lunedì 3 febbraio 2014

L’iWatch avrà la batteria solare?

Corriere della sera

Scende in campo anche il New York Times sulle speculazioni a riguardo dello smartwatch di Cupertino. Alla ricerca del dispositivo perfetto, con grande attenzione a salute e fitness

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MILANO - La vera sfida è quella della durata della batteria: i produttori di dispositivi mobili sono consapevoli della difficoltà di rendere appetibile l’ennesimo oggetto da ricaricare più volte al giorno. La schiavitù dello smartphone rischia di uccidere nella culla gli smartwatch, pronti a invadere il mercato nel 2014, se i nuovi nati non sapranno garantire un’autonomia accettabile. Samsung, che ha già mosso un primo passo nel settore con il Galaxy Gear, sta lavorando anche su questo fronte in vista del lancio della seconda versione del suo orologio intelligente, atteso la prossima primavera . Apple, secondo le indiscrezioni pubblicate dal New York Times, sta facendo lo stesso in vista del debutto dell’iWatch, così battezzato a furor di media.

Ecco come la Rete immagina l’iWatchEcco come la Rete immagina l’iWatch Ecco come la Rete immagina l’iWatchEcco come la Rete immagina l’iWatchEcco come la Rete immagina l’iWatch

Le ultime voci sul dispositivo, avvolto dalla tradizionale nuvola di mistero, facevano riferimento a una presentazione in calendario nell’autunno del 2014 e alla presenza di uno schermo curvo da 1,52 pollici realizzato da Lg. Le sperimentazioni sulla batteria sono varie. Si parte, secondo quanto ha dichiarato il fondatore di Nest (di proprietà di Google) e creatore di dell’iPod Tony Fadell , dagli esperimenti nel campo dell’energia solare. Il lettore mp3 di Cupertino e l’iPhone mal si prestavano alla soluzione, trovandosi per la maggior parte del tempo all’interno di tasche e borse. Per l’orologio, maggiormente esposto alla luce, il discorso è diverso. In settembre, a conferma del rinnovato interesse per l’escamotage, Apple ha pubblicato un annuncio di lavoro rivolgendosi a ingegneri specializzati in energia solare. Una fonte vicina allo sviluppo del prodotto ha parlato alla testata americana anche di test sulla ricarica wireless per induzione magnetica.

Già vista a bordo dei Lumia di Nokia-soft , permette di dare ossigeno al dispositivo appoggiandolo su una superficie compatibile. Negli Stati Uniti i primi punti di ricarica stanno facendo capolino nella catena di caffetterie Starbucks , intenzionata a fare del servizio un suo marchio di fabbrica come accaduto per il wi-fi. Altra opzione, a proposito della quale Apple ha depositato un brevetto nel 2009 , è la carica tramite movimento del braccio: l’oscillazione dell’arto mentre si sta camminando attiva la piccola stazione contenuta nell’orologio e concede ulteriore autonomia. A proposito di movimento, l’intenzione della casa della Mela sarebbe proprio quella di lanciare un prodotto votato in modo specifico a salute e fitness. Secondo le fonti interpellate da 9to5mac, l’iWatch raccoglierà le informazioni sui passi compiuti durante il giorno, su calorie bruciate, pressione, livello di glucosio e di idratazione. Un incrocio fra un personal trainer e un infermiere a portata di polso. Restiamo in attesa di conoscere la sua parcella.

03 febbraio 2014

Mistero del Passo Dyatlov, c’è una nuova teoria «Così morirono quei 9 giovani escursionisti»

Corriere della sera

A 55 anni dall’oscuro incidente sugli Urali un libro spiega cosa accadde la notte del 2 febbraio 1959

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La notte del 2 febbraio di 55 anni fa successe qualcosa di molto strano sui monti Urali. Esattamente sul versante orientale del Cholat Sjachl, il Monte dei Morti. Qualcosa che da quel lontano 1959 è avvolto dal mistero, dalla paura e dalle più strane teorie. Fra quei boschi innevati, a meno 30 gradi centigradi, «una irresistibile forza sconosciuta» (così disse l’inchiesta) causò la morte di nove giovani escursionisti russi del politecnico degli Urali, sette ragazzi e due ragazze. Ventiquattro giorni dopo il misterioso incidente fu ritrovata la loro tenda: completamente sconquassata e lacerata dall’interno.

Dai resti della tenda partivano delle orme . Seguendole, i volontari trovarono i primi cinque corpi dei ragazzi: alcuni completamente nudi, con le mani bruciate, altri solo con la biancheria intima, tutti senza segni esterni di violenza. Sparsi a poche centinaia di metri uno dall’altro, sotto un cedro. I cadaveri degli altri quattro furono invece rintracciati invece solo tre mesi dopo, sotto quattro metri di neve gelida. E con dei traumi inspiegabili e non prodotti da altri esseri umani per la loro potenza: cranio fracassato, cassa toracica compressa fino a spezzare le costole. E un corpo, quello di una ragazza, senza lingua. La storia che quei cadaveri potevano raccontare è rimasta incomprensibile per molti anni. Fino a oggi: l’americano Donnie Eichar -regista, produttore e autore per cinema e tv - ha una nuova teoria che spiegherebbe tutto.

LA TEMPESTA PERFETTA E GLI INFRASUONI - Dopo aver studiato per cinque anni tutte le carte e le testimonianze sull’incidente del Passo Dyatlov (chiamato così dal nome del capo della spedizione, il 23enne Igor Dyatlov), e aver anche ripercorso il viaggio dei nove escursionisti, Eichar sostiene di aver capito cosa successe la notte del 2 febbraio 1959. Una spiegazione scientifica che non tira in ballo né esercitazioni segrete dell’esercito sovietico né gli alieni o misteriose contaminazioni radiattive. Secondo l’autore i ragazzi si trovarono al posto sbagliato nel momento sbagliato: durante una “tempesta perfetta”. I venti, velocissimi, scontrandosi con la particolare forma a cupola della Montagna dei Morti diedero vita a dei furiosi vortici di aria che crearono dei mini tornado violentissimi nel passo dove c’era l’accampamento.

Il rumore prodotto dal fenomeno doveva essere assordante. Ma c’è di più. Eichar dice anche che tormente come quella possono generare anche una gran quantità di infrasuoni (il contrario degli ultrasuoni) che, non udibili dagli uomini, sono capaci di avere effetti sul corpo umano: le vibrazioni prodotte da queste particolari onde sonore causano perdita del sonno, mancanza di respiro e, soprattutto, un panico indicibile e incontrollabile. Un terrore che, amplificato dal buio della notte e dal frastuono dei tornado, avrebbe insomma portato i nove ragazzi alla follia. E poi alla morte.

LE PALLE DI FUOCO ARANCIONI IN CIELO - Dai tempi dell’incidente sono state moltissime le teorie che hanno cercato di spiegare il mistero del Passo di Dyatlov. Le indagini si (non) chiusero ufficialmente nel maggio del 1959: nessun colpevole se non «una irresistibile forza sconosciuta» che avrebbe ucciso i giovani. Si disse che su alcuni brandelli di vestiti delle vittime c’erano alti livelli di radioattività. I ragazzi avevano trovato sul loro cammino qualcosa con cui non avrebbero mai dovuto venire in contatto? Un gruppo di escursionisti che si trovava poco distante dal gruppo riferì di aver visto nel cielo delle “sfere arancioni”.

Cosa confermata in quei mesi anche da avvistamenti analoghi fatti dal servizio meteorologico e membri dell’esercito. Si scoprì più tardi che le «palle arancioni» erano lanci di missili balistici R-7. Quando poi negli anni Novanta i fascicoli dell’inchiesta furono desecretati, alcuni particolari furono pubblicati dalla stampa e ne venne fuori anche una teoria secondo cui le morti erano legate alla sperimentazione di un’arma segreta sovietica.

QUEI RAGAZZI CHE AMAVANO LA NATURA E LA MUSICA - Per ricordare le vittime dell’incidente è stata istituita a Ekaterinburg la Fondazione Dyatlov, che si propone anche di far riaprire il caso alle autorità russe. I ragazzi morti misteriosamente quella notte di 55 anni fa erano: Igor Dyatlov, capo 23enne della spedizione; Zinaida Kolmogorova, 22 anni; Ljudmila Dubinina, 23enne che fu trovata senza lingua; Aleksandr Kolevatov, 24 aani; Rustem Slobodin, 23 anni; Jurij Krivoniščenko, 24 anni; Jurij Dorošenko, 21; Nikolaj Tibo-Brin’ol’, 37 anni; Aleksandr Zolotarëv, che proprio quel 2 febbraio aveva compiuto 38 anni.

 Erano tutti innamorati della natura e della musica, spesso passavano la sera a cantare e una volta, durante una visita a una scuola in una tappa del loro viaggio, avevano conquistato con i loro racconti i bambini che poi li avevano voluti accompagnare alla stazione.Sono cose che ha raccontato un loro amico, prima di chiudersi nel silenzio per oltre 50 anni:Jurij Judin era partito insieme a loro il 23 gennaio per quella avventura ma poi cinque giorni dopo li aveva abbandonati. Stava infatti male fisicamente e non poteva proseguire la spedizione. È morto a 70 anni dopo aver vissuto tutta la vita con il senso di colpa per essere scampato a quella misteriosa notte che ha portato via i suoi migliori amici.

03 febbraio 2014

Nintendo e la cartuccia da 100 mila dollari

Corriere della sera

Una rara copia di Nintendo World Championships battuta su eBay a una cifra record. Ora altre due all’asta

La cartuccia battuta a 99 mila
MILANO - Chi trova un videogame trova ben più di un tesoro. Una vecchia copia di Nintendo World Championships per il vecchio Nintendo è stata battuta all’asta su eBay per la mirabolante cifra di 99.902 dollari, poco più di 73 mila euro. Partita da una base d’asta di 4.999 dollari il 18 gennaio scorso, in una settimana è arrivata a quasi 100 mila, una follia dovuta soprattutto alla sua rarità. La cartuccia era uscita nel 1990 come premio durante le Nintendo World Championships, tour promozionale che chiamava a raccolta i migliori gamer statunitensi per conquistare più punti possibile all’interno di minigiochi tratti da Super Mario Bros., Rad Racer e Tetris in massimo sei minuti e 21 secondi.


 BRUTTA COPIA - Il bello è che questa copia è non proprio in ottima forma e in più non è la più rara in assoluto. La mamma di Mario aveva prodotto 116 copie di Nintendo World Championships di cui 90 in versione grigia come quella dell’asta e 26 con scocca dorata come quella di The Legend of Zelda sempre per Nintendo. Visto il successo ottenuto dall’asta ora su eBay sono spuntate altre due copie del gioco. Una dorata, che ha già superato i 100 mila dollari un giorno prima della chiusura e una grigia che è stata venduta a 20 mila dollari.

03 febbraio 2014

Blackphone, telefono anti-intercettazioni

Corriere della sera

Sviluppato in Svizzera, sarà presentato al MWC: è garantito per una privacy a tenuta stagna

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MILANO - Privacy è una di quelle parole che fa storcere il naso al web. È vaga, non si sa mai come declinarla: talvolta perderne un po’ è un rischio calcolato, talaltra è meglio chiudersi a riccio. Comunque sia è bene che siamo noi a controllare ciò che condividiamo ma non sempre è facile. Come ha dimostrato il recente Datagate, con gli smartphone attuali tutti possono essere spiati. Anche i potenti.

A TUTTA PRIVACY - Arrendersi di fronte alla pervasività statunitense non è però nelle corde degli ideatori di Blackphone, il telefonino già ribattezzato anti-NSA dal nome dell’agenzia americana che origlia tutto e tutti. Ancora non si sa molto delle specifiche tecniche del device, che verrà presentato in febbraio al Mobile World Congress di Barcellona, ma dalle prime informazioni fornite dal team di sviluppo sembra molto interessante. Prima di tutto è sbloccato, quindi può funzionare con quasi tutti gli operatori permettendoci di scegliere la tariffa che preferiamo. Quanto a prestazioni, gli ideatori affermano che «i test lo pongono tra i migliori dispositivi di qualsiasi produttore» e che «ha le caratteristiche necessarie per fare tutte le cose di cui avete bisogno e tutte quelle che volete, mantenendo la privacy e la sicurezza».

ATTENTI ALLE IMPRONTE - Insomma, niente più app preinstallate che si muovono di sottecchi e mangiano ram, né consigli pubblicitari che appaiono qua e là. Il bello però è negli strumenti offerti con il telefono che consentono di tenere traccia della nostra «digital footprints», l’impronta digitale, ovvero i dati che spargiamo qua e là per il web senza accorgercene. Anche telefonate e messaggi saranno criptati per fare in modo che nessuno possa spiarli mentre la connessione in Rete avviene in forma anonima tramite VPN, una rete privata che, grazie a un’adeguata protezione, tiene fuori gli intrusi. A muoverlo ci pensa PrivatOS, una versione di Android i cui dettagli sono ancora top secret.

blackphone (1)-kZRG--190x74@Corriere-Web-SezioniIL CONTROLLO ALL’UTENTE - Sulla carta il telefono che «riporta il controllo in mano all’utente» sembra portentoso ma siamo ormai abituati ad annunci roboanti che si risolvono in un nulla di fatto. Ad avvalorare la credibilità di Blackphone però c’è il team di sviluppo, composto da persone dalla comprovata esperienza, e dalla sede dell’azienda in Svizzera, Paese che sa come tenere un segreto. Tra i cinque fondatori dell’impresa spunta Phil Zimmermann, paladino della protezione della privacy inserito nella Internet Hall of Fame e ideatore del protocollo di cifratura PGP, Pretty Good Privacy, sistema che cripta le informazioni con una sicurezza considerata vicina a quella adottata dai militari. Accanto a lui troviamo Rodrigo Silva-Ramos e Javier Agüera, fondatori di Geeksphone azienda che realizza smartphone open source attenti alla protezione dei dati, ma anche Jon Callas e Mike Janke di Silent Circle, impresa che crea piattaforme per comunicazioni sicure. Insomma, quanto a sicurezza il Blackphonedovrebbe essere a prova di bomba. Anzi, di NSA.

03 febbraio 2014

Le password dei comunisti

Il Giornale.it


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Sì certo il comunismo è finito. Dare a qualcuno del comunista è fuori tempo. Chissà perchè non lo sia dare del fascista, ma questo è un altro discorso. Ebbene, era tempo, che volevo scriverlo. Ma il cuoco ha scovato una sacca di nuovi comunisti. Non di reduci del passato. Ma di nuovi comunisti, che ritengono la vostra libertà, compresa quella di sbagliare, da tutelare a vostro dispetto. Che vi impongono una strada stretta da rispettare, pena essere uccisi. Meglio dire banditi, fatti fuori. Dalla rete, si intende. Ebbene costoro sono gli ingegneri, gli informatici, i responsabili o chi diavolo vi pare, che studiano le password sui siti internet.
Leggete l’ennesiva provocazione bolscevica che ho dovuto subire (la subisco tutti i mesi) da questi maledetti rossi, che non mangiano solo i bambini, ma anche la nostra pazienza.

Attenzione. 

La nuova password deve essere lunga minimo 8 caratteri , contenere almeno uno dei seguenti caratteri speciali ! ? $ % & @ – _ e deve soddisfare almeno due delle seguenti regole: contenere un carattere maiuscolo (A-Z), uno minuscolo (a-z), una cifra decimale (0-9).
Inoltre non può contenere più di due caratteri consecutivi della userid ,il nome e il cognome dell’utente e deve essere differente dalle ultime nove utilizzate. Il sistema verifica la validità della nuova password impostata.


Io li odio. Io voglio conoscere il comunista, statalista, che si è studiato questa procedura. Mettetelo a guidare un paese e ci obbligherà a decidere il colore dei vostri vestiti, inventerà una norma anche per andare al gabinetto. La rete non è un paese. Ma una sua plastica rappresentazione. Ogni mese il deficente che ha inventato le regole per le pass fa perdere qualche minuto per cambiare parametri. é una mentalità, quello di questi burocrati della rete, da comunisti da piani quinquiennali. Gli individui sono dei minus habens, lo stato (gli informatici) deve occuparsi del loro bene (una password non decrittabile).

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Perchè dico che sono comunisti e non solo scemi. Per il semplice motivo che costoro non credono al libero arbitrio, alle libertà individuali. Posso essere libero di non cambiare pass ogni mese? Posso essere libero di mettere una pass semplice? Posso essere libero di sceglierla come diavolo mi pare? Posso essere libero di ritenere inifluente che qualcuno mi rubi i dati? é mai possibile che ogni istante che sono sulla rete mi fottono ad ogni passaggio informazioni preziosi sul sottoscritto e io non abbia la libertà di mettermi in periocolo consapevolmente per avere una pass comoda?

Questi vogliono il nostro bene e ci dettano le pass. La via del’inferno, dicevano gli austriaci, è lastricata di buone intenzioni. Io le pass le odio. Soprattutto se me le fanno cambiare ogni mese e se mi obbligano a mettere dei simboli, che neanche so dove siano sulla tastiera.

ps e se qualcuno si azzarda a dire qualcosa sul rischi truffe e bla bla bla, sono disponibile a firmare on line una volta per tutte un’assunzione di responsabilità per furto di password.

Pisapia spende 200.000 euro per sostituire le bandiere di Milano

Ivan Francese - Lun, 03/02/2014 - 16:27

A Milano al via il piano di rinnovo dei vessilli esposti sugli edifici pubblici. Alla modica cifra di quasi mille euro a bandiera

Esporre bandiere logore e incolori, siamo d'accordo, non è un bel biglietto da visita. Ma 200mila euro per sostituire i vessilli degli edifici pubblici è comunque una bella cifra, soprattutto in tempi di crisi.

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Il comune di Milano, in previsione di Expo 2015 e del semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea, si prepara a sostituire tutte e 225 le bandiere più usurate della città: 89 dell’Unione Europea, 108 tricolori e 28 del Comune. Per un costo complessivo di quasi mille euro a bandiera. Questo perché oltre al vessillo bisognerà rinnovare anche pennoni, aste e carrucole che svettano sulle facciate di scuole ed altri edifici pubblici. La cifra stanziata per questa operazione consentirà anche di creare un piccolo deposito che permetta una sostituzione più tempestiva in futuro.

L'uso delle bandiere è regolato da una legge del 1998, spiega il Corriere della Sera, e c'è anche un decreto del presidente della Repubblica promulgato nel 2000 che stabilisce le modalità di esposizione degli stendardi sugli edifici della pubblica amministrazione. Almeno per qualche anno i milanesi potranno ammirare le bandiere nuove e, se dimenticano quanto sono costate, sorridere guardandole.

Canton Ticino, tornano i «ratti» Campagna choc contro i frontalieri

Corriere della sera

Il partito di ultra-destra Udc ha presentato i protagonisti della nuova campagna in costume da «topo italiano»


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Sono tornati: stessi nasi, stesse code topesche e stessi slogan in dialetto. I «ratti» italiani della campagna anti-frontalieri »Bala i ratt», lanciata tre anni fa dalla destra xenofoba elvetica – e ampiamente ripresa, all’epoca, dai media italiani - tornano a far parlare di sé sui muri del Canton Ticino (e non solo). Ricordate? Cambiano le professioni - il gessatore al posto del piastrellista, l’idraulico al posto dell’avvocato – e anche il formato è diverso: non più roditori in versione-cartoon che si avventano sul formaggio svizzero bensì realistici pupazzi, con tanto di tricolore stampato sulla canottiera.

Il sarcasmo non si è affievolito. Anzi. In vista del referendum federale del 9 febbraio, con cui l’elettorato svizzero sarà chiamato a votare sull’iniziativa «Contro l’immigrazione di massa» che vuole rinegoziare i trattati con l’Ue per la libera circolazione delle persone, il dibattito sull’impiego di manodopera frontaliera nella Svizzera italiana impazza più che mai. E questa volta il vento politico soffia decisamente contro i «ratti».

A rispolverare gli spauracchi zoomorfi dei frontalieri ruba-lavoro, il 2 febbraio, è stato il partito di ultra-destra Udc (promotore, tra l’altro, del referendum a livello nazionale) che nel suo quartier generale a Lugano ha presentato i protagonisti della nuova campagna con tanto di mascotte in costume da «topo italiano». All’evento, organizzato dalla sezione ticinese del partito, ha partecipato anche una delegazione dell’Udc ginevrina «in segno di un impegno condiviso nell’affrontare una problematica condivisa da Ginevra e dal Ticino», ha spiegato il consigliere nazionale Udc Pierre Rusconi.

Così, mentre il dibattito avvampa a nord e a sud del Gottardo – solo in Ticino i lavoratori frontalieri (lombardi in gran parte) sono passati da 45mila a 60mila in tre anni, come i manifesti non mancano di puntualizzare – ecco che i «ratti» sono tornati a fare capolino sui muri ticinesi. Nei prossimi giorni i manifesti, c’è da scommetterci, si moltiplicheranno sull’onda di un consenso crescente evidenziato dai sondaggi, che danno il 54% dei ticinesi favorevoli all’iniziativa anti-frontalieri. Un record, considerato che solo un mese fa il fronte del «sì» era quotato al 42%. La Svizzera italiana è, in ogni caso, la regione elvetica in cui la campagna gode di maggiore consenso, seguita dalla Svizzera tedesca (favorevole il 46% degli aventi diritto) e da quella francese (35%). Ma il conto alla rovescia per il voto è appena iniziato. E il revival di «Bala i ratt» è solo all’inizio.

02 febbraio 2014

Regione, arriva la web tv. Allo studio anche la t-shirt ufficiale

Corriere della sera

Ma tagli ai fondi per la comunicazione: nel 2013 sono stati spesi 9 milioni di euro


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La Regione avrà anche una sua web tv: trasmetterà «dirette streaming di eventi d’importanza locale» e servirà «a incrementare l’informazione sulle attività istituzionali, anche in chiave di maggior trasparenza, aumentando la visibilità del brand». La novità è contenuta nella delibera, approvata dalla giunta di Roberto Maroni settimana scorsa, che fa il punto sull’attività di marketing di Palazzo Lombardia. I numeri, intanto. Nel 2013 le spese alla voce «comunicazione istituzionale» hanno superato di pochissimo i 2 milioni di euro. A questa somma vanno però aggiunti gli investimenti «in promozione» dei singoli assessorati, che portano il totale a sforare quota nove milioni.

Va detto subito: sul fronte comunicazione la giunta Maroni spende meno di chi l’ha preceduta (leggi: Roberto Formigoni). Nel 2011, solo per la comunicazione centrale della presidenza, il «Celeste» mise a consuntivo più di tre milioni di euro, spesa sostanzialmente confermata l’anno successivo. Tra gli attuali strumenti di comunicazione ci sono ovviamente i tradizionali notiziari, i bollettini e gli house organ prodotti dalle redazioni interne, il call center (249.192 chiamate da gennaio a dicembre 2013), le mostre ospitate nei due grattacieli istituzionali, la partecipazione a fiere, meeting e convegni. Anche l’anno scorso, per dire, la Regione ha allestito il suo stand espositivo al meeting di Cl, con un finanziamento di 60mila euro (anche in questo caso, rivendendo al ribasso la cifra investita nella kermesse riminese dalla giunta Formigoni).

La strategia punta ora sul web. Il portale della Regione ha aumentato il numero di accessi: nei primi undici mesi del 2013 i visitatori unici sono stati 4.071.599 contro i 3.505.097 dello stesso periodo del 2012 (+ 16,1%). E vanno discretamente anche gli account sui social network. Il profilo twitter istituzionale ha raggiunto i 16.500 follower, la pagina Facebook i 19.980 amici. A Palazzo Lombardia si lavora anche sulla grafica. Un pool d’imprese del settore ha avviato nei mesi scorsi uno studio per definire il format della futura comunicazione istituzionale. Eccolo: cornice verde, logo di Expo, l’onnipresente timbro «dal programma ai fatti». «In questo modo - racconta la delibera - si rende il brand riconoscibile e memorabile, lasciando nel contempo la massima flessibilità nella creazione dei singoli messaggi». Tra le varie applicazioni allo studio, anche la t-shirt ufficiale della Regione. Bianca, attraversata da una banda orizzontale verde, con la classica rosa camuna sul petto.

02 febbraio 2014

Cuasso, il castello dimenticato dietro una muraglia di piante

Corriere della sera

Faceva parte di un antico sistema di torri di avvistamento. Due gruppi su Facebook per cercare di salvarlo


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Non è mai stato abbandonato, se lo erano solo scordato. Per parecchio tempo i residenti di Cuasso al Monte, paesino della Provincia di Varese a pochi passi dal lago di Lugano, non si ricordavano più di avere un castello medioevale tutto loro. Giravano delle leggende in paese, gli anziani in dialetto parlavano di un non meglio precisato «Castelasc», e poi c’era anche il gonfalone del Comune, che in effetti come simbolo ha proprio un castello. Invece, poco distante dal centro abitato, nascosto dietro una coltre impenetrabile di piante, i resti di questo misterioso maniero usato anche durante la Prima guerra mondiale come caposaldo della linea Cadorna esistevano eccome. Ma se adesso la proprietà e il Comune non trovano dei fondi per far partire velocemente un piano di restauro, la sbadataggine degli anni passati rischia di essere pagata a caro prezzo.


La sua fondazione risale all’Alto Medioevo. Venne edificato alla sommità di una gola che lo rendeva inespugnabile e al tempo stesso un punto di avvistamento ideale. Secondo alcuni studiosi locali ebbe un ruolo nello scontro fra Guelfi e Ghibellini del XIII secolo, ma dopo essere passato sotto il Ducato di Milano cadde nel dimenticatoio. Secoli di niente fino alla Prima guerra mondiale, quando il generale Cadorna decise di trasformare quel rudere strategico in uno dei punti di forza della «Maginot italiana»: il mastio divenne una torre di osservazione e i cunicoli trincee. La linea Cadorna, appunto, costruita per proteggere le industrie di Torino, Milano e Brescia da possibili attacchi attraverso la Svizzera.

Terminata la Grande Guerra, tuttavia, il castello e la sua storia vennero nuovamente dimenticati. I resti, già piazzati in una posizione defilata rispetto a strade e centro abitato, furono coperti da piante e rampicanti, fino a sparire completamente dalla vista. E come accade per tutti i luoghi abbandonati, iniziarono a fiorire leggende e storie di fantasmi, come quella che vorrebbe i boschi circostanti i ruderi abitati dallo spettro di Carlo, figlio del Duca di Cuasso, ucciso a tradimento per amore di una donna. «Ma qui – dice il sindaco di Cuasso, Massimo Cesaro -, non ci sono mai state incursioni di sette sataniche o vandali».

A metà degli anni Settanta, alcuni storici locali condussero degli studi e una piccola campagna di scavi, al termine dei quali fu possibile tracciare per la prima volta la pianta originaria e scoprire analogie col castello di Warkwort, in Inghilterra. Da allora, il «Castelasc», acquisito dal titolare di una vicina cava di porfido negli anni Ottanta, è stato sempre più spesso al centro dei pensieri dei cuassesi: interventi di pulizia dalle erbe infestanti, campagne di sensibilizzazione, due gruppi su Facebook e anche un progetto di recupero inserito nel Pgt varato nel 2010. «Ha un valore storico - testimoniale molto importante – commenta il sindaco -. Deve essere salvato. Il Comune e il privato fanno quello che possono compatibilmente con le risorse economiche a disposizione».

Nel 2011 l’ex consigliere regionale della Lega Nord e presidente della commissione Cultura del Pirellone, Luciana Ruffinelli, si interessò del caso. «Quel castello faceva parte di un sistema di torri di avvistamento che andrebbe salvaguardato – dice -. Purtroppo, fondi a disposizione non ce n’erano e quei pochi esistenti venivano dirottati verso altri beni». Il punto è che il castello, dopo secoli di indifferenza, rischia di collassare. Gli sforzi della gente del posto non bastano più e le vibrazioni prodotte durante i lavori nella vicina cava non aiutano certo. Il sindaco, così, ha deciso di giocare un’ultima carta: rivolgere un appello alla Regione Lombardia, alla Provincia di Varese e anche alla Sovrintendenza affinché qualcuno trovi i soldi per far partire il piano di restauro. Prima che i cuassesi se lo dimentichino un’altra volta.

31 gennaio 2014

Musica, come riconoscere la «vera» alta risoluzione

Corriere della sera


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Abbiamo, da tempo, contenuti video in alta definizione (e anche in Ultra Hd) che sono giunti al grande pubblico. Avremo anche contenuti audio in alta risoluzione che diventeranno di uso comune? E poi ancora, come riconoscere la vera alta risoluzione musicale,tra i tanti tipi di file in vendita? Il sasso nello stagno lo ha lanciato alla fine dello scorso anno Mark Waldrep, esperto di musica e creatore di itrax, sito che vende fin dal 2007  file in alta risoluzione e che della battaglia per la musica di altissima qualità sonora è diventato un paladino, tanto da aver dato vita ad un sito apposito, Real-Hd audio.

INFORMAZIONI – Waldrep in sostanza sostiene questa tesi: l’alta risoluzione musicale non verrà mai apprezzata e riconosciuta al di là di una ristretta cerchia di intenditori, se non verrà presentata in modo corretto. Troppi siti vendono musica in alta risoluzione che non è altro che musica in risoluzione standard ricampionata. Un’operazione conveniente visto che che il prezzo di un file in alta risoluzione è più elevato rispetto ad uno in risoluzione standard (anche del doppio). Ma il guru di itrax si pone anche un ulteriore problema: per avvicinarsi il più possibile ad un’ideale (e forse irraggiungibile) perfezione, le case discografiche devono  iniziare a pensare d’ora in poi a come effettuare registrazioni il più possibile a livello «audiophile».

Proprio per questo, a suo avviso ogni sito che vende musica ad alta risoluzione dovrebbe rendere pubbliche una serie di informazioni: 1) Informazioni sulla sorgente e sul formato del master da cui è stato creato l’album o il brano; 2) Spettrogramma delle tracce; 3) La possibilità di ascoltare brani o pezzi di brano del disco prima dell’acquisto; 4) La possibilità di acquistare il disco in diversi formati (flac, wav ecc…); 5) Avere almeno alcuni titoli disponibili in stereo e in multicanale; 6) La possibilità di avere quando (esiste) lo stesso titolo disponibile in Pcm e in DSD; 7) Copertina e testi delle canzoni in Pdf;8) Informazione tecnica completa per ogni album; 9) Credits della produzione.

VERA ALTA RISOLUZIONE – Se un sito fornisce su ogni disco o traccia questo tipo di informazioni è decisamente più difficile  più difficile sbagliare acquisto. Non basta infatti che il file sia stato registrato ad un formato poniamo di 192 Khz 24 bit perché si tratti di vera alta risoluzione. Come dimostrano i controlli sui brani fatti da tante riviste e siti come ad esempio l’ottimo Musica & memoria, spesso infatti il contenuto al di sopra della soglia udibile (ritorneremo in seguito su come anche ciò che non sentiamo può influenzare il livello qualitativo di un brano musicale) è costituito soltanto da rumore e quindi non apporta alcuna informazione ulteriore al brano. Proprio per questo il procedimento attraverso cui vengono realizzate le registrazioni è così importante.

Ecco la bella vita di ministri e burocrati

Libero

Un libro di Lucio Stanca svela i benefit che girano nei Palazzi della politica: non esiste un database dei dipendenti, ma hanno una carta di credito senza regole né limiti di spesa


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"Mi bastarono pochi giorni per accorgermi che ero davvero atterrato in un mondo molto diverso e distante da quello da cui provenivo, su un altro pianeta". È la prima sensazione che prova Lucio Stanca, bocconiano, manager a livello internazionale, ad un certo punto chiamato nel 2008 dall’allora premier Silvio Berlusconi a ricoprire la carica di ministro dell’Innovazione. Quello che impara a conoscere, allora, è davvero un altro mondo: un mondo fatto di approssimazione, di carriere costruite sull’ambiguità e sulle "amicizie", sulle furie partigiane e sul chiacchiericcio, oltre che su furberie grandi e piccole. Un mondo a lui "alieno", per l’appunto, abituato all’atmosfera delle grandi aziende internazionali, meritocratiche, dove "tutti parlano l’inglese", progettano, investono sul futuro.

L’esperienza di governo, le delusioni profonde ma anche le speranze dure a morire, Stanca le ha raccontate in un libro che si intitola L’Italia vista da fuori e da dentro (edizioni del Gruppo 24ore), con prefazione di Piero Ostellino. Un racconto personale, quindi, ma anche concretato ad analizzare con pacatezza ed equilibrio la situazione del nostro Paese, con l’intenzione di fornire anche qualche «istruzione per l’uso», qualche indicazione concreta, come ogni buon manager dovrebbe saper fare.

Da manager a ministro - Il libro è diviso in due parti; nella prima, Stanca racconta in modo dettagliato la proprie esperienza come dirigente di una grande azienda internazionale. Essere a capo dell’Ibm in Italia e in Europa non è cosa da poco e nel corso di tanti anni in giro per il mondo ha compreso bene cosa significa il concetto "cultura d’impresa", il lavorare per ottenere risultati concreti, la valorizzazione delle risorse umane. Poi l’autore delinea un’analisi della situazione economica italiana, fino ad arrivare allo sguardo "dal di dentro" dell’Italia, dal di dentro politico, per l’esattezza.

Si arriva così a quel fatidico 2008, quando viene chiamato dal Cavaliere a far parte del governo. E a questo punto l’ex manager si trova nel pianeta misterioso della burocrazia governativa. Rigoglioso, sterminato, popolato e nel quale è difficile muoversi per raggiungere una meta designata. Il neo ministro comincia con il chiedere alla direzione del personale informazioni per scegliere i suoi collaboratori e in quel momento scopre che non esiste un database dei dipendenti. "Rivolsi la richiesta, come ministro senza portafoglio, a palazzo Chigi e scoprii subito che la mia richiesta non poteva essere esaudita, semplicemente perché non disponevano di una base dati delle competenze dei dirigenti statali", racconta Stanca. E allora, che fare? "Non mi rimase che seguire l’antico metodo delle segnalazioni, del passaparola, insomma del tam-tam nella giungla ministeriale. Tutto questo nel ventunesimo secolo", annota amaramente ancora l’ex ministro.

Credito illimitato - Altro momento topico del suo viaggio all’interno della giungla ministeriale. Lo informano che dovrà essergli consegnata la carta di credito in dotazione a ciascun ministro. Ed ecco cosa succede: "Poiché mi accorsi che mi veniva data solo la carta, chiesi subito quando avrei potuto ricevere una guida al suo uso, per essere sicuro di attenermi alle regole e di rispettare i limiti di spesa. Con mia grande sorpresa appresi che non era disponibile alcuna guida e che l’uso della carta era lasciato al buon senso del suo possessore. Alla domanda se comunque fossero fatti dei controlli a posteriori sulle spese effettuate e da quale ufficio, ricevetti risposte vaghe e certamente non esaurienti, almeno dal mio punto di vista".

Premi per tutti - Altro capitolo, altra scoperta. Il ministro deve firmare le valutazioni dei dirigenti per la liquidazione del loro premio retributivo dell’anno precedente. Allora "l’ingenuo"ministro chiede "quale percentuale di dirigenti non avesse maturato il cento per cento del premio. Ero davvero curioso di conoscere come il merito veniva gestito negli uffici pubblici. La risposta fu per me sorprendente: nessuno! Tutti avevano meritato l’intero premio. Cercai di sottrarmi alla firma perché avevo ben compreso che la determinazione del premio attuale era stato interpretato come un vuoto adempimento burocratico, senza alcuna efficacia. Il mio collaboratore fu inflessibile nel pretenderla, perché era la legge a richiederla".

Ognun per sè - Il percorso di illuminazione continua e arriva ad un’altra tappa fondamentale: le riunioni del Consiglio dei ministri. Bastano poche riunioni per far comprendere a Stanca "che il Consiglio non agiva come un’unica squadra coesa". Il punto è che, essendo il governo sostenuto da più partiti, "era immediatamente percepibile come i diversi colleghi ministri si sentissero innanzitutto rappresentanti del proprio partito e pertanto portatori degli interessi della propria parte politica, anziché anteporre gli obiettivi comuni della squadra governativa".
Le scoperte continuano e il ministro, alla fine dell’esperienza, potrà dire, con cognizione di causa, che governare l’Italia "è realmente molto arduo e complesso" e i motivi formano una lista lunga chilometri. Nonostante tutto, però, secondo Stanca, "ce la faremo". Parola di un "alieno" che è stato in missione nel pianeta ministero.

di Caterina Maniaci

L'ultima, fatale corsa di Fred Buscaglione il "duro di Torino"

Enrico Silvestri - Dom, 02/02/2014 - 20:43

Il 3 febbraio 1960 l'artista rientrando da una serata in un locale romano muore finendo contro un camion con la sua decapottabile lilla. Insieme a Sordi a Carosone, aveva ironizzato sul sogno americano

«Ancora un paio di anni e poi mi ritiro» annuncia in un'intervista apparsa sulla Stampa Sera a metà dicembre 1959. Il «ritiro» avviene invece molto prima e nel modo più drammatico: mentre rientra dopo una serata in un locale a Roma, la sua Ford Thunderbird color lilla sbanda e finisce contro un camion.


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È il 3 febbraio 1960, muore così Ferdinando «Fred» Buscaglione, entrando però nella leggenda, come tutti gli artisti morti giovani. Ancora adesso infatti, persone nemmeno nate quando il musicista era nel pieno della popolarità, canticchiano «Eri piccola» o «Sono Fred dal wiskhey facile». Motivetti allegri e disimpegnati, che tuttavia riescono a dare il perfetto quadro sociale dell'Italia prossima al boom economico e dei suoi miti.

Buscaglione, dopo una lunga gavetta, si impone al pubblico nazionale solo a metà degli anni Cinquanta, in un Paese che sta faticosamente uscendo dal dramma della guerra. Un Italia in bianco e nero, ancora mezza distrutta, con alti tassi di disoccupazione e analfabetismo ma che con l'arrivo degli americani scopre un altro mondo. Fatto di jeans, di duri sempre con il bicchiere in mano e la sigaretta all'angolo della bocca. Gli italiani, soprattutto giovani, impazziscono per la moda, il cinema e la musica portata da soldati stelle e strisce. Basti pensare all'irruzione di Nando Mericoni, l'«ammaracano» che fa il bagno nudo in una roggia come Tarzan e viene poi processato per oltraggio al pudore in «Un giorno in pretura» del 1953. O «Tu vuò fa l'americano» lanciato da Renato Carosone nel 1956. E in questo filone si inserisce il suo primo 78 giri «Che bambola», con il quale nel 1955 il cantante torinese fa un botto da quasi un milione di copie.

Buscaglione è dunque finalmente arrivato, dopo una corsa iniziata ancora alla fine degli anni Trenta. Nato infatti a Torino il 23 novembre 1921, manifesta subito gran passione per la musica tanto da entrare a 11 anni al conservatorio Verdi della sua città. Lasciati gli studi regolari dopo tre anni, inizia prestissimo a esibirsi nei locali notturni. Partito militare durante la guerra, viene assegnato a una guarnigione in Sardegna dove inizia a organizzare spettacoli. Catturato dagli americani continuerà a cantare per le truppe dello Zio Sam. Poi il ritorno a Torino e l'inizio di una carriera fatta di locali di second'ordine e night club. Fondamentale il suo incontro con Leo Chiosso, con il quale scriverà le sue canzoni più ironiche.

I due vivono nello stesso condominio, alla sera si ritrovavano sul balcone a fumare, bere wiskhey, improvvisare versi e motivetti. Ma deve aspettare oltre dieci anni prima del successo di «Che bambola». Poi cinque, brevi intensi anni di incredibile popolarità, anche perché la vena creativa di Buscaglione sembra inesauribile. Continua a sfornare «dritti di Chicago» che avevano avuto «Al capone come padrino», erano cresciuti dala madre «a wiskhey e gin» e insieme a «Jimmy lo sfregiato/ sette banche ha svaligiato/nello spazio limitato di un mattin». Oppure duri che per incontrare una ragazza devono fare a pugni con «Buck la Pasta, Jack Bidone coi fratelli Bolivar mentre, sotto a un lampione, se la spassa Billy Carr». Ovviamente finisce con «sei mascelle rotte».

Inevitabilmente per lui si aprono anche le porte di Cinecittà dove si impone con i suoi baffetti alla Clark Gagle e il sorriso mascalzone. Interpreta dieci film tra il 1959 e il 1960, l'ultimo «Noi duri», girato insieme a Totò, deve ancora uscire nelle sale, quando l'Italia apprende con sgomento della sua morte. All'alba del 3 febbraio 1960 mentre rientra in albergo dopo un'esibizione in un night di via Margutta, attraversando i Parioli, la sua fuori serie decapottabile finisce contro un camion. L'autista tenta di soccorrerlo insieme a un metronotte e a un passante. Fermano un autobus per portarlo in ospedale, dove però l'artista arriva privo di vita.

Qualche giorno dopo, Torino verrà letteralmente paralizzata dal suo funerale, seguito da decine di migliaia di persone. Buscaglione è stata una sorta di meteora nel firmamento della canzone e del costume italiano, ma la traccia del suo passaggio non si è ancora spenta. Uomo spiritoso, ironico ma anche molto intelligente e sensibile ai gusti del pubblico, negli ultimi tempi fa una brusca virata, lasciando un genere ormai esaurito, per percorrere nuove strade. Lancia canzoni romantiche come «Guarda che Luna», «Non partir», «Love in Portofino». Ma capisce ormai che il pubblico vuole cose nuove: stanno infatti irrompondo sulla scena musicale gli «urlatori» alla Tony Dallara e alla Joe Sentieri. «Tra due anni smetto» annuncia a Stampa Sera. Non fa in tempo a mantere la promessa.

Si possono mangiare i cibi scaduti? Sì, ma con queste regole precise

Il Mattino

di Valentina Arcovio


Domenico Pignone del Cnr: quando si tratta di scadenze di prodotti alimentare è necessario distinguere tra freschi e secchi


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«E' sempre meglio consumare gli alimenti entro la data di scadenza indicata sull'etichetta. Tuttavia, in alcuni casi si possono fare delle eccezioni, ma solo se si usa molto cautela". Per Domenico Pignone, dirigente di ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) ed esperto di alimentazione, «quando si tratta di scadenza dei prodotti alimentari bisogna fare le dovute differenze: i prodotti alimentari non degradano tutti alla stessa maniera».

La data di scadenza non è importante per tutti i cibi?
«In generale, la scadenza è un fatto merceologico che riguarda soprattutto i produttori e i distributori. Non rispettarla, quindi, non significa automaticamente mettere in pericolo la propria salute. Ci sono dei cibi infatti che possono essere consumati in sicurezza anche dopo la scadenza. Per alcuni il massimo che può succedere è di perdere determinate caratteristiche e, quindi, se consumati sporadicamente non hanno conseguenze dannose sull'organismo».

Quali sono gli alimenti che si possono consumare oltre la data di scadenza scritta sull'etichetta? «I prodotti secchi, ad esempio, che non mostrano segni di degradazione e che sono stati conservati bene. Mi riferisco ad esempio ai biscotti o alla pasta. In questi casi, la data di scadenza scritta sull'etichetta è più che altro indicativa e non tassativa. Infatti, sull'etichetta di alcuni prodotti di questo tipo c'è scritto «da consumarsi preferibilmente entro» e non «da consumarsi entro», proprio perché la data indicata non è da considerarsi in modo rigido.

I prodotti che hanno superato la data di scadenza "preferibilmente" indicata sull'etichetta non rischiano di perdere sostanze nutritive?
«E' sicuramente possibile. Soprattutto se consideriamo i composti secondari, come ad esempio le vitamine o gli antiossidanti. Oltre le proprietà nutrizionali, possono anche perdere il loro caratteristico sapore o odore. Ma da qui a credere che questi prodotti facciano male alla salute è un passo troppo grande».

Quali sono invece i prodotti alimentari che vanno assolutamente consumati entro la data di scadenza?
«In generale, i cosiddetti cibi freschi. Ad esempio, il latte, le uova, le verdure, la frutta, ecc. Sono infatti tutti prodotti che, passata la data di scadenza, iniziano a contaminarsi».

In che modo?
«Spesso lo possiamo notare a prima vista. Ad esempio, dopo la scadenza di una confezione di latte, spesso il liquido diventa acido e assume una consistenza strana. Nello yogurt, invece, si possono formare pezzetti di muffa. E ancora: dopo la data di scadenza la verdura può appassire e cambiare colore. In pratica, sono prodotti che si degradano facilmente, non solo per la scadenza ma anche perché non conservati in modo adeguato».

In questi casi la scadenza è da considerarsi tassativa?
«In questo caso rispettare la data di scadenza significa avere la garanzia di consumare un prodotto integro».

Quali sono rischi per la salute se si consuma cibo fresco scaduto?
«I prodotti alimentari freschi, che hanno superato la data di scadenza, possono dar luogo a diverse situazioni spiacevoli. Si possono ad esempio formare dei batteri, alcune volte innocui, responsabili in particolare del cattivo odore dei prodotti. In altri casi si possono sviluppare delle tossine che possono comportare diversi problemi alla salute».

 
domenica 2 febbraio 2014 - 18:54   Ultimo aggiornamento: 18:59

Lampade abbronzanti: mezzo milione di tumori l'anno

Il Mattino

Carla Massi

ROMA I danni delle lampade artificiali per l'abbronzatura non si possono più mettere in dubbio. Sono responsabili di oltre 10.000 melanomi all'anno e 450.000 tumori della pelle di altro genere. La conferma arriva dai ricercatori della California University e dell'università di Cambridge, Inghilterra, che firmano una analisi corposa che riassume 88 studi svolti su un campione di oltre 400.000 persone in Europa, Stati Uniti ed Australia. Lo studio è pubblicato su Jama dermatology. La ricerca mette i ragazzi europei, italiani inclusi, in cima alla classifica dei rischi, soprattutto se frequentano il solarium da adolescenti.

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Si abbronza in modo artificiale il 55% degli studenti universitari, circa il 36% degli adulti e il 19% degli adolescenti. Corrono il rischio di avere un cancro della pelle di tipo non-melanoma, ovvero curabile, fino al 22% di chi sottopone alle lampade di raggi UV, mentre il rischio che compaia il cancro più temuto ed aggressivo, il melanoma, va dal 2,6 al 9%. Lo spaccato europeo, approfondito in ricerche precedenti, è di almeno 3.400 casi di melanoma all'anno dovuti alle lampade, precisano gli autori che lanciano un appello affinchè tali conferme non siano sottovalutate e che si prendano sei provvedimenti a livello di salute pubblica. Commenta Antonio Costanzo, direttore della clinica Dermatologica dell'ospedale Sant'Andrea di Roma: « La nuova ricerca puntualizza l'associazione diretta tra lampade artificiali e tumori cutanei e sottolinea quanto il rischio sia elevato. Il concetto non può essere trascurato perché è stato dimostrato che i melanomi che compaiono sulle zone della pelle esposte ai raggi ultravioletti hanno molte più mutazioni di quelli che invece spuntano su zone del corpo mai esposte al sole. Si tratta di forma di tumori diversa e, inequivocabilmente, dovuta ai raggi UV. Le lampade artificiali non vanno usate a nessuna età, se non a scopo terapeutico e controllato per alcune malattie della pelle».

31 Gen 2014 23:35 - Ultimo aggiornamento: 00:50