venerdì 17 gennaio 2014

Il caso Batman non è servito a fermare i Super Vitalizi

Corriere della sera

Quasi 20 milioni di euro di assegni pagati in un anno

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Due mesi, ci sono voluti. Due mesi di lettere e sollecitazioni. Due mesi durante i quali i consiglieri grillini della Regione Lazio, alla richiesta di conoscere l’elenco dei vitalizi si sono sentiti opporre addirittura ragioni di privacy. Alla fine l’hanno spuntata: e la lista è piena di sorprese. Nel dicembre 2013 sono stati pagati 266 assegni: ben 49 in più rispetto a quelli di tre anni prima per una spesa di un milione 635.917 euro. Il che significa 19 milioni 631.004 euro in un anno. Ovvero un terzo dell’intero bilancio regionale. Soprattutto, in quell’elenco ora nelle mani di Valentina Corrado del M5S, presidente del Comitato regionale di controllo contabile, c’è la prova che nulla, dopo la storiaccia di Batman & co., è cambiato, nemmeno per coloro che facevano parte del Consiglio regionale capace di bruciare in un anno 14 milioni di denari pubblici, usati anche per scandalose spese personali. Perché nel 2012 è bastato un piccolo emendamento bipartisan per far saltare la norma del decreto Monti che avrebbe inibito il vitalizio prima dei 66 anni di età e con meno di dieci anni di mandato.

VECCHIE REGOLE, GIOVANI CONSIGLIERI - Il risultato è che ancora adesso nel Lazio c’è chi incassa l’assegno con le vecchie regole, ha cinquant’anni e con una sola legislatura. Durata, per giunta, meno di tre anni. Francesco Carducci, per esempio, capogruppo dell’Udc nel Consiglio regionale dal 2010 al 2013, compirà 51 anni il 13 gennaio prossimo: a dicembre ha avuto diritto a 2.467 euro netti. E poi Isabella Rauti, classe 1962, eletta nel 2010 nel listino Polverini, figlia dell’ex segretario missino Pino Rauti, e consorte dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, nominata a giugno del 2013 da Angelino Alfano consigliere per le politiche di contrasto alla violenza di genere: 2.611 euro. E l’ex assessore all’Ambiente della giunta di Renata Polverini Marco Mattei, 50 anni compiuti lo scorso 29 ottobre: 2.467. Stessa cifra per Paolo Cento (luglio 1962) ex deputato Verde, ex sottosegretario all’economia, «Er Piotta» per gli amici. Circa la metà dei 4.861 che spettano al suo ex collega di partito Angelo Bonelli, di soli venti giorni più giovane ma che in Regione ha fatto due mandati.

ALTRI01F1AA_3162420F1_1455Ancora. A Fabio Desideri (1961), vicepresidente della commissione urbanistica, 2.467 euro. Come pure al suo coetaneo socialista Daniele Fichera. Nella chilometrica lista figurano anche i 3.598 euro del vitalizio di Luciano Ciocchetti, ex assessore e vicepresidente della Regione, classe 1958: coscritto dell’ex governatore Piero Marrazzo, cui di euro al mese ne spettano invece 3.187. C’è poi Laura Allegrini (1960), per due mandati consigliere di An: 4.705 euro mensili. Insieme all’ex presidente pidiellino della Provincia di Frosinone Antonello Iannarilli (3.758 euro). E al cinquantunenne Stefano De Lillo, eletto con Forza Italia e titolare di un assegno da 4.232 euro, il quale ha lasciato il testimone a suo fratello Fabio, alfaniano: uno di quelli che nel nuovo Consiglio regionale possono vantare illustri parentele.

MORTADELLA E CHAMPAGNE - Mai però come Luca Gramazio, figlio di quel Domenico Gramazio, simpaticamente soprannominato «Er Pinguino», passato alla storia per aver divorato in Senato una fetta di mortadella mentre sul suo banco saltavano i tappi di champagne, quando nel 2008 cadde il governo di Romano Prodi. Ex parlamentare di An, Gramazio senior porta a casa 5.895 euro di vitalizio regionale più 4.982 di vitalizio parlamentare, come si ricava dalla lista pubblicata sull’Espresso da Primo di Nicola. Totale, 10.877 euro al mese. Netti. Certo non l’unico a provare l’ebrezza del doppio vitalizio. Un sistema già di per sé assurdo, cui nessuno ha voluto mettere finora mano, che nella Regione Lazio ha prodotto rendite astronomiche a spalle dei contribuenti, complice un meccanismo di conteggio che ha dell’incredibile. Il vitalizio regionale, che dovrebbe essere abolito soltanto dalla prossima legislatura per essere sostituito da una pensione contributiva, si calcola su una base ancora più favorevole di quella del vitalizio parlamentare, e raggiunge il massimo dopo soli 15 anni.

UNDICIMILA EURO AL MESE - Si spiegano in questo modo casi come quello dell’ex missino Giulio Maceratini, che sommando le due pensioni riesce ad arrivare ancora più su di Gramazio, oltrepassando la soglia degli 11 mila euro netti al mese: 11.031, esattamente. Cumulo inarrivabile per tutti gli altri numerosi centauri: l’ex deputato e consigliere regionale della destra Oreste Tofani (10.830), gli ex presidenti regionali socialisti Bruno Landi (7.302), Giulio Santarelli (8.176) e Sebastiano Montali (5.258), l’ex sindaco di Viterbo Rodolfo Gigli (8.032), l’ex capogruppo del Pd in Regione e attuale sindaco di Fiumicino, Esterino Montino (8.565), l’ex onorevole comunista Giovanni Ranalli (8.696), l’ex sindaco di Latina, aennino, Vincenzo Zaccheo (7001), l’ex sindaco di Civitavecchia, democratico, Piero Tidei (5.731), l’ex coordinatore della segreteria Pd, Goffredo Bettini (6.978)...

GIRO DI VITE? - E ci fermiamo qui, in attesa di vedere come andrà a finire la doppia partita che si sta giocando alla Pisana. La consigliera Teresa Petrangolini, fondatrice di Cittadinanzattiva, propone di introdurre per legge un tetto rigido alla possibilità di cumulare il vitalizio con altri emolumenti pubblici, secondo uno schema già adottato dall’Emilia-Romagna. Pare che il governatore Nicola Zingaretti si sia già detto d’accordo: vedremo. Mentre il Movimento 5 Stelle ha presentato un ordine del giorno nel quale chiede un giro di vite sui trattamenti. Compreso il divieto (sacrosanto) di sommare più vitalizi. Nel quale potrebbero incappare in futuro due ex consiglieri già titolari di assegno regionale cui dovrebbe spettare fra qualche anno pure quello parlamentare: il cinquantaquattrenne figlio dell’ex segretario Dc Arnaldo Forlani, Alessandro Forlani (2.755 euro netti) e il cinquantacinquenne nipote di Giulio Andreotti, Luca Danese (3.187 euro).


17 gennaio 2014

Canone tv, scontro Rai-Sky sugli evasori

La Stampa

antonio pitoni

Viale Mazzini ai rivali: dateci i nomi dei vostri abbonati. Ma la risposta è no: non violeremo la privacy dei clienti


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Nella guerra ancora aperta del criptaggio dei programmi di punta Rai sulla piattaforma satellitare di Sky, l’ultima battaglia si gioca sul do ut des proposto al colosso di Rupert Murdoch dal dg di Viale Mazzini, Luigi Gubitosi. Pronto da «domani mattina» a interrompere l’oscuramento delle trasmissioni della Tv pubblica «a patto che la pay tv ci sostenga» nella «battaglia di civiltà» contro «chi inganna noi e il Fisco evadendo il canone».

Un patto di non belligeranza, insomma, che ha acceso i riflettori sulla banca dati dei 4,76 milioni di abbonati (a giungo 2013). Tra loro, secondo uno studio riservato della Rai, si anniderebbe un 25% di evasori (circa un milione 190mila soggetti) del canone Rai che Viale Mazzini vorrebbe stanare con l’aiuto dell’emittente satellitare per recuperare tra i 120 e i 130 milioni di gettito. Proposta cestinata e respinta al mittente: «Sky non violerà mai la privacy dei propri abbonati.

La richiesta della Rai di avere accesso alle informazioni sensibili degli abbonati Sky per verificare il pagamento del canone è quindi irricevibile». Non solo. «È inoltre a dir poco sorprendente – prosegue il j’accuse della tv di Murdoch – che questa richiesta sia la condizione per porre fine ai criptaggi dei programmi Rai sui decoder Sky, visto che già due sentenze, del Tar del Lazio (del 2012) e del Consiglio di Stato (del 2013), hanno ribadito che l’azienda televisiva di servizio pubblico deve rispettare il principio di universalità, di neutralità tecnologica e di non discriminazione».

Fonti Rai precisano, tuttavia, a La Stampa la posizione di Viale Mazzini: «Nessuna violazione della privacy. Noi non chiediamo di accedere alla banca dati degli abbonati Sky. Ma, ricordando che il canone Rai è una tassa che si paga per il solo fatto di possedere un televisore, a Sky chiediamo non di aiutare la Rai, ma di verificare se, tra i loro abbonati, ci sono situazioni fuori legge. In caso affermativo non dovrebbero certo venire a dirlo a noi». E allora a chi? Direttamente al Fisco denunciando i propri clienti? «Riteniamo – concludono da Viale Mazzini – che da parte di Sky sarebbe corretto esercitare, per lo meno, una sorta di moral suasion sugli abbonati che non dovessero risultare in regola con il canone».

Ma se la Rai prova ad edulcorare il senso della proposta di Gubitosi, la questione non tarda ad esplodere oltre i cancelli di Viale Mazzini, diventando subito un caso politico. «Mi auguro che non sia vero, perché se la richiesta della Rai fosse confermata, non ci sarebbe neppure bisogno di un nostro intervento – mette in chiaro il segretario della commissione di Vigilanza, in quota Pd, Michele Anzaldi –. Contro quella che si prefigurerebbe come l’istituzione di una sorta di lista di proscrizione interverrebbe direttamente il garante della Privacy».

Il collega di partito Ernesto Magorno, ha già annunciato l’invio di una lettera al presidente Antonello Soro. «Paradossalmente la questione andrebbe ribaltata. E’ Sky che sarebbe legittimata a dire alla Rai: visto che il criptaggio è illegittimo, smettetela di oscurare i vostri programmi e io non vi chiedo i danni – ironizza Anzaldi –. A Viale Mazzini dovrebbero farsi un esame di coscienza e chiedersi come mai la gente fa la fila per abbonarsi a Sky mentre il canone Rai è considerato la tassa più odiata dagli italiani». 

No al cognome della bisnonna: «Sforza? Troppo famoso»

ELag - Ven, 17/01/2014 - 07:15


L'importanza di chiamarsi «Sforza». Troppa importanza. Ed è per questo che al signor Alessio Ugenti è stato proibito di aggiungere al proprio congnome quello della bisnonna, che all'anagrafe faceva proprio «Sforza». L'aveva chiesto per «ragioni di affetto verso gli antenati». Macché. Gliel'ha vietato prima il ministero dell'Interno, poi il tribunale amministrativo a cui l'uomo aveva presentato ricorso contro la decisione del Viminale. Morale, il signor Alessio dovrà accontentarsi di un meno nobile - ancorché rispettabilissimo - «Ugenti». E stop.

Il Motivo? Lo spiegano i giudicidi via Corridoni nella sentenza depositata in questi giorni. Il rischio - si legge - è che «l'uso autorizzato dell'illustre cognome “Sforza” avrebbe potuto indurre chiunque in errore circa l'effettiva discendenza del signor Alessio Ugenti, ciò concretando la potenziale percezione di non spettanti vantaggi». Insomma, chiamarsi «Sforza» a Milano fa sempre un certo effetto. E siccome il signor Ugenti è nato proprio a Milano e vive nell'hinterland, «risulta evidente il rischio di confusione con la famiglia Sforza: cognome che evoca Francesco, duca di Milano, sposato con Bianca Maria Visconti, da cui nacque Galezzo Maria, anch'egli duca di Milano, il quale, dall'unione con Bona di Savoia generò Gian Galeazzo Maria, ma anche la figlia illegittima Caterina, madre del condottiero rinascimentale Giovanni di Giovanni delle Bande Nere». Insomma, un nome così non è da tutti. E non lo è per il signor Alessio. Alla faccia della bisnonna.

Un documento di 400 anni fa potrebbe riscrivere la storia dell’Australia

La Stampa

enrico caporale (agb)

Un manoscritto portoghese del XVI esimo secolo, raffigurante un canguro, dimostrerebbe che la scoperta del Paese sia avvenuta molto prima del 1770



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L’olandese Willem Janszoon potrebbe non essere stato il primo europeo a sbarcare in Australia, nel 1606. Già in passato erano state avanzate ipotesi su esplorazioni precedenti, che riguardavano soprattutto navigatori portoghesi. Dipinti su roccia, monete e mappe antiche avrebbero dovuto sostenere questa teoria, ma si era sempre trattato di prove non accettate dalla maggioranza degli storici.

In ogni caso era opinione comune ritenere che l’Australia fosse stata scoperta nel 1770 da James Cook, luogotenente (successivamente capitano) della Royal Navy. Ora un manoscritto portoghese, rappresentante quello che a molti studiosi appare come un canguro, potrebbe riscrivere la storia. Il disegno risale a un periodo che va dal 1580 al 1620 e, se vero, dimostrerebbe che a quell’epoca qualcuno aveva già conosciuto il tipico animale australiano. Il documento, che contiene il testo o la musica per una processione liturgica, è stato acquistato di recente da “Les Enluminures Galley” di New York , che lo ha stimato per una valore di 15.000 dollari (9.174 euro) . In precedenza apparteneva a un commerciante di libri antichi portoghese .

Laura Luce, ricercatrice presso la galleria di New York, ha riferito al giornale “The Age Australia” che “il canguro, o wallaby, è la prova inconfutabile che chi l’ha disegnato è stato in Australia molto prima di Janszoon o Cook e, cosa ancora più interessante, che studi sul nuovo mondo erano presenti in Portogallo già da parecchi anni.” Il manoscritto raffigura anche due uomini seminudi vestiti soltanto con corone di foglie, quasi certamente aborigeni.

Ma non tutti la pensano come Laura Luce. Secondo il dottor Martin Woods della “National Library of Australia” “potrebbe trattarsi di un altro animale del sud-est asiatico, come una particolare specie di cervo capace di alzarsi sulle zampe posteriori per nutrirsi dai rami più alti “ . Per altri, infine, il manoscritto potrebbe risalire a un periodo successivo allo sbarco di Janszoon, non dimostrando pertanto nulla di nuovo rispetto agli studi precedenti. Il dibattito resta aperto. Intanto, per chi lo volesse vedere, il canguro tanto conteso sarà presto visibile presso la nota galleria newyorkese. 

A Lucera la strada più stretta d'Europa

Corriere del Mezzogiorno

«Strada Ciacianella» larga appena 45 centimetri. Considerata una scorciatoia per arrivare in Cattedrale


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LUCERA (Foggia) - Con i suoi 45 centimetri di larghezza è considerata la strada più stretta d'Italia e d'Europa. Si tratta di «Vico Ciacianella», in pieno centro storico a Lucera, ad una ventina di metri dalla cattedrale. Un vicolo molto frequentato dai residenti del paese di Federico II anche perché è una specie di scorciatoia per raggiungere la piazza adiacente la chiesa madre. Un vicolo nato dopo la costruzione dei due palazzi che sorgono ai lati della strada: i proprietari degli edifici non si misero d'accordo sulla distanza tra le costruzioni e fecero sorgere i palazzi molto vicini.



 

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IL DEGRADO - Un vicolo molto conosciuto dai lucerini e, purtroppo, secondo i residenti della zona abbandonato all'incuria e al degrado: alcuni lo utilizzano come luogo per le deiezioni. Una stradina che risalirebbe alla fine dell'ottocento: e, stando ai racconti, dei più anziani il nome del vicolo deriverebbe proprio dal soprannome di una signora "Ciacianella" che viveva in una delle piccole abitazioni al piano terra che si trovano a ridosso della viuzza.

16 gennaio 2014

Datagate, così l’Nsa spiava 200 milioni di sms al giorno

La Stampa

Raccolti dati di ogni genere: dai numeri della rubrica telefonica alle password per i social media fino ai dettagli delle carte di credito


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Il Datagate non smette di sorprendere. L’ennesimo capitolo della più grande fuga di notizie della storia, targata Edward Snowden, parla di una National Security Agency americana (Nsa) capace di intercettare e raccogliere ogni giorno circa 200 milioni di sms scambiati in tutto il mondo con i telefoni cellulari. A rivelarlo sono due media britannici, il Guardian e Channel 4 News, che sottolineano come i messaggi di testo raccolti vengano utilizzati dagli 007 per carpire dati di ogni genere: dai nomi e i numeri presenti sulla rubrica telefonica alle password per i social media, dai piani di viaggio personali fino ai dettagli delle carte di credito. Una mole di dati a cui attingerebbero anche i servizi di sua maestà, che a quanto pare hanno quasi libero accesso agli immensi database dei colleghi americani.

Insomma, l’azione dell’intelligence Usa sembra davvero non avere limiti. E l’ennesima rivelazione arriva alla vigilia dell’annunciata stretta della Casa Bianca sui poteri della Nsa, con Barack Obama che nelle prossime ore presenterà le sue proposte sulla base del lavoro compiuto dalla task force di esperti costituita da lui stesso la scorsa estate, quando il Datagate scoppiò come un fulmine a ciel sereno, mettendo in grande imbarazzo il presidente americano e tutta la sua amministrazione. In particolare il programma `Dishfire´ - questo il nome in coidice - permette alla Nsa di localizzare milioni di persone e di scoprirne i segreti più nascosti, spiandone gli sms. Un’azione così invasiva che non mancherà di creare nuove polemiche, aumentando le pressioni sull’amministrazione americana da parte della comunità internazionale. Pressioni perché si ponga un freno reale a un’attività dell’intelligence Usa che sembra finita fuori controllo.

Intanto dal quartier generale della Nsa a Fort Meade, in Maryland, la linea difensiva è sempre la stessa: è falso le operazioni condotte dall’agenzia siano indiscriminate e slegate dalle indagini in corso per combattere e sventare la minaccia del terrorismo. Obiettivi di `Dishfire´ come di tutti gli altri programmi targati Nsa - è la tesi - sono solo persone sospette. Ma è uno dei documenti in mano al Guardian a dare ancor di più la dimensione della vastità dei dati raccolti. Così tanti che in un memo interno all’agenzia di intelligence si raccomanda agli analisti di restringere le loro ricerche a non piiu’ 1.800 numeri telefonici al giorno. 

Gli imputati parlano napoletano stretto il giudice nomina un interprete perchè nessuno riesce a capirli

Il Mattino


ANCONA - Gli imputati parlano in un dialetto napoletano troppo stretto. Processo per usura ed estorsione ad Ancona rinviato perché serve un interprete che traduca dal dialetto napoletano all'italiano. E' successo ieri in Tribunale quando è stata rinviata un'udienza penale dopo che il perito, incaricato di trascrivere le intercettazioni telefoniche, ha chiesto l'assistenza di un interprete. Di certo non un fatto rituale perché, di solito, l'interprete viene convocato solo nel momento in cui si deve tradurre da una lingua straniera. Peccato che in questo caso la lingua, anzi il dialetto, da tradurre è quello napoletano.


20140116_tribunaleIl perito, di Padova, ha fatto tutto il possibile, fino quando non ha alzato bandiera bianca. Ma non sarebbe bastato far ascoltare le registrazioni ad un qualsiasi pubblico ufficiale di origini campane? Tutto inutile. Ancora prima che le intercettazioni arrivassero al perito, i carabinieri avrebbero provato a sottoporre i documenti audio a dei colleghi napoletani, ma non ci avrebbero capito nulla neppure loro. Troppo stretto il dialetto e troppo circoscritta la zona geografica della parlata di quelli che poi sono
diventati imputati. Fatto sta che quelle intercettazioni telefoniche sono oggi fondamentali in un processo che vede una serie di napoletani (tra cui Antonio, Giovanni e Immacolata. Piccirillo, ritenuti gli imputati più importanti), accusati di estorsione e usura a danno di alcuni commercianti e imprenditori del senigalliese.

Un capo d'accusa aggravato dal metodo mafioso e che si riferisce a dei fatti accaduti dal 2006 al 2008 circa. Secondo il pm, gli imputati avrebbero tentato di dare il via ad una serie di affari a Senigallia, proponendosi come dei finanziatori, chiedendo poi un ritorno con degli interessi molto alti. Nel mirino dei malviventi tutta una serie di attività private e piccoli commercianti. Un'attività illecita che ha portato i carabinieri di Senigallia ad intervenire dopo una serie di fatti. In primis un furto a danno di un piccolo market. Secondo gli investigatori, quel colpo sarebbe stato fatto dai presunti strozzini come vendetta contro il titolare del supermercato, che non avrebbe pagato dei soldi che gli erano stati prestati. La cosa più clamorosa però sarebbe successa successivamente, quando un pesante litigio in cui erano coinvolti alcuni imputati avrebbe attirato l'attenzione di alcuni residenti che hanno chiesto l'intervento dei militari senigalliesi. Da lì sono partite le indagini, che oggi hanno bisogno di un interprete molto specializzato.

 
giovedì 16 gennaio 2014 - 19:04

Usa, cocktail letale per un condannato Muore dopo 13 minuti di urla strazianti

La Stampa

L’esecuzione avvenuta per la prima volta in Ohio, ha sconvolto l’America


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Per la prima volta nella storia d’America è stato utilizzato un cocktail di due sostanze per uccidere un condannato a morte. Il boia del carcere di Lucasville, in Ohio ha iniettato nelle vene di Dennis McGuire, bianco, 53 anni condannato di stupro e omicidio aggravato, un composto formato da un sedativo, il Midazolam, e Hidromorphone, una morfina molto. La sua atroce agonia è durata 13 minuti, tra le urla, provocando un’ondata di sdegno in tutto il Paese e forti proteste da parte degli abolizionisti e dei difensori dei diritti umani che puntano il dito contro quella che hanno bollato come una crudele tortura. Con un metodo che produce al condannato la stessa sensazione di una «prolungata mancanza d’aria».

Si tratta di una esecuzione, la terza del 2014, che farà molto discutere: da anni ogni tipo di condanna a morte con questo tipo di metodo era stata sospesa, in seguito alla decisione delle case farmaceutiche europee di non fornire più l’America con i loro barbiturici. Così, le carceri americane avevano esaurito le scorte. Ma in Ohio, il dipartimento dell’amministrazione carceraria ha aggirato il problema approvando tempo fa un emendamento che ha autorizzato il ricorso al Midozilam, un composto mai utilizzato in precedenza.

Immediate le critiche di chi da anni si batte contro la pena di morte e soprattutto da parte dei legali di McGuire, tenuto conto che prima di spirare ha urlato per circa 13 minuti in una sala senza finestre, nella Southern Ohio Correctional Facility. Secondo alcuni testimoni citati dai media locali, questa tecnica ha provocato «intenso dolore e panico» facendo provare al condannato la sensazione di una «prolungata mancanza d’aria».

L’uomo, nel 1989 aveva violentato e ucciso Joy Stewart, una donna incinta di otto mesi. Condannato a morte nel 1999, rimarrà nella triste storia della pena capitale per essere stato ucciso con un metodo che da molti anni divide profondamente l’opinione pubblica americana. Tanti abolizionisti ricordano oggi che con l’iniezione letale utilizzata nelle esecuzioni nel passato, non s’era mai visto che un condannato soffrisse così tanto, urlando o soffocando per lunghissimi 13 minuti, come accaduto oggi. E anche l’associazione Nessuno Tocchi Caino scende in campo: «è la riprova che non esiste un metodo `umano´, dolce e indolore di eseguire la pena di morte».

Lo stesso giudice federale che ha mandato a morte Dennis ammette che s’è trattato di un esperimento. Su richiesta dei legali di McGuire, la stessa Corte ha stabilito che venissero messi agli atti anche le confezioni del cocktail letale, le siringhe e le foto dell’esecuzione. Ma non si tratta di un’inchiesta formale, legata al caso specifico: il punto di diritto cruciale per chi chiede la messa al bando di questo metodo è convincere la Corte dell’Ohio della sua `crudeltà. La Costituzione americana, in particolare il suo ottavo emendamento, esclude infatti ogni sanzione penale che sia «crudele e inusuale».

Detto questo, come ricorda il ´Death Penalty Information Center’, il ricorso alla pena di morte negli States è in continuo calo. Nei 32 stati che ancora l’adottano, nel 2013 ci sono state 79 condanne a morte da parte del giudice, circa il 10% in meno dell’anno prima e 39 esecuzioni, il numero più basso degli ultimi 14 anni, dopo il picco del 1999 con 98 persone uccise dal boia. Inoltre, secondo tutti i sondaggi cresce, anche se è ancora minoritaria, la percentuale degli americani che preferirebbero l’ergastolo alla pena di morte.

In mano ai taleban da 5 anni L’America ritrova il suo sergente

La Stampa

francesco semprini

In un video Bowe Bergdahl, l’unico prigioniero di guerra Usa



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Da quasi un lustro il sergente dell’Esercito degli Stati Uniti, Bowe Bergdahl, è prigioniero dei taleban. Fu catturato nel giugno del 2009, al termine di un turno di guardia in un remoto avamposto della provincia di Paktika, nel sud-est dell’Afghanistan. Ad oggi è l’unico prigioniero di guerra americano in tutto il Pianeta, e di lui non si avevano immagini da circa tre anni. Sino a quando, pochi giorni fa, le autorità militari americane sono venute in possesso di un video le cui immagini confermano che il sergente è ancora vivo. Dal filmato, realizzato sembra il 14 dicembre 2013, Bergdahl appare in precarie condizioni di salute a causa della sua lunga detenzione nelle mani del gruppo Haqqani, ovvero gli affiliati dei taleban in Pakistran, ma non è chiaro dove sia il luogo di detenzione.

«La vicenda del sergente Bowe Bergdahl si è trascinata troppo a lungo e noi continuiamo a lavorare alacremente per giungere a una sua liberazione in tempi rapidi», ha spiegato un portavoce del Pentagono. Nel maggio 2012, il governo americano aveva confermato pubblicamente di aver avviato un negoziato con i taleban per la liberazione di Bergdahl, ma da allora le trattative sono state assai discontinue e non hanno portato a nessun risultato di fatto. Soprattutto per la preoccupazione da parte americana che consegnare prigionieri in cambio della liberazione del sergente avrebbe voluto dire permettere loro di tornare a combattere contro le forze alleate.

Poi il cambio di rotta, circa un anno fa, quando la Casa Bianca ha annunciato che era disposta a inviare cinque detenuti in Qatar, dove era stata aperta un rappresentanza diplomatica taleban, in cambio di Bergdahl. Non è chiaro quali sviluppi abbia avuto quell’annuncio, né se il video del sergente giunto in questi giorni sia un segnale di svolta. «Non possiamo fornire informazioni dettagliate sullo stato della trattativa o su quali passi stiamo compiendo. - prosegue il portavoce della Difesa Usa - Ma è fuori discussione che ogni giorni ci adoperiamo, con ogni strumento e mezzo militare di intelligence o diplomatico, affinché il sergente Bergdahl faccia ritorno a casa sano e salvo».

Chi è sempre stato convinto di poter riabbracciare il militare, è la sua famiglia originaria dell’Idaho. «Come abbiamo fatto tante volte in questi quattro anni e mezzo, chiediamo ai rapitori di rilasciare Bowe sano e salvo così che possa riunirsi ai suoi genitori», spiegano in una nota. Lo scorso anno i Bergdahl avevano ricevuto una lettera da parte del figlio – che al momento del rapimento aveva 23 anni – attraverso la mediazione della Croce Rossa. E proprio al figlio si rivolgono in un nuovo accorato appello: «Bowe, se sei in grado di sentire questo messaggio, ti chiediamo di continuare ad essere forte e sopportare ancora per un po’ questa situazione. La tua capacità di resistere ti porterà al traguardo».

Garlasco: Cassazione assolve Alberto Stasi dall’accusa di pedopornografia

Corriere della sera

Era stato condannato a 30 giorni convertiti in 2.540 euro di multa

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Assolto dalla Cassazione «perché il fatto non sussiste»: questo il dispositivo della Cassazione con il quale l’ex studente della Bocconi Alberto Stasi, nuovamente sotto processo con l’accusa di aver ucciso a Garlasco la sua fidanzata Chiara Poggi, esce pulito dal processo che lo aveva condannato per detenzione di materiale pedopornografico. In primo grado, il tribunale di Vigevano, il 13 febbraio 2012 gli aveva inflitto 30 giorni di reclusione poi commutati dalla Corte di appello di Milano, lo scorso 14 marzo, nella multa di 2.540 euro di cui 1.140 in sostituzione della pena detentiva.

DEDUZIONI - È un successo per il professor Angelo Giarda che ha difeso Stasi e che nella sua arringa, innanzi agli ermellini, aveva battuto il tasto sul fatto che quelle immagini non scaricate e dunque non visionate dall’ex bocconiano «non possono essere in alcun modo il movente» per spiegare l’uccisione di Chiara. Il Sostituto procuratore generale della Cassazione Sante Spinaci, nella sua requisitoria, aveva chiesto la conferma della condanna dell’imputato ritenendo «non fondati» i motivi di ricorso.

SOFTWARE - Tuttavia il Pg non aveva nascosto che il ragionamento alla base del verdetto di condanna seguiva un percorso «deduttivo» piuttosto che basato su prove certe, in base al quale il ritrovamento sul pc di Stasi di alcune immagini pedopornografiche presupponeva che poi fossero state caricate sul disco esterno. Giarda, facendo breccia nel Collegio giudicante aveva messo in evidenza come il pc di Stasi «non avesse il software necessario per scaricare quei file, dal momento che non aveva l’applicazione E-mule ma solo il programma Morpheus, non adatto per scaricare i video. «Manca la prova che Stasi li abbia scaricati - ha rilevato il suo difensore - e manca dunque l’elemento costitutivo del reato che si perfeziona solo quando sia completata la visibilità del materiale pedopornografico». Per Giarda la condanna dell’ex bocconiano «è una macroscopica violazione di legge» anche perché la stessa perizia «non ha accertato lo scaricamento» delle immagini incriminate che sarebbero soltanto «frammenti di un contenuto molto più vasto di tipo pornografico» la cui visione e detenzione è, però, lecita. Tra circa un mese potrebbero essere pronte le motivazioni della decisione di questo verdetto estese dal consigliere Vincenzo Pezzella. Il Collegio è stato presieduto da Alfredo Teresi.

Alberto Stasi all'uscita dalla Cassazione (05/04/2013)

(Fonte: Ansa)
16 gennaio 2014 (modifica il 17 gennaio 2014)

Datagate, così l’Nsa spia anche i computer spenti

La Stampa

paolo mastrolilli

Infiltrata in centomila Pc in tutto il mondo. Ma Obama prepara la stretta



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La National Security Agency si è infiltrata in circa centomila computer in tutto il mondo, e può controllare la loro attività anche quando non sono collegati a Internet, usandoli poi per lanciare attacchi digitali. È l’ultima rivelazione di questo lungo scandalo, che arriva proprio alla vigilia del discorso con cui domani il presidente Obama annuncerà i cambiamenti e i limiti decisi per lo spionaggio elettronico. Il programma «Quantum» è stato scoperto dal «New York Times» e funziona dal 2008. Si basa sull’inserimento di sistemi di ascolto all’interno dei computer, ad esempio usando le connessioni Usb.

Questi strumenti poi inviano le informazioni raccolte a stazioni chiamate Nightstand, che stanno dentro una valigetta e si possono trovare fino a otto miglia di distanza dal target. Queste stazioni inviano poi le informazioni negli Stati Uniti, e possono spedire programmi di malaware dentro i computer che intendono colpire. Grazie a un sistema di onde radio, il controllo può avvenire anche quando le apparecchiature prese di mira sono spente e non collegate alla rete. Non solo: la tecnologia si è così evoluta nel giro di appena sei anni da consentire di effettuare lo spionaggio in remoto anche senza piazzare fisicamente gli strumenti di ascolto nei computer presi di mira.

Secondo l’intelligence Usa, questa capacità è stata sviluppata soprattutto per rispondere alla Cina, che aveva penetrato i sistemi americani tanto per carpire informazioni di natura economica e industriale, quanto per lanciare attacchi digitali. Il programma «Quantum» infatti ha preso di mira soprattutto strutture come la Unit 61398 di Shanghai, sospettata di essere la base da cui l’esercito lancia gli assalti cibernetici agli Stati Uniti. La Nsa ha creato almeno due centri dati nel territorio di Pechino, usando probabilmente compagnie legittime per avere copertura.

La stessa tecnologia, però, è stata impiegata con successo per penetrare i network dei militari russi, i sistemi usati dalla polizia messicana e dai cartelli del narcotraffico, le istituzioni commerciali dell’Unione Europea, e Paesi impegnati nella lotta al terrorismo come Arabia Saudita, India e Pakistan. Sistemi analoghi sono stati impiegati nell’operazione Stuxnet, con cui furono bloccate mille centrifughe del programma nucleare iraniano, inviando un malaware ai computer.

Washington giustifica queste operazioni con la necessità di difendersi, più che attaccare. Dice di impiegarle per la sicurezza nazionale, in particolare contro il terrorismo, a differenza della Cina che le usa anche per obiettivi economici. Pechino risponde che le attività economiche fanno parte della sicurezza nazionale. L’intera questione sarà al centro del discorso che Obama terrà venerdì mattina, per annunciare le sue decisioni sulla riforma dello spionaggio digitale dopo il caso Snowden. Secondo le anticipazioni che circolano, il presidente sceglierà la via del compromesso per placare le reazioni internazionali, senza però sacrificare programmi giudicati indispensabili per la sicurezza dell’America.

Il capo della Casa Bianca intende limitare l’accesso a tappeto ai dati telefonici; offrire ai cittadini stranieri, e soprattutto ai leader degli altri governi spiati, le stesse garanzie di privacy riconosciute agli americani; creare una posizione di «Public Advocate», incaricato di difendere i cittadini e rappresentare i loro interessi davanti al tribunale segreto che gestisce queste intercettazioni.

Nello stesso tempo, però, Obama avrebbe rifiutato alcune delle raccomandazioni più estreme ricevute, come quella di lasciare tutti i dati alle compagnie di telecomunicazioni, obbligando l’intelligence a chiederli caso per caso in maniera specifica. Inoltre il presidente non ha accettato di imporre alle agenzie di domandare ai giudici il permesso per qualunque azione di spionaggio digitale, perché sarebbe una soluzione poco pratica e capace di compromettere le operazioni.

Le mille eredità della Grande Guerra Torna “Europa”, in sei lingue diverse

La Stampa

marco bardazzi

Un inserto in edicola con La Stampa e con altri cinque grandi quotidiani europei per scoprire come il conflitto di 100 anni fa ha cambiato anche le nostre vite



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hanno in comune il movimento operaio e le armi chimiche? La chirurgia plastica e i partiti “democratico-cristiani”? In apparenza niente, ma in realtà hanno tutti radici comuni in un ben preciso evento storico: la Prima Guerra Mondiale. A 100 anni dal conflitto che cambiò il volto all’Europa e al mondo, La Stampa e altri cinque grandi giornali partner nel progetto “Europa” vi guidano alla scoperta delle molteplici eredità che ci ha lasciato la Grande Guerra. In sei paesi e in sei lingue diverse, “Europa” offre un viaggio ragionato nelle memorie del conflitto, nei luoghi dei combattimenti di allora, ma anche nelle aule scolastiche di oggi, per scoprire che cosa si insegna su quegli eventi di cento anni fa. Il tutto accompagnato dalle riflessioni di Christopher Clark, storico di Cambridge e tra i massimi esperti mondiali sulla Grande Guerra.

Nell’inserto di 16 pagine che La Stampa presenta in edicola con il giornale del 16 gennaio, trovate una serie di reportage tra cui un viaggio di Domenico Quirico tra le memorie di Sarajevo, città-simbolo del Novecento, e un racconto di Michele Brambilla sulle vicissitudini del fronte del Piave. Ad arricchire lo speciale sono poi le mappe dei luoghi di combattimento realizzate da Matteo Pericoli e uno straordinario reportage fotografico di Luca Campigotto sulle montagne delle grandi battaglie degli Alpini. “Europa” è un progetto lanciato nel 2012 da La Stampa in collaborazione con Le Monde (Francia), El País (Spagna), Süddeutsche Zeitung (Germania), The Guardian (Gran Bretagna) e Gazeta Wyborcza (Polonia).



Sarajevo, terra rossa di sangue dove l’Europa è morta due volte
La Stampa

domenico quirico

Viaggio nei Balcani: nel 1914 scoppiò la guerra, oggi “pensano tutti al passato”



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Qui l’Europa è morta, due volte. A Sarajevo. Questa è una terra rossa di molto sangue. Il 28 giugno 1914 bastarono due colpi di pistola, non sembra niente; e poi, venti anni fa, ma furono mille giorni in cui barbari versarono sangue come se fosse acqua. Sì, fino a noi è colato il veleno di Sarajevo. Questo è il cuore di tenebre, da allora la coscienza europea rantola sotto le macerie del suo universo. Bisogna venire qui, nei Balcani, per capire gli ottusi egoismi che l’hanno assassinata: in questo campo d’armi sconfinato per l’urto tra popoli avversi, non solo tra eserciti. La guerra, che migliora i buoni, avvilisce i deboli, animalizza i malvagi. Ed esalta ogni realtà umana.

Eppure questa città esorbitante annunziatrice dello sfacelo universale è placida, grigia e gialla distesa a ventaglio su ripide montagne, son grappoli ingarbugliati di casupole, accozzaglie di tetti minuscoli, una trama troppo intricata per poterla distinguere, dove svettano solo le cupole bulbose della cattedrale ortodossa e i minareti lanciati in alto come giavellotti. I muezzin non lanciano più la loro vibrante cantilena. Ma non lontano da qui, a Gornia Maucia, ci sono i vehabi, barbuti fondamentalisti, che vivono con la sharia. Nella nubecola grigia sospesa a festone tra monte e monte che l’avvolge la montagna boscosa sembra raccogliere il tepore di tutto il giorno, conservare per questi uomini che ne hanno tanto bisogno la bontà della natura.

Sì, la montagna stende le braccia e avvolge le case. Ma è nella periferia grigia, lugubre, che a poco a poco si infervora inizia a palpitare e dopo qualche gesto inatteso diventa viva, che conti ancora, dopo anni, le ferite di Sarajevo: nei palazzoni immensi di cemento sfibrato, e ti vien voglia di passarci le mani, sfiorarle ad una ad una, le cicatrici delle bombe e della mitraglia, sulle cuciture fatta alla svelta, da poveri, con mattoni diversi, che da lontano sembrano croste. Nella via principale piccoli mendicanti ti inseguono con tenacia, davanti al cippo dei caduti, nella via del maresciallo Tito, scugnizzi impudenti si scaldano beffardi al fuoco degli eroi. Al mercato dei martiri, a Markale, tutto è nascosto, anche la lapide con i nomi delle vittime, dalle casse di arance e di verdure. Contro questa serenità che già ricopre le tragedie qualcosa dentro di noi protesta come se l’oblio non fosse una legge di natura per lasciarci vivere ma una voluta ingiustizia degli uomini.


Era una città che non aveva nazione, ma le comprendeva tutte, come accade talora per miracolo nella Storia, ognuna con la propria razza, i propri costumi la propria lingua. Oggi non esiste più, e furono quegli spari, cento anni fa che l’hanno uccisa. Scelgo due luoghi per ricordare, entrambi lungo il corso della Miljiacka che manda, nell’acqua, deboli bagliori come di ottone antico. In questo angolo, nell’estate sciagurata di cento anni fa, il fato per un vertiginoso attimo depose le sorti del mondo nelle mani del tutto inaffidabili di un piccolo studente serbo, tubercolotico e forsennato, che uccise l’erede di un impero millenario. Una data che da allora non significò più un giorno del calendario, ma un imperioso richiamo alla fine e all’inizio di opposti periodi.

C’è un piccolo museo all’angolo fatale, uno dei pochi aperti della città: negli altri piove dentro, hanno tagliato i finanziamenti in questo affanno di corruzione, di avidità di riguadagnare il tempo perduto con il socialismo e la guerra dissennata. Pochi oggetti, scarne diciture che non restituiscono niente dell’immensità tragica di quel gesto e delle conseguenze. Eppure… È irraggiungibile la fuga delle idee, come queste si tramutino qui in rappresentazioni, è misterioso il velocissimo meccanismo: le colonne dei giovani falciati dal maglio insanguinato della Morte diventata industriale, una generazione intera, il fiore dell’Europa spazzata via dalla guerra che stette ferma nelle trincee per anni e imputridì come le acque, l’abbaiare dei nazionalismi e dell’odio etnico.

Qui, in questo canto, è iniziato il secolo infelice, è stato uccisa la idea che il male è radicato nel mondo, che, certo, è impossibile forse levarlo del tutto ma che è bello e consolatore combattere per il bene; che, sì, il progresso è inevitabile e l’egoismo, alla fine, sarà piegato dalla generosità. Sono sbocciati il sibaritismo della vendetta e le accuse irremissibili. Sarà per questo che un anniversario ancora divide. Dal 19 al 21 giugno si terrà un grande convegno, ma ci saranno alcuni Paesi come la Serbia, che ne ha organizzato un altro con la Francia (la vecchia alleanza dei giorni di Sarajevo si rinnova). A Belgrado tutto è vissuto con grande fervore nazionalistico, non vogliono che l’eroe Gavrilo su cui fioriscono spettacoli e libri, venga descritto come terrorista colpevole del Grande Massacro.

Husnija Kamberovic, direttore dell’istituto storico che organizza il convegno è un uomo mite, un modo di parlare cordiale, consueto, eppur denso di dottrina, di quelli che gli scolari amano, non brancola scoraggiato nel labirinto minotaurico di queste opposte interpretazioni: «Qualcuno si è tirato indietro, è vero. Non importa! Abbiamo già 140 lavori storici da 27 Paesi, non è male per un istituto locale come il nostro. Gavrilo Princip resterà sempre un eroe per i serbi e un terrorista per gli altri, ma non è questo l’approccio storico. L’attentatore fu manipolato dai circoli militari serbi. Ma anche i circoli militari austriaci volevano la guerra. Il problema, soprattutto qui per noi, è la memoria. Non possiamo cambiare la storia inventandoci un passato migliore, ma non possiamo trascurarlo perché non saremmo consapevoli. Una mia allieva ha fatto una tesi in cui voleva raccontare i crimini commessi dai serbi contro Sarajevo, le ho suggerito di raccontare anche quelli che sono stati commessi, qui, dentro la città».

Dell’altra guerra, quella appena finita, ne parlano con una sorta di lugubre orgoglio, come nell’Europa al cospetto della peste nera. I giorni della sanguinosa epopea si sono appassiti di delusione. Al caffè Boris Smoje, dove si riuniscono i ragazzi della Accademia delle belle arti l’incalzante ed espressiva eloquenza della lingua serba giunge come uno scroscio di acqua fresca. La via si chiama Stepan Radic, un deputato croato ucciso negli anni venti da un serbo. Altri delitti… «Il problema è che a Sarajevo pensano tutti al passato nessuno guarda avanti». Marin Bersic è un giovane giornalista che lavora per Al Jazeera-Balcani: «Da voi la crisi è un momento storico, qui è uno stato d’animo. Tutti dicono di essere vittime, i bosniaci, i serbi, i croati. Come nella prima guerra mondiale: tutti erano aggrediti. Ma bisognerà prima o poi trovare qualche colpevole…». Due mesi fa hanno trovato a Tomascica una fossa comune, si continua a scavare... 

Il ritorno del pirata Kim Dotcom “Mi candido in Nuova Zelanda”

La Stampa

enrico caporale

La bestia nera dell’industria dell’intrattenimento, agli arresti domiciliari nella sua super-villa di Auckland, annuncia la nascita dell’Internet Party


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Il nome c’è, i soldi anche. Non basta che partire. La bestia nera dell’industria dell’intrattenimento Kim Dotcom (alias di Kim Schmitz) è pronto a lanciare una nuova sfida: il partito del Web. Si chiamerà Internet Party e ha come primo obiettivo quello di conquistare un posto nel parlamento della Nuova Zelanda (le elezioni sono previste per il prossimo autunno). 
Il bizzarro imprenditore tedesco, da due anni agli arresti domiciliari nella super-villa di Auckland e ricercato dagli Stati Uniti che ne chiedono l’estradizione (l’accusa è di aver inflitto con il sito di file sharing Megaupload un danno di 500 milioni di dollari ai detentori dei copyright) ha già pubblicato sull’account Twitter il logo (testo bianco su sfondo viola), annunciando che “il lancio ufficiale avverrà a giorni”. L’occasione doveva essere quella del suo 40esimo compleanno, il 21 gennaio (anniversario tra l’altro dell’arresto). “Ci sarà un mega party al Victor Arena di Auckland, abbiamo già venduto 15 mila biglietti”, annunciava trionfante nei giorni scorsi. Poi un tweet di qualche ora fa ha comunicato lo stop: “Niente festa, mi scuso con i miei amici, l’evento potrebbe violare le leggi elettorali”.

Insomma, Dotcom (che in Usa richia fino a 50 anni di carcere) sembra fare sul serio. E per dimostrarlo ha già reclutato blogger e web-attivisti di tutto rispetto. Tra cui un famoso commentatore della tv neozelandese, Martyn Bradbury, e James Kimmer, consulente politico che tra i suoi clienti vanta niente meno che l’olilgarca russo appena scarcerato Mikhail Khodorkovsky. Il re dei pirati informatici ha anche annunciato le dimissioni da managing director di Mega, il nuovo sito fondato nel 2013. “Per dedicarmi interamente alla carriera politica”, dice. Come Snowden e Assange, Dotcom si batte per una maggiore protezione della privacy sul web e per restrizioni ai poteri di spionaggio dei servizi segreti. “Non sono un pirata, sono un innovatore”, ha spiegato in una recente intervista al giornale inglese “The Guardian”. Tra le altre proposte anche servizi di broadband più veloci per tutti. Cittadino tedesco e soltanto residente in Nuova Zelanda, non potrà candidarsi in Parlamento, ma detterà la linea come leader di partito.

Stretta sui siti con le offerte di lavoro Il Garante stoppa il Far West dei dati

La Stampa

giuseppe bottero

Nel mirino le società che raccolgono le informazioni per fini commerciali: mai più pubblicità nelle caselle di posta di chi lascia mette il curriculum online



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Mai più siti in stile Far West con offerte di lavoro senza regole e politiche di privacy sospette.Il Garante accende un faro sulla Rete e interviene per vietare alle società l’uso dei dati personali raccolti e gestiti in modo illecito. Nel mirino, un portale non registrato che usava i dati di almeno 400mila aspiranti lavoratori per recapitare nelle loro caselle di posta offerte commerciali.

L’azienda raggiunta dal divieto del Garante non si limitava a mettere a disposizione una «bacheca digitale» in cui rendere pubbliche le offerte di lavoro e le candidature, ma offriva servizi di intermediazione (consultazione di un database con centinaia di migliaia di curricula, comunicazione di informazioni sui candidati, invio di offerte di lavoro «su misura», ecc.). Il tutto senza offrire un’informativa trasparente.

Il trucco, denunciato dai candidati, era semplice: l’opzione per il trattamento dei dati personali era preselezionata. Risultato: una pioggia di pubblicità via posta, telefono, mail ed Sms. Alla luce delle verifiche svolte il Garante, oltre a inibire l’uso dei dati raccolti senza autorizzazione, ha dichiarato illeciti e ha vietato anche questi trattamenti perché effettuati in violazione della norma del Codice privacy che garantisce a chiunque la possibilità di esprimere un consenso libero e informato per ogni tipo di operazione che la società intende svolgere. I dati potranno essere solo conservati in vista di un’eventuale acquisizione da parte dell’autorità giudiziaria o per la tutela dei diritti in sede giudiziaria.

Bassotta adotta una gatta paralizzata

La Stampa

fulvio cerutti (agb)

Probabilmente abbandonate entrambe per strada, hanno trovato casa


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Li hanno trovati per strada a Osteen, in Florida.. Una vicina all’altra. La bassotta Idgie pronta a difendere la sua amica Ruth, una gattina paralizzata negli arti posteriori. Entrambi molto giovani: il cane ha solo due anni, la micia addirittura sette mesi.

Secondo quanto hanno raccontato i volontari del Seminole County Animal Services, i due animali non presentavano segni di maltrattamenti o malnutrizione. Anzi, erano in buone condizioni e ancora puliti. Segno che probabilmente sino a qualche giorno prima entrambi avevano una casa da cui certamente la gattina, data la sua disabilità, non avrebbe mai potuto fuggire. Dunque avevano anche una famiglia che, per qualche motivo. ha deciso di abbandonare entrambi al randagismo. Le due amiche sono state accolte dal rifugio per animali, dove la struttura ha fatto un’eccezione pur di non separarle permettendo loro di dormire nello stesso box.

I volontari hanno reso pubblica la loro storia, ma nessuno si è presentato per reclamarle. Ma il loro amore ha commosso molta gente e, fra tutti, si è fatta av anti Jacqueline Borum, proprietaria di una particolare struttura in Florida. La signora Borum, infatti, gestisce l’Hollywood Houndz Boutique & Spa, un’attività per la cura e il benessere dei cani a Lake Mary, in Florida. Una vera e propria boutique dove i cani hanno trovato casa e dove ricevono le attenzione anche di tutti i clienti. «Quando Idgie riceve un regalo, lei lo porta subito alla sua amica gatta - racconta la signora Borum -. Condivide tutto con Ruth. Ho visto tanti casi di amicizie fra cane e gatto, ma mai qualcosa del genere. Idgie si farebbe sparare per la sua Ruth».

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Si diverte a scrivere falsità su Wikipedia per farsi riprendere dai giornali

Raffaello Binelli - Gio, 16/01/2014 - 10:58

Un freelance ha inventato frasi attribuendole a persone morte. Molte sono state prese per buone. Così accusa i giornalisti. Ma lui stesso ha copiato lo "scherzo"

Può capitare che una ricerca fatta velocemente, su internet, invece che aiutare un giornalista lo danneggi, facendolo scivolare su qualche erroraccio.


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Il problema è sempre stato e sempre sarà la verifica delle fonti. Da qualche anno c'è qualcuno che si diverte a seminare, qua e là, sulla Rete, bugie più o meno grosse. Dai falsi profili sui social network (i fake), alle bufale spacciate per sacrosante verità (quella della suora multata per eccesso di velocità mentre correva, in autostrada, per raggiungere il Papa, fu rilanciata dalle principali agenzie di stampa e, a cascata, da tutti i giornali). Ma c'è anche chi, in modo più subdolo, si diverte a inquinare le fonti, scrivendo cose inesatte, ad esempio, su Wikipedia, l'enciclopedia online gratuita più grande al mondo, scritta direttamente dagli utenti.

Uno dei primi casi, come riporta Wired, è quello di uno studente di sociologia all’University College di Dublino, Shane Fitzgerald. Nel 2009 si inventò una citazione, attribuita al musicista francese da poco scomparso, Maurice Jarre: "Quando morirò ci sarà un giro di valzer finale nella mia testa". Jarre non aveva mai pronunciato quella frase. Eppure Wikipedia la riportava. E alcuni grandi giornali del calibro del Times e del Guardian la riportarono fedelmente. Scherzetto riuscito, dunque. Lecito porsi una domanda: a che fine?

Sulla scia di questa "trovata" - non proprio nuovissima - un giovane scrittore freelance italiano ha pensato bene di tentare, anche lui, di prendersi gioco degli utenti di Wikipedia, sperando che qualche giornalista abboccasse. E in effetti l'esperimento è riuscito. Telegiornali, giornali (anche noi!) e politici sono scivolati sulle bucce di banana maliziosamente sparse sul pavimento dal "burlone". Ecco alcuni esempi di frasi finte rilanciate dai giornali: “Recitare è un bisogno, come quello di amare o di andare in bagno" (Mariangela Melato). "Il politico e il medico fanno la stessa cosa, danno soluzioni ai problemi della gente" (Umberto Scapagnini, ex medico di Berlusconi). "Nel palco della vita, siamo tutti figuranti" (Mario Scaccia).

All'accusa di approfittare della morte delle persone a cui attribuisce frasi false risponde così: "Falsificare la citazione di un personaggio defunto non è per me in alcun modo una mancanza di rispetto nei suoi confronti". E insiste: "Non ho scelto le voci da modificare in base ad antipatie personali; anzi, apprezzavo moltissimo una grandissima attrice che ci ha lasciati un anno fa. Non è stato di certo un modo per esporre opinioni o posizioni personali". 

Resta da chiedersi: perché lo fa? Non ha altro di meglio da fare nella vita? Lui prova a spiegarlo in questo modo: "Ho solo dimostrato che la fiducia riposta nelle preziose fonti online, spesso imprescindibili, è a volte eccessiva; che giornalisti, editor e produttori di contenuti dovrebbero controllare con maggiore attenzione ciò che viene pubblicato, anche a costo di ritardare di qualche minuto o qualche ora". Difficile dargli torto, le notizie vanno sempre verificate e controllate non una ma cento volte.

Resta difficile, però, controllare le singole frasi "virgolettate", siano esse riportate da Wikipedia o anche da un qualsiasi giornale. Chi può mettere la mano sul fuoco sul fatto che siano state veramente pronunciate? Occorrerebbe, per ogni frase, una registrazione audio o video, o un resoconto "stenografato". Per giornalisti, studenti e più in generale per chiunque naviga su internet valga una regola consigliata dalla stessa Wikipedia: anziché citare i suoi articoli meglio citare le fonti. Sempre che anche queste non siano state inquinate.

Lenti a contatto per aiutare i diabetici: il nuovo progetto di Google

La Stampa

Potranno misurare i livelli di glucosio presente nelle lacrime


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Nei laboratori di Google si lavora alle «lenti a contatto intelligenti» che potranno misurare i livelli di glucosio presente nelle lacrime, fornendo un aiuto alle persone diabetiche con una lettura al secondo. Mountain View fa sapere che il monitoraggio sarà possibile grazie a un piccolo chip wireless e a un sensore miniaturizzato, incorporati tra i due strati di materiale che compongono la lente.

L’azienda sta, inoltre, testando l’integrazione di minuscole luci Led, che dovrebbero illuminarsi per indicare se i livelli di glucosio hanno superato determinate soglie. Tuttavia, la sperimentazione per ottenere un dispositivo pronto per l’uso quotidiano richiederà molto tempo: «E’ ancora presto per questa tecnologia, ma abbiamo completato diverse ricerche cliniche e gli studi stanno contribuendo a rifinire il nostro prototipo», scrivono in un post sul blog i due ingegneri a capo del progetto, Brian Otis e Babak Parviz. «Speriamo che un giorno questo prodotto possa offrire alle persone affette da diabete un nuovo modo di gestire la malattia».

(Agb)

Tenta la disdetta sindacale per 4 anni, poi va in Procura a denunciare

Corriere del Mezzogiorno

L'operaio della Fiat di Pomigliano presentava mensilmente la rinuncia all'iscrizione


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NAPOLI - Per quattro anni ha cercato inutilmente di disdire la propria tessera sindacale per fermare la trattenuta della quota in busta paga. E' successo ad un operaio, in cassa integrazione, della Fiat di Pomigliano D'Arco. Il lavoratore è ricorso al tribunale di Nola dove ha denunciato l'illecita sottrazione del proprio danaro.

LA PRIMA UDIENZA - Stamattina si è svolta la prima udienza del processo istituito dopo la denuncia da lui sporta insieme con lo Slai Cobas, sindacato al quale il lavoratore si era iscritto nel 2009, dopo aver presentato disdetta alla Fismic. Secondo quanto spiegano dal sindacato di base, il lavoratore per quattro anni ha pagato la quota mensile alla Fismic, nonostante continuasse, ogni mese, a presentare all'azienda la disdetta dallo stesso sindacato. «Quattordici euro mensili che per un cassaintegrato sono tanti - spiegano dal sindacato di base - e stamattina abbiamo scoperto il perchè. L'azienda, infatti, nella sua memoria difensiva ha portato a propria discolpa i mandati firmati dall'operaio, firme palesemente false, ed anche irricevibili perchè carenti di data».

IL SEGRETARIO REGIONALE MERCOGLIANO - Accuse respinte dal segretario generale regionale della Fismic, Felice Mercogliano: «Se la disdetta non è stata registrata - dice - si sarà trattato di un errore amministrativo da parte dell'azienda. E posso assicurare che nessun delegato si è mai sognato di falsificare mandati. Faremo le nostre verifiche». L'operaio e lo Slai Cobas, però, ora annunciano una denuncia in Procura per falsificazione di firme, e secondo Vittorio Granillo, del coordinamento nazionale del sindacato di base, la vicenda «è resa ancor più grave dal Testo Unico sulla Rappresentanza sindacale firmato lo scorso 10 gennaio tra Cgil-Cisl-Uil e relativo, tra l'altro, alla certificazione della rappresentanza ai fini della contrattazione nazionale di categoria che - conclude - pericolosamente si presta ad aprire ampi spazi a queste pratiche».

16 gennaio 2014

Scoperta la ricetta del Grog nordico, la bevanda dei Goti

Corriere della sera

La bevanda risalente a 3 mila anni fa, simile a quella prodotta ancora oggi in un’isola della Svezia

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La ricetta era: miele, mirtillo e mirto di torbiera, mirtillo rosso, achillea, ginepro, resina di betulla, cereali (grano, orzo e segale) e anche un po’ di vino importato dall’Europa meridionale. Con questi componenti i Goti oltre 3 mila anni fa e sino al primo secolo della nostra era, realizzavano una bevanda - che aveva probabili utilizzi anche come medicinale - che può essere chiamata Grog nordico. E che è abbastanza simile a quella che viene ancora oggi prodotta nell’isola svedese di Gotland nel mar Baltico e che viene chiamata Gotlandsdricka.

COMMERCIO DI VINO - Lo hanno scoperto un gruppo di archeologi dell’Università della Pennsylvania guidati da Patrick E. McGovern, scavando in vari siti dell’età del bronzo e del ferro tra la Danimarca e la Svezia meridionale risalenti al 1.500-1.300 a. C. fino al primo secolo d. C. Lo studio è stato pubblicato nel Danish Journal of Archeology. Non solo: la ricerca ha attestato un commercio di vino dal Sud Europa risalente al 1.100 avanti Cristo, dimostrando l’esistenza di vie e scambi commerciali attraverso l’Europa con zone così a nord che - a torto - Greci e Romani ritenevano abitati da popolazioni «barbare».

I REPERTI - Gli scavi più antichi sono stati effettuati a Nandrup, nella Danimarca nord-occidentale, nella tomba risalente al 1.500-1.300 a. C. di un principe-guerriero sepolto in una bara di quercia insieme a una spada in bronzo, un’ascia da battaglia e boccali in ceramica al cui interno è stato trovato un residuo scuro che, una volta analizzato, ha dato come risultato i componenti descritti all’inizio. Sempre in Danimarca altri due residui scuri sono stati recuperati e analizzati: da un setaccio in bronzo dell’età del bronzo nordica (1.100-500 a. C.) - il più antico rinvenuto nella regione - a Kostræde, a sud-ovest di Copenaghen; da una situla in bronzo del 200 a. C. ritrovata nella bara in legno di una donna di una trentina d’anni a Juellinge sull’isola di Lolland. La situla faceva parte di un servizio da vino di origine romana e veniva tenuta dalla donna con la mano destra. Un quarto reperto proveniva da una situla che faceva parte di un «tesoretto» del primo secolo dell’era cristiana che comprendeva anche un collare in oro e due campane di bronzo, rinvenuto ad Havor, sull’isola Gotland.

TRADIZIONE - Secondo McGovern l’importazione di vino dall’Europa meridionale aumentò fino a eclissare la tradizione del Grog nordico, ma non facendolo mai scomparire del tutto. Infatti molti degli ingredienti entrarono a far parte nella ricetta della birra di betulla e tra gli aromatizzanti della ricetta medievale della birra - chiamati gruit - prima che diventasse comune l’utilizzo del luppolo per rendere amara la bevanda.

16 gennaio 2014

Rieti, una suora partorisce “Non sapevo di essere incinta”

La Stampa

La madre superiora: “Ha ceduto alle tentazioni”. Il bimbo si chiama Francesco


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Una suora di 32 anni originaria di El Salvador martedì notte ha partorito un bimbo all’ospedale S. Camillo De Lellis di Rieti. Secondo quanto confermato da fonti sanitarie, è stata trasportata al pronto soccorso del nosocomio dal 118, a cui si erano rivolte le consorelle preoccupate per i forti dolori al ventre accusati dalla donna. Giunta all’ospedale reatino i medici hanno confermato la diagnosi formulata dall’equipaggio dell’ autoambulanza che, da subito, prestando le prime cure alla suora, aveva sospettato una gravidanza. Poco ore dopo la religiosa, che risiede in un convento del capoluogo sabino, ha messo al mondo un maschietto di 3 chili e mezzo che è stato chiamato Francesco.
Il parto, naturale, è avvenuto nel più stretto riserbo garantendo alla suora un posto letto lontano da occhi indiscreti, ma la notizia è comunque trapelata destando molto scalpore anche sui social network. «Non sapevo di essere incinta, avevo solo un forte mal di pancia» ha detto ai primi soccorritori.

«Com’è possibile? Non potevamo immaginare una cosa simile», hanno reagito esterrefatte le consorelle .

La donna terrà suo figlio, almeno così dicono in ospedale, dove altre mamme ricoverate hanno fatto una colletta e raccolto indumenti per il suo bimbo. Suor Erminia, la madre superiora delle Piccole Discepole di Gesù del convento di Campomoro (Rieti) non è felice dell’improvviso scalpore. Ai cronisti che le chiedono di commentare la notizia, risponde brusca: «Ha fatto tutto da sola, non ha fatto nulla, non ci siamo accorte di nulla. Lasciateci in pace. Non ha saputo resistere alle tentazioni, non ha fatto del male a nessuno, e proprio non riesco a capire perché ci sia così tanta attenzione attorno a questa storia».

Rai, 600 dirigenti guadagano fino a 500mila euro

Libero


Cattura
La carica dei Seicento, a 500mila euro a crapa. «Più dirigenti che spettatori, in pratica...». Battutona. Triste. Ma è questa che circola nei corridoi claustrali di viale Mazzini - in tempi di ruvida spending review e di svolta francescana in Vaticano - . La battuta provoca lo spiazzamento che avvolge i membri della commissione vigilanza Rai, subito dopo le dichiarazioni del direttore generale della tv di Stato, Luigi Gubitosi: «Su 300 dirigenti Rai, tre hanno una retribuzione superiore ai 500mila euro l’anno, uno tra 400mila e i 500mila euro, quattro tra i 300mila e i 400mila euro, trentaquattro tra i 200mila e i 300mila euro, 190 tra i 100mila e i 200mila euro, 68 sotto i 100mila euro...». In più, tanto per fare i tignosi, bisogna aggiungere i 319 dirigenti-giornalisti, dei quali: 1 guadagna più di 500mila euro (il caro vecchio Minzolini, attualmente in aspettativa perchè senatore); 3 guadagnano tra i 300 e 400mila; 24 tra i 200 e i 300mila; 273 tra i 100 e i 200; 18 meno di 100mila.

Questo affermava e continua placidamente a confermare Gubitosi, pur ammettendo, per onestà, che lo stipendio più alto - 650mila euro - è il proprio. Ora, sempre per onestà, bisogna registrare che in un’azienda di quasi 13 mila anime - molte perdute nei rivoli di incarichi, sottoincarichi -, laddove si presume che siano lottizzate anche le macchine del caffè, Gubitosi abbia delicatemente accompagnato alla porta ben 600 dipendenti (mai accaduto); e abbia ridotto notevolmente la voracità dei partiti. E altresì occorre premettere che, proprio in virtù di quest’«efficientismo e dell’esternalizzazione dei costi», l’ultima trimestrale Rai ha registrato un +0,7 milioni nel conto economico e un tamponamento delle perdite finalizzate al «ritorno all’utile operativo per quest’anno» (anche se, col mancato aumento del canone d’abbonamento, la vedo dura). Bene. Ciò detto, rimane il problema della massa abnorme dei dirigenti. Molti con privilegi oggi francamente eccessivi.

Per dire: un direttore ha diritto al rimborso carburante per 15.000 chilometri, ogni dirigente può avere una macchina per tre anni in leasing che viene pagata al 70% dalla Rai. Così molti di costoro, appartenenti ad una casta di solito invisibile, scorrazzano su Bmw, Mercedes, Range Rover, Audi, e sempre su cilindrate intorno ai 3.000, pagando affitti bassissimi al mese. Il numero delle macchine - buttando un occhio nel garage della Rai in zona Prati - dà un’idea plastica della distonia tra il Paese reale e la sua fantastica burocrazia televisiva. Ora, Brunetta e Fico il vigilante pentastellato della commissione Rai, hanno ragione a richiedere la massima trasparenza dei curricula e degli stipendi lordi «da pubblicare on line» (ma la Rai non ci pensa neppure, adducendo «l’asimmetria del mercato») da viale Mazzini. Hanno ragionissima.

Ma più che sulle star, sui conduttori che spesso incarnano l’indotto d’audience e pubblicitario - i casi di Carlo Conti e  Fabio Fazio - il nostro dinamico duo di guardiani dovrebbe concentrarsi proprio sui dirigenti. I grandi dirigenti, intendo. Non i povericristi ad alta professionalità o di bassa lottizzazione, invitati all’auto espulsione con scivolo. Perchè in Rai i grandi dirigenti sono, di fatto, inamovibili. Emblematici soprattutto il caso dei direttori generali. Non ce n’è uno che - esaurita la propria funzione ed insediatosi il successore - sia stato licenziato dalla Rai in crisi perenne, come avviene nelle aziende normali. Negli ultimi vent’anni, per esempio, Pierluigi Celli e Flavio Cattaneo (il migliore in assoluto per redditività), e Mauro Masi (il peggiore), arruolati come esterni si sono dimessi da sè allettati da offerte del mercato. Agostino Saccà (il migliore in assoluto con Cattaneo), Claudio Cappon e Lorenza Lei essendo dirigenti interni sono stati «reimpiegati» dall’azienda.

Saccà fu messo alla fiction con risultati eccezionali, finì nel tritacarne delle intercettazioni e nè uscì intonso. La Lei, nonostante la gestione mediocre dell’azienda, è stata spostata alla Sipra con poteri limitati. Cappon è il caso limite: per due anni, nonostante la volontà di molti di togliereselo dalle scatole, è stato pagato 600mila euro all’anno per la presidenza di Rai World, cioè per non fare nulla. Per non dire dei giornalisti. Essendo vietata l’assunzione come direttori a tempo indeterminato dal contratto nazionale (il contratto dura 3 anni, rinnovabile), si fanno assumere quasi tutti come capiredattori «con mansione di direttore»; una volta fatti fuori mantengono stipendio e spesso grado, fittizio. E sono illicenziabili. Azienda connivente.

«Le nomine Rai di solito sono politiche, e per policy aziendale, noi tendiamo a reimpiegare i nostri dirigenti...» ci ribattono gentilmente dalla Rai. Sarà. Ma è questo l’unico caso, nell’occidente civilizzato, in cui dirigenti anche quanto sbagliano, restano allo stesso posto. E costo. Costo nostro. A proposito di sprechi. È stato calcolato che ogni giornalista delle sedi Rai regionali Rai produca, di media, 2/3 minuti di servizio al giorno. Senza considerare che in alcune sedi Rai del nord gli operatori televisivi - i cameramen -  in virtù di quella  leggina straordinaria che permette loro di trasformarsi, con gli anni, in giornalisti sono scomparsi; sicchè si esternalizzano i pochi servizi. Qualche sede arriva a spendere 1 milione di euro, mentre i cameramen incrociano le braccia perchè - giustamente - si sentono giornalisti dentro. Caro Brunetta, ci butti un occhio...

di Francesco Specchia