domenica 2 febbraio 2014

La storia della Banca Capasso In 101 anni mai un bilancio in rosso

Corriere della sera

L’istituto di Alife, nel casertano, ha 3 sportelli e 23 dipendenti. Il 100% è in mano alla famiglia del fondatore

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Hsbc, la più grande banca commerciale del mondo, ha 7.200 filiali. Banca Capasso Antonio ne ha tre. Douglas Flint, il group chairman, guida 300 mila dipendenti che servono 89 milioni di clienti. Salvatore Capasso, amministratore delegato, conosce anche i parenti dei 23 impiegati e buona parte dei clienti. L’ headquarter di Hsbc è stato progettato da Norman Foster, un palazzo alto 180 metri con 47 piani. La sede di Banca Capasso ad Alife (Caserta) è una palazzina di due piani con vista sulla panetteria «da Clara». Flint guadagna 21 milioni, Capasso 81.600 euro ma ha buoni pasto da 3,08 euro. Flint lavora a Hong Kong e ha residenza a Kensington (Londra). Capasso si fa tutti i giorni in bicicletta da casa (Piedimonte Matese) ad Alife. Flint è un dipendente, Capasso è il padrone.

Tra i due abbiamo scelto di andare trovare Capasso anche se forse era più agevole arrivare a Hong Kong. Questa banca del sud merita perché: 1) ha 101 anni di storia e 101 bilanci in utile, compreso il 2013 ; 2) il core tier 1 (parametro che misura la solidità patrimoniale) supererà anche quest’anno il 40% quando normalmente le banche devono sudare le famose sette camicie per arrivare al 10%; 3) tra i soci c’è un ex alto dirigente della Vigilanza della Banca d’Italia. Alife è un paese di 7.600 abitanti ai piedi del Massiccio del Matese, confine tra Campania e Molise. La sede di Banca Capasso Antonio, appena ristrutturata (non da Foster), dà una sensazione di efficienza svizzera.

Se entrando in banca si chiede dell’amministratore delegato a un tizio che gira in scarpe da ginnastica e magliettina grigia con stampato «I like to ride my bicycle», occhio perché è quello l’amministratore delegato. Salvatore Capasso, 57 anni, ha più figli (sei) che filiali (tre), è un appassionato cicloturista, possiede il 40% di un istituto che il suo avo Antonio fondò, ventiquattrenne, nel 1912.
Complessivamente la famiglia ha il 100%. La banca, nel suo piccolo, va bene, è sana, solida, moderna, ha una governance evoluta e un bilancio che per chiarezza e trasparenza supera parecchie colleghe quotate in Borsa. Nel 2013 la raccolta è stata di 125 milioni, 60 gli impieghi, un milione l’utile netto, patrimonio oltre i 30 milioni, crediti deteriorati sotto la media e con coperture sopra la media.

Da domani la banca avrà un suo sito web. I clienti sono famiglie e piccole imprese. «La campagna - dice Salvatore Capasso - nei momenti difficili sopravvive più della città». La crisi si sente ma la terra, in effetti, non può fallire. E la criminalità? «Questo è un territorio vergine». La banca ha radici in quest’area e spalle larghe per sostenerla. Spalle larghe costruite con una politica di continuo rafforzamento patrimoniale. Una norma dello statuto stabilisce che almeno il 40% degli utili annuali sia destinata a riserva. Ma in realtà a patrimonio va mediamente il 70%: i soci hanno sempre rinunciato ad arricchirsi con i dividendi per arricchire la banca. Pochi dividendi ma alti stipendi? No, Capasso guadagna 48 mila euro da amministratore delegato e 33.600 come consigliere.

Il ticket restaurant per i più alti in grado (1 dirigente e 4 quadri) è 3,08 euro che a Hong Kong ci paghi sì e no il coperto ma «da Clara» è sufficiente per un pasto leggero. Detto questo, chi sono i fratelli Ferdinando (50 anni) e Domenico (53) Parente che hanno il 36% del capitale? Sono cugini di Salvatore e figli di una Capasso che sposò il beneventano Parente trasferitosi a Roma a lavorare come bibliotecario. I due figli hanno vissuto e studiato nella capitale. Ferdinando è entrato per concorso in Banca d’Italia poi ha fatto carriera fino a diventare responsabile della Vigilanza a Milano.

È in quel momento che eredita con il fratello il 36% della banca. Nasce un potenziale conflitto di interessi. Ferdinando si consulta con i vertici di Via Nazionale: non c’è soluzione. E lui tra Banca d’Italia e Banca Capasso sceglie Banca Capasso. Oggi è consulente d’azienda, consigliere di Banca Sella e docente alla Liuc di Castellanza (Va). Lui i biglietti da visita li ha. Il cugino di Alife, amministratore delegato, no: «Che me ne faccio? Mi conoscono tutti!».

02 febbraio 2014

Ecco perché è giusto legalizzare la poligamia

Ugo Ruffolo - Dom, 02/02/2014 - 09:40

Pacs, Dico e regolamentazione delle coppie di fatto nascondono grandi ipocrisie. Ma se fossero il grimaldello per importare i valori dell'islam? 

Il mariage pour tous (matrimonio per tutti) e/o i «pacs» o «dico», concepiti per regolamentare le coppie di fatto, vorrebbero eliminare un problema; ma potrebbero rischiare di aprirne -in prospettiva- un altro.

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Il lodevole evidente intento è porre fine alle odiose discriminazioni contro le unioni omosessuali; ma, almeno in lungo periodo, si potrebbero così innescare rivendicazioni omologhe a favore della famiglia poligamica; o comunque di quella da ménage a trois (o… a beaucoup), poligamica o poliandrica, etero o omo che sia. Certo, il primo problema sembra meritevole ed urgente, ed il secondo odioso e già giustiziato dalla nostra cultura e storia.

Ma la globalizzazione è anche culturale, in un occidente sempre più pluriculturale e plurietnico, e soprattutto in un Sud Europa pressato dalla immigrazione e dalla contiguità geografica con il continente africano. Dove in alcuni paesi sopravvive una orrenda criminalizzazione della omosessualità, con la raccapricciante previsione del delitto di «sodomia» punito con la frusta o con la morte (Uganda, Nigeria…). Dove, per contro, in non pochi paesi, la poligamia è favorita, o comunque legalizzata, o quanto meno praticata o tollerata. Mettiamoci allora nei panni dei milioni di nuovi europei, non pochi dei quali provenienti da culture che stigmatizzano l'omosessualità come «contro natura» (grottesco errore dal quale ci siamo da non troppo tempo emendati) e praticano o non disapprovano una poligamia che ha solida tradizione anche biblica.

Noi vogliamo «integrarli», ma senza distruggere le loro radici. Costoro, così, anche quando provenienti da quei contesti, debbono adeguarsi sia al dogma monogamico, sia al ripudio d'ogni omofobia. Ma, a questo punto, anche un islamico culturalmente laicizzato e relativista, posto di fronte ai pacs o al mariage pour tous, potrebbe prevedibilmente chiedersi: se il mariage (o il patto di convivenza) diventa pour tous, eliminando le discriminazioni per sesso, perché allora resta limitato solo alle «coppie», mantenendo invece la discriminazione per numero? Perché tous deve essere solo duale e non anche plurale?

Il nostro relativismo potrebbe anche farci comprendere (ma non necessariamente scusare) che egli possa - e voglia - rivendicare che, se cade una discriminazione, dovrebbe cadere anche l'altra. Certo, noi sentiamo sulla pelle la prima, mentre siamo lontani dal percepire e concepire la seconda. Che ci sembra anche puzzare di sessismo, visto che molte sono le unioni poligamiche e quasi nulle quelle poliandriche o… poliomo. Non dimentichiamo però che, in Italia o in Francia, le «famiglie di fatto» poligamiche sono già una realtà. Che a noi forse ripugna. Ma, qualcuno potrebbe dire, chi siamo noi per impedire a ciascuno di vivere -quando senza costrizione- secondo il proprio sentire? Non possiamo, né noi, né loro, equivocare fra natura e cultura.

Ed è rovinoso il frequente argomento che bolla come «contro natura» la poligamia, così riesumando a torto il tristo cavallo di battaglia degli omofobi, e dimenticando che la frequenza statistica di pulsioni e comportamenti fedifraghi rivela la specie dell'homo sapiens come non strettamente monogamica (l'esempio dato da capi di stato antichi e recenti, da Cleopatra ad Hollande, docet!). La disciplina prossima ventura delle unioni di fatto rischia dunque d'essere, in prospettiva, il cavallo di Troia per rivendicare la legalizzazione di unioni anche poligamiche?

Potrà sembrarci retrogrado ed antistorico, ma non sarà facile, in lungo periodo, negarne la estensione alle tante famiglie poligamiche immigrate, le quali volessero essere da noi giuridicamente regolate, almeno, come «famiglie di fatto». Il problema è già seriamente avvertito in qualche paese occidentale (ad esempio il Canada). Mentre i nostri giudici, oltre ovviamente a non ritenere bigamo il poligamo regolarmente pluriconiugato all'estero, cominciano a discutere circa la rilevanza dello status di coniuge per le mogli del poligamo sia pure a molto limitati fini, quali filiazione e ricongiungimenti. Per ora, applicando una legge del '98, negano il ricongiungimento familiare con il coniuge «regolarmente soggiornante con altro coniuge nel territorio nazionale». Ma fino a quando? E, comunque, non rileva quale moglie sia stata sposata per prima, ma quale per prima sia venuta in Italia!

La moschea? Si fa ma non si dice

Sabrina Cottone - Dom, 02/02/2014 - 09:44

I centri islamici più politicizzati hanno presentato un progetto. Ma Palazzo Marino tiene tutto per sé

Il tema esiste ed è inutile nascondersi: le comunità islamiche milanesi, radicate da anni sul territorio, hanno tutto il diritto di avere un luogo decoroso in cui pregare.


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Ma l'ideologia è una cattiva consigliera, così come il profumo dei petrodollari. E purtroppo il timore è che siano queste due potenze a prevalere nel modo in cui si sta facendo strada il progetto della nuova moschea al Palasharp. Nel top secret ufficiale continuano le trattative a Palazzo Marino. Con il rischio che i musulmani più fondamentalisti e meno rispettosi della legalità, che già da tempo si sono trasferiti a pregare in quest'area da viale Jenner, siano premiati e valorizzati sul palcoscenico dell'Expo 2015. L'Expo in arrivo sembra al Comune la spinta giusta per lanciare in diretta mondiale il minareto milanese (ed eventualmente per utilizzare i poteri straordinari). E poco importa se a essere premiati da questa scelta saranno le aree più politicizzate dell'Islam, le più legate ai Fratelli musulmani e al fondamentalismo.

Con tutto ciò che questo ha significato per Milano, trasformata in centrale del terrorismo internazionale, oggetto di attenzione dei servizi segreti di mezzo mondo. Negli ultimi mesi si rincorrono le notizie di incontri tra il vicesindaco con delega all'urbanistica, Ada Lucia De Cesaris, e esponenti dell'Islam di tradizione meno moderata della città. Prima con il direttore del Centro culturale islamico di viale Jenner. Poi con Davide Piccardo, coordinatore del Caim, l'associazione delle Comunità islamiche di cui fa parte anche il centro di viale Jenner, che resta uno dei luoghi di incontro preferiti dagli islamisti radicali.

Lo stesso Davide Piccardo pubblicizza a cadenza quasi settimanale manifestazioni a sostegno del leader dei Fratelli musulmani ed ex presidente egiziano, Mohammed Morsi. Piccardo è un esponente religioso o un uomo politico? E forse gioverà ricordare che colui che è stato per quindici anni l'imam di viale Jenner, Abu Imad, è stato espulso dall'Italia l'anno scorso dopo essere stato condannato per associazione per delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo.

Viene spontanea la domanda: è opportuno lasciar costruire una moschea con tanto di sigillo Expo 2015 a vantaggio di frange così politicizzate dell'Islam? O si rischia di fare un favore a chi per anni ha preferito la strada dell'illegalità? Senza risolvere il problema delle comunità musulmane che hanno coltivato il dialogo e l'integrazione, come accade per esempio in via Padova e in molte periferie milanesi. Comunità più silenziose anche, forse soprattutto, perché meno politicizzate.

C'è anche un tema di trasparenza dei finanziamenti che, come ha spiegato Piccardo, arrivano dai Paesi del Golfo. Ma da chi e perché? E ha senso concedere un palcoscenico mondiale a Paesi che non sono campioni di moderazione? Il Qatar è il principale finanziatore al mondo dei Fratelli musulmani. E che dire dei salafiti dell'Arabia Saudita? Siamo sicuri di essere in grado di controllare questi flussi di denaro dai Paesi del Golfo? Sono tutte domande legittime e preoccupanti. È anche per queste ragioni che il Comune non può continuare a lavorare di nascosto e in silenzio.

Altro che crisi, Napolitano si fa lo yacht

Gianpaolo Iacobini - Dom, 02/02/2014 - 10:03


I soldi dell'evasione fiscale? Finiscono in barca. Quella del presidente della Repubblica. Forse Giorgio Napolitano neppure lo sa, preso com'è da mille problemi, tante critiche, infinite polemiche.


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Eppure è proprio per lui e per i suoi successori che tra qualche giorno, e per qualche settimana, lavoreranno gli operai dei cantieri navali della Spezia. Grazie a loro, nell'Italia che annaspa nella crisi, il tricolore potrà garrire fiero dal ponte del Sanjir, uno yacht di 38 metri destinato a diventare l'imbarcazione presidenziale, dopo essere stato sequestrato al magnate russo che lo aveva commissionato senza però riuscire mai neppure a metterci piede. La Guardia di finanza, contestandogli il mancato pagamento dell'Iva, gli ha portato via il bastimento in vetroresina progettato per solcare gli oceani: 125 piedi di lunghezza per 261 tonnellate di stazza spinte fino a 28 nodi da due motori diesel a 12 valvole, con interni da mille e una notte e attrezzature naturalmente high tech.

Che se ne farà il presidente d'un Paese dilaniato da precarietà, disoccupazione e disperazione di un mini transatlantico il cui valore è stimato attorno ai 12 milioni di euro? Lo userà per assolvere funzioni pubbliche. Perché la Repubblica italiana possa continuare a essere degnamente rappresentata anche tra le onde, la vecchia Argo, ex spy boat riconvertita in nave presidenziale e utilizzata sia da Re Giorgio II sia dal suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi I, andrà in pensione: coi suoi 24 metri in legno, e il peso di un incendio che nel 2009 ne danneggiò la sala macchine, rischia di non riuscire più a reggere la forza dei mari.

Ecco allora il Sanjir. Che dopo il necessario adattamento sarà impiegato come «idroambulanza e mezzo di soccorso sanitario, partecipando a esercitazioni militari e fungendo inoltre da base d'appoggio galleggiante per il presidente della Repubblica nelle cerimonie di rappresentanza», si legge negli atti giudiziari che ne riscrivono il destino, simile a quello del Morning Star, lo sloop di 28 metri sequestrato nel 2012 dalla Guardia di Finanza e incorporato nel naviglio dei finanzieri col nome di Grifone III.

L'operazione andrà in porto una volta superate le ultime obiezioni sollevate davanti al tribunale di Livorno dai legali di Alexander Besputin, il milionario moscovita che nel 2006, attraverso una società con sede ai Caraibi, aveva incaricato i cantieri navali di Pisa di forgiare la regina del lusso. Il 31 luglio del 2009, nonostante qualche acciacco meccanico, la motonave era stata varata e affidata al suo equipaggio come bene destinato all'esportazione. Circostanza, quest'ultima, che sotto il profilo tributario aveva consentito al suo armatore di passare indenne sotto le forche dell'Iva e risparmiare più di 2 milioni di euro.

Ma trascorsi 18 mesi senza che mai la reginella degli abissi varcasse i limiti territoriali delle acque comunitarie era scattato il blitz delle Fiamme gialle, col sequestro dell'imbarcazione e la denuncia dei suoi proprietari per evasione fiscale.

Per tre anni il colosso immatricolato a Londra e battente bandiera britannica è rimasto all'ancora a Portovenere. Adesso, salvo intralci nella definizione del procedimento di confisca, rinascerà a nuova vita. Deluso chi si aspettava di poterne ricavare un tesoretto per salvare dalla chiusura qualche asilo o finanziare magari cooperative di giovani in cerca di lavoro: in nome della dignità patria, la Repubblica va in yacht. Per tutti gli altri c'è il Titanic.

Derby USA: la maionese batte il ketchup

Corriere della sera

Il ketchup surclassato dalla maionese nei consumi dei cittadini statunitensi. E non c’è pubblicità al Super Bowl che tenga.

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MILANO - «Sai cosa ci mettono in Olanda sulle patatine al posto del ketchup?» «Cosa?» «La maionese!» «Ahhh...che schifo!» («Eh eh, gliel’ho visto fare, cazzo! le affogano in quella merda gialla!»). Vincent Vega-Travolta e Jules Winnfield-Jackon si disgustino pure, ma la realtà è molto diversa da Pulp Fiction: negli Stati Uniti, maionese batte clamorosamente ketchup come salsa-condimento preferita dai cittadini americani.

LA CLASSIFICA - Dal 1994, anno di uscita del film di Tarantino a oggi, le cose sono molto cambiate. Gli Stati Uniti consumano ogni anno due miliardi di dollari in maionese: un mercato più che doppio rispetto a quello del ketchup, che vale un giro di dollari di 800 milioni l’anno, secondo i dati di Euromonitor. E la cosa va avanti dal 2000, con il consumo della salsa gialla, un tempo libidine prettamente europea di secentesca derivazione, in costante, massiccio, aumento. Non solo: il ketchup rischia grosso, dato che deve costantemente guardarsi alla spalle per tenersi cara la sua posizione di secondo sul podio, marcato stretto com’è dalla salsa di soya (725 milioni di dollari). Seguono in classifica la salsa Barbecue, popolarmente detta BBQ, e l’Hot Sauce, o salsa chili, col consumo in crescita più rapida, ma che si attesta comunque ben dietro alle altre. Infine la mostarda – i cui consumi sono in calo, e la Steak Sauce.

DALL’ ORIENTE AL SUPER BOWL- Le patatine col ketchup non scompariranno dal menu di fast-food – nonostante Mc Donald’s abbia recentemente divorziato da Heinz, icona della salsa rossa americana, visto che ora il marchio appartiene al rivale Burger King . Fu proprio Heinz, nel 1872, a sviluppare la ricetta odierna di quella salsa che nell’immaginario popolare è rigorosamente “Made in USA” mentre in realtà ha discendenze orientali - il nome deriverebbe dal malese “kecap” o dal cinese “kê-chiap”, in ogni caso comunque salsa in origine a base di pesce. E infatti il gigante agroalimentare è corso ai ripari, pubblicizzando il suo ketchup per la prima volta dopo 16 anni d’assenza durante il Super Bowl, la finale del campionato della National Football League che domani si disputerà alla sua 48esima edizione. « Where there’s happy, it has to be Heinz», ossia ketchup, recita lo spot: i consumatori, però, continuano a preferire lei, la maionese.

CONDIMENTO PIU’ SANO? - Non solo è più versatile, essendo ingrediente-chiave di sandwich ma anche di moltissimi piatti casalinghi e industriali, dall’insalata russa alla salsa tonnata. Il merito, probabilmente, è anche dell’aumentata coscienza “salutista” del Paese. Può sembrare – e forse è – una contraddizione, considerando che la maionese è costantemente additata quale condimento-spazzatura dato il suo altissimo contenuto di grassi (70-80 percento). E’ vero però che adesso spopolano le versioni industriali a basso contenuto calorico: il consumo di maionese “low fat” è raddoppiato negli Stati Uniti dal 2005 a oggi, raggiungendo un giro d’affari da 600 milioni di dollari. Il ketchup, invece, rimane se stesso, e in ogni porzione s’annida un cucchiaino di zucchero (oltre che conservanti e altri additivi che sani non sono affatto): le campagne per ridurre il consumo di zuccheri negli Stati Uniti sono sempre più insistenti, e a sorpresa pare che a guadagnarci sia anche l’amata emulsione, la “mayonnaise”, affettuosamente chiamata “mayo”.

01 febbraio 2014 (modifica il 02 febbraio 2014)

Life ripesca la foto del bimbo che sorride a Trastevere del 1958. Fu il simbolo della rinascita italiana: aiutaci a ritrovarlo

Il Messaggero

di Veronica Cursi


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Correva l’Italia del 1958. La seconda guerra mondiale era ormai alle spalle. L’immagine di un paese ferito e ridotto a brandelli acqua passata. Siamo agli albori del “miracolo economico italiano”. Il sistema economico comincia a marciare a pieno regime, il reddito nazionale sta crescendo e la gente è rinfrancata dall’incremento dell'occupazione e dei consumi. L’Italia ha appena aderito al Mercato comune europeo ponendo così le basi di una crescita economica spettacolare, destinata a trasformare l’Italia, da Paese sottosviluppato dall'economia prevalentemente agricola, ad una delle nazioni più sviluppate dell'intero pianeta.

A Trastevere un giovane fotografo Carlo Bavagnoli immortala il sorriso in bianco e nero di un bambino in canottiera e bretelle che si diverte spavaldo nei vicoli del rione romano. L’immagine, simbolo della rinascita italiana, viene pubblicata sul settimanale americano Life e fa il giro del mondo. E’ l’età dell’oro italiana. L’industria automobilistica, con in testa la Fiat, è il motore trainante di questa trasformazione. Nasce la 500. Alle urne trionfa la Democrazia Cristiana, è l’anno del secondo governo Fanfani, della morte di papa Pio XII e dell’elezione a sorpresa di Angelo Giuseppe Roncalli che prenderà il nome di Giovanni XXIII e che tutto il mondo ricorderà come il “Papa buono”. Il 20 febbraio viene approvata la legge Merlin che dichiara illegittime le case di tolleranza. "Nel blu dipinto di blu" trionfa a Sanremo: l'ottava edizione del Festival, la prima in diretta TV, premia l'inedita coppia Domenico Modugno e Jonny Dorelli. Mentre sulle scene irrompe una giovane e talentuosa 18enne, Mina.

Sono passati 56 anni da allora. Oggi, dopo mezzo secolo di trasformazioni, l’immagine di quel bambino che ride a Trastevere torna a fare il giro del mondo, stavolta virtualmente. Life ripesca quella foto dal passato e la pubblica sul suo profilo Twitter in un Italia profondamente diversa, che all’ottimismo del 1958 ha lasciato il posto alla crisi e alla disoccupazione. Scatenando centinaia di commenti: «Mi ricorda Nuovo cinema paradiso», scrivono, «Ecco come mi sento tutte le volte che vado in Italia».

Chi è quel bambino? Che fine ha fatto? Chi è diventato? Chiediamo il vostro aiuto per ritrovarlo. Perchè forse oggi più che mai quel sorriso che tanti definiscono «contagioso» e «meraviglioso», potrebbe essere uno straordinario biglietto da visita per un Paese che ormai, sempre di più, si dimentica di sorridere.


Giovedì 30 Gennaio 2014 - 12:00
Ultimo aggiornamento: Venerdì 31 Gennaio - 15:24

Picchiatevi finché volete ma poi non fate le vittime

Vittorio Feltri - Sab, 01/02/2014 - 15:31

Datevele pure di santa ragione, poi però non atteggiatevi a vittime. Picchia tu che picchio anch'io, e che sia finita lì

Che i grillini facciano la guerra in Parlamento si può anche capire. E non ho detto giustificare. Sono cresciuti alla scuola della Prima e della Seconda Repubblica e ne hanno viste - come noi - di tutti i colori.


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Dai «genitori» si impara sempre qualcosa, specialmente il peggio. Loro, i pentastellati, hanno appreso molto: perfino a menare le mani, oltre che il can per l'aia. Giancarlo Pajetta, comunista di rara simpatia, al primo giramento di scatole si distingueva nel salto dei banchi, finalizzato a prendere per il collo qualche avversario; quando si scatenava sembrava il cavallo in sella al quale Raimondo D'Inzeo vinse le Olimpiadi nel 1960, a Roma: zompava di qua e di là, uno spettacolo. I leghisti, non privi di fantasia, estrassero un cappio per significare le loro intenzioni punitive nei confronti dei tangentari.

Più avanti nel tempo, ma non tanto, gli antiprodiani festeggiarono la caduta del loro «nemico» - Romano Prodi, appunto - affettando gioiosamente una mortadella, dando il via alla degustazione in aula del prelibato salume. Sorvoliamo sulle scazzottate che hanno punteggiato per decenni l'intensa vita parlamentare. Tutto questo per dire e ribadire che i grillini non sono figli di nessuno. In ciò che hanno recentemente combinato alla Camera non c'è nulla di buono ma neppure di nuovo. Routine.
Chi si scandalizza o è stordito o è in malafede. Certe cose succedono da sempre e non soltanto nei palazzi italiani. Deputati e senatori sono in pessima compagnia internazionale.

Basta con le recriminazioni. Perciò appare assurda la reazione di Loredana Lupo (M5s), che ha annunciato di voler denunciare Stefano Dambruoso, reo di averle rifilato un ceffone nelle fasi più calde della rissa sviluppatasi a Montecitorio. La signora si lagna perché il questore (Scelta civica), per impedirle di attaccare gli scranni governativi, le ha ammollato un ceffone facendole saltare una lente a contatto. Di certo lui ha un filino esagerato. Perdio, c'è modo e modo per menare le mani. Ma anche lei, che parte lancia in resta per scagliarsi contro l'esecutivo, non ha compiuto un bel gesto. Un episodio del genere può dirsi concluso con un pareggio; non è il caso di arricchirlo con strascichi giudiziari. Suvvia, onorevole Lupo, una col suo cognome dovrebbe sapere che «homo homini lupus».

Il senso del nostro discorso è il seguente: datevele pure di santa ragione, poi però non atteggiatevi a vittime. Picchia tu che picchio anch'io, e che sia finita lì. Livido più, livido meno, che volete che sia? Fra l'altro non si comprende perché i seguaci di Beppe Grillo si siano tanto incavolati con la presidente della Camera, Laura Boldrini, per aver applicato, a un certo punto della discussione, la famosa norma della «ghigliottina», introdotta nel regolamento da Luciano Violante onde troncare gli interminabili dibattiti dei deputati (su emendamenti e roba del genere) che cercano di tirarla per le lunghe e di impedire così l'approvazione dei provvedimenti in scadenza.

Trattasi di norma poco digeribile? Può essere. Tuttavia essa esiste e se la Boldrini legittimamente vi fa ricorso non può essere accusata di un bel niente. Semmai c'è da chiedersi perché il potere legislativo, pur considerandola ingiusta, non abbia mai pensato di depennarla. Sarebbero stati sufficienti cinque minuti per buttarla via. Invece nessuno ha mosso un dito. Sino al momento in cui la presidente non l'ha usata senza peraltro commettere illeciti. Siamo alle solite.

Il Parlamento si dà delle leggi, votandole, e quando poi vengono applicate si accorge che sono folli e allora si straccia le vesti, e si scaglia contro chi le ha fatte valere. Nella circostanza è stata lapidata Laura Boldrini, che non sarà simpatica, ma che in questa occasione non si è resa responsabile di alcuna violazione. Chi l'ha aggredita (nel modo ormai noto) meriterebbe di essere sanzionato. Ma nell'attuale situazione conviene lasciar correre. Con tutti i problemi che ci affliggono mancherebbe solo di aprire un contenzioso di questo tipo.

Evitiamo altre grane e facciamo finta che schiaffoni, insulti, volgarità e similari siano ammissibili nel nostro ordinamento, in attesa di un collettivo rinsavimento che dubitiamo possa avvenire presto. Prepariamoci frattanto a nuovi scontri sulla legge elettorale, della quale agli italiani non importa un accidenti, essendo essi consapevoli che comunque vincerà le elezioni chi prenderà un suffragio in più degli avversari. Come sempre. I partiti - è chiaro a tutti - si scannano non per questioni di pubblico interesse, bensì per questioni di bassa bottega politica, ovvero per sopravvivere in questa valle di lacrime.

L’Arabia Saudita ha missili balistici” Newsweek svela il segreto di Riad

La Stampa

claudio gallo

L’acquisto sarebbe avvenuto nel 2007 dalla Cina. I servizi segreti Usa sapevano. Niente testate nucleari, ma c’è il rischio di un’escalation con i rivali iraniani



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Di allusioni, nei forum per specialisti, ne erano uscite in questi anni ma mai una conferma. Adesso Newsweek lo scrive a chiare lettere in un articolo esclusivo che si basa su una “buona fonte” dell’intelligence: l’Arabia Saudita ha comprato nel 2007 dalla Cina dei missili balistici, e l’ha fatto con l’aiuto dei servizi segreti americani, che hanno così avuto modo di controllare che non fossero costruiti per ospitare testate nucleari. Indovinate su chi sono puntati i missili? Ovviamente su Teheran, il grande cattivo della scena internazionale, la cui fama, esagerata o meno, ne ha fatto l’obbiettivo preferito delle batterie balistiche di numerosi paesi. Da notare come la Cina, paese in un certo senso vicino all’Iran, quando si tratta di incassare dollari dimentichi le ragioni della geopolitica.

Era noto che negli Anni ’80 Riad avesse comprato semi-clandestinamente dei missili da Pechino, facendo arrabbiare non poco Washington. Adesso, i nuovi “DF-21 East Wind” sono una versione migliorata dei vecchi DF-3s che li hanno preceduti. Si tratta di missili a combustibile liquido di media portata, rispetto alle vecchie versioni ha un raggio di azione più limitato ma una precisione notevolmente migliorata e sono più facilmente impiegabili. Ora Riad potrà puntare i missili sul palazzo del Gran’Ayatollah Khamenei con una ragionevole possibilità di raderlo al suolo, anche se nessuno immagina veramente che la cosa possa accadere, perché, presumibilmente, i missili iraniani sono puntati su analoghi bersagli nella direzione opposta.

Un piccolo equilibrio del terrore non atomico, insomma, che ricorda quello ben più imponente e minaccioso che esisteva tra Usa e Urss. I missili cinesi nelle mani dei sauditi non sono però un’arma che può cambiare la partita. Appaiono più un’escalation nella guerra psicologica, un tipo di confronto che, a sua volta, comporta il rischio di fughe in avanti e di segnali male interpretati, con conseguenze possibilmente disastrose. Attivisti nell’area di Wadi Al Dawaser, dove si dice che i missili siano posizionati, riferiscono di danni ambientali provocati dal combustibile liquido dei vettori, che sarebbe molto tossico. Riad avrebbe promesso compensazioni che non sarebbero mai arrivate. 

Porto Rico:pugile ucciso,corpo imbalsamato e funerali sul ring

Corriere della sera

La moda dei «morti in piedi» nel futuro stato americano

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Christopher «Perrito» Rivera, pugile 24enne di Porto Rico ucciso qualche giorno fa, è stato imbalsamato per i suoi funerali e il cadavere portato su un ring, dove familiari, amici e fan gli hanno dato l'ultimo addio. La cerimonia si è svolta presso una Funeral Home specializzata nel personalizzare l'ultimo addio. Anche il ring è stato realizzato con «qualche ora di lavoro», ha spiegato una rappresentante.

PRONTO A COMBATTERE - Dopo essere stato imbalsamato, il corpo di Rivera è stato messo sul quadrilatero vestito come se fosse pronto per un combattimento. «È lui che ce lo aveva chiesto, voleva proprio essere ricordato in questo modo», hanno precisato i familiari del pugile. Il corpo di Rivera è stato vestito coi guantoni, le scarpe e i tipici pantaloncini della boxe, oltre a degli occhiali neri che gli coprivano una parte del volto.

I «MORTI IN PIEDI» - In Porto Rico vanno da qualche anno di moda macabri funerali con la modalità dei «muertos parados» (morti in piedi), sottolineano i media locali, precisando che Rivera è stato ucciso con undici colpi d'arma da fuoco. Qualche anno fa, i familiari di un 22enne ucciso durante una sparatoria hanno dato l'ultimo omaggio al ragazzo collocando il cadavere imbalsamato in sella alla sua moto

 (fonte: Ansa).
01 febbraio 2014

Ohio, il motociclista si fa imbalsamare e seppellire con la sua Harley Davidson

Libero


Amare la propria Harley Davidson fino alla morte. E' la scelta di Bill Standley, centauro americano di Mechanicsburg, Ohio, che si è fatto imbalsamare con il suo prezioso modello datato 1967. "Ne parlava da anni, faceva visitare la sua moto alla gente in garage e mostrava sempre il casco che avevano costruito per lui i suoi figli". La cerimonia funebre è stata decisamente particolare: parenti e amici in corteo dietro una sorta di "teca" in vetro su quattro ruote che conteneva l'uomo a cavallo della sua Harley, prima della sepoltura "integrale". "Voleva correre in moto fino al Paradiso", ricordano i familiari.


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Mastrapasqua, lo scoop di Libero: Mister 25 poltrone ha la laurea falsa

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C'era una volta Mister Poltrona. Antonio Mastrapasqua si è dimesso dalla presidenza dell'Inps dopo una settimana di scandali e polemiche. Prima la collezione di cariche ben remunerate, quindi i guai giudiziari per le cartelle cliniche truccate all'Ospedale Israelitico da lui presieduto. Infine, l'ultima perla: come svela l'articolo di Giacomo Amadori su Libero in edicola sabato 1 febbraio, Mastrapasqua fu condannato negli anni Novanta a 10 mesi di carcere per aver comprato esami universitari mai sostenuti. La laurea falsa ("Poi ho rimediato", si difende lui sempre su Libero) non gli ha impedito prima di venir premiato dall'università La Sapienza e poi, come noto, di fare una grandiosa carriera a suon di cariche pubbliche.


Letta: "Mai più casi Mastrapasqua" - Con qualche giorno di ritardo, il premier Enrico Letta è intervenuto sul caso Mastrapasqua spiegando che non ci sarà sovrapposizione tra governo e autorità giudiziaria. E a chi gli chiede, da Sel alla Lega Nord, di rimuovere il presidente dell'Inps Letta replica annunciando "un disegno di legge che presentiamo con procedura di urgenza" perché "non esiste una norma di incompatibilità nella cariche nella Pubblica amministrazione". Nessun problema: come ammesso dal ministro del Lavoro Enrico Giovannini Mastrapasqua si è dimesso anche a causa di questo "pressing". Quello delle doppie o triple poltrone è '"un buco normativo assolutamente clamoroso che va coperto, non è possibile questa situazione nel nostro Paese", spiegava Letta.

Giallo all'ospedale - Mister Inps (i cui familiari fanno incetta di poltrone, proprio come lui) fino a poche ore prima della scelta fatale continuava a ribadire di non avere intenzione di dimettersi, ma per lui non c'era solo il fronte "etico" dei multi-incarichi. C'è pure, sempre più calda, la questione giudiziaria. "Da un accertamento effettuato oggi presso gli uffici della Direzione Regionale Salute - spiega in una nota la Regione Lazio -, non risultano reperibili alcuni documenti in originale relativi agli atti istruttori che hanno portato a ratificare gli accordi con l'Ospedale Israelitico nei decreti del commissario ad acta n. 89 del 2011 e n. 149 del 2012". La Regione ha presentato una denuncia, che si somma il buco da 85 milioni di euro di rimborsi pubblici sfuggiti a Mastrapasqua, che non ha vigilato sulle cartelle cliniche consegnate dai medici del "suo" Ospedale Israelitico, di cui è direttore generale.



La laurea falsa di Mastrapasqua

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Il numero uno dell'Inps negli anni Novanta fu condannato a 10 mesi di carcere per aver comprato, con la complicità di alcuni bidelli, esami universitari mai sostenuti


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Il presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua ha rassegnato le proprie dimissioni al ministero del Lavoro. Mister 25 Poltrone è stato travolto negli ultimi giorni dall'inchiesta sui rimborsi truccati all'Ospedale Israelitico di Roma di cui è direttore generale, dalla polemica sulle sue cariche e, ultima bordata, la laurea falsa di cui ha scritto Giacomo Amadori su Libero in edicola sabato 1 febbraio. Di seguito, ecco l'articolo di Amadori.

La laurea in Economia e commercio conseguita nel 1984 da  Antonio Mastrapasqua, presidente dell’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps) e molte altre cose ancora, è falsa. O almeno è stata ritenuta tale dalla giustizia italiana. E per questo annullata. Per chi non lo ricordasse, Mastrapasqua, 54 anni, è da qualche giorno sulle prime pagine dei quotidiani per un’altra vicenda giudiziaria, un’inchiesta che lo coinvolge in quanto direttore generale dell’ospedale israelitico di Roma. I pm lo hanno indagato per truffa ai danni dello Stato (più precisamente della Regione Lazio con cui ha  una convenzione)  per rimborsi sanitari gonfiati. Inoltre giornali e detrattori  gli contestano di collezionare troppi incarichi: il Fatto quotidiano ne ha contati addirittura 25, anche se l’interessato ha spiegato che non sono stati ricoperti contemporaneamente.

Torniamo alla laurea farlocca, partendo dall’ultimo atto della vicenda giudiziaria: il 4 aprile 1997 la Prima sezione penale della Corte suprema di Cassazione, presieduta da Giulio Carlucci, conferma definitivamente la pena a dieci mesi di reclusione per Mastrapasqua decisa dalla Corte d’Appello con queste parole: «È ben configurabile il delitto di falsità ideologica in relazione alla fattispecie riguardante il non veridico contenuto del verbale di esame di laurea e il rilascio del diploma di laurea, contenenti l’approvazione del candidato e la proclamazione di “dottore”».

I giudici lo condannano pure a pagare le spese processuali e un milione di lire per la cassa delle ammende. Il 18 giugno del 1996 il collegio di secondo grado era stato durissimo: «Mastrapasqua censura la genericità degli elementi di prova raccolti nei suoi confronti, si deve rilevare invece che i primi giudici hanno analiticamente indicato i fatti posti a sostegno dell’affermazione di responsabilità. Risulta incontrovertibilmente che l’appellante non ha sostenuto alcuni esami perché le firme sui verbali degli stessi non sono degli esaminatori. Nonostante ciò Mastrapasqua ha presentato domanda per sostenere l’esame di laurea e ha conseguito il relativo diploma». La vicenda esplode nel 1985 quando viene arrestato uno studente di Economia, F. M., nell’ambito di un’inchiesta su un presunto commercio di esami universitari e in particolare quelli di Istituzioni di diritto privato e Diritto commerciale. A gestire il mercato sarebbero tre bidelli e un’impiegata.

Le indagini interne erano partite a gennaio di quello stesso anno per le voci insistenti raccolte dal rettore Ernesto Chiacchierini riguardo la possibilità di «comprare alcuni degli esami più difficili». Inizialmente vengono individuati 18 studenti che avevano denunciato lo smarrimento del libretto dopo aver dato l’esame di Diritto privato. Tra questi Mastrapasqua. Qualcuno confessa e l’inchiesta si allarga, portando all’iscrizione sul registro degli indagati di centinaia di studenti. Il primo procedimento ad arrivare a sentenza è quello che riguarda Mastrapasqua  e un’altra ventina di imputati. Il futuro presidente dell’Inps il 21 giugno 1989, su richiesta del pm Sante Spinaci, viene condannato a 2 anni e dieci mesi per falsità ideologica, falso materiale e corruzione. Gli esami che inizialmente gli vengono contestati sono Diritto privato, Diritto della navigazione e Tecnica industriale e commerciale.

Le date - Ma per quest’ultimo i giudici non ritengono sufficienti le prove anche se Mastrapasqua nel curriculum datato 19 febbraio 1983 aveva inserito l’esame tra quelli «da sostenere», mentre «invece è datato 30 aprile 1982» scrivono i magistrati. Alla fine a incastrare il grand-commis sono gli altri due esami, «in relazione ai quali», aggiungono le toghe, «anche se la chiamata di correità di E.P. (uno dei bidelli, ndr) è generica, è stata accertata la falsità attraverso il disconoscimento degli statini da parte dei docenti e il confronto tra il numero di tali statini e i numeri dei verbali di esami falsi riguardanti» altri studenti. Lo scoglio più duro, Istituzioni di diritto privato, viene, falsamente secondo i giudici, superato il 28 giugno 1982.

A questo punto della sentenza, a pagina 233, i magistrati inchiodano lo studente alle sue responsabilità: «Mastrapasqua ha allegato alla domanda di ammissione all’esame di laurea la dichiarazione falsa di superamento degli esami di profitto del corso, comprensiva di detti esami, datata 26 settembre 1984 e da lui sottoscritta, riuscendo così, avvalendosi anche delle falsificazioni del curriculum, a conseguire, con l’inganno, quella laurea per la quale ha richiesto il rilascio del diploma il 26 novembre 1984. Il Mastrapasqua va per tanto condannato in relazione agli esami di Istituzioni di diritto privato e di diritto della navigazione per i reati di falso materiale (limitatamente alla falsificazione di verbali e statini), corruzione e falsità ideologica». La pena viene stimata in 2 anni, 10 mesi, 15 giorni di reclusione e un milione e trecentomila lire di multa. Otto anni dopo la Cassazione riduce la condanna a dieci mesi per il solo reato di falsità ideologica (laurea ottenuta con l’inganno).

Per questo potrebbe far sorridere qualcuno che il 28 ottobre 2013 preso la Facoltà di Economia e commercio della Sapienza di Roma Mastrapasqua sia stato premiato dalla sua vecchia università con il premio «Best in class» per l’anno accademico 2013-2014, istituito per «valorizzare l’impegno e la carriera» degli ex studenti che si sono «maggiormente distinti nelle attività professionali». In realtà (vedere intervista a fianco) Mastrapasqua, nelle more del processo, si è rilaureato, con un piano di studi diverso. Dal sito dell’Inps apprendiamo che ha scelto un indirizzo economico-aziendale e che ha preparato una tesi di Matematica finanziaria ed economica dal titolo «Aspetti matematici ed economici dei fondi pensioni». Scopriamo pure che «è iscritto all’ordine dei dottori Commercialisti di Roma e al registro dei Revisori contabili».  Internet, però, non ci dice in che anno sia stata conseguita la laurea. Una decina d’anni dopo la condanna Mastrapasqua ha chiesto e ottenuto la riabilitazione.

Non solo Antonio - Ma chi erano i compagni di processo del presidente dell’Inps? Il signor C. L. T., fiscalista di Frosinone, accetta di raccontare la sua vicenda in cambio della garanzia di anonimato: «Abbiamo fatto una cretinata per sbrigarci. L’università annullò le lauree di noi condannati. Io ho risostenuto i cinque esami che i magistrati ritenevano non validi e ho ridato anche la tesi. Nel 1993, prima della sentenza definitiva, mi sono iscritto all’albo dei dottori commercialisti». C’è poi P. A. il cui ricorso venne ritenuto inammissibile insieme a quello di Mastrapasqua. Lui non si è mai più laureato e, da imprenditore, è stato condannato a tre anni e sei mesi di carcere per il crac dell’azienda di famiglia.

L’ultima parola la offriamo all’avvocato Antonio Capitella, difensore di E. P., uno dei bidelli al centro dell’inchiesta: «Quei processi li hanno imbastiti e proseguiti per annullare le lauree, visto che le pene sono state quasi tutte inferiori ai due anni e poi sospese. In molti casi era già intervenuta la prescrizione. Però il mio assistito mi ha rivelato che una parte di questa storia non è mai stata raccontata: Mastrapasqua non era il solo vip coinvolto. C’erano anche imprenditori che oggi stanno sulle prime pagine dei giornali». Questi personaggi non sono stati coinvolti nelle indagini? «No, perché il mio cliente non li ha denunciati ai magistrati. Ma quei nomi non li faremo mai. In Italia non serve fare gli eroi». E la caccia ai falsi laureati continua.

di Giacomo Amadori





Mastrapasqua: "Non mollo la poltrona: le accuse non mi toccano" Il presidente dell'Inps si dice sereno: "Sembra un po' eccessivo che per un’informativa dei Nas uno si debba dimettere o suicidarsi"

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Il presidente dell'Inps si dice sereno: "Sembra un po' eccessivo che per un’informativa dei Nas uno si debba dimettere o suicidarsi"

28/01/2014


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proprio a mollare la poltrona. "Resto, non sono io il mostro, l’accusa dei Nas non mi tocca", ribadisce il Presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, indagato dalla Procura di Roma. "Mi dicono che la Procura stia chiudendo la cosa", dice a Repubblica che lo ha intervistato. "Non accuso nessuno e aspetto. Le contestazioni non mi riguardano e non mi risulta che l’Inps sia coinvolto". Le contestazioni? "Le ho lette - ha aggiunto - ma non riguardano me. Sono due indagini fotocopia. La prima è durata quattro anni, un tempo enorme. E sapete come si è conclusa?

Proclamando la mia totale estraneità. Poichè la seconda inchiesta è la fotocopia della prima, mi aspetto lo stesso esito. Dite pure che sono 45 i miei incarichi! Chi dice queste cose non sa nemmeno leggere una visura camerale. Ma se non sanno leggerla dovrebbero andare da un commercialista e farsi spiegare le cose".  "Quegli incarichi", spiega il presidente dell'Inps, "sono veri. Ma le camerali si compilano a stratificazioni. E lì ci sono tutte le cariche che ho avuto negli ultimi quindici anni di lavoro. Non quelle che ho oggi".

Oggi, puntualizza Mastrapasqua a Roberto Mania, "sono il presidente dell’Inps e il vicepresidente di Equitalia, per effetto di patti parasociali e di Idea Fimit, sempre per patti parasociali che risalgono a prima che arrivassi io dall’Inps. Questo è. Faccio parte di uno studio professionale e non l’ho abbandonato. A differenza di quello che fanno altri quando assumono un incarico pubblico che intestano l’attività professionale alla moglie, io non l’ho fatto". Riferendosi poi alla questione degli istituti sanitari, Mastrapasqua sostiene che "tutte le fatture cedute hanno avuto una certificazione da parte delle Asl o della Regione Lazio. Quanti istituti sanitari lo fanno? Zero su zero". Capitolo dimissioni: "No assolutamente no. Non ci ho proprio pensato. Perchè dovrei farlo? Ho il massimo rispetto per i Nas e i carabinieri ma non sembra un po' eccessivo che per un’informativa dei Nas uno si debba dimettere o suicidarsi? Con questo sistema - ha concluso - si manderebbe a casa il Presidente del Consiglio o della Repubblica".

L’Expo 2015 si fa a Milano ma la mascotte si chiama Guagliò

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Il simbolo della manifestazione che si terrà nel capoluogo lombardo porta un nome tipicamente partenopeo. E scoppia la polemica


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La prima mascotte dell’Expo di Milano si chiama Guagliò. Siccome è previsto che ce ne siano altre, già si prepara la lista dei prossimi  nomi: in testa Scugnizzo, Paisà, ‘Nfame, Vaiassa,  Uallera, Fetenzia, Sgarrupato, Pummarola in coppa, Scuorno, Pazzariello e Cumpariello. Il simbolo della manifestazione, che attualmente è una composizione di frutta che ricorda l’Arcimboldo, potrebbe essere cambiato: si pensa, per restare in tema, di affidarsi a Pulcinella. Come  dolce tipico milanese verrà servito, al posto del panettone, il babà al ruhm.  Come  inno sarà ovviamente scelto “O Sole Mio”. E, durante l’inaugurazione, verranno distribuite foto ricordo con il caratteristico paesaggio lombardo: il golfo, il mare e sullo sfondo ovviamente il Vesuvio.

Dicono che l’Expo 2015 sia una bella occasione per Milano. E così, per cominciare, hanno cominciato a far parlare  quest’occasione in napoletano.  Una bella idea, no? L’Italia è unita e noi ne siamo orgogliosi. Anche perché le attenzioni sono reciproche. Siamo certi, per esempio, che se  la manifestazione si fosse tenuta a Napoli, beh, all’Expo Piedigrotta  non avrebbero fatto altro che cantare “O mia bela madunina”.  La mascotte l’avrebbero chiamata “Bauscia”. Piatto tipico? Risotto allo zafferano.  Luogo da visitare? Il Naviglio. O, in alternativa, Parco Lambro by night.

Invece, niente: l’Expo 2015 si terrà a Milano e dunque la mascotte si deve per forza chiamare Guagliò. Il nome, spiegano negli uffici dell’organizzazione, è stato scelto dopo un concorso  fra i bambini. Hanno partecipato in tantissimi, è stato detto, in tutta Italia, dal Nord al Sud. Un po’ di più al Sud, evidentemente, ma che ci volete fare? Al Nord sono sempre così sgobboni che non hanno mai tempo per divertirsi. In tutto le mascotte cui bisognerà  dare un nome sono undici: ci sono banana, melagrana, anguria, mela, mango, arancia, pera, fico, rapanello e mais blu. Il primo nome scelto è quello dell’aglio, che si chiamerà appunto Guagliò.   Non sfuggirà il gioco di parole: Gu-aglio con l’aggiunta dell’accento.  Se tanto mi dà tanto,  tremiamo all’idea di che cosa avranno immaginato i terribili pargoletti per il fico.

Ma c’è poco da scherzare. Questa storia delle mascotte è una roba molto seria:  soltanto il giro d’affari legato alla vendita dei gadget sarà superiore ai 100 milioni di euro. I frutti-pupazzi, con i loro nomi appositamente scelti, finiranno su vestiti, diari, penne, tazze, peluche e prodotti legati al cibo che sarà il tema portante di tutta la manifestazione.  Stanno pensando anche di dare vita a fumetti e film d’animazione. Tutto molto efficiente, tutto molto lombardo. Proprio come l’Expo. Proprio come Guagliò. Pare che anche per accogliere i visitatori nei padiglioni si stiano cercando  hostess madrelingua partenopee e ragazze diplomate alla Hig School Sciuscià.  Gli interpreti dovranno dare l’esame su testi di Peppino De Filippo e Totò.

Per l’amor del cielo, sappiamo che Milano è sempre stata la patria di tutti. Sappiamo che ha costruito  la sua forza proprio sulla capacità di accogliere e integrare popoli e le lingue.  E figuriamoci se questa millenaria storia di accoglienza e integrazione  non troverà un momento sacro nell’Expo, che è nata in fondo proprio per unire e avvicinare tutti. Però, ecco, come si fa ad avvicinare se si dimentica dove si sta? Come si fa a unire se si dimentica chi si è? Per questo non sarebbe male che, almeno nei simboli iniziali, sopravvivesse  l’orgoglio della regione ospitante e della città che organizza, cioè un po’ di quei valori lombardi che hanno fatto grande l’Italia. E che non possono vittime di una costante colonizzazione anti-settentrionale. Per cui va bene tutto: va bene Guagliò, Carusu, Picciotto, Figghiolu, Figlio ‘n Trocchia,  quello che volete.

Ma poi i casi sono due: o la prossima mascotte avrà un nome milanese (Bagaj?  Bel Fieu?). Oppure  bisognerà dare un nome milanese a chi ha organizzato il concorso: Pirla.

di Mario Giordano

La sinistra chic sdogana i pomp…

Francesco Maria Del Vigo


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E alla fine fu sdoganata anche la parola “pompino”. Con grandissima disinvoltura. Ora almanaccano tutti di fellatio. Buttarlo lì quel termine, biasimando la volgarità dei seguaci di Grillo, è diventato quasi (radical) chic. Se ne parla ovunque: in tv, nei siti web dei quotidiani e sui loro genitori cartacei. Il dizionario di Youporn ha invaso l’opinione pubblica. Non si parla d’altro. Da quando i grillini hanno accusato le donne democratiche di occupare i loro scranni in virtù di irriferibili doti orali, politici, opinionisti e giornalisti fanno a gara per parlarne.

La sempre composta ed elegante Alessandra Moretti, una delle donne ferite dagli strali grillini, ha ripetuto la frase in diretta tv su la7 di fronte alla stupita Lilli Gruber. Ovviamente il video impazza in rete (e lo trovate anche sul nostro sito). Ma il meglio lo mette in pagina la Repubblica di oggi. Il barbuto quotidiano, solido bacchettatore di ogni sguaiatezza, si lancia in un’acrobatica intervista al non particolarmente onorevole Massimo De Rosa, il parlamentare che avrebbe insultato le deputate dem. “Non gli ho dato delle pompinare”, attacca lui. “Ha definito pompinare le deputate del Pd”, lo incalza il giornalista. Lui ci riprova: “A un certo punto ho detto, rivolgendomi a tutti e non alla Moretti: la gente entra qui dentro perché conosce qualcuno o ha fatto un pompino a qualcuno”.

Il giornalista non molla: “Si deve scusare”. De Rosa, spericolato, insiste nella sua autolesionista linea difensiva: “Mi scuso per quell’insulto. Mi dispiace, era una giornata faticosa e hanno iniziato loro a insultare. Ma voglio che sia chiaro che facevo un ragionamento generale, non è vero che gli ho dato delle pompinare. Ci mancherebbe”. Quattro volte in cinquanta righe. Un piccolo record. Ma ormai l’argine è rotto. Così la deputata piddina Giuditta Pini twitta ironica: “ho preso 7100 preferenze in 3 giorni. mi fa ancora male la mascella”.

Che i grillini non fossero degli azzimati nipotini di Lord Brummel lo sapevamo già. Ma che quella roba lì avesse libera circolazione nella fascia protetta del pensiero e della cronaca politica è l’ultima novità di un Paese bizzarro. Per carità, lungi da me, nessun intento moralisteggiante, anche perché questa storia non ha i tratti di una tragedia ma, piuttosto, di una commedia all’italiana. Di quelle con gli spioncini delle porte violati da occhi voraci e le maestre che durante le lezioni fanno sbucare il reggicalze dalla gonna. Che è sempre meglio dell’Italia di certe pellicole tristemente (e sinistramente) pensose…

Ps1. Gli insulti a sfondo sessuale sono sempre diretti alle donne. Come se il sesso fosse loro esclusivo appannaggio. Come se gli uomini, in questo caso i parlamentari, fossero degli anacoreti che hanno rinunciato ai piaceri della carne. Come se in Parlamento, come in qualunque posto di lavoro, non arrivassero uomini per raccomandazione, scambi politici, inconfessabili sotterfugi e, perché no, favori sessuali.

Ps2. Quando Sabina Guzzanti, su un palco in una pubblica piazza, imbucò le medesime accuse all’indirizzo dell’allora ministro Carfagna, nessuno si stracciò le vesti. Probabilmente era un giorno di sciopero delle superstiti femministe da modernariato.