martedì 28 gennaio 2014

L’uovo di Mastrapasqua

La Stampa

Massimo Gramellini


Ma è mai possibile, si lamentano da alcuni giorni i miei cari, che il dottor Mastrapasqua riesca a fare
 
il presidente dell’Inps,

il vicepresidente esecutivo di Equitalia, Equitalia nord, Equitalia centro ed Equitalia sud,

il direttore dell’ospedale israelitico e della casa di riposo ebraica,

il dirigente di Italia Previdente,

Eur spa,

Eur Tel,

Eur congressi Roma,

Coni servizi spa,

Autostrade per l’Italia,

Fandango,

Telecom Italia Media,

il consigliere d’amministrazione di Quadrifoglio, Telenergia, Loquendo, Aquadrome,

il presidente onorario di Mediterranean Nautilus Italy, Adr Engineering, Consel, Groma, Emsa Servizi, Telecontact Center,

dell’immobiliare Idea Fimit Sgr

e di chissà cos’altro ancora.

insomma, che in un’epoca di disoccupazione diffusa il dottor Mastrapasqua sia in grado di gestire da solo venticinque incarichi, venticinque uffici, venticinque ficus da bagnare almeno venticinque volte l’anno, venticinque posti macchina e forse venticinque macchine, ma di sicuro venticinque chiavi d’ingresso e quindi un portachiavi immenso, un bigliettone da visita a venticinque strati e decine di riunioni, cene di rappresentanza, ricevute gonfiabili, conflitti di interesse, incontri e telefonate per litigare, mettersi d’accordo e combinare affari con le altre ventiquattro parti di se stesso - mentre tu ogni volta che in casa c’è qualche lavoretto da fare dici sempre che non hai tempo e che sei stanco morto?



Visconti di Modrone Guido


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Data di nascita: 19/07/1838
Luogo di nascita: MILANO
Data del decesso: 15/11/1902
Luogo di decesso: MILANO
Padre: Uberto
Madre: GROPALLO Giovanna
Nobile al momento della nomina: Si
Nobile ereditario: Si

Titoli nobiliari:
Duca
Marchese di Vimodrone
Conte di Lonate Pozzolo
Signore di Corgeno
Consignore di Somma, Crenna e Agnadello
Patrizio milanese
Don

titoli riconosciuti con sovrana risoluzione austroungarica del 27 novembre 1816
Coniuge: RENZI Ida (variante dialettale Rensi)

Figli: Uberto, senatore (vedi scheda)
Giovanni, padre di Ida, Raimonda, Carla, Ruggero
Raimonda
Carla
Ruggero
Giuseppe, padre di Guido, Anna, Luigi, Luchino
Guido Carlo, conte, senatore (vedi scheda)
Fratelli:
Raimondo
Guido
Luigi
Luogo di residenza: MILANO
Indirizzo: Via Cerva 28
Professione: Industriale

Cariche politico - amministrative:
Sindaco di Macherio

Cariche amministrative:
Consigliere comunale di Somma Lombardo
Consigliere comunale di Besate

Cariche e titoli:


Cofinanziatore dei lavori di restauro del Castello Sforzesco di Milano

Presidente della Società anonima esercente per il teatro "La Scala" (1898-1902)

Membro della Società storica lombarda (Milano)

Membro del Consiglio d'amministrazione della Società d’incoraggiamento d’arti e mestieri (Milano)

Membro della Società degli artisti e patriottica (Milano)

Membro del Circolo filologico milanese

Membro della Società per le belle arti ed esposizione permanente (Milano)

Membro dell'Accademia dei Filodrammatici (Milano)

Membro dell'Associazione per l’incoraggiamento all’intelligenza (Milano)

Membro dell'Opera pia “Scuola e famiglia” protettrice di scolari poveri (Milano)

Membro dell'Opera pia Guardia medica-chirurgica notturna (Milano)

Membro della Società di patronato per gli adulti liberati dal carcere della provincia di Milano

Membro del Sottocomitato regionale lombardo della Croce rossa italiana

Membro del Comitato per la fondazione di asili infantili di campagna nella provincia di Milano

Patrono/benefattore dell'Asilo infantile del comune di Besate

Patrono/benefattore dell'Asilo infantile “Luigi Ponti” di Vimercate

Membro della Società orticola di Lombardia (Milano)

Membro della Società agraria di Lombardia (Milano)

Membro del Patronato d’assicurazione e soccorso per gli infortuni del lavoro (Milano)

Membro della Società di mutuo soccorso di Vaprio d’Adda

Membro della Società democratica di mutuo soccorso fra i reduci delle patrie battaglie di Milano

Membro della Società di mutuo soccorso fra i reduci delle patrie battaglie “Italia e Savoia”, Milano

Membro della Società di mutuo soccorso fra il personale subalterno delle Regie Poste della città di Milano

Membro della Società di mutuo soccorso pubblici cocchieri di Milano e sobborghi

Membro della Società di mutuo soccorso fra gli operai e contadini di Maslianico ed uniti

Membro della Società di mutuo soccorso “La concordia” di Canegrate

Membro della Associazione generale di mutuo soccorso degli operai di Milano

Membro del Pio istituto teatrale, Milano

Membro del Pio Istituto tipografico, Milano

Membro della Società dell’Unione, Milano

Membro della Società milanese per la caccia a cavallo, Milano

Membro della Società degli Steeple-Chases d’Italia, Roma

Membro della Società veneta per la caccia al cervo

Membro della Società canottieri di Milano

Membro della Società del tiro al piccione, Milano

Membro della Compagnia di assicurazione di Milano

Membro della Banca lombarda di depositi e conti correnti, Milano

Membro della Banca nazionale del Regno d’Italia, poi Banca d’Italia

Membro della Banca agricola milanese

Membro della Banca generale (Genova)

Membro della Mutua associazione dei proprietari di case per lo spurgo dei pozzi neri in Milano

Membro della Società edificatrice di case per operai, bagni e lavatoi pubblici in Milano

Membro del Riformatori Marchiondi-Spagliardi, Milano

Membro del Pio Istituto oftalmico, Milano

Membro del Società canottieri Lario, Como

Membro del Società delle regate sul Lago di Como

Membro del Società anonima per l'esercizio dei teatri alla Scala e Canobbiana, Milano

Membro del Società anonima pel tramway Monza-Casatenovo-Monticello-Barzanò

Membro del Società anonima briantea per la costruzione della ferrovia Monza-Calolzio

Tra i benefattori del Pio Istituto dei rachitici, Milano

Smartphone a quota un miliardo nel 2013

La Stampa

claudio leonardi

Samsung regina del mercato, bene Apple. Lontani i concorrenti, coreani e cinesi



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Gli smartphone conquistano il mondo, raggiungendo, per la prima volta nel 2013, un miliardo di unità vendute. Secondo i dati forniti dalla Idc, la coppia del goal si conferma il binomio Google-Samsung: i modelli con sistema Android della società del Sud Corea, nell’anno appena trascorso, hanno consolidato la propria leadership, occupando il 31,3% del mercato. Un dato in crescita rispetto al 2012, sebbene di un singolo punto percentuale, che conferma tuttavia una supremazia netta sui concorrenti.

Il volume di vendita di Samsung è quantificato in 313,9 milioni di modelli. Il competitor più vicino, Apple, ne avrebbe consegnati poco meno della metà, 153,4 milioni, un vero record per la società di Cupertino, che costituisce un incremento di vendita del 12,9% rispetto al 2012. L’exploit, tuttavia, non è servito a guadagnare fette di mercato, fermo al 15,3 con una perdita del 3,4 per cento.

Vicine tra loro, ma distanti dalla testa della classifica, si sono confermate le asiatiche Huawei (outsider, totalmente assente sulla piazza statunitense), LG e Lenovo. Hanno venduto, rispettivamente, circa 48, 47 e 45 milioni di pezzi, restando nella rosa dei migliori cinque, ma ben distanziati, occupando una fetta di mercato che va dal 4,9 al 4,5 per cento. Lg coreana a parte, le aziende cinesi confermano il loro ottimo stato di salute, facilitato da un mercato nazionale che è tra i più vasti e promettenti del mondo.

La Cina si è impadronita del primato dei consumatori di tecnologia, lasciando alle proprie spalle l’America del nord. L’anno scorso, infatti, l’espansione di questo mercato ha raggiunto i 282 miliardi di dollari nel colosso orientale, vale a dire il 27% della torta globale. Il Nord America, invece, pure in crescita del 3%, ha totalizzato il 24%, mentre il Vecchio Continente ha bruscamente frenato (-3%) scivolando al 17%.

Tutte le più grandi produttrici di smartphone, Apple inclusa, e di altri dispositivi portatili si preparano ad abbassare i prezzi dei loro prodotti per conquistare il grande pubblico della Repubblica Cinese e degli altri Paesi emergenti. Una politica che potrebbe moltiplicare i volumi di vendita, ma ridurre leggermente i profitti dell’elettronica di consumo , imperturbabile oasi di segni positivi anche nei giorni più duri della crisi economica globale. Il prezzo medio per un cellulare di nuova generazione è progressivamente sceso dai 444 dollari del 2010 ai 345 dollari del 2013. Per l’anno in corso, si prevede di scendere di poco sotto la soglia dei 300 dollari.

Gli smartphone, in ogni caso, sono ormai i protagonisti della telefonia cellulare. La spedizione di 1.004 milioni di unità costituisce il 55,1 per cento di tutte le vendite nel 2013, superando di slancio i modelli di cellulare di base.

Rifiuta di sostituire un collega assente: comportamento sanzionabile

La Stampa

In tema di procedimento disciplinare, l’audizione del lavoratore a 100 Km di distanza dal luogo in cui questi presta servizio non costituisce violazione del diritto di difesa. È quanto si evince dalla sentenza della Cassazione 23528/13. La Corte d’Appello aveva ritenuto legittima la sanzione disciplinare di sei giorni di sospensione dal servizio e dalla retribuzione adottata dalla società datrice nei confronti di un lavoratore per essersi rifiutato di sostituire un collega assente nell’ambito della prestazione di lavoro di portalettere.


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I giudici di secondo grado avevano affermato che il rifiuto di esecuzione di una parte delle mansioni, legittimamente richiedibili al lavoratore, attuato senza perdita della retribuzione, non era giustificato e non costituiva esercizio legittimo del diritto di sciopero, configurando un responsabilità contrattuale e disciplinare del dipendente. Quest’ultimo ha proposto ricorso per la cassazione di tale sentenza, articolato in più motivi. Il ricorrente ha dedotto di aver richiesto al datore di essere sentito a sua discolpa, ma la sua audizione è stata disposta a oltre 100 Km di distanza, con conseguente violazione del diritto di difesa. Per la Suprema Corte il motivo è infondato. A tal riguardo, gli Ermellini hanno avallato la valutazione della Corte territoriale, la quale ha ritenuto che la convocazione del dipendente - il quale pretava servizio a Cremona - presso la direzione regionale risorse umane di Milano non fosse irragionevole, afflittiva o menomasse il diritto di difesa, considerato peraltro che presso tale direzione aveva sede l’organo preposto alla gestione dell’intero procedimento disciplinare.

Comportamento ritenuto estraneo al concetto di sciopero. Inoltre, Piazza Cavour, relativamente al quesito di diritto circa la ricorrenza del diritto di sciopero, ha nuovamente avvalorato il giudizio di merito per cui il rifiuto della prestazione lavorativa è del tutto ingiustificato, atteso che nel giorno del fatto contestato l’organizzazione sindacale cui il ricorrente aderiva non aveva proclamato lo sciopero. Così, il Collegio ha voluto dare continuità all’orientamento secondo il quale «si è al di fuori del diritto di sciopero quando il rifiuto di rendere la prestazione per una data unità di tempo non sia integrale, ma riguardi solo uno o più tra i compiti che il lavoratore è tenuto a svolgere». È il caso del c.d. sciopero delle mansioni, comportamento costantemente ritenuto estraneo al concetto di sciopero e pertanto illegittimo dalla giurisprudenza. Alla luce di ciò, il ricorso è stato rigettato.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Brasse, il fotografo di Auschwitz: “Dopo il campo, mai più un clic”

La Stampa

francesca paci

Nel libro di Luca Crippa e Maurizio Onnis (Il fotografo di Auschwitz, Piemme) la vera storia del prigioniero polacco incaricato di documentare tutti gli internati che arrivavano nel campo di sterminio: in 5 anni scatterà tra i 40 e i 50 mila ritratti, ma una volta libero, all’età di 27 anni, non riuscirà mai più a fotografare nulla



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Ci sono libri la cui qualità è nel farsi bere tutto d’un fiato. I pensieri, le riflessioni, le sedimentazioni vengono dopo. E’ il caso della storia vera di Wilhelm Brasse, il fotografo polacco sopravvissuto ad Auschwitz grazie al suo talento e scomparso il 23 ottobre del 2012. L’incarico di documentare tutti i prigionieri in arrivo nel famigerato campo di concentramento ad uso dell’ufficio politico, che Brasse riceve dal comandante nazista Rudolf Franz Ferdinand Hoss, ci scaraventa subito nel cuore dell’inferno di cui il protagonista afferra i contorni man mano che emergono nella camera oscura. In 5 anni scatterà tra i 40 mila e i 50 mila ritratti ma una volta libero, all’età di 27 anni, non riuscirà mai più a fotografare nulla.

Il racconto è in prima persona. Brasse che per la prima volta vede lo sguardo di una donna all’ingresso della camera a gas e ci legge “paura e sbalordimento insieme alla tremenda consapevolezza che tutto stava per finire, che lei sarebbe stata la prossima”. Brasse che coglie la lentezza dei gesti di quelli che si fanno fotografare e non vogliono andarsene perchè assaporano il riposo concessogli dal diversivo, gli occhi di uomini e donne vivi ma probabilmente per poco, l’ultima espressione del volto consapevole dell’imminente chiusura del sipario. Brasse nello studio fotografico con l’orologio a cucù che impedisce al kapò di turno di picchiare i detenuti inventandosi che le foto devono essere pulite e non sono ammessi occhi neri.

Brasse che ascolta gli aguzzini prendersi gioco delle loro vittime quando gli fanno saltare i denti (”mi fanno ridere, ci rimangono cosi male...”). Brasse che addolcisce con un matita le ombre per dare alla memoria dei “dead men walking” un abbozzo di dignità, quegli spettri ancora capaci di vergogna quando nel mettersi in posa si coprono sotto la giacca la camicia sporca. Brasse divorato dall’angoscia per quella volta che ha chiesto al kapo Ruski di non uccidere con cattiveria i tre ebrei provenienti dalla sua città e il sollievo nel saperli finiti con un colpo alla testa e non soffocati con la pala. I libri-documento su Auschwitz sono fiammelle di memoria. In questo siamo spettatori quasi in contemporanea, guardiamo attraverso le foto il dolore degli altri come nell’ultimo saggio della scrittrice americana Susan Sontag (”Regarding the Pain of Others”).

Il fotografo di Auschwitz ci mette nella sua prospettiva quando cammina a testa bassa sperando che vedendo il meno possibile di quell’orrore potrà dimenticare, quando s’imbarazza per l’arrivo delle donne convinto com’è che la guerra sia roba da uomini e quando dolorosamente scopre che non potendo lavarsi puzzano anche loro le creature angeliche a cui le botte naziste hanno eliminato le mestruazioni, quando deve scattare una foto bucolica da mandare agli anziani genitori dell’SS che ha appena ucciso gli ebrei greci con un’iniezione letale, quando scopre nella lista dei morti del giorno il nome di suo zio Lech, quando deve lavorare per Mengele che spiegandogli di essere Dio gli manda a immortalare nani, malati, gemelle, esperimenti ginecologici di sterilizzazione delle donne ebree, quattro ragazzine magrissime, persone cavie da dimenticare ogni notte prima di dormire per non smettere di dimenticare e andare avanti.

I giorni di Wilhelm Brasse scorrono via tutti uguali ma ognuno scortica la pelle in maniera indelebile, come il disegno del paradiso terrestre tatuato sulla schiena del fuochista di Danzica che il sadico medico Entress desidera al punto da far scuoiare il poveretto per rilegarci un libro. Un amico, incaricato di fotografare i prigionieri suicidi, azzarda che siano loro i più coraggiosi, quelli che muoiono senza aspettare di toccare il fondo della disumanità tra i fantasmi vaganti al di là del filo spinato. Eppure lui, il protagonista, sopravvive ingegnandosi a chiedere pane e margarina extra facendo ritratti alle SS e abbellendoli per le loro famiglie.

Sa che deve tacere, abbozzare, subire i tentantivi di “conversione” al nazismo in virtù dei suoi nonni austriaci, ma avverte anche, con la pancia, che le foto possono cambiare la storia, che portano la testimonianza del fumo dei forni crematori più intenso di quello della locomotiva, che immortalano i prigionieri inizialmente pochi diventare una valanga con i loro occhi lì, indelebili nell’archivio del campo di concentramento. Quando nel dicembre 1944 la fine appare prossima e gli alleati vicini il fotografo di Auschwitz rompe gli indugi e oltre ad aiutare come può la resistenza passando informazioni dall’interno progetta il più ambizioso dei colpi, salvare le foto e farle uscire dal campo per i posteri, perché possano credere l’incredibile guardando i volti dei morti viventi e quelli dei carnefici gelidi come l’SS che pur sforzandosi di sorridere riesce solo ad abbozzare un ghigno.

Spera, dice a se stesso, che i russi ne facciano buon uso. Nel frattempo sì è innamorato. Lì, nel vuoto dei sentimenti annullati dell’odio, lui si innamora di Baska, le regala una foto di fiori mentre l’odore di carne bruciata incombe sul campo. Non c’è tempo per l’amore, tra i mucchi di cadaveri che crescono nonostante i tedeschi stiano perdendo la guerra e i bombardamenti dei vincitori si avvicinano. Eppure lui, anche per vivere, ama. Baska sparisce. L’andrà a cercare alla fine della guerra, quando tutto sarà archiviato sull’altare della sconfitta del nazismo, ma lei lo caccerà via muta e furiosa per essere andato a ricordarle Auschwitz. L’amore come l’arte, non sopravvive ad Auschwitz. Non restano che le foto, la memoria degli occhi dei condannati che ieri come oggi impedisce di chiudere i propri.



I vicini di casa

La Stampa



I due Giuseppe ammazzati nel nulla (dal web)


E' il giorno della memoria. Per imparare a non dimenticare, la storia di Angelina e quelli che le erano accanto.

Qualche tempo prima di morire, ai primi anni Cinquanta, la signora Angelina Todesco raccontò a mia madre che a denunciarli erano stati i vicini. Il fratello, Giuseppe Todesco (classe 1879), era stato arrestato a Venezia dai nazifascisti - "italiani con tedeschi" - l’11 ottobre del 1944. Si era nascosto in un’ospedale della laguna, sull'isola di San Servolo, accusando una malattia nervosa o mentale, con tutta probabilità inesistente. Con lui era il cognato, Giuseppe Boralevi (1880), il marito della sorella di Angelina. Furono presi e condotti alla Risiera di San Sabba.

La loro scheda recita: "Immatricolazione dubbia; deceduto in luogo ignoto in data ignota".  Forse Auschwitz, forse Ravensbruck. Polvere alla polvere attraverso il sangue e l’orrore. 

Gli aguzzini del Terrore di Venezia fecero un lavoro meticoloso con la famiglia Todesco. Nel dicembre del 1943 arrestarono anche il piccolo Sergio, che aveva da poco compiuto cinque anni. Lo tenero a Fossoli sino al 22 febbraio 1944. Poi lo chiusero in un convoglio per Auschwitz, dove arrivò lo stesso giorno in cui fu ucciso. Il 26 febbraio. 

A un certo punto fra l’autunno del 1943 e la primavera del 1944 i nazifascisti bussarono alla porta di Angelina, che ora abitava a Roma. La invitarono a lasciare la casa e salire sul loro camion. Non è chiaro come andò esattamente, ma la storia della sua salvezza pare essere legata a un pacchetto di sigarette, al fatto che l’interlocutore fosse italiano e alla circostanza che il figlio di Angelina s’era laureato in Legge all’Università vaticana. Non salì su quel camion, Angelina, ma raccontò che pensava fossero stati i vicini a dare il suo nome alle bestie naziste.

Dopo l’8 settembre il figlio di Angelina si nascondeva dalle parti della via Appia, non lontano da Piazza San Giovanni. All’inizio del 1944 tornò una sera a casa dopo il coprifuoco per avere notizie della madre. Sgattaiolò fuori parecchio prima dell’alba, momento in cui arrivarono i nazifascisti a cercarlo. 

Anni dopo mi disse che li avevano chiamati i vicini. E che da allora non tornò più  a casa fino alla Liberazione.

Conti in rosso e produttività Al Nazareno si dovrà timbrare

Corriere della sera

I badge voluti dai renziani per gli orari dei lavoratori nella sede pd

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ROMA - Nell’era Renzi i dipendenti del Pd dovranno timbrare il cartellino. Dopo la sveglia all’alba per le riunioni della segreteria fissate alle 7.30, arriva l’obbligo di registrare ingressi e uscite nella sede di Roma. A ognuno dei 150 lavoratori, dai primi di febbraio, sarà assegnato un badge, che dovrà essere strisciato all’entrata della sede nazionale del partito al Nazareno. La regola varrà, pare, anche per i funzionari. I renziani la definiscono una decisione «normalissima e all’insegna della trasparenza», ma sono convinti che rappresenterà uno strappo per i palazzi della politica romana, abituati a ritmi blandi.

Ma perché i nuovi vertici del partito hanno preso questa decisione? La risposta è semplice: si sono resi conto che c’è chi non rispetta gli orari da contratto. Un problema da risolvere con urgenza, per un partito che già nel 2012 ha registrato 7 milioni di euro di perdite. E il «rosso», specie con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, sarà ancor più profondo quando verrà chiuso il bilancio 2013. Numeri drammatici, con i quali sta facendo i conti l’avvocato tributarista Francesco Bonifazi, deputato e capogruppo dei Democratici a Palazzo Vecchio, ma soprattutto nuovo tesoriere del Pd, da Renzi nominato proprio per arginare la voragine nei conti del Pd e, magari, per tentare di ripianarla grazie a contributi privati da parte di imprenditori e microdonazioni dei cittadini.

La mission impossible dell’avvocato Bonifazi - segni particolari: bocca cucita e proprio per questo uomo fidatissimo di Renzi - è partita dall’analisi capillare dei conti interni. Oltre alla voce «propaganda», che nel 2012 ha pesato per 6 milioni, il capitolo di spesa più pesante nel bilancio si è rivelato quello dei dipendenti, com’era naturale. Ma a sorprendere è stata l’entità dello squilibrio. Ognuna delle 150 persone a libro paga costa in media 67 mila euro. Cifre che hanno fatto sobbalzare il tesoriere Bonifazi. Specie perché, rapporti e numeri alla mano, una discreta fetta delle persone stipendiate dal partito ha fatto registrare una produttività sconfortante. E siccome, in un momento di crisi così drammatica, il più grande partito di centrosinistra preferirebbe evitare i licenziamenti, i nuovi vertici renziani hanno deciso di tentare una svolta, facendo rispettare almeno gli impegni formali previsti dal contratto. Le ore di lavoro, insomma.

Il pallino del cartellino da timbrare non è una novità per Renzi, che già nel luglio 2011 fu protagonista di un duro scontro con i sindacati di Palazzo Vecchio. Il motivo? In un’intervista a Sportweek , a proposito di alcuni dipendenti comunali non proprio attaccati al lavoro, disse: «Chiamarli Fantozzi sarebbe far loro un complimento. Mi riferisco a quelli che devono timbrare alle 14 e già un quarto d’ora prima sono in coda col cappotto, pronti ad uscire. Considero questa scenetta un simbolo di quello che non si deve fare: diamo infatti l’impressione di considerare il lavoro come una prigione dalla quale evadere prima possibile». Le dichiarazioni scatenarono una bufera, ma Renzi tirò dritto: con una direttiva impose ai lavoratori del Comune di Firenze l’obbligo di timbrare anche per la pausa sigaretta/caffè. Chissà ora come la prenderanno a Roma.

28 gennaio 2014

Apple: conti trimestrali sopra le attese e vendite record di iPhone. Ma qualche nube sul futuro

Corriere della sera

51 milioni di smartphone, mai così tanti. Ma se ne attendevano 55. Delude l’outlook: nell’afterhours il titolo è arrivato a perdere l’8%

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Vendite record di iPhone e iPad. Ma anche qualche nube sul futuro di Apple. Sono queste le due tendenze che emergono dal bilancio trimestrale della società di Cupertino. I numeri mai toccati prima dai suoi smartphone e tablet non hanno soddisfatto i mercati, che hanno espresso il loro disappunto: nell’afterhours il titolo Apple è arrivato a perdere fino all’8% del suo valore.

BENE GLI IPAD - Apple ha venduto 51 milioni di iPhone ma gli analisti ne attendevano 55 milioni. Gli utili netti di quello che per l’azienda è il primo trimestre fiscale (terminato lo scorso 28 dicembre) sono stati invece superiori alle stime: 13,072 miliardi di dollari, sostanzialmente in pari con quelli dello stesso periodo dell’anno scorso (erano 13,078 miliardi). L’utile per azione è salito a 14,50 dollari (da 13,81 dollari), ben sopra le attese ferme a 14,09 dollari. I ricavi sono arrivati alla cifra record di 57,594 miliardi da 54,512 miliardi, meglio dei 57,5 miliardi previsti dal mercato. Sui risultati ha pesato il buon andamento degli iPad: in 3 mesi ne sono stati venduti 26 milioni (altro record). Un anno prima erano stati 22,9 milioni.

 IPHONE - Uno dei dati chiave della trimestrale è quello degli iPhone, che generano circa il 50% del giro d’affari complessivo del gruppo di Cupertino. I 51 milioni di pezzi venduti sono in decisa crescita rispetto ai 47,8 del 2012 ma il mercato si aspettava che gli smartphone generassero 33,5 miliardi di dollari di ricavi e invece il risultato è stato di 1 miliardo più basso. Le vendite dello smartphone in Cina sono però raddoppiate su base annuale: buon segno per Apple alla luce della partnership partita il 17 gennaio con China Mobile (primo operatore del mondo per numero di clienti, oltre 760 milioni) e i cui risultati si vedranno a partire dal trimestre in corso. L’ad Tim Cook ha detto che la scorsa è stata la settimana in cui le attivazioni di iPhone sono state le migliori di sempre in Cina. Entro fine anno, ha aggiunto, saranno 300 le città in cui gli smartphone del gruppo saranno venduti attraverso China Mobile contro le attuali 16. Pechino vale già il 10% dei ricavi di Apple ma la sua quota di mercato è ferma al 3,5%. Gli analisti prevedono che l’intesa con China Mobile comporterà un aumento delle vendite di iPhone compreso tra i 15 e i 30 milioni di unità nel 2014.

MARGINI IN CALO - Per il futuro immediato, Apple è meno ottimista di quanto fossero, fino a ieri, gli analisti. Per il secondo trimestre fiscale l’azienda prevede ricavi tra i 42 e i 46 miliardi, mentre le stime parlavano di 46 miliardi. Anche i margini scenderanno (tra il 37 e il 38%). Colpa della competizione sempre più esasperata nel settore di smartphone e tablet, con prezzi medi al pubblico in costante calo. Un problema anche per Samsung, che ha appena siglato un’alleanza decennale con Google.

SAMSUNG LEADER - Intanto l’azienda di analisi e ricerche Idc ha comunicato che, su scala globale, le vendite di smartphone hanno superato nel 2013 quota 1 miliardo: +38,% sul 2012, il totale è stato di 1,004 miliardi. Samsung rimane il leader del mercato con il 31,3%. Apple resta seconda, ma in calo al 15,3% (era al 18,7%). Al terzo, quarto e quinto posto seguono rispettivamente la cinese Huawei, la coreana Lg e l’altra cinese Lenovo. tutte e tre con quote però sotto il 5%.

28 gennaio 2014

Iran, un professore italiano scova gli errori di ortografia dei persiani

La Stampa

giordano stabile

Anche i filologi partecipano alla «distensione» con l’Occidente dell’era Rohani. E l’exploit di un docente dell’Orientale di Napoli finisce sulle agenzie ufficiali


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L’impero achemenide, quello di Ciro il Grande, è la gloria intoccabile per tutti gli iraniani, anche ai tempi della Repubblica islamica. Gli archeologi italiani sono sempre stati in prima linea negli scavi della città imperiale Peserpoli. Con il nuovo corso del presidente Hassan Rohani, con la visita del ministro degli Esteri Emma Bonino (a parte il presunto incidente sul velo), gli scambi si sono intensificati, il clima è diventato ancor più amichevole. Tanto che l’agenzia filo-governativa Mehr ha dato con grande risalto l’ultima scoperta italiana, del filologo Adriano Rossi dell’Orientale di Napoli. Anche nelle iscrizioni sulle pareti dei palazzi imperiali di Peserpoli c’erano errori di ortografia.

I pannelli in caratteri cuneiformi incisi su pietra chiara erano «manifesti propagandistici» di grande importanza, redatti dagli «scriba» di corte con un altissimo livello culturale. Ma poi dovevano essere incisi da artigiani e qualche volta ci scappava quello che in gergo si chiama un «refuso». Un maledizione alla quale non sono sfuggite le iscrizioni appena ritrovate dal professor Gian Pietro Basello nel palazzo di Artaserse. Un team di filologi sta ricostruendo il testo, rimettendo insieme i pezzi della lastra spezzata. E« fanno le pulci» agli incisori distratti del grande imperatore di oltre 2300 anni fa.

La "GenerazioneY" non fa sesso e mangia schifezze

La Stampa

gianluca nicoletti

Una lista di dieci cibi da evitare per recuperare il desiderio. Il  tracollo di un ideale generazionale a causa di grassi e carboidrati


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La “Generazione Y “rischia di non generare più nulla, mangia troppo e non fa più sesso. Il quadro apocalittico della caduta verticale del desiderio dei (oramai ex) ragazzi nati tra gli anni 80 e i primi 2000 è in un pezzo uscito su Elite Daily, il web magazine che si proclama essere la voce di quella generazione di americani che fu frutto dei lombi prolifici dei baby boomers.  

Nella patinata rassegna Internet di tendenze e stili di vita è apparsa una lista dei dieci cibi da evitare durante la settimana, al solo fine d’avere buone speranze di consumare sesso soddisfacente per il week end. A questo è ridotta quella generazione su cui tante speranze erano riposte, dovevano portarci per mano verso il futuro, ma invece che essere faro per l’umanità del secondo millennio s’inzeppano di zuccheri e grassi come mai prima nella storia. Di conseguenza il loro sangue è invaso dal glucosio e quindi hanno sempre meno voglie di sollazzo carnale. 

I consigli per rimediare al tracollo del desiderio, in quelli che paradossalmente avrebbero dovuto essere i super tonici e competitivi Trophy Kids, sono propinati da Zach Schleien, un famoso nutrizionista, naturalmente di scuola olistica, pluri patentato in istituti e università per occuparsi di diete personalizzate per studenti. Nel suo sito proclama la sua missione di aiutare i ragazzi a prendere come un divertimento curare una sana alimentazione.  

In questo caso però pare che il punto dolente, della popolazione dei preziosi figli del post guerra fredda, sia quello di recuperare sprazzi di mandrillaggine per la fine settimana. Impegno che tristemente sa tanto di routine familiar impiegatizia, se proprio vogliamo essere spietati. Questi ragazzi, cresciuti a MTV, web, manga e Harry Potter, per sopravvivere e moltiplicarsi, devono evitare proprio quelle abitudini alimentari su cui è fondata una parte essenziale dell’iconografia che classicamente li ha sempre rappresentati. 

E’ triste pensare che l’estinzione generativa della prima umanità multi task potrebbe essere addebitata all’abuso di grassi e carboidrati. Quanta poca gloria si può scorgere in tale scelta di derive tossiche. I cibi che indurrebbero alla castità, che il nutrizionista della Generazione Y proclama come dannati,  poi altro non sono che i pilastri dell’alimentazione veloce degli ultimi decenni.  Niente hamburger, niente wurstel, niente patatine fritte, niente gelati. Guai avvicinarsi alle merendine e agli snack distribuiti dalle macchinette d’ufficio, alle bevande dietetiche e dolcificate, ai beveroni alcolici. 

Ci prepariamo a una crisi generazionale determinata da ingozzamento di schifezze alimentari, non servono letture profonde e riflessioni sociologiche; una qualsiasi casalinga di Voghera, oramai quasi bisnonna, predicherebbe alla Net Generation le stesse salutari astensioni. Nessuno davvero avrebbe previsto una così nefasta interpretazione di quel celebre invito “siate affamati”, che rivolse Steve Jobs ai laureandi di Stanford poco meno di una decina d’ anni fa.

Pasquino, Marforio e... statue parlanti a Roma Così gli arguti denunciano i misfatti del potere

La Stampa
di giulia merlo

Nella congrega anche una donna, Madama Lucrezia che da sempre se la prende con i papi. Poi il facchino, il babuino, e l'Abate Luigi


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Le strade di Roma raccontano storie: alcune si leggono nelle guide turistiche, altre invece rimangono sullo sfondo dello sfarzo dei palazzi, e bisogna andare a cercarle tra le chiacchiere della gente o nei cartelli informativi sbiaditi ai piedi dei monumenti. Una di queste storie racconta che le statue della Città Eterna parlano. Non tutte, però, solo sei. Compongono la cosiddetta “congrega degli arguti” e se ne stanno nascoste tra le vie del centro, immerse nel viavai di turisti, shopping e passeggio, e le trova solo chi sa dove cercarle. La tradizione affonda nella Roma papalina del Cinquecento, quando il popolo romano iniziò a manifestare il proprio malcontento con ironia feroce, appendendo nottetempo ai piedi di  queste statue delle satire anonime, che raccontavano i vizi e le malefatte dei ricchi e dei potenti della città.

La più famosa è quella diPasquino, un torso in pietra che fa angolo nella piazza che porta il suo nome a due passi da Piazza Navona. Reso celebre dal film “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni, a dargli voce è stato– tra gli altri – anche il celebre poeta romano Giuseppe Gioacchino Belli. Ad oggi è la statua più “loquace”, ed è ancora voce delle proteste dei romani contro il governo, l’amministrazione comunale ed anche la propria squadra delcuore. Nei secoli però hanno preso la parola anche il Babuino, un sileno giacente che orna la vasca di una fontana di via del Babuino, così brutto da essere paragonato ad una scimmia. Poi il Facchino, mezzobusto di un portatore d’acqua che la leggenda vuole fosse opera di Michelangelo. Costruito per la congrega degli Acquaioli, ora si trovasulla facciata laterale del palazzo del Banco di Roma, in via del Corso.

L’unica donna della congrega è Madama Lucrezia, tronco di un colossale busto di divinità, forse della dea Iside. Il nomignolo di Lucrezia lo deve alla sua proprietaria del Cinquecento, l’amante del re di Napoli. Si trova, oggi come allora, in piazza san Marco, sul lato di palazzo Venezia e nei secoli il suo bersaglio preferito erano i papi, contro cui silanciava in violente polemiche. Il più defilato è l’Abate Luigi, un busto tardo-romano che probabilmente rappresentava un magistrato, ma che ai romani ricordava un religioso. Negli anni gli venne rubata più volte la testa, e contro i vandali l’Abate Luigi si lanciava in improperi. Oggi è ancora senza testa e si trova - seminascosto da un cantiere del palazzo accanto – sulla facciata laterale della chiesa di Sant’Andrea della Valle, lungo viale Vittorio Emanuele II.

E infine Marforio, colossale divinità fluviale - probabilmente il fiume Tevere – che abbellisce il cortile di sinistra dei musei Capitolini. Unico degli “arguti” visitabile solo a pagamento, negli anni ha dialogato spesso con Pasquino: su una statua le domande, sull’altra le risposte. Oggi è tornato alla ribalta, ma per meriti diversi dalla sua loquacità: se si fa attenzione, lo si nota campeggiare in tutta la sua imponenza alle spalle di Toni Servillo, nella locandina del pluripremiato “La Grande Bellezza” di Sorrentino. Cinque degli arguti oggi sono ormai ammansiti, o forse anche loro sono diventati indifferenti al malcostume della Capitale. Solo Pasquino continua imperterrito a chiacchierare, e c’è da scommettere che ci saranno sempre anonimi scrittori pronti a dargli voce.



FOTOGALLERY
Le cinque statue parlanti della Capitale di Giulia Merlo

Gatto crocifisso come Gesù sul web: il leghista Muraro si scaglia contro gli immigrati

Il Mattino

di Mauro Favaro


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TREVISO - La foto è raccapricciante: un gatto ucciso crocifisso su due pezzi di legno. Con un laccio stretto sulla pancia, il sangue al naso e le zampe inchiodate sulla croce tenuta in mano da un ragazzo di colore, circondato da tre amici. L'immagine gira su internet da qualche tempo. E domenica è stata vista da Leonardo Muraro, presidente leghista della Provincia, che non c'ha pensato due volte: l'ha pubblicata sulla sua pagina Facebook. «Di fronte a queste immagini non si può non pensare a cosa potrebbe portare l'immigrazione incontrollata figlia delle politiche di Monti e Letta - rincara la dose Muraro - Oltre alle barbarie sull'animale, questi hanno offeso la nostra religione. Mettendo il gatto morto nella stessa posa di Gesù Cristo l'hanno vilipesa. Una cosa incivile, che non è accettabile».

La foto in questione, però, non sarebbe stata scattata nei dintorni di Ragusa ma, come indicano alcuni siti web, nel 2011 in un villaggio del Ghana.

 
martedì 28 gennaio 2014 - 10:31   Ultimo aggiornamento: 10:32

L'assessore nero che demolisce la Kyenge

Paolo Bracalini - Mar, 28/01/2014 - 09:53

Salvini propone alla Kyenge di confrontarsi con Iwabi, assessore a Spirano (Bergamo), non eletto per un soffio alle ultime regionali in Lombardia con 2mila preferenze. Il "leghista-neghèr" è lontano anni luce dalla retorica terzomondista

Leghista e «négher». «Macché offesa, è la parola bergamasca per definire uno di colore, è un dialetto sacrosanto di un popolo, di cosa mi dovrei scandalizzare, non è vero che sono nero?» chiede ridendo Toni Iwobi, nigeriano di 58 anni, cittadino italiano da una trentina, leghista della prima ora dal '93.


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Il segretario Salvini ha proposto che il ministro Kyenge («la Lega è razzista, democrazia in pericolo») si confronti in un faccia a faccia con Iwabi, assessore a Spirano (Bergamo), non eletto per un soffio alle ultime regionali in Lombardia con 2mila preferenze. In effetti il «leghista-neghèr» («mi sono anche autodefinito “la pecora nera” della Lega» scherza) è lontano anni luce dalla retorica terzomondista.Con una semplicità disarmante Iwobi ti spiega che «il ministero dell'Integrazione è una sciocchezza, non serve a niente se non a spendere soldi che si potrebbero usare per cose più serie, come il lavoro. Dovevano diminuirli i ministeri, non crearne di inutili come quello della Kyenge. Non ho nulla contro la persona, ma sono contro la sua idea politica.

L'integrazione è un percorso individuale. Se io vengo a casa tua sono io che mi devo integrare, mica sei tu che lo devi fare, lo capisce anche un bambino. La cittadinanza è un diritto che si conquista con il lavoro, non è un regalo da fare a chiunque». Il percorso individuale di integrazione Iwobi lo conosce bene, senza un ministero che l'abbia promosso al posto suo. «Quando sono arrivato nel '77 di neri, specie da queste parti, ce n'erano pochissimi. È stata dura trovare spazio, rispettando il mondo che mi stava ospitando. Ho fatto fatica». Il primo lavoro da stalliere in un maneggio, poi manovale in un cantiere. «Ho fatto carriera, guadagnavo un po' di più e lavoravo molto di più. Il manovale l'ho fatto per 11 anni». Quindi una nuova opportunità: spazzino all'Amsa di Milano. Nel frattempo sposa una bergamasca, diventa cittadino italiano e viene promosso tecnico informatico, settore in cui ha una laurea.

Ora di tecnici informatici ne ha 13 sotto di sé, come dipendenti della sua azienda. Da modesto manovale immigrato a imprenditore italiano. Oltre che politico, da vent'anni consigliere comunale della Lega a Spirano, attualmente assessore ai Servizi sociali. «Mi sono fatto da solo, col sudore della fronte. L'integrazione è fatta di doveri, non solo di diritti. Il ministro Kyenge parla di ius soli? Una follia. Intanto un bambino italiano con due genitori stranieri sarebbe già un problema secondo me. Ma soprattutto ci sarebbe l'invasione di immigrate che verrebbero a partorire qui, solo per avere la cittadinanza automatica. Sarebbe un caos incontrollabile. E poi chi pagherebbe i servizi sociali per tutti questi nuovi concittadini, visto che non ci sono più soldi neppure per le famiglie italiane? Chi li manterrebbe, chi garantirebbe un futuro qui a tutti questi nuovi italiani? Qualcuno se l'è chiesto?».

Peggio ancora l'abolizione del reato di clandestinità: «Penso sia una delle più grandi idiozie che abbia mai fatto il governo italiano. Mi viene una profonda delusione. Sfido qualunque italiano a recarsi nel mio Paese d'origine senza il passaporto: viene rispedito indietro subito, ma subito! In un Paese del cosiddetto Terzo mondo!». Ma poco democratica gli sembra anche l'Italia, «dove non si può nemmeno criticare un ministro della Repubblica italiana (la Kyenge, ndr) che subito si viene demonizzati.

Nessuno ce l'ha con la signora Kyenge, ma molti non sono d'accordo con le sue idee. Non si può dire? Allora questo non è un paese democratico». Iwobi da anni ha un'associazione che aiuta gli immigrati. «Prima cercavo di dare una mano agli immigrati qui a Bergamo. Ora la mia associazione “Pax Mondo” si occupa di formazione, collaboriamo con i governi africani. Abbiamo formato nove medici, 36 infermieri e due clinici in loco, tutti dal Ghana e dalla Sierra Leone, per poi permettergli di lavorare nei loro Paesi. E sono contenti. È stato possibile grazie all'aiuto della Regione Lombardia e dell'assessorato di Daniele Belotti (assessore della Lega al territorio, ndr), secondo il modello “aiutiamoli a casa loro”. Questo per chi dice “la Lega è razzista” senza informarsi». Parola di leghista-nègher.

Il bambino autistico rinato grazie a un gattino randagio

Oscar Grazioli - Mar, 28/01/2014 - 08:47

A casa del piccolo Fraser la vità è sempre stata difficile. Fino a quando non è arrivato Billy, micio abbandonato. Che ha ridato colore a un mondo buio

Vivono in un mondo ovattato e la loro esistenza è ingabbiata in una ragnatela che filtra i fasci improvvisi di luce, i rumori forti e soprattutto la comunicazione sensoriale, lasciando spazio a gesti ossessivi, a un ordine maniacale.


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Sono gli autisti, immortalati in quel magnifico film che è Rain Man - L'uomo della pioggia, dove un monumentale Dustin Hoffman interpreta Ray, il ragazzo autistico la cui vita è scandita dallo sciroppo d'acero che deve essere sul tavolo prima delle frittelle e dalla luce che si spegne alle 23, quando il cervello chiede un meritato riposo, dopo avere contato, in tre secondi, i 446 stuzzicadenti caduti accidentalmente dalla scatola in mano alla cameriera. Spesso non permettono a nessuno, tranne agli stretti parenti, di introdursi nel loro mondo virtuale, talora neanche di avvicinarsi, specialmente con le mani e il contatto fisico. Per questo, tra la loro vita e la società si oppone una barriera invalicabile.

Quando la mamma Louise, 38 anni, casalinga a tempo pieno e il padre Chris, elettricista di 43 anni, hanno notato i primi sintomi della malattia, Fraser aveva attorno ai 18 mesi di età. «Ci siamo accorti che qualcosa non andava nel comportamento di Fraser: troppe urla, troppa eccitazione e soprattutto quell'ignorare qualunque gioco gli fosse offerto! No, decisamente qualcosa nel suo comportamento, non era normale». Poche visite, qualche prova comportamentale e i coniugi ascoltano in silenzio la sentenza degli psichiatri: autismo. Non c'è nessun farmaco utile, ma solo la pazienza dei genitori e il supporto dello psicologo che, dopo un lungo percorso, talvolta riesce a proiettare nel mondo reale, almeno una parte della vita di queste persone.

Fraser però non migliora e mamma Louise ha avuto l'intuizione giusta. Lo ha portato in un gattile vicino ad Aberdeen (Scozia) dove il bambino è stato subito attirato dalla presenza di un gatto abbandonato dal suo proprietario. Louise decide di portare a casa questo bel micione bianco e grigio scuro che verrà chiamato Billy. Da quel momento Fraser mostra miglioramenti insperati. É molto più calmo, diminuiscono i movimenti maniacali, permette a Billy, di toccarlo, strofinare il muso sulle sue mani, salirgli sulla schiena. Addirittura è lui che lo va a cercare fin dall'ora della sveglia e della colazione. Tutto il giorno sono assieme e se Fraser ha una giornata storta, pare che Billy lo capisca. In tal caso lo va a cercare nell'angolo dove sconta la sua solitudine e allunga una zampetta delicatamente, con le unghie ben retratte.

Dopo pochi minuti scendono in cortile e, sotto l'occhio vigile di mamma Louise, giocano come fossero due bambini. Poi, la sera, Fraser si getta sul letto e Billy gli dorme accanto cullandolo con poderosa fusa, mentre mamma Louise gli racconta la favola della notte. Ora Fraser non è pià chiuso nel suo mondo di fitta nebbia e di ostilità e questo grazie a un gatto. Oggi abbiamo la pretesa di capire perché gli animali si comportano così, quali sono i meccanismi che fanno scattare queste situazioni. Giusto studiarli, ma ancora più saggio tener conto di quanto scriveva Goethe: «L'uomo deve indagare l'indagabile e accettare serenamente quello che non lo è».

Datagate, anche gli “Angry Birds” diventano spie al servizio dell’Nsa

La Stampa

Gli esperti dell’intelligence Usa e i loro colleghi britannici sarebbero in grado di estrarre da un’app una gran quantità di informazioni sui loro “utilizzatori”


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Attenti agli Angry Birds. Anche i bellicosi uccellini, che nel popolare videogioco per telefonini si scagliano sui maialini verdi, potrebbero essere a loro insaputa degli agenti segreti al servizio dell’intelligence Usa e di quella di Sua Maestà britannica: secondo le ultime rivelazioni che emergono dalle carte del Datagate, gli esperti della Nsa e i loro colleghi del Gchq hanno sviluppato le capacità necessarie per estrarre da app di questo tipo una gran quantità di informazioni sui loro “utilizzatori”.

Già nel 2007 la Nsa e i servizi britannici erano al lavoro per stabilire come ottenere e conservare dati grazie a decine di app per smartphone, scrive oggi il New York Times citando documenti forniti dalla “talpa” Edward Snowden, che sono stati ottenuti anche dal Guardian e da ProPubblica. E da allora, Nsa e Gchq si sono scambiati informazioni su come ottenere informazioni sui luoghi o sulle agende contenute nel telefonino quando il suo proprietario usa Google Maps, o sui contatti e sulle agende contenute nei telefoni quando qualcuno invia un post alle versioni per telefonini di Facebook, Flickr, LinkedIn, Twitter e simili.

L’attenzione degli intercettatori per i telefonini è stata portata alla luce anche in documenti già diffusi nell’ambito del Datagate, ma queste nuove rivelazioni, scrive il Nyt, mostrano in particolare le loro aspettative riguardo agli smartphone e alle relative app, che vanno dai codici di identificazione del telefono stesso alla sua posizione geografica in un dato momento. Un’attenzione che ha trovato sbocco in un programma chiamato «the mobile surge», secondo quanto si legge in un documento britannico del 2011. Ma già in un documento del 2008 era scritto che le ricerche avevano un successo tale che «effettivamente vuol dire che chiunque usi Google Maps su uno smartphone lavora a sostegno di un sistema del Gchq».

Nei giorni scorsi il presidente Barack Obama ha annunciato nuove restrizioni, per proteggere la privacy degli americani dalla sorveglianza elettronica di massa. Non ha però fatto riferimento all’enorme quantità di informazioni che la Nsa raccoglie tramite app di questo tipo e altre funzioni contenute negli smartphone, nota il Nyt.

Dai documenti non emerge con chiarezza se e quanto tali app siano state utilizzate per la raccolta dati. Le informazioni però potrebbero essere molteplici, scrive dal canto suo il Guardian, notando che `l’utente´ in alcune app inserisce volontariamente informazioni riguardo al suo Paese d’origine, l’attuale residenza, età, stato civile, gruppo etnico, orientamenti sessuali, livello di educazione, figli e altro. Informazioni che vanno oltre il concetto di metadati. E di certo, per l’intelligence si tratta di una miniera.

Dieci cose da fare (e alla svelta) per salvare i marò

Fausto Biloslavo - Mar, 28/01/2014 - 08:37

Bonino dice di non capire cos'altro andrebbe fatto per i nostri militari. Glielo spieghiamo

Sul caso marò il ministro degli Esteri, Emma Bonino, fa la vispa Teresa o Alice nel paese delle meraviglie. Ospite ieri mattina di Radio 24, alla domanda sulle reazioni diplomatiche più robuste chieste anche dal nostro Giornale, risponde in maniera disarmante: «Non ho mai capito bene cosa voglia dire».

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Sappiamo bene che il ministro Bonino ha ereditato la patata bollente dal precedente governo e non tutte le colpe sono sue. Purtroppo, però, nel tentativo in buona fede di risolvere il caso si è limitata, abbandonando la linea del Piave del processo in Italia, ad infilarsi nel pantano giudiziario indiano. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Se il ministro «non ha capito bene cosa voglia dire» sbattere i pugni sul tavolo, per non fare la solita figura da Italietta, ci permettiamo di spiegarglielo elencando 10 possibili reazioni.

LE NAVI. Dopo due anni nessun governo è stato capace di ritirare le navi italiane dalla flotta anti pirateria al largo della Somalia. Non solo garantiamo sicurezza ai mercantili di Delhi, ma in almeno due occasioni di sequestri (Enrica Ievoli e Savina Caylin) abbiamo liberato marinai indiani a bordo di navi italiane. Non mettere più a disposizione le nostre unità militari, in nome dei marò trattenuti in India, avrebbe svegliato ben prima l'Unione Europea, che ha dato vita alla missione.

MISSIONE ONU. In Libano abbiamo 1300 uomini e comandiamo la missione dei caschi blu, compreso un battaglione indiano. L'Onu non si è mai sprecato più di tanto per i marò. Tornarcene a casa risparmiando un bel po' di soldi sarebbe un segnale forte al Palazzo di Vetro.

AFGHANISTAN. Per gli indiani l'Afghanistan è una spina nel fianco a causa dei talebani. Se annunciavamo di ritirare in anticipo il nostro contingente la patata bollente della transizione nella zona Ovest finiva nella mani degli americani. Solo ieri, dopo che l'India l'ha preso a pesci in faccia per un recente scontro diplomatico, l'ambasciatore Usa a Delhi ha espresso solidarietà per i marò.

NEGOZIATO UE. Ci sono voluti quasi due anni per minacciare (a parole), il blocco del negoziato di libero scambio India-Unione Europea. E lo ha fatto il vicepresidente della Commissione di Bruxelles, Antonio Tajani, non il governo italiano. Il ministro Bonino ha posto il problema marò all'Europa, ma non si vedono grandi passi ufficiali.

AFFARI. I privati possono fare quello che vogliono, ma per dare l'esempio sarebbe un segnale forte bloccare qualsiasi iniziativa economica o commerciale con l'India sponsorizzata da soldi pubblici o con l'impegno di rappresentanti governativi.

NUCLEARE. L'India tenta da anni di entrare nel Gruppo dei fornitori di know how nucleare (Nsg). L'Italia non ha mai annunciato che per i marò si impegnerà ad ostacolare l'ingresso della potenza nucleare indiana.

CONSIGLIO DI SICUREZZA. Gli indiani puntano da tempo a diventare membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu. L'Italia dovrebbe opporsi con una «guerriglia» diplomatica fino a quando non viene risolto il caso marò.

RIUNIONI INTERNAZIONALI. Militari, diplomatici, funzionari governativi continuano a partecipare a riunioni internazionali a tutti i livelli assieme agli indiani. L'Italia potrebbe condizionare ogni volta la sua presenza chiedendo che all'ordine del giorno sia inserito il caso marò e condannando lo stallo indiano.

BOICOTTAGGIO. In Italia nessun rappresentante istituzionale dovrebbe partecipare ad iniziative organizzate dall'ambasciata o dal consolato indiani o con la presenza, come ospiti, di rappresentanti di Delhi.

PROCESSO. Se la situazione precipitasse e venisse applicata la legge che prevede il patibolo la strada obbligata è l'arbitrato internazionale, che andava percorsa da tempo. Nel braccio di ferro con l'India non sono da escludere neppure ritorsioni come quelle adottate recentemente da Delhi contro l'ambasciata americana sulle multe ai diplomatici e il ritiro dei tesserini delle corsie vip per viaggiare. E come extrema ratio possiamo sempre ritirare il nostro ambasciatore ed espellere quello indiano.

www.gliocchidellaguerra.it

Ruby? Nel febbraio 2010 già maggiorenne»

Corriere della sera

Il ministro della Funzione pubblica del Marocco Mobdii: «Conservati i file della sua nascita. Temevamo furti»

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Karima El Mahroug, alias Ruby, era già maggiorenne quando, nel febbraio 2010, avrebbe avuto rapporti con l’allora premier Silvio Berlusconi, indagato nell’ambito dell’inchiesta «Rubyter» riguardante la corruzione di testimoni. Ad affermarlo è il ministro della Funzione Pubblica del Marocco, Mohamed Mobdii, che, in un’intervista al giornale Al Akhbar, ha dichiarato di essere stato lui a firmare l’atto di nascita della ragazza. Il ministro del governo di Rabat sostiene infatti che Ruby, all’epoca dei fatti per i quali il leader di Forza Italia è stato condannato in primo grado, la ragazza era maggiorenne. Mobdii, che è stato parlamentare nella zona di Al Fakih Bensalih, in cui è nata e in cui abitava la famiglia di Ruby, ha affermato al quotidiano di essere stato «molto attento a conservare il file della sua nascita. Avevo paura - ha aggiunto - che venisse rubato o falsificato».


«DOCUMENTI IN VALIGIA DIPLOMATICA» - «Ho ricevuto - ha aggiunto il ministro parlando al giornale - una comunicazione dal consolato marocchino a Milano, in cui mi chiedono di spedire i documenti in una valigia diplomatica affinché non vengano esposti a una operazione di falsificazione». «Rivolgo un appello alla Procura della Repubblica - scrive in una nota Souad Sbai, ex parlamentare Pdl e presidente dell’associazione Acmid Donna - perché intervenga per accertare la verità recuperando la documentazione originale e perché ascolti il ministro marocchino. È una notizia che non va nascosta sotto il tappeto perché gli italiani vogliono conoscere la verità una volta per tutte su questa vicenda».

IL RUBY TER - L’inchiesta «Ruby ter» ha preso il via con l’iscrizione nel registro degli indagati del nome di Silvio Berlusconi accusato di aver corrotto la stessa Karima El Mahroug e altre dieci ragazze del «bunga bunga» pagandole perché testimoniassero a suo favore, un reato che prevede fino a dieci anni di carcere.

27 gennaio 2014

Processo De Mauro, assolto Riina La Procura aveva chiesto l’ergastolo

La Stampa

In Appello conferma la sentenza di primo grado. Il boss era l’unico imputato per il sequestro del cronista de «L’Ora» avvenuto il 16 settembre del 1970

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Il boss corleonese Totò Riina è stato assolto nel processo per l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro, in cui era l’unico imputato. Il pg Luigi Patronaggio aveva chiesto l’ergastolo. La sentenza è stata letta poco dopo le 15 dalla Corte di assise di appello di Palermo, presieduta da Biagio Insacco, che si era ritirata in camera di consiglio stamattina. Anche in primo grado Riina era stato assolto. De Mauro, cronista del giornale «L’Ora», fu sequestrato il 16 settembre 1970 e non è mai più stato ritrovato.



De Mauro, 40 anni senza il mandante. Contro Totò Riina prove insufficienti
 
L'ira della figlia del giornalista: «E' una vergogna, sono turbata». I pm avevano chiesto l'ergastolo

PALERMO


Dopo oltre 40 anni c’è ancora una verità da scoprire nella scomparsa di Mauro De Mauro. Con l’assoluzione del boss Totò Riina, sia pure con il margine del dubbio, riaffiorano i depistaggi dei servizi segreti e degli apparati investigativi. Le prove mancano perchè, secondo la corte d’assise, sono state manonomesse o sottratte. Dall’ombra spunta di nuovo il nome dell’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada, che sta scontando una condanna a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Per lui e per altri quattro possibili «depistatori», tra cui un avvocato e due giornalisti, nascerà un processo parallelo. Lo chiede la stessa corte che ha deciso di trasmettere gli atti al pubblico ministero perchè proceda per falsa testimonianza nei confronti di Contrada, dei giornalisti Pietro Zullino e Paolo Pietroni all’epoca redattori di ’Epocà, dell’avvocato Giuseppe Lupis uomo dei servizi segreti e di Domenico Puleo che avrebbe distrutto il nastro sul quale era registrato l’ultimo intervento pubblico di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni morto sull’aereo sabotato il 26 ottobre 1962 a Bascapè (Pavia).

La corte ha impiegato dieci ore e mezzo per emettere una sentenza accolta con molto turbamento dalla figlia di De Mauro, Franca. «È una vergogna di 41 anni» ha detto in aula dopo la lettura del verdetto. «Sono turbata - ha aggiunto - perchè ritenevo, dopo avere seguito la requisitoria dei pubblici ministeri e le dichiarazione di alcuni collaboratori, che ci fossero le condizioni per arrivare a una conclusione diversa». Anche lei è convinta che la ricerca della verità è naufragata «a causa dei depistaggi» cominciati in pratica dopo la scomparsa del giornalista del quotidiano ’L’Orà, rapito sotto casa la sera del 16 settembre 1970. La polizia aveva subito imboccato la pista del caso Mattei: De Mauro se ne stava occupando per la sceneggiatura del film di Francesco Rosi. Dopo le prime battute in una riunione di servizi segreti e investigatori a villa Boscogrande venne deciso di fermare l’indagine. Lo confidò Boris Giuliano, poi ucciso dalla mafia, al pm Ugo Saito. Ma Contrada, che a quella riunione avrebbe preso parte, ha negato. E per questo ora la corte chiede che si proceda nei suoi confronti per falsa testimonianza.Sempre alla pista Mattei si collegano le figure di Zullino, Pietroni e Lupis. Quest’ultimo era perfino riuscito, su richiesta dei servizi, a diventare il legale della famiglia De Mauro.

«Questa parte della sentenza - ha detto il pm Antonio Ingroia - accoglie l’ impostazione dell’accusa. Conferma la tesi che i depistaggi hanno oscurato la verità sulla scomparsa di De Mauro». L’altra pista «convergente» indicata dai pm è quella del tentato golpe di Junio Valerio Borghese, nel quale sarebbero confluite le trame di ambienti neofascisti, mafia e servizi segreti. Il giornalista ne avrebbe avuto qualche anticipazione e sarebbe stato ucciso perchè diventato uno scomodo testimone. Ricostruendo il contesto in cui il delitto sarebbe maturato, il pm Ingroia aveva detto che non era solo opera della mafia. Aveva quindi denunciato non solo la manipolazione delle prove ma anche la loro «sottrazione». Durante il dibattimento questo tema è stato più volte riproposto anche nelle battute finali quando dagli archivi della polizia sono riemersi fascicoli e documenti su indagini parallele: una ufficiale, che secondo la corte non ha prodotto risultati concreti, e una parallela che mirava a occultare alcuni importanti spunti investigativi. Alla fine l’inchiesta ha puntato su Totò Riina che, secondo alcuni collaboratori e per ultimo Rosario Naimo, è stato indicato come l’unico sopravvissuto del sistema di potere mafioso che a quel tempo organizzò il sequestro del giornalista ma che avrebbe agito per un obiettivo rimasto oscuro.

La scienza ci dice l’ora in cui Monet dipinse il tramonto a Étretat

La Stampa

Con l’aiuto di un software, del calendario delle maree e delle lettere dell’artista, l’astrofisico americano Donald Olson risale al luogo e al momento esatto in cui il grande pittore impressionista realizzò uno dei suoi capolavori. Ultima scoperta di una carriera dedicata (non senza critiche) all’utilizzo dell’astronomia per risolvere enigmi di arte, storia e letteratura.


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Una sera di febbraio del 1883, Claude Monet si trovava su una spiaggia vicino a Étretat, in Normandia, intento a catturare su tela lo spettacolo di un tramonto sullo sfondo delle famose scogliere a picco della località francese. Il risultato, “Scogliera a Étretat al tramonto”, è conservato al North Carolina Museum of Art di Raleigh negli Stati Uniti. Oggi sappiamo qualcosa di più su quel quadro: il luogo, il giorno (5 febbraio) e l’ora (16.53) in cui l’artista lo dipinse. A scoprirli è stato Donald Olson, astrofisico della Texas State University, grazie a quella che lui definisce “astronomia forense”: lo studio dell’astronomia per risolvere gli enigmi della storia e dell’arte. 

Nell’estate del 2012, Olson e alcuni suoi studenti hanno visitato il nord della Francia. In particolare la costa nei pressi di Étretat, le cui falaises sono state immortalate da Monet in numerosi quadri. Con l’aiuto di una riproduzione dell’opera, Olson ha individuato il punto esatto dove è stata realizzata. Quindi, utilizzando un software che simula un planetario e considerando la configurazione del cielo nel quadro, ha ristretto il periodo possibile tra il 3 e il 7 febbraio 1883. A questo punto, all’astronomia forense sono venuti in soccorso l’epistolario del pittore (il 3 febbraio si trovava in un’altra zona, il 4 trascorse la giornata con il fratello), il calendario delle maree (il 6 il livello dell’acqua non corrispondeva a quello riprodotto nel quadro) e lo storico meteorologico (il 7 c’era tempesta). L’unico giorno rimasto è il 5 febbraio. E grazie all’altezza del sole rispetto alla caratteristica “aiguille”, lo sperone roccioso a largo della falaise d’Aval, si è potuta stabilire anche l’ora: le 16.53.

I dati della ricerca sono stati pubblicati sul numero di febbraio del periodico “Sky & Telescope” (sul cui sito sono disponibili anche fotografie che documentano la spedizione ), la stessa rivista già utilizzata in passato da Olson per diffondere le sue scoperte. “Adoro usare l’astronomia per mostrare ai miei studenti come la scienza possa aiutate a spiegare il mondo reale”, spiega il professore statunitense, che negli ultimi vent’anni ha declinato questa passione in molte direzioni: da una trasferta a Asgardstrand, in Norvegia, per scoprire come mai la luna non si riflette nel quadro “Ragazze sul molo” di Edvard Munch (risposta: dal punto di vista del pittore alcuni edifici rendevano impossibile il riflesso) all’individuazione dell’anno esatto di una marea citata da Geoffrey Chaucer ne “I racconti d Canterbury” (1340). 

Le investigazioni di Olson si sono spesso intrecciate con la storia, sia la più lontana (la ricerca del punto esatto d’approdo di Giulio Cesare nella campagna di Britannia) che la più recente (il mistero di una barriera corallina inattesa, responsabile di una sconfitta militare americana nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale). In alcuni casi le sue teorie hanno mescolato in modo anche stravagante fatti climatici, storici e artistici, come quando ha sostenuto che l’ispirazione per l’opera più celebre di Edvard Munch, “L’urlo”, sia venuta al pittore osservando nel cielo gli effetti a lungo termine (e a distanza) dell’esplosione del vulcano Krakatoa: una tesi accolta senza troppo entusiasmo da critici e studiosi dell’artista norvegese. 

Se il rapporto tra tecniche scientifiche e ricerca storica è ormai consolidato, anche quello tra arte e scienza si sta rafforzando anno dopo anno. Nei dipartimenti scientifici dei maggiori musei del mondo laser, microscopi elettronici, macchine a raggi x e altri strumenti sofisticati vengono usati quotidianamente per analizzare manufatti artistici e storici di varia natura, dalle mummie d’Egitto ai manoscritti dell’Ottocento. A volte si scoprono nuove finalità in tecnologie sviluppate per altri fini e altre discipline, come il laser per lo studio del melanoma che – secondo il professor Warren S. Warren della Duke University – si presta ottimamente per l’analisi dei diversi strati di pittura di un quadro. E la reciproca interazione tra arte e scienza è sempre più spesso parte rilevante di grandi happening, come dimostrano le numerose proposte sul tema regolarmente inserite nel calendario del Festival della Scienza di Genova. 

Nel caso del lavoro di Donald Olson, il rigore scientifico delle ricerche è affiancato da un mix di gioco, divulgazione e approccio indipendente da professore-investigatore, un po’ alla Indiana Jones, che di certo ha contribuito alla buona diffusione mediatica della sua ultima scoperta su Monet. Già nel 2009 il magazine dell’istituto Smithsonian raccontò la storia dell’astrofisico e detective dell’arte in un lungo articolo , oggi le sue teorie sono raccolte in un libro, pubblicato a ottobre 2013: titolo “Celestial Sleuth” (“Il segugio celeste”), sottotitolo “Usare l’astronomia per risolvere i misteri dell’arte, della storia e della letteratura”. 

Gli studi e le conclusioni di Olson hanno ricevuto anche diverse critiche, le più acuminate provenienti dal mondo artistico. “È assolutamente meraviglioso che si cerchi di decodificare le opere di Munch come se fossero dei cruciverba”, commentò ironicamente qualche anno fa Sue Prideaux, studiosa e biografa del pittore norvegese. Un’accusa – quella di banalizzare l’arte con i suoi studi – a cui Olson ha sempre risposto in modo netto: “Non si può rovinare la mistica di un quadro con una semplice analisi scientifica. Il suo impatto emozionale rimane lo stesso. Al massimo, quello che puoi fare è provare a distinguere il reale dall’irreale”. 

Donato Di Veroli, il musicista che disse no ai nazisti

Il Messaggero

di Laura Larcan


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«Donato Di Veroli è un giovane e promettente allievo del nostro Conservatorio». La grafia sulla carta è elegante, ma le frasi che si susseguono sono risolute. «Non deve essere espulso». A scrivere, alla fine del 1938, è un professore del Conservatorio di Santa Cecilia (il cui nome rimane ancora top secret). È indirizzata al Prefetto per perorare la causa del musicista ebreo. Il docente prende in modo netto le difese del ragazzo che in seguito all’emanazione delle leggi razziali, tra l’agosto e il novembre del ’38, era stato costretto a lasciare la scuola.

IL CORAGGIO
L’appello è diretto: chiede alla Prefettura che Donato Di Veroli non venga espulso dal Conservatorio perché «giovane di talento». La lettera svela un capitolo inedito della breve ma intensa vita del musicista Di Veroli, morto suicida all’età di 22 anni il 10 luglio del ’43. Un documento che l’archivista Manola Ida Venzo ha ritrovato per caso in un fascicolo di carte della Prefettura custodito nei depositi dell’Archivio di Stato di Roma. «L’importanza di questo documento sta nel fatto che è una delle rarissime testimonianze di una presa di posizione a favore degli ebrei da parte di un esponente del mondo culturale italiano - commenta la Venzo - Un mondo che la storiografia ha accusato di essere stato troppo reticente nei confronti delle leggi razziali e di non aver preso apertamente una posizione». Le leggi razziali, infatti, proibivano agli ebrei di frequentare, così come di insegnare, nelle scuole italiane, oltre a vietare l’adozione di testi scritti di ebrei. La scoperta sarà presentata giovedì ai Musei Capitolini, nell’evento «Oltre le sbarre, musicisti durante la persecuzione», curato dall’Archivio di Stato di Roma diretto da Eugenio Lo Sardo, nell’ambito delle celebrazioni per la Giornata della Memoria. «La lettera apre uno spiraglio di luce su una personalità complessa e ancora inesplorata come Di Veroli - di cui si conosce poco della su vita personale».

L’ARTISTA
Nasce nel 1921. Le tappe della carriera artistica di compositore si possono ricostruire attraverso gli spartiti che all’indomani della liberazione furono versati dal padre (Angelo) alla Siae, e oggi conservati presso l’archivio storico. Tutta da ricostruire è invece la sua brevissima vita personale. Morì suicida, ma la censura era forte all’epoca e non verrà mai dato risalto alla notizia. L’indagine della Venzo è approdata recentemente a tre ipotesi sulle motivazioni del gesto: «Forse pesò una relazione sentimentale che ebbe con la figlia del direttore del conservatorio Giuseppe Mulè, compositore che durante il fascismo ricoprì incarichi rilevanti, e quindi una relazione del tutto impossibile - dice la Venzo - Le umiliazioni dovute all’espulsione dal Conservatorio, e l’aggravarsi del clima persecutorio verso gli ebrei che stava per sfociare nella deportazione». Piccoli passi di una ricerca, in cui la Venzo spera di ritrovare il carteggio amoroso dei due giovani.

LA RICERCA Sempre giovedì, sarà presentato il progetto sulla «musica concentrazionaria», scritta, cioé, nei lager durante la Seconda Guerra Mondiale. Una ricerca internazionale di Francesco Lotoro iniziata nel 1989 e che consiste nel recuperare, suonare, registrare tutta la musica scritta nei campi di concentramento. Un lavoro confluito ora nel primo dei dieci volumi dal titolo «Thesaurus Musicae Concentrationariae».


Lunedì 27 Gennaio 2014 - 08:45
Ultimo aggiornamento: 14:10

La brutta fine delle colombe liberate dal Papa, aggredite dai rapaci di Roma

Il Messaggero


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Di sicuro è stata una scena inquietante. Se poi si vuole cercare anche un simbolismo dietro la brutta fine toccata alle colombe della pace liberate ieri da Papa Francesco e attaccate subito dopo da un corvo e da un gabbiano, allora è pure peggio. Di certo nè il pontefice nè i bambini che erano affacciati con lui a San Pietro potevano sapere che lasciando volare via le due bianche colombe le avrebbero consegnate a una morte tanto rapida quanto cruenta, che si è consumata davanti agli occhi attoniti della folla in Vaticano. E se c'è chi ne ha notato il lato appunto più simbolico, con gli uccelli della pace che vengono annientati da quelli del male (e i corvi che continuano a essere un problema per il Vaticano), altri, etologi in primis, hanno invece avuto conferma di quello che sta avvenendo nella fauna della capitale, i cui cieli sono sempre più abitati da rapaci di grandi dimensioni. Il timore è che San Pietro possa diventare terreno di caccia per questi uccelli, e che le colombe possano trasformarsi in prede facili. Più che della pace insomma, è il trionfo della legge della natura, che pacifica non è.

Le colombe liberate da Papa Francesco attaccate da un corvo e da un gabbiano: la fotosequenza



Lunedì 27 Gennaio 2014 - 08:54
Ultimo aggiornamento: 14:30