giovedì 9 gennaio 2014

Amazon, il 2013 è da record Venduti un miliardo di oggetti

La Stampa

Boom per le imprese che si appoggiano alla logistica del colosso di Jeff Bezos



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L’anno dell’e-commerce si chiude con il record di Amazon che, dopo i picchi delle feste, rende noti i dati dei venditori Marketplace, ovvero tutte quelle imprese, di qualsiasi dimensione, che vendono i loro prodotti sul negozio virtuale di Jeff Bezos. Nel 2013, a livello globale, sono stati venduti più di un miliardo di articoli, per un valore complessivo di decine di miliardi di dollari. Merito della velocità del sito e del sistema di logistica, sfruttato - negli ultimi 12 mesi - dal 65% in più. 

Il Marketplace di Amazon, che conta più di 2 milioni di venditori Marketplace a livello globale, ha registrato una crescita record durante l’intenso periodo di vendite natalizie. Durante il «Cyber-Monday», sono stati ordinati a livello globale da venditori Marketplace oltre 13 milioni di articoli con una crescita del 50% rispetto all’anno precedente. «È stato un anno incredibile per i venditori Marketplace, che comprendono marchi importanti e aziende di ogni dimensione che vendono i propri prodotti su Amazon.

I nostri clienti ci hanno fatto sapere che apprezzano le centinaia di milioni di prodotti offerti dai venditori Marketplace, dall’abbigliamento a una vasta gamma di articoli di elettronica» ha detto Peter Faricy, vicepresidente del Marketplace di Amazon. «Il nostro obiettivo quotidiano è quello di rendere la vendita su Amazon il più semplice possibile. Con la Logistica di Amazon diamo a tutti i venditori Marketplace la possibilità di immagazzinare i propri prodotti all’interno della nella nostra rete di centri di distribuzione. Questo ha rappresentato un punto di svolta per i venditori perché i loro articoli possono essere offerti con tutti i vantaggi Prime: questo aumenta le loro vendite e i clienti possono beneficiare di una maggior selezione di prodotti Prime».

Meryl Streep contro Walt Disney “Un antisemita e un misogino”

La Stampa
paolo mastrolilli

Durante una cena di gala la grande attrice Usa attacca il creatore di Topolino. La famiglia di Disney ha risposto invitando tutti a visitare il suo museo, per capire davvero che genere di persona fosse Walt: magari non perfetto, ma neanche meritevole di tante ingiurie


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“Walt Disney era un antisemita e un misogino”. In teoria Meryl Streep era salita sul palco del ricevimento annuale del National Board of Review per presentare un premio alla collega Emma Thompson, ma il suo intervento si è trasformato in un attacco frontale al creatore di Topolino. Meryl ha introdotto e onorato Emma, dicendo che è “quasi una santa”, però è chiaro che era venuta con un altro obiettivo. La cena del National Board of Review è uno degli appuntamenti tradizionali che preparano la grande serata degli Oscar, insieme ai Golden Globes. I premi però vengono rivelati in anticipo, e quindi l’interesse della serata sta tutto in cosa dicono i vincitori e chi li introduce.

Meryl doveva presentare Emma Thompson, e lo ha fatto con classe e umorismo: “In pratica è una santa, una bella artista”. Ha concluso addirittura leggendo una poesia che ha scritto per la collega e amica, intitolata “An Ode to Emma, Or What Emma is Owed”, cioé un’ode per Emma e tutto ciò che le è dovuto. Nel frattempo, però, Meryl ha trovato il modo per virare su Walt Disney. Lo ha accusato di essere un antisemita, al punto che “appoggiava un gruppo impegnato a fare azione di lobby nella nostra industria contro gli ebrei”. Quindi è passata alla sua misoginia, definendolo un “gender bigot”, cioé un bigotto del sesso. In pratica un aperto insulto, che Meryl ha poi sostanziato leggendo una lettera inviata nel 1938 dalla sua compagnia ad una donna che voleva fare l’animatrice:

“Le donne non fanno alcun lavoro creativo nella preparazione dei cartoni per lo schermo. Questo compito viene svolto interamente da giovani uomini”. La Streep ha aggiunto che “alcuni collaboratori di Disney dicevano che davvero non gli piacevano le donne”. Anzi, secondo lo stesso animatore Ward Kimball, il suo ex capo “non si fidava delle donne, e dei gatti”. Emma Thompson veniva premiata per il suo ruolo nel film “Saving Mr. Banks”, in cui interpreta la creatrice di “Mary Poppins” P.L. Travers. Il film racconta anche i tentativi fatti da Disney per convincere la Travers ad adattare il suo libro per un musical, e questo ha offerto a Meryl l’occasione per andare all’attacco.

Non è la prima volta che queste accuse vengono rivolte al creatore di Topolino, soprattutto quelle di antisemitismo. Colpisce però che una leggenda del cinema americano abbia sentito la necessità di demolirne un’altra, sul palco di un evento pubblico. La famiglia di Disney ha risposto invitando tutti a visitare il suo museo, per capire davvero che genere di persona fosse Walt: magari non perfetto, ma neanche meritevole di tante ingiurie. La diatriba, dunque, resta aperta. 

Scuole del quartiere in visita obbligata alle lapidi dell'Anpi

Marta Bravi - Gio, 09/01/2014 - 07:14

«no alla “Stralapidi”, non si possono obbligare i bambini a fare il tour delle lapidi della zona» tuona il consigliere di zona 6 Massimo Girtanner, coordinatore cittadino di Fratelli d'Italia.
 

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«Noi siamo contrari». Siamo in zona 6 dove due giorni fa in commissione cultura è stato presentato dalla sezione Anpi Barona il progetto «Strade e volti...la memoria, le radici» che prevede «l'organizzazione di visite guidate alle lapidi dei partigiani della zona». Il progetto, rivolto agli studenti delle classi quinte delle elementari, alle scuole primarie e dell'ultimo anno della secondaria di secondo grado, si articolerà nel periodo a ridosso del 25 aprile - si legge nel documento - e interesserà le classi coinvolte per una mattinata nell'orario scolastico». I partigiani illustreranno la Resistenza, i valori che l'hanno sostenuta e i principi che hanno ispirato la Costituzione, dopo di che accompagneranno gli studenti alla visita delle lapidi dei partigiani della Barona.

Perché andare a visitare le lapidi e non limitarsi a raccontare la resistenza e le storie dei partigiani? «Ci sono molti ragazzi - spiega Ivano Casati, responsabile Cultura della sezione Anpi Barona - che non sanno nemmeno perché in certe strade ci siano delle lapidi. Fa parte della nostra tradizione e della nostra missione andare nelle scuole a raccontare alle giovani generazioni la Resistenza, ma ormai di partigiani vivi non ce ne sono più molti. Obiettivo del progetto non è vedere le lapidi ma instaurare un rapporto con le scuole e con le classi che aderiranno al progetto, noi vogliamo raccontare chi c'è dietro quella targa, la sua storia, i valori che spinsero questi ragazzi ad entrare nella Resistenza. Chiederemo anche alle scuole di adottare una lapide della zona, perché il percorso continui. Insomma si tratta di un percorso della memoria».
 
Un percorso non condiviso però dall'opposizione in zona 6 (Fi e Ncd hanno votato contro, Lega astenuta): «Non si possono obbligare i bambini a fare il tour delle lapidi della zona. Allora perché non organizzare un giro per ricordare i giovani italiani morti in Russia? polemizza Massimo Girtanner, ex presidente di zona 6 - soprattutto non è possibile che la prima cosa di cui si deve occupare il consiglio di zona siano i progetti sulla Resistenza. Milano e la zona 6 hanno ben altri problemi». Non è la prima volta che la zona 6 approva progetti sulla Resistenza: «L'anno scorso - ricorda Girtanner - abbiamo ospitato la mostra fotografica sulle lapidi dei partigiani, quest'anno organizziamo la Stralapidi. Basta con questi progetti ideologici, siamo diventati monomaniaci, esiste anche altro».

«Noi non ci occupiamo maniacalmente di Resistenza - replica Rita Barbieri, presidente della commissione Cultura di zona 6 - è chiaro che i valori di questa amministrazione e di Milano, si basano sull'antifascismo. Non amo le semplificazioni: questo è un progetto sulla storia del territorio, che fa parte della nostra missione, e in commissione facciamo cultura a 360 gradi».

Cognome della madre ai figli Governo pronto a intervenire

La Stampa

Pd e Fi presentano un ddl per innovare il codice civile dopo la sentenza della Corte di Strasburgo contro l’Italia: “Superare la cultura sessista”


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Palazzo Chigi è pronto a intervenire sul cognome della madre. A qualche giorno dalla sentenza di Strasburgo che ha condannato l’Italia per la consuetudine a trasmettere unicamente il nome di famiglia paterno e dopo le parole del premier Enrico Letta a favore di un’innovazione della legislazione, governo e Parlamento si muovono. L’Esecutivo infatti fa sapere di apprezzare le iniziative di deputati e senatori ma anche di voler scendere in campo. Il che potrebbe accorciare i tempi della riforma del codice civile, così come auspicato anche dai partiti che non nascondono di puntare a un decreto legge.

In attesa di un passo concreto da parte del presidente del Consiglio, le forze politiche però non restano con le mani in mano: Pd e Fi, siglando un’alleanza inedita, hanno infatti messo nero su bianco un disegno di legge bipartisan per garantire la libertà di scelta di genitori e figli su questo fronte nonché sancire la possibilità per i coniugi di mantenere ciascuno il proprio cognome. Un fatto di civiltà, spiegano Alessandra Mussolini (che racconta di aver ingaggiato una lunga battaglia con lo Stato per ottenere che i propri tre figli potessero avere anche il proprio cognome) e Stefano Esposito del Pd, anche lui protagonista di rocambolesche avventure burocratiche per raggiungere lo stesso obiettivo. Sì perché, chiariscono, i senatori, la legge italiana prevede la possibilità del doppio cognome ma solo dopo aver affrontato un percorso a ostacoli che passa per le prefetture e solo se in possesso di «un’adeguata motivazione».

Insomma, la persistente abitudine a mantenere il cognome dei padri rappresenta l’ultimo strascico di una cultura «patriarcale e sessista», attacca Sergio Lo Giudice presentatore di un’altra proposta di legge a Palazzo Madama sul tema. Il consenso infatti in Parlamento, spiegano gli altri senatori tra cui Donella Mattesini del Pd, Maria Rizzotti e Ciro Falanga di Fi, è ampio (ad esempio anche il Psi ha un ddl ad hoc) e l’obiettivo è di avviare la discussione in commissione Giustizia per poi mettere a punto un testo unificato sul quale votare compattamente. «Qualora l’Esecutivo dovesse intervenire, Forza Italia - assicura però la senatrice Alessandra Mussolini - potrà essere solo soddisfatta e votare a favore. Io lo farò»

Morto Sandalo, il pentito di «Prima Linea»

Corriere della sera

Le sue rivelazioni decisive nella lotta al terrorismo. Raccontò della militanza del figlio di Donat Cattin, inguaiando Cossiga

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Con le sue rivelazioni diede un contributo decisivo allo smantellamento della formazione terroristica Prima Linea. Roberto Sandalo, pentito ed ex combattente nella formazione terroristica, è morto nel carcere di Parma, per cause naturali. Aveva 56 anni ed era conosciuto con i soprannomi di «Roby il pazzo» e «Comandante Franco». Sandalo verrà seppellito nella tomba di famiglia, al cimitero di Costigliole d’Asti. La vedova ha avviato le pratiche per la sepoltura nella tomba di famiglia, accanto ai genitori dell’uomo che, con le sue confessioni, permise di smantellare la formazione terroristica di Prima Linea.

SEPPELLITO NELL’ASTIGIANO - Di origini astigiane, Sandalo tornava spesso nella casa di campagna di famiglia, in frazione Castelletto. Il padre Ovidio, funzionario Fiat, era nato a Costigliole, dove è sepolto con la moglie Rina.

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ANNI DI PIOMBO - Il nome dell’ex terrorista è legato ad alcune tra le pagine più buie della storia degli anni di piombo. Autore di una serie di delitti efferati: l’uccisione di un vigile urbano di guardia al liceo scientifico Ferrraris, di Torino. Poi l’assassinio del dirigente Fiat Carlo Ghiglieno. Con le sue rivelazioni mise in crisi il sistema politico italiano, decretando la caduta di Carlo Donat Cattin (il cui figlio Marco era anch’egli un militante di Prima Linea) e mettendo l’allora presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, in una situazione difficilissima. Fu salvato da una risicata maggioranza e Sandalo ebbe un perdono generalizzato per una serie di reati riassunti in 110 capi d’accusa.

ATTENTATI A MOSCHEE - A Parma stava scontando una condanna a 9 anni. Nel 2008 venne arrestato infatti per una serie di attentati a centri culturali musulmani e moschee.

09 gennaio 2014

Google Italia trasloca a Porta Nuova La sede nel palazzo a terrazze

Corriere dellasera

Siglato il contratto con Hines per la metà dell’edificio progettato da McDonough, che già ospita la sede di Pandora


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Google Italia trasloca e sposta il quartier generale dal centro di Milano all’area di Porta Nuova, a fianco delle residenze «Bosco Verticale» e a due passi dal grattacielo Unicredit. Il colosso di Internet ha siglato con Hines Italia Sgr un contratto di locazione per 5.000 mq, la metà del palazzo di 11 piani - progettato da William McDonough + Partners - che già ospita la sede di Pandora, in via Confalonieri. Il trasferimento, spiega Joe Borrett di Google, «ci dà la possibilità di riunire in un unico ufficio tutti i nostri colleghi basati a Milano». L’accordo di locazione prevede un canone di 400-450 euro al metro quadrato all’anno, quindi l’affitto sarà intorno ai due milioni di euro all’anno.

L’EDIFICIO - Con la firma del contratto di locazione con Google, gli uffici in Porta Nuova Isola sono ora affittati per oltre l’80%, come si legge in una nota di Hines. Pandora - azienda produttrice di gioielleria - ha di recente stabilito il proprio quartiere generale italiano nello stesso edificio di 11 piani e 10.000 mq di superficie, a terrazze rientranti, soprannominato «palazzo-Ziggurat ». Le tre facciate in vetro del palazzo sono state pensate per sfruttare al massimo l’illuminazione naturale. I sistemi di riscaldamento e raffreddamento sono stati progettati prevedendo l’utilizzo di acqua di falda e il consumo di energia è stato ottimizzato sull’intero complesso.

PORTA NUOVA - Esprime grande soddisfazione Manfredi Catella, presidente e amministratore delegato di Hines Italia Sgr, il quale ricorda tra l’altro la «recente partnership in Porta Nuova con il fondo sovrano Qatar Holding». Tra gli azionisti, infatti, è entrato anche l’emiro del Qatar. Per Catella, «il quartiere si sta consolidando come un nuovo polo nevralgico nell’economia italiana». Oltre a Unicredit, a Porta Nuova sono arrivati di recente anche gli uffici del brand Alexander McQueen e delle profumerie Limoni.

08 gennaio 2014 (modifica il 09 gennaio 2014)

La Reggia dei Borbone appartiene agli Italiani La villa di Carditello ora è proprietà dello Stato

Corriere della sera

Accordo firmato, parte la sfida del recupero dopo i saccheggi dei clan e le aste a vuoto. Il ruolo delle associazioni antiracket

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È nostra, finalmente. Dopo mille tormenti societari e mille razzie vandaliche e mille incubi sul destino d’ineluttabile degrado, la Reggia di Carditello, la stupenda Versailles agreste dei Borbone, appartiene da ieri a tutti gli italiani. Era ora. Anche se adesso viene il difficile: vincere la camorra sul suo terreno. Erano anni che la magnifica residenza settecentesca progettata come reggia di caccia per Carlo di Borbone da Francesco Collecini, braccio destro di Luigi Vanvitelli, e trasformata poi da Ferdinando IV in una villa delle delizie al centro di una tenuta modello di 2.070 ettari bagnati dalle acque dei Regi Lagni, pareva avviata a diventare un rudere.

Come fosse nell’epoca d’oro, possiamo immaginarlo: campi e vigne e frutteti a perdita d’occhio. Quando ci passò Wolfgang Goethe restò incantato spiegando che bisognava andare di lì «per comprendere cosa vuol dire vegetazione e perché si coltiva la terra. (...) La regione è totalmente piana e la campagna intensamente e diligentemente coltivata come l’aiuola di un giardino». Finita dopo l’Unità d’Italia nel bottino del re Vittorio Emanuele II, che già aveva le sue tenute dove sfogare la passione venatoria a Venaria e a San Rossore, la reggia agreste fu affidata perché se ne occupasse all’allora capo della camorra locale. Il primo di tanti errori e tante scelleratezze. Che importava, ai Savoia, di quella meravigliosa proprietà terriera?  Oltre mezzo secolo di disinteresse dopo, come ha scritto Gerardo Mazziotti sul Corriere del Mezzogiorno , «gli immobili e l’arredamento passarono dal demanio all’Opera Nazionale Combattenti e i 2.070 ettari della tenuta furono lottizzati e venduti. Rimasero esclusi il fabbricato centrale e i 15 ettari circostanti». Era il 1920. Quasi un secolo fa.

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Un esterno della Reggia, con le colonnine distrutte Passata la II Guerra mondiale, durante la quale era stata occupata dai nazisti che andandosene si erano portati via quanto potevano, compresi un po’ di camini, la Reggia di Carditello finì per entrare nel patrimonio immobiliare del Consorzio generale di bonifica del bacino inferiore del Volturno. Un carrozzone destinato a esser assorbito dalla Regione e via via a sprofondare sotto una montagna di debiti mai pagati. Debiti in gran parte nei confronti del Banco di Napoli. Col risultato che, quando questo naufragò, tutto finì ipotecato dalla Sga, la «bad bank» che ammucchiò, dopo il crac, i crediti in sofferenza dell’Istituto fallito. Certo, se la Regione Campania avesse restituito il dovuto, la faccenda sarebbe stata chiusa prima. Ma dove trovarli, i soldi?

E così, la splendida dimora tra Napoli e Caserta che aveva vissuto una sua ultima stagione decorosa quando era stata scelta come sede di prestigio dai responsabili dell’Alta Velocità allora in costruzione tra Roma e Napoli ed era stata perciò sottoposta a un parziale restauro della parte più nobile, era stata abbandonata a se stessa in attesa di trovare un compratore. Macché, a vuoto la prima asta, a vuoto la seconda, a vuoto la terza... E man mano che la Reggia veniva abbandonata a se stessa e il suo prezzo calava e calava, i camorristi della zona l’hanno cannibalizzata portandosi via tutto: i marmi delle scalinate, gli stucchi, i cancelli, le panche, i camini, i pavimenti dell’altana, l’impianto elettrico, tutto... Era stato installato, dopo il parziale restauro, un sistema d’allarme: rubato anche quello. Per finire insieme con le colonnine delle balaustre, chissà, nella villa di qualche boss.

Metteva il magone, vedere il progressivo e devastante degrado di quel tesoro d’arte e bellezza che ogni paese del mondo, al posto nostro, avrebbe trasformato in una fonte di ricchezza turistica riportandolo magari alla vocazione originaria e cioè quella di un centro di eccellenza dell’agricoltura. Metteva il magone annotare come all’umiliazione dei saccheggi barbarici si fosse sommato l’accumulo di spropositate quantità di immondizia, «normale» e tossica, buttate nelle discariche, «regolari» e clandestine, tutto intorno. Un assedio di puzza e veleni.

Il calvario, ieri, ha avuto una svolta. Preso atto che la vendita all’asta non c’era modo che andasse a buon fine (e meno male, a questo punto) la Sga ha incamerato la Reggia a pagamento del debito. E, ieri mattina, ha firmato un contratto preliminare per cedere la dimora settecentesca al ministero dei Beni culturali e del Turismo che aveva a suo tempo sborsato i soldi per il restauro vanificato dal successivo vandalismo. L’aveva giurato, Massimo Bray. L’ha fatto. E oggi ha diritto ad assaporare, insieme con i protagonisti di Intesa-San Paolo (subentrati al Banco di Napoli) il miele degli elogi, così raro di questi tempi per chi governa. Evviva. Finalmente sul fronte del nostro patrimonio artistico e culturale è stato battuto un colpo. Bravi.

Restano un problema e una nota d’amarezza. Il problema è che ora la reggia di Carditello dev’essere restituita al suo originario splendore. E non è solo una questione di soldi. Il rischio è che ogni carriola di ghiaia, ogni sacco di cemento, ogni mattone del restauro possano pagare il pedaggio ai Casalesi. E lì lo Stato, a ridosso della Terra dei fuochi, si gioca tutto. Occorrono, con il concorso obbligato degli enti locali e delle associazioni anti-camorra che verranno coinvolti, tre risanamenti paralleli: quello ambientale del territorio avvelenato, quello estetico della Real Delizia dove sono stati strappati perfino brandelli degli affreschi e quello morale di un territorio infiltrato dalla criminalità.

L’amarezza è per la scomparsa di Tommaso Cestrone, il volontario della protezione civile che aveva dedicato la vita, negli ultimi anni, a proteggere ciò che restava della Reggia. Nonostante le minacce. Gli incendi. Le intimidazioni. L’uccisione delle sue pecore. Sarebbe felice, oggi. La notte del 25 dicembre postò su Facebook un messaggio a Bray: «Auguri dalla Reggia di Carditello. Il mio Natale è qua». «Carditello è chiusa da troppo tempo», gli rispose il ministro, «Cercherò una soluzione perché torni alla sua bellezza e sia aperta a tutti». Poco dopo, quella notte, Tommaso se ne andò.

09 gennaio 2014

Bevi la birra di balena per «diventare un vero vichingo»

Corriere della sera

Polemiche in Islanda per il nuovo prodotto della birreria Steðji realizzato anche con carne di cetaceo

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Alzi la mano chi vuole bere una birra prodotta con carne di balena. Sembra che in Islanda, invece, questo tipo di birra abbia i suoi estimatori. Specie se l’azienda che la produce, la Steðji, nella pubblicità annuncia che la birra-balena è l’ideale per «diventare un vero vichingo».

INDIGNAZIONE - A parte che, forse, i vichingi veri preferivano bere una birra-birra e la carne di balena se la mangiavano (anche perché c’era poco d’altro in Islanda), l’idea ha scatenato l’indignazione del gruppo ambientalista britannico Whale and Dolphin Conservation (Wdc), che definisce questa mossa di marketing «immorale e oltraggiosa». La Wdc inoltre ricorda che già lo scorso anno la compagnia baleniera islandese Hvalur hf., che fornisce la carne di balena alla birreria Steðji, ha utilizzato la carne di balena in aggiunta al cibo per cani in quanto anche in Islanda, che da alcuni anni ha riammesso la caccia ai cetacei e la vendita di carne di balena, il suo consumo è in nettissimo calo e non si vende più. Quindi le balene finiscono dentro le scatolette di cibo per cani e il loro grasso utilizzato come carburante per alimentare le stesse baleniere che le cacciano. E adesso anche nella birra.

PER IL DIO THOR - Dagbjartur Ariliusson, il proprietario della birreria, ha reso noto che la birra, di 5,2 gradi alcolici, sarà prodotta e venduta solo per un breve periodo: dal 24 gennaio al 22 febbraio, che coincide con le festività islandesi di mezzo inverno chiamate Þorrablót (Thorrablot), in onore del dio vichingo Thor. E non sarà esportata.

09 gennaio 2014

Virzì, 700mila euro al regista per insultare chi lavora

Libero

La pellicola "Il capitale umano" è la storia di un finanziere senza scrupoli. Fondi pubblici per dipingere la Brianza come terra di avidi e corrotti


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Decenni passati ad arrovellarci su come  rimettere in pista l’Italia, quando bastava chiedere a Paolo Virzì. Alla modica cifra di settecentomila euro - soldi pubblici versati dal ministero per i Beni culturali - abbiamo la soluzione: bombardare la Brianza col napalm. A tappeto. Che non si salvi un mobilificio canturino, mezza fabbrichetta di componenti meccaniche monzese né un centimetro di chissà quale linea produttiva del Varesotto. Renzi prenda nota, se invece di cazzeggiare con Letta gli venisse voglia di far qualcosa veramente di sinistra è il caso che si procuri una flotta d’aerei. 

Il capitale umano, ultima fatica del regista livornese più amato dalle editorialiste di Repubblica, narra le vicende di un finanziere farabutto che truffa chiunque lo circondi ed è disposto a tutto, perfino a camminare sui cadaveri, pur di intascarsi un soldo in più. Un bel thrillerone,  trasposizione sul grande schermo d’un bestseller americano, che da domani potremo sciropparci al cinema. Solo che Virzì è convinto d’aver girato un documentario.

Soldi, sangue, ignoranza, cupidigia: per lui sono l’alfa e l’omega di quella fetta di Lombardia. Un’unica grande spianata popolata da trogloditi, evasori, arrampicatori «plasmati dal Berlusconismo» che nell’attesa di trasformarsi nel nuovo Cavaliere votano quello vecchio e ingannano l’attesa «in grumi di villette pretenziose  dove si celano illusioni e delusioni sociali». Un quadro che oltretutto sarebbe, tolte le sfumature peculiari di ogni latitudine, affresco dell’intero Nord, dal Piemonte al Triveneto.

Sul quotidiano di Eugenio Scalfari hanno piazzato due pagine in due giorni di entusiastiche considerazioni sullo spessore culturale dell’opera e del messaggio che ci lascia. Ha iniziato Natalia Aspesi all’Epifania (intervistona al regista, con finissima critica sociale sui luoghi che valgono il 40% del Pil nazionale): «L’ho scelta (la Brianza) perché è vicina a Milano, dove c’è la Borsa, dove ogni giorno si creano e distruggono patrimoni». Maledetta Piazza Affari, che non smette mai di sgorgare sterco del demonio. Con lo schifo che gli fanno i soldi, non si capisce come abbia fatto Virzì a prendere in mano l’assegno da 700mila cucuzze che gli ha staccato il Mibac. Forse ci ha mandato un fattorino. Non si salva il capoluogo, men che meno la provincia:

«Ho girato nella campagna di Osnago, nel centro storico di Varese, di Como, città ricchissima che esprime il degrado della cultura con quel suo unico teatro, il Politeama, chiuso e in rovina. E che ha una parte importante nel film, come simbolo di un inarrestabile degrado e sottomissione al denaro». Per la cronaca Como ha un altro palcoscenico, quello del Sociale, dove si esibiscono regolarmente grandi nomi del teatro; è una delle patrie dell’architettura razionalista e con le grandi mostre di Villa Olmo ha portato quasi un milione di visitatori al cospetto delle opere di Magritte, Mirò, Brueghel e Picasso. Poi ha vinto le elezioni il centrosinistra e le mostre son finite.

Ieri il bis di RepubblicaConcita De Gregorio  stende una recensione adorante della pellicola e sputtana la Brianza: «(...) stoffe pesanti per il freddo che c’è dentro casa e anche fuori, su al Nord, la sete per le sere di festa, le lamette per la disperazione, l’alcol per non pensarci, uno zainetto e una tuta per scappare, caso mai». E, aggiungiamo noi, i «padroni» tanto avari e miserabili che s’impiccano in ditta perché non hanno di che pagare lo stipendio ai dipendenti. È un insulto alla parte, se non migliore, più virtuosa d’Italia. Tanto che lo stesso Virzì ha sentito l’esigenza di un signorilissimo tweet di smarcamento in risposta alle accuse de l’Intraprendente, quotidiano indipendente del Nord: «Ma io voglio bene al popolo del Nord, so a memoria i cori alpini e adoro il risotto. Sono quelli di Repubblica che mi dipingono così». Intascati gli schifosissimi settecentomila euro il resto, ossia la colpa, è mancia per le dame di Repubblica.

di Fabio Corti






Placido, Comencini, Olmi, Ozpetek Pioggia di soldi sui magnati del cinema

Libero

Come ogni anno, dal ministro della Cultura milioni di euro di soldi pubblici ai soliti noti


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C'è la crisi. Certo, anche al cinema. Ma in un tempo in cui la gente va meno nelle sale (Zalone a parte) perchè non ha un euro in tasca, si potrebbe rivedere il meccanismo di distribuzione di contributi a pioggia operata dal Ministero dei beni e delle attività culturali. E invece no. Perchè leggendo le difre appena rese note dalla Direzione generale per il Cinema, si viene a scoprire che anche quet'anno c'è manna per tutti: dai mostri sacri come Ermanno Olmi, che per "Cumm'è bella 'a montagna stanotte" si è beccato 800mila euro, proprio come Paolo e Vittorio Taviani per il loro "Meraviglioso Boccaccio", all'enfant prodige Matteo Garrone che per "Il racconto dei racconti" ha fatto cifra tonda: un milione. Marco Bellocchio ha ricevuto 400mila euro per "La prigione di Bobbio" e Saverio Costanzo 250mila per "Hungry Hearts".

Non poteva mancare Michele Placido che per "La scelta" ne ottiene 400mila, Francesca Archibugi 500mila per "Il nome del figlio", Cristina Comencini 400mila per "Latin lover" e Carlo Verdone 300mila per "Sotto a una buona stella". E ci si chiede se c'era proprio bisogno di dare 350mila euro ad Abel Ferrara per Pasolini che ha come attore la star hollywoodiana Willem Dafoe.
Se "Margherita" di Nanni Moretti - anche al più accanito dei suoi critici - appare appropriato come film di «interesse culturale», qualche dubbio viene per progetti come "Sapore di te" di Carlo Vanzina, "Un matrimonio da favola" di Enrico Vanzina, "Un boss in salotto" di Luca Miniero, "Indovina chi viene a Natale?" di Fausto Brizzi, "Tutta colpa di Freud" di Paolo Genovese, "Soap opera" di Alessandro Genovesi, "...E fuori nevica" di Vincenzo Salemme. Sfugge poi la ratio di alcuni contributi oversize come quello di 900mila Ferzan Ozpetek per Allacciate le cinture".



Altri soldi ai film italiani per salvare i registi rossi

Libero

Il governo vuole introdurre il modello francese dell'eccezione culturale: cinema e spettacoli fuori dagli accordi di libero scambio con gli Usa

14/06/2013


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«Exception culturelle»: già dal nome capisci che è qualcosa di alto e nobile. Spiegata dalla élite al volgo, poi, sembra ancora più bella: ti dicono che la cultura non è un prodotto come gli altri, non è equiparabile a un fanale per automobili; la cultura è l’anima di un popolo e i popoli si colonizzano cambiando la loro cultura. Il problema, come sempre con le idee, è quando scendono dall’empireo per farsi concrete. E la exception culturelle e i suoi sostenitori sanno essere concretissimi: puntano dritti ai soldi. Quelli dei contribuenti e dei consumatori. In cambio promettono di limitare la libertà di scelta: l’allocazione delle risorse non è decisa dal botteghino, simbolo del gretto capitalismo e metafora dei gusti plebei del pubblico, ma in base a criteri autarchici, gestiti dalla classe politica. La casta dei cinematografari (pardon, dei baluardi della cultura nazionale), gratificata, sentitamente ringrazia. (...)

Come spiega il vicedirettore di Libero, Fausto Carioti, sul quotidiano in edicola sabato 15 giugno, piovono altri soldi per i film italiani. Obiettivo? Salvare i registi rossi. Il governo infatti vuole introdurre il modello francese dell'eccezione culturale: cinema e spettacoli fuori dagli accordi di libero scambio con gli Stati Uniti. Il ministro Bray ha parlato in modo lusinghiero della fattispecie, sottolineando che "la nostra creatività va difesa". A spese nostre.

Rinnovo patente, cambiano le regole Via il bollino e certificati medici online

La Stampa

Sparisce la vecchia etichetta adesiva e arriva un documento nuovo di zecca. La Motorizzazione: «Snellita la burocrazia e i tempi per effettuare la procedura»



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Novità per i circa 5 milioni di automobilisti che anche quest’anno vedranno scadere la propria patente di guida. A partire da domani, giovedì 9 gennaio, per il rinnovo non sarà più necessario applicare il vecchio bollino adesivo, ma si riceverà direttamente a casa, o a qualsiasi altro indirizzo indicato dal cittadino, una patente tutta nuova. E al massimo in 7 giorni. A stabilire la nuova procedura è stato un decreto del ministero delle Infrastrutture e Trasporti, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 10 dicembre, che, trascorsi i canonici 30 giorni, entrerà in vigore domani. Sono previsti però 20 giorni di tolleranza per permettere alle strutture mediche di aggiornarsi alle nuove procedure.

5 milioni di patenti in scadenza
«Su un totale di 37,5 milioni di patenti attive, in Italia sono tra i 4,8 ed i 5 milioni le patenti di guida in scadenza all’anno», dice il Direttore Generale per la Motorizzazione Maurizio Vitelli. E sarà questa quindi la platea interessata nel 2014 alla nuova procedura «che - ha precisato Vitelli - ci permetterà entro 10 anni di rinnovare tutto il parco delle patenti attive, sostituendole con il nuovo modello plastificato Card disposto dalla normativa europea, che avrà lo stesso formato dell’attuale ma sarà stampato con nuove modalità laser e criteri antifalsificazione». Ci saranno anche delle modifiche nel retro, «dove compariranno non più 9 ma 15 categorie di patenti e non compariranno più le due caselle per mettere le fustelle del cambio di residenza e del rinnovo». Ma «il fatto epocale», secondo Vitelli, sarà «l’utilizzo del web per il trasferimento delle certificazioni necessarie al rinnovo della patente fornite da parte del medico. Che ci permetterà di snellire le procedure e di consegnare il nuovo certificato di guida al massimo entro una settimana».

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Procedura
Figura chiave della nuova procedura è il medico che, una volta accertata l’idoneità al rinnovo, inoltrerà l’estratto del certificato, la foto e la firma del cittadino per via telematica al Ced della Motorizzazione che, a sua volta, manderà al medico una ricevuta con la foto dell’utente da usare in attesa dell’arrivo della nuova patente. «Questa nuova procedura - ha precisato Vitelli - permetterà anche di assegnare delle immagini a tutti i soggetti che hanno la patente. E questo sarà molto utile per le forze dell’ordine e per evitare falsificazioni. E sarà molto più semplice sostituire una patente che si è persa».

Costi
Con la nuova procedura i costi di rinnovo della patente rimangono di 25 euro (16 euro per la marca da bollo e 9 euro per i diritti della Motorizzazione), cui vanno aggiunti il costo della visita medica, per cui non esiste una tariffa fissa, e 6,80 euro per la spedizione a domicilio della nuova patente, da saldare al momento della consegna o del ritiro presso l’ufficio postale. Va aggiunta anche la spesa per le nuove foto tessera.

Patenti facili: per gli ultra ottantenni servono visite più severe e auto “limitate”

Il Messaggero

di Giampiero Bottino


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MILANO - Nella sua assurda tragicità, l'incidente di Velletri ha riportato alla ribalta il tema, troppo spesso sottovalutato salvo venire rispolverato in occasione di eventi che fanno notizia, dell'adeguatezza del nostro sistema di formazione alla guida e del mantenimento della patente nel corso degli anni.

Attenzione. Quando l'età avanza, i riflessi più lenti e le reazioni meno pronte e decise amplificano le potenziali conseguenze di un errore anche banale. E l'uomo che - per cause ancora da accertare - ha sfondato al volante del suo Suv la vetrata dell'agenzia Unicredit aveva superato le 85 primavere. Non si può comunque negare che la legislazione sia stata via via modificata anche alla luce di queste finalità «precauzionali», riducendo la validità della patente con il progredire dell'età del suo titolare: a 50 anni la durata di dimezza da 10 a 5 anni (con scadenza oggi ancorata al compleanno del possessore), per poi passare a tre anni se il guidatore ha già spento le 70 candeline.

La patente del nonno. In realtà, gli oltra-ottantenni sono già soggetti a una normativa speciale, che prevede il rinnovo biennale subordinato al parere di un medico Asl, il quale ha sostituito la commissione medica rimasta in vigore un paio d'anni e poi soppressa per «eccesso di burocrazia», salvo che sia lo stesso medico a richiederne l'intervento per approfondire le condizioni psico-fisiche del candidato. Sull'onda emotiva di quanto accaduto nella cittadina laziale c'è ora da aspettarsi una recrudescenza di proposte, magari non sempre decenti come quella della revoca a prescindere o quella, a nostro avviso più ragionevole, dell'annualità del rinnovo.

Testi su strada. Ma forse basterebbe introdurre criteri più rigidi e una valutazione realmente accurata delle condizioni di salute, magari accompagnata da una prova di guida che potrebbe fornire le indicazioni più utili e probanti sull'opportunità di rimettere al volante una persona abbastanza agée.

Potenze adeguate. Senza contare l'ipotesi di istituire delle limitazioni analoghe a quelle in vigore per i neo patentati, i quali per un anno non possono guidare auto con potenza specifica superiore ai 55 kW (74 cv) per tonnellata, con un massimo assoluto di 100 cv, e per tre anni non possono superare i 100 km orari in autostrada e i 90 sulle strade extraurbane principali. Anche se la medicina più efficace è sempre la consapevolezza dei propri limiti condita con il necessario buonsenso. Ma in un Paese che ha speso oltre un ventennio di sterili e accese polemiche prima di istituire (dal 2 maggio 2012) l'obbligo per i possessori di foglio rosa di fare esperienza di guida anche in autostrada (prassi comune nel resto d'Europa) non è il caso di farsi troppe illusioni sulla possibilità di rapidi cambiamenti.

Due medaglie per Athos, il cane-soldato ferito da un'esplosione in Afghanistan

Il Messaggero


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WASHINGTON - Si chiama Athos, come uno dei tre moschettieri del celebre romanzo francese di Dumas padre. Pastore tedesco di quattro anni, è rimasto gravemente ferito dall'esplosione di un missile durante una missione di pace in Afghanistan e ha subito un complesso intervento chirurgico. Per questo, il ministero della Difesa della Repubblica Ceca lo ha insignito di un prestigioso riconoscimento militare. Anche l'esercito statunitense ha premiato Athos, regalandogli una coperta a stella e strisce.



Mercoledì 08 Gennaio 2014 - 20:25
Ultimo aggiornamento: 20:26

Nazismo, procura tedesca incrimina 88enne per una strage con 642 vittime: 207 erano bimbi

Il Messaggero


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BERLINO - Quel 10 giugno del 1944, mentre infuriava la Seconda guerra mondiale, i militari nazisti delle SS sono entrati nel villaggio francese di Oradour-sur-Glane per uccidere. Dopo il loro passaggio i sopravvissuti hanno contato 642 vittime. Giustiziate con un colpo alla testa, mitragliate, dilaniate, bruciate vive. Tra loro 254 donne e 207 bambini, il più piccolo di un mese. Oggi, a quasi settant'anni da quell'orrore, in Germania la procura di Dortmund ha incriminato un 88enne sospettato di aver partecipato al massacro. Il pensionato originario di Colonia, secondo gli investigatori della procura, è direttamente responsabile della morte di 25 persone e ha partecipato all'uccisione di altre centinaia di uomini, donne e bambini.

Allora l'ex nazista aveva 19 anni. Un ragazzo, membro della terza compagnia del primo battaglione del quarto reggimento dei granatieri corazzati delle SS «Adolf Hitler». Addestrato per uccidere senza pietà. Secondo l'accusa i soldati hanno ricevuto l'ordine di sterminare centinaia di civili come rappresaglia per il rapimento di un comandante di battaglione. E per terrorizzare la popolazione e isolare la resistenza. Tutto è stato pianificato fin nei dettaglio. Dal mattino la cittadina è stata circondata dalle SS. Poi gli abitanti sono stati radunati nella piazza del mercato. Gli uomini, separati dalle donne e dai bambini, sono stati divisi in gruppi e radunati in quattro fienili, dove hanno trovato la morte sotto i colpi dei nazisti.

Tra questi c'era anche il tedesco oggi incriminato, le cui generalità non sono state rese note. Lo ha ammesso lui stesso, rifiutando però ogni responsabilità diretta nel massacro. Insieme a un altro mitragliere hanno scaricato i loro colpi mortali su uomini inermi, uccidendone 25. I sopravvissuti sono poi stati finiti con un colpo alla testa da altre SS, prima che i fienili venissero incendiati. Alle centinaia di donne e bambini del villaggio non è stata riservata una sorte migliore. Radunati in una chiesa, sono stati bersagliati con granate ed esplosivi da membri della terza compagnia. Quella del tedesco oggi incriminato.

Alla fine del massacro anche la chiesa, con tutti i corpi delle vittime e i pochi sopravvissuti, è stata data alle fiamme. A questo secondo, inumano eccidio, l'allora 19enne avrebbe partecipato solo marginalmente, sorvegliando la zona e «portando materiale esplosivo alla chiesa», scrive la corte. Il caso, noto, è arrivato a una richiesta d'imputazione oggi dopo una rivisitazione di documenti già esaminati in passato. Sono stati gli uomini della procura di Dortmund a ritornare sull'eccidio alla caccia dei responsabili. Proprio a Dortmund ha sede la centrale del Land del Nordreno-Vestfalia responsabile delle indagini sugli eccidi nazionalsocialisti. Vista la giovane età al momento della strage, sarà una corte minorile del tribunale penale provinciale di Colonia, ora, a decidere entro alcune settimane se l'ex nazista pensionato dovrà finire a giudizio. Dopo settant'anni.


Mercoledì 08 Gennaio 2014 - 20:55
Ultimo aggiornamento: 20:56

Riso, incognita sulle semine. I produttori: “Anche questo è made in Italy”

La Stampa

L’ente nazionale al governo Letta: “Bruxelles ci tuteli dall’import a dazio zero”


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Cosa si coltiverà nelle risaie nella campagna 2014? La risposta è ancora un'incognita, ma il timore è che anche quest’anno, come nel 2013 appena concluso, molti agricoltori pensino di trovare soluzioni alternative al riso. 

L’appello a tre ministri
«Adesso tocca al ministero fare la sua parte - spiega il presidente dell’Ente Risi Paolo Carrà, oggi a Roma - chiederò alle Risorse agricole di convocare il tavolo tecnico con quello dello Sviluppo economico e della Salute. Occorre fare pressione su Bruxelles perché applichi la clausola di salvaguardia contro Paesi come Cambogia e Myanmar, con cui sono in vigore trattati bilaterali che consentono importazioni a dazio zero. Potrebbe verificarsi un cambiamento epocale, altrimenti, che cancellerà aziende, posti di lavoro, e modificherà il territorio». E sottolinea: «La commissione è fatta di tecnocrati, che applicano alla lettera i regolamenti - aggiunge -: non possiamo aspettare che accada il peggio, ne va del nostro futuro. E anche le nostre riserie, ormai, subiscono anche la concorrenza delle altre industrie europee». 

Consumi nazionali in lieve calo
L’Enr ha appena lanciato il consueto sondaggio sulle semine: «Non ci sono dati dalla validità scientifica - aggiunge Carrà - ma è prevedibile una riduzione degli indica e un aumento dei lunghi A». Le varietà per il consumo interno infatti sono le uniche ad aver garantito risultati positivi: «I consumi nazionali sono lievemente in calo, ma non oltre l'1% - conferma Mario Preve, presidente dell'Airi, l'associazione delle industrie risiere - la grande distribuzione però non ha alcuna intenzione di accettare l'aumento dei prezzi dei risoni, che consideriamo positivo per gli agricoltori, con cui stiamo lavorando in sintonia sia sulla questione della clausola di salvaguardia, sia sulla legge per il mercato interno». 

Segnali positivi nel 2014
Per ora, il bilancio di collocamento al 31 dicembre indica una situazione forse anche migliore, rispetto a un anno fa: sulla disponibilità di 1.447.783 tonnellate, 528.955 sono state vendute, ne restano 918 mila. Un anno fa su un milione 646.103 mila tonnellate ne erano già state piazzate 575.474, le rimanenze superavano il milione di tonnellate. Il bilancio presentato al ministero inoltre ha segnalato al 31 agosto 2013, un aumento delle esportazioni del 5,2%. È soprattutto il lungo a farla da padrone: delle varietà da interno, come il Carnaroli, è stato venduto al 31 dicembre quasi il 10% in più del 2012, con prezzi in crescita, mentre il lungo B è in diminuzione, dal 38,98% al 32,14%. «Le vendite ci sono - spiega Giovanni Cardone della Cia - anche se i prezzi non sono quelli che gli agricoltori vorrebbero. A soffrire soprattutto i risi da esportazione». Proprio nell’export la campagna 2012-2013 si è chiusa con un aumento del 5,2%. 

L’orrore della Shoah filmato da Hitchcock Le riprese del cineasta ad Auschwitz e Dachau

Corriere della sera

Restaurato dall’Imperial War Museum il documentario girato dal grande regista nei campi di sterminio tedeschi

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Un documentario-verità, in presa diretta. L’orrore mostrato man mano che si svelava agli occhi degli stessi soldati alleati che entravano, sconvolti, nei lager nazisti. Quel filmato sulla liberazione dei campi di sterminio lo curò Alfred Hitchcock, «inviato» di guerra per conto della autorità militari britanniche. Un cortometraggio, circa 50 minuti impressionanti di bianco e nero e intitolato «Memory of the camps» (guarda il video), «dimenticato» per più di 60 anni e oggi riscoperto grazie all’Imperial War Museum di Londra. La pellicola, mai mostrata al pubblico integralmente, venne messa da parte nell’immediato dopoguerra per favorire la riappacificazione. Sarebbe dovuta uscire subito dopo la liberazione dell’Europa dal nazismo, ma il ritardo ne fermò la distribuzione perché non era più considerato utile, dagli Alleati, continuare a presentare quell’orrore davanti agli occhi dei tedeschi mentre gli sforzi erano tutti concentrati a contenere il «senso di colpa» a favore del processo di ricostruzione postbellico.

«GIRATO» AL FESTIVAL DI BERLINO - Il «girato» venne in parte recuperato nel 1980 - grazie a un ricercatore americano che lo ritrovò tra la polvere in un magazzino del museo londinese - e proposto in una versione incompleta al Festival di Berlino del 1984, oltre che sulla rete tv americana «Pbs». Quella versione è visibile anche su youtube. Scene fortissime, di orrore e dolore, ma anche piene di empatia e umanità. Interviste a sopravvissuti, militari, testimoni. A metà tra documentario e straordinario cinema dal timbro neorealista.

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CAPRA, FORD, HOUSTON - Il film venne realizzato nel 1945 da Hitchcock impegnato a mostrare le immagini della Seconda guerra mondiale come accadde anche ad altri registi del calibro di John Ford, John Houston e Frank Capra. Grandi del cinema che raccontarono il conflitto con il passo del cronista di strada. Documentari in prima linea, dallo sbarco in Sicilia a quello in Normandia, passando per Cassino, Roma città aperta, la liberazione di Parigi e la capitolazione tedesca.

NEI LAGER - Il regista britannico lavorò sul materiale «girato» nei lager di Auschwitz e Dachau da truppe inglesi e sovietiche e dal collaboratore e amico fidatissimo Sidney Bernstein. Quelle immagini (di cui Hitchcock curò montaggio e direttive generali) scioccarono il maestro dell’orrore che fu costretto ad allontanarsi dal progetto per una settimana.


IMPERIAL WAR MUSEUM - Ora l’Imperial War Museum sta provvedendo al restauro della versione curata da Hitchcock, includendo anche il materiale non utilizzato negli anni Ottanta. Il film dovrebbe essere disponibile per i festival e il cinema per la fine del 2014 e anche la tv inglese potrebbe trasmetterlo nel prossimo anno. Toby Higgith, curatore del museo londinese, assicura che non si tratta di un film «sulla morte», ma ci sono immagini di ricostruzione e riconciliazione, e soprattutto immagini di quel ritorno alla vita che la fine del nazismo rappresentò: si vedono i deportati che, i cancelli dei campi ormai aperti, fanno la prima doccia, che ripuliscono i loro vestiti, per rimettersi in cammino. Una testimonianza preziosa, «molto più candida di altre», spiega ancora Haggith all’Independent, «che riesce a rappresentare anche la speranza».

09 gennaio 2014 (modifica il 09 gennaio 2014)

Quei furbetti anti casta scivolati sui voli di Stato

Vittorio Sgarbi - Gio, 09/01/2014 - 08:50

Nella vicenda relativa al "passaggio" di Laura Boldrini sul volo di Stato per i funerali di Mandela, la presidente della Camera è vittima soltanto di se stessa

Mi permetto di ribadire, fino allo sfinimento, che nessun mafioso, per nessuna ragione, può essere interessato a eliminare un magistrato che si occupa della trattativa Stato-mafia risalente a più di 20 anni fa e a vicende che implicano l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino e Bernardo Provenzano, 83enne pressoché in stato di demenza.


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Non s'intende il cui prodest di eliminare il Pm Nino Di Matteo. Però piace molto crederlo. Per dare senso all'eroismo dell'impresa. La vicenda culmina con il coinvolgimento, incomprensibile, del capo dello Stato Giorgio Napolitano che, secondo Salvatore Borsellino, «da 20 anni è il garante della trattativa Stato-mafia». Ecco allora su Facebook «l'atto di fede» di alcuni rappresentanti delle cosiddette Agende rosse, a tutela del loro beniamino: Fategli un Tso è pazzo questo escremento (Sgarbi, ndr); A Vittò ma vattela a piglià in quer posto!. E sul sito del Fatto: Sgarbi è solo un malato.
Nelle infinite quanto futili polemiche sulla vicenda relativa al «passaggio» di Laura Boldrini sul volo di Stato per Johannesburg per i funerali di Nelson Mandela, la presidente della Camera è vittima soltanto di se stessa. La Boldrini rivendica il suo diritto a rappresentare la Camera ai funerali di Stato. Ma per rappresentare occorre portare un saluto, dare una testimonianza. Boldrini è stata una semplice comparsa. Il passaggio «scroccato» dal fidanzato della Boldrini? «Discutibile» come un'accompagnatrice di Berlusconi.

Fatto sta che questo genere di polemiche non erano mai nate per i precedenti presidenti della Camera, autorevoli e rappresentativi. La ragione è evidente: non si erano mai messi nella condizione di fare autocritica rispetto alla «Casta» cui appartenevano. Lo dice la Boldrini stessa, imprudentemente: «Interesserà sapere che, in 9 mesi di mandato, l'aereo di Stato l'ho preso in una sola altra occasione: il 4 novembre, per volare a Bari a rappresentare il presidente della Repubblica in una manifestazione per la Festa delle Forze Armate. Continuo a pensarla come la pensavo quando ero soltanto una privata cittadina. Anche i vertici istituzionali devono spostarsi come i comuni mortali. Dunque aerei di linea, se si può low cost, e treni».

Ecco il punto dolente. La confessione. Il grillismo di ritorno. Nilde Iotti, e Napolitano, Violante, la Pivetti, Casini, non si erano mai trovati nella incresciosa condizione della Boldrini, semplicemente perché non avevano fatto due parti in commedia. Non erano saliti sull'aereo di un altro prendendo un «passaggio». Non è un problema di economia, ma di rappresentanza. Il presidente della Camera non prende «passaggi» ma va in visita ufficiale. E perché non deve porsi il problema dei voli di linea low cost? Perché la terza carica dello Stato ha problemi di sicurezza e di organizzazione. Non viaggia a titolo personale. Ma è soprattutto un problema di decoro, di status. Le rinunce motivate da spirito moralistico portano come conseguenza ciò che è accaduto alla Boldrini. Che è stata criticata perché, andando con il presidente del Consiglio, ha rappresentato soltanto se stessa.


press@vittoriosgarbi.it
di Vittorio Sgarbi

Addio alla «marchesa Lia»: mondanità al servizio della carità

Corriere della sera

Amalia Litta Modignani aveva 97 anni. «Lascia un grande vuoto». Elegante ed eccentrica ha legato il suo nome alla sanità milanese


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All’uscita dalla Scala, elegantissima, inforcava la bicicletta per andare in pronto soccorso dai malati. Come una «contrabbandiera» a bordo di un auto di lusso, importava dalla Svizzera i farmaci antirigetto all’epoca dei primi trapianti. Al Policlinico, dove hanno intitolato un padiglione a suo nome, nei ‘50 organizzava spettacoli di prostitute ammalate di sifilide. «Sono la volontaria di tutti» diceva. Era la marchesa «Lia», carismatica, determinata, anche prepotente se necessario. Istituzione della Milano solidale. Rispettata e temuta. Pazienti, medici, politici, grandi industriali, prelati, potenti. Tutti le aprivano la porta, le obbedivano, le erano grati. È morta lunedì, stroncata da un ictus all’età di 97 anni, la marchesa Amalia Litta Modignani, detta Lia.
Medaglia d’Oro al merito ricevuta dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e innumerevoli altre onoreficenze.

Negli anni da presidente della «Commissione dei visitatori e visitatrici dell’Ospedale Maggiore Ca’ Granda» (ente costituito nel 1887 come un «gruppo di signori e signore da affiancare al personale sanitario») ha inventato il servizio di assistenza sociale negli ospedali, mettendo sempre «soldi e potere» a disposizione dei più deboli senza tuttavia mai rinunciare a divertirsi. Tanto che si dice fosse lei ad organizzare le più belle feste in città. Nata a Busto Arsizio nel novembre del 1916, nome di famiglia Felli, industriali del tessile, visse a Como fino al matrimonio con Giovanni Camillo Litta Modignani. Verrà ricordata come la marchesa «champagne e carità», divisa tra volontariato e mondanità, nella sua residenza, Palazzo Durini, che fu lei a far ricostruire dopo la guerra. Eccentrica, indossava senza distinzione di occasione tacchi alti, gioielli e abiti coloratissimi.

«Qualche mese fa - racconta il suo braccio destro in Commissione, Beatrice Pistolesi - la incontrai perché aveva rotto il secondo femore. Mi ammonì subito: “Non sei truccata”. Cercai di giustificarmi... lei m’interruppe: “Ma hai un vestito spiritoso, brava”. Era così, attenta alla forma». Ma soprattutto ai contenuti. Baluardo anti burocrazia e contro la politica nella sanità, quando c’era da risolvere un problema le bastava presentarsi senza appuntamento per essere ricevuta. Da Enrico Cuccia come da Giulio Andreotti. E se c’era da comprare un macchinario all’avanguardia, come nel caso di Massimo Del Bo, il padre dell’audiologia italiana, le bastava alzare la cornetta, chiamare un industriale e pagare, rigorosamente in contanti. Perché a questo serviva la sua rete di contatti, la sua esistenza mondana, la sua conoscenza dei «poteri forti» di cui non aveva timore alcuno né riverenza. A raccogliere donazioni.

Ogni vicenda di sanità nel Dopoguerra s’intreccia con la sua figura. Una vita dedicata al volontariato - anche amministrativo, tanto che veniva mandata a visitare le migliori strutture del mondo per conto degli ospedali - la marchesa Litta incarnava lo spirito dei grandi benefattori tipico dell’alta borghesia e della nobiltà milanesi.Un’autorevolezza che lei, anticomunista convinta, non perdeva neppure durante i picchetti del ‘68, con pure i manifestanti a dire:

«Lasciate passare la marchesa». Racconta Pistolesi: «Era al di sopra di tutti, quasi gestiva lei i padiglioni dell’ospedale». Donna dura che sapeva essere dolcissima. «Attenta ai giovani e alle loro carriere, mi stanno arrivando tante condoglianze». Una «nonnaccia» la definisce con affetto uno dei nipoti Eugenio, «una donna di carattere», secondo Isa e Jenny, due delle tre figlie rimaste in vita, dopo che qualche mese fa è morta Cristina, colei che l’aveva sostituita alla Commissione, uccisa da un tumore.

E c’è chi giura che non ci sia casualità, che la marchesa, rimasta lucida fino all’ultimo, abbia in qualche modo scelto di lasciarsi andare, per raggiungere la figlia seppellita anzitempo. Donna di grande fede, ortodossa, anche in tema di religione non abbassava lo sguardo davanti a nessuno. Come quando dopo il Concilio vaticano II litigò con Carlo Maria Martini. E in chiesa, a voce alta, sfidava i sacerdoti pregando ad alta voce in latino. I funerali saranno celebrati oggi alle 14.45 nella basilica di San Carlo al Corso. «Inviate donazioni, non fiori»: è l’ultima richiesta della famiglia.

09 gennaio 2014

Australia, la marina militare respinge i barconi di immigrati

La Stampa

paolo mastrolilli

Linea dura del governo Abbott: «Non abbiamo violato le acque territoriali indonesiane». Ma l’opposizione insorge: «Si rischiano stragi in mare»



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L’Australia ha iniziato ad usare le navi della Marina militare, per respingere i barconi di immigrati che arrivano dall’Indonesia. La denuncia è partita dalle autorità di Jakarta, e quelle di Canberra non l’hanno smentita. Gli analisti calcolano che negli ultimi sei anni oltre 50.000 rifugiati hanno tentato questo viaggio, pericoloso come e più di quello che porta dalle coste dell’Africa settentrionale a Lampedusa. Almeno mille di loro hanno perso la vita.

Tony Abbott l’anno scorso ha condotto una campagna elettorale basata anche sulla promessa di «respingere i barconi», diventando premier, e secondo il governo indonesiano ha iniziato ad applicarla. La denuncia è arrivata dal capo della polizia di Rote Island, l’isola più meridionale del paese, che spesso funziona da punto di imbarco per i disperati decisi a cercare una nuova vita in Australia. Il primo barcone, che trasportava immigrati provenienti da Sudan, Eritrea, Iran e Somalia, è stato intercettato dalla Marina di Canberra il 13 dicembre scorso, e respinto indietro il 19. Il secondo, invece, è tornato a Rote Island lunedì scorso.

Il governo di Abbott non ha confermato o smentito, ma si è limitato a dire che i suoi mezzi non hanno violato le acque territoriali dell’Indonesia. L’opposizione è subito insorta, dicendo che questi metodi non solo non risolvono il problema dell’immigrazione alla radice, ma espongono l’Australia al rischio di provocare una strage, perché i barconi respinti sono in genere instabili e non in grado di sopportare queste sollecitazioni. Invece bisognerebbe assistere i rifugiati, che quando si trovano in mare sono già in condizioni al limite della sopravvivenza.

Anche l’Indonesia ha denunciato la nuova pratica, sostenendo che peggiora la situazione, provocando nuovi pericoli e tensioni. Jakarta aveva già deciso di non collaborare più ai tentativi di fermare i barconi, dopo la scoperta che i servizi segreti australiani avevano cercato di spiare il presidente Susilo Bambang Yudhoyono e sua moglie. Questo nuovo contrasto complica ancora di più le relazioni, allontanando una soluzione condivisa del problema dell’immigrazione 

Schwarzenegger nudo fece piangere una stagista", l'aneddoto fa infuriare l'attore

Il Mattino


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NEW YORK - Arnold Schwarzenegger, nel 1980, fece uno scherzo presentandosi completamente nudo davanti ad una stagista e la ragazza scappò via in lacrime. Questo curioso aneddoto ha mandato su tutte le furie il popolare attore ed ex governatore della California. A raccontare lo scherzo di pessimo gusto fatto dall'attore durante le riprese del film tv The Jayne Mansfield Story, è stato il costumista Warden Neil.

Secondo quanto raccontato ai media statunitensi da Neil, testimone della vicenda, la giovane bussò al camerino dell'attore chiedendo: «Ciao Arnold, sei in condizioni decenti?». Lui le rispose «sì, vieni pure». Invece, quando la stagista entrò, Schwarzy si fece trovare completamente nudo. E mentre l'attore sarebbe scoppiato in una sonora risata, l'assistente costumista scappò via piangendo. Nonostante siano passati oltre 30 anni, sembra che l'ex governatore della California non abbia gradito il racconto della vicenda, e un suo assistente si è già affrettato a smentire tutto, definendo la storia «falsa al 100 per cento».

 
mercoledì 8 gennaio 2014 - 20:19   Ultimo aggiornamento: 20:20

Cassazione, niente assegno di mantenimento se l'ex moglie si compra la Mercedes

Il Mattino


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ROMA - Niente assegno di mantenimento alla ex moglie che sostiene di non potersi più consentire lo stesso tenore di vita di quando era sposata e che, però, nonostante dichiari di non passarsela troppo bene, non rinuncia ad acquistare una macchina costosa come la Mercedes Slk, sia pure in leasing. Un acquisto del genere, infatti, dimostra - ad avviso della Cassazione - che la signora ha risorse sufficienti per continuare la bella vita senza tartassare l'ex marito.

Così la Suprema Corte, con la sentenza 129 della Prima sezione civile, ha respinto il ricorso con il quale una donna di 47 anni - divorziata nel 2008 a seguito della separazione chiesta dal marito nel 1999, dopo dodici anni di matrimonio - voleva dall'ex l'assegno di divorzio, oltre ai 420 euro che il marito le corrispondeva per il mantenimento della figlia di venti anni, maggiorenne ma non ancora autosufficiente. Confermando quanto stabilito sia dal Tribunale di Pesaro nel febbraio 2008 che dalla Corte di Appello di Ancona nel giugno dello stesso anno, la Cassazione ha giudicato le richieste della signora «prive di fondamento» dal momento che correttamente secondo i giudici di merito «l'acquisizione in leasing di una autovettura Mercedes Slk» è «ritenuta indicativa di una situazione di benessere».

Così come la decisione della donna di rinunciare al proseguimento della sua attività di insegnante di religione, scelta compiuta di sua volontà e non, come da lei sostenuto, a «causa della sua condizione di divorziata». Anche la circostanza che la ex moglie vivesse more uxorio con un altro uomo, che quindi poteva aiutarla nel conservare il precedente tenore di vita, «costituiva un ulteriore elemento di conferma della adeguatezza dei redditi a sua disposizione». Nessuna importanza è stata riconosciuta alla circostanza che la signora non presentava dichiarazione dei redditi dal 2004 «non possedendo beni ed avendo perduto la sua occupazione» e che il nuovo compagno risultasse anche lui nullatenente tanto da non aver presentato il 740 dal 2005. Per richiesta espressa delle parti in causa, i loro dati identificativi nominativi sono omessi.

 
mercoledì 8 gennaio 2014 - 16:46   Ultimo aggiornamento: 19:38