venerdì 10 gennaio 2014

Il casco da moto fatto come la testa di Berlusconi

Corriere della sera


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Napoli, esame del Dna sugli escrementi dei cani

Corriere della sera

Ordinanza sindacale: prelievo del sangue obbligatorio

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Un’ordinanza sindacale che obbliga i proprietari a sottoporre i propri cani al prelievo di sangue per l’esame del Dna, con la finalità di porre fine all’abbandono degli escrementi per le strade e proteggere la cittadinanza da rischi sanitari. È l’esperimento lanciato dal Comune di Napoli, che obbliga inoltre i proprietari a iscrivere il cane all’anagrafe canina, come previsto dalla legge.

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Si parte dalla V municipalità Vomero-Arenella, dove in base a un’indagine condotta dall’Asl Na1 e dall’università Federico II risulta essere maggiore la concentrazione di cani di proprietà e quindi più elevato il fenomeno di imbrattamento delle strade. Il piano sarà poi esteso a tutta la città e chi non si atterrà a quanto previsto dall’ordinanza sarà punito con una sanzione amministrativa che andrà da 25,82 a 154,94 euro. Alla polizia municipale, agli organi di polizia competenti e ai tecnici di igiene delle Asl è demandato il compito di controllare l’osservanza del provvedimento. (Fonte: Agi)



10 gennaio 2014

E lunedì debutta la nuova banconota da 10 euro Test per evitare disagi con i distributori automatici

Corriere della sera

Sarà presentata a Francoforte ma entrerà in circolazione alla fine dell’estate

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Lunedì 13 gennaio sarà presentata la nuova banconota da 10 euro. L’appuntamento è fissato a Francoforte, alla Banca centrale europea. Il nuovo taglio entrerà in circolazione alla fine dell’estate. Europa, principessa rapita da Zeus, già sul biglietto da 5 euro (in circolazione dal 2 maggio 2013) appare in filigrana anche sulla nuova da 10 euro che sarà testata dai produttori e dai fornitori di apparecchiature per le banconote.

L’obiettivo: evitare i disagi dello scorso maggio, quando i distributori automatici dei tabaccai, le pompe di benzina e le biglietterie hanno respinto la banconota da 5. Non erano stati aggiornati i software che leggono e riconoscono i soldi. Dopo il taglio da 10 euro sarà emessa la versione aggiornata di quello da 20 euro. Le caratteristiche tecniche delle banconote Europa rendono più difficile la falsificazione.

Muovendole, cambia l’immagine sulla striscia olografica e si possono osservare, alternativamente, la cifra del valore del biglietto e il simbolo dell’euro su un campo iridescente. La prima serie di biglietti in euro sarà gradualmente ritirata dalla circolazione, le banconote manterranno il valore a tempo indeterminato e potranno essere cambiate presso le banche centrali nazionali dei Paesi dell’area dell’euro.

10 gennaio 2014

De Magistris a Napoli indaga sulla cacca di cane

Libero

Napoli affonda tra criminalità e disoccupazione ma il sindaco va a caccia del dna degli animali per multare i padroni che sgarrano


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Se il napoletano è notoriamente creativo, seppur con risultati alterni, cosa sarà il suo sindaco? E cosa mai riuscirà a concepire un primo cittadino se è addirittura «primus» ma poco «inter pares» come un certo De Magistris Luigi da Posillipo, ex pm dalla schiena dritta che non guardava  in faccia  a nessuno? Come minimo ti inventa gli «007 della cacca», figure para mitologiche sguinzagliate per la città a caccia del colpevole che ha abbandonato sul marciapiede l’inconfondibile lascito del proprio cane. Si perdoni il cedimento coprolalico ma è la particolarità della storia, l’ennesima, che arriva da Napoli a imporre ricorrenti parole così scarsamente invitanti come feci, escrementi, deiezioni, cacca e qui ci fermiamo.

Al grido di «Si fa presto a chiamarla fortuna», stamattina l’amministrazione presenterà il progetto al quale lavorava dal 2012, in una tavola rotonda ad hoc. Lo slogan è simpatico (l’unico neo che De Magistris non sembra avere è la comunicazione) e rende bene l’idea di un cittadino che poco si consola con la vulgata secondo cui pestare cacca di cane porti fortuna: in genere sono bestemmie a catinelle, ma questa è un’altra storia. Quella che al contrario attrae di più deriva dal progetto nato dall’intesa tra IV municipalità, comune, Istituto zooprofilattico e Asl: i cani dei residenti vanno tutti dotati di un chip -e fin qui nulla di strano - al fine di redigere l’anagrafe canina che consenta di risalire, ove ce ne fosse necessità, al proprietario. E pure qui tutto è normale.

Dove, però, le cose non tornano o, meglio, rischiano di dividersi tra il tragico e l’esilarante, è quando si pensa di avviare una campagna di raccolta feci per estrarre il dna dell’animale dal lascito al libero e pubblico calpestio.Oggi spiegheranno come funzionerà - e soprattutto se e quanto costerà - ma qualcosa la si può immaginare: par di capire che per la città di Napoli, non proprio un paesino di 800 anime, gireranno nuclei ad hoc per raccogliere gli stranoti regalini. Cosa faranno? Raccoglieranno, conserveranno, analizzeranno e stoccheranno? Entro quali limiti? Saranno dotati nel frattempo di maschere antigas? O, forse, saranno prima istruiti con appositi corsi di formazione che diano respiro alle statistiche sulla disoccupazione? Sarà tutto personale già specializzato o si ricorrerà ai volontari? Esistono in natura, oltre a coprofili e coprofagi, volontari di questo tipo?

Dopodiché, raccontano, si passerà all’estrazione del Dna della belva ricavandolo dalle inclite cacche, per incrociarlo con quello già nella disponibilità del patrimonio informativo grazie all’innesto di microchip (non è che a Napoli hanno inteso male il leit-motiv di certi grillini?) sul cane. Se i codici genetici corrispondono, allora è fatta: non scatterà un vero e proprio ordine di custodia cautelare ma quasi, certi riflessi del resto rischiano di essere condizionati anche quando la toga non la si indossa più. In ogni caso si individuerà il padrone (si può ancora dire padrone o gli animalisti ci denunciano?) al quale sarà comminata una profumata -è il caso di dire- contravvenzione. Tutto bello, tutto così corretto, civile, sembra di essere a Copenaghen: dove pare che le multe continuino a pagarle. A Napoli sembra si vada in altra direzione. Ergo, rischio ennesima perdita di tempo.

Sul caso è intervenuto il capogruppo di Fli Andrea Santoro, titolare del copyright di “007 della cacca”. «Trovo a dir poco singolare che il Comune investa tempo ed energie a dibattere del Dna delle feci dei cani. Il problema di molti marciapiedi impraticabili esiste ma la soluzione di De Magistris è quella più laboriosa e fantascientifica: censire il Dna di tutti i cani di Napoli e poi sguinzagliare sul territorio raccoglitori di escrementi che li analizzino al fine di risalire al cane e quindi al proprietario. Ma ve li immaginate questi 007 della cacca che fanno questo tipo di analisi?». Noi, che pure ci stupiamo che un pm bergamasco stia dissanguando le casse dello stato mappando  il Dna di mezza Italia per risalire all’assassino di Yara Gambirasio, non riusciamo proprio ad immaginarla la nuova Polizia giudiziaria di De Magistris. Eppur si muove.

di Peppe Rinaldi

Il cognome della madre ai figli se c’è l’ok dei genitori: la bozza del ddl in Cdm

Corriere della sera

La norma valida anche per figli nati fuori da matrimonio o adottati

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Il figlio «assume il cognome del padre ovvero, in caso di accordo tra i genitori risultante dalla dichiarazione di nascita, quello della madre o quello di entrambi i genitori». Lo prevede la bozza di ddl entrata all’esame del Consiglio dei ministri in corso. Ciò vale anche per i figli nati fuori dal matrimonio o adottati.

MODIFICHE - Il disegno di legge, composto di 4 articoli, modifica l’articolo 143-bis del codice civile. Le disposizioni si applicano alle dichiarazioni di nascita successive all’entrata in vigore della legge. Il provvedimento arriva dopo un pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che ha accolto il ricorso di una coppia di milanesi, che avevano chiesto di avvalersi del diritto di scegliere il cognome dei figli, condannando l’Italia.

«UN DIRITTO PER TUTTI» - Grande anche la soddisfazione della senatrice di Forza Italia, Alessandra Mussolini, che ha raccontato al Corriere.it l’odissea legale e burocratica che ha dovuto passare prima di riuscire a dare ai suoi tre figli anche il suo cognome. «Ora - ha sottolineato - ci sarà libertà di scelta per tutti».

10 gennaio 2014






Mussolini: doppio cognome, fatto di civiltà. «Evitare alle donne l’odissea vissuta da me»
Corriere della sera
La senatrice di Forza Italia: «Bisogna dare ai cittadini la libertà di scelta. Incredibile che sinora sia stata vietata a mamme e figli»

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Alessandra Mussolini, senatrice di Forza Italia, ha presentato proposte sul doppio cognome praticamente in ogni legislatura in cui è stata eletta. Il disegno di legge preparato da Palazzo Chigi ricalcherà in gran parte il suo lavoro. «E’ un fatto di civiltà, è incredibile che in Italia le mamme, e tutte le donne, non possano trasmettere il loro cognome ai figli - spiega Mussolini a Corriere.it. Noi ieri anche con il Pd abbiamo presentato un disegno di legge a riguardo».

Perché lei ha preso così a cuore la materia?
«Io ho vissuto un’odissea perché per aggiungere il mio cognome ai 3 figli, ho due femmine e un maschio, è stato impossibile: avvocati, l’assenso di mio padre, due pubblicazioni al comune,. 30 giorni e 30 giorni durante i quali chiunque si poteva opperre, una relazione, due decreti del ministero dell’Interno. E per fare che? Sono una delinquente? No, volevo solo aggiungere il mio cognome ai miei figli. Una cosa sacrosanta».
Alessandra Mussolini: «Doppio cognome, fatto di civiltà» (10/01/2014)
L’iter come si è concluso?
«Alla fine ci sono riuscita, si chiamano come mio marito e con il cognome mio, in tutti i documenti».

Ha anticipato la sentenza Ue e il provvedimento di Palazzo Chigi, in qualche modo...
«Sono riuscita ad anticipare Strasburgo e il disegno di legge del governo, ma con peripezie, tempi lunghissimi con discrezionalità del ministero dell’Interno. Io credo che noi dobbiamo dare la liberta ai cittadini se vogliono di poter aggiungere i l cognome della madre ai figli. Mentre per i figli occorre sancire il diritto di poter assumere il doppio cognome, quella della madre e il cognome».

10 gennaio 2014

La Giustizia tutela il killer di nostro fratello Per noi non c’è più pace né speranza»

Corriere della sera

I familiari dell’agente investito e ucciso da un Suv tre anni fa alla Bovisa: «Siamo indignati»


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«Sarebbe stato meglio, l’abbiamo pensato tante volte in questi anni, se fosse riuscito a scappare, se fosse scomparso in Sud America. Così non avremmo mai saputo chi è l’assassino di nostro fratello. E magari saremmo riusciti a metterci il cuore in pace, prima o poi». Remi Nikolic invece venne arrestato, tre giorni dopo aver ucciso il vigile Niccolò Savarino, 42 anni, investito con la sua bici e trascinato per 200 metri dal Suv guidato dal giovane rom di origine serba, che voleva fuggire a un controllo in via Varè, zona Bovisa. Era il 12 gennaio del 2011; domenica saranno due anni dall’omicidio. In questo periodo, Rocco e Carmelo Savarino hanno seguito il processo, fino alla riduzione di pena che l’omicida ha ottenuto in appello: da 15 anni, a 9 anni e 8 mesi. E sono indignati, delusi, «ma la sensazione più forte è l’umiliazione, perché noi oggi per la giustizia non contiamo niente, la morte di nostro fratello non conta niente. Sembra invece che la giustizia si preoccupi solo di tutelare e aiutare la persona che ha fatto scempio del corpo di Niccolò». Remi Nikolic, il ragazzo alla guida del Suv che travolse Savarino (Ansa)IL FERMO - Nikolic venne fermato al confine tra Serbia e Ungheria, negli archivi delle forze dell’ordine compariva con quattro nomi e quattro documenti diversi. Giocava con l’identità per ingannare i controlli. L’identità vera, ripetono oggi i fratelli Savarino, «sarebbe stato meglio non averla saputa mai».

LA COMMEMORAZIONE - Centro di Rho, in questo appartamento Carmelo aveva vissuto tanti anni insieme a Niccolò, ora la foto del fratello in divisa e il suo cappello sono in una mensola in soggiorno. Domenica ci sarà una commemorazione. Arriveranno agenti di Polizia locale da mezza Italia, si raduneranno nel luogo dove Savarino venne investito, poi andranno in corteo fino al comando dove lavorava (Dergano) e al parco a lui intitolato. Lì si svolgerà anche una cerimonia del Comune, prima che arrivino gli agenti. Così, al momento, gli orari del programma non coincidono, e questo ha creato qualche malumore tra i vigili (che si ritrovano a Milano solo per tener vivo il ricordo del loro collega, mentre il giorno dopo manifesteranno a Roma per chiedere più tutele).Uno dei fratelli Savarino ci sarà, l’altro tornerà in Sicilia per star vicino ai propri genitori, molto anziani. «La loro vita si è fermata - raccontano Rocco e Carmelo - quando Niccolò è morto. Nostra madre ogni tanto chiede ancora come sta nostro fratello, ci dice di andarlo a trovare in ospedale, anche se ha assistito ai funerali. A questo può portare il dolore». E questo è il «nostro contesto familiare», aggiungono. È quell’espressione che sta scavando nelle loro vite, perché secondo i giudici il contesto familiare di Nikolic, «caratterizzato dalla commissione di illeciti da parte degli adulti di riferimento» e da «totale assenza di scolarizzazione», è stato una forte attenuante.

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«DUBBI SULLA VERA ETA’» - «Quando si è stabilito che l’assassino era un minorenne - dicono i fratelli - la famiglia Savarino non è esistita più. Anche se le lastre fatte all’ospedale Niguarda dicevano che aveva più di 18 anni». La discriminante del processo è stata questa, ci si è arrivati dopo tre perizie, che hanno preso in considerazione anche altre radiografie per cercare di determinare l’età di Nikolic al momento del fatto. In base a questi accertamenti il giovane serbo aveva 17 anni e 8 mesi. «È il metodo di determinazione dell’età - spiega Gabriele Caputo, il legale che assiste la famiglia Savarino - a lasciare ancora grandi dubbi, perché si basa su confronti con tabelle di sviluppo osseo elaborate negli anni Trenta sulla popolazione nordamericana. La perizia ordinata dal Tribunale dice che Nikolic era minorenne con una probabilità dell’84 per cento». Oggi i fratelli Savarino attendono le motivazioni della sentenza d’appello, poi dovrà essere il procuratore generale a chiedere di andare in Cassazione. «Avevamo chiesto che la bicicletta di Niccolò - concludono Rocco e Carmelo - fosse tenuta come ricordo nella scuola dei vigili», ma ne è stata ordinata la distruzione (insieme al Suv guidato da Nikolic). «È stata un’umiliazione anche questa, l’ennesima».

10 gennaio 2014

Inciampò nel pavè, Comune assolto «I pedoni devono essere diligenti»

Corriere della sera

Il Tribunale di Milano, invertendo una tradizione consolidata, ha dato torto alla vittima di un incidente


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A Milano, si sa, c’è il pavè, il quale «presenta per sua stessa natura e configurazione delle fessure tra una lastra di porfido e l’altra». Quindi chi ci si avventura, ha il dovere di prestare particolare attenzione e se cade la colpa è sua. È questa, in estrema sintesi, la motivazione con cui il giudice Damiano Spera della decima sezione civile ha «assolto» il Comune citato per danni da un uomo inciampato nel pavè di via Moscova il 17 novembre 2011, mentre attraversava sulle strisce pedonali. La sentenza, che si richiama alle più recenti pronunce della Cassazione, segna un cambio di rotta al Palazzo di giustizia nelle cause sulla manutenzione delle strade.

IL RIGETTO -Rigettando la domanda di risarcimento dei «danni alla propria integrità psicofisica» lamentati dal pedone, Spera ha spiegato di non poter ritenere il Comune responsabile della caduta in qualità di custode della strada (come previsto dall’articolo 2051 del codice civile), perché il pedone non è riuscito a «dimostrare che lo stato dei luoghi» in cui è avvenuto l’incidente presentasse «peculiarità tali da renderne potenzialmente dannosa la normale utilizzazione». Diverso sarebbe stato se il pedone fosse stato vittima di «ostacoli imprevisti», come nel caso di «buche» nella strada, «mancanza di guardrail», «incroci non visibili e non segnalati». Per cui, prosegue il magistrato, «se da un lato è evidente che in capo al convenuto (l’amministrazione cittadina, ndr) sussiste l’onere di manutenzione delle strade, altrettanto risulta pacifico che il pavè del Comune di Milano non presenta una pavimentazione di per sé uniforme e, conseguentemente, viene richiesta ai pedoni una maggiore attenzione e diligenza nell’attraversamento delle strade».

LA MOTIVAZIONE - Non solo, l’inciampo è avvenuto alle 10 del mattino, quando le lastre di pavè erano ben visibili e quindi, come già dichiarato l’anno scorso da una sentenza della corte d’appello su un caso analogo, va rigettata la domanda di risarcimento se «la causa dell’evento dannoso» è «riconducibile all’assorbente disattenzione della vittima, senza la quale non si sarebbe verificata la caduta, qualora l’irregolarità del fondo della strada, in considerazione dell’ora, fosse pienamente visibile, non insolita, facilmente evitabile o superabile con l’ordinaria attenzione esigibile da parte dell’utente». Nemmeno, prosegue Spera, si può imputare al Comune una responsabilità per insidia o trabocchetto (come prevista dall’articolo 2043 del codice civile), perché «la presenza di un interstizio fra le lastre di pavè non può considerarsi quale pericolo occulto e imprevedibile, tenuto altresì conto dell’orario - che ne permetteva la piena visibilità - e delle peculiarità delle strade del Comune di Milano. Il pavè presenta per sua stessa natura e configurazione delle fessure tra una lastra di porfido e l’altra; proprio perché queste fessure e interstizi sono prevedibili è richiesta all’utente una particolare prudenza ed attenzione».

LA DILIGENZA - Infine il giudice sostiene che «la calzatura di tipo maschile (indossata verosimilmente dall’attore), congiuntamente a una diligente attenzione, avrebbe comunque favorito un affidabile appoggio del piede sul pavè (a differenza di una scarpa femminile, con tacco sottile, che potrebbe rendere più difficoltoso mantenere l’equilibrio tra gli interstizi del porfido, richiedendo ancora maggiore attenzione). Pertanto, la disattenzione o comunque la sola condotta colposa dell’attore nell’attraversare la strada ha determinato la caduta dello stesso». Nel procedimento «non assume rilievo» il fatto che dopo l’incidente il Comune abbia riempito gli intersizi in cui è inciampato il pedone.

09 gennaio 2014 (modifica il 10 gennaio 2014)

Il Csm espelle il pm che aveva immagini pedopornografiche sul pc

Libero

Il pm Paolo Remer si era salvato in Cassazione perché il reato era andato in prescrizione. Ma il suo ordine lo butta fuori: "Non è più credibile"


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Pm radiato perchè in possesso di immagini pedopornografiche:

Il Consiglio superiore della magistratura ha espulso dall'ordine giudiziario Paolo Remer, toga in servizio alla Procura di Rossano Calabro, già sospeso dalle sue funzioni per 3 anni per le grane giudiziarie in cui è caduto. Sui computer fisso e portatile del magistrato erano state trovate immagini di bambini nudi "ritratti in pose oscene e in attività sessuali anche con soggetti adulti", circostanza che gli sono valse una condanna in prima e secondo grado, prima che la Cassazione annullasse la sentenza della Corte d'Appello perché nel frattempo sopravvennuta la prescrizione. Ciò non ha però impedito che la sezione disciplinare del Csm ritenesse ormai irrecuperabile la perdità di credibilità di Remer, comminandogli la radiazione a termine di poco più di un'ora di riunione della camera di consiglio. L'ormai ex pm ha sempre sostenuto la propria innocenza ("Immagini scaricate in maniera involontaria"), è atteso dagli sviluppi di un altro procedimento penale e un secondo procedimento disciplinare.

Brevetti in guerra: Apple e Samsung chiamati a un accordo

La Stampa


2014-01-06T211017Z_1196500544_GM1EA170E6Q01_RTRMADP_3_SAMSUNG-SMARTPHONE-APPLE-kAjH-U10202004324235gr-426x240@LaStampa.itGli anni appena trascorsi sono stati caratterizzati dalla guerra dei brevetti , ma il 2014 si apre con uno spiraglio per accordi tra i big dell’informatica Samsung e Apple. Le due aziende si sono scontrate sui diritti intellettuali che riguardano tablet e smartphone, riportando vittorie e sconfitte nelle aule giudiziarie. Secondo un documento legale destinato al tribunale californiano che si occupa della causa in corso, da qui alla metà di febbraio le società dovrebbero sedersi a un tavolo di trattativa per deporre le armi: “responsabili legali di Apple e Samsung - si legge nel documento - si sono incontrati di persona lunedì 6 gennaio 2014 per discutere la possibilità di un accordo amichevole” prima di un confronto in tribunale previsto in marzo.

Entrambe le parti hanno scelto un mediatore, non citato, e stabilito un incontro entro il 19 febbraio tra l’amministratore delegato Apple, Tim Cook, e Oh Hyunkwon della Samsung, con un seguito di tre o quattro avvocati a testa. In realtà, la richiesta di un tentativo di conciliazione preliminare è partita dalla giudice incaricata, Lucy Koh. I precedenti non lasciano troppo ben sperare. Non è infatti la prima volta che le parti in causa tentano un accordo extra-giudiziario, senza successo.

Proprio in California, presso il tribunale di San José, Samsung è stata condannata nel 2012 a una multa di oltre un miliardo di dollari per violazione di brevetti. Nel 2013 quella cifra è stata ritoccata e, attualmente, il debito della società nord coreana ammonta a complessivi 890 milioni di dollari . Sentenza che ha lasciato però insoddisfatta la rivale Apple, decisa a chiedere l’interdizione della vendita negli Stati Uniti dei modelli concorrenti coinvolti nel processo. A nulla servirono i due giorni di negoziati imposti dalla giustizia americana nel maggio 2012, e nel vuoto cadde anche l’appello fatto dal giudice Lucy Koh, quando nell’agosto di quell’anno si era ormai nelle mani della giuria.

Uno dei pochi motivi di speranza si rintraccia nell’accordo sui brevetti raggiunto tra Lg e Samsung nel corso del 2013, ma i rapporti fra le due aziende sono molto diversi. Apple colpisce in Samsung il suo principale concorrente sul mercato e, per via indiretta, anche la rivale Google, fornitrice dei sistemi operativi e del fondamentale ecosistema di app e servizi di tutti i dispositivi portatili della società coreana.

Ma perché appassionarsi alle multe miliardarie di due colossi tecnologici? In realtà, la rissa tra le aziende per i brevetti ha una diretta ricaduta sui prezzi dei prodotti (che levitano a causa delle royalty) e rischia di ostacolare, se interpretata con la rigidità vista fino a oggi, l’innovazione e la concorrenza. Le aziende tecnologiche hanno investito miliardi di dollari per difendersi nei tribunali o per fare acquisizioni che permettessero di avere un portfolio di brevetti, invece di imprese efficienti in grado di migliorare effettivamente la loro proposta sul mercato. 

A Berlino c'è piazza Adolf Hitler: ma è un errore di Google Maps

Il Mattino


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BERLINO - A Berlino c'è ancora una piazza dedicata ad Adolf Hitler, ma è una clamorosa gaffe di Google maps. Il motore di ricerca sembra essere rimasto indietro e associa al luogo un nome che risale alla dittatura nazista. L'imbarazzante errore è stato scoperto dal quotidiano berlinese BZ, provocando una rapida rettifica di Google che però non ha offerto spiegazioni. La piazza in questione si trova a Charlottenburg-Wilmersdorf, nella parte ovest della capitale tedesca, e oggi porta il nome del primo presidente della Repubblica Federale, Theodore Heuss. Durante il nazismo era piazza Adolf Hitler e prima del 1933 di chiamava Reichskanzlerplatz (piazza del cancelliere del Reich).

venerdì 10 gennaio 2014 - 13:46   Ultimo aggiornamento: 16:01

La rivincita della carne Simmenthal Grazie a MasterChef torna di moda

Corriere della sera

di Roberta Scorranese


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Se in questi ultimi anni di capitalismo maturo le nuore avessero saputo sindacalizzarsi, oggi la corporazione griderebbe alla vittoria. Perché ieri Masterchef le ha riscattate inserendo nel cestino delle vivande-base, da cui partire per la preparazione del piatto, una delle armi nuoresche per definizione, nonché orrore delle suocere: la Simmenthal.

Carne in scatola con gelatina, fredda e sciapa agli occhi amorosi della mamma del marito, ma comoda e versatile per le giovani nuore che (dagli anni Sessanta in poi) cominciavano a parlare di indipendenza, lavoro, tempo libero per se stesse. Poiché di tempo per cucinare ne rimaneva sempre meno, quel piccolo cilindro di bollito (il nome Simmenthal si ispira all’omonima razza bovina svizzera) tornava utile e finanche decoroso: la provocazione identitaria dei Quattro salti in padella, imitazione del piatto della mamma ma surgelato, sarà l’epilogo di questo scontro generazionale. Le mogli più mansuete trasformavano il bollito confezionato in un condimento fantasioso (carne e funghi, per dire), mentre le più rivoluzionarie si limitavano a stringerlo in una collana di ravanelli pallidi.

A poco serviva spiegare alla scandalizzata suocera che quella carne era un’invenzione di tutto rispetto, italianissima, nata dalla fantasia del milanese Pietro Sada, nel 1881. A poco servirono le primissime pubblicità, che avevano il volto familiare di Walter Chiari o quello accattivante di Sylva Koscina: sempre lesso in scatola rimaneva e il solo pensiero di aver consegnato il proprio figliolo a una sciagurata la cui arte culinaria consisteva nel maneggiare un apriscatole, be’. E così, laddove non arrivò il senso della famiglia, arrivò la pubblicità: il marketing cavalcò il sentimento popolare e sfornò l’indimenticabile spot della suocera che prima rabbrividiva nel vedere la scatoletta pronta per essere messa in tavola (addirittura aperta in tavola dalle più sfrontate), ma poi, davanti all’espressione di pigro gusto del figlio si adattava rapidamente con un «Te l’avevo detto che la Simmenthal gli è sempre piaciuta», o qualcosa del genere, rivolto alla nuora paziente.

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C’è un problema: un’intera generazione di figli nati a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, sono cresciuti mangiando la Simmenthal e hanno creduto per anni, fino all’anatema di Slow Food e compagnia gustando, che quello fosse il gusto dell’autentica carne. Così come per decenni abbiamo creduto che quello della Nutella fosse la sublimazione del cioccolato; o che le patatine fritte nel sacchetto fossero l’espressione più nobile del più popolare tubero. E così via: quei sapori confezionati, arricchiti, griffati, inseriti in un immaginario vividissimo donato dalla pubblicità, sono entrati a far parte irrimediabilmente delle nostre papille gustative.

Come un frammento di dna. Ecco perché non stupisce se oggi, nell’epoca della riscoperta del gusto autentico, dell’aristocrazia culinaria dello scalogno, la Simmenthal ritorna con un interessante rovesciamento di senso: riscoperta di un passato, di un gusto, di un sapore. Dopo essere tornata italiana (nel 2012 la Kraft ha venduto il marchio a Manzotin), oggi ritorna nelle abitudini degli sportivi, che la mangiano perché pratica da portare con sé nonché priva di grassi. Ritorna nella cucina mediatica di Masterchef come pietanza «povera», sì, ma stimolo per una fantasia che può e deve ripartire dall’immaginario gustativo di una generazione. Ritorna sui social network, dove in tanti non ricordano Walter Chiari ma il bambino che ne storpiava il nome in «Tinsemall» sì, eccome. E pazienza se molti di noi non possono sapere che la prima storpiatura arrivò con Chiari stesso (a Carosello, con «Simmenthalmente buona»), ma è così importante?

Il governo monocolore della Kyenge: Negro, Marrone e Carbone

Libero

Spulciando nello staff del ministro dell'Integrazione spuntano cognomi "evocativi". E c'è pure un... Cherubini


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Il ministero è quello dell’Integrazione. E il ministro è senza dubbio uno dei più noti dell’esecutivo guidato dal premier  Enrico Letta: Cécile Kyenge Kashetu, immigrata in Italia nel lontano 1983 dalla Repubblica Democratica del Congo. È il primo ministro di colore della storia della Repubblica italiana. E - almeno a  giudicare dai cognomi dei principali collaboratori che si è scelta - la Kyenge è riuscita a varare il primo ministero monocolore.
Il suo segretario particolare si chiama infatti Paolo NEGRO. Il consigliere per il dialogo fra le culture e le religioni è il dottor Marco MARRONE. Il capo di gabinetto è  invece il dottor Angelo CARBONE. Nella squadra più stretta del ministro soltanto un collaboratore esce fuori dal monocolore: è il consigliere diplomatico. E se anche in questo caso il nome deve essere evocativo, significa che la Kyenge punta a relazioni molto in alto: il consigliere è infatti il ministro plenipotenziario Piergiorgio CHERUBINI…

di Franco Bechis






Foreign Policy, la Kyenge tra i 100 pensatori più influenti al mondo nel 2013

Libero

 

La rivista americana affianca il ministro dell'Integrazione a Papa, Kerry, Draghi: "Ha sopportato abusi inimmaginabili"


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Nessuno profeta in patria. Ma solo si avesse la voglia di superare l'Oceano, di verità bizzarre se ne scoprirerebbero. Per esempio, che un ministro del governo Letta sia annoverato tra i 100 più influenti pensatori del pianeta. A inserirlo nel prestigioso Pantheon è stata la rivista americana Foreign Policy, insieme tra gli altri al segretario di Stato americano John Kerry, al dissidente russo Alexey Navalny, al presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, agli imprenditori superstar Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, a Papa Francesco. Noi italiani dovremmo provare un po' di imbarazzo a non aver compreso la fortuna di trovarci tra le mani, anzi ai posti di comando, un tale genio, capace di "sopportare abusi inimmaginabili". Si tratta forse del ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni, preso per i fondelli un giorno sì e l'altro pure per i continui pasticci sull'Imu?

O forse del collega dello Sviluppo Flavio Zanonato, talmente impalpabile da essere scambiato dalla collega di partito Marianna Madia per il ministro del Welfare Giovannini? Basta scorrere le motivazioni di Foregn Policy per capirlo: "E' stata paragonata a una prostituta e a un orango; le hanno tirato banane... E ha saputo gestire questo razzismo mozzafiato con grazia e equanimità. In un Paese che fatica a fare i conti con una crescente popolazione di immigrati, la sua nomina ha un valore per il solo simbolismo". Svelato il mistero: è Cècile Kyenge, ministro dell'Integrazione che passerà alla storia più per gli insulti incassati (questo sì) con grande garbo che per le politiche portate avanti o i successi registrati. Ma forse siamo noi italiani quelli miopi.

Due militari Usa sospesi per droga Erano addetti ai missili nucleari

La Stampa

I due sorpresi mentre assumevano stupefacenti. Fanno parte del personale della Malmstrom Air Force Base in Montana, che in passato è stata sotto i riflettori per altri casi simili


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Quella che durante la Guerra Fredda era «la prima linea di difesa contro» l’Urss è ridotta male. Due militari addetti alla base di lancio di missili balistici intercontinentali (Icbm) a testata nucleare multipla sono stati sospesi perché sospesi ad assumere droga. I militari fanno parte del personale della Malmstrom Air Force Base in Montana e sono membri del 341st Missile Wing. 

Ma questo è solo l’ultimo degli incidenti che è finito sui giornali. Lo scorso anno fu fatto fuori il generale che comandava tutte e 450 i missili Icbm Usa basati a terra per abuso d’alcol. E non è tutto. Il vice-ammiraglio Tim Giardan, numero due del comando delle Forze strategiche, è stato allontanato per aver barato al casino. Inoltre a Malmstrom ci sono stati diversi “incidenti” che riguardano l’incompetenza del personale. Ad alcuni soldati venne ritirato il certificato per condurre operazioni di lancio data la scarsa preparazione professionale. 

L’ex guardia del corpo di Bin Laden potrà lasciare Guantanamo

La Stampa

Mahmud Mujahid era nella lista dei «detenuti per sempre», cioè prigionieri che non potevano essere scarcerati ma neanche incriminati. Dopo 12 anni di carcere liberato senza alcuna incriminazione. Non è chiaro se sarà rimpatriato in Yemen


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Mahmud Mujahid, guardia del corpo yemenita di Osama bin Laden, può lasciare Guantanamo dopo 12 anni di prigionia senza alcuna incriminazione. Lo ha stabilito la nuova commissione istituita dall’amministrazione Obama per valutare il destino dei 155 ancora detenuti nel campo di prigionia che il presidente afferma di voler chiudere. Secondo quanto reso noto dal Pentagono, però, questo non significa che lascerà subito la prigione, ma «che potrà farlo quando ci saranno le appropriate condizioni di sicurezza e di trattamento umano». 

La decisione di inserire Mujahid nella lista dei prigionieri da rilasciare, ora diventati 76, è in contrasto con quanto aveva stabilito nel 2010 un’altra commissione che l’aveva invece inserito nel gruppo di 48 prigionieri considerati troppo pericolosi per essere rilasciati ma che non è possibile incriminare per mancanza di prove. La lista dei «detenuti per sempre» si riduce così a 45, dal momento che negli ultimi due anni due di loro sono morti. Il caso di Mujahid è il prima di quelli della lista dei «forever prisoners» che la commissione ha revisionato, mentre la prossima udienza è fissata per il 28 gennaio. Il Pentagono ha fatto sapere che la commissione, composta da sei membri dell’intelligence e di altre agenzie di sicurezza, ha stabilito che per il 34enne yemenita «non è più necessario applicare la legge di guerra per proteggersi da minacce contro la sicurezza degli Stati Uniti». 

Non è ancora però chiaro se e quando Mujahid potrà essere rimpatriato nello Yemen. Il suo avvocato, David Remes, ha detto che ora le opzioni sono o il rimpatrio o il trasferimento in un Paese occidentale. «Ora che è stato scagionato, deve essere trasferito - ha detto Remes al Miami Herald - ha perso 12 anni a Guantanamo, quasi un terzo della sua vita adulta. È venuto il momento di farlo tornare a casa. Bisogna fare tornare tutti gli yemeniti per i quali è stato approvato il rilascio. Non c’è giustificazione per continuare a tenerli a Guantanamo». Sono infatti ora 56 i detenuti yemeniti per i quali è stato autorizzato il rilascio per i quali però non sono state trovate le condizioni adeguate di sicurezza. Ma il rimpatrio in Yemen non è considerata un’opzione possibile considerata la forte presenza ed attività dei gruppi legati ad al Qaeda. 

Napoli. Prende una lettera per l'ex marito e la usa nella causa di separazione: condannata in cassazione

Il Mattino


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La corrispondenza, di qualunque tipo e anche quella informatica, è inviolabile da mani e occhi estranei eccetto quelli del legittimo destinatario anche nel caso in cui quest'ultimo sia perfettamente al corrente del contenuto della missiva e la busta risulti già aperta. Per questo la Cassazione, pur constatando la prescrizione del reato, ha confermato la colpevolezza - con conseguente condanna al risarcimento dei danni morali - della moglie separata di un professore universitario che, nella sede della casa editrice con la quale il marito aveva un contratto editoriale, si era impossessata di una lettera inviata al coniuge e contenente l'accordo economico del docente per servirsene in causa.

Per aver «aperto e preso cognizione della corrispondenza, pur non essendone destinataria, destinata a suo marito non convivente, dal quale è legalmente separata, utilizzandola nella causa di separazione pendente davanti al Tribunale di Napoli», la signora era stata condannata in primo e secondo grado. Senza successo, l'imputata ha provato a sostenere in Cassazione che il marito era al corrente del contratto avendolo già sottoscritto, che la busta era aperta e che lei non aveva commesso alcun reato anche perché esibire quel contratto in tribunale costituiva «una giusta causa di rivelazione del contenuto dell'atto».

La Suprema Corte - con la sentenza 585 depositata oggi e relativa all'udienza svoltasi lo scorso quattro ottobre - le ha dato torto su tutta la linea. È del tutto «irrilevante» che il plico fosse chiuso o aperto, scrivono gli ermellini, «essendo evidente che la corrispondenza era destinata ad altri, come pure il fatto che il destinatario ne conoscesse il contenuto, giacchè la legge tutela la libertà individuale e la riservatezza».Nessuna giustificazione è stata infine concessa alla signora per aver preso visione del contratto al fine di esibirlo al giudice della separazione. La Cassazione ricorda in proposito, disincentivando le azioni furtive tra coniugi, che «il giudice può, a istanza di parte, ordinare all'altra parte o ad un terzo, l'esibizione di documenti di cui ritenga necessaria l'acquisizione al processo».

 
giovedì 9 gennaio 2014 - 22:29   Ultimo aggiornamento: 22:55