mercoledì 8 gennaio 2014

Cile, La Corte suprema: Allende si uccise con un colpo di fucile

Il Messaggero


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SANTIAGO DEL CILE - La Corte suprema cilena ha confermato l'ipotesi di suicidio per Salvador Allende durante il colpo di Stato del settembre 1973 capeggiato da Augusto Pinochet. La sentenza chiude dunque formalmente il caso della morte dell'ex presidente socialista, dopo 40 anni di interrogativi e due ricorsi in cui era invece stata sostenuta la tesi dell'assassinio. La conclusione dell'inchiesta giudiziaria stabilisce quindi ufficialmente che Allende si uccise con un colpo di fucile, l'11 settembre 1973, durante l'attacco sferrato dai militari golpisti contro il Palazzo della Moneda, sede della Presidenza.


Mercoledì 08 Gennaio 2014 - 18:32
Ultimo aggiornamento: 18:35

Il sindaco-deputato e il doppio incarico “Mi incateno al Colle per difenderlo”

La Stampa

marco bresolin

L’onorevole Cera (Udc) è stato reintegrato nel ruolo di primo cittadino di San Marco in Lamis dal tribunale di Foggia, ma il suo consiglio comunale è sciolto: “Ce l’hanno con me perché sono l’unico democristiano in tutta Italia che vince. I miei pisolini in Aula? Con la pancia piena ci può stare un po’ di stanchezza...”


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Deputato, vice coordinatore regionale dell’Udc e ora di nuovo sindaco. Anche se senza consiglio comunale. Angelo Cera al doppio incarico istituzionale ci tiene parecchio, e per salvaguardarlo è pronto a «fare lo sciopero della fame e a incatenarmi davanti al Quirinale, con la fascia». Dopo la rielezione alla Camera del febbraio scorso, il consiglio comunale di San Marco in Lamis (Foggia, 15 mila abitanti) aveva votato la sua decadenza in virtù delle norme sull’incompatibilità varate nel 2011 per i parlamentari sindaci dei Comuni oltre i 5 mila abitanti. Ma nell’estate 2013, con il Decreto del Fare, la soglia per l’incompatibilità è salita: scatta solo per i Comuni oltre i 20 mila abitanti. Nel frattempo, però, era arrivato il decreto di scioglimento del consiglio comunale di San Marco. Tutto finito? Macché, perché Cera ha fatto ricorso al Tar e al Tribunale di Foggia. A dicembre quest’ultimo l’ha reintegrato. «Il consiglio comunale, però, ufficialmente è sciolto. E io come faccio a fare il sindaco così?».

Non poteva evitare di candidarsi a febbraio, visto che era già in vigore l’incompatibilità?
«Mi hanno ricandidato. E sono stato eletto, come sempre. Perché io sono l’unico caso in Italia di un sindaco sopra i 15 mila abitanti che ha sconfitto centrodestra e centrosinistra, uniti solo per contrastarmi».

Un Highlander, insomma…
«Sono l’unico democristiano che in Italia vince anche da solo».

Però poi il suo consiglio comunale l’ha fatta decadere…
«Ma solo con 7 voti contrari su 17 consiglieri. Sa, c’erano molti assenti quel giorno. E i consiglieri hanno preso quella votazione in maniera goliardica».

Come sarebbe a dire goliardica?
«Sì, hanno votato con una certa semplicità. Perché l’incompatibilità andava sollevata dalla Camera. E invece a Montecitorio si sono preoccupati di salvare solo i sindaci comunisti: sei del Pd, diessini, e uno di Sel, un sellino».

E ora che succede? Si tornerà a votare?
«Tornare alle urne costerebbe 300 mila euro. Per un paese sull’orlo del dissesto finanziario sarebbe un disastro. Ma lo sapete quanti soldi faccio risparmiare al mio Comune? Non percepisco una lira, uso il mio telefonino personale e a Natale si è festeggiato anche grazie a me».

Si è vestito da Babbo Natale?
«No, ho pagato di tasca mia le luminarie, qualche fuoco d’artificio, pure l’orchestrina…».

Però al doppio incarico non ci rinuncia.
«Questa vicenda mi è costata 15 mila euro di spese legali, oltre alla parcella degli avvocati. Io vado avanti».

Come fa a fare tutto?
«Io il sabato, la domenica e il lunedì faccio il sindaco a tempo pieno. A volte anche il venerdì. E poi perché non fate la stessa domanda a Renzi, che è sindaco di Firenze e segretario del primo partito italiano?».

Onorevole, l’hanno filmata mentre dormiva in Aula…
«In Parlamento ci sono dei momenti di pausa che, specialmente dopo pranzo…. Sa, con la pancia piena… ti arriva addosso la stanchezza. Tenga presente che molti di noi, per arrivare in Aula, il martedì mattina si svegliano alle 4. Un momento di crollo ci sta, suvvia».

Anche un po’ di nervosismo: sono famosi alcuni suoi siparietti con i deputati M5S…
«Vede, in Aula sono così lucido che riesco anche a distinguere chi è un coglione da chi è mezzo coglione. E poi l’importante è che ad essere svegli siano gli elettori: io sono stato scelto dalla gente, mica da Facebook o da Twitter».

Germania, ex militare 88enne incriminato per strage nazista

La Stampa

È accusato di aver partecipato al massacro di Oradour-sur-Glane dove persero la vita 642 persone. L’identità non è stata rivelata


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La giustizia tedesca ha incriminato un 88enne ex militare accusato della peggiore atrocità commessa dai nazisti in territorio francese durante la Seconda Guerra Mondiale: il massacro nel villaggio di Oradour-sur-Glane, commesso il 10 giugno 1944, quando le truppe nazista uccisero 642 persone. L’uomo, la cui identità non è stata rivelata, è accusato di aver fatto parte di unità militare che attaccò il piccolo villaggio nell’est della Francia e di aver provocato la morte di almeno 25 persone. Dal giorno della strage, Oradour-sur-Glane è diventato un paese fantasma, conservato come memorial in onore delle vittime. Lo scorso settembre proprio lì i presidenti di Germania e Francia si strinsero la mano nel corso di una cerimonia di riconciliazione. 

Truffa sull’11 Settembre: manette a pompieri e poliziotti

Orlando Sacchelli


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Una brutta storiaccia di cronaca riporta alla memoria la tragedia delle Torri gemelle, in cui persero la vita 2.752 persone, tra cui 343 vigili del fuoco e 60 poliziotti. La procura di New York ha accusato 106 persone, tra cui 80 tra agenti e vigili del fuoco, per una maxi frode del valore di centinaia di milioni di dollari. Le persone coinvolte avrebbero sostenuto falsamente di soffrire di problemi di salute causati dall’aver prestato soccorso ed essere intervenuti in servizio l’11 settembre. Per i fumi altamente inquinanti respirati moltissimi soccorritori in effetti si ammalarono, alcuni addirittura perdendo la vita. Qualcuno, invece, non ha subito alcun danno ma ha deciso di sfruttare l’occasione per racimolare un po’ di soldi.

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Gli accusati avrebbero ottenuto illecitamente in 12 anni decine di migliaia di dollari di assegni sociali, sostenendo di non essere più in grado di lavorare per problemi psichiatrici o malattie respiratorie contratte in seguito al crollo delle Torri Gemelle. Malattie o disturbi che però non hanno impedito loro di andare in vacanza e farsi riprendere in foto sorridenti, mostrate dalla procura distrettuale di Manhattan. Qualcuno dei presunti malati è stato immortalato mentre faceva acrobazie su moto d’acqua in Florida, altri mentre facevano pesca d’altura nel Maine (seconda foto). Insomma, attività non proprio adatte a persone con difficoltà fisiche (o psichiche). L’indagine, durata diversi anni, è stata condotta dall’Fbi. Tra le “menti” della truffa, in manette anche un ex avvocato di 83 anni che lavorò per il Bureau, un commercialista di 83 anni e un ex rappresentante sindacale della polizia di New York di 61 anni.

poliziotto_finto_disabileLe accuse sono pesanti, come quella di truffa aggravata nei confronti dello Stato in pratica di aver rubato i soldi dei contribuenti. Si tratta di una delle truffe più grandi mai organizzata ai danni della Social Security, l’ente federale che eroga le indennità previdenziali e assistenziali, costata dai 30.000 ai 50.000 dollari l’anno. E le indagini vanno avanti: nei prossimi giorni potrebbero arrivare nuovi fermi e il sequestro di nuovi beni. L’opinione pubblica americana è scioccata non solo per la truffa ma soprattutto perché le persone arrestate hanno sfruttato in modo cinico la più grande tragedia della storia americana. Tra l’altro sottraendo risorse a chi quei quei danni (fisici e psichici) li ha effettivamente subiti.

Oggi avrei potuto «fregare» Trenord...

Corriere della sera

Gli obblighi dei viaggiatori e le obliteratrici sempre fuori uso. Ma perché il viaggiatore è considerato sempre in malafede?


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Il più noto principio giuridico è la presunzione di innocenza; il motto di ogni buon commerciante è che il cliente ha sempre ragione. Per Trenord, società nata dall’unione di Trenitalia e Fnm, nessuno dei due sembra invece valere. Il viaggiatore, che è un cliente, non ha sempre ragione, anzi. E anche quando non ha colpe rischia di passare per colpevole.

OBBLIGO DI CONVALIDA - Prendiamo il caso dell’obbligo di convalidare il biglietto prima di salire a bordo dei convogli. Una prescrizione ragionevole. L’utente, però, dovrebbe essere messo in condizione di adempiervi. Invece non sempre è possibile. Le macchinette obliteratrici sono spesso inutilizzabili. Ciò avviene nelle piccole stazioni, come quella di Lissone-Muggiò dove l’apparecchio (due fino a qualche tempo fa, ora uno è stato rimosso) si presenta spesso con la lucina rossa lampeggiante del «fuori servizio»; ma anche in quelle pià grandi, come Monza o Milano Garibaldi, dove non basta il numero maggiore di obliteratrici perché spesso sono ko in contemporanea. Gli stessi capitreno e controllori non si stupiscono più e accettano rassegnati di convalidare manualmente i titoli di viaggio prima della partenza o direttamente a bordo. Ma qui sorgono i problemi.

MALAFEDE? - Il viaggiatore impossibilitato - per cause non sue - ad obliterare dovrebbe recarsi nella prima carrozza e cercare, appunto, il capotreno. Questa regola, nota ai pendolari abituali, non è però specificata sui biglietti e potrebbe cogliere di sorpresa il viaggiatore saltuario. Il quale, qualora presentasse al controllore il biglietto non obliterato, sarebbe chiamato a pagare una multa di 50 euro, qualora il funzionario volesse applicare alla lettera le disposizioni. Le quali vengono spiegate così dagli stessi controllori: «Se lei non timbra e si siede in una carrozza qualunque senza cercare il capotreno, qualora il controllore non passasse non consumerebbe il suo biglietto e quindi avrebbe viaggiato gratis, conservando il biglietto per un’altra occasione» . Ma se la colpa è della cattiva manutenzione delle macchinette, il viaggiatore che c’entra? «Non abbiamo modo di verificarlo. Se lei va in prima carrozza dimostra invece la sua buona fede». Ergo, il cliente che non cerca di porre riparo all’incuria di Trenord (o delle società appaltatrici) andandosi a sedere dove vuole - perché questo dovrebbe essere il diritto di chi ha pagato regolarmente il biglietto - viene considerato in malafede a prescindere.

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CASO - La situazione descritta si è verificata anche negli ultimi due giorni sulla linea tra Lissone-Muggiò e Milano (e in moltissimi altri episodi come qualunque pendolare, di questa o di altre linee, potrebbe testimoniare). In entrambi i casi chi scrive si è presentato in prima carrozza per la convalida manuale. Martedì l’operazione è riuscita, mercoledì invece no. Il capotreno era impegnato in una conversazione con un collega e ha semplicemente detto ai viaggiatori che cercavano di adempiere al proprio dovere «andate a sedervi, poi passo io». Non è passato. Avrei potuto tenere il biglietto non obliterato e utilizzarlo al ritorno, risparmiando di fatto 2.40 euro. L’ho invece obliterato ex post, alla stazione di arrivo (Milano Porta Garibaldi), senza che nessuno mi obbligasse a farlo. Così, giusto perché viaggiatori sono sempre in malafede...



08 gennaio 2014

Arriva la ricerca “social” di Jelly da uno dei padri di Twitter

La Stampa

Un’app per scattare una foto e porre una domanda agli amici di Facebook e Twitter. Potrebbe diventare un’alternativa a Google


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Sulla soglia del 2014 avevamo predetto (senza troppi meriti) che l’anno ci avrebbe regalato nuovi modelli di social network destinati a smartphone e tablet. Ebbene, il primo nato si chiama Jelly. Ne ha dato il lieto annuncio , ieri, Cristopher Isaac (detto Biz) Stone, co-fondatore di Twitter. La start-up, vissuta per un anno invisibile al pubblico, è ora disponibile per dispositivi iOS e Android ed è una sorta di motore di ricerca che sfrutta le foto e la rete delle proprie amicizie virtuali. Si torna, insomma, alla vecchia abitudine di chiedere informazioni a un amico, sostenuti però da una piattaforma tecnologica.

Il metodo è perfettamente in linea con le nuove tendenze social: si scatta una foto con il telefonino e si scrive una breve didascalia per porre la domanda, quindi si pubblica. Gli esempi visti finora spaziano da immagini di George Orwell condite con consigli di lettura, a bottiglie di whisky sotto le quali ci si chiede se funzionino contro il mal di gola. L’applicazione, naturalmente, permette agli utenti di connettersi con i propri account Facebook e Twitter, quindi se uno dei vostri contatti vede il post e ha la risposta può rispondere. In caso contrario può inoltrare la domanda a uno dei suoi stessi amici.

L’app, come anticipato, rinverdisce l’abitudine di chiedere suggerimenti a persone di fiducia, e sembra allontanarsi dal modello, più enciclopedico e distaccato, di Google o di Bing. Si è cercato di fondere l’esperienza di “Answers” che ha avuto ottimi riscontri sul portale Yahoo, con lo straripante patrimonio di contatti in Rete di cui ormai tutti disponiamo. D’altra parte, anche i granitici motori di ricerca che ci hanno fatto fin qui da bussola tra le informazioni del web stanno cercando una declinazione più sociale. Google ha integrato il suo social network Google+, Bing restituisce, nelle sue risposte, anche informazioni pescate all’interno di Twitter e Facebook e, in senso inverso, lo stesso Facebook ha incorporato un motore di ricerca all’interno del proprio network.

Non bisogna dimenticare, però, un elemento essenziale nell’uso di Jelly: la fotografia. È un passaggio obbligatorio, ma considerato il successo di prodotti come Instagram, dedicati all’esclusiva condivisione di immagini, si può prevedere, e in parte già osservare, che gli utenti non ne sentiranno il peso e ,anzi, sapranno divertirsi e usare con creatività gli strumenti a disposizione. Le foto potrebbero perfino diventare il contrappunto comico a una domanda seria, o viceversa. La paternità di un veterano delle reti sociali come Stone dovrebbe garantire la raccolta di finanziamenti per i primi passi. E dai primi passi al volo, ormai, sulle reti mobile può passare davvero uno schiocco di dita. Sempre che l’idea conquisti. 

Il Miraggio dello Sportello Unico: 19 anni dopo non funziona ancora

Corriere della sera

Le banche dati non dialogano, nonostante l’Agenda digitale si procede a rilento. I moduli si consegnano ancora a mano

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    Eppur si muove. Innanzitutto ha cambiato nome. Lo sportello unico infatti adesso è il Suap (Sportello unico per attività di impresa) previsto da una legge del 2008 ma entrato in funzione solo nel 2010. Obiettivo: consentire alle imprese di avere un interlocutore unico per le pratiche burocratiche invece di dover girare per mille uffici. Il numero dei Comuni che se ne fregano della legge e continuano a far finta di niente (si chiamano «silenti») è drasticamente diminuito ed è passato dai 621 di tre anni fa ai 153 di dicembre. Ma dire che nei 7.900 Comuni «accreditati» al ministero le cose funzionino e le imprese possono lavorare in via telematica e senza impazzire è assolutamente una bugia. Il caos normativo (secondo una indagine della Confartigianato ci vogliono 84 procedure per aprire un’officina meccanica) viene esasperato dalla mancanza di dialogo delle varie banche dati. «È un problema noto, il governo ha creato anche l’Agenda digitale ma si procede troppo a rilento», commenta Gaetano Maccaferri, imprenditore e vicepresidente di Confindustria con delega alla semplificazione «quella è la vera soluzione, senza standardizzare i sistemi informatici non si va da nessuna parte».

    FUNZIONA SOLO PER UN TERZO - Dopo lunghissimo studio (4 anni!) una indagine conoscitiva parlamentare sull’anagrafe tributaria è arrivata a stabilire che in Italia ci sono 129 banche dati che fanno fatica a connettersi tra di loro e - soprattutto - con quelle delle amministrazioni locali. Il federalismo infatti è una cosa seria: ognuno va per sé. Lo sportello unico, che ha una incredibile storia gestionale (concepito 19 anni fa sostanzialmente oggi funziona per un terzo) è installato in quasi tutti i Comuni italiani (a parte i 153 irriducibili). Quelli che funzionano in proprio (cioè quasi sempre male eccetto Milano, Roma e Torino) sono 4.939, mentre sono circa 3.000 quelli si sono collegati con i sistemi informatici delle Camere di Commercio e qui le cose vanno un po’ meglio.

    Secondo i dati forniti da Unioncamere il numero di pratiche nei «loro» sportelli sta avendo una accelerazione geometrica: erano meno di 5 mila nel 2001, sono passati a 42 mila nel 2012 e nel 2013 hanno sfiorato i 90 mila con Lombardia e Veneto nella parte del leone. «Tutto l’apparato del Suap si muove male e a macchia di leopardo - afferma Massimo Vallone, responsabile del settore digitale di Confcommercio - in molti casi lo sportello unico è in grado di fornire online all’impresa solo la modulistica, che va poi stampata e spedita o portata negli uffici comunali, senza contare la differenza di sistema informatico e normativo che varia da Comune a Comune, da Regione a Regione, spesso è un inferno». Per cercare di superare le difficoltà da anni ogni due-tre mesi gli esperti delle associazioni imprenditoriali si incontrano al ministero competente, «se ne discute ma non succede mai nulla».

    SISTEMI CHE NON DIALOGANO - Il problema è vecchio e conosciuto come la data di nascita dello sportello unico. Forti le gelosie delle amministrazioni locali a difendere i loro orticelli e in molti casi anche i loro «investimenti» in sistemi informatici magari potenti ma non dialoganti. Al ministero dello Sviluppo, quello che ha in mano il pallino di questo caos, confessano che molta confusione è stata fatta dal Titolo V della Costituzione (2001) che ha rafforzato i poteri di Comuni e Regioni anche in questa vicenda. E alla domanda di quando il sistema Suap potrà funzionare in modo soddisfacente, ammettono che ci «vorrà ancora qualche anno». Confindustria ha denunciato danni ingenti da questa mancata semplificazione: per l’ufficio studi è di 30,98 miliardi l’anno il costo burocratico complessivo delle 93 procedure ad alto impatto sulle aziende e di quasi 9 miliardi l’anno il risparmio se venissero adottati integralmente gli interventi di semplificazione.

    SI PENSA AL TUTOR PER LE IMPRESE- Come ha spiegato lo stesso Maccaferri nella sua audizione al Senato del settembre scorso, la «spesa media per le piccole e medie imprese per tutti gli adempimenti burocratici è di poco inferiore ai 12 mila euro l’anno pari al 7,4% del fatturato o a 30 giornate lavorative (2001) che sono salite a 37 nel 2012». Una spirale infernale che, al di là del buon incremento del numero delle pratiche presso i Suap delle Camere di Commercio, continua ad avvitarsi. Per superare questo impasse a Confindustria è venuta l’idea di proporre la creazione di un Tutor che assiste l’impresa presso gli sportelli unici. Al governo è piaciuta ed è stata inserita nel disegno di legge sulla semplificazione. Ma al ministero dello Sviluppo nicchiano e temono che questa novità alla fine sia destinata a complicare le cose. «Se il Comune non riesce a dotarsi di un Suap efficiente - si osserva - perché mai ci dovrebbe riuscire il Tutor?» .

    08 gennaio 2014

    Budelli e quel regalino all'ex ministro verde

    Paolo Bracalini - Mer, 08/01/2014 - 10:10

    Lo Stato riacquista l'isola sarda per 3 milioni. La fondazione di Pecoraro Scanio piazza un servizio fotografico all'Ente parco: 11mila euro

    Per 3 milioni di euro nella legge di Stabilità ci siamo riacquistati l'isola di Budelli in Sardegna, che da centocinquant'anni era di proprietà privata come altre isole dell'arcipelago della Maddalena.


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    Il mondo ambientalista si è spaccato, con i partiti ecologisti (i Verdi ma anche Sel e M5S) in prima linea per la statalizzazione di Budelli e invece Legambiente contraria («Uno spreco di risorse pubbliche») insieme al Fai («Un privato può garantire fondi per la salvaguardia paesaggistica che non sempre lo Stato pubblico è in grado di assicurare»). Tra più attivi, nella prima fazione, c'è il redivivo Alfonso Pecoraro Scanio, già ministro dell'Ambiente nel governo Prodi, poi scomparso sotto le soglie di sbarramento e inghiottito dalle scissioni nel micropartito del Sole che ride (poco).

    Adesso Pecoraro Scanio è presidente di una fondazione, Univerde la cui missione è «diffondere la cultura ecologista». Con convegni, mostre e anche fotografie. E qui la storia si intreccia col riacquisto pubblico di Budelli, con una tempistica notevole. Perché, segnala Dagospia, a poche ore dall'approvazione della legge di Stabilità, che contiene l'acquisto pubblico per 3 milioni di euro dei diritti di prelazione sull'isola (già opzionata da un miliardario neozelandese), l'Ente parco Arcipelago della Maddalena ha deciso che non poteva fare a meno di 16 fotografie provenienti dal concorso «Obiettivo terra» e proprietà di due soggetti: la Società geografica, e la Fondazione Univerde. Cioè quella presieduta da Alfonso Pecoraro Scanio, che si è battuto come un leone per far comprare allo Stato italiano l'isola di Budelli.

    «La prelazione è una vittoria per l'ambiente e la dignità nazionale» esulta l'ex ministro prodiano. Che ha ottenuto anche un altro risultato notevole. Piazzare le foto di un concorso che si è chiuso ad aprile. Otto mesi fa. Esultano anche i grillini, per nulla Legambiente che chiedeva di destinare i 3 milioni pubblici agli alluvionati di Sardegna. «Budelli - scrive in una nota l'associazione ecologista -, privata dalla metà del 1800, è passata di mano in mano rimanendo intatta e potendo vantare ancora oggi il ruolo simbolico che le viene riconosciuto nell'arcipelago non in virtù di una proprietà pubblica, ma in forza di norme e vincoli che, a tutti i livelli, hanno sinora difeso in maniera efficace un interesse pubblico anche a fronte della proprietà privata. Tutte le isole dell'arcipelago, non solo Budelli sono private, ma senza problemi di salvaguardia in quanto è previsto il vincolo di totale inedificabilità assoluta».

    In passato l'isola è stata proprietà di una società milanese, Gallura Immobiliare, e di Vittorio Peer, avvocato svizzero. Poi ad ottobre l'imprenditore neozelandese Michael Hart, Ceo di Commonwealth Bank of Australia, si era aggiudicata l'isola all'asta per 2,94 milioni di euro, ma con la possibilità dello Stato di esercitare il diritto di prelazione fino alla fine del 2013, cosa poi avvenuta con la manovra. Non un costruttore o uno speculatore, ma un finanziere che si era impegnato a «non toccare neppure un sasso» sull'isola famosa per le spiagge rose, peraltro già vincolate da severe norme. Non aveva fatto i conti con Pecoraro Scanio. E con le sue foto.

    Apple, con le applicazioni nel 2013 guadagnati 10 miliardi di dollari

    Il Messaggero


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    Nel 2013 l'App Store di Apple ha venduto applicazioni agli utenti per un valore di oltre 10 miliardi di dollari, di cui più di un miliardo a dicembre. Lo ha reso noto l'azienda di Cupertino, specificando che sempre a dicembre sono state scaricate dal negozio online quasi tre miliardi di applicazioni. Nella nota, Apple cita anche alcune 'app' che hanno avuto particolare successo come la popolare Candy Crush Saga, Puzzles & Dragons, Minecraft, QuizUp e Clumsy Ninja. «Vorremmo ringraziare i nostri clienti per aver reso il 2013 l'anno migliore di sempre per l'App Store. Il programma delle applicazioni per le festività natalizie è stato impressionante e non vediamo l'ora di osservare cosa gli sviluppatori creeranno nel 2014», commenta Eddy Cue, senior vice president di Apple. Il negozio virtuale della Mela morsicata mette a disposizione oltre un milione di app per i possessori di iPhone, iPad o iPod touch in 115 Paesi nel mondo.


    Martedì 07 Gennaio 2014 - 18:49

    Giocattoli di peluche

    La Stampa

    yoani sanchez


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    Sopra il divano c’è un cagnolino di peluche senza un occhio e con un orecchio scucito. Trent’anni era il giocattolo di una bambina che adesso ha due figli. Nessuno di loro ha l’età per aver conosciuto il mercato razionato dei prodotti industriali. Per questo motivo, quando la mamma spiega che quel bambolotto era stato assegnato come prodotto “di base”, la guardano come se parlasse cinese. Per loro è tutto diverso. Fin da quando sono piccoli sanno che i giocattoli si vendono solo in moneta convertibile. A volte quando li portano al grande mercato della strada Carlos III restano con il viso attaccato al vetro davanti a un pony di colore rosa e a una casetta di plastica con il camino. 

    Sono due generazioni diverse ma unite da simili inquietudini. Alla trentenne toccò in sorte un’epoca caratterizzata dal sussidio sovietico e dalla distribuzione regolamentata… di quasi ogni prodotto. I suoi bambini, da parte loro, hanno vissuto tempi di dualità monetaria e di ristrettezze. Mentre per lei il Giorno dei Re Magi non si celebrava a gennaio, ma era stato posposto ufficialmente a luglio e con un nome diverso, i suoi figli hanno visto la rinascita frenetica di molte tradizioni. 
    Negli anni Ottanta la nonna di quella bambina con il bambolotto di peluche, raccontava sussurrando la storia di Baldassarre, Melchiorre e Gaspare. Una volta cresciuta insegnò ai suoi rampolli – senza precauzioni – il rituale della lettera con le richieste e dell’acqua predisposta per far abbeverare i cammelli. 

    Oggi la bambina d’un tempo ha atteso il sorgere del sole fuori da un negozio di giocattoli molto diverso da quelli della sua infanzia. Nessuna impiegata pretenderà da lei una tessera del razionamento con tagliandi da strappare e caselle dove segnare il numero corrispondente a ogni prodotto. 
    Adesso sono i pesos convertibili – che non riceve con il suo salario – gli unici che daranno ai suoi figli acceso a bambole, carretti o ad alcune semplici palline di vetro. Per questo motivo conta le monete e calcola mentalmente a quale scopo serviranno. Deve fare presto, i bambini si saranno svegliati e staranno cercando i regali dei Re Magi per tutta la casa. Alla fine riuscirà a comprare un flauto di plastica e un cagnolino di peluche con gli orecchi grandi e gli occhi azzurri. 

    Traduzione di Gordiano Lupi
    www.infol.it/lupi

    Nota del traduttore: Nella tradizione cubana prerivoluzionaria – adesso ripresa - i regali per i bambini li portano i Re Magi e non Babbo Natale (Santa Claus, che dir si voglia). Il giorno dei doni è il 6 gennaio, non il 25 dicembre; i bambini sono soliti scrivere una letterina ai Re Magi, quindi lasciano una ciotola d’acqua sulla veranda per far abbeverare i cammelli. 

    L'America scopre la Kyenge un genio a nostra insaputa

    Luigi Mascheroni - Mer, 08/01/2014 - 08:08

    La rivista Foreign policy pone il ministro all'Integrazione tra i cento pensatori più influenti al mondo. I suoi meriti intellettuali? "Ha sopportato abusi inimmaginabili"

    Il segretario di Stato americano John Kerry, il dissidente russo Alexey Navalny, il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg dei quali è inutile presentare i curricula, Papa Francesco...


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    e Cécile Kyenge. Della quale - sedendo lei su una poltrona offertale dal competitor Enrico Letta - uno come Matteo Renzi potrebbe dire «Kyenge, chi?». Da oculista in un poliambulatorio di Modena a ministro dell'Integrazione del governo Letta per imposizione del conterraneo emiliano Pier Luigi Bersani, Cécile Kyenge ha ora ultimato il cursus honorum (multi)culturale: la prestigiosa rivista statunitense dedicata alle relazioni Internazionali Foreign Policy l'ha inserita nella lista dei cento «pensatori più influenti» del 2013. Pensatori. Abbiamo in casa una statista, e non ce n'eravamo accorti. Una influente «filosofa della politica», eppure un fine politologo come Giovanni Sartori non l'aveva capito. Una autorevole decision maker che con il suo coraggio «ha cambiato l'Italia», e pensavamo che la sua nomina a ministro fosse solo un caso politicamente corretto in ossequio alle quote di colore.

    Primo ministro di colore della storia italiana, di madrelingua swahili e marito calabrese, Cécile Kyenge - mediaticamente intoccabile - ha guadagnato meritatissime medaglie sul campo, rispondendo sempre con mitezza e garbo esemplari agli insulti di alcuni suoi colleghi politici, in specie leghisti, e del popolo anonimo, e più infido, della Rete. Il sorriso con cui la Kyenge ha smorzato le offese zoomorfe di alcuni curiosi esemplari del variegato bestiario parlamentare è da portare a modello, rispetto alla Boldrini piagnens, ad esempio. E tutto ciò ne fa una donna di spirito e di carattere. Ma il pensiero influente, quello è un'altra cosa. Così recitano le motivazioni di Foreign Policy per la citazione della Kyenge fra le cento “menti” dell'anno: «ha sopportato abusi inimmaginabili.

    È stata paragonata a una prostituta e a un orango; le hanno tirato banane... E ha saputo gestire questo razzismo mozzafiato con grazia e equanimità. In un Paese che fatica a fare i conti con una crescente popolazione di immigrati, la sua nomina ha un valore per il solo simbolismo». Icona per icona, Mario Balotelli dovrebbe essere segnalato a Stoccolma per il Nobel per la pace. Se lo stile con cui Cécile ha risposto alle offese razziste è senza alcun dubbio da applaudire, la sua citazione fra i cento intellettuali più importanti del 2013 è - altrettanto indubitabilmente - eccessiva. La notizia è di metà dicembre, e se la stessa grande stampa finora l'ha tenuta bassa, significare che neppure noi italiani ci crediamo troppo.

    Simpatica sì, simbolica pure, «pensatrice»... mah. Senza fare i nomi dei soliti noti maître à penser, quanto - al confronto - pensatori come Alain Finkielkraut, o Regis Debray, o Jean Claude Michéa, o Peter Sloterdijk, o persino Slavoj Zizek appaiono più «influenti» sulla geo-politica mondiale? Certo, sono più intellettualmente autorevoli, ma meno politicamente corretti. E così, si è scelto la Kyenge. Quando Enrico Letta, nell'aprile scorso, la chiamò per affidarle il ministero all'Integrazione, Cécile era a Bologna, a bere un tè con un'amica. «Non so come abbiano pensato a me», disse. A dimostrazione che non sarà una pensatrice in grado di cambiare il mondo, ma una donna di buon senso e misura, questo sì.

    Banche, la beffa dei conti in rosso Per un giorno si paga fino a 50 euro

    Corriere della sera

    Sconfinare costa anche il 10% di interessi in 24 ore

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    Effetto Basilea 3? Anche. Maggiore rischiosità dei conti in rosso? Probabile. Il punto è che le banche stanno aumentando i costi per chi sconfina sul conto corrente. E il paradosso è che basta sforare per un solo giorno per dover pagare anche più di 50 euro, in media 33. Dal primo febbraio Cariparma (gruppo Crédit Agricole) porterà da 35 a 45 euro la recente Commissione d’istruttoria veloce (Civ), la «tassa fissa» che ora scatta se si sconfina. «Abbiamo adeguato il costo di gestione degli sconfini alla media del mercato a seguito degli aumenti dei costi operativi e gestionali interni - spiega l’istituto - ma non abbiamo toccato mutui e prestiti». Fonti finanziarie dicono che altre banche stanno pianificando gli aumenti per concluderli entro marzo.

    FINO A 85 EURO PER LE IMPRESE - Introdotta a metà 2012 in sostituzione della commissione di massimo scoperto, la Civ è dovuta se si esce dal fido, o si va in rosso senza avere un fido. Va pagata quando lo sconfino supera i 500 euro, oppure quando è d’importo minore, ma dura sette giorni. Per le famiglie può superare i 50 euro (anche 85 per le imprese) e pesa come un macigno sui correntisti che sforano. Lo dicono i calcoli dell’Università Bocconi per il Corriere della Sera , condotti su sette banche (vedi tabella). Si è considerato lo sconfino in assenza di fido nei conti correnti per famiglie, in due casi: 501 euro e mille euro, per un giorno o per dieci giorni. Ecco i risultati, ottenuti sommando la Civ e gli interessi passivi sugli sconfini, che al valore nominale viaggiano fra il 15,6% (Cariparma) e il 22,2% (Intesa, pari a un taeg, il tasso annuo effettivo globale, del 24,1%). Sconfinare per un solo giorno di 501 euro costa in media 33,10 euro, con il picco di 50,25 euro al Monte dei Paschi, seguito da Unicredit (50,23 euro).

    Come dire il 10% d’interesse in 24 ore. Tanto varrebbe restare in rosso «non autorizzato» per dieci giorni, visto che in questo caso la spesa è appena superiore: 35,31 euro nella media delle sette banche e 52,55 euro il picco (sempre dell’Mps in attesa di riassetto patrimoniale). E se invece e si sconfina di mille euro? Si spendono in media 33,34 euro per un solo giorno e 37,76 euro per dieci giorni. Il massimo è ancora di Mps e Unicredit, che per un giorno di sconfino chiedono rispettivamente 50,51 euro e 50,46 euro, e per dieci giorni 55 euro ciascuna. Raddoppiando la somma di sconfino , insomma, le variazioni sono minime. La banca con la quale si paga meno è comunque Intesa, che, unica nel panel, ha scelto di non applicare la Civ, optando per un tasso d’interesse nominale molto alto (il citato 22,19%): sugli sconfini per brevi periodi questa logica appare favorevole al cliente.

    MEGLIO CHIEDERE UN PRESTITO - «La Civ non è una remunerazione per la banca, ma un recupero dei costi - replica l’Abi -. Dev’essere poi giustificata con un documento interno, a disposizione della Banca d’Italia, che enumeri tutti i maggiori costi sostenuti»: quelli per autorizzare lo sconfino, insomma, dalle telefonate alle firme all’istruttoria. Inoltre «non va pagata se si sconfina meno di 500 euro, o per meno di sette giorni: è un vantaggio dato alle famiglie, le banche offrono un servizio non remunerato». «Le banche, è vero, sono schiacciate da costi di funzionamento elevati - commenta Stefano Caselli, prorettore della Bocconi, che ha seguito l’indagine -.

    E anche dai vincoli più forti imposti da Basilea 3, che impongono maggiore patrimonio a fronte del denaro prestato. Ma i clienti si trovano costretti a sostenere costi pesanti, anche in presenza di piccoli sconfinamenti». Come se ne esce? «I risparmiatori devono capire che i conti correnti non sono lo strumento giusto per finanziarsi»: meglio chiedere (sempre che vengano concessi) un prestito, o comunque un fido (da non sforare). «Ma serve anche uno sforzo significativo da parte delle banche, nei confronti delle fasce di clientela più deboli - dice Caselli - E un ripensamento sui vincoli di patrimonio per gli istituti di credito a più forte vocazione retail ».

    08 gennaio 2014

    Scopelliti: «L'hacker che mi attacca è molto calabrese»

    Il Mattino


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    Catanzaro. Il presidente della giunta regionale della Calabria Giuseppe Scopelliti è stato sentito stamani, come parte offesa, dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Gerardo Dominijanni. Il pm è titolare dell'inchiesta sull'attacco di carattere informatico subito dallo stesso Scopelliti il 9 novembre scorso dal gruppo di hacker Anonymous, che ha firmato l'intrusione abusiva nella casella di posta elettronica istituzionale del presidente della giunta regionale. L'incontro fa seguito ad alcune dichiarazioni rese alla stampa dal politici calabrese che il 16 dicembre scorso disse: «è passato oltre un mese dall'intrusione nel mio computer e ad oggi non abbiamo visto, così come era stato promesso, altri attacchi a presidenti di Regione. Devo dedurne che si è trattato di un Anonymous molto calabrese».

    Nel corso dell'incontro, secondo quanto si è appreso, Scopelliti avrebbe ribadito al pm i suoi sospetti in merito all'origine calabrese dell'intrusione. «La cosa strana - aveva detto ai giornalisti Scopelliti nel dicembre scorso - è che qualcuno era riuscito anche ad individuare colui che aveva portato a termine quell'attacco alla mia casella di posta elettronica. Proprio questo particolare mi fa pensare che si sia trattato di qualche Anonymous tutto calabrese».

     
    martedì 7 gennaio 2014 - 17:50   Ultimo aggiornamento: 17:58