martedì 7 gennaio 2014

Pirate Bay al lavoro sul programma anti censura

Corriere della sera

Il portale svedese che indicizza film, musica e software per aggirare il blocco dei download

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Creare un programma in grado di aggirare qualsiasi tipo di blocco o censura. È questo il primo della lista dei buoni propositi di The Pirate Bay per il 2014. Il portale svedese che indicizza musica, film, giochi e software pirata ha archiviato un 2013 tanto tumultuoso quanto soddisfacente. Da una parte i blocchi e le operazioni anti-pirateria, che lo hanno costretto a spostare il dominio dal Perù alla madrepatria Svezia passando per il Guyana nel giro di poche settimane.

ANTICENSURA - In Italia è stata la massiccia operazione della Guardia di Finanza di Bergamo dello scorso ottobre a inibire l’accesso al dominio svedese e a una serie di portali analoghi. E dall’altra, tornando alle due facce dell’anno appena concluso dei pirati della baia, la crescita dei consensi con un aumento del 50% dei contenuti caricati . I link indicizzati sono 2,8 milioni e nel mese di dicembre hanno preso parte all’attività di condivisione 19 milioni di persone . Nonostante gli interventi mirati per arginarla, la pirateria continua quindi a godere in tutto il mondo di buona salute (qui ).

IL NUOVO BROWSER - The Pirate Bay ha quindi deciso di sviluppare un prodotto che renda maggiormente agevole l’accesso e il download dei contenuti in un contesto sempre più ostile. Lo scorso agosto si è mosso in questa direzione con Pirate Browser, soluzione per navigare senza preoccuparsi di barriere di alcun tipo scaricata 2,5 milioni di volte. Adesso, secondo le anticipazioni del portale TorrentFreak , è in lavorazione un programma con cui condividere nella rete peer-to-peer i link che portano ai contenuti, che saranno poi consultati localmente sui dispositivi degli utenti. Cosa vuole dire? «Facciamo l’esempio dei navigatori satellitari: con Google Maps accedi a Google per consultare le mappe, mentre altri navigatori ti chiedono di scaricarle di volta in volta.

In questo secondo caso le hai in locale», spiega a Corriere.it lo sviluppatore ed esperto di informatica Leonardo Foderaro . «Con il nuovo browser, The Pirate Bay vuole spostare sui computer degli utenti la lista dei file contenenti le informazioni per scaricare film o giochi. In questo modo, se il portale sui cui vengono pubblicati viene oscurato le informazioni continuano a circolare non essendoci un indirizzo Ip da poter bloccare», spiega. Lo spazio necessario sul computer varia dalle poche decine di megabyte per un sito di dimensioni contenute a diversi gigabyte per liste di torrent più nutrite. La novità sarà disponibile nei prossimi mesi sia come programma a se stante sia come funzionalità da aggiungere ai browser Firefox o Chrome.

NO ITALIA - Gli utenti italiani, spiega però l’avvocato esperto di digitale Fulvio Sarzana , «non avranno probabilmente mai modo di scaricare il programma». Sarzana fa riferimento al regolamento Agcom per la protezione del diritto d’autore online , che dopo la discussa approvazione dello scorso dicembre entrerà in vigore il prossimo 31 marzo. L’articolo 9 della norma prevede, previa segnalazione dei detentori dei diritti, il blocco Ip o dns sia dei siti contenenti materiale pirata sia di quelli che incoraggiano la pratica. «Il programma andrà scaricato da un portale a cui, essendo Pirate Bay già finito nel mirino delle istituzioni, i cittadini italiani non potranno accedere». Non solo, «potrebbero fare la stessa fine anche i siti che spiegano come aggirare i blocchi con l’utilizzo, ad esempio, dei dns di Google o di OpenDns», sempre in qualità di promotori della pirateria.

Le associazioni Altroconsumo, Assoprovider, Assonet e Movimento di difesa per il cittadino faranno ricorso al Tar contro il regolamento nelle prossime settimane. Non si oppongono alla volontà di arginare la pirateria, ma al contenuto di un testo che non è uscito dal Parlamento, da cui ci si aspetta una presa di posizione legislativa per un settore che è profondamente cambiato dall’ultima norma sul diritto d’autore datata 1941. Altro aspetto che suscita perplessità è l’assenza dell’intervento di un giudice nel processo che può portare al blocco o all’oscuramento di un sito Internet.

07 gennaio 2014

Comune di Napoli, nominati venti staffisti

Corriere del Mezzogiorno

Costeranno 1,5 milione fino alla fine del mandato del sindaco. Si aggiungono ad altri 39 già in carico agli assessorati


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NAPOLI — Altri 20 staffisti a disposizione degli assessori comunali. Venti staffisti, che si aggiungono ai 39 che già ci sono. Che evidentemente non sono sufficienti. Al Comune di Napoli la platea dei collaboratori degli assessorati si allarga di oltre il 35 per cento. Lo ha deciso il sindaco Luigi de Magistris con la sua giunta il 23 dicembre scorso, nelle more del via libera «della commissione centrale per la stabilità finanziaria degli enti locali in ordine alla complessiva capacità assunzionale dell'ente». La frase è contenuta nella delibera 1027 pubblicata lo scorso 2 gennaio sull'Albo pretorio. E dice molto. Dice, per esempio, che il Comune di Napoli ha deciso di procedere comunque con la formalizzazione dei 20 contratti «nelle more dell'autorizzazione della suddetta Commissione» in quanto gli staffisti vengono ritenuti assolutamente determinanti per un corretto svolgimento del lavoro degli assessori. I venti, infatti, erano stati nominati già lo scorso agosto, insieme a 39 dirigenti, poi diventati 18 a seguito della scure della Commissione che sorveglia sugli enti in predissesto.

I loro contratti, come quelli dei dirigenti, furono però congelati. Due settimane fa, invece, la decisione del Comune di andare avanti in attesa del via libera da Roma «al fine di dare nuovo impulso alle attività della giunta». Questo perché «il regolamento sull'ordinamento degli uffici e dei servizi del Comune di Napoli del 2003, poi via via modificato, consente «con provvedimenti della giunta comunale» la costituzione di uffici «alle dirette dipendenze del sindaco, della giunta o degli assessori per coadiuvarli nell'esercizio delle funzioni di indirizzo e di controllo loro attribuite dalla legge, ricorrendo a dipendenti dell'ente, a personale comandato da altre amministrazioni e/o a collaboratori esterni alla Pubblica amministrazione». Quindi, gli staffisti. Che possono essere assunti però solo con contratto a tempo determinato. Come in questo caso, considerato che l'incarico dei 20 staffisti coincide con la fine del mandato del sindaco. La storia degli staffisti è lunga. Si tratta di collaboratori che svolgono un lavoro importante e, in molti casi, insostituibile visto che molti assessori gestiscono più d'una delega.

Il problema però è che il Comune, con oltre 9000 persone, ha un vero e proprio esercito di dipendenti ai quali si aggiungono altrettante 9000 unità nelle partecipate. Ma gli staffisti non mancano mai. Finora, la spesa per gli staffisti era peraltro via via diminuita: si era passati — come si legge anche nella delibera — da 2.407.614,03 euro lordi annui a 2 milioni, «mentre già nel corso del 2012 la spesa lorda annua si è ridotta a circa 1.600.000,00 per poi arrivare, all'inizio del 2013, ad 1.300.000,00». «Decremento di spesa» che nell'atto di giunta si legge come fosse dovuto appunto «alla cessazione di incarichi di staff per i quali non si è provveduto alla relativa sostituzione», ciò in seguito ai tanti rimpasti finora effettuati da de Magistris, con tanti assessori e relativi staffisti che sono andati via. Un contenimento di costi in ogni caso sacrosanto, portato avanti da un ente in predissesto che «a seguito di ulteriori riduzioni del personale» ha portato ad un numero di 39 gli staffisti per un costo lordo annuo di 1.192.065,14 euro. Ora, però, per la retribuzione dei venti staffisti, alcuni dei quali con contratto part time, il Comune dovrà mettere sul piatto una spesa aggiuntiva di 453.569,44 euro annui, oltre agli oneri contributivi e all'Irap.

07 gennaio 2014

La denuncia di un rabbino: "Sesso anale coi bimbi nelle vasche sacre"

Libero

Nuchem Rosenberg ripara le mikveh, e racconta: "Ho visto un anziano abusare di un bimbo. E' una pratica molto diffusa tra gli ultraortodossi"


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Dopo la Chiesa Cattolica, anche l'ebraismo si trova a fare i conti con gli orrori della pedofilia. A lanciare la denuncia è il 66enne rabbino Nuchem Rosenberg. La sua testimonianza è apparsa sulle pagine del sito d'informazione Vice. L'uomo, che per professione ripara le vasche utilizzate dai credenti per la purificazione prescritta dalla Torah, dichiara di aver assistito allo stupro di un bambino. 

I fatti - L'episodio risale al 2005, anno in cui Rosenberg si trovava in visita a Gerusalemme. Entrato in un mikveh (vasca sacra), situato in uno dei quartieri più devoti della città, il religioso racconta di esersi trovato davani agli occhi una scena raccapricciante: "Un anziano praticava del sesso anale a un bambino di circa 7 anni che teneva sulle gambe". Questo genere di violenza, ha spiegato il rabbino, è una pratica frequente e accettata negli ambienti dell'ebraismo ultraortodosso, e aggiunge: "L'ho sempre sospettato, ma adesso ho le prove".

De Girolamo e de Magistris «intercettati» Mastella: io fui massacrato, e loro?

Corriere del Mezzogiorno

Gli sfoghi della ministra sannita e del sindaco registrati da pm e da ex assessori. La casistica è lunga


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Ha fatto molto caldo in alcuni palazzi di Napoli e Benevento nelle sere del luglio 2012. E l’afa estiva c’entra solo in parte. E’ stata soprattutto la politica con le sue strategie, i suoi retroscena e i suoi gossip a tenere alta la colonnina di mercurio nelle due città.
La sera del 17 luglio 2012 sono l’uno di fronte all’altro nel Municipio di Napoli il sindaco Luigi de Magistris e l’assessore al Bilancio Riccardo Realfonzo. Il sindaco comunica all’assessore economista l’uscita dalla giunta ma non sa che Realfonzo registra la conversazione. «L’ho fatto perché ero scosso e preoccupato» dirà poi l’assessore ormai ex. Il suo telefonino-registratore intanto è finito in Procura. «Un’azione miserabile, ho fatto bene a cacciarlo», commenterà il sindaco di Napoli dopo aver appreso della registrazione. Realfonzo sarà probabilmente il testimone o meglio il supertestimone in un’aula giudiziaria se alcune delle vicende amministrative che ha vissuto dovessero arrivare davanti a un giudice.

Passano due settimane e a Benevento, nell’abitazione privata del padre della deputata pidiellina che poi diventerà ministra delle Politiche Agricole, Nunzia De Girolamo, la sera del 30 luglio 2012 si tiene una riunione strategica. Sul tavolo l’analisi e la discussione sulla gestione del territorio e dei suoi servizi. Quelli sanitari, in particolare, e più in particolare la gestione del «118» che risponde alle emergenze. Chi fa cosa, come e dove. E chi dovrebbe fare cosa, come e dove. Nomi e luoghi diventano appunti vocali captati dal registratore di Felice Pisapia, direttore dell’Asl licenziato pochi mesi dopo quella serata. Il nastro è finito in Procura. Lo ha consegnato ai magistrati lo stesso Pisapia nel tentativo di scagionare se stesso da un’inchiesta sulla sanità sannita. Il gesto non gli è valso la revoca dell’obbligo di dimora a Salerno.

Quel nastro «attualmente non contiene nulla di penalmente rilevante», dicono i finanzieri al pm Giovanni Tartaglia Polcini. Resta il clamore per i dettagli di quella serata a casa De Girolamo letti sui giornali o sussurrati per strada. Benevento ne è piena. Dal colorito «stronzi» che Nunzia De Girolamo avrebbe pronunciato due volte durante la riunione al timore della deputata poi ministra di «essere presa per il culo», timore che si sarebbe potuto scongiurare chiedendo l’invio di controlli al Fatebenefratelli della città sannita. Se la città di Benevento è scossa dal gossip politico penalmente irrilevante (la ministra De Girolamo non è indagata), Clemente Mastella è invece irritatissimo. Per frasi intercettate, lui e sua moglie Sandra Lonardo hanno visto «distrutto un patrimonio personale - spiega il politico di Ceppaloni - con nove mesi d’inferno».

Mastella ora si chiede e chiede alcune cose: «Esiste una Questione Mastella?». E aggiunge: «Lotterò fino alla morte per capire il perché di questo doppio peso. Pensate se le cose che leggo ora sui giornali le avessi dette io». Ma poi chiede: «Esistono o no? Sono vere? Io non voglio il male di nessuno, ma...». E ripete: «Se le avessi dette io, sarebbe successa l’ira di Dio». Mastella ha un pensiero anche sulla registrazione che Realfonzo ha fatto delle parole di de Magistris. «Il sindaco di Napoli si giustifica dicendo che con Realfonzo discuteva di politica. E perché io con Bassolino di che discutevo?». Insomma da Ceppaloni non si leva solo un grido di rabbia, ma anche qualche domanda alla quale la coppia Mastella-Lonardo chiede risposte. Dalle coincidenze del luglio 2012 all’anniversario di ieri. Era proprio il 6 gennaio del 2009 quando l’allora segretario provinciale napoletano del Pd Luigi Nicolais (ora presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche) scoprì che il colloquio avuto con la sindaca di Napoli Rosa Russo Iervolino il 4 gennaio 2009 era stato registrato dalla prima cittadina:

«Sono stato l’antesignano - ride commentando al telefono i fatti di queste settimane - ma quel giorno mi arrabbiai molto. Ero con Tino Iannuzzi, (segretario regionale del Pd, ndr) discutevamo della necessità di rilanciare la giunta comunale e vidi quella penna-registratore sul tavolo». Iervolino avvisò delle sue intenzioni? «Non mi disse niente, altrimenti mi sarei alzato e sarei andato via». Dunque non c’è perdono neppure a cinque anni di distanza? «Ci siamo rivisti sei mesi fa a Bruxelles e ci siamo salutati. Abbastanza normalmente». La ferita brucia ancora. Ma Nicolais nel merito delle registrazioni dei colloqui tra politici aggiunge: «Chi registra non ha fiducia. Quel gesto indica anche una inadeguatezza che poco si addice alla correttezza dei rapporti. C’è premeditazione, malafede. E’ perfino ridicolo usare questi metodi in politica». Anche perseverare è inopportuno. Lo ha scritto un anno fa il gip Pietro Carola a Napoli non autorizzando la proroga alle intercettazioni a carico del vicesindaco partenopeo Tommaso Sodano.

Dal suo telefonino «non emergevano fatti costituenti indizi di reità». Meglio non accanirsi, dunque. Anche perché tra i fatti penalmente non rilevanti, nelle pieghe di una discussione telefonica si possono condensare valutazioni e giudizi che, se non fanno finire nessuno in tribunale, portano sicuramente alla frantumazione di consolidate frequentazioni. Un esempio è la chiacchiera al telefono tra il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis e il direttore marketing della squadra azzurra Alessandro Formisano. La chiacchiera è penalmente irrilevante e nessuno dei due è indagato. Detto questo, la confidenza che De Laurentiis fa a Formisano su Paolo Graziano, presidente degli industriali di Napoli, è di quelle che lasciano il segno. «Non mi fido di lui», ha detto De Laurentiis. E tanto è bastato perché ieri al San Paolo nel lunch match delle 12.30 contro la Sampdoria il presidente degli industriali non fosse al suo posto. Era l’ora del ragù. Ma il ragù non c’entra.

07 gennaio 2014

Android supererà un miliardo di utenti nel 2014

Il Mattino


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(Teleborsa) - Nel mercato dei sistemi operativi, Android brillerà, mettendo a segno una performance che gli permetterà di superare la soglia del miliardo. Secondo le stime fornite dalla società di ricerca Gartner, quest'anno, il numero di smartphone e tablet prodotti con il sistema operativo Android di Google dovrebbe superare un miliardo di utenti ed, entro il 2017, oltre il 75% dei volumi arriverà dai mercati emergenti. Gartner stima inoltre che le vendite mondiali complessive di device dovrebbero raggiungere quota 2,5 miliardi di unità nel 2014, con una crescita del 7,6% rispetto al 2013. A dominare la scena saranno i cellulari, con 1,9 miliardi di telefonini venduti nel 2014 (+5% rispetto al 2013).


martedì 7 gennaio 2014 - 12:20   Ultimo aggiornamento: 12:38

Foibe, nuove polemiche su Cristicchi: "Cacciatelo dall'Anpi"

Raffaello Binelli - Mar, 07/01/2014 - 12:42

Accusato di fare "propaganda antipartigiana", il cantautore romano si difende: "Ho fatto il mio dovere di artista"

Riesplodono le polemiche sullo spettacolo (Magazzino 18) che Simone Cristicchi ha dedicato alle foibe. Il giovane cantautore romano, accusato di "propaganda anti partigiana", si difende in questo modo: "Ho solo fatto il mio dovere di artista".

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Ma per qualcuno si tratta di un affronto: una Onlus, la Cnj - come riporta il Tempo - fa sapere di aver raccolto molte adesioni di partigiani e dei loro eredi per l'espulsione di Cristicchi dall’Anpi (Associazione nazionale partigiani d'Italia) perché alimenta "a livello mediatico e diffusivo a mezzo web una propaganda politica antipartigiana". Non si accetta il fatto che Cristicchi provi a rompere il pensiero dominante antifascista. Quello stesso pensiero che per decenni ha letteralmente cancellato la memoria delle foibe.

Nel suo spettacolo Cristicchi è andato al Porto Vecchio di Trieste, dove al Magazzino 18 (che dà il nome allo spettacolo) sono tuttora conservate molti oggetti appartenuti agli esuli (mobili, suppellettili e molto altro). A quegli oggetti di vita quotidiana il cantante ha ridato i nomi dei proprietari, con il legno e il ferro che diventano voci di uomini, donne e bambini le cui radici sono state barbaramente estirpate.
Anche il quotidiano il manifesto ha recensito lo spettacolo: prima lo ha demolito, poi ha corretto il tiro e lo ha stranamente incensato. Ora, invece, arriva la richiesta di espellere Cristicchi dall'associazione partigiani, di cui il cantautore fa parte dal 2010 ("La tessera - racconta  lui sulla propria bacheca Facebook - mi è stata donata dall'Anpi stessa nel 2010 come attestato si riconoscenza per lo spettacolo con il Coro dei Minatori di Santa Fiora").

Come andrà a finire? "La polemica e gli attacchi di alcuni sedicenti "antifascisti" e "difensori della democrazia" - spiega al Tempo - non mi colpiscono più di tanto. Da artista libero, sono ormai abituato agli attacchi di chi non vuol vedere i chiaroscuri della storia. Con "Magazzino 18" penso di aver fatto il mio dovere di artista, raccontando una pagina dolorosa e poco nota, e aver reso agli esuli istriani fiumani e dalmati ciò che spettava loro da 60 anni. La dignità della memoria". Ed è un motivo più che sufficiente per andare avanti.

Addio a Run Run, che lanciò nel mondo i film di Kung Fu

La Stampa

ilaria maria sala

Aveva 107 anni: fondò l’impero cinematografico di Hong Kong, creò dal nulla Bruce Lee, e produsse quasi mille pellicole. Miliardario e filantropo, fino all’ultimo presente a ogni evento mondano


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Addio a Run Run Shaw, di 107 anni, l’uomo che ha fondato l’impero cinematografico di Hong Kong, producendo quasi 1000 film e lanciando nel mondo i film di kung fu.
Nato nel 1907 a Ningbo, città di mare a sud di Shanghai, Shaw era il sesto di sette figli di un industriale del tessile cinese. Insieme al fratello, Runme Shaw, deceduto nel 1985, decise di non proseguire la carriera paterna ma di lanciarsi invece nell’allora elettrizzante mondo dello spettacolo di Shanghai – dapprima come produttori teatrali, poi produttori cinematografici. Le vicissitudini degli inizi del secolo scorso cinesi vedono i due fratelli dapprima partire verso Singapore e la penisola malesiana negli anni Venti – scappando dall’invasione giapponese, che li raggiunge però nel 1941, portando alla prima chiusura a Singapore del loro mini-impero di sale cinematografiche e produzione. 

Arrivati a Hong Kong nel 1959, i fratelli lanciano la Shaw Brothers, casa di produzione cinematografica leggendaria, con enormi studios a Clearwater Bay, dalla quale uscivano decine di film ogni anno. Grazie ai fratelli Shaw è stato creato il genere cinematografico di azione alla cinese, in particolare con film di kung fu e di ambientazione storica, con numerose eroine sexy e combattive capaci di sgominare draghi e briganti grazie alle arti marziali orientali e al loro travolgente sex appeal.

Inizialmente, i fratelli lavorarono anche con Bruce Lee, perdendo però il contratto con lui dato che la star sino-americana pretendeva un compenso maggiore di quello solitamente elargito dagli Shaw Studios. Lee proseguirà la sua carriera con Raymond Chaw, altra leggenda del cinema cinese, che lasciando i fratelli Shaw fondò la Golden Harvest, il secondo maggior gruppo di produzione cinematografica di Hong Kong dopo quello degli Shaw. Criticato per produrre cinema leggero e di evasione, Shaw riuscì non di meno a ottenere il primo premio di Cannes dell’allora colonia britannica di Hong Kong, con il suo “La magnifica concubina”, nel 1962.

Shaw, divenuto miliardario, si è fatto notare anche per la grande generosità filantropica, contribuendo regolarmente alla creazione di scuole, università, ospedali e orfanatrofi tanto a Hong Kong che in Cina e in Gran Bretagna – dove ha ottenuto il titolo di Baronetto dalla Regina Elisabetta nel 1978. Anima glamour di innumerevoli feste fino in tarda età, Shaw amava farsi fotografare in tuta di seta nera in pose di arti marziali anche da ultra-novantenne.

I fratelli Shaw lanciarono anche diverse reti televisive, in particolare la TVB di Hong Kong, che ha dato questa mattina l’annuncio della scomparsa dell’amato Run Run Shaw. Shaw lascia un significativo vuoto nel territorio, non colmabile oggi che l’industria cinematografica oggi meno attiva e maggiormente frammentata rispetto agli anni d’oro dei Shaw Studios. I suoi quattro figli infatti non hanno seguito le orme paterne, e oggi l’industria cinematografica hongkonghese, per quanto ancora molto attiva, è maggiormente impegnata in co-produzioni con la Cina, e ha perso le caratteristiche di forte centralizzazione e glamour conosciute sotto Shaw.


Il Bitcoin esce dal recinto virtuale

La Stampa

giuseppe bottero

Zynga accetta la nuova valuta per le puntate



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Il fenomeno Bitcoin divide le istituzioni. Se in Cina gli scambi di monete virtuali sono stati stoppati, Bank of America Merrill Lynch ha iniziato a trattare la valuta indicandola come un serio concorrente ai canali tradizionali. Il segreto degli hacker non è più un segreto. Il Bitcoin, che neppure una settimana fa Paul Krugman bollava come «intrattenimento», torna a volare oltre quota 1000 dollari dopo che Zynga, il colosso dei videogiochi su Facebook guidato dall’ex direttore di Microsoft Don Mattrick, ha annunciato che inizierà ad accettare la moneta virtuale per i pagamenti. 

Una svolta, benedetta da Wall Street (il titolo è balzato subito dopo la comunicazione ufficiale) che porterà il Bitcoin fuori dal circuito degli iniziati e, per il momento, regala nuovo slancio alla «cybermoneta», in grado di toccare i 1238 dollari a dicembre per poi ripiegare a 640 dopo che il maggiore mercato online della valuta in Cina ha smesso di accettare depositi. Nonostante l’allarme dell’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan, che parla di rischio bolla, la corsa della moneta virtuale si scalda anche sui mercati. Da un mese Bank of America Merrill Linch ha iniziato a trattare la valuta indicandola come «serio concorrente ai canali tradizionali di trasferimento di denaro». Soprattutto per quanto riguarda l’e-shopping, anche se le oscillazioni spaventano e i giganti del settore, eBay in testa, sono già al lavoro su una moneta alternativa.

Per capirne le potenzialità dei Bitcoin bisogna scartare, non fermarsi al concetto della banconota per «smanettoni». «La vera novità è il sistema di pagamento, che sfrutta tecnologie disponibili da tempo ma le utilizza in un modo innovativo», ragiona Gabriele De Palma, autore del saggio “Affare Bitcoin. Pagare col p2p e senza banche centrali”. Oggi, spiega, in Bitcoin si possono acquistare panini (della catena Subway) e connessioni internet, pagare case, interventi di chirurgia plastica, si può ordinare una pizza, prenotare un volo aereo, avere una consulenza legale. Addirittura prenotare una vacanza in un agriturismo piemontese a San Marzano Oliveto. Fra i big che hanno scommesso sulla moneta ci sono anche Victoria Secret Stores e Overstock.com.

Il cripto-contante può essere trasferito attraverso il web a chiunque disponga di un «indirizzo ad hoc», salvato su un pc sotto forma di «portafoglio» o tenuto presso parti terze, che svolgono funzioni simili ad una banca. Il trading avviene su una serie di piattaforme web tra cui Mt.Gox basata in Giappone, Bitstamp con sede a Londra e la bulgara BTC-E che a differenza delle altre non richiede documenti per depositare o prelevare. Prima della svolta di Zynga il Bitcoin è stato soprattutto un rifugio. «I dati disponibili confermano che la maggior parte di cripto-moneta estratta tende alla stasi - prosegue De Palma -. Ne circola solo circa il 22 per cento del totale, il resto è custodito sotto il materasso, digitale si intende».

La cosa non piace troppo agli istituti centrali. L’Eba ha studiato per tre mesi il fenomeno e sta valutando la possibilità di regolarlo. «Attualmente - dicono dall’Autorità bancaria europea- non esiste nessuna protezione specifica per salvaguardare i consumatori da perdite finanziarie nel caso in cui una piattaforma che scambia o detiene valute virtuali fallisca o chiuda». Oltre ai paletti dei legislatori sul futuro della moneta pesa il costo di realizzazione, il cosiddetto «mining». Non solo perché, per evitare intrusioni, bisogna realizzare algoritmi sempre più potenti. A gravare sono anche i costi dell’energia elettrica che alimenta le macchine che estraggono i Bitcoin. «Potrebbe accedere che presto o tardi le risorse impiegate non varranno la fatica, e che cioè il valore di un Bitcoin diventi inferiore ai costi necessari per estrarlo» dice De Palma. Il sogno di una Zecca senza spese, gestita con un pc portatile e una connessione Wi-fi, per ora è destinato a rimanere in un cassetto. 

Il recapito della corrispondenza e i lavoratori senza garanzie

Corriere della sera

di Giuliana De Vivo

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Lettere e pacchi ammassati uno sull’altro, in attesa da giorni di arrivare a casa del destinatario: nei centri di smistamento delle Poste italiane c’è un tempo tecnico, fisiologico, di giacenza. Che però, nelle ultime settimane, si è allungato, spia di un ingolfamento del sistema che ha portato in tutta Italia, secondo la denuncia della Fiom, a circa 1200 tonnellate di missive in più rispetto alla giacenza media.

Il corto circuito non è dovuto solo alle festività natalizie da poco chiuse, ma soprattutto al conflitto in atto tra i lavoratori dei centri di meccanizzazione postale – i luoghi in cui tutto ciò che spediamo viene selezionato e suddiviso, per poter essere poi recapitato –  e la Ph Facility, società che dal 1 novembre scorso ha la manutenzione dei centri. Il gruppo da migliaia di dipendenti che opera nel ramo delle pulizie (tra i clienti anche il Senato, la Camera, il Ministero della Giustizia) ha vinto l’appalto dopo essersi costituita in associazione temporanea d’impresa con Selex Es, la controllata di Finmeccanica cui da decenni Poste italiane affida la gestione dei centri.
Fino al 31 ottobre scorso, Selex Es affidava il subappalto ad altre due società, Stat Italia e Logos, che applicavano ai lavoratori il contratto dei metalmeccanici.
Ora che, grazie al maggiore ribasso, l’ati Selex Es-Ph Facility ha vinto la nuova gara quest’ultima si avvia ad inquadrare i dipendenti – operai specializzati nell’uso di macchine complesse – come operai multiservizi. La conseguenza, spiega il coordinatore nazionale Fiom Augustin Breda:
«Non è solo nel trattamento economico, inferiore tra il 10 e il 20 per cento dello stipendio precedente a seconda dei casi.L’orario di lavoro diventerà flessibile, rimesso totalmente all’arbitrio dell’azienda. E le tutele sono inferiori. In più è previsto un periodo di prova di sei mesi, che quindi può essere interrotto anche senza preavviso, per persone che fanno questo lavoro da venti, trent’anni: assurdo».
La Ph Facility ha da subito manifestato l’intenzione di assorbire poco più della metà dei 263 tecnici impiegati fino allo scorso 31 ottobre: circa 150 persone, più una trentina con contratti interinali. Tutti gli altri restano dipendenti di Stat Italia e Logos, quindi con la perdita dell’appalto scattano licenziamento per giusta causa e messa in mobilità del lavoratore.

Ad oggi sono un centinaio coloro che hanno firmato il nuovo contratto, gli altri da oltre un mese animano i presidi davanti ai centri italiane, con proteste più accese in quelle regioni  – come Lombardia, Veneto, Toscana – in cui esiste più di un centro. La Fiom contesta anche il metodo utilizzato: «Con il nuovo appalto bisognerebbe fare il passaggio diretto del lavoratore, non il licenziamento e la successiva riassunzione», obietta Breda.

Più in generale il segretario della Fiom Maurizio Landini ha più volte auspicato una “clausola sociale” che preveda il mantenimento dei diritti precedentemente acquisiti dal lavoratore quando a vincere un appalto è un’azienda diversa. Un momento fondamentale della trattativa sarà l’incontro di tutte le parti il prossimo giovedì 9 gennaio al ministero dello Sviluppo economico.
La richiesta della Fiom è che siano riassunti tutti gli operai, senza periodo di prova. «Se non è possibile una riassunzione nell’immediatezza magari anche diluita nel tempo, purché ci sia un impegno in questo senso e siano previste delle forme di sostegno al reddito nel frattempo», chiosa Breda.
Lasciando capire che sul tipo d’inquadramento contrattuale qualche margine di manovra c’è.  Mentre la trattativa prosegue si cerca di far fronte ai rallentamenti nelle Poste utilizzando lavoratori interinali. Ma se non dovesse sbloccarsi i ritardi nelle consegne potrebbero aumentare. E chi ci rimette è l’utente finale.

twitter@giulianadevivo

Usa, il pacco di Amazon è gigantesco E la consegna arriva su un autocarro

Corriere della sera

L’arrivo del plico ingombrante, in Wisconsin, non è passato inosservato agli occhi di un vicino di casa del destinatario

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La spedizione di questo pacco, molto probabilmente, ha un costo non indifferente. Un utente del portale Reddit ha pubblicato lunedì alcuni scatti ripresi da una strada a Madison, Wisconsin (Stati Uniti). La didascalia delle foto recita: «Qual è la cosa più grande che ci si può far spedire da Amazon? Penso che il mio vicino di casa lo abbia appena fatto». Le immagini, ovviamente, hanno subito iniziato a circolare sui social network. Tantissimi i commenti. Parecchie le ipotesi.


MACCHINA O MAXI-GATTO? - Forse, suggerisce qualcuno, in questo enorme plico si nasconde una Nissan Versa Note. Nel settembre scorso, infatti, la casa giapponese aveva siglato un accordo col gigante di Seattle per vendere i modelli sul negozio online e, come parte della promozione, spedire le auto in scatole giganti a tre fortunati destinatari. Altri, più ironicamente, spiegano che nel pacco si nasconde «il gatto più grande del mondo».

07 gennaio 2014

Io, insegnante con 1.780 euro di stipendio dovrò pagarne 2.122 per l’Imu»

Corriere della sera

«Era l’appartamento dei miei genitori, non un investimento»

«Il notaio me l’aveva detto quando ho comprato casa. Sposti qui a Torino la residenza, pagherà meno. Ho pensato: perché devo dichiarare il falso?». Margherita Simonetta non l’ha fatto, e quest’anno ha sborsato soltanto di Imu 2.122 euro. Un’enormità per un appartamento di cento metri quadrati a Borgo San Paolo, periferia della città. Una mazzata per un’insegnante che guadagna 1.780 euro al mese.


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Il paradosso è questo: Margherita Simonetta, 59 anni appena compiuti, docente di italiano e storia in un istituto professionale, lavora e abita a Milano, in un casa in affitto («Cucinino, soggiorno e camera da letto. Cinquecento euro al mese»). È un donna semplice ma determinata, non le andava di prendere in giro lo Stato. «La mia scuola, i miei interessi, i miei affetti sono qui in Lombardia. Perché devo spostare la residenza in una città dove non vivo». Il ragionamento non fa una piega. Ma per il Fisco e la legge italiana l’abitazione torinese è a tutti gli effetti come una «seconda casa», un lusso su cui infierire a colpi di tasse. «Ho investito tutti i miei risparmi. Era l’appartamento dei miei genitori, ci hanno vissuto solo loro. Quando è morto mio padre l’ha lasciato a noi figli. Mi sono detta, se proprio devo acquistare una casa compro questa, così ho rilevato le quote degli altri tre fratelli». Non si capacita che lo Stato possa essere così miope. «È l’unico immobile che possiedo, non mi risulta che la Costituzione imponga di acquistarlo nella città dove si lavora».

In questi mesi talvolta ha vacillato, ha pensato che forse doveva dare retta al notaio, non può permettersi di «buttare» i soldi così. È durato poco, sui principi non intende transigere: «Non posso fare come una coppia di amici. Sono affiatatissimi, ma lei ha la residenza a Milano, lui nella casa a mare a Santa Margherita Ligure. Ufficialmente vivono separati...». Sorride, perché nonostante tutto è ottimista. «È giusto pagare le tasse, ma è possibile che nemmeno la sinistra abbia mai fatto una proposta che tenga conto del reddito e della reale ricchezza dei contribuenti?». Ha votato Pd, ha partecipato alle primarie e dopo aver ricevuto la cartella dell’Imu ha scritto a Fassino (il sindaco della sua «seconda» città) e Letta, a Renzi e Saccomanni.

«Solo Cuperlo mi ha risposto, magari l’ha fatto il suo staff, ma ho apprezzato. Mi ha scritto che ho ragione, che però dovevo pagare». Su questo anche lei è d’accordo. Diligentemente ha onorato le due rate, e adesso è costretta a salti mortali per non andare in rosso. «Chiedo scusa, ma i quotidiani non li compro più. Purtroppo non solo io, una volta anche i miei colleghi arrivavano con il giornale sotto il braccio, adesso non vedo più nessuno». Non solo. «Basta anche con il caffé al bar, soprattutto dopo che è aumentato a un euro. Cinque in meno a settimana sono venti euro al mese, 250 euro in un anno...».

Al parrucchiere però non può rinunciare. «Non posso presentarmi davanti agli studenti come una barbona. I ragazzi sono attentissimi a come vai vestita, ne va della tua autorevolezza». Però si è fatta furba. «Vado ogni settimana dai cinesi: 8 euro per una piega, così ne risparmio 7. Sono 32 euro al mese, più di trecento all’anno». Al cinema è andata due volte da settembre, al teatro mai («Era già un lusso prima...»), i libri li compra di seconda mano («Nel banchetto di piazza Fontana»). Ai politici ha scritto: «Mi sembra gravissimo che un’insegnante sia costretta a tagliare su questo tipo di spese». A volte lo sconforto prende il sopravvento: «Non riesco più a trasmettere ai miei allievi il rispetto delle leggi e della Costituzione».

Ma non molla, l’insegnamento è la sua vita: «In classe sono più gli stranieri, sudamericani, cinesi, romeni, albanesi... Un tempo era più facile, adesso devi dedicare molto tempo all’alfabetizzazione della lingua italiana, molti sono appena arrivati e conoscono solo poche parole». Studenti difficili? «Tutt’altro, sono molto volenterosi. Ci tengono a imparare, soprattutto le ragazze filippine. Tanti vogliono proseguire gli studi, andare all’università». Stamattina, come fa da 32 anni, tornerà come sempre a scuola («In metropolitana, non ho mai avuto la macchina»), nella città dove lavora e dove vuole continuare a vivere. A che se la sua «prima casa» è altrove.

07 gennaio 2014

Strasburgo condanna l’Italia: «È un diritto dare ai figli il solo cognome della madre»

Corriere della sera

Sentenza della Corte Europea. La richiesta, presentata da una coppia lombarda, era stata negata dalla giustizia italiana

La Corte europea dei diritti umani ha stabilito che i genitori hanno il diritto di dare ai propri figli anche il solo cognome della madre. Strasburgo ha così condannato l’Italia per aver negato a una coppia tale diritto . Nella sentenza, che diverrà definitiva tra 3 mesi, i giudici indicano che l’Italia «deve adottare riforme» legislative o di altra natura per rimediare alla violazione riscontrata.

LA STORIA- A fare ricorso alla Corte di Strasburgo sono stati i coniugi milanesi Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, genitori di Maddalena. La coppia fin dal 1999, quando lo Stato italiano gli impedì di registrare la figlia all’anagrafe con il cognome materno anziché quello paterno, si è battuta per vedersi riconosciuto questo diritto. Ora i giudici della Corte di Strasburgo riconoscono la discriminazione tra coniugi e il non rispetto della vita familiare e privata compiuta dallo Stato italiano nei loro confronti. I giudici sostengono che «se la regola che stabilisce che ai figli legittimi sia attribuito il cognome del padre può rivelarsi necessaria nella pratica, e non è necessariamente una violazione della convenzione europea dei diritti umani, l’inesistenza di una deroga a questa regola nel momento dell’iscrizione all’anagrafe di un nuovo nato è eccessivamente rigida e discriminatoria verso le donne». Nella sentenza i giudici sottolineano anche che la possibilità introdotta nel 2000 di aggiungere al nome paterno quello materno non è sufficiente a garantire l’eguaglianza tra i coniugi.

07 gennaio 2014

Yahoo, se l'attacco malware parte dai banner pubblicitari

Redazione - Lun, 06/01/2014 - 18:32

Cliccando sulle pubblciità si veniva infettati. Italia meno esposta al pericolo

Il 2014 di Yahoo non poteva inizare peggio. Dal 30 dicembre (almeno, ma secondo alcuni il problema sarebbe iniziato 3 giorni prima) fino al 3 gennaio sono state proposte ai visitatori sanzioni infette.


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In poche parole: andando sui siti del network con dominio yahoo.com, cliccando sulle inserzioni pubblicitarie si poteva infettare il proprio computer con un virus. Il caso è stato denunciato dal blog diFox-It e poi confermato dall'azienda californiana. Secondo gli esperti, nella sola giornata del 3, potrebbero essere più di ventimila gli utenti colpiti dai virus. L'Italia è stata colpita solo marginalmente, ma può sempre convenire fare una scansione del proprio computer con l'antivirus. Rimane un dubbio: il colosso del web pagherà per questa svista?

I killer delle balene scoperti con tre carcasse sulla nave

Il Mattino

di Chiara Graziani


Questa foto è la prova: i bracconieri giapponesi - sfidando i divieti internazionali - forniscono il mercato nazionale con carne di balena pescata di frodo. L'immagine, ripresa da un elicottero, è stata rilasciata dall'associazione Pastore del mare (Sea Shepherd, Australia) che dà la caccia alle baleniere giapponesi mentre danno la caccia alle balene.




Si tratta di una flotta di cinque navi, riferisce l'associazione internazionale, che opererebbe in spregio ad ogni divieto. La caccia alle balene - come quella ai tonni - sta portando all'estinzione di una specie fondamentale per l'equilibrio del mare: e quindi della sopravvivenza stessa della specie umana. Il Pastore del mare ha sorpreso la nave Nisshin Maru, che vedete nella foto, che trasportava le carcasse di tre balene. Il Giappone ha armato la flotta anti-balene - fornita di quel che serve a sezionare e trattare le carni a bordo - grazie ad un cavillo fatto inserire nel divieto generale di caccia del 1986.
La caccia, si legge, è consentita per soli scopi scientifici. Ma la carne che avanza. e sarebbe parecchia, finisce sul mercato. O i giapponesi studiano parecchio o qualche cosa non va, dicono i volontari ecologisti. Che si stanno procurando le prove della strage. Prima che sia tardi. L'estinzione delle balene sarebbe la vittoria dell'essere umano che vive l'ambiente come un parassita, capace solo di distruggere e di morire - alla fine - per avere ucciso l'organismo che lo sosteneva.

lunedì 6 gennaio 2014 - 14:31   Ultimo aggiornamento: 19:00

1914, cent'anni fa moriva l'Europa

Marcello Veneziani - Lun, 06/01/2014 - 11:26

Dopo la Prima guerra mondiale, il continente divenne periferia. Da allora nessun segno di ripresa

Cent'anni fa finì l'Europa. Dico l'Europa come centro del mondo e faro della civiltà universale. Il 1914 è una data memorabile e funesta per l'Europa. Spengler fu impreciso quando descrisse il Tramonto dell'Occidente: con la Grande Guerra tramontò l'Europa, non l'Occidente che anzi con gli Stati Uniti divenne per tutto il Novecento il fulcro del mondo.


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E a tutt'oggi la ripresa americana, la vitalità del Sudamerica, la crescita del Brasile, il papato argentino, sono segni di un Occidente che non tramonta. Fu l'Europa invece a tramontare, e morire a causa dei suoi stessi figli, storici e ideologici, tecnologici, economici e militari.

Il 1914 fu lo spartiacque tra il mondo di ieri con l'Europa sul trono e il mondo delle masse dominate dalle ideologie e dai sistemi totalitari, e poi dai consumi e dai sistemi tecno-finanziari. La Prima guerra mondiale che scoppiò nell'estate del 1914 può essere considerata gloriosa alla luce di alcune singole nazioni e del loro irredentismo che, come per l'Italia, portava a compimento il Risorgimento; ma fu davvero funesta per i destini della civiltà. Dalla prima guerra mondiale nacque infatti il comunismo e poi il nazismo, mentre da noi era nato il fascismo. Con la Prima guerra mondiale cominciò il tramonto delle potenze europee, comprese le vincitrici in ambedue i conflitti mondiali.
E divampò quella guerra civile europea, come la chiamò Nolte, che dilaniò l'Europa e finì il 1945. Gli ultimi giorni dell'umanità non riguardarono solo la finis Austriae, come pensò Karl Kraus, ma coincisero con la fine dell'homo europeus, che venne colonizzato. Dopo di lui, vi sarà il proletario comunista e l'homo sovieticus, la folla nazionalista e l'homo ideologicus, la massa consumista e l'homo americanus, più il risveglio asiatico.

Tutto quel che ha affossato l'Europa è nato da una costola dell'Europa medesima: l'America come il comunismo, il nazismo come la bomba atomica, il capitalismo come la tecnica e la finanza. «La luce si sta spegnendo in tutta Europa e non la vedremo più riaccendersi nel corso della nostra vita» scriveva allora sir Edwuard Grey e lo diceva da segretario di stato britannico. Lo cita Margaret MacMillan, autrice di 1914, da poco tradotto in Italia da Rizzoli (pagg.784, euro 28) che narra la catastrofe europea. La dolcezza di vivere del Mondo di ieri, su cui aveva scritto Stefan Zweig, e che qui riecheggia, è in realtà la stessa nostalgia che nutriva Talleyrand per l'epoca precedente al 1789: «chi non ha vissuto negli anni prima della rivoluzione non può capire cosa sia la dolcezza del vivere». Rimpianti e catastrofi sono ciclici della storia. Segnano la fine di un mondo, non del mondo.

L'Europa si è unita quando aveva già cessato di essere vivente, si era spento da tempo il fuoco vivo che l'animava; si è unito il suo corpo esanime, come si ricompone un cadavere nell'obitorio dell'economia, tramite lo stoccaggio delle nazioni e lo scambio tra civiltà e contabilità. C'era molta più Europa quando le nazioni europee si avversavano che adesso; c'era più scambio tra le culture e le letterature nazionali al tempo dei nazionalismi e perfino sulle trincee della grande guerra che in seguito, dopo la pax mondiale e l'unione europea. Hanno fatto di più per l'Europa l'Erasmus, l'emigrazione interna e i voli Ryan air che l'euro-Parlamento, la Commissione e la Banca centrale europea. E fanno di più per la coscienza europea la minaccia islamica, il pericolo cinese e la concorrenza asiatica che i trattati di Scenghen, Maastricht e Bruxelles.

È giusto che si commemori in grande stile quel centenario e si ricordi in tutta Europa la deflagrazione della Prima guerra mondiale nel 1914. Ma commemorare non vuol dire, soprattutto in questo caso, celebrare o addirittura festeggiare: l'Europa ha ben poco da festeggiare del suo declino. Si ridusse a salotto nobile ma sempre meno centrale del pianeta, poi perse le colonie e gli imperi come i capelli e il vigore della gioventù, diventò periferia nell'era del bipolarismo mondiale tra Usa e Urss, fu nuovamente scomposta nei nuovi gruppi fondati sulla potenza industriale ed economica, come i G8, poi fu assorbita nel conflitto tra Occidente e Islam e infine schiacciata nella nuova geografia planetaria tra Nord e Sud del mondo. Sopravvive come continente e come entità burocratico-monetaria, come reperto storico, ma quel che ne faceva il faro del mondo si è spostato altrove o si è spalmato nel mondo.

A scuola, il 1914 segnava l'entrata della storia nel presente. Si datava così l'inizio dell'età contemporanea e si dichiarava definitivamente defunto il Passato a partire dal 1914. Quella data accorciava il secolo vivente perché nei libri di testo, prima ancora che con Eric Hobsbawm, il 1914 inaugurava il Secolo Breve, che cominciava quattordici anni dopo la sua nascita anagrafica, lasciando che l'Ottocento si allungasse fino alle porte della Grande Guerra.

Nella mia storia personale il 1914 era legato a tre cose: era l'anno che saltava agli occhi da bambino quando bevevo alle fontane perché quella data era incisa sul ferro di tutte le pompe d'acqua della sitibonda Puglia, a suggellare l'Acquedotto voluto da Matteo Renato Imbriani che segnava l'entrata della Puglia nella modernità liquida. Il 1914 era poi l'anno in cui era nato mio padre, e questa sua data mi confermava da bambino che i contemporanei partivano da lui, e il passato intero, l'età dei nonni e degli avi, si confondeva con l'antichità. Infine, quando avevo sedici anni, il 1914 fu l'anno in cui era nato Giorgio Almirante, il mito vivente della mia prima gioventù.

In tutti i casi, scolastici e personali, idrici e affettivi, il 1914 coincideva con l'Inizio. Solo con la maturità compresi che dietro quell'Inizio si nascondeva in realtà una ben più grande fine. E non era semplicemente la fine degli imperi centrali, come insegnavano a scuola, ma la fine di qualcosa di più importante, che non riguardava solo l'Austria e l'Ungheria, la Prussia e la Russia. Ma era la fine di quella civiltà per secoli chiamata Europa, troppo grande per l'era dei nazionalismi e troppo piccola per l'era degli internazionalismi, troppo amalgamata per dividersi in razzismi e troppo differenziata per uniformarsi nella globalizzazione. Fuori da ogni grottesco revanscismo, è bello coltivare la nostalgia dell'Europa nel centenario della sua scomparsa. Magari confidando che la storia non sia solo una folle corsa di sola andata.

Il senzatetto che ritrova la sua famiglia grazie a una fotografia sul giornale

Il Mattino

di Anna Guaita

Non era che una delle tante facce nella folla dei senzatetto. Un giovane con la barba incolta, pallido, che si riscalda sotto una coperta vecchia e sudicia e sta sdraiato su una grata della metropolitana da cui emana un po’ di calore. Una faccia che la fotografa dell’Associated Press Jacquelyn Martin ha immortalato, rendendo possibile alla famiglia del giovane, a centinaia di chilometri di distanza, di riconoscerlo sulla prima pagina di un giornale. Il ventenne, Nicholas Simmons, era sparito all’alba del primo gennaio, laasciando dietro di sè i documenti, il telefono, i vestiti. Nessuno sa spiegarsi come e perché sia scomparso dalla casa dei genitori, nel nord dello Stato di New York, per comparire nella folla dei senzatetto a Washington quattro giorni dopo, a una distanza di oltre 650 chilometri. “Mio figlio non sta molto bene – si è limitata a dire la mamma, la signora Michelle Simmons –. Ma il buon Dio me lo ha fatto ritrovare e passerò il resto della mia vita a farlo star bene”.

La stupefacente vicenda è costituita da una serie di fatti del tutto casuali. La fotogiornalista doveva fare un servizio di immagini sul freddo nella capitale. Si è recata nella zona dove si raggruppano i senzatetto, ha visto il giovane, gli si è fermata accanto, gli ha chiesto il nome, gli ha stretto la mano e gli ha chiesto se non gli disturbava essere fotografato: “Non ci sono problemi” ha risposto lui.
Nel corso della giornata, Martin ha fatto 130 foto. Appena tre di queste erano del giovane, e solo una ne mostrava il volto. Ebbene, quell’unica foto è stata scelta dal quotidiano UsaToday dal pool delle foto Ap, e stampata in prima pagina. A sua volta, uno dei quotidiani locali della catena Gannett ha seguito l’esempio di UsaToday e ha ripreso la foto. Si trattava del Democrat and Chronicle, il quotidiano – guarda caso – di Rochester, cioé della città nei cui sobborghi vive la famiglia di Nicholas.

E’ successo così che amici della famiglia Simmons, che erano stati allertati sulla scomparsa del giovane e avevano partecipato alle ricerche, hanno chiamato il fratello, Paul Jr, che a sua volta ha chiamato la giornalista che aveva firmato il pezzo che accompagnava le foto della Martin. La giornalista, Natalie DiBlasio, ha chiamato la Martin e questa ha accettato immediatamente di fare da guida alla famiglia se fosse venuta a Washington a carcere il giovane. Neanche 24 ore dopo, Nicholas era in ospedale, con la mamma Michelle e il padre Paul e il fratello Paul junior al suo fianco. Non sappiamo cosa sia successo nella mente del ventenne, cosa lo abbia spinto a mettersi alla guida di una vecchia auto e scomparire. Ma per la polizia non ci sono dubbi: “E’ stato un susseguirsi di casi fortunati se il ragazzo è stato ritrovato. Siamo tutti senza parole”.

 
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L'homeless che ritrova la famigla grazie a una foto



lunedì 6 gennaio 2014 - 22:53   Ultimo aggiornamento: martedì 7 gennaio 2014 09:30

La canzone della pizza, anzi la pizza nella canzone

Il Mattino

di Federico Vacalebre

Un viaggio su carta e di note tra i brani dedicati al tipico piatto partenopeo: dallo Sgruttendio a Pino Daniele, passando per Loren e Fierro


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Dopo le orge enogastronomiche dei giorni scorsi, parlare di cibo può sembrare inappropriato, ma la maniera scelta da Tommaso Esposito in «'A pizza - Viaggio nella canzone napoletana» di sicuro non è nè indigesta nè banale. Nel volumetto, edito da L'arcael'arco per il Museo di Pulcinella di Acerra (pagg. 195, euro 20) e corredato di un cd, si ipotizza una storia minima dell'alimento-simbolo della città porosa e, nello stesso tempo, della sua melodia popolare. Retorica ed oleografia sono spazzati dalla comprensione di operare su immagini e suoni che sono bandiere di una comunità troppe volte tradita dalla sua stessa iconografia.

Non ci sono grandi - nel senso di belle - canzoni sulla pizza, e nel cd le orchestrazioni jazzate di Enzo Sirletti e la voce sensuale di Floriana D'Andrea seguono la narrazione del libro, privilegiando un repertorio sconosciuto, se non quasi inedito, che inizia dallo Sgruttendio («Famme la pizza», prima metà del Seicento, frammento messo in musica dallo stesso Sirletti) per arrivare sino alla celebre «'A pizza» con cui Aurelio Fierro e Giorgio Gaber conquistarono il secondo posto al Festival di Napoli del 1966. Esposito - un cognome perfetto per restare nella leggenda partenopea - segue il filo rosso - color filetto di pomodoro, si intende - che collega i brani scelti per raccontare come oggetto di versi e canzoni fossero le cronache quotidiane, e, quindi, inevitabilmente, quel divino pasto che oggi diremmo glocal fast food.

L'immagine della suprema pizzaiola Sofia Loren, sirena impastatrice in «L'oro di Napoli», ricorda il binomio «pizza e zizze», pardon sesso. Parole, dimenticate, e più che dimenticabili, di Enrico Caputo, note altrettanto di poco conto di Framel, pubblicava nel 1955 l'editore Bideri, cantava su 45 giri Marino Marini: «Ah Sophia, ah Sophia!/ Io mi sento d'ascì pazzo/ quando penzo alle tue pizze», e poi, perché nessuno potesse equivocare sull'esplicito doppio senso, di fronte alle grazie della diva, il protagonista «senza scuorno» alluccava «Che briosce!», aggiungendo del dolce al rustico sapore destinato al forno. Muovendosi tra un Di Giacomo anche qui non casualmente finito nell'oblio («'A pizzaria 'e don Saveratore») fino alla coppia Pazzaglia & Modugno di «'A pizza c''a pummarola» il racconto riconduce ad una canzone «gastronomica», nel senso di cotta e mangiata da e per la comunità a cui era destinata.

Non a caso era la pizzaiola Sufì che sognava il Pino Daniele di «Fatte 'na pizza», non a caso nessun successo arrise alla ricetta confusa e infelice di Berlusconi & Apicella ai tempi di «Na pizza americana». La pizza non può fare l'americana, almeno non sul fronte di cantaNapoli. È' verace, Margherita e/o Marinara innanzitutto, anche se versi e voce di donna Floriana suggeriscono varianti non sempre golose. «Sole, pizza e amore», cantò senza tema di oleografico kitsch quell'Aurelio Fierro che poi fu proprietario di diverse pizzerie e si lasciò immortalare con grembiale e pala di fronte a un forno acceso, in un brano firmato dai Cetra Virgilio Savona e Tata Giacobetti. Di «'O pizzaiolo» si occupò anche il sommo Viviani, di «Pizza, popolo e potere» provò a riflettere Pino De Maio, autore con Raffaele Nastro e Vincenzo Esposito, mentre al Far West metronapoletano di certi B movie guardarono Tony Iglio e Antonio Moxedano ai tempi di «Pizza ammore e spara spara».

Lo stereotipo, insomma, nasce dalla cronaca quotidiana e spicciola, (con)fonde reclame e elogio dei sensi, saperi e sapori, piacere epidermico ed escapismo trionfante. Alla fine, tra immagini e suggerimenti dalla terra dei cuochi (di pizze), finisce che persino in giorni come questi si possa aver voglia farsi una pizza c''a pummarola 'ncoppa. Ma divergendo da un consiglio per gli acquisti del libro: si mangia con la birra, non con il vino, anche se va di moda dirlo: produciamo più vino che birra, si sa.

 
lunedì 6 gennaio 2014 - 17:10   Ultimo aggiornamento: 18:05

Afghanistan, arrestata kamikaze di dieci anni

Orlando Sacchelli - Mar, 07/01/2014 - 08:33

Era stato il fratello, comandante talebano, a convincere la bambina a immolarsi in un checkpoint vicino al confine con il Pakistan

Colpisce sempre quando un uomo sceglie di trasformarsi in strumento di morte, facendosi saltare in aria in nome di una malata sete di giustizia.


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I kamikaze agiscono così, accecati dall'ignoranza e strumentalizzati da qualcuno che fomenta l'odio in nome di una guerra senza fine. Ancora una volta la cronaca è chiamata a registrare un attentato - questa volta fortunatamente fallito - da parte di un kamikaze in Afghanistan. E sconvolge apprendere che a farsi saltare in aria questa volta sarebbe stata una bambina di soli dieci anni, Spozmay, vittima dell'ignortanza, della povertà e della perversa follia di chi (suo fratello maggiore) l'aveva spinta a compiere un gesto così estremo e inutile. La bambina - come riferisce la Bbc - è stata arrestata domenica dalla polizia afghana nel villaggio di Taghaz, nella provincia meridionale di Helmand, al confine con il Pakistan: avrebbe dovuto farsi esplodere contro un checkpoint della polizia di frontiera.

Ma un poliziotto l’ha notata mentre si avvicinava e si è insospettito per il giubbotto voluminoso che indossava, imbottito di esplosivo. Scattati i controlli, l'attentato è stato sventato. C'è anche un'altra versione dei fatti: la bambina, giunta sul posto prescelto dalla strage, non sarebbe riuscita ad azionare l'innesco. E' stata lei stessa, Spozmay, a confessare che ad affidarle la missione suicida era stato suo fratello Zahir, comandante talebano operante nel distretto con il nome di Hameed Sahib. "Mi ha detto di indossare un giubbotto (esplosivo), di andare al checkpoint della polizia e premere un pulsante" ha raccontato la piccola. "Ha detto che non mi sarebbe successo niente. E mi ha accompagnato fino al posto di polizia".

Non è la prima volta che si verifica un episodio simile. I bambini-kamikaze vengono reclutati in diverse aree del Paese e il più delle volte portati in Pakistan, dove sono addestrati per diventare attentatori suicidi. Secondo fonti della polizia afghana nel solo ottobre scorso almeno 21 minori, di età compresa tra i 7 e i 12 anni, sono stati fermati e poi rilasciati in un’operazione dell’intelligence nella provincia orientale di Laghman dopo aver ricevuto un addestramento in Pakistan.

Nel febbraio 2012destò enorme scalpore la notizia che la polizia di Kandahar aveva arrestato per la seconda volta due bambini di una decina d’anni, Azizullah e Nasibullah, che stavano per farsi esplodere contro un convoglio di truppe straniere. Nel settembre dello stesso anno, un altro bambino di 12 anni, Niyaz, reclutato dai talebani per immolarsi come kamikaze, è riuscito a fuggire dal campo di addestramento e si è consegnato alle autorità. Da parte loto i talebani negano di utilizzare minorenni per le loro azioni contro le forze di sicurezza afghane e internazionali. Ma la realtà, purtroppo, è ben diversa da quella che raccontano.