mercoledì 29 gennaio 2014

Ruby, ecco l'audio del ministro che dice:«Giuro, era maggiorenne». Ma alla radio italiana dice il contrario

Il Mattino


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«Non era minorenne, assolutamente! No, no...». È quanto afferma il ministro della funzione pubblica del Marocco, Mohamed Mobdii, a proposito dell'età di Ruby nel febbraio 2010, quando avrebbe avuto rapporti con l'allora premier Silvio Berlusconi. Nell'intervista rilasciata nei giorni scorsi al quotidiano marocchino Al Akhbar il cui audio in arabo è pubblicato sul sito goud.ma, il ministro autosmentisce se stesso in onda nella trasmissione radiofonica «Un giorno da pecora», su Radio 2. Il ministro aveva smentito di conoscere la data di nascita di Karima El Mahroug («Non conosco la data di nascita di Ruby, non conosco Karima e non so quando ha incontrato Berlusconi, quindi non so se lei fosse maggiorenne o minorenne»), O il giornale Al Akhbar ha pubblicato sul sito goud.ma l'audio dell'intervista nella quale, invece, Mobdii escludeva che fosse minorenne. I sottotitoli italiani al testo in arabo sono on line a cura di un sito «Al Maghrebiya.it, di cui è caporedattore l'ex parlamentare Souad Sbai.

Questo il testo diffuso sempre da Souad Sbai.

Giornale: Visto sig. ministro che lei è deputato nella regione di Fkih Bensaleh, dovrebbe conoscere bene le famiglie di questa zona. Conosce la famiglia Mahroug? Mobdii: Sono io chi ha firmato il suo atto di nascita, anzi direi, il suo stato di famiglia, è di mia competenza ed il registro si trova nel Comune. Io stesso ho dovuto custodirlo personalmente per evitare falsificazioni o furti.

G.: Sta parlando di Karima Mahroug?
M.: Si, si, Karima Mahroug la famiglia abitava al Fkih Bensaleh, poi si sono trasferiti a Khoribga.
G.: Come era la reputazione di questa famiglia?
M.: Era una famiglia discreta, normale, poi, è uscita fuori la storia della relazione di Karima con l'italiano Berlusconi.
G.: La città è diventata famosa a livello mondiale?
M.: No, non grazie a lei, ma grazie al nostro lavoro, ai nostri prodotti ed ai nostri cittadini
G.: Ma Karima ha intaccato la reputazione della città?
M.: No, ha fatto male solo a se stessa ed ognuno è responsabile delle proprie azioni la nostra regione è superiore a tutte le persone, me compreso..
G.: Ma .., Karima Mahroug, potrebbe essere innocente, una vittima?
M.: io ricevo notizie solo dai giornali, ma un giorno mi hanno contattato dal consolato di Milano mi hanno chiesto di mandargli documenti autentici, tra cui l'estratto dell'atto di nascita e ho inviato tutto con la valigia diplomatica, per evitare furti o falsificazioni
G.: In che anno è nata ?
M.: nel 72
G.: 72?
M.: 92, 92
G.: allora era minorenne?
M.: no, all'epoca dei fatti, secondo i documenti che ho firmato, stando al nostro registro...
M.: Non era minorenne, assolutamente! no, no...


 
mercoledì 29 gennaio 2014 - 15:00   Ultimo aggiornamento: 15:34

Ruby, la Cassazione chiede sanzione disciplinare per la Fiorillo

Libero

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Una bacchettata sulle mani? No, neppure quella. Una semplice "dichiarazione formale di biasimo", in gergo tecnico una "censura". E' la "punizione" richiesta dalla sezione disciplinare del Csm per Annamaria Fiorillo, la pm per i minorenni di Milano, accusata di aver violato il dovere di riserbo imposto alle toghe con le dichiarazioni rese alla stampa, nel novembre 2010, su quanto accadde nella notte tra il 27 e il 28 maggio di quell'anno, la notte in cui la Fiorillo era di turno e Ruby venne portata in questura per poi essere rilasciata ed affidata a Nicole Minetti.

Frasi nel mirino - Nel dettaglio, con le sue inopportune dichiarazioni ai cronisti, la Fiorillo contestava la versione dei fatti che era stata fornita dall'allora ministro dell'Interno, Roberto Maroni. Ora, a distanza di più di tre anni, l'organo di autodisciplina delle chiede il "biasimo della collega chiacchierona. La censura è stata chiesta dal sostituto pg di Cassazione, Umberto Apice, davanti ai giudici delle sezioni unite civili della Suprema Corte. Il pg spiega: "Il dovere di riserbo è scolpito nella legge deontologica. Un magistrato non può rilasciare dichiarazioni alla stampa".

La quasi-difesa - E così potrebbe scattare la "tagliola" della censura, la più blanda delle sanzioni previste dal Csm. Nulla di grave, insomma, se un giudice non rispetta le regole. Il pg poi aggiunge, quasi a difendere la collega: "E' vero che Fiorillo non cercò il contatto con i giornalisti per smania di protagonismo, ma per ristabilire la verità, ma tutto questo può essere un'attenuante della condotta, non una scriminante. Il riserbo - prosegue solenne Apice - comporta che su ciò che è avvenuto non è il singolo magistrato a riferire all'opinione pubblica, ma deve essere il capo dell'ufficio".

La decisione - Per il pg, "i fatti erano di una tale delicatezza che balzava agli occhi che sarebbero stati oggetto di distorsioni e strumentalizzazioni: questo aspetto avrebbe dovuto frenare Fiorillo nell'impulso, umanamente comprensibile, di far conoscere la sua verità, che poi è risultata essere la verità oggettiva". In definitiva, però, per Apice il ricorso presentato dalla pm per i minorenni di Milano deve essere rigettato, e deve essere contestualmente confermata la sanzione inflitta alla Fiorillo dal tribunale delle toghe lo scorso 10 maggio. La decisione delle sezioni unite civili del "Palazzaccio" sarà resa solo con il deposito della sentenza, che di norma avviene entro un mese dall'udienza.

Il precedente... - Il difensore della Fiorillo, professor Federico Sorrentino, ha insistito sull'accoglimento del ricorso: "Non c'è stata violazione del riserbo - ha dichiarato -, e non esiste il divieto assoluto di manifestare il proprio pensiero: qui non si trattava soltanto di ristabilire il vero, ma anche di tutelare la propria professionalità". La decisione è attesa a breve. Ma la Fiorillo può star tranquilla: al massimo sarà "censura". Le toghe chiacchierone non pagano, mai. Basti pensare all'illustre caso di Antonio Esposito, il "giustiziatore" del Cav nel processo Mediaset, la cui richiesta di trasferimento in seguito all'intervista "abusiva" concessa a Il Mattino è stata archiviata. Al massimo sarà una censura...

Bancomat, obbligo di Pos per professionisti e imprese

Libero

Se da oggi è possibile pagare l'idraulico con la carta di debito. Che cosa si può fare grazie alla nuova legge


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Più bancomat per tutti. Sono stati delineati i contorni della legge che dal primo gennaio 2014 impone a professionisti e imprese di accettare pagamenti con carta bancomat da parte dei privati. Il decreto legge è apparso in Gazzetta Ufficiale ieri, lunedì 27 gennaio: è stato emanato il regolamento attuativo che sancisce dei limiti precisi al nuovo obbligo imposto a milioni di aziende e liberi professionisti.

Quali imprese? - Il cliente d'ora in poi potrà saldare il conto non solo con carta di credito, ma anche con quella di debito, ossia il bancomat. Dunque chi fornisce servizi dovrà dotarsi di un Pos, il terminale con cui effettuare i pagamenti. Il decreto - che renderà effettive il provvedimento a partire dal prossimo 28 marzo - prevede che le norme in questione, fino al prossimo 30 giugno, riguardino solo le imprese e i professionisti che nel 2013 abbiano raggiunto un fatturato superiore ai 200mila euro.

Le soglie - Il decreto stabilisce anche che entro il 27 giugno 2013 venga emesso un secondo decreto che abbassi ulteriormente la soglia dei 200mila euro. L'obiettivo è quello di coinvolgere il maggior numero possibile di soggetti, per limitare il più possibile l'evasione fiscale. Potrebbe essere rivista al ribasso anche la cifra minima a partire dalla quale sarà possibile il pagamento col bancomat. Il nuovo decreto dovrebbe prevedere anche nuovi strumenti elettronici di pagamento, come per esempio gli smartphone.

Questione sicurezza - Secondo Flavio Zanonato, ministro dello Sviluppo Economico, il pacchetto di nuove dorme dovrebbe favorire la lotta al sommerso grazie ai pagamenti più tracciabili. Inoltre le leggi dovrebbero dare impulso al commercio online, in ritardo rispetto a quello di altri Paesi. Inoltre il ministero fa notare come le norme possono favorire la sicurezza: molti soggetti vittime di rapina a causa del possesso in cassa di contante, ora potrebbero essere prede meno appetibili per i criminali (se il pagamento è elettronico c'è poco da derubare).

L’uomo che si mette in fila per chi non ha tempo né voglia

La Stampa

fabio poletti

Milano, un quarantenne disoccupato si è inventato un lavoro “Le code e la burocrazia fanno saltare i nervi alla gente”


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Stanco di aspettare un lavoro, stanco di mandare curricula, stanco di inutili promesse, si è messo in coda ad aspettare, facendosi pagare da chi è assai stanco di fare le file. «Chiedo dieci euro l’ora. Emetto pure ricevuta fiscale. Il mercato è in crescita», quasi si bea della burocrazia e dell’Italia che non funziona e forse mai ha funzionato Giovanni Cafaro, 42 anni, salernitano da dodici anni a Milano, una laurea in Scienza della Comunicazione e un lavoro che si è inventato da solo, quello di uomo paziente. «Io sono quello che si mette in fila per chi non ha voglia e non ha tempo. Banche, assicurazioni, poste, asl... Non mi faccio mancare niente. Le file per pagare l’Imu sono il mio pane», giura lui, aria distinta da professionista, occhialini di metallo e borsa di cuoio sotto il braccio.

Sembra un manager.

È solo un uomo perennemente in coda. Siccome la pubblicità è l’anima del commercio ha inondato Milano con 5 mila volantini gialli e blu per dare nell’occhio: «La tua coda allo sportello? Da oggi la prendo io». In un mese giura di avere ampliato la clientela milanese in modo esponenziale. Ma assicura che tutti lo vogliono. «Mi hanno chiamato da Rimini, La Spezia e Napoli... Se va bene mi allargo e metto su un’agenzia», sogna ed è l’unica cosa che costa niente nella città degli affari dove l’economia gira a singhiozzo, mentre lui gira il caffè in un bar vicino a Piazza Affari dopo una mattinata in coda a Equitalia. La sua non è nemmeno una storia con la S maiuscola. 

A luglio dell’anno scorso l’azienda di abbigliamento per cui lavorava come direttore marketing chiude e va all’Est, molto più a Est che a Trieste per capirci. «Avevo un affitto da pagare e niente stipendio. Per fortuna non ho famiglia». Ma prima di finire nella categoria “bamboccioni” a carico della sua famiglia rimasta a Salerno, le ha tentate tutte. Cinquecento curricula inviati.
Meno di dieci risposte. Meno di cinque colloqui. Zero speranze e mille promesse scritte nel vento. «Allora il lavoro me lo sono inventato. So l’inglese e ho una laurea ma non ci penso proprio ad andare all’estero. Sarebbe una sconfitta. Sarebbe come gettare la spugna. Il futuro è qui. Il mio futuro è qui».

Alla fine i politici che lamentano la mancanza di investimenti dall’estero perché gli stranieri sono spaventati dalla burocrazia sono i suoi più grandi sponsor. «La burocrazia in Italia è micidiale. Troppe scadenze. In coda c’è gente che si fa prendere dai nervi, di qua e di là dagli sportelli. A volte basterebbe fornire informazioni corrette per snellire le pratiche. Non siamo ancora un Paese 2.0». L’uomo in coda è molto più avanti. Per farsi conoscere ha un profilo su Facebook, due telefonini – uno gli serve per lavorare, l’altro è per la vita privata, mania tipica degli uomini d’affari – e molto presto un sito. Ma per ora va forte il passaparola. «Ci sono uffici dove, almeno di vista, già mi conoscono. A Equitalia sono di casa. E poi parlo con la gente».

Cioè i potenziali clienti perché una o due ore di coda alla fine le fanno tutti e nessuno vorrebbe. «Io le faccio per loro. Chiedo 10 euro l’ora. Un prezzo giusto. Molto meglio quando riesco a sommare più clienti in una sola coda». Ma nel Paese dei furbetti, figuriamoci in coda davanti al fisco, Giovanni Cafaro tiene la barra dritta. «Più o meno sono contattato da due clienti al giorno ma il lavoro è in crescita. La gente si fida, so di fare un servizio utile. A tutti consegno la ricevuta fiscale. Lavoro in ritenuta d’acconto. Prestazione d’opera. Se va bene apro la partita Iva». E se per caso dovesse andare «male», questo Paese uscisse dalle sacche della burocrazia e iniziasse a macinare efficienza e profitti tirando su la schiena? 

L’ex disoccupato assai occupato si allarga in un sorriso: «Cercherei di fare altro. Mi auguro per tutti noi che finisca così». Ma si capisce che non ci crede nemmeno un po’ neanche lui.

Da 'Blugari' a 'Valentinu', saga dei falsi Vi fareste ingannare da questi tarocchi?

Corriere del Mezzogiorno

C'è da chiedersi: qual è il pubblico di questi farlocchi


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NAPOLI - Ottomila confezioni di profumi di griffe contraffatte sono state sequestrate dalla polizia municipale di Napoli. I profumi sono stati trovati in un negozio, il cui titolare è stato segnalato all'autorità giudiziaria.

LO REGALERESTE ALLA VOSTRA FIDANZATA? - Guardando i profumi sequestrati - e «spacciati» in un negozio in via Poerio - affiora subito la domanda: ma chi li compra? Perché - ed è un imperativo dell'industria del falso - è sempre necessario assicurare una «dignità» al tarocco. Quando compri un falso, sai che è un farlocco, ma vuoi che ti venga anche garantito che è una copia simil-originale, molto vicina alla copia nativa. Qui, invece, già dalla confezione capisci che ti trovi di fronte a uno smaccato inganno: non crea suggestione, empatia, in pratica non fa sognare.


Regalereste mai a vostra moglie, alla vostra fidanzata o alla vostra amante un profumo che già sul packaging ti confessa che è una bugia? Solo se fosse cieca potreste presentarvi a casa con lo «Chamele n.5» al posto di quello con cui si copriva un tempo la mitica Marilyn, sperando che il tanfo non vi tradisca. O con il «Valentinu», il transilvaniano fratello dell'imperatore della moda italiano? E allora c'è da domandarsi: in un mondo digitale, smaliziato ed ebizzato, chi ci casca ancora? (Ni.Fe.)

28 gennaio 2014

NYT: fumetto-denuncia sull'olio italiano Coldiretti: «Vero, ma un danno enorme»

Corriere della sera

Il prestigioso quotidiano pubblica un fumetto denuncia contro la sofisticazione dell’olio d’oliva «made in Italy»


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Un fumetto denuncia contro la sofisticazione dell’olio d’oliva «made in Italy». Lo ha pubblicato il New York Times, con una striscia di quindici vignette, firmate da Nicholas Blechman, l'art director del New York Times Book Review che ha utilizzato come fonte il blog «Truth in Olive Oil» gestito da Tom Mueller autore del libro «Extraverginità» sul mondo dell'olio di oliva, pubblicato da Edt.

IL FUMETTO-DENUNCIA - In «Il suicidio dell’extra vergine» si racconta di come l’olio d’oliva venga importato dall’estero (da Spagna, Marocco e Tunisia), mischiato assieme a oli di bassa qualità (il porto di Napoli sarebbe la centrale per l’importazione), quindi sofisticato col beta carotene per camuffare il sapore e venduto come italiano, grazie a leggi troppo permissive. A tutto questo - scrive il prestigioso quotidiano - si aggiungono le complicità politiche per coprire la truffa, in barba alle forze dell’ordine i cui laboratori di analisi non sono efficaci per svelare la sofisticazione. Il «suicidio», secondo il New York Times, è quello degli stessi produttori di olio che, commerciando olio contraffatto, finiscono per far crollare anche il prezzo dell’extravergine.

Il «suicidio» dell'olio extra vergine italiano

Il «suicidio» dell'olio extra vergine italiano sul New York Times

COLDIRETTI TOSCANA - Da parte sua, Coldiretti Toscana non la prende bene, anche perché il 70% dell’Igp prodotto in Toscana e con marchio sicuro, viene venduto negli Stati Uniti: «Le vignette avranno un effetto negativo sull’immagine e sulle vendite all’estero dei nostri prodotti – dice il presidente Tulio Marcelli – purtroppo il New York Times denuncia con forza e con efficacia una situazione che conosciamo bene tutti, politica compresa, ma a cui probabilmente non si vuole dare una risposta chiara». Sotto il pressing della Coldiretti è stata approvata nel febbraio 2013 la cosiddetta legge "salva olio" che contiene misure di repressione e contrasto alle frodi e di valorizzazione del vero Made in Italy. Ancora oggi però, la legge non risulta pienamente applicata.

IL PRESIDENTE DELLA CAMERA DI COMMERCIO - «Il fumetto pubblicato dal New York Times sulla contraffazione dell’olio extravergine d’oliva italiano mette in luce un vero e proprio crimine che prima di essere commesso nei confronti dei consumatori di tutto il mondo, viene compiuto verso la maggioranza dei nostri produttori, che sono e resteranno onesti». Lo sottolinea Vasco Galgani, presidente della Camera di Commercio di Firenze e presidente di Unioncamere Toscana. «Per tutelare il nostro olio extravergne d’oliva da anni la Camera di Commercio si è dotata di un laboratorio chimico merceologico che non solo controlla e analizza secondo i criteri di legge campioni di olio provenienti da buona parte dell’Italia, ma lavora per valorizzare l’eccellenza del prodotto attraverso ricerche nutrizionali e qualitative. Gli esiti di queste ricerche vengono poi trasferiti alle aziende che possono così migliorare ulteriormente la loro produzione. Solo negli ultimi tre mesi sono stati analizzati 480 campioni di olio extravergine di oliva provenienti da 120 aziende diverse e la qualità media è stata molto elevata. La contraffazione va combattuta, l’eccellenza va valorizzata».

28 gennaio 2014

L’impiegato con il vitalizio da 4.500 euro al mese

Corriere della sera

Marco Verzaschi incassa la somma, che si aggiunge allo stipendio di 1.400 euro, da quando ha compiuto 50 anni

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Marco Verzaschi ha 53 anni ed è un impiegato modello. Tutti i giorni si presenta puntualmente al lavoro, timbra con diligenza il cartellino e quando è l’ora se ne torna a casa. Con una differenza rispetto ai suoi colleghi di fascia C della Regione Lazio: non fa un’ora di straordinario. Non ne ha bisogno. Perché oltre ai circa 1.400 euro netti della busta paga impiegatizia la stessa Regione che gli dà lo stipendio versa ogni mese sul suo conto corrente altri 4.587 euro e 14 centesimi. Cioè l’importo del vitalizio da ex consigliere regionale cui Verzaschi ha diritto dal settembre 2009, pochi giorni dopo aver compiuto cinquant’anni d’età.

C’è anche lui nella lunga lista dei cinquantenni che ancora oggi possono godere di un privilegio così anacronistico in base a norme sopravvissute per pochi, considerato che l’abolizione dei vitalizi, decisa da tutte le Regioni, scatterà nel Lazio a partire dagli eletti nel 2013. Vecchie norme che fra meno di due anni, al compimento del cinquantacinquesimo anno d’età, potrebbero far schizzare l’importo dell’assegno netto cui Verzaschi e coloro nelle sue stesse condizioni hanno diritto oltre i 5 mila euro netti. Tutto questo mentre le pensioni superiori a 1.400 euro al mese dei comuni mortali che hanno lavorato per quarant’anni restano inchiodate per il blocco delle rivalutazioni.

Premettiamo che è tutto assolutamente regolare: non c’è nulla che non sia previsto da leggi e norme. Ma questa è la testimonianza più cristallina dell’assurdità che è stata capace di produrre nel nostro Paese la giungla dei privilegi: un dipendente regionale cinquantenne che per aver avuto un incarico elettivo durato 11 anni incassa dalla stessa Regione anche un vitalizio pari al triplo della busta paga.
E nel Lazio non è certo un politico qualunque, il sociologo Marco Verzaschi. Non per niente l’hanno chiamato «Mister trentamila preferenze». Nel 1986 è già consigliere comunale di Roma per la Democrazia cristiana: da lì al consiglio di amministrazione dell’Amnu, la municipalizzata dei rifiuti che avrebbe poi preso il nome di Ama, il passo è breve. Otto anni dopo, nel 1994, si affaccia al governo: capo della segreteria del ministro della Difesa Cesare Previti, per cui aveva fatto la campagna elettorale.

Esperienza brevissima culminata con l’elezione, l’anno seguente, nelle liste forziste del Consiglio regionale del Lazio. Tappa di una scalata formidabile. Che lo porterà nel 1997 all’incarico di coordinatore di Forza Italia a Roma, e finalmente al posto di assessore all’Ambiente per passare poi a quello ancora più succulento di assessore alla Sanità nella giunta regionale di Francesco Storace. Prima del pentimento. Corre l’anno 2004 e i sondaggi cominciano già a dare per spacciato il centrodestra: lui non può che prenderne virilmente atto passando armi e bagagli all’Udeur di Clemente Mastella. Nel maggio 2006 apre il suo cuore a Fabrizio Roncone del Corriere : «Quando mi accorsi che il partito stava morendo, senza più quadri dirigenti, capii che il mio posto non era più lì. Berlusconi cercò di convincermi a restare, due ore a parlare fitto, a fare ragionamenti. Purtroppo per lui, e fortunatamente per me, nel frattempo il feeling politico con Mastella era cresciuto ed era forte...».

In quel momento è il nuovo sottosegretario alla Difesa del governo di centrosinistra, che parla. È rientrato nello stesso ministero, stavolta dalla porta principale ma con meno capelli di quando era solo il segretario di Previti, grazie ai famosi trentamila voti portati in dote all’Unione di Romano Prodi che aveva battuto Berlusconi con una differenza di soli ventiquattromila. Ma poche settimane prima della caduta di Prodi finisce agli arresti domiciliari con l’accusa di aver intascato tangenti quando era assessore alla Sanità e deve lasciare anzitempo l’incarico governativo. Lascia pure Mastella, il cui partito si è nel frattempo dissolto, trovando confortevole riparo all’Udc di Pier Ferdinando Casini. Il 28 ottobre 2013 si becca una condanna in primo grado per quella storia sanitaria a quattro anni di carcere, di cui tre evaporati per l’indulto concesso dallo stesso governo di cui aveva fatto parte, e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Sentenza contro cui ha fatto appello.

Auguri.

29 gennaio 2014

Mastrapasqua, la moglie ha 25 incarichi

Libero

Maria Giovanna Basile vanta un ruolo di rilievo nei collegi di aziende come la Rai, l'Aci, l'Acea


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Se si mettono insieme le poltrone occupate dal marito insieme a quelle occupate dalla moglie l'immagine che salta alla mente è quello di un auditorium. Stiamo parlando della famiglia Mastrapasqua. Lui, Antonio, presidente dell'Inps, inquisito per una serie di fatture cedute dall'ospedale Israelitico all'ente previdenzialie, è manager attualmente in 9 aziende pubbliche e private (in passato si occupava di 25 tanto da essere soprannominato "mister 25 poltrone"). Lei, Maria Giovanna Basile, consorte di Mastrapasqua, al pari del marito può vantare venti incarichi nelle più svariate aziense.

I venti incarichi - Li ha contati e messi nero su bianco Repubblica: si va dalla Rai alle controllate dell'Aci, fino all'Acea, municipalizzata romana crocevia dei grandi giochi di potere della Capitale. Ma non solo. Le capacità manageriali della Basile spaziano dall’impiantistica (la Ecosuntek di Gualdo Tadino in provincia di Perugia) all’immobiliare (la Salic e la Giomi real estate); dalla consulenza e pianificazione aziendale (la Giomi spa, che sta per Gestione istituti ortopedici nel mezzogiorno d’Italia, e anche la Cappellani Giomi spa). C’è anche anche una merchant bank (la Finemi spa) e una serie di aziende nel settore della sanità (dalla Santa Chiara Firenze alla Giomi Rsa che opera nel settore delle case di cura per lunga degenza. Venti poltrone. Tante. Che, nella passata legislatura, fecero insospettire il senatore Elio Lannutti (Idv) il quale, in una interrogazione scritta, domandò al governo se riteneva che potessero configurarsi possibili conflitti di interesse proprio per il delicato ruolo che esercitata il marito. La risposta non c’è mai stata.

Le amicizie - Di certo c'è che i coniugi Mastrapasqua, sottoliena Aldo Fontanarosa e Roberto Mania, nonostante siano fuori dalla politica nazionale fino al 2004 (quando Antonio viene cooptato in quota Forza Italia nel Consiglio di amministrazione dell'Inps), era già immersa nella politica e negli affari capitolini da molti anni prima. Decisivo, nell'ascesa di moglie e marito, il legame con Alfredo Antoniozzi, prima democristiano poi forzista; ma anche, se non soprattutto, l'amicizia di Antonio Mastrapasqua con Giampaolo Letta, figlio di Gianni, nata al Liceo del San Leone Magno. Un sodalizio che non si è mai interrotto.

Kyenge, svista sull'antibiotico e la razza negra

Libero


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Bisogna «cancellare le norme razziste, xenofobe, discriminatorie o addirittura che rimandano al periodo fascista e alle leggi sulla razza». La nuova missione del ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge è racchiusa in un disegno di legge che ha l’intento di scovare ogni eco del Ventennio nascosto nelle pieghe delle centinaia di migliaia di leggi italiane. Lodevole, certo. Ma il ministro con la lente di ingrandimento in mano per scandagliare codici vecchi di novant’anni rischia di non vedere sotto il proprio naso. La aiutiamo noi: quello che si vede (in alto a sinistra) è il bugiardino del Neo Furadantin, un antibiotico in commercio. Tra le precauzioni si fa riferimento al rischio emolisi proprio di «alcuni gruppi etnici, in prevalenza di razza negra». E dire che oltre alla sensibilità istituzionale contro le discriminazioni, dovrebbe esserci l’esperienza del medico e la vista da oculista.

Glass», a settembre arrivano quelli Galaxy

Corriere della sera

Samsung si lancia nella mischia delle tecnologie indossabili: «Design accattivante, ma non puntiamo a guadagni immediati»

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Non solo Galaxy S5 e Galaxy Gear 2: nel cantiere di Samsung si sta lavorando anche a un paio di occhiali intelligenti. Il nome molto probabilmente sarà Galaxy Glass. L’indiscrezione è della testata Korea Times, che per la prima volta snocciola una data precisa: dal 5 al 10 settembre 2014, i giorni in cui si svolgerà l’Ifa di Berlino. Il contesto è lo stesso in cui lo scorso anno è stato presentato lo smartwatch Galaxy Gear. E i due dispositivi, oltre al luogo del battesimo, avrebbero in comune anche le funzionalità: come l’orologio, gli occhiali dialogheranno con lo smartphone e consentiranno agli utenti di visualizzare notifiche, rispondere alle telefonate, controllare i messaggi e ascoltare la musica.

GalaxyGlass, le prime immagini e l’alleanza con Google

DESIGN ACCATTIVANTE, L’AIUTO DI GOOGLE - Secondo la fonte interna all’azienda interpellata dalla testata coreana, Samsung «non si aspetta di guadagni immediati dalle tecnologie indossabili, ma vuole imporsi come leader del nuovo mercato». La dichiarazione è coerente con la strategia adottata con il Galaxy Gear, buttato nella mischia anzitempo e destinato a migliorare con le versioni successive. La vera sfida sarà quella del design: «Gli occhiali intelligenti di Samsung dovranno essere gradevoli dal punto di vista estetico, i dispositivi indossabili sono degli accessori e il design è un fattore molto importante», ha dichiarato l’analista di Kium Securities Kim Jin-san.

Una prima idea dell’aspetto che avranno ce la siamo fatta lo scorso ottobre, quando è stato depositato il brevetto presso l’ufficio coreano di competenza. All’epoca erano emerse anche funzionalità legate all’attività sportiva dell’utente. A proposito di brevetti, è interessante notare come da un lato Samsung si stia preparando per lanciare i suoi occhiali nello stesso periodo in cui saranno disponibili i Google Glass, per i quali si parla ancora genericamente del 2014. Dall’altro, però, le due società hanno appena deciso di condividere tutte le rispettive scoperte registrate per 10 anni. Nei prossimi mesi scopriremo entro quali confini i due colossi faranno fronte comune per competere con Apple e su quali campi si daranno battaglia l’un l’altro.

LE MONTATURE COLORATE - Intanto (anche) il cantiere dei Glass non si ferma. Proprio per risolvere il problema estetico, vero tallone d’Achille delle sue chiacchieratissime lenti, Google ha presentato quattro nuove montature in titanio. Oltre a introdurre otto colori e a provare a rendere un po’ più gradevole l’ancora ingombrante oggetto, Mountain View dà in questo modo la possibilità a chi porta gli occhiali di acquistare lo scheletro e dotarlo delle proprie lenti graduate. Importante il cartellino: 225 dollari. Il prezzo del futuro è ancora alto.

28 gennaio 2014

La soluzione della Kyenge per combattere il razzismo? Sbianchettare leggi di settant'anni fa

Andrea Indini - Mar, 28/01/2014 - 18:25

L'ultima trovata della Kyenge: il razzismo è tutta colpa di fantasmi legislativi archiviati dalla storia

Secondo Cecile Kyenge per combattere il razzismo basta sbianchettare due o tre codicilli di più di settant'anni fa.


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Presentando all’Ansa il testo del disegno di legge sulle Disposizione per la modifica o l’abrogazione di norme discriminatorie, il ministro all'Integrazione racconta la sua crociata per abrogare "le norme razziste, xenofobe, discriminatorie o addirittura che rimandano al periodo fascista e alle leggi sulla razza". Anziché chiedere ai nuovi arrivati che rispettino le leggi e la cultura del Paese che li ospita - sicuramente un buon inizio da cui partire per integrare popoli di estrazione differente -, la Kyenge elabora un ddl molto fumoso.

"In Italia esiste il pericolo di aumento del fenomeni di razzismo e di xenofobia, ma non per questo il nostro può essere definito un paese razzista", ha spiegato la Kyenge che, mettendo in guardia dalla crisi economica e dalla "mancanza di strumenti di aggregazione tra le persone", ha paventato il rischio di un incremento dei "fenomeni di razzismo che vengono molto spesso ignorati". Per mettere a punto il ddl, che sarà inviato ai ministeri competenti per i pareri preventivi prima di arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri, il ministro ha preso in considerazione il 47° rapporto del Censis secondo cui "solo il 17% degli italiani" si dice favorevole a un approccio amichevole nei confronti degli stranieri.

L'obiettivo della Kyenge punta proprio ad aumentare la "consapevolezza del diverso", partendo in primis dai giovani. Soltanto dopo un ampio preambolo, il ministro entra, quindi, nel concreto spiegando che per favorire l'integrazione e sminare "l’insidia xenofoba" cancellando norme e leggi dall'ordinamento italiano. "Dopo un’attenta analisi e ricognizione dell’ordinamento italiano - ha spiegato la Kyenge - sono state individuate delle norme discriminatorie ancora vigenti". Il ddl servirà, quindi, a eliminare "definitivamente" qualsiasi riferimento all’iscrizione al Partito nazionale fascista o alla Gioventù italiana del littorio, nonchè all’appartenenza alla razza ariana.

In soldoni, per la Kyenge è sufficiente sbianchettare i riferimenti al Partito nazionale fascista o alla Gioventù italiana del littorio per integrare etnie e culture che, in alcuni casi, non vogliono nemmeno essere integrate. Così, anziché combattere l'immigrazione clandestina assicurando il rispetto dei flussi migratori, scommette sull'eliminazione di codicilli che risalgono al Ventennio. Anziché puntare sul rispetto delle leggi in vigore, garantendo sì i diritti ma esigendo in primis i doveri, si sbraccia per togliere norme cadute nel dimenticatoio da decenni.

Anziché pretendere un'istruzione minima che passa da una discreta conoscenza della lingua e della cultura italiana, parte nella crociata contro dei fantasmi legislativi ormai archiviati nei libri di storia. A conti fatti il ddl sembra solo una mossa di facciata, che si riempie delle parole chiave "razzismo", "fascismo" e "razza ariana", per far colpo sull'opinione pubblica e dare un senso alla presenza della Kyenge in un governo già di per sé inconcludente.

La Ue «ruba» l’aria agli aspirapolvere

Corriere della sera

Quelli più potenti saranno fuorilegge da settembre

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La prima è stata la lampadina ad incandescenza. Ora l’Unione europea mette al bando gli aspirapolvere che divorano troppa energia: dal 1° settembre, infatti, gli apparecchi venduti non potranno superare la potenza massima di 1600 watt, che si ridurranno a 900 dal 2017. Una rivoluzione per i consumatori, un grattacapo per i produttori.

LIMITE - Nell’autunno del 2012 erano andate in pensione le ultime vecchie energivore lampadine, quelle da 100W, in base alla normativa comunitaria entrata in vigore tre anni prima. Ora la scure della Ue si abbatte sugli aspirapolvere: da settembre 2014, infatti, i nuovi aspirapolvere non potranno più avere un motore che supera la «potenza nominale» di 1600W, mentre dal 1° settembre 2017, la potenza massima verrà ridotta a 900W e il limite di rumore fissato a non più di 80 decibel. Non basta: tra tre anni, la capacità di aspirazione degli apparecchi di nuova generazione dovrà disporre di oltre il 98 per cento da suolo duro e del 75 per cento da suolo morbido. Inoltre, il motore dovrà garantire almeno 500 ore di prestazione. La classifica di ogni apparecchio verrà evidenziata su delle apposite etichette, simili a quelle esistenti sui frigoriferi e lavatrici.

PREZZI - Per il produttore tedesco Miele, leader nel settore degli elettrodomestici, il limite a 900W è una «sfida» non indifferente, mentre l’olandese Philips spiega di avere al momento solo due modelli di aspirapolvere che soddisfano tutti i criteri. Quest’ultimo ritiene però che i prezzi non aumenteranno, perlomeno per quanto riguarda la prima generazione di aspirapolvere, sul mercato da settembre. Sul piede di guerra, invece, il colosso inglese Dyson che ha presentato un ricorso alla Corte di Giustizia. Coi suoi famosi apparecchi senza sacco, Dyson si ritiene svantaggiato. Viceversa, sono esclusi dalla direttiva Ue gli aspirapolvere robot.

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RISPARMIO - La modifica, in ogni caso, comporterà una vera e propria rivoluzione sul mercato. La Commissione europea ci ha messo dodici anni per convincere le industrie produttrici ad accettare il nuovo quadro regolamentare. Cosa cambia per il consumatore? Con gli aspirapolvere meno potenti gli utilizzatori risparmieranno circa metà dell’energia rispetto agli apparecchi tradizionali. Non dovrebbe risentirne la capacità di aspirare lo sporco dal suolo. Secondo alcune statistiche gli aspirapolvere vengono cambiati una volta ogni sette-otto anni e utilizzati per una media di circa un’ora al mese.

28 gennaio 2014

Anche Gramsci pretende l'8 per mille

Gian Maria De Francesco - Mer, 29/01/2014 - 08:15

L'istituto intitolato al politico ha chiesto 2,7 milioni per l'archivio del Pci

Roma - Un marchettificio in piena regola targato Palazzo Chigi. È lo schema di decreto per la ripartizione dei fondi dell'otto per mille destinati nel 2013 dai contribuenti allo Stato.


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È un volume di 430 pagine nella quale sono state valutate 936 richieste di finanziamento per un totale di 658,175 milioni dei quali 437,5 milioni dichiarati ammissibili. Ovviamente tutto quel denaro i richiedenti non lo vedranno mai, ma - in ogni caso - la presidenza del Consiglio nel dichiarare l'ammissibilità della richiesta fornisce una qualche «certificazione» all'ente che fa domanda e forse fa qualche promessa.

La denuncia è arrivata ieri via Twitter da Massimo Corsaro (Fdi) che ha postato le foto di alcune pagine del volumone. Nella prima si osserva che la Fondazione Istituto Gramsci è stata ammessa a un finanziamento di 144.840 euro su 2,75 milioni richiesti per la digitalizzazione dell'archivio del Pci. La Fondazione, presieduta da Beppe Vacca, è una delle ultime ridotte del dalemismo: la moglie del lider Massimo, Linda Giuva, è nel comitato scientifico, Roberto Gualtieri ne è vicedirettore e Ugo Sposetti siede in cda. La memoria storica del Pci non è l'unica a essere tutelata: alla Fondazione del centro sperimentale di cinematografia sono destinati 1,64 milioni per il restauro del nostro patrimonio cinematografico, mentre 383mila euro sono dichiarati «ammessibili» (sic) per la il restauro della Chiesa di San Sebastiano sede della Fondazione Palmieri di Lecce, un'istituzione culturale.

L'«otto per mille» diventa anche una questione di infrastrutture. Sono molti i Comuni che chiedono aiuto e il governo - virtualmente - risponde: a Buguggiate 103mila euro per il consolidamento del sottotetto del palazzo municipale, a Campli 1,1 milioni contro il rischio idrogeologico e a Canicattì 55mila per il restauro della fontana Petreppaulu. La presidenza del Consiglio non è sorda ai richiami delle Onlus (sono quelle che avranno veramente soddisfazione). Cifa di Torino riceve l'ok per 109mila euro per l'empowerment femminile in Etiopia, il consorzio Connecting People - specializzato nella gestione dei Cie - un milione (su 2,165 richiesti) per l'assistenza ai rifugiati, mentre il Coe di Barzio ottiene luce verde per 134mila euro destinati alla valorizzazione della biodiversità forestale in Congo.

«Bisognerebbe dire basta alle marchette e usare i fondi del 5 per mille: si potrebbero tagliare un po' le tasse», commenta Massimo Corsaro aggiungendo che «lo Stato comunque usa l'otto per mille per fare cassa e quindi solo poche centinaia di migliaia di euro saranno destinate ai richiedenti». Il marchettificio è solo virtuale: lo schema di decreto, infatti, assegna solo 404.771 euro a quattro onlus (Persone come noi, Gma, Vis e Medicus Mundi) per altrettanti progetti in Burkina Faso, Etiopia ed Eritrea. Gli altri hanno ottenuto un attestato, mentre il contribuente ha solo finanziato lo Stato.

Riina contro il ministro Alfano: "E' una canaglia. Glielo do io il carcere duro"

Franco Grilli - Mar, 28/01/2014 - 19:46

Nuovo stralcio delle intercettazioni tra il boss e il pugliese Lorusso: "Glielo do io il carcere duro"

Emergono nuove rivelazioni dalle intercettazioni delle conversazioni tra Totò Riina e il pugliese Alberto Lorusso, avvenute durante le passeggiate nel cortile del carcere di Opera per l'ora d'aria.


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Il 12 settembre Riina se la prese con il ministro dell'Interno Alfano: "Quel disgraziato di ministro dell’Agrigentino, là al ministero dell’Interno, è proprio accanito con questi quarantunisti, questo è accanito proprio, è una canaglia". I "quarantunisti" sono i detenuti, come lui, soggetti al regime duro, previsto dall'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario.

A Lorusso, che sottolinea come "le direttive vengono da lui (dal ministro, ndr)", Riina risponde così: "Sì, sì, e lo aggravava sempre, sempre parla del 41. Stiamo facendo carcere nuovi, i carceri li facciamo di modo che non possono rispondere con quelli della porta accanto... Sta facendo tutto per il carcere duro... Il carcere duro glielo do io a lui, il duro lo abbiamo noi qua dentro. Quando viene lo trovi sempre duro, disgraziato". Com'è noto il regime di carcere duro è al centro del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, nel cui ambito oggi sono state depositate le nuove trascrizioni.

Nelle conversazioni intercettate dalla Dia si sente chiaramente che Riina non si dà pace: "Ma disgraziati che siete, perché dovete sfottere queste persone così? La condanna è una condanna, se è un 41 è un 41, ma lasciateli stare". "Tutte queste cose soverchie in più, tutte queste aggiunte che fanno, queste vessazioni - chiosa Lorusso, che mano a mano che la conversazione va avanti stuzzica il boss. Che aggiunge: "Ma cosa volete? Da queste seicento persone, volete fare pagare la pena di tutti i carcerati a queste 600 persone. Non siamo tutti carcerati?".

Poi dalle sue parole spunta un riferimento a un personaggio con la "faccia grassa, che per quanto è grassa sta scoppiando, si vede che mangia troppo, come un porco... parla sempre, parla sempre...".
"Questo è il processo, cioè non c’è niente, non c’è niente. Minchia, picciotti, non ci sono riusciti, non ci sono riusciti con questo commissario (Rino Germanà, ndr) a fargli dire quello che volevano. 

Minchia, a chi devono convincere più", dice Totò Riina, imputato con l’accusa di avere portato avanti la trattativa Stato-mafia, commentando le udienze, secondo le nuove trascrizioni delle intercettazioni oggi depositate. Il commento riguarda l’udienza in cui era stato ascoltato il questore Germanà, che nel settembre ’92 sfuggì a un attentato a Mazara del Vallo, buttandosi in mare e allontanandosi a nuoto vestito. Riina critica anche i killer - in quel caso mancati - che, pur essendo in tanti contro uno solo, non riuscirono ad uccidere il poliziotto: "Sparagli nella ruota, se gli spari nella ruota smanittià (perde il controllo, ndr) la macchina, lui finisce...". Fra coloro che spararono, ricorda il boss, c’era anche Leoluca Bagarella, cognato dello stesso Riina.

Non basta il testo scritto, Wikipedia aggiunge la voce alle biografie

La Stampa

carlo lavalle


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Wikipedia ha iniziato ad aggiungere alla biografia dei personaggi compresi negli articoli dell’enciclopedia online anche la registrazione della loro voce . La prima traccia vocale è quella di Stephen Fry , “comico, attore, scrittore, autore televisivo, regista e sceneggiatore britannico” che ha informato i suoi follower della novità con un tweet. Questa iniziativa rientra nell’ambito di un nuovo progetto chiamato WikiVIP (The Wikipedia Voice Intro Project), ideato e portato avanti da Andy Mabbet, giornalista, editor di Wikipedia. L’intento è quello di allargare progressivamente il numero di voci registrate nella lingua materna chiedendo la collaborazione delle diverse personalità - scienziati, calciatori, leader politici affermati ma anche figure meno note al pubblico - presenti sull’enciclopedia con un profilo biografico. 

Il team di WikiVIP esorta chiunque abbia una pagina aperta su Wikipedia a contattare via email i responsabili per favorire un più facile sviluppo della catalogazione. Al momento altri importanti contributi sono stati inseriti dall’ex astronauta statunitense Charles Moss “Charlie” Duke Jr. e da James Philip Knight, già membro del parlamento britannico ed esponente del Labour Party. I file audio da registrare hanno una durata massima di 10 secondi e possono essere ascoltati oltre che all’interno di Wikipedia su una pagina apposita di Wikipedia Commons. I visitatori potranno così ascoltare la voce originale dei vari personaggi e imparare in questo modo la corretta pronuncia del nome. Anche in passato Wikipedia ha inserito negli articoli clip audio per aiutare ad apprendere l’esatta espressione di prenome e cognome di una persona citata che, in questo caso, parla direttamente agli internauti.

Andy Mabbet sta lavorando anche con la BBC per raccogliere gli interventi sonori di figure di spicco internazionali, dal Nobel per la pace Aung San Suu Kyi all’inventore del World Wide Web Tim Berners Lee, ripresi dai programmi dell’azienda pubblica radiotelevisiva del Regno Unito. L’obiettivo è implementare la collezione di materiale audio di Wikimedia grazie ad estratti dell’archivio dell’operatore britannico concessi per la prima volta con licenza aperta.
Finora sono stati caricati solo 133 dei circa 300 campioni previsti da BBC voice project per essere introdotti nelle varie voci di Wikipedia.


 L’Enciclopedia Britannica smentisce nature: noi sbagliamo meno di Wikipedia
Anche Cia e Vaticano autori dell'enciclopedia Wikipedia
Ecco la Wikipedia cubana: un'enciclopedia libera?

Italiano, vattene via di qui” Così a Prato è tornata l’omertà

La Stampa

niccolò zancan

Gli operai cinesi lavorano a ritmi folli e senza diritti. A due mesi dalla tragedia non è cambiato nulla



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Due mesi dopo, tutto quello che sappiamo di Dong Wenqiu è che viveva in un loculo di cartongesso ed è morto cercando di scappare dalle fiamme. Confezionava pronto moda. Guadagnava 700 euro per diciotto ore di lavoro al giorno. La sua stanza da letto erano due metri quadrati senza finestre, ricavati sul retro del laboratorio, dietro l’ennesima porta segreta di Prato. La moglie Lin ha voluto rose bianche per il funerale. I suoi resti sono stati spediti in Cina il 21 gennaio.

Da Firenze a Francoforte, per Shanghai, poi Wenzhou, fino a un paese talmente piccolo e remoto, da non essere neppure segnato sui documenti di viaggio. Davanti al laboratorio distrutto dall’incendio, restano bottoni, attaccapanni e orchidee marce. Nessuna certezza che la tragedia del 1° dicembre 2013 - quando al Macrolotto con Dong Wenqiu morirono altri sei operai ancora in attesa di sepoltura - possa servire da lezione. «Purtroppo potrebbe capitare un’altra volta questa notte stessa», dice il procuratore capo di Prato Piero Tony.

Al terzo piano di un piccolo Palazzo di Giustizia, ha un ufficio con vista sulla trasformazione. Quello che una volta era un tranquillo sobborgo di Firenze, da dieci anni è il primo polo tessile italiano. Qui, 4830 imprese cinesi producono vestiti per un valore di 2,3 miliardi all’anno. Diciottomila addetti ufficiali, più migliaia di clandestini nascosti come topi, in pericolo come Dong Wenqiu. Ora si sa. «Finalmente registriamo una presa d’atto del problema - dice il procuratore Tony - ma purtroppo non è ancora scattata la fase operativa. Continuano a mancare uomini e mezzi. Siamo sempre a due ispettori del lavoro per questa selva di capannoni, cioè siamo a zero». 

Non contano i cancelli sormontati dal filo spinato, i campionari allineati sulle grucce, nelle grandi stanze d’ingresso. Bisogna andare sul retro per capire. Dove piccoli furgoni bianchi caricano e scaricano in continuazione, in un rumore di scotch da imballaggio. Non sarete i benvenuti. La Prato cinese è una città con il doppio fondo. Molti laboratori hanno un dormitorio segreto: scale di compensato, odore di spaghetti nel bollitore, macchine da cucire di marca Juki. Ecco perché adesso scappano e urlano, con facce sbigottite. In quarantasei tentativi di parlare dell’incendio con qualcuno, sempre la stessa risposta: «Andate via! No italiano». 

Nella zona di via Pistoiesi, dove sul marciapiede si vendono gamberi ancora vivi, di sera non c’è più nessuno. I ritmi del lavoro Made in China sono invertiti. Il picco è fra le 18 e le 22. Dentro ogni cortile, si produce e si brucia denaro. In via Zipoli c’è una bisca clandestina con 60 uomini al tavolo. Nella strada parallela, in un cortile interno, un capannone ha la porta stranamente aperta. Entriamo: luci fioche, arance sul pavimento, pannolini da neonati, ritagli di stoffa. Un decrepito televisore è agganciato in alto, fra cavi elettrici che corrono sulle pareti. I macchinari per la tessitura sono fermi. Non c’è nessuno.

Ma all’improvviso, con uno stridore di legno e giunture, una finta parete carica di rocchetti di filo, si scosta. Da una scala posticcia, scendono ragazzi e ragazze in pigiama, hanno la faccia impastata di sonno. Sono le cinque di pomeriggio. Non dovremmo essere qui. Il proprietario entra di corsa, urlando e minacciando: «Via, via!». Anche il vicino italiano è furioso: «Lasciateli lavorare in pace!». Non bisogna disturbare. In molti fanno parte dell’indotto. Proliferano filiali bancarie e money transfer. Secondo i dati della Banca d’Italia, le rimesse da Prato erano 20 milioni nel 2005, 464 milioni nel 2009, 187 milioni nel 2012. Significa che anche oggi, nell’anno di crisi 2013/2014, ogni giorno 500 mila euro partono per la Cina. 

L’inchiesta sulla tragedia del 1° dicembre è estremamente complessa. Ci sono sei indagati per omicidio colposo plurimo, disastro e sfruttamento della mano d’opera clandestina. Sono quattro cittadini cinesi e due italiani. Il pm Lorenzo Gestri dice: «È un’indagine paradigmatica. Ci racconta Prato. Siamo di fronte a una giungla di prestanomi. Proprietari e titolari che cambiano in continuazione. Il capannone distrutto dall’incendio era dato in affitto da due imprenditori italiani per 1500 euro al mese: ma era il prezzo reale? E ancora: i proprietari erano consapevoli dell’abuso edilizio commesso dagli affittuari cinesi? Cioè di quei loculi, al fondo, sulla destra, dove dormivano gli operai clandestini? Su questo stiamo lavorando». È stata una stufetta elettrica difettosa a innescare le fiamme. Fa ancora molto freddo a Prato. 

Eppure forse qualcosa sta cambiando. Lo dimostra la protesta dei parenti delle vittime, che vagano come fantasmi in cerca di giustizia. Lo dimostra il coraggio di un operaio che adesso vive in località protetta, aiutato dal Comune. Per due anni è stato tenuto chiuso a chiave dentro un laboratorio tessile. Dormiva fra gli scarafaggi, in un loculo di compensato. Ha perso una mano nei macchinari, ma non ha potuto sporgere denuncia. Il 4 dicembre 2013 il suo titolare è stato condannato in primo grado per sequestro di persona. È questa la notizia più importante che arriva da Prato. La prima voce di rivolta nel silenzio operoso di Chinatown.



VIDEO : Dentro le aziende dei cinesi a Prato



 Le aziende lager non si fermano: tutti al lavoro nonostante la strage
Letti come loculi e colonie di topi nell’inferno dei lavoratori-schiavi
La finta fuga dei lavoratori in nero per evitare i controlli della polizia