Corriere della sera

Il pacco, con un album di foto, era destinato alla madrina di Malia e Sasha. E sarà rispedito all’indirizzo giusto

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Di certo non capita tutti i giorni. Ma ad Alane Eklund Church è successo di ricevere un regalo. Mittente, Mr Obama and family (Obama e famiglia). La storia è capitata ad una donna dell’Illinois che per Natale si è vista recapitare per posta un pacchetto parzialmente aperto. Una volta scartato il plico, la donna ha scoperto un biglietto da parte di Barack, Michelle + le ragazze.
post di Alane Eklund Church.

LE FOTO - Con un po' di delusione per non essere la vera destinataria, Alane ha postato la notizia su Facebook, con tanto di immagine del pacco destinato a Mama Kaye e messaggio entusiasta «We got the Presidents Gift!!!!!!!! What to do.......? Wow!!!!» (Abbiamo ricevuto un regalo dal Presidente. Cosa dobbiamo fare. Woowww!) . Con l’aiuto dei suoi contatti la donna ha ricostruito che il regalo era infatti un album fotografico che la famiglia Obama aveva mandato alla madrina di Malia e Sasha, le due figlie della coppia presidenziale. Peccato che la posta, come spesso succede anche negli Usa, abbia sbagliato indirizzo. Alane è stata saggia e si è rifiutata di divulgare il contenuto dell’album. E la Casa Bianca ha confermato l’accaduto.

02 gennaio 2014

Keihanaikukauakahihuliheekahaunaele La signora con il cognome record vince la sfida: cambia la legge sulla patente

La Stampa

Hawaii, adesso la donna spera di ottenere lo stesso risultato con il codice fiscale



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Singolare battaglia di una donna delle Hawaii il cui cognome di 36 lettere veniva costantemente tagliato sulla patente per mancanza di spazio. Per pronunciare il suo cognome, in effetti, bisogna prendere fiato:

Keihanaikukauakahihuliheekahaunaele. È il cognome che si è ritrovata Janice, 54 anni, quando ha sposato il marito hawaiano nel 1992. Trentacinque lettere più un «okina», segno usato nell’alfabeto hawaiano e che quindi porta il cognome a 36 caratteri. Secondo l’assessorato ai trasporti delle Hawaii il massimo dei caratteri che possono essere contenuti su patenti e carte d’identità è di 35.

Ma dopo il precedente di Janice, la legge è stata cambiata ed è stato portato a 40 per il cognome, 40 per il nome e 35 per il secondo nome. La donna avrà quindi il suo cognome finalmente scritto per intero. Janice aveva deciso di prendere provvedimenti dopo aver avuto problemi con un poliziotto che non riconosceva il suo nome sulla patente. Ora spera di ottenere lo stesso risultato con il tesserino del social security (equivalente codice fiscale). Attualmente c’è spazio sulla prima riga per 26 caratteri per primo e secondo nome e altri 26 sulla seconda riga per il cognome ed eventuali suffissi

Hacker violano Snapchat: 4,6 milioni di utenti messi a nudo (con numero di telefono)

Corriere della sera

I pirati hanno voluto “punire” le leggerezze dell’applicazione sulla privacy: «Pronti a pubblicare tutto il database»

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MILANO - “Non arrivi a 500 milioni di amici senza farti qualche nemico”: recitava così il sottotitolo del film sulla storia di Facebook, The social network. L’applicazione di messaggistica Snapchat di amici/iscritti per ora ne ha 30 milioni e i primi nemici si stanno facendo vedere. E sentire: martedì un gruppo di hacker ha pubblicato sul portale SnapchatDB.info, al momento bloccato (qui la versione cache di come appariva), un database contenente informazioni relative a 4,6 milioni di utenti. In pasto alla Rete sono stati dati nomi e numeri di telefono dei profili colpiti.

Snapchat è l’app che permette di inviare da uno smartphone all’altro fotografie e video che si autodistruggono in pochi secondi. Piace soprattutto agli adolescenti proprio per questa modalità di trasmissione dei contenuti rapida e al riparo da occhi indiscreti. Nonostante le accuse di aver incoraggiato il cosiddetto sexting, scambio di immagini a sfondo sessuale, è stata oggetto in novembre di una super offerta di Facebook, pronto a mettere sul piatto 3 miliardi di dollari per aggiudicarsela e recuperare l’affezione dei giovanissimi, che nella community di Mark Zuckerberg latitano sempre di più. Il fondatore 23enne Evan Spiegel ha gentilmente declinato per continuare a lavorare in autonomia alla promettente creatura.

Proprio a cavallo del Natale è arrivato l’aggiornamento con la funzione Replay per rivedere i messaggi una seconda volta e applicare filtri alle fotografie. Ma non è tutto oro quello che luccica sotto l’albero: mentre Spiegel (con qualche guaio legale da risolvere) si preparava all’anno della consacrazione, l’australiana Gibson Security denunciava la vulnerabilità della funzione ‘Trova amici’ dell’app, con cui malintenzionati con il pallino dell’informatica avrebbero potuto accedere alle informazioni degli utenti. Gli hacker etici, pirati informatici che lavorano per prevenire gli attacchi, di Gibson hanno bussato alla porta di Snapchat in agosto senza ottenere alcuna risposta. Cinque mesi dopo, il giorno della vigilia per la precisione, hanno deciso di pubblicare la documentazione relativa alla “gigantesca e preoccupante falla”. Ed è da questo materiale che hanno attinto i responsabili della diffusione dei dati di più di quattro milioni e mezzo di account.

1«Vogliamo aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica e mettere pressione a Snapchat affinché risolva il problema», hanno spiegato i pirati alle testate americane di settore. Anche in questo caso, l’intenzione non sarebbe quella di ledere la privacy degli iscritti ma di attirare l’attenzione dei vertici della società di Spiegel. Nel database sono stati infatti pubblicati i numeri di telefono delle vittime senza le ultime due cifre. «Per ora», avvisano gli hacker, pronti a svelare il resto delle informazioni in loro possesso se Snapchat non dovesse intervenire. Gli australiani di Gibson hanno chiarito di non aver nulla a che fare con l’azione delle ultime ore, ma hanno tenuto a sottolineare che «era inevitabile».

Alle loro sollecitazioni, fra l’altro, Snapchat ha risposto venerdì 27 dicembre: «Siamo grati per l’assistenza di professionisti […]. Abbiamo implementato una serie di accorgimenti per rendere più difficili le intrusioni», si legge sul blog della società . Evidentemente non sono stati sufficienti. Spiegel ha scritto su Twitter di essere al lavoro sul problema con le forze dell’ordine. «Daremo ulteriori aggiornamenti appena possibile», ha cinguettato . In attesa di capire come la società interverrà per scongiurare situazioni di questo genere in futuro è possibile interrogare il portale GS Lookup - Snapchat per scoprire se il proprio account è stato compromesso. Sul sito creato dagli sviluppatori Will Smidlein e Robbie Trencheny e segnalato da Mashable è presente una barra in cui inserire il nome con cui si è iscritti all’applicazione: se è coinvolto nell’attacco comparirà anche il numero di telefono, senza le ultime due cifre.

02 gennaio 2014

Quei fulmini da sottoterra che precedono un sisma catastrofico, studio sul mistero

Il Mattino


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ROMA - Sembra essere finalmente risolto il mistero delle luci che appaiono improvvisamente prima o durante un terremoto.
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Sismological Research Letters, e condotto da ricercatori, guidati da Robert Thèriault geologo del Ministero delle Risorse Naturali del Quebec in Canada, le luci sismiche, chiamate Eql, sono legate ad un rapido accumulo dell'energia intrappolata tra le faglie del sottosuolo.

Queste correnti elettriche indotte fluiscono in superficie attraverso fenditure dove, ionizzandosi insieme alle molecole d'aria, generano la luminosità osservata. Le luci possono assumere diverse varietà di forme, tra cui le principali sono sfere ferme o fluttuanti nell'aria. I ricercatori hanno esaminato 65 casi di luci correlate con i terremoti a partire dal 1600, l'80% dei quali avevano una magnitudo superiore a 5.0 della scala Richter. «Possiamo considerare queste luci come un fenomeno pre-terremoto - ha detto Thèriault - e combinando questi dati con altri tipi di parametri che variano poco prima di un sisma, potremo un giorno tentare di prevedere questi eventi che sono così catastrofici per l'uomo».

IL CASO DEL 2009 Le luci sismiche sono apparse, secondo alcune testimonianze anche pochi secondi prima del terremoto che nell'aprile del 2009 ha colpito L'Aquila. Alcune persone hanno visto una luce tremolante alta 10 centimetri sopra il lastricato di via Francesco Crispi nel centro della città.

giovedì 2 gennaio 2014 - 19:01   Ultimo aggiornamento: 20:42

C'è un virus su quelle banconote» E le rubano tutta la pensione

Il Mattino

di Elisa Giraud

Due false ispettrici del ministero della Sanità truffano un'anziana e le portano via 1500 euro


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CONEGLIANO - Dopo i falsi assistenti domiciliari, i finti addetti dell'Enel o del gas, i fantomatici amici dei figli, per raggirare gli anziani arriva il pretesto del virus letale. Una messa in scena che ha del thriller fantascientifico quella architettata da una coppia di truffatrici che da qualche giorno si aggira nel coneglianese. Qualche giorno fa, due donne si sono presentate alla porta di un'anziana che vive da sola sostenendo di essere ispettrici del ministero della Sanità. Due donne giovani, dall'aspetto distinto, ben vestite, sorridenti e cordiali. Con molta tranquillità, ma decise, hanno chiesto alla pensionata se di recente avesse prelevato dei contanti. Seppur guardinga, l'anziana ci ha pensato un attimo e poi ha risposto di sì, chiedendo il motivo di quella domanda. Le donne le hanno spiegato che una partita di banconote di diversi tagli erano state contaminate con un virus molto pericoloso e che venirne a contatto avrebbe potuto scatenare nel corpo umano reazioni mortali.

Frastornata e turbata da quanto appena sentito, l'ottantenne ha fatto entrare la coppia di truffatrici che insisteva per "decontaminare" le banconote. È bastato un attimo di disattenzione da parte dell'anziana che le due imbroglione le hanno sottratto 1.500 euro in contanti. L'ottantenne se n'è accorta poco dopo aver salutato le due donne che nel frattempo si erano dileguate. La pensionata disperata ha avvertito il figlio che l'ha accompagnata a presentare denuncia alla polizia. Gli uomini del Commissariato di Conegliano stanno inoltre dando la caccia a un'altra ladra che il giorno di Natale ha rubato la collanina d'oro ad un'anziana appena uscita da una chiesa di Conegliano. in questo caso la tecnica usata è sempre la stessa: la donna si è avvicinata alla pensionata con la scusa di essere un'amica della figlia e di volerle fare gli auguri di Natale. L'ha abbracciata e intanto le ha sfilato la catenina che portava al collo. Quando l'anziana se ne è accorta, era già troppo tardi, la mano lesta aveva già fatto perdere le sue tracce. Un caso tutt'altro che isolato, nella città del Cima e dintorni infatti di casi analoghi negli ultimi mesi ne sono stati denunciati una decina.

 
giovedì 2 gennaio 2014 - 12:30   Ultimo aggiornamento: 12:40

L’80 per cento dei dati scientifici va perso entro vent’anni

Corriere della sera

Mail in disuso e sistemi di archiviazioni obsoleti, la colpa è della tecnologia. Lo studio di Current Biology

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I dati grezzi sono la base di ogni ricerca scientifica, peccato che ben l’80 per cento di essi vada perso per sempre entro i 20 anni dalla pubblicazione dello studio. La disponibilità dei dati declina molto rapidamente con l’invecchiare della ricerca. E la colpa, principalmente, è della tecnologia. Lo rivela un nuovo studio pubblicato su Current Biology .

IL 23% DI DATI SUPERSTITI - I ricercatori hanno preso in esame 516 studi scientifici, vecchi da 2 a 22 anni. È stato scelto un tipo di studi di biologia (misurazioni anatomiche di piante e animali) i cui dati di base sono stati relativamente omogenei nel tempo, selezionando casualmente titolo e autori. I ricercatori hanno spedito una email agli autori per risalire ai dati originari alla base di ognuno d’essi. E il risultato è stato che sono riusciti a ottenerli solo nel 23 percento dei casi, comprese le ricerche più recenti, risalenti al 2011. Negli studi vecchi più di 20 anni, oltre il 90 per cento dei dati era già svanito per sempre. Perdite di email, per esempio – nel 25 percento dei casi i ricercatori si sono dovuti arrestare subito di fronte a un indirizzo mail defunto fornito come riferimento dall’autore di uno studio, che risultava peraltro irreperibile attraverso il web (ogni anno che passa diminuisce del 7 percento la possibilità che la mail professionale di un autore sia ancora valida) . Oppure supporti d’archiviazione obsoleti: sta di fatto che i ricercatori hanno calcolato che la perdita di dati relativi a ogni studio era mediamente del 17 percento annuo. Il che vuol dire che la maggior parte dei dati relativi agli studi scientifici effettuati non esiste già più, o almeno non è più accessibile.

MAI ANALIZZATO COSI’ PRIMA D’ORA - Secondo gli autori, si tratta del primo studio sistematico per valutare quanti dei dati grezzi alla base delle ricerche scientifiche vadano perduti nel tempo. Che siano di difficile reperibilità, e sempre più man mano che la data di pubblicazione di uno studio si allontana, era cosa nota, ma scoprire e analizzare la portata del fenomeno è stato di forte impatto. Un’allarmante sorpresa, e il problema è che nella maggior parte dei casi gli autori sono gli unici depositari di questi dati. «L’attuale sistema per cui i dati rimangono nelle mani degli autori significa che col trascorrere del tempo la maggior parte di essi andrà persa – ha dichiarato Tim Vines , zoologo all’Università della British Columbia e autore principale dello studio – La perdita di dati è uno spreco dei fondi per la ricerca e limita il modo in cui possiamo procedere a livello scientifico. C’è bisogno di un’azione concertata per assicurare che i dati vengano salvaguardati per la futura ricerca».

SOLUZIONE: ARCHIVI PUBBLICI ONLINE- L’inaccessibilità dei dati alla base degli studi scientifici risulta molto preoccupante, se si considera che sono generalmente cruciali affinché i risultati possano essere riproducibili, che è una delle caratteristiche –chiave della pratica nella comunità scientifica. Non solo: gli scienziati non possono mai sapere che piega prenderà la ricerca su un determinato argomento, e spesso il confronto con i dati dei lavori precedenti e delle rilevazioni effettuate nel corso del tempo risulta d’enorme o vitale utilità. Inoltre le condizioni ambientali possono variare e essere irripetibili una volta che cambiano. «La scienza finanziata da fondi pubblici genera una straordinaria quantità di dati ogni anno – ha spiegato Vines - Gran parte di questi dati sono unici, insostituibili, e molti altri rappresentano archivi molto costosi da ricreare». La proposta degli autori di questo studio è che ai ricercatori sia richiesto di salvare i dati online: archiviazione pubblica, questa l’urgente soluzione esortata. Alcune pubblicazioni scientifiche – a partire da Molecular Ecology, di cui Vines è caporedattore – già richiedono agli autori di fornire i dati grezzi insieme al loro studio, come condizione per la sua pubblicazione, così che tali dati possano essere inseriti nell’archivio e rimanere a disposizione di tutti, possibilmente per l’eternità.

02 gennaio 2014

Un caso all’Unità: tra gli azionisti una ex deputata di Forza Italia

Corriere della sera


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ROMA - Venerdì 3 gennaio l’Unità potrebbe non essere in edicola per uno sciopero minacciato dal comitato di redazione del quotidiano. Motivo della protesta l’ingresso nell’azionariato del giornale di Maria Claudia Ioannucci, ex parlamentare di Forza Italia e, secondo quanto riportato mercoledì primo gennaio in un articolo da Il Fatto Quotidiano , amica del faccendiere Valter Lavitola. La Ioannucci, attraverso la Pei srl, ha attualmente una quota del 13,98 per cento della Nie spa, la società che edita il quotidiano.

La maggioranza assoluta è in mano all’editore Matteo Fago, che detiene il 51,06 per cento della Nie. Il comitato di redazione del giornale fondato da Antonio Gramsci, in un comunicato pubblicato oggi, definisce «inaccettabile» il fatto che l’amministratore delegato Fabrizio Meli abbia permesso l’ingresso della Ioannucci nella proprietà del quotidiano e che ciò sia stato fatto «tenendo all’oscuro» il sindacato. A questo punto, per evitare lo sciopero, i giornalisti hanno chiesto un incontro all’editore per «la sostituzione dell’amministratore delegato e i passaggi per l’uscita dal capitale della dottoressa Ioannucci». Secondo il cdr, infatti, in «questa vicenda sono in gioco principi e valori non negoziabili».

02 gennaio 2014

Lampedusa, una missiva anonima spedita al Cie Dentro un fazzoletto imbevuto: forse è sangue

Corriere della sera

La lettera sarà sottoposta agli accertamenti della Scientifica

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LAMPEDUSA – Sembrava una lettera come un’altra, lasciata dal postino con il pacco di tutti i giorni, e invece al Centro accoglienza di Lampedusa dopo le polemiche sulla doccia antiscabbia, le proteste indignate e i provvedimenti del governo con lo svuotamento delle baracche, scatta il giallo di una missiva anonima con dentro un fazzoletto imbevuto di una sostanza marrone, l’alone rosso scuro, quasi certamente sangue. Almeno così è sembrato al più alto in grado presente nella struttura della «Lampedusa accoglienza», la vice direttrice Paola Silvino che ha richiuso in fretta l’involucro, pronta a presentare un esposto ai carabinieri, come concordato con il nuovo «commissario» nominato dalla Lega cooperativa, il professore Roberto di Maria.

SCIENTIFICA ALL’OPERA - La lettera sarà sottoposta agli accertamenti della Scientifica. Soprattutto il fazzoletto che non è di stoffa, ma di un panno o di una carta spessa come quella dei rotoli usati in cucina. Chi s’è preso la briga di confezionare questo messaggio inquietante ha scritto come destinatario soltanto la dicitura «Direttore Centro accoglienza». Non ci sarebbe alcun riferimento diretto ed esplicito al vero direttore Federico Miragliotta, da alcuni giorni esautorato dall’incarico come l’amministratore delegato Cono Galipò e come l’intero consiglio di presidenza dell’associazione collegata alla Lega delle cooperative.

DOPPIO GIALLO - È un altro giallo che s’abbatte sul Centro. Dopo quello della sparizione dell’autore del video-scandalo, Ali Kiro, il giovane avvocato siriano che filmò col suo cellulare il video-vergogna. Una fuga stigmatizzata anche dai magistrati di Agrigento che lo considerano un teste importante sia nell’inchiesta nata subito dopo la diffusione del video, sia in quella sul naufragio del 3 ottobre scorso. Una fuga inquietante per questo protagonista chiamato Khalid prima di dileguarsi. Una fuga seguita da una nota di polizia che lo indicherebbe come volontariamente partito per una località estera. Forse a causa delle minacce che egli stesso aveva denunciato dopo il clamoroso scoop finito sul TG2. 233

MIGRANTI AD AUGUSTA - La lettera anonima con la sostanza che sembra sangue rappreso e il giallo di Khalid s’intrecciano mentre a sud di Lampedusa arriva il primo barcone del 2014, un carico di 233 migranti soccorso dalle motovedette a 80 miglia dall’isola, ma dirottati verso il porto di Augusta con una nave militare, la San Marco. Questi primi migranti dell’anno, provenienti da Eritrea, Nigeria, Somalia, Pakistan, Zambia e Mali, finiscono quindi sulla terra ferma. A riprova dell’incertezza sul futuro del Centro di Lampedusa dove domani la Lega delle cooperative invia domani una sua commissione con tre dirigenti e il nuovo «commissario», il professore Di Maria, il costituzionalista della Kore di Enna, allievo di Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust. Per Di Maria sarà il primo contatto con il Centro nel quale avrà il doppio compito di ricostruire l’immagine e, come spiega, tentare «un’operazione verità» per garantire chi negli anni ha operato «con alta e riconosciuta professionalità». Ma sulle prime mosse campeggia adesso anche l’ombra di una lettera «al sangue».

02 gennaio 2014