lunedì 13 gennaio 2014

Bronzi di Riace in quarantena: chi vuole vederli deve farsi decontaminare

Il Messaggero


«In questa prima fase, dopo la riapertura al pubblico della sala dei Bronzi di Riace, abbiamo assistito, da parte dei visitatori, a file disciplinate e pazienti malgrado le modalità di fruizione delle due opere cambiate radicalmente rispetto al passato». È soddisfatta e ne ha motivo la sovrintendente archeologica della Calabria, Simonetta Bonomi, alla luce dei risultati relativi alle prime due settimane di apertura al pubblico del museo nazionale di Reggio Calabria.

CatturaDalla riapertura del 22 dicembre scorso, infatti, i visitatori devono osservare una serie di passaggi prima di accedere agli ambienti che ospitano le due statue. È necessario, tra l'altro, sottoporsi, a protezione dei due bronzi, ad una sorta di «decontaminazione» attraverso l'accesso dapprima in una sala pre-filtro, dove vengono proiettati per ingannare l'attesa alcuni filmati sulla storia delle due statue: poi si passa in una sala-filtro dove è attivo un flusso d'aria che consente una sorta di vera e propria depurazione e ambientamento, sempre per garantire l'integrità dei guerrieri. I visitatori, inoltre, possono accedere solo a gruppi di non più di venti persone. «I tempi di attesa e la particolare procedura - aggiunge Bonomi - non hanno provocato alcun problema da parte dei visitatori. E questo è un ulteriore elemento positivo. La coincidenza delle festività natalizie, poi, ha contribuito molto in termini di presenze. Tanti sono stati anche gli stranieri: già il primo giorno abbiamo avuto una folta comitiva di inglesi».


Sabato 11 Gennaio 2014 - 09:21
Ultimo aggiornamento: 09:22

Kalashnikov prima di morire: “Mi sento in colpa per aver creato quel fucile”

La Stampa

Il creatore della leggendaria arma in punto di morte scrisse al patriarca Cirillo “Il mio dolore spirituale è insopportabile, tanti ammazzati dai colpi dell’Ak-47”



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Mikhail Kalashnikov, il creatore del leggendario fucile d’assalto che porta il suo nome, sul letto di morte prese carta e penna per confessare al patriarca Cirillo, il capo della Chiesa ortodossa, che si sentiva in colpa per chi i milioni di persone morte in tuto il mondo sotto i colpi della sua creatura, l’Ak-47. «Il mio dolore spirituale è insopportabile -scriveva- continuo a chiedermi la stessa irrisolta domanda: se il mio fucile ha ucciso così tante persone, ebbene io sono colpevole della morte di costoro, anche se erano nemici?». La lettera, vergata a mano e pubblicata da Isvestia, un quotidiano vicino al Cremlino, è firmata con mano tremolante da «un servo di Dio», il disegnatore Mikhail Kalashnikov.

Kalashnikov, morto nel dicembre scorso a 94 anni e ai cui funerali ha partecipato lo stesso presidente Vladimir Putin, era arrivato a produrre il fucile, dal disegno agile e compatto, perché aveva sperimentato la mancanza di armi efficaci dell’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale. Nella lettera, l’anziano progettista aggiunge di essersi avvicinato alla Chiesa all’età di 91 anni e di essersi successivamente battezzato. L’addetto stampa del patriarca ha spiegato al quotidiano che il capo della Chiesa russa, una volta letta la missiva, inviò una sua personale risposta all’uomo così afflitto. «La Chiesa ha una posizione molto precisa», ha aggiunto il portavoce, Alexander Volkov. «Quando le armi servono a proteggere la patria, la Chiesa sostiene entrambi, tanto i loro creatori che i soldati che le utilizzano. Egli progettò questo fucile per difendere il suo Paese, non come potrebbero utilizzarle i terroristi in Arabia Saudita». 



Kalashnikov, il mitra è uguale per tutti
La Stampa

anna zafesova
23/12/2013

La straordinaria storia dell’uomo che ha creato l’arma diffusa nel mondo in 75 milioni di esemplari. Dall’Urss ai guerriglieri, ai terroristi, alle mafie


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È morto all’età di 94 anni Mikhail Kalashnikov, l’inventore del celebre fucile d’assalto AK-47. Ecco il “ritratto” uscito il 18 settembre 2013 sulle pagine de La Stampa.
È un vecchietto piccolino, con gli zigomi marcati e gli occhi piccoli di quei russi che portano nei geni il ricordo dei tartari, un po’ sordo ma con portamento marziale, e forse anche un po’ svanito. Sembra uno di quei pochi veterani rimasti, tanto onorati dalla propaganda quanto dimenticati da autorità e parenti, che passano la giornata sulle panchine a giocare a scacchi. 

È difficile riconoscerlo, anche perché il suo volto è diventato pubblico solo quando era ormai anziano, nonostante con il suo ingegno avesse cambiato il mondo più di Steve Jobs, anche se non altrettanto in meglio. Se fosse nato dall’altra parte della Cortina di ferro sarebbe diventato miliardario, ma lui risponderebbe che solo grazie al socialismo un autodidatta come lui, che aveva appena fatto le medie, è potuto diventare un uomo importante, con il petto che non riesce a contenere tutte le medaglie sulla sua uniforme di generale. Molti non sanno nemmeno che esiste, pochi sanno che è ancora vivo, ma in tutte le lingue del mondo si conosce il suo nome, scritto con la minuscola, perché ormai non è una persona, è un oggetto: il kalashnikov. 

I numeri sono da far invidia a qualunque multinazionale: sulla Terra ci sono in circolazione circa 75 milioni di suoi mitra, oltre ad almeno 100 milioni di versioni più o meno contraffatte dello storico AK-47, in pratica un fucile su 5, prodotti in almeno 30 Paesi e in dotazione a una cinquantina di eserciti. È stato il giocattolo preferito di soldati, mafiosi, ribelli, terroristi, comunisti e islamisti, narcobaroni e guerriglieri, un’arma talmente simbolica da finire sulle bandiere e sugli stemmi nazionali, dal Mozambico a Timor Est ai vessilli gialli di Hezbollah, creata da un signore che adora «la pesca, la caccia e le donne» (in questo ordine) e passava il tempo libero a casa, a riparare tubature e combattere i roditori, come racconta il giornalista francese Oliver Rohe nel suo La mia ultima invenzione è una trappola per talpe , in uscita da Add editore. 

Un’invenzione e un inventore che hanno due storie parallele: di fama planetaria la prima, quasi sconosciuto, anzi, per anni un segreto di Stato ambulante, il secondo. Mikhail Timofeevich Kalashnikov, classe 1919, 17° di 19 figli di contadini deportati in Siberia perché per quanto poveri avevano terra di proprietà e quindi erano «kulaki», i nemici di classe. Un segreto che l’uomo-simbolo della supremazia sovietica ha tenuto nascosto per decenni, come il fatto di essere scappato dal confino falsificando i timbri per i documenti, il suo primo successo in tecnologia. Portandosi dietro la paura di venire smascherato, senza però mai mettere in dubbio il sistema che aveva devastato la sua famiglia: alla morte di Stalin ha pianto in pubblico, e resta un fedele tesserato del Pc. 

Una biografia romanzata, che racconta la storia di Kalashnikov e del kalashnikov, un esempio di come un uomo può cambiare la storia quasi per caso. Un contadino con il pallino della tecnologia, poi un soldato dell’Armata Rossa che scrive di notte poesie sulle ragazze, che sopravvive per miracolo al suo carro armato nel 1941, e in ospedale ascolta i feriti della fanteria che si lamentano dei loro fucili. In un’epoca di guerre corpo a corpo, dove a decidere l’esito non erano i droni e l’elettronica, ma le masse umane gettate nel tritacarne della trincea, il calibro, la precisione, la semplicità d’uso potevano valere la vita. Con lo Sturmgewehr, il primo vero fucile d’assalto, i tedeschi facevano il tiro a segno contro i sovietici, e il sergente Kalashnikov decise di inventare l’arma giusta.

La completò nel 1947 (da cui il nome ufficiale, AK-47, Avtomat Kalashnikova), battendo al concorso governativo i migliori ingegneri. Le malelingue dicono che aveva anche copiato le loro idee, o che addirittura fosse stato un prestanome, ma resta il fatto che il Cremlino scommette sul contadino-prodigio di soli 28 anni. Il kalashnikov viene usato per la prima volta nel 1956, nella rivolta in Ungheria, e diventa uno degli strumenti con il quale viene scritta la storia del ’900. Inventata da un soldato, è l’arma perfetta per i soldati, semplice – il corso per imparare a usarla è di appena 10 ore e i bambini-soldato africani ci mettono ancora meno – e affidabile, capace di sparare anche dopo essere stata nel fango e nella sabbia.

Con 600 colpi al minuto e precisione a lunga gittata è l’arma dei poveri, e se mr. Colt, come dicevano gli americani, ha reso eguali gli uomini che Dio aveva creato, Kalashnikov ha reso uguali i popoli, fornendo anche ai più arretrati e sperduti della Terra qualcosa con cui sfidare i potenti. Facilmente riproducibile – nei mercati afghani vendono AK-47 prodotti artigianalmente da maestri analfabeti, e in Africa spesso costa una cinquantina di dollari, meno di una capra – è ideale per le guerre civili e le rivolte. Rohe ne segue la trasformazione da «feticcio politico» dell’anticolonialismo a simbolo dei peggiori massacri e genocidi. È stato il più grande successo del made in Urss, «più della vodka, del caviale e dei romanzieri suicidi» diceva il protagonista di Nicholas Cage in Lord of War.

Il prodotto perfetto, globale, che non ha mai saziato la domanda di mercato, imitato più delle borse di Louis Vuitton, generatore di un indotto planetario e capillare, al punto che gli americani lo compravano dai cinesi per rifornire i mujaheddin afghani che sparavano ai russi, armati ovviamente di kalashnikov anche loro. Un’invenzione che avrebbe potuto fruttare miliardi, ma non è mai stata brevettata. Il suo autore non si è mai posto il problema: dal governo sovietico aveva avuto il massimo possibile, perfino una casetta dove abitava con l’adorata moglie e i quattro figli. I padri della bomba atomica hanno avuto rimorsi, ma lui che ha permesso la morte di molti più innocenti non si è mai apparentemente posto un dubbio morale, anche se diceva che avrebbe preferito inventare un tagliaerba e che era colpa dei nazisti se si era messo a progettare armi.

Quando gli hanno fatto notare che il kalashnikov veniva usato dai terroristi aveva risposto soddisfatto: «La sanno lunga, anche loro preferiscono le armi più affidabili». Trovava normale che i bambini russi a scuola dovessero imparare a montare e smontare il suo mitra (in 18 e 30 secondi rispettivamente per il massimo dei voti). Kalashnikov ha perso l’udito in poligoni da tiro, a collaudare versioni sempre nuove del proprio gioiellino, che con il suo design essenziale, il caricatore a forma di virgola e i materiali grezzi è riconosciuto in tutto il mondo. Sopravvissuto al regime di cui era simbolo, nel nuovo capitalismo russo è finalmente diventato un «brand»: appena un mese fa Vladimir Putin ha rinominato la fabbrica di Izhevsk, dove ha lavorato per tutta la vita, «Consorzio Kalashnikov». Intanto il ministero della Difesa ha smesso di acquistare gli AK-47 per i suoi arsenali. Ma a quanto pare, a Mikhail Kalashnikov nessuno ha avuto il coraggio di dirglielo. 

Ecco la nuova banconota da 10 euro, svolta grafica e sicurezza più avanzata

Corriere della sera
g. bot.

Entrerà in circolazione il 23 settembre. La Bce: «Un simbolo dell’Europa unita»


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Entrerà in circolazione il 23 settembre prossimo la nuova banconota da 10 euro, presentata ufficialmente oggi da Yves Mersch, componente del comitato esecutivo della Bce. «Dodici anni dopo l’emissione delle banconote e monete in euro», ha detto, «è facile per noi darle per scontate e dimenticare quale progetto ambizioso, persino audace, sia stata l’introduzione dell’euro. La moneta unica ha aiutato a unire milioni di europei, in tutta la nostra diversità, e le banconote e monete sono un simbolo tangibile della nostra determinazione a sostenere l’Unione europea. Quando diciamo: “L’euro. La nostra moneta” crediamo in quello che affermiamo».  

La nuova banconota da 10 euro mostra una somiglianza con il biglietto della prima serie, entrato in circolazione nel 2002, ma allo stesso tempo presenta una veste grafica rinnovata e varie caratteristiche di sicurezza nuove e più avanzate. Ad esempio, come il nuovo biglietto da 5 euro, reca nell’ologramma e nella filigrana il ritratto di Europa, figura della mitologia greca da cui il nostro continente prende il nome. Come la prima serie di banconote in euro, il nuovo biglietto da 10 euro sarà molto facile da controllare con il tatto e la vista, applicando il metodo «toccare, guardare, muovere». Oltre al ritratto di Europa presente nell’ologramma e nella filigrana, sulle banconote è apposto un numero verde smeraldo che quando viene mosso cambia colore passando al blu scuro.



Ecco la nuova banconota da 10 euro

Strage di via Palestro, nuovo arresto In carcere l’«autista» del gruppo

Corriere della sera

Filippo Marcello Tutino era già in carcere a Opera. Avrebbe fornito supporto logistico al gruppo criminale


La Squadra Mobile di Milano ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronto di Filippo Marcello Tutino, nato a Caltanissetta, 52 anni, con precedenti per associazione mafiosa nonché in materia di stupefacenti ed armi, già detenuto ad Opera. L’uomo è indagato per concorso in strage pluriaggravata - dalla finalità di terrorismo e da quella di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa «Cosa nostra» - per la strage di via Palestro del 27 luglio 1993 e in cui persero la vita il Vigile Urbano Alessandro Ferrari, i Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, e Moussafir Driss.

SUPPORTO LOGISTICO - Marcello Tutino avrebbe fornito supporto logistico al gruppo di persone incaricate di compiere la strage, avrebbe inoltre prelevato Gaspare Spatuzza e Francesco Giuliano alla stazione di Milano ed avrebbe partecipato al furto della Fiat Uno poi fatta esplodere, nonché al trasporto dell’esplosivo ed alla sua collocazione nella suddetta auto.

SPATUZZA - L’ordinanza è stata emessa dal gip del Tribunale di Milano, Anna Laura Marchiondelli, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia - Procuratore Aggiunto Ilda Boccassini e Sostituto Procuratore Paolo Storari. Secondo quanto spiegano gli inquirenti, il coinvolgimento di Tutino nella strage (per cui sono già stati condannati altri soggetti, tra i quali il fratello Vittorio) è emerso per la prima volta dalle dichiarazioni di Spatuzza, che hanno trovato vari riscontri; tra essi, le attività investigative svolte tra il 2009 e il 2011 dalla Squadra Mobile di Milano e dal Servizio Centrale Operativo su delega della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, che hanno evidenziato l’esistenza di un legame stretto ed attuale tra Tutino e la famiglia mafiosa dei Graviano, che fu incaricata dai vertici di «Cosa nostra» di organizzare le stragi del 1993/1994.


20 anni fa la strage di via Palestro: commemorazione a Milano (27/07/2013)
 
13 gennaio 2014

L'imputato di truffa aggravata che vigila sulla Rai

Corriere della sera

Il senatore Antonio Scavone,componente della commissione di vigilanza Rai, è rinviato a giudizio con l'accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato e abuso d'ufficio


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Il presidente del Senato Pietro Grasso, Partito democratico, ha nominato come componente della commissione di vigilanza Rai, azienda partecipata dallo Stato, il senatore Antonio Scavone, rinviato a giudizio con l'accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato e abuso d'ufficio. Secondo le ipotesi della magistratura, Scavone, nella qualità di manager dell'Asp catanese, avrebbe avallato il procedimento burocratico che ha consentito di affidare senza gara un appalto milionario alla società partecipata da Melchiorre Fidelbo, marito della senatrice Anna Finocchiaro.
Scavone si difende sottolineando di aver “soltanto trasferito alla Regione l'idea progettuale di informatizzare il Presidio sanitario di Giarre”.

In questo modo però - secondo gli inquirenti - avrebbe favorito l'impresa, tanto che anche il marito della Finocchiaro è imputato nello stesso processo. Scavone è stato anche condannato dalla Corte dei Conti con l'accusa di aver provocato un danno erariale da quasi 400mila euro, si difende sottolineando di aver nominato “i migliori esperti della pubblica amministrazione che hanno portato benefici economici all'azienda”. In Commissione di vigilanza Scavone non è rimasto a guardare, ha presentato un emendamento chiedendo che parte del canone venga destinato alle televisioni private. Resta sempre aperto un interrogativo: è opportuno che un imputato di truffa aggravata ai danni dello Stato vigili su un'azienda dello Stato? Scavone non pensa sia uno scandalo e ripone fiducia nella magistratura.

La videoinchiesta

13 gennaio 2014

Troppe ipocrisie sugli immigrati

Corriere della sera

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La richiesta di Matteo Renzi di inserire la riforma della Bossi-Fini fra i temi del contratto di governo, al di là delle motivazioni del neosegretario del Pd, potrebbe essere una occasione da cogliere per dare basi più razionali alla nostra politica dell’immigrazione. Dobbiamo solo limitarci a tamponare e contenere i flussi migratori o abbiamo bisogno di interventi più attivi e, soprattutto, più selettivi? Una domanda che diventa possibile se ci si lascia alle spalle le ambiguità e le ipocrisie che hanno fin qui dominato il campo. Le ambiguità dipendono dal fatto che sembriamo incapaci, a causa di certe sovrastrutture ideologiche, di decidere una volta per tutte a quale criterio appendere la politica dell’immigrazione: la convenienza oppure l’accoglienza (il dovere di accogliere i meno fortunati di noi)? Troppo spesso i due criteri vengono mescolati, l’immigrazione viene giustificata alla luce di entrambi. Se non che, si tratta di criteri fra loro in contraddizione. Ne deriva l’impossibilità di formulare proposte coerenti. Le ragioni della convenienza sono note: abbiamo bisogno di contrastare l’invecchiamento della popolazione, abbiamo bisogno - almeno se la ripresa economica, come si spera, prima o poi arriverà - di forza lavoro aggiuntiva e di nuovi consumatori.

Ma a queste ragioni, ispirate alla convenienza, ne vengono sovente aggiunte altre di diversa natura, di ordine umanitario (le ragioni dell’accoglienza). I piani si confondono rendendo impossibile fare scelte razionali. L’appello all’accoglienza ha una chiara origine ideologica, nasce dalla confusione, propria di certi cattolici (ma non tutti), e anche di un bel po’ di laici, fra la missione della Chiesa e i compiti degli Stati. È la confusione fra il messaggio evangelico e la politica, fra l’universalismo della Chiesa, che parla a tutti gli uomini, e l’inevitabile particolarismo dello Stato che risponde a un insieme definito di contribuenti. L’accoglienza non può essere il criterio ispiratore di una seria politica statale. Perché si scontra con l’ineludibile problema della «scarsità »: quanti se ne possono accogliere? Qual è il tetto massimo? Quante risorse possiamo mettere a disposizione dell’accoglienza se la vogliamo decente? A chi e a quali altri compiti toglieremo queste risorse?

L’unico criterio su cui è possibile fondare una politica razionale dell’immigrazione, per quanto arido o «meschino» possa apparire a coloro che non apprezzano l’etica della responsabilità, è dunque quello della convenienza , della nostra convenienza . Una volta adottato con franchezza ci consente di porci il problema - che altri Stati si sono già posti - di come selezionare gli immigrati. È evidente che se usiamo il criterio dell’accoglienza non possiamo selezionare. Invece, possiamo, e dobbiamo, farlo alla luce delle convenienze. Di quali immigrati abbiamo bisogno? Con quali caratteristiche, con quali eventuali competenze? Oggi il problema forse non si pone data l’elevata disoccupazione intellettuale giovanile (che resta grave, anche facendo la tara alle statistiche ufficiali che, fraudolentemente, imbarcano fra i disoccupati anche gli studenti).

Però, domani potremmo avere bisogno di importare mano d’opera qualificata, per esempio in settori tecnici lasciati sguarniti dai nostri giovani. In quel caso, una politica dell’immigrazione lungimirante cercherebbe di attirare quel tipo di mano d’opera a scapito di altri tipi. Considerando inoltre che un Paese economicamente avanzato non può permettersi di importare troppa mano d’opera non qualificata. Oltre una certa soglia, non può assorbirla nei mercati legali, finendo così per favorire quelli illegali, gestiti dalla criminalità. Un effetto collaterale di una politica ispirata alla convenienza è che faremmo star bene anche gli immigrati che accogliamo.

E poi ci sono altre considerazioni che dovrebbero entrare nelle valutazioni di chi decide la politica dell’immigrazione. Per esempio, certi gruppi, provenienti da certi Paesi, dovrebbero essere privilegiati rispetto ad altri gruppi, provenienti da altri Paesi, se si constata che gli immigrati del primo tipo possono essere integrati più facilmente di quelli del secondo tipo. È possibile che convenga favorire l’immigrazione dal mondo cristiano-ortodosso a scapito, al di là di certe soglie, e tenuto conto del divario nei tassi di natalità, di quella proveniente dal mondo islamico. Quanto meno, questo dovrebbe essere un legittimo tema di discussione.
Una politica realistica, fondata sulla convenienza, si dovrebbe insomma porre problemi di scelta, di selezione (da monitorare e rivedere nel tempo, alla luce dell’esperienza). Non si tratta di inventare nulla. Altri Paesi hanno già imboccato questa strada.
13 gennaio 2014

Islam a scuola? Meglio un’ora (unica) di religioni

Corriere della sera

In Austria e a Francoforte, per arginare l’estremismo, i bimbi musulmani studiano il Corano in classe. E in Italia? Branca (Università Cattolica): «Sbagliato dividere cristiani e islamici. Impariamo insieme le diverse fedi»

Il precedente è austriaco, e funziona da anni: corsi per insegnanti di religione islamica nella scuola pubblica. Il progetto-pilota dell’Assia, in Germania, raccontato qualche giorno fa dal «New York Times» – che detta gli argomenti anche agli europei – è una realtà già praticata e diffusa su scala nazionale alle porte dell’Italia, appena oltre il Brennero.

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MODELLO AUSTRIACO - Ayşegül Dinckan-Yilmaz, 31 anni, origine turca, è una delle formatrici all’IRPA(in inglese MTTC – Muslim Teachers Training College ). L’Istituto conferisce una regolare laurea in Istruzione, spiega Ayşegül, e dipende dal Consiglio islamico dell’Austria, organismo ufficialmente riconosciuto da Vienna. Per intendersi: i docenti sono pagati dal ministero della Pubblica istruzione. Corsi di teologia islamica, ma anche di pedagogia, didattica e legge. «Durante la pratica – continua –, i nostri studenti cominciano a lavorare con bambini di diverse origini etniche. Gli stessi studenti hanno provenienze varie: molti dalla Turchia, ma anche dai Balcani e dal mondo arabo». In 500 già sono in cattedra, distribuiti per i 50 mila alunni musulmani del Paese: «Sono sempre di più gli allievi che si iscrivono a questi corsi. Ai ragazzi è data la possibilità di imparare la loro religione da specialisti in lingua tedesca e possono usare questa conoscenza per parlare di Islam in tedesco anche con i loro vicini». Enfasi sul dialogo interreligioso: «Abbiamo varie collaborazioni e scambi di docenti, per esempio con l’Istituto di formazione delle chiese cristiane di Vienna».

LA SITUAZIONE IN ITALIA - Immaginabile in Italia? È un modello che si può importare? Il professor Paolo Branca, studioso di Islam della Cattolica di Milano e tra i più noti in Italia, spesso consulente del governo, un’idea di quel che si potrebbe fare da questa parte delle Alpi ce l’ha: «Trasformare l’ora di religione in una lezione sulle religioni». In sintonia con una popolazione scolastica che da tempo non è più omogenea: molti i musulmani, ancora di più gli ortodossi. «La realtà si sta già muovendo da sola in questa direzione». Il 15 per cento dei genitori islamici a Milano non chiede l’esonero per i figli e nella pratica molti insegnanti armati di buona volontà tentano di valorizzare le diversità che incontrano in classe. Di ridiscutere l’ora di religione nel nostro Paese, però, non se ne parla.

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IL RISCHIO ESTREMISMO - E dell’ipotesi di affiancare alle lezioni di cattolicesimo quelle sull’Islam? La spinta al progetto di Francoforte nasce anche dal timore di emarginazione e radicalizzazione dei giovani musulmani. Il caso di una cellula terroristiche turco-tedesca nel 2007, l’allarme dei servizi segreti sul proselitismo salafita, le più recenti segnalazioni di volontari partiti dalla Germania per partecipare al jihad in Siria. Non sono vicende del tutto lontane dall’Italia, e da tempo studiosi come Branca segnalano la necessità di accompagnare la crescita dell’Islam, di non abbandonarla agli scantinati e ai predicatori più estremisti, per evitare deviazioni pericolose. Chi però da noi potrebbe formare gli insegnanti di religione se non esistono istituti superiori di studi islamici e se nelle moschee non c’è personale qualificato in grado di farlo?

L’ORA DI «RELIGIONI» - La questione allora riguarda l’approccio complessivo della cattolica Italia alle confessioni altre. Quanto alle scuole, dal momento che è tutto da inventare, il professore torna sull’idea iniziale e suggerisce di non dividere gli alunni per tradizione religiosa - i cristiani da una parte, i piccoli islamici da un’altra , «sarebbe un passo indietro» -, invitando piuttosto a prendere in considerazione uno studio delle religioni che tenga insieme tutti gli italiani, di ogni fede, fin dalle elementari.

13 gennaio 2014

Bolivia, Hachi da cinque anni aspetta il suo proprietario morto

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

Un cane ogni giorno si reca dove morì lo studente che lo aveva adottato


Cattura
Da cinque anni, con la coda bassa e con il cuore colmo di dolore, un cane si reca quotidianamente all’angolo di una strada della città boliviana Cochabamba dove morì il ragazzo che lo aveva adottato. Lo studente era su un motorino e finì investito da un taxi. Lì si è interrotta la sua vita, ma non il rapporto con quel quattrozampe che era sempre con lui. Per molti era solo un cane randagio che vagava per la strada, ma poi la sua storia si è diffusa e gli abitanti del quartiere hanno voluto dargli anche un nome: Hachi, simile ad Hachiko, famoso cane giapponese la cui storia è diventata famosa in tutto il mondo.

«Il cane e lo studente erano sempre insieme - racconta il proprietario di un negozio lì vicino al “Diario de Yucatan” -. Poi c’è stato l’incidente e il ragazzo è morto durante il trasporto in ospedale. Hachi cammina da un angolo all’altro della strada. All’inizio, quando sentiva un motorino avvicinarsi, abbaiava sperando fosse il suo proprietario. Ora se ne sta spesso in un angolo a singhiozzare».

La storia di questo cane triste ha però commosso molte persone e così in tanti si prendono cura di lui. Al mattino Hachi sa che ha la colazione assicurata dal macellaio, mentre il pranzo gli viene “offerto” da un ristorante o dagli ambulanti del mercato di zona. Molte persone hanno cercato di adottarlo per dargli una casa, ma lui ha sempre rifiutato: una famiglia l’aveva portato nella propria abitazione dall’altra parte della città, ma Hachi poco dopo è riuscito a scappare tornando nel suo solito angolo. La sua fedeltà e nostalgia per quella persona che non c’è più è troppo forte per ricominciare in una nuova famiglia.

twitter@fulviocerutti

Stati Uniti, 350 spicchi di pizza al secondo: gli americani campioni del mondo

Il Mattino


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Roma. Con una media di 13 chili per persona negli Stati Uniti si registra il record mondiale dei consumi di pizza con una quantità che è quasi il doppio di quella degli italiani che si collocano al secondo posto con una media di 7,6 chili a testa. È quanto emerge da una ricerca i della Coldiretti in occasione del «forkgate» scatenato dal neo sindaco di New York Bill de Blasio che ha mangiato la pizza con coltello e forchetta e non con le mani come avviene regolarmente negli Usa, all'uso napoletano. Secondo il rito partenopeo la pizza si piega in quattro e si mangia con le mani. Se in Italia si stima che la pizza generi un fatturato di 10 miliardi di euro con oltre 250mila addetti e 50mila pizzerie, il business negli Stati Uniti è attorno ai 40 miliardi di dollari con il 93 per cento degli americani che la consuma almeno una volta al mese per una media di 350 slice (le tradizionali fettine) al secondo.

 
domenica 12 gennaio 2014 - 13:02   Ultimo aggiornamento: 15:23

Un mese senza sesso o senza smartphone? Il 38% delle donne non vuole separarsi dal cellulare

Il Messaggero


ROMA Pronte a rinunciare al sesso anche per un mese, ma non allo smartphone. Così almeno il 45% delle donne cinesi, seguite dal 39% delle americane eil 38% delle europee. Come si legge in una ricerca condotta dalla società MSL Group in collaborazione con Randi Zuckerberg, sorella di Mark, il fondatore di FacebooK.

CatturaIl rapporto è stato stilato dopo aver inetrvistato oltre 3600 donne di diversi paesi. Le più legate ai loro dispositivi cellulari sono risultate proprio le cinesi, il 45% delle quali ha ammesso che rinuncerebbe a trenta giorni di sesso pur di non separarsi dal suo smartphone. Le più restie le brasiliane, solo 28% preferisce il cellulare all'amore.Come dire che l'ossessione per il “telefonino” è quasi riuscita a scalzare la passione. E la lontananza dall'oggetto, come documenta un lavoro dell'Istituto per lo studio di psicoterapie, può scatenare ansia, depressione, nause, crampi e crisi. Stessi sintomi dei tossicodipendenti.
E se la ricerca fatta con le cinesi fosse uno dei diversi “sintomi” che rivelano un nuovo generalizzato piacere a fare l'amore on line invece che dal vero? Certo è che la dipendenza dal cubersex è in aumento anche da noi: tra il 6 e l'8% degli utenti di Internet. In chi soffre di questa particolare dipendenza,la separazione dallo smartphone porta, secondo gli esperti, ad una vera e totale modificazione dei comportamenti. Un'agitazione che si traduce nella continua ricerca nelle tasche del cellulare, incapacità a parlare con un interlocutore, mancanza di concentrazione.

11 Gen 2014 23:58 - Ultimo aggiornamento: 09:01

Usa, le automobili «ci spiano» Congresso in campo per la privacy

Corriere della sera

Il navigatore e la scatola nera accusati di raccogliere le informazioni degli utenti

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Le telecamere per agevolare le manovre più complicate, la scatola nera per ricostruire gli incidenti, il navigatore satellitare per rintracciare un indirizzo: tutti strumenti utilissimi, che però raccolgono una mole incredibile di dati, informazioni, spostamenti, relativi agli automobilisti, mettendo a rischio la loro privacy. E’ proprio contro quest’eventualità che si sta muovendo il Congresso degli Stati Uniti, dove tra l’altro la scatola nera dovrebbe diventare obbligatoria da settembre.

IL DISEGNO BIPARTISAN - Il New York Times rivela come due senatori - il repubblicano John Hoeven e la democratica Amy Klobuchar - presenteranno nei prossimi giorni una proposta di legge per regolare la gestione di tutti i dati e tutte le informazioni raccolte da dispositivi sempre più sofisticati installati sulle vetture dalle case automobilistiche. In particolare le norme messe a punto dovrebbero limitare i casi in cui i dati possono essere utilizzati e garantire che le informazioni non vengano usate e diffuse senza il consenso degli automobilisti. «Siamo molto preoccupati per la privacy», afferma il senatore Hoeven, riferendosi anche ai mille modi in cui oramai l’intelligence Usa - vedi la Nsa - mette sotto controllo la vita privata di milioni di cittadini. Magari anche attraverso i congegni hi-tech delle automobili.

«SAPPIAMO TUTTO»- Del resto, ad ammettere che le automobili stanno per diventare uno dei posti in cui si è più «spiati» è stato nei giorni scorsi un alto responsabile della Ford, Jim Farley, top manager del settore vendite: «Noi conosciamo chiunque ha infranto la legge, e sappiano quando qualcuno sta per farlo», ha detto al salone delle tecnologie di Las Vegas riferendosi ai dati immagazzinati dalle case automobilistiche grazie all’uso del Gps o di altre strumentazioni. Una dichiarazione che ha suscitato un certo scalpore. Tanto che lo stesso dirigente ha dovuto chiarire: «Comunque, non forniamo i dati a nessuno».

13 gennaio 2014