venerdì 24 gennaio 2014

Grido di dolore dei rom: "Non potete farci lavorare"

Libero

Il sindaco Variati (Pd) paga le bollette ma in cambio chiede di svolgere qualche attività. Loro dicono no, incoraggiati dai centri sociali


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«Il sindaco Variati non può obbligare nessuno a lavorare, tantomeno un nomade». Davide Casadio, presidente dell’associazione Sinti Italiani in viaggio per il diritto e la cultura, non accetta che il primo cittadino di Vicenza (Pd), dopo la decisione del Comune di pagare 59 mila euro per saldare le bollette arretrate di luce e gas di due campi rom, abbia chiesto in cambio ai loro abitanti di svolgere qualche attività socialmente utile, come la pulizia delle strade o lo sfalcio dell’erba.

Casadio sostiene, e in questo caso è d’accordo con Variati, che i sinti devono essere trattati come le altre famiglie della provincia veneta che non hanno reddito. Il rappresentante dei rom però sottolinea che il Comune è obbligato ad aiutare chi si trova in difficoltà - quindi a saldare eventuali insoluti - e che in cambio, dunque, non deve chiedere un bel niente. «Credo che sia un concetto fondamentale» precisa Casadio, «pensiamo all’articolo 3 della Costituzione». Insomma, i rom come al solito hanno soltanto diritti e nessun dovere. Vivono negli accampamenti per una scelta di vita, devono essere serviti e riveriti dalle amministrazioni locali e, si capisce, devono anche essere equiparati a quelle migliaia di famiglie che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese e che per riuscire a pagare le bollette di casa - quando ci riescono - fanno i salti mortali.

Domani, a Vicenza, ci saranno due manifestazioni opposte. I gruppi di centrodestra si ritroveranno alle 16 davanti al municipio per il “No bolletta day”. Porteranno le loro bollette di luce e gas e chiederanno all’amministrazione di farsene carico. I centri sociali invece manifesteranno un’ora prima in piazza Castello contro chi ritiene sacrosanto che i nomadi si sdebitino con qualche lavoretto utile alla cittadinanza. Forse 59 mila euro (nel solo 2013), per gli amici dei centri sociali non sono abbastanza.  Nei due accampamenti, in viale Cricoli e via Diaz, vivono complessivamente più di 120 persone. Alcune famiglie, poco prima di Natale, erano rimaste senza gas ed elettricità perché non avevano pagato gli arretrati.

L’amministrazione comunale, quindi, si era fatta carico della questione versando la somma all’azienda municipalizzata che eroga il servizio. E non si è trattato certo della prima volta se è vero, com’è vero, che negli ultimi tre anni il Comune di Vicenza ha sborsato la bellezza di 110 mila euro per pagare i conti di luce e gas dei due accampamenti. La spesa, sommata ai contributi per i buoni pasto, le medicine, e il sostegno scolastico, ha raggiunto i 125 mila euro. Variati fa presente che d’ora in poi chi non accetterà di svolgere lavori socialmente utili non riceverà più un centesimo e che i finti poveri verranno segnalati alla Guardia di Finanza: «Dobbiamo ridare dignità a chi vive là, tra topi e sporcizia. Non facciamo buonismo. Molti dicono “ecco loro li aiutate e noi no”. Ma basta avere l’Isee basso - precisa il sindaco - e tutti hanno diritto. Sui nomadi poveri o finti si indagherà. Basta logica assistenzialista. Se rifiutano il lavoro - prosegue - e pensano di usare i bambini per evitarlo, porteremo le madri e i figli fuori dal campo, nell’albergo cittadino». Vedremo se sarà così.

Il caso, a Vicenza, ha scosso sia la maggioranza di centrosinistra, al cui interno non mancano gli esponenti che criticano la decisione della giunta, sia l’opposizione. La Lega ha immediatamente chiesto le dimissioni dell’assessore ai Servizi Sociali, Isabella Sala. Sergio Berlato, europarlamentare vicentino di Forza Italia, sostiene che è «una forzatura fuori luogo» paragonare i residenti vicentini agli zingari. Si chiede se il Comune abbia verificato «se i bambini frequentino regolarmente la scuola e se il contesto familiare gli garantisca un percorso educativo sufficiente». Berlato rispedisce al mittente l’invito a vergognarsi rivoltogli da Variati e ribadisce che prima dei rom vanno aiutate le famiglie vicentine in difficoltà. Ma questo, secondo i centri sociali che manifesteranno domani, è puro razzismo.

di ALESSANDRO GONZATO

Arriva l'orologio atomico: «Ha margine di errore di un secondo ogni 5 miliardi di anni»

Il Mattino


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ROMA - Un orologio che non sbaglia mai per eliminare ogni scusa ai ritardatari cronici. Si tratta di un orologio atomico che ha un margine di errore di un secondo ogni 5 mld di anni: più dell'età della Terra che ha circa 4,5 mld di anni. È così preciso che ha Annunciato su Nature e ottenuto negli Usa, il risultato è del laboratorio Jila, del National Institute of Standards and Technology e dell'università del Colorado.bL'orologio si basa su atomi di stronzio e batte il record di precisione detenuto da quello di ioni di alluminio, rispetto al quale è il 50% più preciso.

 
giovedì 23 gennaio 2014 - 18:50   Ultimo aggiornamento: 18:51

Steve Jobs e il primo Mac, 30 anni fa

Corriere della sera

La storia e le intuizioni del visionario fondatore di Apple che, emozionato, estrasse da una borsa il nostro futuro

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MILANO - Prendi un ragazzino di oggi, uno di quelli che con le mani strette attorno al suo iPhone si sente padrone del mondo, e prova a spiegargli che trent’anni fa niente di quello di cui non potrebbe più fare a meno esisteva. Niente Facebook, WhatsApp, video di Youtube e telefonate su Skype. Raccontagli che non bastava premere un polpastrello sullo schermo per venire scaraventati in una realtà non solo perfettamente coerente con quella circostante ma anche capace di renderla più semplice, accessibile, interconnessa. E prova a spiegargli che la vera rivoluzione fatta dagli antenati della sua piccola finestra sul mondo non è stata la capacità di elaborazione dei dati o la connessione a Internet ma l’interfaccia grafica utente. Raccontagli che tutto è cominciato un po’ prima di trent’anni fa, quando un certo Alan Key, scienziato del Connecticut, ha chiesto alla sua squadra di ingegneri di lavorare a un personal computer comprensibile a persone di tutte le età e formazione, anche ai bambini. Key lavorava nell’avveniristico laboratorio Xerox Park dell’omonima società e alla fine degli anni ‘70 a osservare e ammirare il suo lavoro c’era un certo Steve Jobs.


Non era ancora l’uomo in jeans e maglioncino nero a collo in grado di far pendere dalle sue labbra consumatori (e portafogli) di mezzo mondo. Era un quasi venticinquenne affamato e folle, come nel 2005 raccontò agli studenti di Stanford citando la rivista The Whole Earth Catalog. Quel motto, «stay hungry, stay foolish», Jobs lo ha fatto suo, lo ho contestualizzato, gli ha dato forza e passione e lo ha cucito attorno alla sua storia. Con l’intuizione di Key e della sua squadra ha fatto lo stesso. Ha visto le potenzialità di quella rappresentazione grafica di una scrivania sullo schermo con tanto di cartelle per raccogliere i documenti e di quel puntatore, il mouse, con cui selezionare il materiale. E le ha fatte sue, le ha portate nella Apple fondata nel 1976 con il geniale Steve Wozniak, che all’epoca era in procinto di abbandonare la nave. Cinque anni dopo, il 25 gennaio del 1984, Jobs ha tolto il velo al primo Macintosh. Anzi, lo ha estratto da una borsa, per essere precisi. Esattamente trent’anni fa lo spunto intravisto allo Xerox Park si è trasformato nel computer che oggi sappiamo aver scritto una pagina importante della storia dell’informatica.


Ci sono due video che raccontano quel momento in modi diametralmente opposti: da una parte lo spot pubblicitario firmato da Ridley Scott e andato in onda durante il Super Bowl del 22 gennaio 1984. Aggressivo e costoso, svelava già l’ingordigia di una società che oggi vale più di 100 miliardi di dollari. Dall’altra la presentazione del Macintosh. Il momento in cui Jobs ha tirato fuori la scatoletta bianca dalla borsa, l’ha accesa, ha tirato lentamente fuori dal taschino della giacca un floppy disk, lo ha inserito nella macchina e ha fatto partire la presentazione. Già, il taschino della giacca. La divisa da cannibalizzatore del mercato era di là da venire e il giovane Jobs si era presentato in giacca, camicia e farfallino. Emozionato, più che famelico. Commosso, addirittura, quando la platea ha riservato lunghi e forti applausi alla sua creatura. Una creatura voluta fortemente. Quasi un figlio, che per uno scherzo beffardo del destino si è sviluppato in casa Apple parallelamente a un progetto chiamato come sua figlia Lisa, la figlia inizialmente non riconosciuta. Con il primo Mac Jobs non ha avuto dubbi: era lui il padre.

007-k6dC-Steve Jobs e il primo MacintoshCos’aveva di tanto speciale quella scatoletta bianca? La grafica, l’accessibilità. Immagini chiare e gradevoli al posto di stringhe di testo. Gesti, come sovrapporre una cartella a un’altra, che al ragazzino con l’iPhone in mano faranno poco più dell’effetto di un episodio dei Flinstones, di quelli in cui Fred e Barney muovono i piedi velocemente per far spostare la loro “automobile”. Lui, il ragazzino, ormai pensa in touch ed è abituato a macchine dalle prestazioni e dalle forme avveniristiche come il super cilindro Mac Pro lanciato da Apple in giugno. C’è invece chi ha vissuto quelle novità come una piccola conquista personale. E ricorderà anche perché non è stato il computer della Mela a entrare in tutte le abitazioni. Il sogno, realizzato, di portare un pc su ogni scrivania e uno in ogni casa era di Bill Gates, il fondatore di Microsoft. Il primo Macintosh, uno schermo da 9 pollici con 128Kb di Ram e cartellino da 2.500 dollari (di allora, il doppio circa oggi), è stata una rivoluzione informatica. Microsoft Windows, sistema operativo a bordo dei computer Ibm, è stata una rivoluzione commerciale iniziata esattamente nello stesso periodo, e ispirandosi a Cupertino.

Da allora le due aziende sono sempre state collegate da un filo rosso, tra cessioni di licenze, con i Mac arresisi alla necessità di avere versioni sempre aggiornate del pacchetto Office, e strategie intersecate. Forse non tutti ricordano, ad esempio, che anche Apple tentò la via della distribuzione del solo software. E sicuramente non tutti sanno che uno, anzi un altro, dei dettami di Key di cui Jobs aveva preso attentamente nota era proprio la lavorazione congiunta di hardware e software. Tornando alla Mela e passando per PowerBook e PowerMac, impossibile dimenticare l’ingresso nel mercato del compatto e colorato iMac. La firma era di Jonathan Ive. Quel Jonathan Ive che ci ha fatto perdere la testa per iPod e iPhone. Era il 1998 e l’approccio era lo stesso del ‘94: un prodotto semplice da utilizzare e destinato al grande pubblico. Jobs era ancora in giacca e camicia, senza il farfallino però. Gli anni duemila, fra Mac OS X e la stretta di mano con Intel annunciata finalmente con un maglioncino nero, sono quelli in cui il ragazzino inizia a ritrovarsi.

Arriva iTunes, negozio di musica digitale dal quale sono stati acquistati 25 miliardi di brani. Adesso ci sono Spotify e concorrenti, ma questa è un’altra storia: il primo capitolo della fruizione legale delle canzoni in Rete lo ha scritto Apple. Ancora una volta Jobs stava facendo tesoro dell’insegnamento di Key, mantenendo le redini di hardware e piattaforma di distribuzione, binomio sulle ali del quale ha preso il volo anche l’iPhone e a cui Microsoft si è dovuto arrendere nel campo mobile con l’acquisizione di Nokia. Il mondo del ragazzino, quello fatto di colpi di polpastrelli a raffica, è iniziato nel 2007. Il 9 gennaio di quell’anno Jobs ha mostrato al mondo il primo smartphone marchiato Apple. Solo lo scorso anno ne ha venduti 150 milioni. Non solo, lo stesso giorno Apple ha smesso di chiamarsi Apple Computer propendendo per un generico Apple Inc, più aderente alla sua missione sempre meno legata ai pc. Gli auguri, caro Mac, te li facciamo oggi, ma sei vecchio (già) da tempo.

24 gennaio 2014

Il sindaco di sinistra paga le bollette ai rom

Fabrizio Boschi - Ven, 24/01/2014 - 08:29

Il Comune di Vicenza paga le bollette insolute di alcune famiglie nomadi. È bufera sul sindaco piddì Achille Variati. Lega: "È un'indecenza"

Vicenza - Non solo l'abolizione del reato di clandestinità e la richiesta di libertà per il killer picconatore Kabobo, la Lega Nord salta sulla sedia anche per un altro caso destinato ad alzare un vespaio politico.


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Ora si scopre che il Comune di Vicenza, guidato dal sindaco Pd Achille Variati (nella foto), paga le bollette insolute di alcune famiglie nomadi. «È un'indecenza», afferma l'ex parlamentare leghista, attuale consigliere comunale del Carroccio, Manuela Dal Lago, che si è detta «scandalizzata» dal fatto che il Comune abbia versato in tre anni 125mila euro per pagare le bollette insolute alle famiglie nomadi, con un ultimo intervento economico costato quasi 60mila euro.

«Siamo di fronte a situazioni abnormi e fuori dalla logica», precisa Dal Lago. Non ha tutti i torti, soprattutto se si considera che a Vicenza (come da altre parti) sono decine i cittadini a cui è stato staccato l'allacciamento di luce e gas perché erano in ritardo con le bollette. «Grazie al sindaco Variati a Vicenza vengono premiati e aiutati coloro che si comportano meno bene degli altri, come i nomadi e gli stranieri che delinquono, mentre il cittadino normale, che magari ha perso il lavoro o non ha i soldi per mangiare, non viene aiutato né ascoltato. Apriamo uno sportello dedicato alle persone a cui sono stati staccati luce e gas», conclude Dal Lago. Questa sarebbe la politica di Integrazione del ministro Kyenge?

Rimini, risarcito il barbone bruciato ma il suo avvocato gli prosciuga il conto

Corriere della sera

Il clochard aveva ricevuto 200 mila euro di indennizzo. Il legale, Lidia Gabellini, li ha spesi per debiti e acquisto auto. Arrestata

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Era stato bruciato su una panchina di Rimini da quattro giovani annoiati. Lui, il barbone Andrea, si era salvato per miracolo, con ustioni di secondo e terzo grado su mezzo corpo; loro, i criminali e rei confessi, erano stati condannati per tentato omicidio a cinque anni di carcere e al risarcimento del clochard: 200 mila euro “per le lesioni patite e perché potesse trovare un alloggio e si togliesse dalla strada”, scrissero i giudici. E la somma è stata anche versata sul conto corrente di Andrea Severi. Ma di quei 200 mila euro il clochard ha visto ben poco. Oggi si scopre infatti che il deposito è stato letteralmente prosciugato da chi avrebbe dovuto gestirlo, dalla sola persona cioè che gli era rimasta al mondo: la sua avvocata e amministratrice di sostegno, la trentanovenne Lidia Gabellini, un legale molto noto a Rimini e dintorni.

ACCUSA DI PECULATO - La donna è stata arrestata su richiesta della procura del capoluogo romagnolo che su di lei ha indagato a fondo, accusandola di peculato aggravato. Non solo. Il pm Davide Ercolani ha forse scoperchiato un pentolone di truffe perché nel passare al setaccio i conti di altre persone amministrate dalla stessa avvocata, ha scoperto per esempio che un analogo trattamento è stato riservato al giovane Francesco, un invalido civile al cento per cento e bisognoso di aiuto. A Francesco avrebbe sottratto 29 mila euro lasciando sul conto solo le briciole. In questo caso balza all’occhio il sistema poco corretto di rendicontare i risparmi del cliente: truccando il prospetto contabile. “Si nota distintamente che i caratteri “+20…” del saldo positivo parti a +20.642 euro, sono stati apposti artificiosamente in quanto sono disallineati e squilibrati verso il basso rispetto ai restanti caratteri”642””, scrive il gip di Rimini nell’ordinanza di custodia cautelare.

SOLDI USATI PER ACQUISTO DI SUV - Dall’indagine è emerso che il denaro sarebbe stato utilizzato dall’avvocato per saldare una serie di debiti e per qualche sfizio personale. Come quel suv Tuareg “di nuova immatricolazione pagato con i soldi dell’ignaro Andrea Severi” aggiunge il giudice. O come la restituzione di un prestito di 15 mila euro: “Prelevati dal conto corrente di Severi…”. Per non parlare della parcella addebitata al clochard, fino al giorno prima nullatenente: 30 mila euro! Prelievi robusti e numerosi, al punto da indurre la polizia giudiziaria a dare un nome cinematografico e poco conciliante all’indagine: “Vampiro”.

LA GIUSTIFICAZIONE DELL’AVVOCATO - Ma l’avvocata come ha giustificato le uscite di denaro dal conto corrente del suo assistito, al di là della parcella? “Ristrutturazioni e ammodernamenti impianti dell’appartamento locato a Severi”, aveva scritto lei stessa in una relazione. “Del tutto privi di fondamento – ha replicato il giudice - perché le spese di straordinaria amministrazione, come da contratto e da prassi, non sono mai e in nessun caso a carico del locatario”. Il quale, ha sì abbandonato la strada dove viveva ma ora è nuovamente al verde.

«URLAVA, SI DIMENAVA, DOVEVI VEDERLO» - E torna alla mente l’intercettazione choc di uno dei giovani che incendiarono la sua panchina: “Dovevi vederlo il barbone dentro al fuoco, gli ho buttato addosso tutta la benzina che avevo. Dovevi vederlo, le fiamme che si alzavano e quello lì che fa uno scatto e poi casca dritto… vessi visto come si dimenava, urlava, quante fiamme... poi siamo dovuti scappare”. Severi si è salvato dalle fiamme ma non dalla solitudine. Con lui, ora, c’è solo il gatto.

23 gennaio 2014

Ha bruciato viva la fidanzatina ma esce di prigione

Gianpaolo Iacobini - Ven, 24/01/2014 - 08:33

In cella studia e dà pure un esame, poi a ridosso del processo tenta il suicidio Il giudice: "Incompatibile col carcere"

Bruciò viva la fidanzatina: esce dal carcere. Per i giudici le sue condizioni di salute sono incompatibili con la detenzione.


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Davide M., il diciassettenne che il 25 maggio del 2013 accoltellò Fabiana Luzzi, prima di darle fuoco mentre lei implorava pietà, lascerà presto il «Ferrante Aporti» di Torino. Lo ha stabilito il Tribunale dei minori di Catanzaro, con un'ordinanza che dispone per lui la sospensione della misura cautelare custodiale ed il trasferimento in una struttura sanitaria. Alla base della decisione, i tentativi di suicidio - ben due - che il ragazzo (nel frattempo diventato maggiorenne) avrebbe di recente cercato di portare a termine. Il primo l'11 gennaio scorso, quando provò ad impiccarsi con le lenzuola. Il secondo, le cui modalità sono ancora avvolte dal mistero, un paio di giorni più tardi.

Nel carcere minorile torinese il giovane era rinchiuso da giugno, quando con la sua confessione aveva consentito agli inquirenti di chiudere il caso sulla tragica morte di Fabiana, 16 anni appena, ammazzata al termine di una lite scatenata da un'insana gelosia: 7 coltellate, la fuga e poi, un'ora dopo, il ritorno sul luogo del ferimento. Per finire con qualche litro di benzina e col fuoco la fanciulla ancora agonizzante.

Omicidio premeditato aggravato dai futili motivi, ma pure calunnia, per avere inizialmente scaricato su altri la colpa del delitto. Di questo Davide M. dovrebbe rispondere. Il condizionale è d'obbligo: difficile oggi dire se il processo si terrà: stando ai medici, il detenuto non parla più con nessuno. Neppure coi familiari. Chiuso in uno stato di mutismo, sembra aver troncato ogni rapporto col mondo. Un cambiamento repentino, che striderebbe col percorso sin qui seguito: sempre partecipe ad ogni iniziativa organizzata nei padiglioni del «Ferrante Aporti», a settembre aveva brillantemente sostenuto gli esami di riparazione, iscrivendosi alla quinta geometri. Frequentata con profitto, fino all'improvviso black out che gli spalanca adesso le porte della cella e rischia di allungare i tempi della giustizia.

La famiglia Luzzi non commenta. Gli amici più vicini rimandano alle parole spese in altre circostanze: «Serve la certezza della pena: senza, il femminicidio non avrà mai termine». Respingono invece il sospetto di una strategia difensiva mirata i legali del diciottenne, gli avvocati Antonio Pucci e Giovanni Zagarese. «Il nostro assistito è reo confesso e sarà giudicato, su nostra richiesta, con rito abbreviato. Se avessimo voluto perseguire intenti dilatori o fini reconditi - precisa Pucci - avremmo seguito altre strade». Ma nella chiarezza fa capolino il dubbio: «Il processo potrebbe slittare». O magari non iniziare mai. O concludersi senza condanna. «Davide s'è reso responsabile di un delitto efferato, ma ha seri problemi di salute», sottolinea Zagarese.

«Nel corso di un incidente probatorio - aggiunge - sono state accertate le sue condizioni psichiatriche. La situazione è delicata». Al punto da giungere a prospettare un'incapacità di intendere e di volere? «Non stiamo parlando di un espediente difensivo - puntualizza il penalista - ma di un principio di civiltà giuridica, sul quale sarebbe opportuno aprire un dibattito nell'opinione pubblica: chi viene processato deve essere in grado di capire ciò che gli viene contestato e di difendersi». L'appuntamento in aula è fissato per il 25 febbraio. Ma al momento del processo, oltre che della pena, non v'è certezza.

La gaffe di Oxford: alla gogna gli studenti peggiori

Corriere della sera

Per un errore informatico l’elenco dei più scadenti finisce nelle email di tutti gli iscritti. Ora l’università si scusa…

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Galeotta fu l’email, ma soprattutto il suo allegato: nei giorni scorsi un messaggio di posta elettronica è partito involontariamente dalla casella di posta di uno dei responsabili amministrativi dell’ateneo più rinomato d’Inghilterra, quello di Oxford, causando scompiglio, rabbia e mettendo alla gogna pubblica alcuni studenti. Per loro la sorpresa è stata amara: i voti degli esami sostenuti prima delle vacanze natalizie comparivano in una tabella Excel allegata al messaggio, all’interno di una classifica dei 50 peggiori studenti dell’University College, una delle secolari istituzioni che fanno parte della Oxford University, la stessa in cui tra i molti famosi si è laureato Bill Clinton, per esempio. L’ateneo si scusa per la gaffe, ma in questi giorni i nomi dei peggiori sono sulla bocca di tutti e anzi alcuni tra loro minacciano di passare alle vie legali per lesa privacy.

UNA GAFFE IMPERDONABILE – L’email è partita involontariamente dalla casella di posta di Kristiana Dahl, responsabile della segreteria dell’University College, la struttura che tra gli edifici e le facoltà di Oxford vanta la storia più longeva, giacché esiste dal lontano 1249. Come spesso accade, è stata spedita involontariamente a un gruppo di indirizzi, chiamato banalmente «Univ.» e contenente i recapiti email di tutti gli studenti iscritti ai corsi. Ma il messaggio era pronto per raggiungere ben altri destinatari, e non certo per finire alla berlina di un intero corso. Anche se la responsabile si è subito scusata e ha riscritto a tutti gli interessati di «cancellare immediatamente» l’allegato del messaggio, ormai i nomi dei 50 che erano andati davvero male agli esami di fine 2013 era già stata letta e riletta e girava tra aule, mense e dormitori. In un ateneo abituato a laureare grandi personalità (a Oxford hanno studiato 47 premi Nobel, primi ministri, re e cardinali), a cui si accede difficilmente e dove riuscire e avere buoni voti è l’imperativo per gli studenti, sapere e far sapere di essere invece nella lista nera è un gran disonore. E lo è altrettanto per l’ateneo: nella lotta continua con gli altri enti eccelsi come la rivale Cambridge, avere studenti dai risultati così infelici è motivo di gran disonore.

GLI ESAMI DI FINE MICHAELMAS – A Oxford, come in altri atenei britannici (accade anche a Cambridge, o al college di Eton), l’anno scolastico è suddiviso in tre trimestri. Il primo è quello comunemente chiamato Michaelmas, in onore a Saint Michael, San Michele Arcangelo, che si festeggia il 29 settembre di ogni anno. Il trimestre si apre infatti a fine settembre per chiudersi poi prima delle feste natalizie. Alla fine di questo primo periodo – chi frequenta Oxford suddivide e numera poi ogni trimestre in settimane, e ognuna tra queste inizia sempre la domenica a differenza dei nostri corsi universitari – ecco l’appuntamento più atteso dagli studenti, ovvero gli esami di fine «term», il trimestre appunto. Che servono a docenti e studenti per verificare lo stato di applicazione e di studio degli iscritti, pur non funzionando da sbarramento per il prosieguo dell’anno scolastico. Una analoga sessione di esami si svolge poi alla fine del secondo trimestre, prima degli esami finali estivi.

24 gennaio 2014

Gli sherpa, il popolo degli umili portatori dell’Everest

Corriere della sera

Non sono «nati» scalatori, ma lo sono diventati per vivere. La crescita delle spedizioni commerciali altera i loro equilibri

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Camminare, da quando siamo scesi dagli alberi, resta una delle nostre attività principali. È un gesto ancestrale, si impara d’istinto, spesso prima di parlare. Il passo è un’impronta digitale in movimento, ognuno ha la sua. Se ci fosse un’università dove si insegnano a muovere i piedi per raggiungere una meta, gli sherpa dell’Himalaya sarebbero i docenti. Marco Vallesi è una delle due guide alpine italiane utilizzate anni fa come cavie dai ricercatori della Piramide del Cnr, base di ricerca scientifica alle pendici dell’Everest a 5 mila metri di quota, per un confronto fisiologico con gli sherpa della valle del Khumbu, in Nepal. Lui e il suo collega, dal confronto, sono usciti con le orecchie basse.

CONFRONTO - «Se li guardi camminare sui loro sentieri», spiega Marco, «vedi l’armonia del loro movimento che segue il terreno senza sprecare una stilla di energia. Sassi, legni, radici, ciò che per noi è un ostacolo, per loro diventa un appoggio». Passi corti, cadenzati, con una respirazione perfetta che non va mai in ipossia. Il professor Paolo Cerretelli, che è stato docente di fisiologia alle università di Milano e Ginevra, ha effettuato test alla Piramide che hanno mostrato come uno sherpa, a 5 mila metri, perde il 17% della sua massima potenza aerobica (in termini automobilistici, i cavalli del motore), un maratoneta professionista il 26% e un umano di sana e robusta costituzione, che pratica attività sportiva regolare, il 40%. Gli altri a 5 mila metri non ci arrivano neanche.

MUOVERSI A 4 MILA METRI - Gli sherpa, a vederli nelle strade trafficate di Kathmandu, sembrano esili, magri, di solito piccoli. Sui sentieri a 4 mila metri, dove impiegano meno di una giornata per fare un tragitto che a un umano, per quanto sano e robusto, ne costa tre, diventano una razza superiore, anche se frequentemente sottomessa. Spesso hanno una fascia che passa sulla fronte e regge una gerla con cui portano pesi che noi non riusciamo ad alzare da terra: anche 70 chilogrammi. Muoversi là sopra significa capire a fondo la natura, intuire in anticipo ciò che sta per accadere: nuvole, vento, neve, valanghe, più si sale di quota più non si può sbagliare passo. Gli sherpa di solito non sbagliano anche perché, a differenza di molti escursionisti occidentali, sanno quando è il momento di tornare indietro, di cedere il passo a montagne che possono scrollarsi di dosso chiunque nel giro di qualche secondo.
Gli sherpa, il popolo che capisce la lingua delle montagneGli sherpa, il popolo che capisce la lingua delle montagne Gli sherpa, il popolo che capisce la lingua delle montagneGli sherpa, il popolo che capisce la lingua delle montagneGli sherpa, il popolo che capisce la lingua delle montagne

SULLA CIMA DELLA DEA - Tenzing Chhottar Sherpa ha 27 anni ed è nato a Namche Bazar, capitale della valle del Khumbu, a 3.500 metri di quota. Un pomeriggio di un anno fa si trovava al Colle Sud, a 8 mila metri, ultimo campo sul versante sud del monte Everest. Fino a quella volta non era mai salito sopra i 6 mila e si trovava lì per provare ad aggiustare la stazione meteo del Cnr, che era stata installata nel 2011 ma aveva smesso di funzionare quasi subito, come si fosse spaventata anche lei per gli elementi atmosferici che stava registrando a quella quota. Tenzing aveva fatto tardi e scendere al campo II, a 6.500 metri, era un’idea che non lo convinceva: c’era vento forte e poche ore di luce.

Per uno strano e fortunato caso al Colle Sud c’era anche suo fratello maggiore, impegnato come guida in una spedizione con quattro clienti americani. Offrì ospitalità in una delle loro tende a Tenzing. «Quando eravamo dentro bisognava urlare per riuscire a sentirsi a causa del vento. Mio fratello mi spiegò che lui, altri due sherpa e i quattro clienti si sarebbero mossi alle 2 di notte per salire alla cima. Poi disse, sorridendo: “Se ti senti bene, puoi venire anche tu”. Rimasi spiazzato, non avevo mai preso in esame l’idea di salire sull’Everest, ma la prospettiva di restare da solo in tenda al Colle Sud, di notte, con quel vento, mi spaventava quasi di più che non provare a salire sulla cima. Andai con loro».

A uno sherpa succede anche questo: decide a 8 mila metri di quota, perché incontra suo fratello, di salire sull’Everest. «Sono andato su bene, usando l’ossigeno e tenendo il passo degli americani, che per fortuna andavano piano. Ho avuto solo un po’ di paura in mezzo a una coda lunghissima di alpinisti prima dell’Hillary Step. Quando ero sulla cima ho visto che mancavano 30 metri al punto più alto e sapevo che ormai li avrei fatti di sicuro: ero felice, mi sono inginocchiato a pregare prima di fare gli ultimi passi».

VITA E MORTE - Quella notte, in quella stessa coda, a 8.500 metri sono morti in quattro: due canadesi, una cinese e un tedesco. Sono morti così, senza una ragione particolare: sono rimasti senza ossigeno, sfiniti dal freddo e dalla stanchezza. Succede sempre più spesso. Molti non capiscono quando è il momento di rinunciare, e restano là sopra. Pemba Ongchhu Sherpa è una guida, ha 30 anni, ed è salito sull’Everest cinque volte. Una senza usare l’ossigeno. «Non è stata una scelta», precisa. «A 8.200 metri mi si è rotta la maschera. All’inizio ho pensato di dover rinunciare e mi sono fermato. Poi ho visto che se rallentavo il passo potevo farcela e così sono arrivato alla cima». C’è un modo diverso di salire sull’Everest, e sulle altre vette, per gli sherpa e gli occidentali. E anche di morirci. Fin dall’inizio.

SAGARMATHA - Tanto per cominciare, questo popolo che vive da secoli sui due versanti dell’Himalaya non si sognava nemmeno di provare a scalare queste cime. Nella lingua sherpa non esiste neanche una parola per dire “vetta”: ogni montagna si chiama con il nome della divinità che la abita. L’Everest è Sagarmatha, «la dimora della dea madre della Terra». Gli sherpa sono profondamente buddisti, ma credono anche in una infinità di spiriti e demoni che secondo loro vivono nella valle del Khumbu e sulle montagne che la delimitano. Sanno salire in alta quota come nessun altro popolo al mondo, ma questa loro dote, prima che arrivassero le spedizioni inglesi alla fine dell’Ottocento, l’avevano messa a frutto solo per superare i passi a 6 mila metri di quota, come il Nangpa La, che separa il versante tibetano da quello nepalese. I sentieri nelle valli, più salgono verso l’alto, per raggiungere villaggi che stanno anche sopra i 5 mila metri, più sono costellati da chorten, stupa e altri piccoli templi, come a testimoniare la sacralità di una natura che domina l’uomo dall’alto e dove, per proseguire, si deve pregare.

I GIGANTI - Everest, Lothse, Cho Oyu, Makalu, sono giganti da 8mila metri, che svettano nel cielo terso o si perdono nel buio delle nuvole, ma anche Pumori e Ama Dablan, che sono tra i sei e i settemila metri, incutono un timore reverenziale pure a chi non crede agli spiriti e ai demoni della valle. Sono cattedrali della natura che raggiungono il cielo dove volano i jet e dove, secondo gli sherpa, vivono gli dei. Le si ammira dai campi base a 5 mila metri, con il naso all’insù e il fiato già molto corto per la quota. Impossibile immaginare oggi il coraggio di gente come George Mallory che, arrivato di fronte all’Everest nel 1921, con giacca di tweed e pantaloni di fustagno, ha provato a salirci sopra. Uno dei primi che ha osato tanto è stato Kancha, che adesso ha 81 anni.

È l’ultimo componente della spedizione del ’53 ancora vivo: quell’anno Edmund Hillary e Tenzing Norgay (lo sherpa che fece conoscere al mondo il suo popolo), il 29 maggio, giorno della salita al trono di Elisabetta II, raggiunsero per primi nella storia la vetta della montagna più alta del mondo. Kancha era uno dei portatori di alta quota e arrivò fino al Colle Sud. «Ero forte da giovane. Tenzing mi conosceva e sapeva quanto peso ero capace di portare senza stancarmi. Fu lui che disse agli inglesi di prendermi nella spedizione». Quando con il dito si indica nella foto di gruppo di alpinisti più famosa della storia, si capisce che Kancha è orgoglioso di non aver deluso Tenzing Norgay.

BRUCIATI NELL’ALCOL - Le bandierine di preghiera buddista, lasciate a consumarsi nelle intemperie, appaiono minuscole di fronte a queste montagne. Gli inglesi prima, gli altri dopo, hanno convinto gli sherpa a mettere i piedi in testa ai loro dei, ma non a cambiare il loro spirito. «Non iniziano mai una scalata senza celebrare una puja al campo base. È una preghiera con la quale chiedono alla montagna di lasciarli passare», spiega Giampietro Verza, alpinista italiano che ha passato metà della sua vita tra queste montagne e ci è salito sopra.

«Adesso per loro partecipare a una spedizione all’Everest significa guadagnare una cifra con cui possono comprarsi una casa nuova». In Nepal di recente il governo ha fissato lo stipendio minimo mensile: nessuno deve guadagnare meno di 8 mila rupie, circa 60 euro. Uno sherpa, come premio se porta in cima all’Everest dei clienti, può prendere anche qualche migliaio di dollari, ma questi soldi di solito non gli fanno perdere la testa, e la vita, come invece capita agli occidentali. Magari la bruciano dopo nell’alcol, come succede sempre più di frequente.

VITA CAMBIATA - Il business negli ultimi 20 anni, con il dilagare delle spedizioni alpinistiche del «turismo d’alta quota», come lo definisce Messner, ha profondamente alterato la vita nella valle del Khumbu. «I cambiamenti hanno comportato conforti materiali e per alcuni un notevole sviluppo economico», dice Ngawang Tenzing Zangbu, il rinpoche del monastero di Tengboche, massima autorità buddista della valle,«ma anche una perdita delle nostre tradizioni, della nostra cultura: la lingua, gli abiti, le cerimonie. Fortunatamente c’è chi ha capito la loro importanza e la difende». La valle però si è divisa in due, con la linea dei 5 mila metri a fare da confine, anche in rapporto alle tariffe dei portatori.

IL GUADAGNO HA PESO QUOTA - Gli sherpa cercano ingaggi nelle ricche spedizioni alpinistiche degli stranieri che puntano alle cime e a fare il lavoro dei portatori, nella parte bassa del Khumbu (da 2.800 a 5 mila metri), vengono chiamati i contadini della pianura, che non sono sherpa, non sono acclimatati per queste altitudini, non hanno il loro passo e il mal di montagna spesso li stende. Alcuni per sempre. Sono pagati a peso: 400 rupie al giorno per un load, circa 20 kg. I portatori più forti ne portano anche tre, alcuni quattro.

LA FAMA OLTRE LA VALLE - Gli yak, se sulla loro schiena vengono caricati più di due load, si ribellano e menano cornate a destra e manca. Gli uomini no, abbassano la testa con la fascia sulla fronte che regge la gerla, e vanno. Sono cavalli da soma che arrivano fino ai 5 mila metri, sopra ci sono i purosangue: portatori d’alta quota e guide. Uomini delle vette, senza i quali la storia dell’alpinismo himalayano sarebbe stata diversa, o forse non ci sarebbe stata del tutto, a cominciare dalle spedizioni di George Mallory dei primi anni Venti. Si sono portati il mondo sulle spalle, fino alla cima, per decenni ma la fama per loro, tranne qualche raro caso, non è mai andata oltre i confini della valle. Per un trasporto dal campo base al campo II a 6.500 metri dell’Everest di un load da 12 kg (in quota cambiano anche le unità di misura) questi sherpa possono guadagnare circa 80 dollari e i più forti riescono a portarne fino a tre o quattro. Dal campo II agli 8 mila del Colle Sud, 150 dollari a load. Viveri, tende, sacchi a pelo, bombole d’ossigeno, tutto prende quota sulle loro spalle. Qui non arrivano più neanche gli yak.

GENERAZIONI SEPARATE - I soldi «facili», che adesso si possono guadagnare più si sale in alto, stanno anche separando le generazioni: alcuni giovani si buttano nelle spedizioni con un piglio che i loro genitori non avevano. A Namche Bazar, Pemba Gyalzam Sherpa è uno dei grandi vecchi della montagna. Ha 73 anni e ha partecipato a un’infinità di spedizioni, cominciando come kitchen boy e finendo come sirdar, il capo delle guide che partecipano a una scalata. Una vita ricca: è stato anche in Giappone e negli Usa, invitato da clienti che lo hanno voluto come ospite. A 28 anni vide morire sei sherpa, travolti da una valanga passata a dieci metri da lui. «Salire sulle cime, anche se noi non siamo nati come alpinisti, fa ormai parte della nostra storia.

Sono orgoglioso di averlo fatto. Ma la nostra cultura, la nostra religione, il rispetto per la natura che abbiamo intorno, esistono da molto tempo prima che il mondo si interessasse all’Everest. Di noi si sa ancora poco». Adesso Gyalzam oltre a fare lunghe camminate in mezzo alla sua natura, gestisce un piccolo lodge che ha chiamato Pumori. «È il nome della montagna più bella che mi ha permesso di arrivare sulla sua cima». Tra queste vette e il popolo che abita le loro valli c’è una sintonia profonda e fragile. Noi dovremmo avere più umiltà quando passiamo da quelle parti. Potremmo raggiungere traguardi importanti, forse anche più di quanto non lo sia la cima dell’Everest.

24 gennaio 2014

Questa giustizia malata fa uscire il killer di mia figlia”

La Stampa

giampiero maggio

Una madre si incatena davanti al tribunale di Ivrea



Cattura
A distanza di più di 20 anni non ha dimenticato nulla. Non una virgola, non un istante. I ricordi, impietosi e terribili, tornano ogni giorno a quel 2 agosto del 1993, quando sua figlia Manuela Petilli, all’epoca quattordicenne, fu rapita, portata in un casolare nelle campagne di Ivrea e qui uccisa e bruciata.

Ringo il nomade
L’uomo accusato dell’omicidio, Pietro Ballarin, il nomade sinto che tutti chiamavano Ringo, era stato condannato all’ergastolo. Pochi mesi fa, dal carcere di Torino dove è tuttora rinchiuso, ha chiesto di poter accedere alla semilibertà. Una mazzata per R.M., la mamma di Manuela. Che chiede che il suo nome non venga scritto sul giornale: «Ho due figli. Devo tutelarli e non è giusto che una storia di 20 anni fa li coinvolga». E poi si sfoga: «In tutti questi anni sono morta e rinata migliaia di volte. Sapere che quell’uomo potrebbe tornare libero mi ucciderebbe definitivamente». Questa, però, è un’altra storia. Una storia che si lega ad un’altra battaglia che oggi R.M. sta combattendo. Quando Ringo le portò via Manuela in quella maniera orribile aveva poco più di 30 anni, ma ha saputo reagire. Con un nuovo compagno e altri due figli. 

Breve felicità
Uno sprazzo di felicità durato poco, però. Perché nel frattempo la sua vita è risprofondata in un abisso. La nuova relazione andata in frantumi e la necessità di crescere da sola i due bambini dovendo cambiare decine di lavori. Oggi è quasi sul lastrico. «Anche perché, in 15 anni, il mio ex convivente non ha versato un euro di alimenti per i due ragazzi». 

La protesta
Ieri mattina la donna si è incatenata minacciando di darsi fuoco davanti al Tribunale di Ivrea. Ha voluto sfogare tutta la rabbia covata in questi mesi. «Il mio gesto, istintivo, è contro questa giustizia malata» spiega. «Sapere che Ringo ha chiesto la semilibertà l’ha sconvolta, probabilmente ha anche influito sulla decisione di incatenarsi, ma la sua protesta riguarda tutt’altra vicenda» precisano Patricia Proschwitz Cester e Maria Rosa Barolo, i due avvocati che seguono la causa di R.M. contro l’ex convivente.

La mamma di Manuela, infatti, chiede di ottenere risposte dal Tribunale nella causa contro l’ex compagno. Un processo che continua ad essere rimbalzato da un anno all’altro. Da quando, nell’aprile 2011, aveva denunciato l’uomo per il mancato versamento degli alimenti. Era stata fissata la prima udienza pochi mesi dopo, il primo novembre, ma tutto fu rinviato prima al 5 novembre 2013, poi al 18 dicembre 2014.

«Oggi i miei figli hanno 17 e 19 anni, li ho tirati su da sola perché aspetto dal ’98 che loro padre ottemperi ai suoi obblighi. E i giudici che fanno? Se ne infischiano. Chiedo soltanto di essere ascoltata, voglio soltanto udienza». Sono parole che escono di getto, le sue: «Pretendo vengano applicati i nostri diritti, i diritti di una famiglia senza aspettare altri rinvii. Dopo anni di sofferenza merito il mio risarcimento».

La nonna lascia un enigma in eredità alla nipote. 20 anni dopo il web trova la soluzione

La Stampa


ROMA - Un enigma, lasciato in eredità dalla nonna morente, risolto dopo decenni. Era il 1994 quando Dorothy Holm, malata di cancro, decise di scrivere su 20 schede un codice fatto di lettere apparantemente senza una logica. Un ventennio dopo la nipote Joanna, che all'epoca aveva 11 anni, ha deciso di chiedere aiuto ad internet per trovare la soluzione. La famiglia passò i mesi successivi alla morte della donna, che non potè aiutare i nipoti per motivi di memoria, a tentare di risolvere l'arcano. Poi smisero. Oggi ad aiutarla è stato il sito Ask MetaFilter grazie ad un utente che in 15 minuti ha trovato la soluzione, spiegando di esserci riuscito analizzando i codici sul retro delle schede. Si tratta di una preghiera religiosa, rivolta a Dio, ma ancora difficile da decifrare. Motivo per cui è ancora aperta la possibilità di approfondire i testi.

 
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L'enigma lasciato dalla nonna risolto sul web 






giovedì 23 gennaio 2014 - 18:18   Ultimo aggiornamento: 18:19

Angiola e gli altri evasori impuniti

Corriere della sera

È accusata di avere sottratto al fisco oltre due miliardi. Il padre finì in numerose inchieste per bancarotta e truffa

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Le tasse le pagano solo i plebei», diceva Leona Helmsley, l’anziana imperatrice immobiliare di New York. Quando la incastrarono, si offrì in cambio della libertà di donare i suoi alberghi alla città: le diedero 16 anni di galera, le fecero la foto segnaletica e la misero dentro. E aveva evaso molto meno di quanto è contestato ad Angiola Armellini, accusata d’aver nascosto al fisco oltre due miliardi. Sia chiaro: la figlia del palazzinaro Renato Armellini, il «re del mattone» per il quale fu adattato («Quod non fecerunt barbari, fecerunt Armellini») un antico e feroce adagio contro la famiglia Barberini, è innocente finché non sarà condannata nei tre gradi di giudizio. Auguri. Come ricorda il Messaggero , tuttavia, non solo il padre finì in numerose inchieste giudiziarie per bancarotta e truffa, e si sa che le colpe non possono ricadere sui figli, ma lei stessa «nel 1991, assieme al padre e alla sorella Francesca, era rimasta coinvolta in una frode fiscale e falso in bilancio per oltre 500 miliardi di lire. E ancora, nel 1996, la donna fu coinvolta, assieme all’ex marito Alessandro Mei, in una bancarotta fraudolenta da 200 miliardi di lire». Insomma, non è nuova a grattacapi del genere.

Un’Ansa del 1996 ricorda: «Un’amnistia “salva” dal Fisco gli eredi del costruttore Armellini. La settima sezione del Tribunale di Roma ha infatti concesso l’amnistia ad Angiola, Francesca ed Alessandra Armellini, figlie di Renato, imputate di evasione fiscale e falso in bilancio per avere occultato - secondo quanto afferma l’associazione Codacons in un comunicato - profitti per circa 1000 miliardi di lire. In seguito ad una denuncia di un collaboratore di Armellini gli inquirenti indagarono su quattro società che attraverso un gioco di fusioni e accorpamenti e false partecipazioni avrebbero occultato profitti di un’attività edilizia molto vasta: ben 2.500 appartamenti costruiti e venduti nella Capitale. La Guardia di finanza accertò nel 1988 l’evasione fiscale e le falsità compiute per nascondere i profitti.

Le eredi di Renato Armellini hanno ottenuto un condono per 10 miliardi rateizzati al posto dei 350 miliardi evasi. Nel corso del processo i difensori hanno sostenuto che la somma sborsata dagli Armellini era sufficiente perché nessun ufficio fiscale aveva inviato un avviso di accertamento dei redditi evasi. Così come nessun giudice aveva inviato entro il novembre ‘92 un decreto di citazione a giudizio. In casi del genere, hanno spiegato gli avvocati, il condono si ottiene pagando un’imposta sul 20% di quanto dichiarato nella denuncia dei redditi».

Come mai, chiedeva furente l’associazione dei consumatori avvertendo che avrebbe denunciato tutti, «queste fortune capitano solo ai palazzinari? Come mai l’ufficio delle imposte ha omesso di notificare agli Armellini gli avvisi di accertamento per i profitti occultati? Come mai il giudice istruttore ha lasciato trascorrere due anni prima di ordinare il rinvio a giudizio? Come mai il presidente della settima sezione ha lasciato passare un altro anno prima di citare a giudizio gli Armellini?». Dice oggi la Finanza che la signora, pur avendo portato nel 1999 la residenza a Montecarlo e risultando cittadina monegasca fino al 2010, risulta aver vissuto dapprima «senza dichiararlo, in un’ampia villa all’Eur e, successivamente, in un lussuoso appartamento su due piani intestato a società lussemburghesi» nel centro di Roma, neppure «classificato come civile abitazione».

Se Angiola Armellini abbia davvero nascosto negli ultimi anni al Fisco, attraverso un giro di società, due miliardi e cento milioni di euro frutto della rendita di 1.243 immobili sui quali non sono mai state pagate neppure l’Ici e l’Imu, così come risulta dalle accuse del sostituto procuratore Paolo Ielo e dei finanzieri che hanno «proceduto al disconoscimento degli effetti scriminanti di 10 scudi fiscali presentati nel 2009», lo accerteranno i giudici. Ma certo stupisce la velocità con cui la notizia della (presunta) mega-evasione sembra essere stata cotta, mangiata, ruminata, digerita e rimossa dall’opinione pubblica. Come se gli italiani dessero ormai per scontata, anche in momenti come questi di difficoltà pesanti, la presenza di furbetti e furboni che sottraggono risorse alla collettività.

Pochi mesi fa la Guardia di finanza comunicò di avere scoperto dal 1 gennaio alla fine di agosto 4.933 evasori totali (poi saliti a oltre ottomila in tutto il 2013) e di avere denunciato 1.771 protagonisti dei casi più scandalosi, che avevano nascosto al Fisco redditi per almeno 17 miliardi e mezzo di euro. Una cifra che da sola vale quattro volte l’Imu sulla prima casa. E più del doppio di quel margine di flessibilità per 7,5 miliardi promessoci dall’Europa che a luglio fece scattare verso Enrico Letta una standing ovation in Parlamento. Eppure, su 62.536 persone detenute a fine dicembre 2013 nelle patrie galere di evasori fiscali diciamo così «semplici» praticamente non ce n’è uno. La legge, infatti, prevede il carcere solo per chi è colpevole, in base all’articolo 2 della legge 74/2000, di «dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti». Traduzione: chi non fa fatture false ma finge semplicemente di non esistere («Non ho mai pagato le tasse e me ne vanto. Le tasse sono come la droga, le paghi una volta e poi entri nel tunnel», dice Antonio Albanese nei panni di Cetto.

La Qualunque) in galera come evasore non ci va. Una situazione che i cittadini perbene, che si trovano a sopportare il peso di un’evasione che si collocherebbe tra i 120 miliardi stimati dalla Corte dei Conti e i 180 calcolati dalla britannica «Tax Research», trovano insopportabile. E che certo non può essere giustificata dall’eccesso (che c’è) di pressione fiscale. All’Agenzia delle entrate contano le ore: proprio in questi giorni potrebbe finalmente passare in Parlamento la delega al governo «alla revisione del sistema sanzionatorio penale tributario secondo criteri di predeterminazione e di proporzionalità rispetto alla gravità dei comportamenti, prevedendo la punibilità con la pena detentiva compresa fra un minimo di sei mesi e un massimo di sei anni, dando rilievo, tenuto conto di adeguate soglie di punibilità, alla configurazione del reato per i comportamenti fraudolenti...».

In bocca al lupo. Sarebbe bene, tuttavia, che i cittadini restassero con gli occhi aperti sul cammino reale di questa iniziativa. C’è una notizia dell’agenzia Ansa, infatti, che ricorda come la promessa fosse già stata fatta: «L’omessa dichiarazione sarà punita con la reclusione da uno a tre anni: il limite di punibilità sarà più basso: 100 milioni di imposta evasa. Per le dichiarazioni fraudolente sarà previsto il carcere da sei mesi a sei anni (ridotti a 2 anni se l’evasione è sotto i 300 milioni). La dichiarazione infedele, invece, diventerà reato e sarà punita da uno a tre anni di carcere se supera i 150 milioni di imposte evase e un reddito imponibile occultato pari al 10 per cento...». Non si parlava di euro, ma di lire. E quella promessa di mettere le manette agli evasori fu fatta il 3 marzo del 2000. Da allora sono passati quattordici anni.

23 gennaio 2014

Polemica per la bambola che rifiuta la pappa I pediatri: «Diseducativa e pericolosa»

Corriere della sera

Se la bimba avvicina il cucchiaio gira la testa dell’altra parte. I produttori: «Simula le difficoltà reali della mamma»

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Nenuco non ha fame e rifiuta la pappa. Come a volte capita con i bambini. Ma Nenuco è una bambola, prodotta dalla ditta spagnola Famosa in diverse versioni, inclusa quest’ultima inappetente (già definita «anoressica»), che in Gran Bretagna - dove ha fatto la sua comparsa nei negozi di giocattoli - ha scatenato accese polemiche. A prima vista è una normale bambola alla quale le bambine fanno finta di dare da mangiare per imitare le proprie mamme. Ma poi la sorpresa: Nenuco muove la testa da un lato, rifiutando il cibo. E subito i creatori spagnoli di «Nenuco Won’t Eat» (Nenuco non mangerà) sono stati accusati di incoraggiare l’anoressia. I produttori si sono giustificati così: quello del rifiuto di mangiare è uno scenario familiare per le neomamme che ogni giorno lottano per nutrire i propri bambini e con questa bambola le bimbe potranno capire le frustrazioni della mamma e quanto sia importante mangiare correttamente.

IL FUNZIONAMENTO - La bambola, che costa circa 40 euro, funziona così: il cucchiaio in dotazione contiene un magnete che attiva un interruttore interno chiudendo la bocca di Nenuco e facendole ruotare la testa. La «mamma» può farla mangiare solo girando il cucchiaio e premendo contro le sue labbra. «Questa bambola invia un messaggio sbagliato ai bambini e li incoraggia a pensare che rifiutare il cibo sia un comportamento normale - dice Chris Leaman di YoungMinds (organizzazione non profit inglese per il benessere psichico di bambini e adolescenti) al Daily Mail -. Non vogliamo questo genere di influenza negativa e siamo preoccupati anche che in questo modo possano essere promossi atteggiamenti malsani verso l’immagine del corpo e verso il cibo».

LA POLEMICA - Siobhan Freegard, del sito di genitori Netmums aggiunge: «Tutto ciò che incoraggia i bambini a pensare che non mangiare sia normale è profondamente preoccupante». E secondo Anita Worcester dell’associazione contro i disordini alimentari Sweda, si tratta «fondamentalmente di una bambola anoressica, e tutto questo ci sembra molto malsano». Nikki Jeffery, direttore marketing nel Regno Unito dell’azienda che ha creato Nenuco, sostiene che questa bambola rappresenta le reali difficoltà che le madri devono affrontare quando un bambino si rifiuta di mangiare. «Sappiamo che i bambini spesso non mangiano - sottolinea - ma la bambola è progettata per mostrare ai piccoli quanto sia importante alimentarsi correttamente. Si tratta di far fare alle bambine un’esperienza più vicina possibile a quella di essere una vera mamma. Non stiamo incoraggiando i bambini a non mangiare».

PEDIATRI: «PERICOLOSA» - Sul sito italiano dell’azienda Famosa questo modello non risulta nella gamma di quelli disponibili, ma i pediatri lanciano l’allarme, parlando di «esempio profondamente diseducativo, che mette a rischio tutti gli sforzi che si fanno oggi per educare i bambini a una corretta alimentazione e all’esaltazione del gusto del cibo». A dirlo è Giuseppe Mele, pediatra e presidente di Paidòss (Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza). «Stiamo tentando di dare ai bambini non solo una buona educazione sulle quantità giuste di ogni alimento, sull’importanza della prima colazione e di fare almeno 4 pasti leggeri durante la giornata, ma anche di insegnargli il gusto del cibo, dei diversi sapori e il saperli valorizzare e apprezzare - aggiunge Mele -.

Di fronte a giocattoli come questo, il messaggio che arriva è l’esatto contrario: il cibo va rifiutato in quanto tale». Meglio, secondo il pediatra, i cari, vecchi bambolotti da imboccare, senza rifiuti automatizzati: «È un modello che tutto sommato ha cresciuto e sta crescendo generazioni attraverso l’emulazione della mamma, una tradizione educativa che va bene e che, anzi, dovrebbe essere incentivato e che può aiutare a insegnare il valore del cibo al bambino. Infondo, la bambola viene usata soprattutto attorno ai 3 anni, un momento clou in cui il bimbo ha bisogno del cibo per crescere, ma si sta anche creando un’educazione alimentare». Con la nuova bambola Nenuco, invece, il rischio è quello di «problemi alimentari che possono sfociare anche in anoressia», conclude Mele.

«NON IN ITALIA» - Al coro di polemiche si unisce anche il Moige (Movimento italiano genitori): «Ci troviamo di fronte da un lato al modello di una bambina che non mangia e dall’altro al modello di una mamma/bambina che deve forzare la figlia a mangiare, comportamento assolutamente scorretto e inadeguato dinanzi ai casi di inappetenza e anoressia. Ci auguriamo che questo prodotto non arrivi alle nostre bambine» dice la presidente Maria Rita Munizzi. Luca Borgomeo, a capo dell’Associazione di telespettatori cattolici Aiart, chiede poi che la bambola non sia pubblicizzata in tv: «I nostri ragazzi sono già bombardati da una quantità eccessiva di pubblicità, soprattutto sui canali per i più piccoli. Una pubblicità che non di rado scatena atteggiamenti consumistici compulsivi. Questa bambola, che rischia di avere effetti pericolosi nei bambini, non sia oggetto di spot».

23 gennaio 2014

A tavola con i figli, tutti gli errori da evitare

Corriere della sera


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Mai me lo sarei aspettata. A Milano a un corso di cucina per bambini ho scoperto tutti gli errori da non fare a tavola con i miei figli. Ammissione dolorosa: io ne infilavo uno dopo l’altro, nel tentativo di fare ingurgitare cibi sani e verdura a gogo (spesso mal cucinati). Prima delle vacanze di Natale ho accompagnato Clotilde, la mia primogenita 5enne, al Naviglio a Vapore (www.ilnaviglioavapore.it), dove in un’ora e mezza le avrebbero insegnato a fare la pizza (vedi ricetta sotto).

Il corso, organizzato dall’associazione www.bambiniincucina.it della scrittrice e blogger Federica Buglioni (con una rubrica su www.milanoperibambini.it), si è trasformato in una lezione per me. Su come (non) comportarmi a tavola con Clotilde (e, in futuro, con Enea che a un mese di vita per ora è solo un lattante). Dieci regole che ho imparato mentre Clotilde faceva la pizza.
1) MAI CHIEDERE “COSA VUOI (mettere sulla pizza)?”, MA “QUALE VUOI TRA QUESTE VERDURE?”. A una domanda generica Clotilde avrebbe risposto “Dammi la mozzarella”. E addio verdure. Invitarla a scegliere tra zucchine, olive e peperoni colorati, è invece un modo per coinvolgerla nella scelta di una verdura che poi metterà sulla pizza (e mangerà) in modo quasi scontato.

2) NON OFFRIRE MAI ALL’INIZIO QUELLO CHE PIACE DI PIU’. Vale per la mozzarella da mettere sulla pizza, come per i cibi da mangiare a tavola: iniziare da quello che piace di più fa escludere automaticamente gli altri. Nella preparazione della pizza, infatti, i bimbi prima sono stati invitati a mettere le verdure, solo successivamente hanno messo il formaggio. Lo stesso principio vale a pranzo e a cena.

3) NON PROPORRE SEMPRE LE STESSE COSE. Nella sua ricetta Clotilde ha potuto scegliere, per esempio, tra il peperone rosso, giallo e verde. Fare scoprire la varietà è il modo migliore per stuzzicare la fantasia ed educare anche il palato. Aprire il ventaglio alimentare costa fatica ai genitori non pratici ai fornelli (come me), ma ne vale la pena.

4) MAI SOTTOVALUTARE L’IMPORTANZA DEI PROFUMI. A Clotilde è stato fatto sentire il profumo di ogni ingrediente, soprattutto del rametto di origano. Così può/dev’essere anche nella cucina di tutti i giorni.

5) NON CERCARE DI TRUFFARLI. E’, forse, l’errore più grave.  Ogni ingrediente finito sulla pizza è frutto di una condivisione che, la sera, porterà Clotilde per la prima volta a mangiare, per dire,  i peperoni. Tradotto nella vita quotidiana significa che nascondere verdure dentro i piatti graditi (come polpette e sughi) è una scorciatoria che non porta a nulla perché i bimbi non si abituano a nuovi cibi, ma vengono semplicemente ingannati.
Scrive, a tal proposito, l’organizzatrice del corso, Federica Buglioni, sulla rivista Cucina naturale: “I gusti dei bambini non si formano sull’effettivo sapore dei piatti, o delle imposizioni e dei rimproveri, bensì sulla base delle emozioni che ogni alimento riesce a regalare, soprattutto quando lo si condivide con la famiglia e gli amici. In altre parole, il gusto è più culturale che fisico”.
6) NON ABITUARLI AL KID-FRIENDLY. I piatti con forme divertenti studiati ad hoc per i bimbi, possono andare bene una volta ogni tanto, ma non sempre. Vedi sopra. Il principio è lo stesso.

7) NON PREPARARE CIBI DIVERSI PER BIMBI E ADULTI. Idem come sopra.

8) NON LASCIARLI A  TAVOLA DA SOLI. Anche una semplice preparazione della pizza insegna che il cibo è soprattutto condivisione. Il che vuol dire che stare tutti seduti intorno a un tavolo e mangiare le stesse cose è fondamentale per soddisfare la “fame di emozioni” dei bambini che li porta anche a mangiare meglio. E di tutto.

9) NON FAR TROVARE SEMPRE LA PAPPA PRONTA. Cucinare insieme – e renderli partecipi – è una strategia semplice per sdoganare cibi che altrimenti sarebbero sgraditi. Clotilde, mentre preparava la pizza, mi ha detto: “Mamma, le verdure le mangerete tu e il papà”. E, invece la sera, tirata fuori la pizza dal forno, le ha mangiate con naturalezza anche lei. Orgogliosa del suo lavoro.
La controprova arriva anche dall’esperienza di Alice Waters, fondatrice del ristorante Chez Panisse (www.chezpanisse.com),  creatrice del progetto di educazione alimentare nelle scuole americane “Edible Schoolyard” (www.edibleschoolyard.org) e consulente di Michelle Obama per la creazione dell’orto biologico della Casa Bianca. In una recente intervista a D Cucina di Repubblica spiega come un bambino impara concretamente dal coltivare, cucinare e mangiare i prodotti della terra: “Nel progetto Edible Schoolyard, alla Martin Luther King Jr. Middle School, in sole 6 settimane vediamo dei cambiamenti incredibili: presto non c’è bisogno più nemmeno dell’insegnante, vogliono solo essere nell’orto, in cucina, a imparare a coltivare, seminare, raccogliere, cucinare. La natura stessa, a questo punto, insegna”.
10) La decima regola è quella che tiene insieme tutte le altre: NON DIMENTICARE MAI IL VALORE DELLE EMOZIONI. Anche in cucina.
ps. Tra gli indirizzi per corsi di cucina per bambini sempre a Milano segnalo: www.bambiniincucina.itwww.ilnaviglioavapore.it,
www.fondazionedemarchi.it/2013/12/siamo-tutti-cuochi, www.scuoladada.it

Fa il segno della croce, prof la rimprovera

La Stampa

di skuola.net

Una studentessa di terza media, al passaggio di un’ambulanza, si fa il segno della croce. L’insegnante di religione la rimprovera e il caso finisce all’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna.


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Come scriviamo su Skuola.net, a Reggio Emilia una studentessa di terza media viene ripresa dall’insegnante di religione per essersi fatta il segno della croce al passaggio di un’ambulanza. Il rimprovero è scattato a causa del fatto che proprio quel gesto potesse urtare la sensibilità di studenti atei o professanti fedi diverse da quella cattolica. Il caso è finito all’Assemblea regionale dell’Emilia Romagna che ha assolto l’insegnante rimproverandone però l’eccesso di zelo laicista.

SEGNO DELLA CROCE COME DITO MEDIO ALZATO – Passa un’ambulanza e alla studentessa viene spontaneo farsi il segno della croce. Il prof di religione che ha assistito al gesto riprende la ragazza affermando che avrebbe potuto offendere qualcuno di una fede diversa dalla sua. Ma non solo: al rimprovero bonario aggiunge anche il consiglio, la prossima volta, di sostituire il segno della croce con il semplice tocco del ferro, liquidando il gesto di fede ad un atto scaramantico. Ma davvero qualcuno di una fede religiosa diversa si sarebbe offeso alla vista del segno della croce? In realtà, quanto accaduto alla studentessa emiliana sembra essere solo uno dei mille risvolti di una diatriba in corso da anni tra fede e laicità. Infatti, non siamo nuovi a divieti di presepi nelle scuole, di canti natalizi, di crocefissi in classe ed ora anche del segno della croce.

SOLO UNA QUESTIONE RELIGIOSA?
- Ma allora cosa può aver mosso l’insegnante a rimproverare la studentessa? Probabilmente si pensa che il professore abbia ricevuto particolari istruzioni in materia di etica professionale che lo abbiano spinto poi, per evitare problemi, a rispettarle con eccessivo rigore. Infatti, sappiamo molto bene quanto la questione sia delicata e se da un lato la legislazione vigente prescrive la presenza dei crocefissi nelle scuole, in quanto secondo il parere del Consiglio di Stato risalente al 2006 “ il principio di laicità non risulta compromesso dall'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche”, dall’altro la paura dell’intolleranza cresce di giorno in giorno. Ma è giusto che per evitare di imporre il proprio credo a chi la pensa diversamente, si annulli la propria fede, esprimibile anche in un semplice gesto della croce?

Portici, il Pd annuncia il vincitore di un concorso con settimane di anticipo

La Stampa

di Michele Ippolito


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Portici. Una procedura di mobilità per assumere a tempo indeterminato un dipendente comunale già in servizio presso un altro ente pubblico è terminata proprio con la scelta della persona che un consigliere comunale nel Partito Democratico aveva indicato come sicuro vincitore prima ancora che si chiudessero i termini per la presentazione delle domande. Una coincidenza strana, che fa gridare allo scandalo il democratico Giovanni Iacone: “Avevo ascoltato casualmente, a metà dicembre, una conversazione in cui veniva detto che il bando era stato preparato appositamente per far vincere chi poi se lo è aggiudicato. Avevo, quindi, presentato al sindaco una interrogazione in cui gli chiedevo di far luce sulla vicenda. Visto che io non sono un veggente ed ho avuto ragione, invierò tutta la documentazione alla Procura della Repubblica.”

 
giovedì 23 gennaio 2014 - 16:04   Ultimo aggiornamento: 17:41

Rieti, suor mamma torna a casa «Non capisco tanto scandalo»

Il Messaggero

di Nino Cirillo


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Ha lasciato l’ospedale come si conviene a una piccola star. Approfittando del momento giusto, camuffandosi con la casacca e i pantaloni verdi da portantina, sotto l’occhio vigile delle guardie giurate. Alle 15.56, da un’uscita ovviamente secondaria, è sbucata una Ford Mondeo grigio metallizzata, con a bordo, accanto al guidatore, proprio lei: Roxana Rodriguez, 32 anni, la suora salvadoregna che una settimana fa ha messo al mondo Francesco Alessandro. Un maschietto di tre chili e mezzo, paffuto come lei, registrato all’anagrafe solo con il cognome della madre perché del padre «Roxy» continua a dire di non sapere nulla, di essersi accorta della gravidanza solo al momento delle doglie. Si suppone, ma si suppone soltanto, che nello spazioso bagagliaio dell’auto, fra montagne di pannolini, fiori, giocattoli e tutti i regali ricevuti da Roxana in questi giorni di ospedale, abbia trovato posto anche la carrozzina di Francesco Alessandro, con lui dentro, al sicuro. Si suppone soltanto perché per tutto il pomeriggio il direttore sanitario dell’ospedale, il professor Pasquale Carducci, ha continuato a offrire solo una parte della verità: «Ho firmato alle 13 il permesso di uscita per madre e figlio». Se poi tutti e due i letti siano vuoti adesso, beh, questo non lo ha voluto dire.
LE TELECAMERE
  Roxana deve aver cominciato a preparare le sue cose di buon mattino. Del resto le condizioni, sue e del bambino, avrebbero consentito il ritorno a casa già da lunedì, o forse anche da prima. Si è aspettato probabilmente nella speranza che si placasse un po’ il clamore. Un clamore che forse è l’unico vero cruccio di Roxana perché per il resto l’ha spiegato bene lei: «Meglio una mamma felice che una suora scontenta». Ma s’è lamentata parecchio, ieri mattina, prima con la dottoressa Dini, in reparto, poi con l’assistente sociale Anna Fontanella, che tanto le è stata vicino -efficacissimo filtro con il mondo esterno- e alla fine con Sandra, l’amica salvadoregna che l’ha aspettata al freddo per ore. «Perché tutto questo scandalo?», si è sfogata con tutte e tre. E loro l’hanno vista così amareggiata che non hanno avuto neppure il coraggio di raccontarle la verità. La verità è che sono piombate a Rieti -riconoscibili a occhio nudo per le stradine del centro- diverse troupes di tv sudamericane che chissà cosa darebbero per un’intervista con Roxana. Un continente intero -storicamente avido di telenovelas- sta aspettando, a loro dire, le prime foto di Francesco Alessandro. Vengono da Buenos Aires, da Città del Messico, da San Salvador stessa.

A CACCIA DEL RIFUGIO Hanno un chiodo fisso, come tutti gli altri del resto: dove si è rifugiata con il bambino? I più svelti hanno fatto fare controlli sulla targa della Mondeo per scoprire che appartiene a un signore di Marino, Castelli Romani. Il riscontro non è privo di significato: a Marino, in via Garibaldi 119, c’è la sede centrale delle Piccole discepole di Gesù. Questo vuol dire che l’associazione non l’ha abbandonata: ha provveduto anche all’auto per portarla via dall’ospedale, e si occuperà di lei anche in futuro. Ma quell’auto arrivata a prenderla potrebbe anche voler dire che è proprio Marino il suo rifugio e non il «centro di accoglienza fuori regione» annunciato dalla diocesi, nell’ennesimo, comprensibile, tentativo di depistaggio. Resta un ultimo mistero. Che Roxana abbia deciso di farsi suora dopo una delusione d’amore questo di sapeva, che sia tornata a casa nella primavera scorsa e allora chissà cosa potrebbe essere accaduto, anche questo si sapeva. Non si riesce a sapere chi in ospedale, l’altro giorno, le ha fatto arrivare un bigliettino con una rosa rossa. Un papà che non ha resistito?


Giovedì 23 Gennaio 2014 - 08:46
Ultimo aggiornamento: 14:04