sabato 11 gennaio 2014

Comprato per 7 dollari al mercato delle pulci un Renoir da 100mila dollari. Ma è rubato e deve tornare al legittimo proprietario

Il Mattino


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È stato comprato in un mercatino delle pulci per soli 7 dollari quattro anni fa, ma è un dipinto originale di Pierre-August Renoir, che nel 1879 il genio impressionista realizzò per la sua amante, e che oggi vale quasi 15.000 volte di più. Ne dà notizia la Cnn. Paysage Bords De Seine, un olio di piccole dimensioni, era stato rubato nel 1951 dal museo di Baltimora, al quale il dipinto era arrivato da una galleria parigina.

Quasi sessant'anni dopo, rovistando tra i banchi di un mercatino della West Virginia l'attenzione di una signora viene attratta da una scatola che contiene il dipinto di Renoir in una cornice rococò, una mucca di plastica e una bambolina di pezza per un costo totale di 7 dollari. La signora porta il dipinto presso la casa d'asta Potomack per farlo valutare. E dopo quasi quattro anni arriva la notizia: il dipinto è uno dei capolavori di Renoir e vale tra i 75.000 e i 100.000 dollari. Ora però un giudice ha stabilito che il quadro deve tornare al museo di Baltimora, dopo che l'Fbi aveva preso l'opera in custodia

 
sabato 11 gennaio 2014 - 11:54   Ultimo aggiornamento: 12:23

Galeazzo Ciano, settant’anni fa l’esecuzione

Corriere della sera



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Sondaggio nel Regno Unito: nei divorzi il vero problema è l’affido del cane

La Stampa

C’è chi è disposto anche a spendere soldi in costosi accordi prematrimoniali


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Quando la coppia divorzia spesso l’affidamento del cane è più traumatico di quello dei figli. È quanto emerge da un sondaggio condotto dall’associazione britannica Dogs Trust, secondo cui c’è chi arriva perfino in tribunale per rivendicare la proprietà sul suo “fido”. Per un quarto degli intervistati sarebbe proprio il loro animale domestico il vero dilemma in caso di separazione.

C’è chi è disposto anche a spendere soldi in costosi accordi prematrimoniali dove, a scanso di equivoci, si decide chi sarà il padrone anche se l’amore dovesse svanire. Come si legge sul Daily Telegraph, non mancano gli esempi fra i vip. Liam Gallagher degli Oasis e la ex moglie Nicole Appleton sono andati di fronte a un giudice per decidere l’affidamento del loro quattro zampe. Mentre la cuoca star Nigella Lawson si è molto rammaricata per aver dovuto concedere all’ex marito Charles Saatchi il loro cane impagliato di nome Narles.

Cia e Hollywood fra spie e cocaina

La Stampa
paolo mastrolilli

L’intelligence statunitense ricompensava attori anche con droghe e chiedeva ai produttori di poter infiltrare i suoi agenti nelle troupe dei film per poter entrare in paesi altrimenti vietati o difficili.


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Hollywood è al servizio della Cia, e certe volte si fa compensare in natura. Un famoso attore, ad esempio, chiedeva cocaina in cambio della sua collaborazione. E’ una delle tante rivelazioni imbarazzanti che si leggono nel libro “Company Man: Thirty Years of Crisis and Controversy in the CIA”, appena pubblicato da John Rizzo, che appunto per trent’anni ha fatto l’avvocato della Central Intelligence Agency.
Rizzo scrive che l’agenzia “ha da tempo un rapporto speciale con l’industria dell’intrattenimento, riservando una considerevole attenzione allo sviluppo delle relazioni con i leader di Hollywood, dirigenti degli studios, produttori, registi, attori famosi”.

Secondo l’ex avvocato, si tratta di una naturale convergenza di interessi. Da una parte, infatti, la Cia ha bisogno delle informazioni e dell’accesso privilegiato, che le stelle del cinema riescono spesso ad avere nella società americana e internazionale. Dall’altra, “la gente dello spettacolo fa una montagna di soldi inventando storie. Molti di loro sono intelligenti, svegli, capaci, e si rendono conto che il loro lavoro non ha un grande impatto sulle cose reali. Quindi sono disponibili a prestare la loro opera ai servizi segreti, in molti casi per puro patriottismo”.

I campi in cui tornano utili sono numerosi. La Cia, certe volte, chiede ai produttori di poter infiltrare i suoi agenti nelle troupe dei film che si girano in luoghi interessanti, in modo da poter entrare in paesi altrimenti vietati o difficili. In altri casi, gli attori vengono reclutati per dare visibilità a progetti di propaganda. Poi naturalmente ci sono le situazioni in cui la gente dello spettacolo ha accesso a personaggi importanti, capi di stato, leader di governi: quando tornano, spesso gli viene chiesto di girare ai servizi segreti notizie interessanti che potrebbero aver sentito.
La Cia ha una struttura apposita per gestire queste fonti. Alcuni agenti lavorano nella sua sede di Los Angeles, mentre altri sono dislocati in un ufficio speciale che si chiama la National Resources Division.

Sarebbe un errore pensare che il rapporto funziona solo con attori o registi conservatori, perché molti liberal, che poi sono la maggioranza ad Hollywood, sono disposti a collaborare. Anzi, spesso si propongono come volontari. Rizzo ricorda in particolare l’episodio di un attore molto famoso, che era rimasto infastidito dalla scoperta che un suo rivale lavorava per i servizi segreti. Quindi si presentò alla Cia, offrendo i suoi servizi. “Non chiedeva soldi, ma solo una fornitura di cocaina del valore di 50.000 dollari”. Secondo l’avvocato, la Central Intelligence Agency rispose che non se ne parlava nemmeno, “e lui allora accettò di collaborare gratis”. 

Nel giallo due ragazze di nome Caterina «Servivano a ricattare Marcinkus»

Corriere della sera

Marco Accetti e le pressioni in Vaticano: scelte per evocare Catherine Deneuve, attrice preferita dal capo dello Ior


Caterina, in francese Catherine: il nome di una delle più affascinanti attrici della storia del cinema. Nel giallo sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, la figlia quindicenne del messo pontificio di Karol Wojtyla svanita nel nulla il 22 giugno 1983, s’affaccia qualcosa di più di una coincidenza. Viene alla luce un codice, un ineffabile gioco di rimandi, che riguarda tre donne, tutte con lo stesso nome: una celebrata come diva in ogni angolo del mondo; una morta ammazzata; una che la Procura sta cercando di rintracciare. L’intreccio è emerso negli interrogatori di Marco Fassoni Accetti, il fotografo indagato dalla scorsa primavera per il sequestro della «ragazza con la fascetta», dopo che egli stesso a fine marzo, all’indomani dell’elezione di papa Francesco, si era presentato a Piazzale Clodio per confessare la sua partecipazione ai fatti.

Una novità che potrebbe risultare determinante ai fini dell’ormai imminente decisione sul rinvio a giudizio. «A noi interessava una ragazza straniera che si chiamasse Caterina, requisito indispensabile per poter ricattare monsignor Marcinkus», ha detto il supertestimone, dopo aver spiegato che il rapimento della Orlandi (che sarebbe dovuto durare poche ore, ma sfuggì di mano) nacque come atto di pressione di una frangia di religiosi franco-lituani, contrari all’offensiva anticomunista avviata dal pontefice polacco attraverso il sostegno a Solidarnosc. «Si vociferava che il presidente dello Ior avesse all’epoca, o avesse avuto in passato, una simpatia per Catherine Deneuve», ha fatto presente l’enigmatico personaggio.

Ora, attenzione. Della passione del «banchiere di Dio» per le donne - oltre che per i sigari, i superalcolici e il golf - s’è detto e scritto tanto, in tre decenni. Soprattutto nel 2008, all’indomani dell’irruzione nel caso Orlandi di Sabrina Minardi, amante del capo della banda della Magliana Enrico de Pedis detto «Renatino», la quale accollò al defunto boss l’esecuzione del rapimento di Emanuela, su mandato del monsignore.

Anche il nome della Deneuve in relazione a Marcinkus era già circolato. Ma il punto non è rincorrere gossip insensati, che evaporano nella leggenda. La faccenda, agli occhi del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e del pm Simona Maisto, è un’altra: assodato che le voci sull’apprezzamento di Marcinkus per l’attrice francese esistevano, può significare qualcosa che lo stesso nome, Caterina, torni due volte nella ricostruzione di Marco Fassoni Accetti?

In altre parole, il coinvolgimento delle omonime di cui parla il superteste rispose effettivamente alla logica dei messaggi cifrati, e come tale potrebbe assumere una rilevante valenza probatoria?
La prima finita nei verbali è una ragazza bella e sventurata: Caterina Skerl detta Katy, 17 anni, iscritta al liceo artistico di Ponte Milvio, figlia del regista svedese-italiano Peter, famoso per il film «Bestialità» e precedenti collaborazioni con Ingmar Bergman, fu trovata strangolata in una vigna di Grottaferrata il 22 gennaio 1984, sette mesi dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e otto dopo quella di Mirella Gregori, l’altra quindicenne inghiottita dalla Vatican connection .
Giallo mai risolto, che tuttora anima un acceso dibattito sul web.

Katy, dopo una festa pomeridiana a casa di amici, aveva appuntamento con una compagna sulla Tuscolana, per dormire da lei ed andare insieme il giorno dopo in gita sulla neve. Ma non arrivò mai. Non fu violentata, chiarì l’autopsia. E adesso spunta la nuova versione: «Seppi della morte violenta della Skerl in carcere, in quanto il mese precedente ero stato coinvolto in un incidente che costò la vita a un ragazzino - ha dichiarato Marco Fassoni Accetti - e la coincidenza mi turbò: capii subito che l’omicidio era stato compiuto dalla fazione a noi opposta. Il 18 dicembre 1983, due giorni prima di essere arrestato, fermammo infatti in via Nomentana una giovane straniera, anche lei di nome Caterina. Il mio gruppo voleva usarla per ricattare alti prelati, un po’ come la Orlandi e la Gregori, senza però arrivare al sequestro. Non è strano che poche settimane dopo un’altra Caterina venga assassinata in circostanze oscure?».

Agli atti figura il cognome della «esca» contattata in via Nomentana: Gillesbie. Avrebbe dovuto accusare falsamente Marcinkus di incontrare minorenni in un inesistente villino vicino la stazione San Pietro. Quanto al caso Skerl, il fotografo indagato fornisce una sua interpretazione, non è chiaro se elaborata a posteriori o frutto di informazioni dirette ricevute all’epoca: «Il luogo in cui far trovare il cadavere fu un modo di firmare il delitto, di inviare un messaggio in codice. A Grottaferrata avevano infatti sede l’associazione Pro Fratribus di monsignor Hnilica, molto attiva nella raccolta di fondi in chiave anticomunista, e la villa dell’avvocato Ortolani, anche lui nostra controparte».
Emanuela, Mirella, ora la povera Caterina, pure lei fotografata con la fascetta tra i capelli, simbolo di quei tempi ribelli e terribili: 30 anni dopo, quanti fantasmi e misteri incombono dietro i volti puliti di tre ragazzine...



11 gennaio 2014

Israele, morto l’ex premier Ariel Sharon

Corriere della sera

Era in coma dal 4 gennaio 2006 in seguito a un ictus

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L’ex premier israeliano, Ariel Sharon, è morto. Era in coma dal 4 gennaio 2006 in seguito a un ictus. Aveva 85 anni. L’annuncio della morte è stato dato dalla radio dell’esercito citando la sua famiglia. Le condizioni di Sharon si erano aggravate negli ultimi dieci giorni, quando i medici avevano avvertito che i suoi organi vitali stavano cedendo in seguito ad un blocco renale dovuto ad un’infezione cronica.


UNA VITA IN PRIMA LINEA - Sharon - uomo di guerra che voleva essere ricordato come uomo di pace - era nato nel febbraio 1928 in un villaggio ebraico della Palestina sotto mandato britannico. La storia personale di «Arik» (leoncino) Sharon inizia nei campi del villaggio di Kfar Mallal. Il padre Shmuel è un rude agronomo russo, che costringe il figlio a lavorare nei campi. A 20 anni Sharon rischia di non vedere la nascita dello Stato di Israele per una grave ferita riportata a Latrun, in una battaglia con la Legione giordana. Ma nel 1953 è già in prima linea: anzi, oltre le linee nemiche, alla guida della Unità 101 incaricata dal premier David Ben Gurion di compiere azioni di ritorsione alle incursioni dei fedayn palestinesi. Sharon fa carriera: prima nei parà, poi nei carristi. Nel 1967 (guerra dei Sei Giorni) combatte nel Sinai e con le sue manovre disorienta 16mila soldati egiziani. Nel 1973 (guerra del Kippur) è di nuovo nel Sinai. Politicamente è a destra. È suo il progetto del Likud, la fusione di tutte le liste della destra nazionalista. Nel 1977 il Likud vince le elezioni e nel 1981 nomina Sharon ministro della Difesa.

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MARCIA SU BEIRUT - Nel giugno 1982, quando inizia l’invasione del Libano in seguito ad un grave attentato palestinese. Begin vorrebbe un’operazione limitata ma Sharon marcia su Beirut, da dove espelle Arafat. Nel settembre c’è il massacro di Sabra e Shatila: migliaia di palestinesi sono massacrati da falangisti libanesi in una zona di Beirut i cui perimetri sono presidiati da Israele. Sharon, sotto accusa, è costretto ad abbandonare il ministero della Difesa. Allora accetta incarichi ministeriali secondari fino alla sfida con Ehud Barak (laburista) nel febbraio 2001, insanguinato dagli attentati dell’Intifada palestinese armata. Sharon prevale. Stringe i Territori in una morsa di ferro e fa erigere la Barriera di sicurezza. Nel 2005, però, cancella 25 insediamenti ebraici dalla Striscia di Gaza espellendone gli 8mila coloni. Su questa mossa, il Likud si spacca. Allora Sharon, assieme con Shimon Peres, fonda una nuova lista centrista, Kadima, che avrebbe dovuto procedere nel disimpegno israeliano anche in Cisgiordania, dopo un’auspicata vittoria alle politiche del gennaio 2006. Ma l’ictus del 4 gennaio mette fine ai suoi progetti parte.

Sharon: dalla guerra del Kippur alla carriera politica, fino all'ictus (05/01/2014)

11 gennaio 2014






Sharon, il generale che voleva essere ricordato come «uomo di pace»
Corriere della sera

Dal massacro di Sabra e Chatila al Likud, fino alla svolta moderata. Di Arafat diceva: «Va ucciso»

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Riesce difficile, direi innaturale, raccontare la vita e la storia di Ariel Sharon, un leader israeliano, un protagonista, uno che è stato un potente della Terra e che è morto due volte. La prima volta, otto anni fa, quando un ictus devastante lo costrinse allo stato vegetativo e lo strappò per sempre alla politica; e la seconda volta, adesso, otto anni dopo, quando il suo cuore si è fermato. Per otto anni è stato quasi dimenticato, anche se la sua figura non potrà mai essere cancellata dalla storia di Israele. Sharon, nella vita, ha conosciuto tutto. E’ stato un uomo di guerra e un abile combattente, ma è stato anche l’ineffabile bugiardo che, da ministro della difesa, costrinse alle dimissioni il suo primo ministro Menachem Begin, dopo la strage di Sabra e Chatila.

Strage che fu compiuta dai falangisti cristiani libanesi, mentre i soldati israeliani occupanti si voltavano dall’altra parte. E’ stato un oltranzista, che non si vergognava di dire in pubblico che il presidente palestinese Yasser Arafat doveva «essere ucciso». Ma è stato anche il leader che, vinte le elezioni e diventato primo ministro, decise di ritirarsi unilateralmente dalla Striscia di Gaza, smantellando tutti gli insediamenti ebraici che vi si trovavano. E’ stato l’anima della destra più estrema del Likud, ma poi non ha esitato ad abbandonare il partito, ritenuto troppo estremista, per virare verso il centro e fondare il partito moderato Kadima, che poi, senza di lui, si è quasi spento lentamente. Ho incontrato Sharon non so quante volte. Ho scritto su di lui articoli durissimi, ma la sua forza era di non portare rancore, soprattutto verso i giornalisti.

Posso dire che Ariel Sharon era quasi indispettito di fronte alla piaggeria di tanti zelanti sostenitori mediatici dell’ultima ora. Preferiva le domande dirette, anche le più sgradevoli. Nell’ultima intervista che mi ha dato, promise solennemente che avrebbe compiuto «passi dolorosi». Mi guardò dritto negli occhi e disse: «Non mi crede? Vedrà di persona, e poi la riceverò per un’altra intervista». Pochi mesi dopo, decise l’uscita da Gaza. Ma quel che mi colpiva di Sharon era poco politico e molto personale: l’incontenibile piacere quando si parlava di buon cibo e di ristoranti. A Roma mi parlò del Bolognese, ma a Milano il suo palato aveva lasciato il cuore. Ricevendomi per un’intervista assieme al direttore Ferruccio de Bortoli, fece un «dotto preambolo» sulle qualità gastronomiche del ristorante Rigolo, che si trova in Largo Treves, a pochi passi da via Solferino, la sede del Corriere della sera. Ricordava dettagliatamente, a distanza di anni, alcuni piatti.

E’ strano che un generale abbia il culto dell’ironia. Sharon l’aveva. Durante una visita a Gerusalemme dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, vi fu il pranzo ufficiale tra le due delegazioni. Due splendide cameriere sabra portavano il pane, un pezzo alla volta. A quel punto Sharon intervenne: «Presidente, ma perché non si fa dare tutto il pane che desidera una volta sola?» Berlusconi: «Perché mi piace guardare le cameriere. Sa....alla mia età si guarda soltanto». Sharon: «Non ci risulta, signor presidente». Berlusconi, ammiccante: «Glielo hanno detto i servizi segreti?».E Sharon: «No, lo abbiamo letto sui suoi giornali». Più di una volta, da primo ministro, mi avevo detto: «Non voglio che i libri di storia mi ricordino come uomo di guerra. Voglio essere ricordato come uomo di pace». Chissà cosa avrebbe fatto, Ariel Sharon, negli ultimi otto anni, tra la prima e la seconda morte. Non lo sapremo mai. Però possiamo dirgli: «Riposi in pace, signor primo ministro».

11 gennaio 2014

Caro nipote di Umberto Eco, occhio alle parole sulla disabilità

Corriere della sera

di Franco Bomprezzi


Caro nipote di Umberto Eco,

non conosco il tuo nome, non so quanti anni tu abbia, ma mi permetto di rivolgermi con il tu, visto che anche io potrei essere un nonno, pur se abbastanza giovane (almeno dentro). Scusa se ti scrivo, aggiungendomi umilmente alla lunga missiva che ti ha spedito l’illustre e coltissimo nonno. I suoi consigli sull’uso della memoria sono assolutamente apprezzabili e li condivido appieno, ma la Eco di alcune sue parole, all’interno della lettera pubblicata sull’Espresso, e dunque letta da tantissime persone di ogni tipo, e in particolare i suoi esempi riferiti alla condizione delle persone con disabilità, mi è arrivata da ogni dove, fino a spingermi a prendere carta e penna virtuali. Mi rivolgo direttamente a te, perché non me la sento di competere con cotanto avo. Ma andiamo con ordine.

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So che stai esercitando la memoria, come ti chiede il Nonno, ma nel caso ti fossi dimenticato alcune sue frasi, le riporto qui: “Ma se non cammini abbastanza diventi poi “diversamente abile”, come si dice oggi per indicare chi è costretto a muoversi in carrozzella. Va bene, lo so che fai dello sport e quindi sai muovere il tuo corpo, ma torniamo al tuo cervello – scrive nonno Umberto - La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota. E inoltre, siccome per tutti c’è il rischio che quando si diventa vecchi ci venga l’Alzheimer, uno dei modi di evitare questo spiacevole incidente è di esercitare sempre la memoria”.

Ecco, come vedi il grande Umberto usa due volte un termine ben preciso, “diversamente abile”. Ti assicuro che questa ipocrita locuzione non mi piace affatto, anzi non piace ai diretti interessati di tutto il mondo, che infatti, alle Nazioni Unite, hanno detto chiaro e tondo che siamo “persone con disabilità”. Persone, capisci? Ovvero ognuno di noi, sia che viva come me in sedia a rotelle (o carrozzina: non carrozzella, come scrive il Nonno, perché la carrozzella è quella che circola nelle vie del centro di Roma o di Firenze, tirata da cavalli), sia che usi un bastone bianco, o non ci senta, o abbia dei deficit di natura intellettiva, è prima di tutto una PERSONA, ha un nome, una dignità, un posto nella società esattamente come te e come tutti coloro che non hanno alcuna apparente disabilità. Non siamo “diversamente abili”: siamo quello che siamo, più o meno abili, più o meno in grado di rappresentare noi stessi con la parola o con lo sguardo o in altro modo. Scusami se insisto, ma capisci bene che avere un Nonno così colto e autorevole potrebbe farti pensare che ogni sua parola è vera e giusta, perché parla quasi “ex cathedra” pur rivolgendosi apparentemente solo all’amato nipotino.

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Già che ci siamo: io e i miei amici in sedia a rotelle non siamo “COSTRETTI” a muoverci in carrozzina. Al contrario: siamo “LIBERI” di muoverci GRAZIE alla carrozzina, che è solo un ausilio tecnologico, manuale o elettronico, sempre più evoluto e personalizzato, che ci aiuta a superare la nostra impossibilità di camminare. Chiaro? Mi sembra una precisazione utile, nel caso tu, incontrando una persona in sedia a rotelle, pensassi magari di dirgli, memore delle parole di tuo nonno: “Ciao idiota diversamente abile! Poverino, sei costretto in carrozzella…”. Ecco, non te lo consiglio. Se trovi per caso una persona paraplegica che fa sport è capace che ti tira un paio di cartoni che non sai neppure da dove sono arrivati. Occhio dunque: il nonno Umberto è un grande saggio sulle cose che conosce meglio, ma anche lui è “diversamente colto” e magari sulla disabilità è rimasto un po’ indietro nel tempo, e si basa sui luoghi comuni, sui pregiudizi, dei quali peraltro, da attento studioso delle parole e del loro significato, dovrebbe ben guardarsi.

Diglielo tu, se puoi, io preferisco rivolgermi ancora a te per qualche piccolo dettaglio. Non vorrei aver capito male, ma nelle frasi di nonno Umberto c’è quasi l’eco lontana di un’idea sbagliatissima, molto popolare, anzi popolana. Una volta si diceva: “La gatta frettolosa ha fatto i figli ciechi”. Ecco, c’è la convinzione (oggi assai meno diffusa) che la disabilità sia in qualche modo una colpa, o venga causata da un nostro comportamento sbagliato: “se non cammini abbastanza…”, “se non eserciti la memoria…”. Già. Pensa che in passato le mamme indicavano con il dito la persona “handicappata” quando, volendo rimproverare i loro figli “sani” magari per la loro vivacità, stabilivano questo impietoso confronto, quasi un monito “a non diventare come loro”. Ecco: questo tipo di cultura allontana, emargina, stigmatizza ed è sinceramente grave che ancora oggi si faccia ricorso ad argomenti così maleducati ed avvilenti.

Caro nipote, probabilmente non c’era neppure bisogno che ti scrivessi, perché la tua generazione per fortuna è abituata da tempo a vivere insieme ai ragazzi e alle ragazze con disabilità, grazie al sistema scolastico italiano, che fortunatamente non ha dato retta ai consigli del pedagogo Eco. Perciò, se puoi, fammi un regalo: spiega tu al nonno come ci si deve comportare, e stupiscilo con una citazione inglese: “See the person, not the disability”. Buona vita, ragazzo.

Brunetta vince la battaglia Rai Fazio dovrà mostrare il 740

Libero

Il capogruppo di FI ha chiesto alla ragioneria dello Stato di pubblicare i compensi di chi lavora in viale Mazzini e la risposta è arrivata: "Presto lo sapremo"


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"Vogliamo sapere quanto guadagnano tutti i dipendenti Rai". Renato Brunetta attacca a testa bassa viale Mazzini e il governo e vuole fare luce sui compensi di tutti i giornalisti e conduttori e tecnici che lavorano in viale Mazzini. La richiesta fatta al governo e alla Ragioneria dello Stato da parte di Brunetta è chiara: "In tema di trasparenza - ricorda Brunetta - anche l’attuale contratto di servizio prevede che la Rai pubblichi gli stipendi percepiti dai dipendenti e dai collaboratori, nonché informazioni sui costi della programmazione di servizio pubblico".

"Comunicare i compensi"
- E così a Brunetta risponde il sottosegretario all’editoria Giovanni Legnini che afferma: "Anche la Rai, in quanto società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, è tenuta a comunicare alla Presidenza del Consiglio dei ministri e al Mef il costo annuo del personale comunque utilizzato, con riferimento ai singoli rapporti di lavoro dipendente o autonomo, in conformità a specifiche procedure definite d’intesa con i predetti ministeri”. Legnini ha fatto presente che il Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato “ha già predisposto una prima bozza di documento di lavoro per la definizione delle procedure di acquisizione dei dati utili a soddisfare le necessità informative previste dalla norma che, peraltro, riguarda una pluralità di soggetti”. “Sulla base di tale bozza di documento – prosegue Legnini – ieri è stata svolta la prima riunione di coordinamento tra rappresentati del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato e del Dipartimento della funzione pubblica della Presidenza del Consiglio con il quale è stato avviato il percorso attuativo della norma e verificare le modalità di rilevazione più idonee all’interno del suddetto sistema conoscitivo che, comunque, con riferimento alla Rai, in ordine alla quale la norma prescrive l’acquisizione di informazioni di maggior dettaglio (costo annuo dei singoli rapporti di lavoro), richiederà una specifica modalità di trattazione”.

Vittoria di Brunetta
- Insomma a quanto pare la Battaglia di Brunetta comincia a dare i primi frutti. Il governo quindi sta per varare un sistema di rilevazione dei compensi di chi lavora in Rai. “Successivamente – conclude Legnini -, per la piena operatività della norma, si provvederà ad implementare il sistema informativo Sico (Sistema conoscitivo del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche) ed a svolgere tutte le attività propedeutiche all’avvio della rilevazione, che sarà realizzata senza nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato. In conclusione, la disciplina normativa che è stata puntualmente richiamata sarà attuata, come è doveroso fare, entro i tempi tecnici strettamente necessari e con le procedure che sono state richiamate”. 



Sanremo, al Festival canta solo Fazio

Libero

 

Ai raggi X gli autori e i cantanti di una kermesse che pare avere come unico padrone il conduttore di sinistra

 

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In un’industria culturale che seguita ad avere come bussola un conformismo sempre più deprimente e inerziale, le schegge impazzite sono un’assoluta rarità. Una delle poche è Fulvio Abbate, scrittore palermitano nato nel 1956 e trapiantato a Roma, il quale esercita la sua scoppiettante militanza intellettuale compiendo scorribande un po’ in tutti i territori della comunicazione. L’ulti - ma esternazione l’ha consegnata al suo amico Roberto D’Agostino, per cui da ieri pomeriggio, all’in - terno di Dagospia, è possibile leggere (e già migliaia di utenti lo hanno fatto) un veemente invito all’ostruzionismo nei confronti della prossima edizione di Sanremo.

«Caro Roberto, posso dirti che sto sperando nel boicottaggio del Festival?», scrive un Abbate in preda a furori per niente astratti. «Di più, ne sogno il blocco. Lo sogno in nomedi Situazionismo e libertà, il ripugnante movimento che ho fondato tempo addietro». Il bersaglio principale del narratore siciliano (di cui è appena uscito il nuovo romanzo, Intanto anche dicembre è passato (Baldini& Castoldi), bizzarro libro di «memorie reinventate» in cui l’autore immagina di avere avuto come zio Adolf Hitler) è un am biente politico-intellettuale che lui, interpellato telefonicamente, definisce così: «È il clientelismo dal volto umano di una sinistra che muove da Veltroni e va verso Renzi». Quelli di Abbate sono in effetti gli strali di unuomodi sinistra deluso.

Un altro passaggio della sua missiva a Dagospia recita: «Ci pensi che per decenni abbiamo ritenuto fallacemente che la sini amstra fosse sinonimo di rivolta e invece era semmai un ente provinciale del turismo, una pro loco clientelare, ovviamente clientelismo dal volto umano, eppure pur sempre tale, condito di zuppa di farro, di tacco basso, di sobrietà del cazzo e della fica al post-patchouli?». Domandiamo ad Abbate in che modo potrebbe attuarsi un sabotaggio di Sanremo che rendamanifesta la presa di distanze da una sinistra come quella da lui così impietosamente descritta. «Sanremo è uno dei massimi simboli dell’ipocrisia che io denuncio. Non so di preciso in quali azioni (tassativamente non violente, è ovvio) potrebbe tradursi il boicottaggio del Festival, quel che è certo è che la fetta di coloro - specie tra gli stessi artisti e cantanti - a cui quest’ipocrisia fa schifo dovrebbe trovare il modo di rendere noto il proprio punto di vista producendo un minimo di disturbo. Come avveniva nel ’68 in occasione della prima alla Scala».

Cosa, del Sanremo del prossimo anno, infastidisce di più Abbate? «La presenza pressoché in blocco della P2 culturale veltroniana del Paese: Fabio Fazio, Michele Serra e Francesco Piccolo. Me ne sbatto che il direttore musicale sia Mauro Pagani, ex collaboratore di De André: basta dare un’occhiata alla lista dei selezionati per capire che lavoro di uncinetto clientelare sia stato fatto». Qualche nome? «Per quale motivo c’è Cristiano De André se non per il fatto che Fazio e Pagani sono amici di famiglia di Dori Ghezzi? Esiste qualcuno che ricordi una sola canzone di Cristiano De André? Oppure Ron, col suo parrucchino…

Ma perché queste cose devo dirle io, che Sanremo non l’ho mai sopportato, e non le dice qualche cantante o cantautore?». L’anno scorso, in tandem con Rudy Marra, Abbate si è a sua volta cimentato conunacanzone. Il titolo è“Da NordaSsudd”e ha un verso che fa: «Noi vogliamo andare oltre ilmatrimonio omosessuale e sogniamo per tutti il divorzio omosessuale! ». Roba capace di fargli venire gli incubi, a Fabio Fazio e soci.

di Giuseppe Pollicelli






Il solito Fazio, al Festival con Benigni e nel 2015 torna Bonolis

Libero

 

Secondo alcune indiscrezioni sul palco dell'Ariston potrebbe salire ancora Roberto Benigni


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Manca più di un mese al Festival di Sanremo ma già si sprecano le illazioni sui possibili super-ospiti convocati da Fabio Fazio sul palco dell’Ariston. Il suo sta trasformandosi in un «Che Sanremo che fa» con un cast di amici e artisti molto vicini al modo di intendere la vita e la politica care al pizzuto presentatore ligure.

Claudio Baglioni, e questo lo abbiamo scritto settimane fa, è in cima alla lista degli ospiti Vip; di Luciana Littizzetto non ci sarebbe neppure bisogno di conferme, essendo il braccio destro, anzi sinistro, di Fazio da sempre; Giorgia sta pregando affinché Alicia Keys si liberi dai suoi impegni oltreoceano per un duetto molto atteso; Laura Pausini sta facendo di tutto per essere presente alla prima serata e poi volare, subito dopo, in Brasile dove ha un concerto in programma; Gino Paoli festeggerà gli 80 anni in Riviera. Ma, indiscrezione giunta in queste prime ore del nuovo anno, il vero asso di briscola di Fazio sarebbe Roberto Benigni che il manager Lucio Presta vedrebbe volentieri ospite d’onore del Festival.

Non per una ma per più apparizioni nel corso delle cinque serate. A Sanremo, peraltro, il toscanaccio è già stato ospite 3 anni fa quando a presentare c’era Morandi. E quando si sollevò una polemica per il compenso che, su annuncio dello stesso Benigni, sarebbe stato devoluto in beneficenza a un ospedale pediatrico. La notizia del ritorno del Piccolo Diavolo, clamorosa ma non troppo visto che è uomo di sinistra, è circolata ieri ed è probabile che si giunga a un felice esito della trattativa. Il cachet chiesto da Benigni, impegnato in questi giorni nella preparazione di un film a Firenze, sarebbe astronomico per il momento di crisi che sta attraversando la Rai: 250.000 euro. La stessa cifra che Benigni spuntò per presenziare, il 5 dicembre 2011, all’ultima puntata e «Il più grande spettacolo dopo il weekend», lo show di Fiorello subito ribattezzato, per l’occasione, «Il più grande cachet dopo il weekend».

Benigni, inoltre, ci riprova con la Rai dopo la cancellazione dello show «I dieci comandamenti» che sarebbe dovuto andare in onda lo scorso 16 dicembre. Ma che fu cancellato dai vertici di viale Mazzini ufficialmente per «gli improvvisi impegni all’estero dell’artista» (come venne motivato anche dal suo entourage) in realtà, pare, per il costo faraonico dell’intera operazione: 4 milioni di euro. Una cifra considerata impossibile dalla Rai. Da ieri, a Sanremo, sono all’opera gli uomini che dirigono dietro le quinte l’operazione Ariston: Lucio Presta, manager di mezzo mondo dello spettacolo, Beppe Caschetto, manager dell’altra metà, e Fazio stesso. Ah, piccolo particolare: Fabio è giunto al suo quarto e ultimo Festival. Il sostituto è già pronto. Non facciamo nomi ma soltanto un cognome: Bonolis. Avanti un altro...

di Leonardo Iannacci

Da Yahoo a Youtube: i grandi dell'hi-tech sono i nuovi intoccabili

Marco Lombardo - Sab, 11/01/2014 - 08:36

Il primo infetta pc, il secondo elude il copyright. Nell'old economy le avrebbero già massacrate. E invece...

Facendo i doverosi distinguo, sembra un po' la storia di Al Capone: tutti cercavano d'incastrarlo, nessuno riusciva a mettergli le mani addosso.


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E nella storia del mondo il fatto si è ripetuto molte volte, tanto che ora - in pieno Terzo Millennio - tocca a quelli delle aziende di tecnologia: sono loro i nuovi Intoccabili. Così almeno si dice in giro, visto quello che succede nei tempi moderni nei quali l'assalto alla diligenza moderna di giudici e governi non riesce a scalfire il potere, a volte subliminale, quasi ipnotico, che i colossi digitali hanno sul mondo. L'ultimo caso è quello di Yahoo!: i suoi banner pubblicitari malati infettano centinaia di migliaia di computer nel mondo? Nessuno fiata. L'azienda si scusa a mezze parole solo dopo che la notizia viene diffusa da altri? Nessuno ne chiede conto. È l'hitech, bellezza. Che fa girare il globo.

Succede oggi, insomma, ciò che si è già visto in passato quando la rivoluzione industriale ha fatto da traino al cambiamento della società: era così con le ferrovie in pieno progresso americano, così come con le grandi imprese petrolifere che iniziavano a pompare il mondo. Si stava magari peggio per stare comunque meglio. E incidenti, inquinamenti ed altri malanni erano presto dimenticati: magari c'era chi si arrangiava da solo con risarcimenti per mettere a tacere i danneggiati o chi invece contava su appoggi politici e lobby per risolvere il tutto. E se qualcuno un giorno arrivava per inseguire i suoi diritti, veniva respinto da un muro di gomma.

Adesso, che quel muro è fatto di microchip, il risultato è il medesimo. Pensateci: quello che è successo con Yahoo! è come se delle merendine avvelenate fossero arrivate sugli scaffali di un supermarket. Seppur involontario (e quello che riguarda Yahoo! lo è sicuramente), il fatto avrebbe scatenato con la bava alla bocca quantomeno svariate associazioni di consumatori. E l'azienda colpevole sarebbe stata messa con le spalle al muro. Invece qui niente: chi ha il computer pieno di schifezze si arrangi, semmai si prenda un antivirus. E a sue spese, naturalmente. Cosa che magari trova giusto pure qualcuna delle vittime.

Malignità? Beh, qualche sospetto c'è. Magari si alza un po' la voce quando si parla di Apple per le condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi, dimenticando però che in quelle fabbriche però si lavora per decine di aziende del mondo e che non solo di iPhone ci campa il mondo. E comunque altri big del nuovo mondo riescono - a ragione o a torto - a sfangarla sempre, tipo quelle che se ne fregano dei copyright e rilanciano giornali, libri e articoli senza pensare che i diritti costano, o tipo il caso di YouTube, uscita sempre immacolata anche quando è finita in tribunale per qualche video fuori dall'ordinario. Intoccabile.

Così, mentre infuria il dibattito sulla moralità di Mark Zuckerberg - il padrone di Facebook - che se le inventa tutte per pagare meno imposte però poi diventa il numero uno in solidarietà utilizzando i milioni di dollari risparmiati in beneficenza, la caccia ai giganti come Google e Amazon continua, se è vero che scervellandosi un po' magistrature e governi d'Europa stanno pensando di stanare i loro giri d'affari attraverso un nuovo sistema di imposte, giusto per non apparire solo chiacchiere e distintivo. Ecco, appunto, le tasse: lo stesso meccanismo che incastrò Al Capone. Solo che oggi, come allora, il sospetto è che la gente in fondo sarebbe tutta da una parte. Quella degli Intoccabili.

Antersasc, un chilometro di guerra

La stampa
maurizio di giangiacomo
bolzano

Altoadige: si riaccende il conflitto per una strada nel Parco Puez-Odle


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La «guerra» di Antersasc non è ancora finita. Nei giorni scorsi la giunta provinciale altoatesina ha dato un nuovo via libera alla realizzazione della strada di accesso all’incantevole alpe immersa nel parco naturale Puez-Odle, in Val Badia. Una carrozzabile di poco più di un chilometro, richiesta dal proprietario di una malga da anni abbandonata, sulla costruzione della quale da oltre un lustro si consuma un feroce scontro politico-amministrativo: da una parte l’associazione dei contadini e la Südtiroler Volkspartei, che sostengono le ragioni dell’allevatore badiota; dall’altra ambientalisti e protezionisti, forti della tripla tutela ambientale di cui quella valletta gode (oltre a essere parco naturale, Antersasc è sito Natura 2000 e Dolomiti Unesco) e convinti che il vero obiettivo sia aprire le porte della malga ai turisti.

Il caso esplose quasi quattro anni fa: a una prima delibera della giunta, incurante dei pareri negativi degli stessi uffici tecnici provinciali, avevano fatto seguito clamorose manifestazioni di protesta, con il comitato «Salvun Anterasc» (Salviamo Antersasc in lingua ladina) che arrivò a esporre un gigantesco striscione sui monti che sovrastano il piccolo paradiso verde. Nel 2011 una sentenza del Tribunale amministrativo regionale sancì l’illegittimità della delibera della Provincia, accogliendo il ricorso presentato dal Wwf e da altre associazioni ambientaliste.

Ma i protezionisti non avevano fatto i conti con Luis Durnwalder: pochi giorni prima di cedere il suo «scettro» ad Arno Kompatscher dopo venticinque anni sulla poltrona più importante di Palazzo Widmann, il presidente ha portato in giunta la nuova delibera, che è passata a maggioranza. «La strada non potrà essere più larga di 2,5 metri, sarà accessibile solo al proprietario, ma si farà», ha tuonato l’ormai ex Landeshauptmann. Immediata la reazione degli ambientalisti, che hanno già preannunciato il loro nuovo ricorso al Tar contro la delibera, nella speranza che i giudici amministrativi concedano al più presto la sospensiva. 

Ma è sconsolato il commento di una delle principali anime della protesta del 2010, l’oste ambientalista della Val Badia Michil Costa. Era stato lui, con i giovani di «Salvun», a organizzare il «funerale dell’alpe di Antersasc», inscenato con tanto di cassa da morto, corteo ed epitaffio al passo delle Erbe, davanti al locale nel quale i maggiorenti della Südtiroler Volkspartei si erano riuniti per la loro festa di mezza estate. 

«Ho paura che questa volta sia davvero finita - dice Costa - temo che la lunga battaglia di chi ama la montagna si possa concludere con una sconfitta. Antersasc è un paradiso immerso nelle Dolomiti dichiarate patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Patrimonio dell’umanità, non di un singolo, ed è questo il dettaglio che sfugge a Durnwalder. Ma qui gli interessi sacrosanti della natura si scontrano con le manie di grandezza di chi voleva dare l’ultima prova di forza. L’aveva segnata in grassetto sull’agendina, l’ultima importante scadenza del suo lungo regno, non ci resta che confidare in quegli irriducibili difensori delle nostre montagne che avranno la forza di presentare un nuovo ricorso». 
La guerra di Antersasc è ricominciata.

Una pillola al giorno per attivare tutte la password: è l'invenzione dell'anno

Il Mattino

Password, croce e delizia degli utenti Internet. Ogni volta che creiamo un account, sfidiamo la nostra fantasia e la nostra memoria. Due le tentazioni comuni: usare sempre la stessa chiave di accesso per tutti i siti e fare ricorso a una password molto semplice. Un report pubblicato da Gibson Research Corporation segnala che la parola d'ordine più diffusa è "123456", mentre la quarta più comune è, banalmente, "Password".

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Gli esperti però ci ammoniscono sul pericolo di queste scelte: più la password è corta o banale, minore è il tempo necessario ad un hacker per decifrarla, accedendo a dati personali e informazioni critiche.Insomma, la password ideale dovrebbe contenere almeno dieci caratteri, con un adeguato mix di lettere e numeri. Ed ecco che la nostra memoria va in crisi. La soluzione? Una password in pillola, brevettata da Motorola (controllata da Google) e classificata come "invenzione dell'anno 2013" da Time e da Qualcomm.

Ingerita una volta al giorno, la pillola, costituita da un minuscolo chip che si attiva a contatto con gli acidi dello stomaco, emette un segnale specifico che può essere rilevato dal telefono o dal computer, trasformando sostanzialmente il nostro corpo in una password.
Una prospettiva inquietante. Forse più dell'ipotesi di essere hackerati...

(c. r.)

 
sabato 11 gennaio 2014 - 09:36   Ultimo aggiornamento: 09:37

Cercate killer islamici in Italia? Eccone uno

Gian Micalessin - Sab, 11/01/2014 - 08:36

Terroristi pericolosi Ora combatte in SiriaFu fermato per l'assalto all'ambasciata siriana a Roma. Ma è un assassino spietato

Washington è preoccupata. Molto preoccupata. Al Qaida, come rivela il New York Times, sta cercando di selezionare e reclutare alcuni dei circa 70 volontari americani che combattono al fianco dei ribelli siriani per trasformarli in terroristi e colpire l'Occidente.


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«É qualcosa su cui siamo molto concentrati, stiamo cercando di capire con chi abbiamo a che fare, chi dobbiamo seguire e chi deve essere inquisito» ricordava giovedì lo stesso direttore dell' Fbi James B. Comey.  Se gli Stati Uniti si preoccupano l'Italia non dovrebbe far di meno. Come Il Giornale è in grado di dimostrare mettendo a confronto alcuni video nel nostro paese era di casa un militante conosciuto con il nome di Haisam e con il soprannome di Abu Omar. Il personaggio in questione dopo aver abbandonato l'Italia per raggiungere i campi di battaglia siriani si è macchiato dei peggiori crimini partecipando all'eliminazione a sangue freddo di almeno sette prigionieri ed entrando in contatto con alcuni dei gruppi più estremisti. Come dimostrano i video ritrovati da Il Giornale Haisam alias Abu Omar viene arrestato dalla nostra polizia e subito liberato mentre partecipa, assieme ad altri militanti, all'assalto all'Ambasciata siriana del 12 febbraio 2012.

Denunciato a piede libero Haisam Abu Omar ripara, assieme ad altri compagni d'avventura, in Siria per unirsi ai gruppi combattenti. La sua faccia ricompare in un inquietante video girato nella provincia di Idlib nell'aprile del 2012 e pubblicato lo scorso settembre a fianco di un articolo del New York Times in cui si denunciano le brutalità e i crimini di guerra commessi dalle fazioni anti Assad. In quel video Haisam Abu Omar è il protagonista, assieme ad altri militanti guidati dal comandante Abdul Samad Hissa, della spietata esecuzione di 7 soldati governativi appena catturati.

Nel filmato Haisam Abu Omar indossa un giubbotto marroncino, impugna il kalashnikov e ascolta il comandante che spiega a lui e altri nove militanti perché sia giusto e doveroso ammazzare i prigionieri. Subito dopo preme il grilletto e infila un proiettile nella nuca del soldato denudato e fatto inginocchiare ai suoi piedi. Quelle immagini inquietanti bastano a far capire come anche l'Italia rischi, al pari degli Stati Uniti e degli altri paesi Europei, di ritrovarsi minacciata dai militanti islamisti che in Siria imparano a combattere ed uccidere. Anche perché - come spiega al New York Times un responsabile dell'antiterrorismo statunitense - «Sappiamo che Al Qaida usa la Siria per identificare individui da reclutare indottrinare e radicalizzare per trasformarli nei loro futuri soldati».

Per quel che riguarda l'Italia e l'Europa il fenomeno è tutt'altro che nuovo. A giugno sui campi di battaglia siriani era caduto - come aveva scoperto e rivelato Il Giornale - il 20enne Giuliano Ibrahim Del Nevo, uno studente genovese convertitosi all'Islam e passato alla lotta armata contro Bashar Assad dopo aver preso contatto in Turchia con un gruppo di combattenti ceceni. In quel periodo, secondo le informazioni in possesso della nostra intelligence, il gruppo di militanti provenienti dal nostro Paese unitisi ai combattenti siriani era intorno alla quindicina. Da allora ad oggi però la consistenza della «brigata italiana» potrebbe essere notevolmente lievitato. Stando al «Centro per lo Studio della Radicalizzazione» del King's College di Londra che studia il fenomeno nel corso degli ultimi 12 mesi il numero dei combattenti siriani provenienti dall'Europa si è addirittura triplicato passando da poco più di seicento a oltre 1900.

Urbaniana; per il barbone funerale con vescovo e cardinale

La Stampa

Andrea TOrnielli
Città del Vaticano

Celebrate dall'Elemosiniere del Papa, in presenza del cardinale Filoni, le esequie di Alessandro, il clochard morto assiderato lo scorso dicembre


Cattura
Un funerale così di certo lui non se lo sarebbe mai aspettato, dato che viveva per strada da anni ed anni. Alessandro (si conosce solo il nome), 63 anni, era un barbone di origini polacche, che viveva nelle strade attorno al Vaticano. Lo hanno trovato morto di freddo nei pressi del parcheggio del Gianicolo, a due passi dall'Università Urbaniana e dal Vaticano.

Sono stati gli studenti dell'università pontificia a chiedere ai superiori che le esequie del clochard venissero celebrate nella cappella dell'Urbaniana. E così questo pomeriggio alle 15 si sono svolti i funerali di Alessandro: li ha presieduti l'arcivescovo Konrad Krajewski, Elemosiniere del Papa, che Francesco ha scelto perché facesse il «vescovo di strada» tra i poveri e i bisognosi. Era presente il cardinale Fernando Filoni, Prefetto di Propaganda Fide (da cui dipende l'università pontificia). C'era una rappresentanza del Comune di Roma e della circoscrizione. Ma soprattutto c'erano loro, oltre duecento studenti dell'Urbaniana, che hanno voluto salutare in questo modo un barbone alla maggior parte di loro sconosciuto, venuto a morire di freddo a due passi dall'ateneo.

L'omelia della messa funebre è stata tenuta da padre Policarp Nowak, latinista della Segreteria di Stato. Papa Francesco era rimasto profondamente addolorato nell’apprendere che il barbone era stato trovato morto. Nel maggio 2013, durante la veglia di Pentecoste, Bergoglio aveva detto: «Oggi – questo fa male al cuore dirlo – oggi, trovare un barbone morto di freddo non è notizia».